CAPITOLO XVI. LE LOGGE DE' GRANDI, E SPECIALMENTE QUELLA DE' GHERARDINI.
A Firenze frattanto la duchessa avea già saputo questo fatto della Bice, ed era tutta lieta che la sua arte fosse riuscita a fine così desiderato: già era ita la novella per tutta la città; e per le logge de' grandi non si faceva altro che dire, chi biasimando, e chi lodando la crudeltà di messer Geri. Ma siccome il lettore ha sentito spesso parlare di logge de' grandi, ed un fatto che si lega in gran parte al soggetto di questo racconto avvenne appunto in una di tali logge, così sarà buono il dare qualche breve notizia di esse, che sono cosa singolare nell'antico viver de' fiorentini, e che sarà cosa nuova per un gran numero di lettori. Le logge erano o accanto o vicino ai palagj, ed erano segno di nobiltà; e solo poteano aver loggia le famiglie de' grandi, che vi solevano stare, come si direbbe, a conversazione, parlandovi o di negozj, o di cose di stato, o trattenendovisi per puro diletto. Fu tempo che le logge si tenevano in tanto rispetto, che fin la giustizia era in qualche modo trattenuta da esse, dacchè servivano come di asilo a' rei; e si legge nell'Ammirato, che nella loggia degli Elisei, se gli fosse venuto fatto di rifugiarvisi uno condotto al supplizio, si intendeva esser subito salvo. Ma quando il popolo minuto venne al governo della repubblica, mal sofferse questi privilegj; e rinforzati gli statuti ordinati ad abbassare l'autorità de' grandi, si racconta che uno de' Buondelmonti fu condannato in trecento fiorini d'oro per aver fatto difesa in salvare un tale, che si era ricoverato nella loro loggia di Borgo Santi Apostoli, dicendogli l'esecutore che sotto il governo di popolo i privilegi de' magnati non avevano più luogo.
A mostrar poi che queste logge servissero all'uso detto qua dietro, ricorderò che in quella de' Rucellai fu conchiuso da Giovanni di Paolo Rucellai, che la fece fare, il matrimonio di tre sue figliuole ad un tempo; e ricorderò le parecchie disfide di giuoco a tavola reale ed a scacchi che vi si facevano; specialmente nel secolo XIII e XIV, fra le quali è famosa quella di quel Saracino, detto Buzzeca, il quale, venuto a Firenze circa al tempo che Carlo d'Angiò fu coronato re a Napoli, fece prova di giocar pubblicamente agli scacchi dinanzi al conte Guido Novello, vicario in Toscana per il re Manfredi, co' più valenti giocatori della città ed in un tempo medesimo su tre scacchiere diverse, su due a mente e sulla terza a veduta. Altra testimonianza di queste pubbliche giocate l'abbiamo ancora appresso il Sacchetti, là dove racconta che Guido Cavalcanti, giocando alli scacchi, diè uno scappellotto ad un ragazzo che gli mandava tra' piedi una sua trottola, e che il ragazzo se ne vendicò, inchiodandogli la guarnacca sulla panca.
Tornando alle logge, esse erano parecchie in Firenze, tra le quali principalissime la loggia degli Adimari, e anche de' Cavicciuli alla fine del Corso degli Adimari, oggi Via Calzaiuoli, dalla parte della piazza della Signoria; e questa dall'Ammirato si dice essere stata chiamata la Neghittosa: la loggia degli Agli, sulla loro Piazza: la loggia degli Alberti in capo di Borgo S. Croce, nel luogo detto le Colonnine, dove ora è un caffè: de' Buondelmonti in Borgo Ss. Apostoli: de' Bardi sulla via che prende nome da essi: de' Cavalcanti in Baccano: de' Cerchi in Via de' Cimatori: de' Canigiani in via de' Bardi: de' Frescobaldi a piè del ponte a S. Trinità, di là d'Arno: de' Gherardini in Por S. Maria, ora Mercato Nuovo: de' Guicciardini nella via che da loro si nomina: de' Peruzzi sulla piazza del loro nome: de' Rucellai nella Vigna, la qual loggia fu fatta con disegno di Leon Battista Alberti, e si vede tuttora, sol che ha gli archi murati: de' Tornaquinci sul canto loro: degli Albizzi nel borgo che ha il loro nome; e così degli Elisei, degli Agolanti, de' Medici, degli Uberti, dei Pulci, de' Giandonati, de' Pilli, de' Macci, de' Giugni; e de' Pazzi, Pitti, Tornabuoni, Gianfigliazzi, Spini, Soderini.
