NOTE:

[1]. Saturn. I, 1.

[2]. Pompeja. Pag. 136.

[3]. Pag. 9.

[4]. Sat. 6:

O villa, e quando io rivedrotti?

Trad. Gargallo.

[5]. Lib. 3. 22:

Terra nata dell’armi all’alta gloria

Non al crudo terror.

Trad. Vismara.

[6]. Ann. 2-14. «Quelle targhe e pertiche sconce de’ barbari fra le macchie e gli alberi non valere, come i lanciotti e le spade e l’assettata armatura. Tirassero di punta spesso al viso.» Tr. di Bernardo Davanzati.

[7]. Lib. IX, 5.

[8]. Tit. Liv., lib. XXXV, 2 e 23.

[9]. Rosini, Antiquit. Roman. Lib. X, cap. 4.

[10]. Lib. VII, cap. 4.

[11]. Plin. Nat. Hist., lib. X, 5.

[12]. Sc. II. 16. — «Osserva dapprima qual regime abbiano gli eserciti nostri, quindi qual fatica e quanta cibaria portino in campo per mezzo mese ed attrezzi d’uso; perocchè il portar il palo, lo scudo, il gladio, e l’elmo i nostri soldati non contino nel peso, più che gli omeri, le mani e le altre membra, afferman essi le armi essere le membra del soldato, le quali così agevolmente portano, che dove ne fosse il bisogno, gittato il restante peso, potrebbero coll’armi, come colle membra proprie combattere.»

[13]. Ep. 57.

[14]. Nelle nostre provincie, massime nella Bresciana, esiste un pane dolciato che si chiama bussolà, dal bucellatum romano, ma il bucellatum, come esprime il nome, era nel mezzo bucato, onde portarlo all’uopo sospeso o infilzato, viaggiando, sull’asta.

[15].

Ed aste scisse in quattro parti, e pali

Acuminati.

Georgica II, v. 25.

[16]. Hist. Rom. Lib. XXVII.

[17].

Movendo aquile, insegne, aste latine

Contro latine insegne, aquile ed aste.

Lib. I. v. 7. Trad. del conte Franc. Cassi.

[18].

Eran di fieno: ma quel fieno istesso

Da ciascun riscotea tanto rispetto,

Quanto l’aquila tua ne esige adesso.

Si stava in cima a lungo palo eretto

Un manipol di fieno, onde di fanti

Certo drappel manipolar fu detto.

Trad. di G. B. Bianchi.

[19]. Tacito, Ann. XV. 29.

[20]. Svetonio, In Vespasianum, 6.

[21]. Lib. I. 43.

[22]. De Bello Jugurt. LXV.

[23].

«La tessera dà il segno

Ove di guardia scritte son le veci.»

Lib. X.

[24]. Just. Lips. De Milit. Rom. v. 9.

[25]. Lib. IV. II. 79:

Or del tardo pastore entro le mura

La buccina risuona.

[26]. Lib. XI. 475:

E già la roca

Tromba ne va per la città squillando

De la battaglia il sanguinoso accento.

Tr. Annibal Caro.

[27].

Non la tuba diretta e non il corno

Di ricurvo metal.

[28]. v. 734:

Con il corno ricurvo

Il richiamo squillò e il lituo adunco

Colla stridula voce i suoni emise.

[29]. Thebaid. 2. 78;

S’udian per tutto rimbombare i vuoti

Bossi e di bronzo i timpani sonanti.

Trad. di Selvaggio Porpora,

pseud. del Cardinal Guido Bentivoglio.

[30]. Dion. d’Alicarn. II, 73.

[31]. Servio, X, 14.

[32]. Vol. I, cap. III.

[33]. Trad. di Felice Bellotti.

[34]. Così Cicerone nel Lib 2, Divin, 34: Attulit in cavæ pullos, is qui ex eo nominatur pullarius.[35]

[35]. «Portò nel sotterraneo i polli, quegli che per tale officio dicesi appunto pullario.»

[36]. Varie iscrizioni lo attestano. Grutero riferisce sotto il n. 557, 6, la seguente. M. Pompejo, M. F. Ani. Aspro, 7 Leg. XV Apollinaris Alimetus Lib. pullarius fecit. E Muratori sotto il n. 788, 4, la seguente: L. Avillius L. F. Asperinus pullarius Leg. VI Claudiæ.

[37]. «Non aver egli abbastanza atteso, per avviso de’ pullarii, agli auspicii.»

[38].

Lega le curve mura una corona

Fortificata.

[39]. Lib. III, 7. «Con duplice corona di fanti circondano la città e pongono una terza fila di cavalleria esternamente.»

[40]. De Architect. lib. X, c. 15.

[41]. Lib. 20. «In questa persuasione il soldato percuoteva con l’asta lo scudo, facendo grande strepito, quasi un sol uomo approvava i detti ed i fatti.»

[42]. In Grecia questo inno sacro del trionfo appellavasi θρίαμβος. Diodoro Sic. IV, 5.

[43]. Virgil. Æneid. 6. 670.

[44]. De laudib. Stilic. III. Così traduco:

Degli antichi nel campo era costume

Cinger di quercia glorïosa il fronte

Del valoroso che fugato avesse

Il suo nemico e un cittadin caduto

Sottratto avesse a inevitabil morte.

[45]. Silius Italicus, Lib. XIII:

Abbi l’onore, o vincitor, cingendo

Le tempia tue della mural turrita

Corona.

[46]. Elegia, Lib. I, 153:

A te, Messala, e sovra il mare e in terra

Pugnar s’addice, onde le spoglie mostri

La casa tua dei debellati in guerra.

[47]. Plutarco in Marcello.

[48]. Trist. IV. 11, 20:

Leggerà dunque ne’ trionfi il popolo

I vinti capitan, le città prese.

Tr. di P. Mistrorigo.

[49]. Idem, ibid.:

Vedrà carchi di ferri i re precedere

A’ destrier coronati e baldanzosi.

[50]. Tibullo, Lib. 1. Eleg. 8:

. . . . lo porterà l’eburneo cocchio

E gli aggiogati candidi cavalli.

[51].

E mentre tu, vivi! Trionfa! esclami;

Tutti ripeterem: Trionfa! Vivi!

E arderemo odorosi timiami

A fausti Divi.

Lib. IV. 2, Trad. Gargallo.

[52]. «A te, o Giove Ottimo Massimo, e a te Giunone regina, e a voi dii tutti custodi e abitatori di questa rocca, volonteroso e lieto io rendo grazie, e supplichevole, prego perchè, salva meco in questo giorno per le mie mani la Romana Repubblica e ben sostenuta, abbiate a conservarla eguale, siccome fate, a favorirla e proteggerla benigni.» Rosini. Antiqu. Rom. Lib. X. Cap. XXIX.

[53]. Cicero. In Verrem.

[54]. Lib. 2. c. 8.

[55]. «Sancirono i nostri maggiori pertanto che dove un reato militare si fosse da molti commesso, si dovesse castigare a sorte in alcuni, acciò il timore a tutti, la pena a pochi toccasse.» Orat. pro Cluentio.

[56]. «Il tribuno prendendo la bacchetta, lievemente toccava il condannato. Allora quanti trovavansi nel campo, chi con bastoni, chi con sassi lo uccidevano.»

[57]. Vitruv. VI, 7, 5. A. Gell. XVI, 5.

[58].

Il vestibolo ancora è per mia idea

Detto da Vesta: invochiam lei venuti

Quivi, che i primi tien luoghi tal Dea.

Fastorum, Lib. VI. Trad. G. B. Bianchi.

[59]. «Parato prega sia fatto Pansa edile.» Altri invece tradussero: Parato invoca Pansa edile. Colla prima versione ch’io pongo potrebbe rovesciarsi la supposizione generalmente fatta colla seconda, che, cioè, la casa appartenesse a Pansa, e farla ritenere invece, come vorrebbe Marc Monnier, di Parato, perchè non sarebbe credibile allora che Parato siasi recato a esprimere il proprio voto precisamente sull’uscio di Pansa: questi almeno per pudore non lo avrebbe permesso. Ma l’opinione di Monnier sarebbe tolta, se fosse vero ciò che qualche archeologo sostenne che Paratus fosse sinonimo di institor o dispensator, dello schiavo, cioè, incaricato della vendita delle derrate del padrone. Non saprei in tal caso con quale autorità di scrittura antica avvalorare quest’ultima pretesa.

[60]. «Fabio Euporio capo de’ liberti, invoca l’edile Cuspio Pansa.» Pomp. Antiq. Hist. 1. 109.

[61].

Già mi fan da padroni i miei vicini,

E quanto in casa mia si fa, per entro

Dell’impluvio mi guardano.

Att. II. ist. 2.

[62].

E questa Dea, che chiamiam Vesta, credi

Esser null’altro che la fiamma viva.

Fast. Lib. VI, 291. Tr. G. B. Bianchi.

[63].

Non han Vesta, nè il foco effigie alcuna.

Id. Ibid. v. 298.

[64].

«Ha più vigore il rinnovato foco.»

v. 143.

[65].

O, disse, infelicissimo consorte,

Qual dira mente, o qual follia ti spinge

A vestir di quest’armi? Ove t’avventi

Misero? Tal soccorso e tal difesa

Non è d’uopo a tal tempo: non s’appresso

Ti fosse anche Ettor mio. Con noi piuttosto

Rimanti qui. Che questo santo altare

Salverà tutti: o morrem tutti insieme.

Lib. II, 523-528. Tr. Caro.

[66]. In Æneid. Lib. III, 134. Vedi Æneid. IX, 259 e V. 744.

[67]. «Ciascuno faccia i sagrificj secondo il proprio rito.» — De Lingua Latina, VII, 88.

[68].

... Non più ci vuol di tanto

A far che Trebio e rompa il sonno, e corra

Con le corregge penzolon, temendo

Che al baglior delle stelle, o sin da l’ora

Che dal pigro Boote il freddo plaustro

Ricircolando volgasi, l’intera

Salutatrice turba abbia già tutto

Del salve mattutin l’orbe compiuto.

Sat. V. 19-23. Tr. Gargallo.

[69]. Lib. VII, 23.

[70]. «Acciò un luogo più recondito non desse adito alla licenza».

[71]. Satyricon XXVIII: «Questi, disse, è Menelao, presso il quale appoggiate il gomito.»

