ESCURSIONE VENTESIMAPRIMA. GRAVEDONA.
Consiglio di Rumo e San Gregorio. — Pizzo di Gino. — Valle di Lesio. — Gravedona e la sua storia. — La chiesa di San Vincenzo. — S. Maria del Tiglio. — La Madonna sfolgorante. — Peglio. — Liro e i tre laghetti. — Il Sasso acuto. — Domaso. — Gera. — Sórico.
Quanto torto si ha a non comprendere fra la parte di lago, che si suol meglio ricercare da’ forestieri e villeggianti, questo territorio delle Tre Pievi, già dissi. Esso divide infatti, col resto che già percorremmo, i bellissimi prospetti e la ricca vegetazione, e forse forse, perchè protetta a settentrione dall’alta schiena de’ monti che la difendono dai soffii gelati, ha mitezza di clima maggiore degli altri inferiori bacini, sicchè i giardini vi abbiano agrumi e fiori, e la camelia perfino vi alligni e prosperi, l’inverno senz’uopo di stufe.
Noi, spiccandoci da Dongo, dove siamo restati nella nostra ultima escursione, e via trascorrendo Consiglio di Rumo e San Gregorio, giù scendendo, potremmo ammirare buoni dipinti del cavaliere Isidoro Bianchi, e salendo più in su, ove comincia il Pizzo di Gino, troveremmo la chiesuola di San Gottardo. Poi ci vediamo davanti la Valle di Lesio, oltrepassata la quale si sparpaglia sul pendio del monte la grossa borgata di Gravedona.
Non fu solo il Rebuschini che ricordò nella sua Storia delle Tre Pievi gli avvenimenti di Gravedona: altro storico l’aveva preceduto, Anton Maria Stampa, che fu autore d’una Storia dell’insigne borgo di Gravedona, altre volte repubblica, da lui scritta a bandir la noja della prigione, perchè, sospettato di torbidi popolari, venne chiuso nel forte di Fuentes, che sta a capo del lago sulla via di Chiavenna e intorno al quale si potrebbero spendere molte parole, se dal mio soggetto non temessi di scostarmi soverchio. Non lasciò questo scrittore di rimontare a remotissimi tempi del suo insigne borgo, per isnocciolarne di grosse, e non so da qual codice infatti imparasse egli come prima Gravedona si appellasse Laricola; ma che poi, ivi stanziando, un Garbatone, figliuol d’un re Garibaldo anteriore a Brenno, vi imponesse il proprio nome e fosse il principio d’una serie di re e di eroi. Di tutto ciò si dispensa d’indicare le fonti: la tradizione è la sua autorità; ma invano anche questa voi domandereste a que’ della borgata.
Il Rebuschini attinge invece a più verosimili tradizioni, e ricorda che Gravedona sostenesse onorevole parte nelle guerre repubblicane; che nel tempo del Barbarossa,
Di cui dolente ancor Milan ragiona,
come diceva a’ suoi giorni l’Alighieri, nel soggettarsi Lombardia, preponesse al governo delle Tre Pievi un Amizzone, uomo sanguinario e rapace, il quale, a togliere ogni motivo ad insurrezione, smantellava il castello di Gravedona e la Torre di Melia, e così inoltre operasse da tiranno, che stancati quegli alpigiani ne scuotessero il giogo ed egli fosse costretto a rifugiarsi in Valtellina. Rammenta pure come lo stesso Barbarossa, dopo la tregua di Venezia, tornando pel lago in Germania, venisse da que’ di Gravedona audacemente assalito, depredandolo delle bandiere e del corredo, e la corona stessa imperiale, tutta d’oro, caduta pur nelle mani loro, deponessero poi nella chiesa del Battistero, onde nella pace di Costanza volesse Federico esclusa dal parteciparne a’ beneficî Gravedona.
Già toccai della parte dalle Tre Pievi avuta nella guerra decenne; poi Gravedona divenne feudo del cardinale Tolomeo Gallio, facoltosissimo ed influente, e che nutrendo pensiero di farne la capitale della Valtellina, al cui conquisto agognava, vi fabbricò, su buon disegno del Pellegrini, un grandioso e turrito palazzo, il cui loggiato si vede da chi viaggia per il lago. È in esso che fu detto che si volesse trasferire il Concilio ecumenico di Trento; ma non se n’ha nella storia alcun documento che tale intento comprovi; onde siffatta pretesa de’ Gravedonesi è suffragata unicamente dalla circostanza che nel detto palazzo si conservino solenni seggioloni con iscritto su ciascuno il nome de’ cardinali.
