Tempio di Ercole o di Nettuno.
Una reliquia della più antica arte greca offre Pompei nel mezzo del Foro Triangolare ne’ pochi resti di un tempio, che per la sua vetustà, per le favolose origini, ne’ capitoli della storia da me recate, non che per la prossimità del bidental, di cui dirò fra breve, con tal quale fondamento venne ritenuto sacro ad Ercole, come reputo pur io doversi ritenere a questo semidio; ma il dotto Gau, per la situazione di esso vicina al mare, che domina dalla sua altura, sentenziò invece consacrato a Nettuno. In molte Guide e in libri che trattano delle pompejane antichità, senza entrare in tante congetture e archeologiche disquisizioni, venne questo vetustissimo monumento designato del resto benanco col semplice nome di tempio greco. Avverto ciò, onde il lettore che consultando quegli scritti, raffrontandoli col mio, non vi trovando detto del tempio greco, credesse farmene un appunto.
V’ha qualcuno che ne fa rimontare l’edificazione nientemeno che all’ottavo secolo avanti l’era volgare; lo che se fosse constatato, proverebbe avere Pompei esistito qualche secolo prima di Roma. Certo è che tale edificio si chiarisce infatti anteriore d’assai ai monumenti romani. Esso venne scoperto nel 1786.
I pochi avanzi che si hanno attestano da un lato la purezza de’ principj dell’arte che v’ha presieduto, e dall’altro che già dovesse essere in istato di deperimento e rovina assai prima che il Vesuvio lo seppellisse sotto i proprj furori.
«Il suo piano, scrive Bréton, — che in fatto d’architettura specialmente è utilissimo consultare nell’opera sua Pompeja, già da me più volte invocata ad autorità, — era intieramente conforme a quello de’ templi greci, e lo stile di qualche frammento della sua architettura non permette di dubitare che questo monumento non sia stato uno de’ primi costruiti dalla colonia greca che fondò Pompei. Questo tempio era ottastilo e periptero: i quattro capitelli dorici che si rinvennero sono pressochè in tutto simili a quelli dei templi di Selinunte e Pesto e scolpiti nella pietra calcare formata dal deposito delle acque del Sarno»[228].
Si innalza esso su di un basamento costituito da cinque gradini o piuttosto scaglioni, perchè su d’essi nel mezzo dell’asse della facciata era costruita una gradinata più praticabile e comoda. Nel centro dello stilobato eravi il pronao, per il quale si entrava nella cella o santuario. Nel mezzo di esso sussiste un piedistallo rotondo che aveva servito alla statua della divinità alla quale il tempio era consacrato.
Avanti la facciata riscontransi pure gli avanzi di un recinto, che il succitato continuatore di Mazois, il sullodato signor Gau, crede avesse dovuto servire a ricevere le ceneri de’ sacrificj. Alla destra del recinto veggonsi tre altari: quello di mezzo per le libazioni, quello più elegante per i sagrificj delle vittime piccole e l’altro per le più grosse.
Dietro questo recinto si scorge un Puteale, o forse più propriamente ciò che i Romani chiamavano Bidental. Importa il farlo conoscere, perocchè sia per avventura l’unico monumento che esista di questo genere di costruzioni.
Festo afferma come si chiamasse bidentale qualunque tempio in cui si immolassero bidenti, cioè pecore atte al sagrificio, e Virgilio e Fedro e Orazio e tutti gli scrittori pur del buon secolo, bidenti usarono senz’altro promiscuamente per pecore. Eccone i loro esempj:
Centum lanigeras mactabat rite bidentes[229]
Bidens jacentem in fovea prospexit lupum[230]
Tentare multa cæde bidentium Deos[231]
Stando pertanto alla definizione di Festo, tutti i templi minori sacri a qualsiasi divinità, nel cui mezzo fosse un’ara acconcia al sacrificio de’ bidenti, dicevansi bidentali.
Del monumento di cui ora m’intrattengo, così Carlo Rosini, nella sua Dissertatio Isagogica, già da me citata altrove, rende conto: habet figuram bidentalis Pompejis effossi, quod puteal medium, et templum rotundum octo columnarum sine tecto, sed epystilio tantum ornatum habebat, cum inscriptione oscis litteris exarata, quæ latine ita sonat: Nitrebes ter Meddix tuticus septo conclusit[232].
Non è poi inopportuno osservare, — a meglio far ritenere sacro questo greco tempio ad Ercole, come dio minore, e non a Nettuno ch’era fra gli Dei Consenti o maggiori, — che i sacerdoti che sagrificavano i bidenti si dicevano sacerdotes bidentales, ed eran quelli che dediti ad Ercole e forse agli altri Semoni, Dei Minori, avevano in cura i templi di minor levatura, chiamati bidentali[233].
Il monumento pompejano in questione costituivasi adunque d’un puteale circondato d’un bidentale in forma di tempio monoptero.
Avverrà poi che si trovi nelle opere de’ romani scrittori scambiata la parola puteale perfino per tribunale, leggendosi anzi in Orazio:
Ante secundam
Roscius orabat sibi adesses ad puteal cras[234].
Di ciò fu causa che il più antico puteale costruito nel Foro di Roma nell’anno 559 di sua fondazione dal pretore Sempronio Libone; questi avendo stabilito il proprio tribunale presso tale monumento, divenne codesto il punto di riunione degli oratori, ed avendone i suoi successori imitato l’esempio, puteale divenne ben presto sinonimo di tribunale.
È curioso che anche nella mia Milano, ne’ tempi scorsi e fino al nostro secolo, si avessero a raccogliere intorno al Pozzo di Piazza Mercanti legulei e faccendieri legali, a trattazione d’affari ed a ricevimento di volgari clienti, sì che avesse poi ad invalere nel comune linguaggio l’ingiuria a cattivo o tristo avvocato di chiamarlo avvocato del pozzo. Oggi invece il nostro Pozzo di Piazza Mercanti è modesto convegno de’ poveri fattorini di piazza.