ESCURSIONE TERZA. IL NINO.
Brunate e la leggenda di Guglielmina. — La Grotta del Mago. — Le ville Castiglioni, Sessa, Pertusati e Cornaggia. — Villa Angiolini. — Villa Rattazzi. — U. Rattazzi e Maria Bonaparte Wyse. — Villa Pedraglio. — Le ville Trubetzkoi, Ricordi e Artaria. — La villa Carena inabissata. — Blevio. — La villa Bocarmé e la Comton, ora Lattuada. — Il Pertugio di Blevio. — Il Buco del Nasone. — Le ville Taglioni, Schuwaloff, Vigoni e Sparks. — La Roda e Giuditta Pasta. — Adele Curti. — Il Nino.
Dovrei dedicare questa escursione, più che alla comune de’ miei lettori, a que’ beati gaudenti che si chiaman felici allora che hanno potuto snidare alcun luogo, in cui il buon vino, o la specialità di qualche intingolo o manicaretto li han solleticati. Essi vi danno una fama, una celebrità, che si conserva anche quando la ragione più non ne esista affatto.
E i beati gaudenti intraprendono pellegrinaggi appositi per visitare queste stazioni epicuree: testimonio questo Nino, a cui traggono non soltanto i buongustai della vicina Como, ma e da’ paesi più alquanto lontani e perfin da Milano. Una bella giornata di primavera o d’estate, una festa, il ferragosto, deve essere consacrata a qualche baldoria che già abbia il suo principale obbiettivo nella tavola e più ancora nel buon vino? La brigata operaja di Milano o di Como per acclamazione elegge subito d’andare al Nino.
Seguiamoli noi pure. Avremo noi di tal guisa occasione, più che di deliziarci del buon vino, di rapidamente percorrere le ville che sono sulla destra sponda del lago infino alle sette città di Blevio, che così designansi per celia quelle frazioni d’un unico villaggio che si sparpagliano sul monte, infino a quella punta sporgente, che con quella che ha di fronte, e che denominasi del Pizzo, accenna al fine del primo bacino del lago, il quale si viene ripartendo in tanti bacini, tutti aventi peculiari bellezze, qual più vasto, qual meno.
Pigliam la barca pertanto, e il nostro uomo costeggi pur lentamente questa sponda, su cui poggia il Nino; chè pria di giugnervi, avremo a parlar di più cose.
E poichè ci siamo, vedete là su in alto del monte il paesello di Brunate. A me che amo raccogliere le leggende popolari, come ad un geologo balzerebbe il cuore di gioja alla scoperta d’un petrefatto, o ad un numismatico il ritrovare una medaglia antica, non è possibile passar oltre senza narrarvi che lassù raccontino le comari, come la figliuola di un possente re d’Inghilterra, a cui fanno il nome di Guglielmina, avesse un bel dì (l’epoca però non sanno e tutt’al più se ne sbarazzano colla frase d’uso: ne’ tempi antichi) a fuggire dalla reggia di suo padre, e per farvi vita santa ricoverasse a Brunate e vi morisse poscia in odore di santità. E la pia leggenda ha sì fonde le radici, che le madri alle quali il latte faccia difetto, la invocano protettrice. Quale poi sia la relazione che corra fra la santa giovinetta ed il latte, nè esse lo sanno dire, nè m’accingo a indovinarlo.
Alla falda del monte v’è la Grotta del Mago che potrebbesi visitare, costituita di banchi calcarei che s’incavernano; ma siccome non mi fu detto perchè mai così con nome di mistero nominata, voghiamo avanti.
Qui appena usciti dalla cinta del nuovo porto — il quale, se risponde forse meglio al bisogno cittadino e varrà fors’anco a infrenare certe piene che in passato troppo spesso han nuociuto alla parte di Como che si curva intorno al lago, certo poi le ha rapito anche parte della vista del lago stesso, e il discapito mi par grande —, passato il borgo di Sant’Agostino, incominciano le ville.
E prima la Castiglioni, indi la Sessa, poi la Pertusati; e questa che s’avanza sul promontorio detto di Geno è la villa dei Marchesi Cornaggia, dove un giorno era un convento di Umiliati, che durò dal 1225 al 1516, tramutatosi poi in lazzaretto pei colpiti dalla peste, onde fu travagliata non solo Como, ma Lombardia tutta sul finir del secolo XVI.
