Introduzione

L’andare in villa, non molt’anni addietro, era di pochi, di que’ felici soltanto che la fortuna aveva dalla nascita privilegiati, o ne’ commerci arricchiti: ora gli è, può dirsi, dei più.

S’è così tornati alla manía del basso tempo antico, quando noi s’era colonia di que’ famosi prepotenti che erano i Romani. Cicerone — tanto per nominare qualcuno d’universal conoscenza — che non era tra i più facoltosi, nè da patrizia famiglia nato, s’era appagato di una sua velleità e contava nientemeno che ventiquattro ville di sua proprietà, quantunque invero non prediligesse che le sue case di Tusculo e di Pompei; e Cajo Plinio il Giovane, quello stesso che fu delle nostre parti, anzi della città di Como, — senza dir del suo Tusci che egli aveva alle pendici dell’Appennino toscano, e del Laurentino che possedeva in Romagna sul litorale del Mediterraneo fra le città d’Ostia e di Laurento — lungo le sponde ridentissime di questo Lario, dove sto per accompagnare il mio lettore, ne aveva due, l’una a Villa, che denominò Commedia, l’altra prossima a Bellagio, che denominò Tragedia.

Io perfino, che divido le cure della vita fra le cause, i processi criminali e le umane lettere, ma che da Cicerone e da Plinio son per merito e ricchezza lontano quanto ci corre dal gregario al generale, partecipe della febbre che ha i moderni invaso, mi son passata alla mia volta la follia di una villa, piccola sì, ma a me bastevole: parva sed apta mihi, come direbbe il gran lirico latino.

La manía poi del viaggiare a solo titolo di divertimento è tutta propria dei nostri tempi; è il portato inevitabile delle tante vie ferrate e de’ vapori che solcano tutti i mari; i Romani l’avevan pure, ma pel solo gusto matto di tribolar le nazioni cui portavano la guerra e di svaligiarle interamente...

Ma io la piglio forse soverchio da lontano, per ispiegare al mio lettore le ragioni di questo libro, nè va bene che l’annoi sin dal principio.

Volevo dire adunque che da noi, in Lombardia principalmente, non c’è caso: quando arriva l’autunno, si vuol proprio andare alla campagna; che noi della capitale — intendo la morale — si sognan tutto l’anno le rive del Lario o i placidi e verdeggianti colli del Pian d’Erba, e beati se ci possiamo andare! So di chi s’acconcia a scampagnare nella catapecchia della nutrice d’alcun suo bambolo; d’altri a condannarsi a starsene chiusi nelle case di Milano, purchè si creda che siasi alla campagna.

I viaggiatori che ci visitano, non ci lasciano se prima una giornata non abbiano passato sul lago di Como, percorrendolo su per i piroscafi che vanno e vengono da un capo all’altro; e chi appena lo possa, si sofferma non pochi giorni ne’ diversi e veramente confortevoli alberghi, che si sono venuti stabilendo ne’ varî punti di queste rive popolate di paeselli e di ville leggiadre, che incantano di sè anche coloro che han pur visto que’ miracoli di natura che sono i golfi di Napoli e di Genova.

Nel Pian d’Erba, è vero, non ci vanno come noi; ma la colpa è tutta nostra, che non siamo pur anco giunti a praticarvi strade un po’ convenienti e, meno ancora, alberghi; perchè tali davvero non ponno dirsi que’ che adesso se ne hanno arrogato il nome. Ma la locomotiva non tarderà guari a prolungarsi da Seregno almeno ad Erba, e sarà allora un’altra cosa; la Brianza superiore non sarà più certo un mito pe’ forestieri che saranno stati nella nostra Italia, e il bisogno d’impiantarvi adatte stazioni verrà dietro per conseguenza.

Or bene; villeggianti e viaggiatori, nel soggiorno di questi luoghi, si domandano bene spesso: dove si va oggi? dove domani?

Il mio libro è la risposta.

Milano, maggio 1872.

Castello Baradello.