Altro segno di nobiltà nelle case de' grandi erano i fanali di ferro, o lumiere, come già si dicevano, che si scorgono tuttora alle cantonate di alcuni palagj; ed oltre all'essere segno di nobiltà, era pure di celebrità o nella toga o nelle armi o nelle lettere.
Fra tutte le lumiere che vedonsi ancora in Firenze son degne di essere osservate con attenzione quelle del palazzo Strozzi, lavorate con tanta industria e con tal magistero che non hanno pari; dacchè le belle parti che entrano in una nobile fabbrica sono state in esse divisate, veggendovisi le mensole, le colonne, le cornici, i capitelli fatti con meravigliosa diligenza, e messi insieme con tanta cura che pajono tutte d'un pezzo. Sono opera di Niccolò Grasso fiorentino, e si raccoglie dalle memorie di quel tempo che costarono cento fiorini d'oro l'una, che, ragguagliati alla nostra moneta, sarebbero circa a due mila lire.
In una delle nominate logge, ed appunto in quella de' Gherardini, là in Por S. Maria, sul canto di Borgo Ss. Apostoli dalla parte del Ponte Vecchio, stavano raccolti quel giorno parecchi cittadini di Firenze, parte sollazzando, e chi ragionando delle speranze quasi certe della vittoria. Fra questi era maestro Dino del Garbo, tutto attento ad un giuoco di scacchi; e mentre l'uno diceva una cosa e l'altro un'altra, eccoti passar di lì Cecco d'Ascoli con frate Marco, nel momento appunto che il discorso era caduto sul fatto della Bice de' Cavalcanti: e come si era sparso che a questo amore aveva prestato favore maestro Cecco, così un bell'umore fiorentino, assai conoscente di lui, lo ammiccò che andasse là, col proposito di ridere alle sue spalle.
Cecco tenne l'invito, ed andò nella loggia col frate, e tosto si cominciò a entrare nei ragionamenti della guerra.
— Ma dunque, maestro, la vittoria è sicura — disse il bell'umore; un giovanotto tutto azzimato e leggiadro, quasi sbarbato, se non quanto una lieve lanugine bionda gli fioriva le guance e il labbro di sopra.
— Quanto promettono le stelle, e il valor della gente di messer lo duca, è sicura.
— Ah le stelle.... E voi ragionate con le stelle come con le persone, è vero? Ed esse vi odono così in alto come sono? Ma non è sola la gente di messer lo duca che combatte, vi ha pure la gente de' fiorentini....
— Anche i fiorentini vi sono, e son valorosi; ma e' sono troppo pochi al bisogno, e a molti di essi suona un poco pauroso il nome di Castruccio, e hanno pensato meglio di restare a Firenze, comecchè giovani ed aitanti.
Il bell'umore intese la bottata, e la ingollò con un po' di stizza; ma altri giovani che erano nella loggia la intesero pur essi, e un di loro si volse come un aspide a Cecco.
— Eh, bel maestro, che dite voi di paura e di Castruccio? I fiorentini non hanno paura nè di Castruccio, nè di duchi, nè di imperatori; e voi fareste senno a non insultare di più questa città.