Svolta la punta di Geno, si nicchia, come in un angolo che fa il monte, la villa Angiolini; ma più in vista vi tien dietro quella che assume il nome da quell’eminente uomo di Stato che è il commendatore Urbano Rattazzi, a cui ingiustamente tiene Lombardia il broncio per averle estese sollecitamente quelle leggi amministrative che aveva il Piemonte e che le sarebbero pervenute egualmente più tardi, se non dovevano essere un’irrisione il patto dello Statuto patrio che vuol la legge eguale per tutti e l’unità nazionale; senza aggiungere che taluno de’ lombardi deputati d’allora avesse fatto nel Parlamento suonare alta la voce che, fossero state anche ottime le leggi austriache che si avevano prima, per ciò solo si dovessero mutare. Il più liberale di quanti ministri ebbero Piemonte ed Italia, è sventura che scribivendoli piovutici in Milano, e impossessatisi de’ nostri giornali, abbiano potuto sostituirne l’opinione e, facendo la storia a loro talento, avessero a presentare questo illustre personaggio, dal cuore pari allo ingegno eccellente, poco men d’un nemico del paese. Il tempo che non è così grullo e che non giura nelle parole di questi sicofanti, farà la giustizia.
È in questa leggiadra casina che Maria Bonaparte Wyse, bella e colta consorte sua, e fra le più riputate scrittrici francesi, dettò le più lodate pagine della sua Louise de Kelner, in cui tanta parte è trasfusa delle amarezze, onde l’anima sua generosa venne dagli stolti abbeverata.
Se recinto da maggiori simpatie, alle quali avrebbe avuto diritto Urbano Rattazzi, nella quiete di codesta sua villa, dopo le lotte parlamentari e le cure di Stato, vi sarebbe più frequente venuto a ritemprare lo spirito e rinnovare le forze.
Tien dietro, a poca distanza, la villa Pedraglio, e poi ci si affaccia il sospirato Nino.
Diamovi gli ordini pel pranzo, indi proseguiamo a costeggiare questa sponda.
Il principe Trubetzkoi, colle mine si preparò lo spazio entro la dura roccia del monte per rizzarvi un casino di stile nordico, onde colla più sciagurata freddura fu chiamato del principe Turbascogli; non è forse la postura più allegra ad una villa; l’arido sasso che incumbe non vi concede quella gajezza di pensiero, che tutta invece vi ispira la villa Mylius, che, se al vero non mi appongo, è tra le meglio intese del lago. Casa e giardino vi sono egregiamente distribuiti.
Le ville Ricordi e Artaria hanno del pari i loro pregi: presso a queste era la villa Carena, ma un bel dì del novembre 1868 inabissò nelle ore meridiane, volendo fortuna che nessuno degli uomini che vi lavoravano perisse, perchè appena usciti. Fosse lezione ai molti che troppo spesso, ad ampliamento di loro possessi, invadono ciò che spetta al lago, il quale non attende a’ loro comodi, ma viene il dì che si ripiglia i suoi diritti!
Eccoci a Blevio.
È paese alpestre che non mette conto di ascendere, da che le belle ville che adornan la sponda ci seducano meglio; a meno che non vogliate visitar quella che più su è dei signori Bocarmé e che dicono meritevole di vedersi, e la villa e vaghissimo giardino già Comton ed ora spettante al signor F. L. Lattuada, negoziante di Milano; o spingendosi ancora più su, noncuranti delle asprezze del cammino, non vi prenda curiosità di cercare il Pertugio di Blevio, lunga galleria orizzontale alta un braccio al più e occupata dalle acque colatizie della montagna. Se di siffatte naturali cose voi siete amanti, non lasciate allora di volgere la vostra attenzione all’altro speco, o spacco verticale, che da quegli alpigiani vien designato col nome di Buco del Nasone, opportunamente difeso da macigni onde non vi precipitino dentro gli armenti che vi pascolano vicino. Forse nel fondo di tale speco si potrebbero rinvenire fossili, se fosse possibile di praticarvi indagini.
Presso alla chiesa parrocchiale di Blevio è la villa di quella famosa danzatrice che fu Maria Taglioni, la quale, fabbricandola, sperò passarvi gli ozî dell’età matura, quivi pascendosi delle floride memorie che le avrebbero richiamate le corone d’alloro, i ritratti e tante altre opime spoglie de’ suoi teatrali trionfi, che qui depose. Ma la fortuna, bizzarra e spesso crudele iddia, volle disporre altrimenti.