[72]. Adelph. Att. II. sc. 5:

Stender per noi comanda i letticciuoli

Ed apprestar ogn’altra cosa.

[73]. Epist. Lib. I. X. 22:

Pur tra recinto di colonne fassi

Fronteggiar bosco, e lodasi magione,

Che a l’occhio apre di campi ampio prospetto.

Trad. Gargallo.

[74]. «Dinnanzi al crittoportico c’è un sisto olezzante di viole. Il calore del sol che vi batte è accresciuto dal riflesso del crittoportico, il quale come mantiene il sole, così vi scaccia e mantiene i venti boreali; e quanto è il caldo che si ha sul davanti, tanto è il fresco che si gode di dietro. Esso arresta del pari i venti australi, e così rompe e doma i venti più opposti, gli uni da un lato, gli altri dall’altro. Ameno nel verno, lo è ancor più nella state. Poichè prima del mezzogiorno, il sisto, dopo di esso lo stradon gestatorio e la vicina parte dell’orto sono confortati dalla sua ombra, la quale, secondo che cala o cresce il giorno, qua e là cade or più corta, or più lunga. Lo stesso crittoportico non è mai tanto privo del sole, quanto allora, che il più cocente raggio di esso cade a piombo sovra il suo colmo. Oltre a ciò per le aperte finestre vi entrano e giuocano i zefiri; nè il luogo è mai molesto per un’aria chiusa e stagnante.» Epist. Lib. II. 17. Trad. Paravia.

[75]. Liv. XXXIX. 14.

[76]. Vol. secondo. Puntata 18.ª, pag. 347.

[77]. «A Marco Lucrezio Flamine di Marte, Decurione in Pompei.»

[78]. È ben inteso che qui si parla del diritto più antico: in seguito queste leggi si vennero modificando ed erano già da tempo mutate quando a Pompei toccò l’estrema rovina.

[79]. Fustel de Coulanges: La Cité Antique, Liv. II, ch. 1.

[80]. Vedi Aulo Gellio IV, 3, Valerio Massimo II, 1, 4, e Dionigi d’Alicarnasso II, 25.

[81]. Governo degli Spartani.

[82]. In Solone, 20.

[83]. Cantù. Stor. degli Italiani. Vol. I. Cap. XXIII.

[84]. Liv. II, La Famille, Chap. II, Le Mariage, Pag. 43. Paris. Librairie Hachette e C. 1872, 4.me edit.

[85]. Lib. III, 3, 38.

[86]. Questioni Romane, 50.

[87]. Notti Attiche.

[88].

Niun merito è dunque, o misleale,

Nïuno, o ingrato, che da me ti nasca

O bimba, o figliuolin? La gioja intanto

De l’educar, e imprimer su’ registri

Le prove d’uom prolificante, è tua.

L’uscio inghirlanda, sei papà; ti ho dato

Incontro a’ detrattor scudo e cimiero.

Di padre i dritti hai già; se’ scritto erede

Per me: d’ogni legato or se’ capace,

E di fiscal caducità ti ridi.

Beni ancor giungerai molt’altri a questo,

Di tre se arrivo il novero a fornirti.

Sat. IX, v. 82-90. — Tr. Gargallo.

[89]. Lib. II, epig. 92.

[90]. Epistolar. C. Plinii Cæcilii Secundi. Lib. X. ep. XCVI. Ediz. Venezia, Tip. Antonelli.

[91]. «Fu consuetudine presso gli antichi che colui il quale passasse in altra famiglia, avesse prima ad abdicare a quella nella quale era nato.» Ad Æneid. 11. 156.

[92]. Perdita delle cose sacre.

[93]. Detestazione delle cose sacre. XV. 27.

[94]. Top. 6.

[95]. De Legibus, 11, 8.

[96]. Id., ibid. 11.

[97]. Sat. V, 289 e segg.

— Olà! quel servo in croce. — E per qual fallo?

Chi accusa? chi testifica? Rifletti;

Non tardasi mai troppo, ove si tratti

Della morte d’un uomo. — È uomo un servo?

Sciocco! È innocente? E sia; io così voglio,

Così comando; il mio volere è legge.

Trad. Gargallo.

[98]. De Re Rustica. XII. 1. 2.

[99]. «L’ingiuria fatta anche allo schiavo non si deve dal Pretore lasciare inulta.»

[100]. Lib. VI, 39:

.... che la testa ha aguzza e in moto

Tien sempre i lunghi orecchi al par d’un asino.

Trad. Magenta.

[101]. De Clementia I, 24.

[102]. Milano. E. Daelli e C. 1863 nella Biblioteca Rara.

[103]. Oraz. Sat. 11. 6. 66; Ovid. Fast. 11. 631; Petronio, Satyricon, 60.

[104].

«Quest’opera non fe’ barbaro artiere

Mangiator di polenta.»

Plaut. Mostellaria. Act. 3, sc. 2 v. 14º.

[105]. Sat. II, 5, 79. Non raccapezzandomi sulla versione del Gargallo, mi provo io:

Parca nel regalar, della cucina,

Assai più che di Venere, curante

La gioventù si mostra.

[106]. Od. XIV. Lib. II. Ad Posthumum.

«L’erede tuo que’ cecubi

Dissiperà più saggio,

Che cento chiavi or serbano

Del sole ignoti al raggio.

Tal vin facendo scorrere

Pe’ pavimenti alteri,

Cui non spumeggi il simile

Ne’ salici bicchieri.»

Trad. Gargallo.

Orazio dice nelle cene dei Pontefici; Gargallo vi sostituisce i salici bicchieri. Il lettore s’avvede tosto che il traduttore ha mutato il pensiero del poeta, e la citazione, nella traduzione, non farebbe al mio caso. I Salii erano i dodici sacerdoti di Marte che custodivan gli ancili o scudi sacri, mentre i Pontefici eran bensì sacerdoti, ma sopraintendevan alla religione dello stato e alle cerimonie di essa.

[107]. Od. XXXVIII. Lib. I. Ad Sodales.

«.... compagni a Divi

Con saliari — cibi festivi

I pulvinari — tempo è d’ornar.»

[108]. «Son citaredi a’ pulvinari degli Dei ed a’ banchetti de’ magistrati.»

[109]. «Cesare dittatore nella cena del suo trionfo, distribuì anfore di vin Falerno nel banchetto e cadi di Chio. Lo stesso nel trionfo ispanico largheggiò Chio e Falerno. Al convito poi del suo terzo consolato diè vin Falerno, Chio, Lesbio e Mamertino.»

[110].

Qui i Romulei magnati e i trabeati

Cesare volle colle mille schiere

Che sedessero insieme a laute mense.

[111].

. . . . i cibi apprestansi

Alla tua mensa in aurei piatti accolti.

Trad. Magenta.

[112].

«Se i ricchi nappi onde l’Egitto abbella

I conviti di Roma, o quei che tinge

Partico fuoco d’iride sì bella.»

Lib. IV. Eleg. V. Trad. Vismara.

[113]. «Così crebbe il numero de’ versatili soffitti delle cene, che d’un tratto l’uno appresso all’altro succeda e si mutino tanti quante sieno le portate.»

[114].

Frugan costor per gli elementi tutti

Come appagar la gola; nè al capriccio

Mai d’ostacolo è il prezzo.

Tr. Gargallo.

[115].

A un pranzo u’ niun (temendone

L’ugne) il mantil recò;

Via la tovaglia Ermogene portò.

Ep. Lib. XII, 29. Trad. Magenta.

[116]. Æneid., lib. I, 703. — Il Caro poco fedelmente traduce:

. . . . Con Cerere a le mense

Gli aurati vasi e i nitidi canestri,

E i bianchissimi lini eran comparsi.

Avremmo avuto meglio serbato il costume d’allora se avesse tradotto:

Distribuiscon da’ canestri il pane

E recan le tovaglie, a cui fur rasi

I velli,

e avremmo appreso che le tovaglie potevan essere di pelli levigate; ma i traduttori soglion mirare più all’eleganza che alla precisione. Eppure, volgarizzando dall’antico, non si dovrebbe mai perdere di vista il concetto storico, pel quale anche i poemi diventano documenti di storia importanti. Giova il ripeterlo.

[117].

Piccanti rape e rafani e lattuche

Gli fean corona: intingoli che stuzzicano

Lo stomaco impigrito. Eranvi acciughe,

Carote ed acquerello di vin coo.

Serm. VIII. Lib. 2. Trad. Gargallo.

[118]. «Nè riporre speranza nell’antipasto, perocchè tutto ora ho soppresso: mentre per lo addietro soleva deliziarmi d’olive e delle tue salsiccie.»

[119]. Lucano vi allude nel verso:

Quippe bibunt tenera dulces ab arundine succos.

Però che bevan gli Indi

Della tenera canna i dolci succhi;

e Domiziano di queste canne di zuccaro ne fe’ gitto alla moltitudine fra tante altre squisite cose.

[120]. Tre furono gli Apicii e tutti celebri per la loro ghiottornia. Il primo visse al tempo di Silla; il secondo sotto l’impero di Augusto e Tiberio e fu il più famoso e venne celebrato da Giovenale, da Seneca e da Plinio; il terzo sotto Trajano e rinomato inventore del marinar le ostriche, delle quali mandava all’imperatore desideratissime giare, quando quest’ultimo trovavasi a guerreggiare tra i Parti. Tanto impose l’abilità degli Apicj, che i cuochi si divisero persino in Apicj ed Antiapicj, come trovasi menzionato in Plinio il Giovane.

[121].

D’Esopo il figlio insigne margherita,

Già di Metella da l’orecchio svelta,

In aceto stemprò, mille migliaja

Per bere di sesterzj in pochi sorsi.

Satira III. Lib. II. Trad. Gargallo.

[122]. «Sorbiva preziosissime perle liquefatte coll’aceto.»

[123]. «Nè bevon meno e coll’olio e col vino sfidano le forze, e giù cacciatili nelle svogliate viscere, lo rimettono per la bocca e rigettan col vomito tutto il vino.»

[124]. Negli archi, volgarmente detti Portoni di Porta Nuova di Milano, recentemente raffazzonati, veggonsi tuttavia incastrate due teste antiche con iscrizioni che leggonsi: Quintus Novellius Lucii filius Vatia sevir quæstor, Cajo Novellio Lucio filii Rufo fratri, che ricordano adunque la famiglia Novellio, cui appartenne quel gran beone.

