ESCURSIONE TRENTESIMANONA. IL SOLDO.

Il casolare del Monastero di Sant’Ambrogio di Cantù. — Il Soldo degli Appiani. — Villa Turati. — La casa, il giardino e il parco. — Gli acquedotti. — Casino rustico. — Orsenigo. — Casa Carcano. — Anzano. — Villa del marchese Carcano. — Piccolo albergo. — Alzate. — Vecchio castello. — Palazzo Clerici. — Fabbrica. — Brenna e don Antonio Daverio.

A stretto rigore, il colle di Monguzzo, a parer mio, chiuder dovrebbe il bacino del vecchio Éupili, o, come suolsi oggi dire, del Pian d’Erba; ma siccome è assai indeterminato anche nella mente di que’ del paese il confine di questa ridentissima porzione di territorio che designasi sotto la denominazione di Pian d’Erba, io credo non uscir da’ limiti che s’è prefisso il mio libro spingendo questa volta la nostra escursione da questa parte insino alla stupenda villeggiatura del Soldo.

E d’altronde fosse anche fuori affatto della cerchia de’ paesi che dall’universale si assegna approssimativamente al Pian d’Erba, siccome al Soldo ci va ognuno che venga al Pian d’Erba; così anch’io non posso a meno che condurvi il mio lettore.

Vi arriveremo dalla via di Parravicino, alla quale facciamo ritorno, oltre la Ca’ de’ ladri, che abbiamo veduta.

Lo si scorge presto, perchè esso s’alza tronfio sulla cima della più lieta eminenza e di là sembra accivettare quanti necessariamente percorrendo la via che mena alla Valsorda, vi rivolgono lo sguardo. Altri poggi vi stanno presso, tutti diligentemente coltivati, e di pertinenza del medesimo signore, del conte Turati, salito per operosi commerci in filati di cotone a sterminata ricchezza e al patriziato italiano.

Allorquando si è sotto la collina del Soldo, vi pare di avere davanti una scena teatrale: mulino a vento, chioschi e padiglioni, chalets e cottages, introduzioni leggiadre di cose forestiere, viali, telegrafo, una ben ordinata e splendida vegetazione, il tutto incoronato dal palazzo che sta in cima. La prima impressione ci avverte subito che la villa gode di meritata fama.

Molti rammentano ancora come quivi non fossero prima che una meschina sodaglia, borri profondi e frane, rovi ed arbusti inutili: non vi aveva infatti alla sommità del colle che un casolare di ragione del monastero di Sant’Ambrogio di Cantù. Chi mai avrebbe detto allora che si sarebbe tramutato tanto squallore nella più gioconda plaga? Questa metamorfosi prodigiosa, iniziata da don Giacomo Appiani d’Aragona, che ridusse quell’aspro colle a villa su disegno dell’egregio architetto Moraglia, del senno del quale già ammirammo in queste nostre escursioni non poche opere, fu perfezionata dal conte Turati.

E veramente scrissero i signori Zoncada e Garovaglio nella loro opera I giardini dell’alto Milanese e del Comasco, levando a cielo il Soldo[42]. Sarebbe difficile, sentenziaron essi, trovare altrove più stupenda varietà di scene, più ampie vedute, più diverse, e nel tempo stesso, e qui è il merito dell’uomo, una struttura, un disegno meglio ideati, più acconci alla qualità del sito, più rispondenti agli ultimi progressi dell’arte de’ giardini, una coltivazione più ricca, più lussureggiante, e per certe parti più degna che si pigli ad esempio. Sono pregi e bellezze che a comprenderle non arriva che la vista; per la parola è molto ancora se le riesca di lasciarle indovinare. Que’ viali, que’ passeggi, che larghi, agevoli, spazzati, girano il poggio serpeggiando con sì dolce movenza e dominando sempre l’immenso orizzonte; quelle costiere che verdi, fiorite, sparse d’ogni maniera di piante, si prolungano di qua, di là sì pittoresche fin giù nella valle; que’ prati, que’ piani ameni dove l’occhio si riposa sì tranquillo e beato; quel contrasto tra il semplice e il grandioso, il ridente e l’austero, tra l’arte e la natura, per cui passi dalla rigida vegetazione delle Alpi alla sfoggiata delle zone più favorite dal sole; che li vedi affratellarsi, dal vivace padiglione Chinese al chiosco orientale e al positivo casolare dello svizzero o dell’olandese, dal ponte di legno che ricorda la primitiva età de’ pastori alle fontane marmoree, alle statue, opera di famosi scalpelli e documenti della più alta civiltà; bisogna vederli chi voglia farsene il giusto concetto: noi non possiamo che rammentare così a sbalzi, come la memoria ci soccorre, di tante meraviglie quelle pochissime delle quali ci è rimasta una impressione più profonda, e che per la qualità delle cose torna meno difficile a comunicarsi altrui.