— Bel messere, lo so, che i fiorentini non hanno paura nemmeno degli imperatori; e mi ricordo bene di Enrico di Lussemburgo, che dovè levare l'assedio da questa nobile città. Io volli solo mordere dolcemente quel donzello che motteggiava con me: se ho detto qualcosa di men che onorevole ai fiorentini, me ne chiamo in colpa.
E quegli che dicea prima:
— Su, su, maestro Cecco non lo ha detto per male, e gli vuol bene a' fiorentini.
Intanto maestro Dino del Garbo si era accorto che Cecco era nella loggia; e udendo dire che esso voleva bene a' fiorentini, ruppe le parole in bocca a quell'altro, e continuò con voce non tanto bassa che Cecco nol sentisse:
— E alle fiorentine, se fa anche da mezzano ai loro amori.
Cecco dissimulò questa bottata, nè rispose verbo; ma disse così di traverso e a modo di sentenza questi due versi di Dante, torcendoli al suo proposito:
Superbia, invidia e avarizia sono
Le faville che ti hanno il cuore acceso:
poi, come rispondendo al suo difensore:
— Non ci ha dubbio che loro vo' tutto il mio bene, che amo la loro gloria e il loro buon stato, e che vorrei pur vedere alcuno dei prodi e gentili cavalieri di messer lo duca onorare di loro parentado le case nobili fiorentine; e ciò sarebbe potuto cominciare ad essere per opera mia, se la invidia e il mal talento non avessero fatto ogni sforzo contro il proposito mio, conducendo un ottimo vecchio quasi alla disperazione e all'odio della propria figliuola; e la più bella e gentile fanciulla di questa terra ad essere sepolta viva in un orrendo chiostro.
Queste parole disse Cecco per temperare la mala impressione che sull'animo degli uditori potesse aver fatto maestro Dino, quando toccò del suo fare il mezzano; e le disse con tono alquanto concitato, acciochè Dino comprendesse che gli erano note tutte le arti da esso usate contro l'amore della Bice, per odio e per invidia che aveva a lui.
Maestro Dino comprese il veleno di quel discorso, e come colui che era di ardentissima natura e di primo impeto, e l'odio che aveva con Cecco era veramente mortale, sentì accendersi di subita ira, e rittosi dalla sua panca, andò contro di esso tutto infuriato; e se non fosse stato trattenuto, avrebbe certo fatto cosa disdicevole alla sua gravità ed alla sua dottrina. Le esortazioni degli amici lo calmarono un poco; ma non potè fare che, rivolto a Cecco, non gli dicesse con piglio di minaccia:
— Tu ami la gloria dei Fiorentini? ed hai faccia di dire tal cosa, quando da te sono stati beffati Dante e Guido Cavalcanti, che sono le glorie maggiori di questa terra? quando l'amore di una de' Cavalcanti con un cavaliere straniero tu secondi per questo solo, che alle beffe dette contro di Guido, vuoi aggiungere il vituperio di messer Geri suo congiunto? E osi parlare di invidia e di mal talento tu, che sei consumato da queste abominande passioni, che informano ogni atto, ogni parola tua? Firenze è ben generosa che comporta di vedersi in seno i tuoi pari.
E come Dino diceva tali cose con voce alta e molto concitata, così la gente cominciava a radunarsi attorno alla loggia. Cecco sapeva quanta autorità avesse egli in Firenze, e vedeva bene che questo non era nè il tempo, nè il luogo da rispondere per le rime a quel vecchio insensato; il perchè si frenava quanto più poteva, e da ultimo temperatamente rispose:
— Maestro Dino, io non ho mai beffato, ho solo combattute le dottrine teologiche e filosofiche di Dante e di Guido; questa è cosa comune fra gli scienziati, nè è mossa da verun maltalento; e dovete anche sapere che in più luoghi delle mie opere io riconosco e celebro il sommo ingegno di Dante; e dovete sapere che Dante stesso non isdegnava di aver meco commercio di lettere. Io non ho nè invidia, nè odio a veruno. Leggemmo pure ambedue insieme a Bologna pochi anni addietro; e ben vi dee ricordare come la mia scuola fosse gremita di uditori e la vostra quasi deserta. Se fossi stato invidioso di voi, me ne sarei rallegrato in cuor mio; ed invece vi giuro che me ne addolorava come di cosa che toccasse me proprio.