[125]. Vedi nel I. vol. alle misure dei liquidi: il congio conteneva sei sextarii.

[126].

Mai col mantile Ermogene

A cena non andò;

Da cena col mantil sempre tornò.

Ep. Lib. XII. 29. Trad. Magenta.

[127]. De Arte Amandi. Lib. III, v. 207-212.

Quindi riparo alla figura offesa

Cercate, che non è per gli usi vostri

Inefficace l’arte mia. L’amante

Non miri apertamente i vasi esposti

Che l’arte ascosa giova alla beltade.

A chi non piaceria mirar sul volto

Stendere quella feccia, e lentamente

Cader pel peso suo nel caldo seno?

Trad. di Cristoforo Bocella.

[128]. Idem, Ibidem, v. 229.

Molte cose ignorar gli uomini denno,

Di cui gli offendon molte, se non copri

Ciò che fa d’uopo di tener celato.

Idem, Ibidem.

[129].

Fa che pensar possiam che dormi allora

Che tu ti adorni.

Idem, Ibidem, v. 225.

[130]. Ciniflones eran gli schiavi incaricati di tingere i capelli soffiandovi sopra determinate polveri, cinerarii quelli che riscaldavan nelle ceneri i calamistri o ferri da arricciare: calamistri appellavansi anche gli schiavi che usavano di quel ferro per arricciare; psecas finalmente le schiave che profumavano i capelli e li ungevano d’olj odorosi.

[131]. Idem, Ibidem, 163-166.

Con le Germanich’erbe asconder puote

La donna la canizie, e può con l’arte

Miglior del vero altro cercar colore.

Vanne la donna con la chioma folta

Per i compri capelli, e col denaro,

In mancanza de’ suoi, compra gli altrui.

Idem, Ibidem.

[132]. Discerniculum era il pettine che si usava per far la divisa dei capelli sin giù alla fronte.

[133]. Ex Ponto, III: 3, 51:

Io la scrissi per quelle, a cui l’onesta

Chioma non è dentro la benda inserta,

Nè lunga giunge infino al piè la vesta.

Trad. di G. B. Bianchi.

[134]. Lib. I, v. 31:

Gite lungi, o Vestali, e voi matrone,

Che i piè celate sotto lunga veste.

Trad. Cristoforo Bocella.

[135].

Epid. Come leggiadramente era vestita

E dorata e fregiata! e che eleganza!

Qual novità!

Perif. Di che mai si vestiva?

Forse della regilla o di mendicula

Impluvïata, come queste danno

Nome alle loro vestimenta?

Epid. Come,

Va d’impluvio vestita?

Perif. E maraviglia

Questo ti fa? E non van molte intorno

Di terre adorne?

[136]. Epidicus, act. 2, sc. 2, v. 45-50.

Nuovi nomi al vestir trovano ogn’anno:

E la tonaca valla e quella spessa,

E il linteolo cesicio e l’indusiata,

La patagiata, callula, crocotula,

Il suppar, la summinia, oppur la rica,

L’esotico, il basilico, il cumatile,

Il melino, il piumatile o il cerino

E dal cane perfin tolgono il nome

A prestanza.

Epid. E qual mai?

Perif. Quel di laconico.[137]

[137]. Infatti v’eran certi cani detti Lacones o Laconici, come ce lo apprende Orazio nell’Ode 6 degli Epodi:

Nam qualis aut Molossum aut fulvus Lacon.

Era la laconica un genere di veste assai succinta. Lo stesso Orazio rammenta la Laconicas purpuras, 2, Od. 18.

[138]. Sat. V, v. 30:

Ratto che paventoso abbandonai

La custode pretesta, ed ai succinti

Lari la borchia puëril sacrai.

Tr. Vinc. Monti.

[139].

Certamente è codesta effeminata

Moda il portar la tonaca dimessa.

. . . . . . . . . . . . . .

Vergogna a te, e femmina ti dico.

Pœnulus, Act V. Sc. V.

[140]. De Re Rustica 3, 13: «Quando mi trovava presso Ortensio nel territorio di Laurento, comandò venisse Orfeo, il quale essendosi presentato in lunga ruba (stola) e colla cetera, ed avendo ricevuto l’ordine di cantare, sonò la tromba, al cui suono fummo tosto circondati da sì grande quantità di cervi, di cinghiali e di altri quadrupedi, che tale spettacolo non mi parve men bello di quello che danno gli Edili nel grande circo, quando si fanno le cacce, ma senza pantere.»

[141]. «I Campani gente molle e libidinosa.» Trinummus, Act. II, sc. 4, v. 144.

[142]. Satira VI, v. 130.

[143]. Carmen XVI. Ad Aurelium et Furium. Traduco:

Che il costume del poeta

Sia pudico, a voi sol basti;

Ma i suoi versi nessun vieta

Ch’esser possano men casti.

[144]. V. 1 e 2. Thomas Moore, lavorò su di tale credenza, un leggiadrissimo poemetto Gli Amori degli Angeli, che il cavaliere Andrea Maffei recò in versi italiani.

[145]. Profezia di Osea. Capo 1 e 2: «Va prendi per moglie una peccatrice, e fatti dei figliuoli della peccatrice.» Traduzione di Monsignor Antonio Martini, del quale non è inopportuno riferire il commento: «Con questo straordinario comando fatto al santo Profeta di sposare una sordida donna, la quale era stata di scandalo nella precedente sua vita, il Signore prova ed esercita la pazienza e la ubbidienza di Osea e provvede alla salute spirituale di questa donna, e principalmente indirizza questo fatto profetico a rinfacciare a tutta Samaria il suo obbrobrio, ecc.» Non c’è più nulla a dire!

[146]. Osea. Cap. III. V. 1, 2: «Or il Signore mi disse.: Va ancora ed ama una donna amata dall’amico e adultera.... ed io me la cavai per quindici monete d’argento e un coro di orzo e mezzo coro di grano.» Trad. Martini, il quale, non si sgomenta punto del fodi eam e commenta che: per ritrarla dalla sua cattiva vita le dà il profeta quindici sicli d’argento ed il resto. E soggiunge: «Questa non è la dote con cui egli si comperi costei per sua moglie perocchè egli non la sposò, ma tutto questo si crede dato a colei pel vitto di un anno, e tutto questo messo insieme è sì poca cosa, che dimostra la vile condizione di essa e l’orzo serviva pel pane delle persone più meschine.»

[147]. Così Apulejo fa parlare la Dea stessa: «Io sono la natura, madre di tutte le cose, padrona degli elementi, principio dei secoli, sovrana degli Dei Mani, la prima delle nature celesti, la faccia uniforme degli Dei e delle Dee. Io son quella che governa la luminosa sublimità dei cieli, i salutari venti dei mari, e il cupo e lugubre silenzio dell’inferno. La mia divinità unica, ma multiforme, viene onorata con varie cerimonie e sotto differenti nomi. I Fenici mi chiamano la Pessinunzia, madre degli Dei; quelli di Creta, Diana Dittina; i Siciliani, Proserpina Igia; gli Eleusini, l’antica Cerere; altri Giunone, altri Bellona, ed alcuni Ecate. Evvi ancora chi mi chiama Ranunsia; ma gli Egizii mi onorano con cerimonie che mi sono proprie, e mi chiamano col mio vero nome, la regina Iside.»

[148]. Trattato del Sublime. Sezione X. pag. 25. Edizione Mil. 1822. Soc. Tip. de’ Classici Italiani.

[149].

Te mal tuo grado scuotere,

Buon Bassareo, non vo’,

Nè ciò che i sacri pampini

Celano, al dì trarrò.

Il frigio corno, e i timpani

Deh! frena, il cui fier eco

In noi di noi medesimi

Desta amor folle e cieco;

E con tropp’arduo vertice

Ne segue Orgoglio il metro

E sè di arcani prodiga,

Lucida più del vetro.

Trad. Gargallo.

[150].

LA VEGLIA DI VENERE

Inno

Chi non provò mai palpito

Finor d’affetto in core,

Doman lo dee dischiudere

Al più fervente amore.

Giunta è la primavera:

Cantiam, che s’apre intera.

In primavera a esistere

Incominciato ha il mondo:

Gli Amori ora s’accordano

In nodo più giocondo;

Melodïosi e belli

S’accoppiano gli augelli.

Dalle carezze, l’albero,

Delle pioggie feconde

Tutto dispiega il nobile

Onor delle sue fronde,

E degli Amor la Madre,

In fra l’ombre leggiadre

De’ bei boschetti splendere

Doman vedrem più bella

Intrecciar i tugurii

Di rami di mortella

E dal suo letto altero

Dione avrà l’impero[151].

CORO

Chi non provò mai palpito

Finor d’affetto in core,

Doman lo dee dischiudere

Al più fervente amore.

Le spume dell’oceano

Fecero in tal stagione

Nascer, commiste al sangue

Di un’immortal, Dïone,

Del mar tra i numi fieri

E i bipedi corsieri.

CORO

Chi non provò mai palpito

Finor d’affetto in core,

Doman lo dee dischiudere

Al più fervente amore.

L’anno ella tinge in porpora,

Veste di fior smaglianti,

Delle sue poppe, turgide

Pei soffii fecondanti

Di Favonio, ogni dove

Soave il latte piove.

Versa le stille roride

Della notturna brezza,

Tremule a lei le lagrime

Brillano per grossezza,

E sembra ognor che cada

La goccia di rugiada.

Ella i color purpurei

Dona al pudico fiore,

Spremuto in ciel da’ limpidi

Astri il notturno umore,

Le verginali spoglie

Alla diman gli scioglie.

S’accoppieran le vergini

Rose al suo forte grido,

Dal sangue già di Venere,

Dal bacio di Cupido

Nata e di sol vestita,

Di fiamma e margarita.

Il suo rossor che ascondere

Vuol nella veste, ontosa,

L’invido nodo a sciogliere

Più non sarà ritrosa:

Sposa ella pur fra poco

Il mostrerà di fuoco.

CORO

Chi non provò mai palpito

Finor d’affetto in core,

Doman lo dee dischiudere

Al più fervente amore.

Per lei le ninfe volgono

Al bosco di mortella;

Un bel fanciul le seguita:

Se avesse le quadrella,

Voi non lo credereste

Partecipe alle feste.