Così, per esempio, potrà di leggieri, pare a noi, anche chi mai non la vide, imaginare quale debba essere il magico effetto di quella serie di stufe tutte eleganti, tutte magnifiche, che giù giù pel dosso della collina discendono a gradinata, quasi emiciclo di vasto anfiteatro. Vi aggiunga colla fantasia i grandi balaustrati che la riparano per davanti con vasi di classica forma, con piante di rara bellezza; vi aggiunga grandi e piccole fontane in marmo ai diversi ripiani, belle tutte, bellissima qualcuna, quella vogliamo dire che raffigura le tre Grazie, opera di egregio scalpello, che ritrae quanto di più puro seppe mai creare il cinquecento; vi aggiunga appiè di quel dosso a disuguali distanze le spelonche, le grotte di vario genere, alte, spaziose, tortuose, foggiate a galleria, a labirinto, fornite a dovizie d’ogni comodità, con polle, zampilli, giuochi d’acqua d’ogni sorta, con istipi a tarsia, busti, are, idoletti, medaglioni, con seggiole, scannelli, divani, lettucci, tavoli e tavolini d’ottimo gusto; e tutto questo sotto il più bel cielo che occhio d’uomo possa vedere, e dovrà farsi certamente un concetto grande di questo luogo incantato. E sempre maggiore si farà chi consideri le difficoltà senza numero che bisognò superare per tramutarlo, di selvaggio che era, nella forma e stato presente. Una sola vogliamo qui accennare che valga per molte, tanto è grave; vedete quella copia d’acqua volta dall’un capo all’altro de’ giardini a sì diversi usi in forma qui di fontana, là di ruscello o di torrente, più giù di lago solcato da gai navicelli? Sul luogo in origine non se ne avea pur stilla; tutta, tutta quanta si derivò da lontani monti, e per magnifici acquedotti si condusse per mezzo a queste terre riarse dal sole con ingente dispendio.

Essa infatti si condusse con ingente spesa fin dai monti d’Albese, facendola viaggiare per 9000 metri di tubi di ghisa.

Lascio agli intelligenti di botanica il tener conto delle ricchezze d’alberi e fiori d’ogni clima e paese che qui son disseminati, e di estasiarsi davanti alle loro peregrine specie; io m’accontento di ammirare i leggiadri colori, di aspirare i soavissimi profumi: accetto i soli risultamenti e sarà meglio anche pel lettore, che certo non cercherà al mio libro un trattato di quella scienza.

Piuttosto non lascerò di accennare che il palazzo, se non è forse corrispondente in vastità al giardino e parco, ha tuttavia da ospitare una cinquantina di persone. Il casino rustico che gli sta accanto è forse migliore nella sua semplicità; presso al casino svizzero vi è poi uno steccato che racchiude alcuni dei più rari animali indigeni e forestieri, fra cui primeggiano bellissimi merinos.

Ah veramente aveva dunque ragione il nostro povero Raiberti, quando diceva di questa villa essere un Sold che var un milion!

Fra le terre circostanti ho già nella precedente escursione nominato Orsenigo, quella terra che con Erba trasse in aiuto dell’armi milanesi contro quelle del Barbarossa: quivi adesso ricorderò la bella casa Carcano, architettata dal bravo Moraglia.

Tirando dritto sulla via per la quale siamo venuti, tocchiamo Anzano, bello per la sua elevata postura e per la villa e grandioso parco del marchese Carcano; a man destra poi di questo paese, v’è la via che conduce ad Alzate al principiar della quale or si eresse un piccolo albergo. In Alzate poi, oltre qualche ricca casa, meritano osservazione un vecchio castello che si volle reliquia di romana potenza ed il palazzo Clerici.

Ma, come che l’escursione nostra fosse bastevolmente lunga per le tante cose ammirate al Soldo, chiudiamola a Fabbrica, dove sulla eminenza sorge la villa dei conti Durini, che fruisce di bellissima vista e dalla, quale, vedendo a destra sul ciglio della collina che per l’opposto versante sogguarda al lago di Montorfano il paese di Brenna, ivi sapendo come vi sia stato dimenticato parroco quel fior di dottrina, di patriottismo e di bontà che è Antonio Daverio, mio maestro di latine ed italiane lettere, mi felicito della diversa e libera carriera da me poscia nella adolescenza abbracciata.