SCENA II.
Atte, Menecrate
MENECRATE (avanzandosi dopo aver udite le ultime parole di Atte)
Ov’eran prima che fossero nate;
Nel nulla.
ATTE
M’ascoltavi?
MENECRATE
Contro il mio
Desiderio;—ò le orecchie.
ATTE
Non averle
In casa di Nerone.
MENECRATE
In questa casa
Non ò memoria; è ugual virtù.
ATTE
Sei tutto
Malvagio.
MENECRATE (ridendo)
Non ti credo.
ATTE
Io credo a’ tuoi
Costumi.
MENECRATE
A ognuno i suoi;—tu lo contristi,
Io faccio rider Cesare.
ATTE
Chi ride
Non pensa.
MENECRATE
E a che pensare? Oggi siam vivi:
La dimane è del fato.
ATTE
E questo incerto
Fato non temi? Uscito dalla turba
Degli istrioni, te protesse il genio
Cattivo di Nerone, e, accovacciato
Presso il suo trono, adoperi la lingua
Come adopera il carnefice la scure;
Ogni motto è un’accusa, ogni tuo riso
Un vitupero alla virtù. Dall’empia
Arte che speri? Più di te possente
Era Seiano...
MENECRATE
E perdè la sua testa.—
Il fatto è vecchio e noto, ed io non pongo
Grandissima fiducia sulla mia.
ATTE
Nè su quella degli altri.
MENECRATE
È conseguenza
Legittima. Frattanto non mi credo
Nè ottimo nè tristo; io sono quale
Mi fabbricò natura, e in mezzo ai flutti
Di nostra vita navigo là dove
Mi sospinge il destino. In ciò mi vanto
Filosofo più assai di quel maestro
Che si chiamava Seneca. Che giova
Scrivere libri? Ogn’uomo è un libro vivo;
Apri le oscure pagine del core,
Se ti riesce, e leggi.—Io non mi perdo
In tal fatica, e penso che il delitto
E la virtù non siano altro che nomi
Che spesso il primo presta alla seconda
E viceversa, come vuole il tempo
E la gente mutata. Io son buffone;
E che perciò? La vita è un gioco alterno
Di lacrime e di riso e, dove questo
Abbondi, vi subentra il manigoldo
Per temperarlo. Le molte province
Di questo imperio pagano tributi
D’oro e di sangue... Ebbene? Roma à ventre
Per consumarli tutti in un banchetto.
ATTE
A che venisti qui?...
MENECRATE
Precedo il divo
Imperatore.—Nella scorsa notte
L’arte dell’ubbriaco, ed oggi quella
Dello scultore!
ATTE
Ed ami il tuo padrone?
MENECRATE
Se dona molto, l’amo molto, e ieri
M’à rubato una villa.—
ATTE
Oh, poco scaltro
Nerone!
MENECRATE
Ebbe un capriccio.
ATTE
Ed il tuo cuore
Se n’adontava.
MENECRATE (accennandole la statua d’Egloge)
Come il tuo s’adonta
Innanzi a quel capriccio effigïato
Nel marmo e che ti guarda coi maligni
Occhi d’una fanciulla.
ATTE
E che mai pensi,
Buffone?
MENECRATE
Ò già pensato;—adesso svelo
I miei pensieri.—Atte, m’è noto: sei
Gelosa di Nerone, ed è gran pena
L’esser gelosa del signor del mondo!
Non farmi il viso arcigno, ed alla mia
Colpa perdona.
ATTE
Alla tua colpa?
MENECRATE
Senza
Volerlo, afflissi di crudel ferita
L’ambizione ed il tuo cuor di donna.
L’imperatore ed io stavam seduti
Nel teatro ch’à nome da Pompeo;
Sopra il volto di Cesare calava
Densissima la noia, e per cacciarla,
Gl’insegnai quella greca giovinetta
Che danzava levissima com’aria,
Dolce come una grazia.
ATTE
Ed adempivi
Il tuo mestiere.
MENECRATE
Ciò credo; Nerone
Si rallegrò.
ATTE
Malvagio! tu pretendi
Dall’abbiettezza della tua natura
A me scagliare il fango ove t’avvolgi,
E non t’avvedi che non t’è concesso
Neppure d’insultarmi! La tua casa
È la più sozza di quelle taverne
Ch’offendon la Suburra, tue compagne
Son le matrone ch’educò la scola
Di Messalina, tuoi seguaci i vili
Che più non ànno patria nè pudore.
Ritorna in quel tuo mondo, e colà regna
Con l’esosa tua maschera di carne
Che usurpa il loco d’una faccia umana,
Ma qui ti crolla sotto i piè la terra:
L’imperiale porpora nasconde
Invano l’istrione, e molti in Roma
Sanno l’opere tue.
MENECRATE
Corta, a dir vero,
Ma eloquente filippica!
ATTE
E tu trova
Modo, se ti riesce, di forarmi
Con uno spillo la bugiarda lingua.—
(gitta sul buffone uno sguardo di disprezzo, ed esce)