II.

Una passeggiata conviene ora che facciamo insieme, la quale avrei volontieri riservata, per procedere ordinatamente, allorchè giunti a mezzo del lago, che or misuro da Como a Bellagio, ci sarebbe occorso di scendere dalla barca o dal vapore ad Argegno, per metterci dentro la Valle Intelvi. Ma siccome non intendo di abusare delle gambe del mio lettore, nè farlo inerpicare di troppo su per le balze di San Fedele, così per giungere all’egual meta, approfittando delle mutate condizioni politiche che ricondussero fra noi e i nostri vicini della Svizzera le migliori relazioni d’amicizia, perchè già della medesima famiglia, onde non sia più mestieri ricorrere a passaporti o ad altri documenti personali, usciamo di Como, montiamo adagiati in carrozza il facile pendio dell’Olimpino, varchiamo il confine italiano, e, oltrepassato Chiasso...

Ma no; prima di oltrepassarlo, d’una promessa ho a sdebitarmi.

Chiasso era dapprima una borgata, che sembrava fatta apposta per beneficio di noi Lombardi, che volevamo sdrucciolar fuori dalle mani de’ nostri passati dominatori, quando, per un capriccio di poliziotto, per un sospetto generato da cattiva digestione del direttore di polizia di Milano, ci volevano agguantare. Al di là de’ pilastrini che per mezzo di una trave abbarrano il confine, Chiasso si distende, per mezzo diviso dalla strada che conduce a Capolago ed a Lugano, fiancheggiato da erbosi colli e da montagne popolate da paeselli e casolari, come branco di pecore pascenti[3], direbbe il nostro Manzoni. Ora Chiasso ha bel rilievo da una nascente fabbrica di tabacchi, che prepara sì eccellenti cigari, da sembrare che lo faccia espressamente a rendere ancora più insopportabili quelli che a noi dà la Regía; ha un albergo; e per noi, che non abbiamo l’agio di soggiornarvi, ha il Crotto della Giovannina, deliziosissimo chalet, d’architettura svizzera, che il mio ottimo ed ospitale amico, il colonnello federale Costantino Bernasconi, ha fabbricato, ma che alla barba sua prese il nome dalla sua conduttrice, e che io raccomando a chi transita per Chiasso, non a’ gaudenti della vicina Como, che già vi corrono la domenica a chiedere le polpette della Giovannina, rese celebri oramai, e che farebbero venire l’acquolina... no, volevo dire l’absinzio in bocca al chiarissimo autore della Giovinezza di Giulio Cesare, perchè di color mogano, com’ei le brama.

La promessa era appunto quella di segnalare questo simpatico recesso, a pochi passi dal paese, lungo l’acqua della Falopia che scorre in sottil vena, protetto dall’ombra di superbi tigli, fatto più bello e più fresco da una cascata pittoresca, e più ricerco pel suo vino di Chambery che vi si beve. Non dimenticherò l’ora che vi ho passata, nè il ballo della sera, dove al suono dell’organetto, uomini e donne di tutte le condizioni repubblicanamente ballonzolavano e si turbinavano in certe polke e in certi waltzer, che direbbonsi impossibili, se veduti non li avessi. Vidi colà l’elegante dalla cravatta bianca irreprensibile e il contrabbandiere in manica di camicia rimboccata all’insù del gomito, la guardia di finanza italiana e lo svizzero carabiniere, l’impiegato e il contadino, l’operaja e la sguajata manutengola del frodo; una baraonda, insomma, vispa, matta e rumorosa da comunicarvi, anche vostro malgrado, il buon umore e l’allegria.