Ite, o Ninfe, nell’ozio

Amor l’armi depose:

Inerme e ignudo mostrasi.

Siccome a lui s’impose,

Perchè l’arco non tenda,

Nè colta face offenda.

Pur rimanete in guardia,

O Ninfe, al vostro core;

Senz’armi ancor, bellissimo

Come le avesse, è Amore

E allor non vale scudo

Se si presenta ignudo.

CORO

Chi non provò mai palpito

Finor d’affetto in core.

Doman lo dee dischiudere

Al più fervente amore.

Simili a te, noi vergini

Venere a te c’invia,

Noi ti preghiamo, o Delia

Vergine, acciò non sia

Brutta la sacra selva

Da sangue mai di belva.

Solo di questo supplici

Noi ti moviam preghiera;

Ella medesma a chiederlo

Verrebbe lusinghiera;

Se a vergin fia decente,

Qui ti vorria presente.

Per tre notti continue

Gli spensierati cori,

Scelti fra tanto numero,

Coronati di fiori,

Correr vedresti lieti

Pe’ tuoi boschi e mirteti.

Qui saran Bacco e Cerere

E de’ poeti il Dio:

Noi veglierem tra i cantici,

Se tale è il tuo desio:

Dïone alle foreste

Regni, o Delia celeste[152].

Ella si elesse il seggio

Sovra de’ fiori iblei,

Recinta dalle Grazie,

Darà i responsi bei;

Ibla, dà tutti i tuoi

Fior che produci a noi[153].

Ibla la veste spoglia

De’ fior che son tua cura

Per quanto lunga estendesi

Dell’Enna la pianura:[154]

Qui saran forosette

E montanine schiette.

Quante ninfe soggiornano

Bosco, foresta o fonte,

La Madre dell’Aligero

Nume le vuol qui pronte.

Vuol che, se nudo incede,

Si neghi a Amor la fede.

CORO

Chi non provò mai palpito

Finor d’affetto in core,

Doman lo dee dischiudere

Al più fervente amore.

Fia che dimani irradii

Del suo sorriso amico

I nuovi fiori e l’Etere

Sposo alla terra antico,

Che colle nubi ognora

Paterne le ristora.

Si scioglierà benefica

In sen dell’alma sposa,

Onde nell’ampie viscere

La vita rigogliosa

S’agita, si commove

A creazioni nove.

Dell’universo Venere

Col soffio suo possente

Entro le vene penetra

E n’occupa la mente;

Procreatrice eterna,

Il mondo ella governa.

Ella pei campi eterei,

In terra, al mare in fondo

Il creator suo spirito

Infonde ovunque, al mondo

Obbedïenti addita

Le sorgenti di vita.

CORO

Chi non provò mai palpito

Finor d’affetto in core,

Doman lo dee dischiudere

Al più fervente amore.

Ella portò nel Lazio

I Trojani Penati,

Di Laurento la vergine

Del figlio univa ai fati.

Lei dal suo tempio tolse

Che sposa Marte accolse.

Diè alle Sabine vergini

I Romulei mariti,

Onde i Ramnesi uscirono,

Uscirono i Quiriti,

Di Romolo la gente

E Cesare possente.

CORO

Chi non provò mai palpito

Finor d’affetto in core,

Doman lo dee dischiudere

Al più fervente amore.

Sentono i campi Venere,

Voluttà li feconda:

Ebbe tra i campi il figlio

Di Dion culla gioconda

E crebbe ai delicati

Baci de’ fior’ più grati.

CORO

Chi non provò mai palpito

Finor d’affetto in core,

Doman lo dee dischiudere

Al più fervente amore.

Tutti si legan gli esseri

Col vincolo d’imene:

Sulla giovenca spingesi

Il toro, ed ecco viene

Mosso da questa legge

Lungo i ruscelli il gregge.

Vuole la Dea dispieghino

Gli augelli i loro canti,

Per le paludi stridono

I cigni e i proprii vanti

Moduli invidïata

Di Terëo la cognata[155].

La voce sua melodica,

Sarà d’amore invito,

Nè la sorella piangere

S’udrà pel reo marito:

Taccio al canto gentile,

Finchè verrà il mio aprile.

Come la rondin garrula,

Allor canterò anch’io,

Onde la Musa arridami

E l’Eliconio Dio;

Però che già Amiclea[156]

Sè col tacer perdea.

CORO

Chi non provò mai palpito

Finor d’affetto in core,

Doman lo dee dischiudere

Al più fervente amore.

[151]. Tradussi Dione, come nel testo: forse più giustamente dovea dire Dionea, da Dione che Omero dà per madre a Venere. Esiodo la dice figlia dell’Oceano e di Teti, e fa nascere Venere dalle spume del mare.

[152]. Delia, soprannome di Diana, dall’isola di Delo, ove era nata. Vedi Virgilio, Eglog. 3, v. 67.

[153]. Ibla, monte della Sicilia, celebre per lo squisito miele che vi si raccoglieva. Due città sicule portavano questo nome, Hybla major e Hybla parva, sulla costa orientale, le cui rovine veggonsi tuttavia in riva al mare. I colli che la circondano, lungo il fiume Alabus, sono in tutte le stagioni coperti di fiori, di piante odorifere, di timo e di sermolino, d’onde le api traggono anche presentemente il più squisito miele. Già induce a credere che il miele d’Ibla, tanto vantato dagli antichi, fosse raccolto presso d’Ibla la piccola.

[154]. Enna, città in luogo eminente in mezzo della Sicilia. Le praterie dei dintorni, inframmezzate da limpidi ruscelli, indorse di sempre verdeggianti boschi e di fiori odorosi, erano considerate come il soggiorno prediletto di Cerere. Fu in quella bellissima campagna che venne rapita la di lei figlia Libera, più nota sotto il nome di Proserpina.

[155]. Tereo, dice la Mitologia, fu re di Tracia, figliuolo di Marte e della ninfa Bistonide. Ebbe per moglie Progne, figlia di Pandione re di Atene, la quale dopo alcun tempo, mostrò desiderio di rivedere la propria sorella Filomela. Tereo per compiacerla si recò in Atene, ed ottenne da Pandione che lasciasse partire secolui Filomela; ma invaghitosene cammin facendo, la violò in una casa pastoreccia, ed affinchè non palesasse il suo delitto, le tagliò la lingua facendo credere alla moglie che la sorella era morta in mare. Filomela giunse però a poter disegnare sopra una tela la sua disgrazia, e la fe’ poscia per mezzo d’una fantesca a Progne pervenire. Questa trasse astutamente la sorella dal luogo ov’era rinchiusa e seco la condusse nella reggia; indi per vendicarsi, prese il bambino Iti, partorito da Filomela, e dopo di averlo ridotto in pezzi, li diè a mangiare al padre. Tereo di ciò avvedutosi, prese ad inseguire con isguainato brando le due sorelle, le quali furono dagli Dei per compassione trasformate Progne in rondine, Filomela in usignuolo, Iti in fagiano e Tereo in upupa. — Vedi Ovid. Met., lib. 6. Mitologia di tutti i Popoli. vol 6.

[156]. Amiclea od Amicla, città antica italiana, che dissero fabbricata dai compagni di Castore e Polluce, i cui abitanti astenevansi da ogni nutrimento animale. Furono distrutti dai serpenti, de’ quali abbondava il suo paese. Erano grandi osservatori del silenzio, onde taciti li chiamò Virgilio: Tacitis regnavit Amiclis (Æneid. lib. 10, v. 565) e qui pure nel Pervigilium vien designata Amicla d’essersi perduta col silenzio: forse non avendo invocato soccorso a tempo quando era devastata dai serpenti.

[157].

A placarla con suppliche voi chiama

Tutte il dover: dipendon dal suo nome

E onestade e bellezza e buona fama.

Tr. G. B. Bianchi.

[158]. Vedi nel Vol. I. il Cap. VIII. — I Templi, dove si parla di quello di Iside.

[159]. «De’ ladri e degli augei vigil custode.»

[160]. N. 176 del Catalogo del Museo Nazionale di Napoli, Raccolta Pornografica. — Napoli, 1866. Stabilim. Tip. in S. Teresa.

[161]. Arditi, Il Fascino, pag. 45, nt. 2.

[162]. Vol. II. Cap. XII, p. 106-113. Milano, 1873. Presso Felice Legros, editore.

[163].

Omai palesi della Buona Dea

Fansi gli arcani, allor che il flauto i lombi

Comincia a stuzzicar: del corno al suono,

Del vino all’estro, di Priapo attonite

Le Menadi, rotondo il crin, volteggiano.

Oh quanta allora in que’ cervelli accendasi

Libidinosa rabbia! Oh con qual impeto

Guizzano, scoppian, s’agitan, vociferano!

Del vecchio vin che bevvero, qual circola

Acre vapor nel trasudante femore.

Sat. VI, v. 314-319.

[164]. V. 346-49:

Ed or qual ara del suo Clodio è priva?

Vecchi amici, a l’orecchio il nostro avviso,

Già datomi una volta, ancor mi sona:

Chiudila, custodiscila. — Benissimo,

Ma de’ custodi chi sarà il custode?

[165].

. . . . a poco a poco

Te aggregheranno del bel numer uno

Quei che accerchian la fronte in lunghe bende,

E tutto avvolgon di monili ’l collo.

Ne’ penetrali lor, con ampie tazze

E ventraia di tenera porcella

Placan la Bona Dea. Ma quelle soglie,

Con rito inverso, or non avvien che tocchi

Piè femminile: a’ soli maschi l’ara

Apresi de la Dea. Lungi, o profane!

Alto s’intona; no, che qui non geme

Tibia ispirata da femmineo labbro.

Tal’orgie i Batti usar fra tede arcane

Solean, stancando l’Attica Cotitto.

Id., Ibid. Trad. di Gargallo.

[166].

. . . Via, fuori

. . . . qual vergogna! S’alzi

Da l’equestre cuscin, chi non possiede

L’equestre censo; e de’ mezzan d’amore

Vi sottentrino i figli, in qual sia chiasso

Nati pur sien. Costinci applauda il figlio

Del grasso banditor tra la ben nata

Da’ rezïari giovinaglia, e quella

Degli accoltellatori.