Questo non potè tenersi di dire Cecco per mordere maestro Dino, e per vendicarsi in parte delle acerbe cose dette innanzi da lui. Come Dino ne montasse sulle furie è facile l'indovinarlo.
— Ben mi ricordo, o sciagurato, che leggemmo insieme a Bologna, dove co' tuoi aggiramenti ti venne fatto di essere tenuto e di farti chiamare maestro; ma ricordami ancora che ti ajutavi più che con altro con la negromanzia e con la magía; e che le pestilenti dottrine da te insegnate in opera di fede ti diedero in podestà dell'inquisizione, la quale solennemente ti condannò per eretico: mi ricordo che per esserne assoluto, facesti ipocritamente ogni penitenza; che solennemente giurasti di non più mai leggere quel tuo libro condannato; e so io, e sanno tutti, come hai attenuto il giuramento; chè qui nella propria Firenze, nella città più devota alla santa chiesa, quelle medesime dottrine eretiche insegni pubblicamente, e non cessi di usare le tue arti magiche e negromantiche, stando in continuo commercio col diavolo dell'inferno, dove non andrà molto che traboccherai in eterna dannazione.
Intanto la gente si accalcava sempre più, e udendo quelle fiere parole di un uomo a cui aveva tanta riverenza, cominciava a mormorare cupamente, e molti accennavano Cecco con atti non troppo benigni; il quale, vedendo il mare in burrasca, avrebbe voluto essere in tutt'altro luogo che in quello. Però alle invettive del maestro non rispose nulla, se non queste parole con tono temperatissimo:
— Maestro, non istà bene il desiderare altrui la morte temporale ed eterna; e a voi massimamente, perchè è scritto lassù che la vostra morte sarà pochi giorni dopo la mia.
E Dino con atto di spregio:
— Ah vil paltoniere! qui non hanno luogo i tuoi vani augurj: il diavolo, a cui ti sei dato in corpo ed anima, può ben fare in persona tua qualche prodigio; ma non può nulla sulla anima e sulla vita degli ubbidienti figliuoli di santa chiesa. Va, maledetto da Dio; ben mi maraviglio — disse accennando con atto di spregio la gente raccolta attorno alla loggia — ben mi maraviglio come questi ciechi di fiorentini comportino che la loro città sia contaminata da tanta puzza. E, voi, disse rivolto a coloro che erano nella loggia, cacciate di tra voi questo eretico scomunicato.
Il popolo, sempre più crescente, sempre più si accendeva per le furenti parole di maestro Dino; e levatosi una voce, non si sa di dove, muoja il negromante, muoja l'eretico, mille voci ad un tratto ripeterono quel medesimo; e alcuni della loggia, istigati da Dino, facevano forza di cacciar Cecco fuori di essa, combattendosi egli potentemente per non vi andare. E già si vedeva al perso, quando ricorse all'arte per liberarsi da tal frangente. Contraffece orribilmente il volto, prendendo aria da invasato; gridò terribilmente: Io morrò, e morrete tutti con me; snudò la spada che aveva allato, fece atto di tagliarsi la testa, e questa fu veduta da tutti a' suoi piedi[25]; poi la loggia, e tutto Por Santa Maria, si empì di orribile e puzzolente fumo. Tutto il popolo e la gente della loggia, compreso maestro Dino, furono vinti dallo spavento, e cacciando urli orribili, e facendosi segni di croce e invocando il nome di Dio, fuggirono tutti quanto ne avevano nelle gambe, lasciando solo maestro Cecco, il quale, vedutosi fuor del pericolo, guardossi bene d'attorno, e senza dir che ci è dato, tra pauroso e ridente, andò difilato a palagio.