Dal Gallio passò il feudo alla ducal famiglia d’Alvito di Napoli, che la più parte del ricco mobigliare, onde istruivasi il palazzo, si trasportò nella sua casa di questa città e in quella di Genova; ma a conservare gli eredati diritti vi mantenne un commissario per amministrare la giustizia.
Merita qui esser veduta la chiesa parrocchiale di S. Vincenzo, che si vuole del secolo V, con cripta di stile lombardo, e dove si vede il sepolcro del dottissimo cardinale Michelangelo Ricci, e tra gli arredi una pianeta di forma greca a bei ricami, una pace d’argento del XIV secolo, un calice egregiamente cesellato con molti giri di santi raffigurati in ismalto, non che una croce grande con ornati e figurine, lavorata per Franciscum de Sancto Gregorio da Grabedona. Nè si dimentichi di osservare il battistero di Santa Maria del Tiglio, che si pretende eretto dalla pia regina longobarda Teodolinda, alla quale per altro si attribuiscono troppe cose, perchè vi si possa credere sulla parola. Esso battistero è quadrilungo, con tre absidi pentagone all’esterno e con campanile ottagono di bell’effetto, e internamente ha una galleria nella parte superiore che lo gira tutt’all’intorno, e le pareti lasciano intravvedere come già fossero tutte rivestite di pitture. È qui dove esiste dipinta una Vergine col Bambino, or tutta rovinata dal tempo, che l’Aimoin nel suo libro De Gestis Francorum, afferma essere stata un tempo per più giorni sfolgorante di celeste luce. — Oggidì sappiamo quanto valore si abbiano codeste storie e miracoli, che preti ignoranti e pinzochere accreditano fra le zotiche popolazioni, come che loro non paja bastevole la buona e sana dottrina del Cristo a persuaderne la santità della religione.
Agli amatori dell’arte si ponno additare altresì un buon quadro della scuola del Guercino nella chiesa de’ Santi Gusmeo e Matteo; nella vicina terra di Peglio vi hanno i dipinti di Gian Mauro della Rovere, altro de’ Fiamminghini, che ho già mentovati, fra cui il proprio ritratto nel battistero; una Madonna del far di Bernardino Luini, una Santa Rosalia della scuola del Guercino, e minori pitture di un Antonio Scherino del 1635, di Giovanni Valerio, del Rodriguez, del Caracciolo di Vercana, terra di questi dintorni; oltre la Via Crucis e il Trionfo della Morte nell’ossario, dipinti nel 1715 da Alessandro Valdini; e a Liro, ne’ cui monti scopronsi a Darenco, Caprico e Ledi tre piccoli laghi; nella chiesa abbandonata di San Giacomo vi sono affreschi che portano la data del 1412 e il nome di Bernardo Somassi, al quale appartengono, e che metterebbe conto che fossero esaminati da chi avesse a ritessere la storia dell’arte italiana, massime ne’ suoi primi tempi.
Sovra Gravedona i buoni passeggiatori non lasciano di montare al Sasso acuto, picco, la cui forma è designata dal suo qualificativo, che ha la vetta rilucente, ed ha sparso il cammino di lucide tormaline.
Ma non volendoci adesso scostar dal lago, oltre Gravedona si distende, come in un semicerchio, Domaso, che si presenta più bello e seducente soggiorno se riguardi al suo vago prospetto ed all’attività de’ suoi commerci; ma chi non è avvezzo ai troppo vivi scorrazzamenti della breva, che sembra qui s’accolga, quasi l’antro di Eolo, per poi sprigionarsene sul lago, s’accorge presto che non è sì grato il dimorarvi. Da un’antica poesia di quell’Anton Maria Stampa che ho ricordato nella passata escursione, e che il Cantù ha pubblicata, raccogliesi che a que’ di Domaso venisse a’ suoi giorni appiccicato vituperevole epiteto, per essere talun del paese trascorso ad alcun atto d’empietà. Ecco i versi che vi fanno allusione:
O signori, udite come
A Domaso sia rimaso
Quell’orrendo soprannome
Di cui fe’ poc’anzi acquisto,
Del mozzar le braccia a Cristo.
Più avanti si incontra Gera, sito di pescatori, e più avanti ancora Sórico; ma le scialbe faccie de’ suoi abitatori ne avvertono dell’aria malsana a causa d’acque che vi stagnano; onde sarà bene che noi retrocediamo, perocchè di malinconie il mio lettore non ha di certo bisogno, e d’altronde da qui i canneti che vediamo ci annunciano presso la fine del lago.