V. 153-158. — Tr. Gargallo.

[167].

È vecchia usanza, o Postumo, ed antica

Far cigolar gli altrui letti, e il santo

Genio schermir che a talami presiede.

V. 21-22.

[168].

Lascio i parti supposti, i gaudi, i voti

Spesso appagati dal Velabro. Oh quante

Volte raccolti son dalle sue fogne

Gli ignoti bimbi, sul cui falso corpo

Nome di Scauri apponsi, e poi ne ottiene

Suoi pontefici Giove, i salî Marte.

Capricciosa fortuna ivi la notte

A que’ nudi bambin volteggia intorno,

E con l’alito suo tutti gli scalda,

E in grembo se li avvolge. Allor tra gli alti

Palagi li dispensa, e ne prepara

Segreta farsa a sè: l’amor son questi,

Questi son la sua cura; e che sien detti

Figli delle Fortuna ella gioisce.

Sat. VI, vv. 602-609.

[169]. «Nei quadrivii e ne’ chiassi.» Carmen LVIII, Ad Cœlium.

[170].

Amo ed odio insiem, se chieda

A me alcun come succeda?

Io l’ignoro, eppure il sento

E ne provo un gran tormento.

Carmen LXXXV. — Mia trad.

[171].

Iam ne exciderunt vigilatis furta Suburræ

Et mea nocturnis trita fenestra dolis?

Per quam demisso quoties tibi fune pependi,

Alterna veniens in tua colla manu.

E già i bei furti di Suburra e il caro

Trescar notturno, e il mio

Balcon per te socchiuso, agli altri avaro,

Ti caddero in obblio?

Il mio balcon, d’onde alla fune appesa

Spesso vêr te calai,

E con alterna delle mani offesa

Al collo tuo sbalzai?

Trad. Vismara.

[172].

Pria della mensa è poca cosa assai,

Ma il vin le dona mille grazie e mille.

[173].

Bianca e fredda a veder, ma tra i bicchieri

Un di goderne, un di sfidarne ha petto.

Trad. Vismara.

[174].

Non più vezzoso ad occhieggiar qual fai,

O fra i spettacol’ del lascivo Foro,

O sul passaggio di Pompeo n’andrai.

E d’ora innanzi non ti dar la pena

Di torcer suso il collo agli alti scanni[175]

Ne l’affollata teatrale arena.

Nè per la via farai fermar lettica

O aprir portiera onde ficcarvi il capo

E parlottar colla passante amica.

Ma pria di tutto fuor di casa, fuori

Ligdamo, fonte d’ogni mal; si venda,

E con i ferri ai pie’ serva e lavori.

[175]. Dissi già nel capitolo de’ Teatri come le cortigiane fossero nel quattordicesimo gradino del teatro, citando all’uopo il Satyricon di Apulejo.

[176]. Amorum, Lib. III. Eleg. XV:

Madre di amori teneri,

Cerca novel poeta.

Trad. di Francesco Cavriani.

[177].

Che vidi incauto? perchè i fati vollero

Che arcana colpa il guardo mio scorgesse?

Vide a caso Atteone ignuda Cinzia;

Pur de’ suoi cani pasto egli è rimaso.

Trad. di Paolo Mistrorigo.

[178]. Sopra la Vita di Publio Ovidio Nasone, Discorsi. Discorso I.

[179].

Punito io son, chè un turpe fatto videro

Gli incauti occhi; son reo che gli occhi ebb’io.

Trad. di Paolo Mistrorigo.

[180].

Versi ed error, due colpe mi perdettero.

Id., Ibid.

[181]. Fu Sotade poeta di Tracia, che scrisse in verso ogni sorta di libidini, e sembra che scrivesse in quel genere che i Francesi chiamano poesie fuggitive e che in latino diconsi commatæ, cioè incise, spartite. Così le chiama Quintiliano; e pare che a’ tempi di lui fossero conosciute, perciocchè egli proibisse agli istitutori di parlarne a’ giovinetti. Intitolavansi quelle poesie del poeta Sotade Cinaedos, per cui Marziale lo chiama Cinedo, ed altri chiama Jonico quel poema, giacchè l’epiteto di jonico davasi a tutto ciò ch’era molle e lascivo. Visse questo poeta a’ tempi di Tolomeo, che il fece gittare in mare entro una cassa di piombo.

[182]. Molti de’ carmi di Catullo tengo da me volgarizzati inediti; epperò mi valgo sempre per questo poeta della mia traduzione non edita per anco.

Donna non fu che tanto

Amata fosse, come or tu da me;

Nè mai servata, quanto

Da me lo fosse, la giurata fè.

Lesbia, or tu m’hai condotto,

Fossi pur buona, a più non ti stimar:

Nè, s’anco più corrotto

Tu avessi il cor, ti lascerò d’amar.

[183].

Abbastanza io fui la favola

De le mense scioperate,

E di me ciascun fe’ ridere

A sua posta le brigate.

Tr. Vismara.

[184]. Sat. 2, lib. I:

Facil Venere e pronta amo e colei

Che ti dice: fra breve; e fia maggiore

La voluttà, se partirà il marito.

Mi son sostituito nella traduzione al Gargallo, che questa volta non ho proprio capito che dir si volesse.

[185]. Sat. I. Lib. 11.

. . . . . Canidia, figlia

D’Albuzio, a’ suoi nemici erbe e veleno.

Tr. Gargallo.

[186]. «Irritabil genia quella dei vati.» Oraz.

[187].

Il diritto dei tre figli mi diede,

De’ miei studi poetici in mercede,

Chi potea darlo: addio consorte: vano

Il don sortir non dee del mio sovrano.

Trad. Magenta.

[188].

LA PROSTITUZIONE DELLE MUSE[189]

Or la misera fame, ed i sottili

Distillati veleni entro le dapi,

Tutto un popolo esangue e amici pingui

Per ricchi funerali, ed un impero,

Che sotto il nome della pace infinto,

Mollemente si solve e si consuma,

Quanto fa dir la nostra età la bella

Età dell’oro, canteran le Muse.

E canteranno i lagrimosi incendi

Della marmorea Roma[190], agli occhi loro

Vaghi sollazzi della negra notte,

Egregie gesta di colui che baldo

Dell’assassinio della madre esulta,

Che alle Furie materne altre ne oppone,

Alle serpi altre serpi, ognor la mano

Pronta a nuovi pugnali e di peggiori

Stragi a far tutto esterrefatto il mondo.

Canteranno esse scellerati carmi,

Oscene voluttà, sozzi imenei

D’un favorito della sposa infami[191],

Di Venere nefandi monumenti;

Nè l’onta proveran de’ loro canti

Le svergognate Muse, e di lor nome

Verginal, di lor fama immacolata

Fatte immemori adesso. Ah! via gittato

Ogni pudor, sotto color bugiardo

Di lor saver, prostitüir sè stesse,

E le figliuole dell’olimpio Giove

Sovra gli umani eccelse, ancor che nulla

Sentan necessità, fanno a vil prezzo

Di lor sacra persona empio mercato.

Esse al capriccio dei superbo Mena[192]

Piegan codarde, ovver di Policleto

Obbedïenti al cenno, anco beate

D’esigua lode, appassionate, ardenti

Delle recenti impronte, onde una fronte

Va maculata, o delle ree vestigia

Che lasciò la catena od il flagello

A un Geta[193], che da jer fatto è liberto.

Immemori, che più? del divo padre

E de’ numi cognati e dell’antico

Onor di casta e verginal pietate.

Oh dolor! Alle Furie e a mostri orrendi

Hanno eretto l’altare e i cenni impuri

Dell’ignobile Tizio[194] osano voci

Del Destino appellar: quanto ha l’Olimpo

Consacrarono all’Erebo; già templi

Osaron scellerati ergere ed are

Sacrileghe, e per quanto è di lor possa,

I cacciati dal cielo empi Titani

Tentan ripor nelle superne sedi

E stolto crede a’ loro accenti il mondo.

[189]. Con una sacra indegnazione e con maggior calore per avventura di Persio, Turno, vissuto sotto il regno di Nerone e vecchio sotto quello degli imperatori di casa Flavia, compose satire che quello imperante stigmatizzarono a fuoco. Vuolsi che le sue composizioni non publicasse finchè visse quel tiranno; ma se ciò fosse, sarebbe stato minore il suo coraggio, nè di lui avrebbe Marziale potuto dettare il seguente epigramma:

Contulit ad satyras ingentia pectora Turnus:

Cur non ad Memoris carmina? Frater erat.

Turno piegò l’ingegno suo sovrano

Al satirico stil: perchè di Memore

Non i versi emular?... Gli era germano.

Epigr. lib. XI, 11. — Tr. Magenta.

Da tal epigramma apprendiamo adunque che Turno fosse fratello di un Memore, poeta tragico, come nel precedente epigramma lo stesso Marziale lasciò ricordato:

Clarus fronde Jovis, Romani fama cothurni.

Del romano coturno illustro e cinto

Della fronda di Giove.

Id. ib. 10.

L’unico frammento rimasto delle Satire di Turno è, come dissi, codesto che traduco: taluni vollero perfino attribuirlo a Lucano, ma i più lo assegnano a Turno.

[190]. È chiara in questo verso l’allusione all’incendio di Roma avvenuto sotto il regno di Nerone, il quale ne fu ritenuto autore.

[191]. Son note le pazze e infami nozze di Nerone con Sporo, celebrate publicamente in Roma. Questo verso ricorda quello della Sat. II di Giovenale:

Dives erit, magno quæ dormit tertia lecto.

. . . . Sposa che in ampio letto

Terza a dormire adattisi, fia ricca.

V. 60. Trad. Gargallo.

[192]. Mena fu liberto e favorito del giovane Pompeo; fu vanitoso sino al ridicolo, e di sua perfidia andò famigerato nella guerra di Augusto e di Sesto Pompeo. Orazio lo berteggia in una satira. Morì nella guerra che Ottavio sostenne contro gli Illirii.

[193]. Geta è altro favorito, che eccitò sotto Nerone una sedizione a Roma. Di lui parla Tacito nel lib. II, cap. 72 delle Storie.

[194]. Tizio, cavalier romano, preposto a guardia di Messalina. Di lui pure fanno menzione gli Annali di Tacito lib. II, cap. 35.

[195]. Lib. VII, ep. 21.