Così chi avrebbe detto al principe Schuwaloff, che vi eresse vicino una graziosa villa con architettura russa, che di essa, come d’ogni altra pompa e commodità mondana, sarebbe stato sì presto schivo, e colla religione greca de’ suoi padri, l’avesse ad abbandonare per rendersi barnabita in Milano, e poscia in Parigi, ove scrisse La mia conversione e la mia vocazione, ivi morendo nel 1859?.... Legata egli questa sua villa del lago a’ suoi compagni di religione, veniva da essi venduta a quel dotto intelletto di donna che fu Cristina Trivulzio principessa di Belgiojoso, autrice di lodate opere dettate nell’idioma francese, e spentasi soltanto nel passato anno 1871. Ora toccò la villa in eredità alla figlia Maria maritata al marchese Trotti.
Tengon dietro le ville Belvedere Vigoni e la Sparks, questa d’architettura svizzera; ambe leggiadre, e con peculiari caratteristiche che le rendono interessanti allo spettatore.
Un’altra villa succede, che ricorda pure entusiasmi teatrali: La Roda è detta e fu di quella grande artista cantante che si nomò Giuditta Pasta. Apparteneva prima a madama Ribier, la crestaja che a Milano fu ricerca da tutto il mondo elegante e accumulò gran fortuna. Venuta poi alle mani della celebre cantante, per la quale Bellini scrisse la Norma e la Sonnambula, cioè i suoi insuperati capolavori musicali, la ampliò d’assai, vi fabbricò, vi dispose giardini ed ombre, e fino a certo tempo vi accolse anche ospiti e amici, fra cui sovente quella gentile e rinomata poetessa che fu Adele Curti, troppo presto rapita alle lettere, e troppo presto e ingiustamente dimenticata, anche da chi ipocritamente si scagliò su colui che fu creduto averne con offesa d’amore accelerato il fine, su colui che invece non ha cessato ancora d’amarla, testimonî questi versi, che di lui si leggono stampati sulla strenna edita in Napoli, intitolata Il Vesuvio, a scopo di beneficenza, e dettati ventiquattro anni dopo quella immatura morte.
Sovente l’ora quando è fatta bruna,
A te pensando che ogni dì più adoro,
Io chieggo ai raggi dell’argentea luna,
Se il tuo bel peplo è della luce loro.
Ed alle stelle che la notte aduna,
Se son le gemme del tuo serto d’oro,
E se dal ciel se ne dispicca alcuna,
Io tremo e quasi per dolcezza moro.
Chè penso allor che tu fedel mantenga
Quella promessa che mi festi pia,
E che ti prego dal Signor m’ottenga.
E che la stella fuggitiva sia
L’anima tua, che dall’empireo venga
A raccoglier la stanca anima mia.
Giuditta Pasta in questi suoi diletti recessi della Roda trascorse i suoi anni provetti, ma afflitti però da domestici lutti. Ella anche vi morì. Un suo busto, opera egregia dello scalpello del milanese Antonio Tantardini, fu da’ Comensi collocato nel loro casino.
Ma l’ora del pranzo ci richiama al Nino.
La mensa, noi, stando in barca, la vediamo apparecchiata sotto un pergolato che dà sul lago; così al diletto dei cibi avrem congiunto quello non meno grato della vista.
Risparmio la descrizione del Nino: è un’osteria, un restaurant, quel che volete chiamarlo, di volgare architettura a cui chi giunge non fa attenzione. Vi si sbarca, si pon piede su d’un terrazzo, dove son disposte tavole per chi vi mangerà o beverà; v’è buona cucina, v’è buona cantina; chi ci viene, lo sa, se ne approfitta; nè parte, come da tanti altri luoghi, disilluso.
D’altre specialità, che non sieno brigate, canti, giuochi alla morra, suoni di qualche menestrello che capita da Como, non vi saprei dire veramente.
Il Nino è il ritrovo della buona classe borghese, per definirlo in due parole; come per la haute volée è l’albergo della Regina d’Inghilterra, che sta alquanto più in su nella sponda opposta, ed al quale riserbo condurre il lettore in una prossima escursione.
Villa Raimondi.