VI.
Cominciamo ora le nostre escursioni, poichè ci siamo riposati e rifocillati col copioso pranzo. Come, chiederete voi, ora che il sole tramonta?
— Precisamente perchè il sole tramonta.
Entriamo in questo sentiero quasi orizzontale che fiancheggia l’albergo e guida in dieci minuti alla spianata dal lato occidentale del monte.
Qui esso declina, qui sotto scintilla l’onda del lago di Lugano, ripercossa dai raggi del sole che piega al tramonto.
La scena è stupenda che ti si distende davanti. Nuvoletti frangiati d’oro o porporini vagano là sul confine dell’orizzonte, dove il Rosa lo chiude colle sue cime candide di neve; lunghe strisce del color della viola in altre parti listano il firmamento; il rancio del lembo estremo si muterà fra breve nel rosso di fuoco, onde sembra che il
Ministro maggior della natura
pria di calar dietro i monti, ne baci d’un ardente bacio i culmini più sublimi.
Voi riguardate a quel solenne occaso, nel silenzio religioso di quell’ora; e dalla valle sottoposta, dove l’ombre giganti si distendono, sorge e viene insino a voi la squilla vespertina del villaggio che saluta il dì che muore.
La brezza aleggia più sollecita e viva...
Il sole è sceso dietro la linea de’ lontani monti: la luna gli succede nell’impero del firmamento. — Ritorniamo all’albergo.
Se t’arresti più giorni sul Generoso, non obbliare l’altra vaghissima escursione al Dosso-Bello, da dove ti si offriranno le ridenti sponde del Lario, colla fila non interrotta di paesi e di ville, e ti verrà dato rivedere da lunge la terra che già visitasti del Baradello, e la striscia del fumo che libera la locomotiva che da Camerlata muove per Monza e Milano.
L’indomani affréttati alla escursione più vagheggiata, fino alla vetta cioè del Generoso. È la meta di quanti traggono al già descritto albergo: e ben ne vale la pena. Sono alquanto più di cinquecento metri di altitudine a montarsi (531); il cammino richiede almeno un’ora e mezza.
Non isgomentarti, o lettore, delle prime asperità delle vie aperte sul fianco orientale del monte; più agevole si rende di poi la salita, mercè le cure del dottor Pasta. Sono cinque anfratti che avrai a percorrere, ma dolci, senza vepri nè ciottoloni, in mezzo a pascoli ubertosi, ricchi di mandre, che vedete liberamente pascolare, sì che non la sete, ma piuttosto la curiosità di trovarvi fra roccie calcari una fonte a un chilometro dall’albergo, vi trae a gustar la limpida linfa che vi sorge.
Ma lieti e non affaticati, eccoci pervenuti alla vetta. L’ho già detto: la punta meridionale è a 1740 metri sul livello del mare e la settentrionale è di sei metri più depressa.
Qui sul molle e verde tappeto sediamo, perocchè le infinite meraviglie che ad un tratto si rivelano all’esterrefatto sguardo sieno troppe, e convenga una ad una distinguerle ed ammirarle.
Ah! voi vi sentite ora maggiori di quel che siete, quasi numi che imperate al creato, nel veder tanta e sì stupenda natura svolgersi sotto di voi. Ne’ giorni estivi, mentre sul vostro capo si distende limpida e serena la vôlta de’ cieli, vedreste adunarsi i nembi sotto de’ vostri piedi, scoppiar gli uragani, guizzar le folgori, e l’illusione della vostra divinità vi parrebbe più vera.
Ecco: la vetta, come dissi, è partita in due distinte prominenze, l’una dall’altra distante di circa trecento metri; questa che sogguarda al Lario segna il principio dell’Italia; quella che al Ceresio segna il principio della Svizzera. Su quest’ultima veggonsi gli avanzi di un segnale trigonometrico che servì per la triangolazione iniziata dagli astronomi ai tempi del primo regno d’Italia.
Qui posiamo, esclama pure il Lavizzari, sotto il cielo di Dante, di Colombo, di Leonardo, di Raffaello, di Galileo; qui viviamo sul suolo di Lutero, di Haller, di Rousseau, di Bernouilli, di Saussure. Qui l’anello delle due nazioni; qui la terra dei vulcani tocca la terra dei ghiacciai; qui cessano i lauri, i mirti; qui incominciano i licheni, gli abeti; qui la rosa delle Alpi si intreccia colla peonia peregrina; qui il ranuncolo glaciale s’annoda alla silena insubrica; qui infine la flora del Mediterraneo si sposa alla flora germanica.
Girate ora lentamente lo sguardo all’intorno del vastissimo orizzonte. Da questa parte, che direi italiana, voi vedete dalle montagne della Valtellina, giù giù, seguendo la linea del lago di Como, tutta la lunga sequela di quelle, verdeggianti per lo più, che costituiscono l’ultimo contrafforto delle Alpi, e dietro le altre sul cui pendio s’adagia Bellagio e più giù la Pliniana, il Moncodine o Grigna, il Monte Campione ed il Monte Serada o, come più popolarmente è detto, il Resegone, onorato di mirabile descrizione da Manzoni.
Pervenuto il vostro occhio alla città dei Plinii e di Volta, più in là sospingendolo, per una infinita serie di punti biancheggianti, che sono altrettanti paesi, vi trovate a Monza, quindi a Milano, subito di essa avvertiti dalla freccia ardita dell’aguglia principale del suo Duomo; indi vi si presenta la valle del Po e nel fondo l’azzurra linea degli Appennini. Convergete la pupilla a destra e vedrete Varese, Arona, Novara, Torino: Crema, Cremona e Vigevano le vedrete del pari al manco lato, o in direzione su per giù di Milano.
Poi, a sfondo di quella ove avete distinta Torino, vedete le cime del Rosa e del Bianco incoronati di perpetui geli, il Monviso, il Cenisio, l’Ortlerspitz, il Mischabel, il Pizzo della Bernina, lo Spluga, il Medelser, il Lucmagno, il Gottardo, il Galenstock, il Wetterhorn, il Fünsteraarhorn, l’Eiger, il Mönch, la Jungfrau, il Bietschœrner, l’Aletschkorn, il Fletschorner, il Mittagshorn, il Weissmies, il Cervino, il Winterberg ed altri moltissimi, che dalla vetta di questo Generoso vide e nominò quel rinomato naturalista che è G. Studer, nel suo Panorama des Alpes, disegnato sullo stesso nel 23 settembre 1869, e che io sono lieto di possedere.
Verso ponente poi la vista riesce per avventura più pittoresca, dominando sulla vasta regione montuosa che dalla Val Sássina si stende alla Val Cavargna, scorgendovisi l’estremità del lago di Lugano col villaggio di Porlezza, un breve tratto di quel di Como verso Bellagio, e belle ondulazioni di monti, e vallate disseminate di villaggi, di prati e di boschi, coi più graziosi contrasti di luce e d’ombra, da innamorare un pittore.
L’intrepido passeggiero, dove il voglia, potrà nel suo soggiorno sul Generoso pigliarsi un bel dì lo spasso di scendere dalla sua vetta alla Vall’Intelvi, prendendo il sentiero che mena ad Orimento, indi a San Fedele o a Castiglione in due ore e mezza; da dove potrà andare per San Fedele e Luino ad Osteno, che si specchia nelle onde del Ceresio, oppure per Dizzasco ad Argegno, che si specchia in quelle del Lario.
Ma noi dobbiamo rifare la nostra strada, riedere all’albergo del dottor Pasta, dove le cavalcature ci attendono per ridiscendere a Mendrisio.