[196]. Lib. VII, ep. 24.

[197]. Lib. XII, 18.

[198]. Études de moeurs et de critique sur les Poètes latins de la décadence. M. D. Nisard. Bruxelles 1834.

[199].

..... Ascondere

Con segni intelligenti

I lusinghieri accenti.

[200]. Cic. Pro Cælio. «Libidini, amori, adulterii, banchetti e commessazioni.»

[201].

I Bagni, i vini e Venere

Riducon l’uomo in cenere,

A’ mortali gradita

Fan nondimen la vita.

[202].

Vuoi tu forse ch’io segga in fra codeste

Prosede e avanzi d’Alicarie, amiche

A’ panattier’, sciupate e infette serve?

Pœnulus. Act. I, sc. 2, v. 53-55.

Noti il lettore come Plauto usi della parola scœno, invece di cœno, come dai Sabini si usava allora sostituire nella pronunzia la s al c. Così scœlum per cœlum, scœna per cœna. La medesima cosa si fa oggidì, in alcune parti d’Italia e massime in Toscana.

[203].

La Blitea è una sporca meretrice

La qual non pute che di vino.

[204]. Il comico latino che di queste femmine se ne intendeva, nella già citata commedia del Pœnulus non dimenticò la scorta diobolaria, che retribuivasi di due oboli, che è la stessa moneta del dupondium, e a siffatte sciagurate accenna pur Seneca nel Lib. VI Controversiarum, in quel passo: Itane decem juvenes perierunt propter dupondios duos?

[205].

ARGIRIPPO

Non sono morto affatto, ancor mi resta

Qualche poco di vita, e quel che chiedi

Ancor darti poss’io; ma darò solo

Che tu rimanga in mio possesso e sappia

Che un anno intero tu mi serva e intanto

Presso di te nessun altro tu ammetta.

CLEERETA

E se tu il vuoi, quanti ho in mia casa schiavi

Evirerò; ma se d’avermi brami,

Il singrafo mi reca, e come chiedi

E come piace a te, dettane i patti:

Ma insiem portami il prezzo, agevolmente

Il resto accetterò. Son dei lenoni

Pari alle porte de’ gabellieri,

S’apron se paghi, se no, restan chiuse.

[206].

DIABOLO

Fra me, l’amica mia e la mezzana

Leggine i patti, perocchè poeta

In codesti negozi unico sei.

Suvvia, mostrami il singrafo che hai scritto.

[207]. Pag. 70. Milano, Edoardo Sonzogno editore, 1872.

Non so trattenermi dal riferire un tale contratto, simile in tutto a’ singrafi di fedeltà di cui sopra è parola.

Gostanzo, il Procuratore, il secondo Notaio.

Pro. Presto, Alessandro, quei patti obbligatorî: state ad ascoltare.

Gos. Ascolto.

Ales. In Christi nomine amen. Millesimo quingentesimo quinquagesimo primo.

Pro. Etc. vieni al merito: lascia stare le clausole generali.

Ales. M. Gostanzo figliuolo di M. Massimo Caraccioli, parte una, e Madonna Andriana da Spoleti parte altera omnibus modis etc. etiam con consentimento di Madonna Dorotea sua figliuola, tutti presenti, e che accettano volontieri etc. son divenuti agl’infrascritti patti, videlicet che la detta donna Andriana lascerà Madonna Dorotea sua figliuola al detto M. Gostanzo un anno intero da star seco dì e notte.

Gos. A lui solo e non ad altri.

Pro. Gliel’aggiungo io. Presto, Alessandro.

Gos. Sì in ogni modo: vedete di grazia d’imbrigliami sì bene quest’asina, non le voglia il trarmi de’ calci.

Pro. Udite pur, seguita.

Ales. E che nel detto tempo non metta in casa nessun amico, parente, o innamorato suo antico, moderno, imaginario, quovis modo.

Gos. Se non me solo.

Pro. Intendo; che non dicesse poi che sete escluso ancor voi; passa oltre.

Ales. Non ricevi nè mandi lettera, non abbi in casa carta e inchiostro per scrivere; non tenghi ritratto degli innamorati vecchi, e passato il terzo giorno gli sia lecito impune et de facto abbruciarli; non vada a festa, a banchetti, nè a chiesa; non inviti nessuno a mangiare, non stia in porta, non facci trebbe, non guardi giù dalle finestre, non oda cantilene o sospir di gente che passi per la strada, e sia lecito al detto M. Gostanzo di chiuder le porte e tenerle chiuse quanto gli piace senza alcuna replica.

Gos. Oh mi piace; oh come va bene!

Pro. Aspettate pur, seguita.

Ales. Levi tutte l’occasioni di farlo sospettare; non calchi il piede a nissuno, non tocchi la mano, non pizzichi, non si levi, non si muova.

Gos. Piano, anzi voglio ch’ella si muova e scherzi meco in camera.

Pro. Con altri, con altri, s’intende.

Gos. Passate oltre.

Ales. Non alzi un occhio, non starnuti, non fiati senza suo consentimento, non rida dietro alla finestra a nessuno, non si lasci baciar la mano, o veder gli anelli, non facci cenno, non motteggi, non guardi, non mostri di tossir e quando è sforzata, non faccia vezzi nè favore a nessuno; di più non si finga ammalata per farsi ungere, stropicciare e sia lecito al detto M. Gostanzo durante il detto termine per qualsivoglia minima occasione di gelosia ch’ella gli dia, chiuder la detta Dorotea in camera, in cucina, in sala, di sotto, di sopra e in qual parte più gli piacerà della casa, quomodocunque et qualitercunque et ella accetti ogni cosa per bene.

Gos. Benissimo; ma voi mi lasciate il meglio e più importante.

Pro. Che cosa?

Gos. Preti, Frati, Scapuccini, Guastallini, Pinzocheri, Chietini, Giovanelli, Riformati, Gabbadei, Zoccolanti, Collitorti nè per confessione, nè per visita, nè per altro non mettano il piede in casa sotto alcun pretesto.

Pro. Buon ricordo per mia fè. Presto, Alessandro.

Gos. Aggiungeteglielo in ogni modo, perchè non sono al mondo lenoni più veementi di queste canaglie.

Pro. Mi meraviglio che la somma Orlandina non ne faccia menzione, donde ho cavato questo estratto. Hai spedito, Alessandro? seguita.

Ales. E che nel sopradetto termine la detta Andriana non abbi alcuna autorità in casa, ma si stia cheta e goda e taccia et attenda solamente a covar il fuoco, cuocer castagne, ber vin dolce, sputar nella cenere, e se pur vuol gridar gridi alla gatta, solleciti il desinare e si faccia legger dal ragazzo qualche leggenda; del resto lasci il dominio della casa in podestà del detto M. Gostanzo, sotto la pena di non ber vino, e di esser staffilata all’arbitrio del detto M. Gostanzo.

Gos. O buono! seguita.

Ales. Dall’altra banda sia obligato il detto M. Gostanzo numerargli subito, senza alcuna dilazione, sessanta scudi d’oro, de’ quali possono disporre a lor modo, senz’alcun obbligo di restituirli.

Gos. Andiam dentro.

[208].

Il pastor Coridon d’Alessi ardea,

D’Alessi bel fanciul, delizia prima

Del suo signor.

Egloga II. Tr. di Prospero Manara.

[209]. Vedi Giornale degli Scavi, Nuova Serie n. 13, 1870.

[210].

Nè già di lei, che nuda il piè, calpesta

L’aspra selci, è miglior l’altra che ’l collo

Preme d’assiri lettighier giganti.

Satir. VI, 350. Tr. Gargallo.

[211].

L’ippomane, gli incanti, i beveraggi,

Colchici dovrò dir?

Sat. VI. 133. — Tr. Gargallo.

[212]. «Porgi l’acqua fredda, o ragazzo.» Notisi il fridam per frigidam quanto s’accosti alla nostra parola fredda.

[213]. «Una bianca m’apprese a odiar le brune.» Vedi Vol. I. Cap. Le Vie, ecc.

[214]. «Agli uomini di Nola augurano felicità le fanciulle di Stabia.»

[215]. Vedi Plauto: Asinaria Att. V, Scena 2, v. 76 e 84.

Ma dorme ancora il cuculo, o amatore,

Su ti leva e va a casa.

Il cocolo mio, vezzeggiativo delle amanti veneziane, ne sarebbe forse la traduzione e l’applicazione, senza l’idea del disprezzo?

[216]. «Non è questo il luogo agli oziosi: passa oltre, o passeggiero.»

[217].

Così del fuoco di sozza lucerna,

Brutta e incrostata il viso, il tetro odore

Del bordello al guancial recò d’Augusto.

Giovenale, Sat. VI. 130-131. Trad. Gargallo.

[218]. «E le misere madri di null’altro più pregavano se non che fosse loro concesso di raccogliere l’estremo sospiro de’ figli.»

[219]. Trad. di Paolo Maspero.

[220]. Æneid. Lib. IX. 486. 487:

Ed io tua madre,

Io cui l’esequie eran dovute, e ’l duolo

D’un cotal figlio, non t’ho chiusi gli occhi.

[221]. Lib. III, v. 539-540.

Sol col tacito volto invoca i baci

E del padre la man che i rai gli chiuda.

[222]. «Affermavano passarsi sotto terra l’altra vita dei morti.» Tuscul. 1, 16.

[223].

. . . . e con supremi

Richiami amaramente al suo sepolcro

Rivocammo di lui l’anima errante.

Æneid. Lib. III, 67, 68. Tr. Ann. Caro.

L’espression di Virgilio animam sepulcro condimus, resa letteralmente, appoggia meglio la credenza da noi riferita, ed io però tradurrei:

L’anima sua chiudemmo entro il sepolcro.

[224]. La Cité Antique, Cap. 1.

[225]. «I diritti degli Dei Mani sono santi: questi datici da morte abbiansi come numi e si onorino di spesa e di lutto.»

[226]. Lib. II, 22.

[227]. «Le anime di virtù maggiore si chiamano Mani, quelle che son nel nostro corpo diconsi Genii; fuori di esso, Lemuri; se infestano colle loro scorrerie le case, Larve; ma se pel contrario ci son favorevoli, si chiamano Lari famigliari.» De Deo Socratis.

[228]. V. 91-96.

[229]. Virgilio, lib. VI, v. 219:

. . . . intorno al freddo corpo intenti

Chi lo spogliò, chi lo lavò, chi l’unse.

Trad. Ann. Caro.

[230]. Satira III. v. 261-267:

. . . . la buon’anima,

Che già siede novizia in riva a Lete,

Trema del tetro barcajuol, nè spera

Varcar su la sua barca il morto stagno;

Miser! nè il può senza il triente in bocca.

Tr. Gargallo.

[231]. Storia Popolare degli Usi Funebri Indo-Europei. Milano, Fratelli Treves, 1873, pag. 19. — Perchè alla vera dottrina è sempre gentilezza d’animo congiunta, l’illustre scrittore mi volle onorato del dono di questa sua opera, che mi tengo cara e della quale pubblicamente il ringrazio. E come no, se a’ dì nostri solo compenso a chi si pasce di studio sono o la noncuranza o la calunnia? Oggi è vezzo di portar la politica anche ne’ giudizi letterarii, e chi non s’imbranca coi gerofanti della politica è punito colla cospirazione del silenzio.

[232]. Satira III, v. 103-105:

Quindi le tube e le funeree cere.

Steso e beato alfin nel cataletto,

E d’aromi inzuppato, irrigiditi

Slunga vêr l’uscio i piè...

Tr. Vinc. Monti.

[233].

Di lutti non plebei teste il cipresso.

Pharsal. III, 442.

Spiacquemi non usar qui della versione notissima del conte F. Cassi, perchè in questo passo si cavò d’impiccio, col dire semplicemente i funebri cipressi.

[234]. Virgilio, Æneid. Lib IV, v. 665-668:

. . . . In pianti, in ululati

Di donne in un momento si converse

La reggia tutta, e insino al ciel n’andaro

Voci alte e fioche, e suon di man con elle.

Tr. A. Caro.

[235].

. . . . Quiriti, a cui fa commodo

D’assistere alle esequie, è questa l’ora.

Phorm. 5. 8. 37.

Ecco per altro la formula più completa della convocazione al funerale: exequias... (E . G . LUCII. LUCII. FILII) quibus est comodum ire, tempus est: ollus (ille) ex ædibus effertur.

[236]. «Io Sesto Anicio Pontefice attesto avere costui onestamente vissuto.» Bannier, Spiegazione delle favole.

[237]. «Da qualche anno in qua non si offerse altro sguardo del popolo romano una pompa così solenne e memorabile, come i publici funerali di Virginio Rufo, non meno egregio ed illustre, che fortunato cittadino.» Lib. II. epist. 1, Tr. Paravia.

[238]. «Detti furono siticini coloro che solevano cantare canti lamentevoli a titolo d’onore, quando a taluno si facevano i funerali e recavansi a seppellire.»

[239].

Le prefiche che seguano pagate

Nell’altrui funeral e piangon molto

E si strappano i crini e ancor più forti

Alzan clamori.

[240]. Riti funebri di Roma. Lucca, 1758.

[241].

Spargete lagrime,

Querele alzate,

Lutto e gramaglie

Or simulate,

Del triste coro

Echeggi il Foro.

[242]. In Vespasianum, 19.

[243]. Lib. II, Eleg. XIII:

Tu verrai dietro lacera

E petto ignudo e chiome,

Nè cesserai ripetere

Del tuo Properzio il nome.

Tr. Vismara.

[244]. Annali, III, 2.

[245]. «La nostra prosapia di tal guisa congiunge alla santità dei re, che assai possono in mezzo agli uomini, la maestà degli dei che sono i padroni dei re.» Svetonio, In Cæs. VI. Giulio Cesare da parte di madre si diceva discendere da Anco Marzio, re.

[246]. Pag. 83.

[247]. La legge vietava la cremazione del cadaveri in città a prevenire gli incendj. La basilica Porcia di Roma infatti erasi incendiata per le fiamme dal rogo di P. Clodio.

[248].

Sul freddo labbro gli ultimi

Baci tu allor porrai

Quando versar dall’onice

Assiri odor vedrai.

Id. Ibid.

[249]. «Addio: noi ti seguiremo tutti nell’ordine nel quale la natura avrà voluto.»

[250]. Lib. IV. Eleg. VII:

Perchè il favor su la mia pira, o ingrato,

Non invocar del vento?

Perchè non arder su l’estremo fato

Stilla di caro unguento?

E t’era grave ancor non compri fiori

Gittar sul mio feretro,

E al cenere libar del vin gli onori

Da lo spezzato vetro?

Trad. Vismara.

[251]. Phaleræ. Erano piastre d’oro, d’argento o altro metallo lavorate che si portavano sul petto, come attesta Silvio Italico nell’emistichio:

. . . . phaleris hic pectora fulget,[252]

da persone di grado, che venivano accordate per fatti di valore, come si farebbe oggidì colle decorazioni cavalleresche. Erano anche bardamenti di cavalli.

[252]. «Di falere ha costui splendido li petto.»

[253].

. . . . . Altri gridando

Le pire intorno, elmi, corazze e dardi

E ben guarnite spade e freni e ruote

Avventaron nel fuoco e de’ nemici

Armi d’ogni maniera, arnesi e spoglie;

Altri i lor proprii doni, e degli uccisi

Medesmi vi gittar l’armi infelici

E gli infelici scudi, ond’essi invano

S’eran difesi.

Lib. XI, 193-196. Tr. Caro.

[254]. Libro XXIII, 257-265. Trad. V. Monti.

[255].

. . . . . in ordinanza

Tre volte armati a pie’ la circondaro

E tre volte a cavallo, in mesta guisa

Ululando, piangendo, e l’armi e ’l suolo

Di lagrime spargendo.

Lib. XI, 188-190.

[256]. Annal. Lib. II. VII. Il Davanzati così traduce: «Nè Cesare combattè gli assedianti (i Catti), perchè al grido del suo venire sbandarono, spiantato nondimeno il nuovo sepolcro delle legioni di Varo, per onoranza del padre si torneò.» In nota a questo passo, Enrico Bindi, nell’edizione del Le Monnier 1852 vol. I. p. 65, pose: «Di questo costume antichissimo detto decursio, vedi Senofonte nel sesto di Ciro, Dione, 55; Svetonio in Nerone. Il Lipsio cita Omero, Virgilio, Livio, Lucano e Stazio.»

[257]. Sat. Lib. I Sat. 8:

. . . . il camposanto

De la plebaglia...

Così traduce il Gargallo: ma non aveva proprio altro vocabolo da sostituire a quello che la religion nostra ha consacrato?

Non potevasi, a mo’ d’esempio, esser più fedeli all’originale traducendo:

Alla misera plebe era codesto

Il comune sepolcro?

[258]. Gruter, Iscriz.:

Sull’ossa tue io verserò quel vino,

Che non bevesti mai, giovanettino.

[259]. Dizionario delle Antichità, alla voce Patera.

[260]. V. 124-129.

[261]. Epist. Ex Ponto, 1, Lib. III:

Uopo è che i corpi esangui ai mesti roghi,

Vengano dati.

[262].

. . . . E di natura impero

Ma il pianto impon, se di fanciulla adulta

C’incontriam ne l’esequie, e se bambino,

Negato al rogo da l’età, si infossa.

Tr. Gargallo.

[263]. Pha. Hist. Nat. VII, 15.

[264]. Hist. Nat. Lib. II, 55. «Non è lecito ardere un uomo privato in questo modo di vita; la religione ci tramanda doversi seppellire sotto terra.»

[265]. La peine de mort, 1871.

[266]. Il mio dotto amico dott. Gaetano Pini, fra i più strenui propugnatori della cremazione, perchè la conferenza del 6 aprile riuscisse di pratico vantaggio, propose il seguente ordine del giorno, che ne concreta lo scopo e che venne unanimemente accolto. «L’Assemblea fa voti che nella prossima discussione, la quale avrà luogo in Parlamento, intorno al progetto del nuovo Codice sanitario, già approvato dal Senato del Regno, venga ammesso all’art. 185, come facoltativa, la cremazione dei cadaveri, lasciandone ai sindaci dei Comuni la sorveglianza.» L’altro amico mio, Mauro Macchi, deputato, promise appoggiare tale mozione in Parlamento.

[267]. Sat. VI, 33 e segg.

La cena

Funebre irato obblia l’erede, e fetide

Dà l’ossa all’urna, il cinnamo svanito

Non curando, e le casie ammarascate.

Trad. V. Monti.

[268]. Vedi Cicerone, De Legibus. Lib. 2, c. 55.

[269]. «Essersi sovente ascoltati uomini preclari della nostra città avvezzi a dire: allorquando vedevano le immagini de’ maggiori, queste gagliardissimamente accendere l’animo loro a virtù: vale a dire non tanta efficacia aver quella cera o figura, quanto crescere in petto agli egregi uomini la memoria delle loro gesta con ardente incitamento, nè questo mai sedarsi, finchè la loro virtù non ne abbia raggiunta la fama e la gloria.»

[270]. Vv. 151-152.

[271]. Vv. 99-100.

[272].

Dal portar dono ai morti il nome prese

Di Feralia quel dì.

Fastorum. Lib. II. Tr. Bianchi.

[273]. Fasti. Lib. II:

Hanno il suo onore anche i sepolcri: imponi,

L’ombre avite a placar, qual che tu sii,

Sul rogo alzato non pregiati doni.

Poco chieggono i Mani: ufficii pii

Presso loro a un gran dono han peso eguale.

Non ha la bassa Stige ingordi iddii.

Ad appagar lor brame un coccio vale

Di serti a biotto ivi gettati ornato,

E sparse biade intorno e poco sale:

E sciolte vïolette e pan bagnato

Nel vin pretto: abbia pur cose sì fatte

Il coccio in mezzo della via lasciato.

Nè vieto il più; ma queste ancor sono atte

L’ombre a placare: al posto altar vicino

Aggiunger dei preci e parole adatte.

Tr. G. B. Bianchi.

[274]. «Cena ferale in picciola scodella.» V. 85.

[275]. Orazio, Lib. III, Od. XIV.

. . . . Di fresche spose o nuova

Schiera, o fanciulli, il vostro infausti detti

Labbro non muova.

Trad. Gargallo.

[276].

Vedrò almen ciò che dir mi fia permesso

Di color le cui gelide faville

La via Flaminia e la Latina asconde.

Trad. Gargallo.

[277]. «Così i monumenti sepolcrali, acciò ammoniscano coloro che passano lungo la via sè essere stati, ed essi essere parimenti mortali.» De Lingua Latina, Lib. VI, 1, 5.

[278].

Tolgalo il ciel dal collocar mia fossa

Lungo il rumor di popoloso calle

Che turbi il sonno a le mie placid’ossa.

Così degli amator l’alme più fide

E le tombe si fan favola al vulgo

Che gusta i nomi più famosi e ride.

Copra me pure in solitario canto

Terren, defunto, e sovra lui distenda

Arbor frondosa di bell’ombra il manto:

Me ancor di sabbia inosservato acervo

Chiuso a le belve: sol che il nome mio

Non sia bersaglio al passeggier protervo.

Lib. III, Eleg. 16, vv. 25-30.

Trad. Vismara.

[279].

. . . . ecco, una mano

De’ miei resti sostiene il pondo intero.

Lib. IV, Eleg. XI. — Trad. id.

[280]. «Taluno costituiva a sè ed alla propria famiglia.»

[281]. «Quelli che il padre di famiglia acquistò per sè e suoi eredi, o per diritto ereditario.»

[282]. «Questo monumento non segue gli eredi; o non passa agli eredi.»

[283]. Lib. I. Sat. 8:

Mille il ceppo da fronte e lungo l’agro

Piedi trecento ivi assegnava: esclusi

Dal monumento rimanean gli eredi.

Trad. Gargallo.

[284]. I Sepolcri, v. 101-103.

[285]. Vv. 114-117; 124-125.

[286]. Fu riprodotta la bella memoria del Carrara dal Giornale del Tribunali di Milano, Anno II, N. 225 e 226, ossia 20 e 21 settembre 1873.

[287]. «Marco Cerrinio Restituto, Augustale, in terreno concesso da decreto de’ Decurioni.»

[288]. «Ad Anio Vejo di Marco, Duumviro per la giustizia, quinqueviro per la seconda volta, tribuno de’ soldati eletto dal popolo; per decreto de’ Decurioni.»

[289]. «A Mammia figlia di Publio (oppure di Porcio se il monumento vicino è di suo padre o d’alcuno della sua famiglia) sacerdotessa pubblica, luogo di sepoltura dato per decreto de’ Decurioni.»

[290]. «Questo spazio di venticinque piedi quadrati fu accordato a Marco Porcio figlio di Marco per decreto de’ Decurioni.»

[291]. «Mi sia il nuovo anno fausto e felice.»

[292]. Ep. 1, lib. 2. Vedi anche la lettera sua a Marco Mario, Epist. 3, lib. 7.

[293]. «Ad Aulo Umbricio Scauro Menenio figlio di Aulo, duumviro di giustizia, i Decurioni decretarono il collocamento d’un monumento, duemila sesterzi[294] pe’ suoi funerali e una statua equestre nel foro. Scauro padre al proprio figlio.» Taluni, in luogo di Umbricio, la incompleta parola ...RICIO, lessero per Fabricio; altri per Castricio: io ho seguito chi lesse Umbricio.

[294]. Appena questa somma, che corrisponderebbe a 400 lire, poteva bastare alla spesa del rogo e della cerimonia funebre. Certo le altre spese, come i ludi gladiatorj, sarannosi sopportati dalla famiglia.

[295]. «Al genio protettore di Tiche venerea di Giulia figliuola d’Augusto.»

[296].

Oggi, o Giunone, nel tuo dì natale

Accogli i santi dell’incenso onori

D’un’esperta fanciulla e genïale.

Mia trad.

[297]. Tab. 10, n. 1, e 2.

[298]. Lib. XVI degli Annali. Trad. Davanzati.

[299]. «Servilia all’amico dell’anima.»

[300]. «A Cajo Calvenzio Quieto Augustale, venne per la sua munificenza concesso da decreto dei Decurioni e per Consenso del popolo l’onor del bisellio.[301]»

[301]. Questa munificenza non lascerebbe supporre che avesse comperato l’onor del bisellio? Stando a un’iscrizione edita da Grutero, un C. Titus Chresimus a Suessa l’avrebbe pur comperato col dono di mille sesterzi, pari a L. 200.

[302]. «A N. Istacidio Eleno maestro del Borgo Augusto.» «A N. Istacidia figlia di Scapido.»

[303]. «A N. Istacidio Eleno maestro del Borgo Augusto.» «A Istacidio Gennaro.» «A Mesonia Satulla. In profondità 15 piedi; di fronte 15 piedi.»

[304]. Vol. I. Capit. IV, pag. 101.

[305]. «Cajo Munazio Alimeto visse anni 57.»

[306]. «A Marco Allejo Lucio Libella padre, edile, duumviro, prefetto quinquennale ed a Marco Allejo suo figlio, decurione che visse diciassett’anni. Il suolo pel monumento è stato loro publicamente concesso. Alleja Decimilla figlia di Marco, sacerdotessa publica di Cerere, lo fece erigere allo sposo ed al figlio.»

[307]. «Se vuoi esserlo in Roma, otterrai: in Pompei è malagevole cosa.»

[308]. «A Lucio Cejo figlio di Lucio, Menenio: a Lucio Labeone per la secondo volta duumviro di giustizia e quinquennale, Menonaco liberto.»

[309]. Pompeja. Pag. 92.

[310]. Pompei descritta da Carlo Bonucci.

[311]. «M. Arrio Diomede liberto di ... Maestro del sobborgo Augusto Felice, alla sua memoria ed a quella de’ suoi.»

[312]. Paradiso XVII: 130.

[313]. Ho già ricordato e circondato di somma lode in questa mia opera il romanzo storico di Luigi Castellazzo, che si ascose sotto il pseudonimo di Anselmo Rivalta, dal titolo Tito Vezio: ebbene qui m’occorre di rammentarlo ancora come quello che con tale suo magnifico lavoro pose in bella e appassionata azione la vita pubblica e privata de’ Romani. Coloro che si faranno a leggerlo — ed io auguro che meglio sia conosciuto dagli italiani senza abbadare alla irruente consorteria che tenta mettere lo spegnitoio sugli ingegni e sulle opere di chi non è di sua parte, poichè il Castellazzi è strenuo campione della italiana democrazia — oltre l’ognor crescente diletto, vi raccoglieranno messe di ottimo insegnamento.

[314]. Gerusalemme Liberata. C. I, st. 3.

[315]. Chateaubriand aveva già raccolto la censura da molti fatta al sistema di tutto quanto asportare e chiudere nei musei che si rinvenga d’interessante negli scavi. «Ce que l’on fait aujourd’hui me semble funeste, ravies à leurs places naturelles, les curiosités les plus rares s’ensevelissent dans des cabinets, ou elles se sont plus en rapport avec les objets environnants» (Voyage en Italie vol. XIII pag. 88). Ma poi il medesimo autore, immemore di questa sua censura, sulla fine dello stesso volume, così mostra l’inconveniente dell’opposto sistema che sembrava aver egli suggerito nelle sue prime parole. «Quelques personnes n’avoient pensé qu’au lieu d’enlever de Pompei les diverses objets que l’on y a trouvés, et d’en former un museum a Portici, l’on auroit mieux fait des les laisser à leur place: ce qui auroit représenté une ville ancienne avec tout ce qu’elle contenoit. Cette idée est spécieuse et ceux qui la propoient n’ont pas réfléchi que beaucoup de choses se seroient gatées par le contact du l’air, et qu’indépendamment de cet inconvénient on aurait couru le risque de voir plusieurs objets dérobés par des voyageurs peu délicats: c’est qui n’arrive que trop souvent.» A tuttociò si cercò d’ovviare col mettere in Pompei talune opere in copia, trasportando nel Museo gli originali.

[316]. I Sepolcri, v. 231.

[317]. Ercolano e Pompei.

[318]. Appendice al Capitolo XVIII.

[319]. Così ne resero conto i Soprastanti agli Scavi nella loro Relazione ufficiale dei lavori eseguiti dal 1 novembre al 31 dicembre 1868.

«19 (novembre). Proseguendosi tuttora lo scoprimento della su cennata località, nella penultima di esse, accosto al muro esterno, ed all’altezza di circa quattro metri dal pavimento, si è rinvenuta una testa virile in marmo di grandezza naturale, scheggiata al naso ed alle orecchie...

«24. Nella stessa località indicata il giorno 19, all’altezza di circa tre metri dal suolo, si è rinvenuta un’altra testa virile in marmo, anche di grandezza naturale, un poco scheggiata al naso, e mancante della parte anteriore del collo, ov’era stata restaurata dagli antichi, osservandosi un pernetto di bronzo che sosteneva il pezzo che manca.» Giornale degli Scavi. Nuova serie, n. 5, p. 119.

[320]. Plutarco. Vita degli uomini illustri, vol. 4. Vita di Pompeo. Versione italiana di Gerolamo Pompei.

[321]. Vell. Paterc. Lib. II; Plin. Hist. Nat. lib. VII, cap. 10.

[322]. Il Conte Cassi, parafrasando al solito, così rende questi versi del libro II. 728-730.

Ma suo (della Fortuna) malgrado ancor se’ Magno. E mentre

Te e la tua donna, e i figli tuoi percuote

Un bando indegno, in ogni cor dimori

Con pietosa memoria: e in quel che cerchi

Un rifugio fra l’armi a’ tuoi penati.

In sulla poppa stessa ove t’assidi,

Esule glorioso, a te fan cerchio

I Consoli, il Senato, Italia e Roma,

E ovunque movi è a te seguace il mondo.

[323]. Id. Vita di Marco Bruto; vol. 5.

[324]. Id. ibid.

[325]. Ad Atticum; lib. XIV, ep. I.

[326]. Paris, Librairie Hachette, terza ediz. 1874.

[327]. Nuova Serie n. 6, pag. 133.

[328]. Appendice al Capitolo primo.

[329]. Volume I, pag. 38.

[330]. L’incendio vesuviano del 25 aprile 1872. Conferenza, ecc. — Napoli Stabilim. Tip. Partenopeo 1872.

[331]. Il Piccolo di Napoli del 26 Aprile 1872.

[332]. Incend. Vesuv. pag. 11.

[333]. Napoli. Stamperia del Fibreno, 1873.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.