CAPITOLO XXV. LA BICE E IL FRATE; LA BADESSA E IL CAVALIERE.

Arrivati i due al monastero, e picchiata la porta, come a gente nota fu tosto a loro la badessa, che ambedue cortesemente salutò, domandando loro che buon vento gli avesse portati colà.

— Madonna, disse il frate, io vengo mandato da messer Geri Cavalcanti, e reco a nome suo questa lettera.

La badessa prese la lettera, e scioltala, lesse sotto voce:

«Madonna,

«Senza la mia Bice non posso più vivere: il rimorso, la desolazione, la certezza della morte vicina mi straziano, e mi spaventano; il pensiero di aver perduto l'amore di tanto diletta figliuola mi condurrà alla disperazione. Come vi significai per altra mia, un savio e discreto uomo accertommi, dovere la mia Bice essere ammaliata; e però mando a voi frate Marco de' predicatori, vostro conoscente, e solenne teologo, che guardi di liberarmela da ogni malía. Fate che la Bice parli con esso; e voi non restate anche di pregare in quel punto efficacemente messere Domeneddío e messere santo Piero apostolo, che l'opera del frate abbia ogni buono effetto.

«Geri vostro».

— Mi manda dicendo messer Geri — disse la badessa com'ebbe letto la lettera — che faccia abboccarvi con la sua figliuola, da esso creduta ammaliata, come ne lo accerta un savio e discreto uomo. Ma a me, nè ora nè mai, quella fanciulla non mi ha dato verun segno di ciò; nè so che qualità di uomo savio e discreto sia colui, che, così da lontano, e senza altro segno, va mettendo tali dubbj nel cuore di un povero padre, straziato già da tanti dolori.

— La qualità dell'uomo savio e discreto, la so ben io: egli è maestro Dino del Garbo, il quale sfoga il suo odio e la sua invidia contro maestro Cecco d'Ascoli, sopra questa sventurata famiglia.

— E chi è, se vi piace, maestro Cecco d'Ascoli? E che cosa ha egli a fare in questa facenda? — disse la badessa, che, lontana com'era dal mondo, non aveva notizia veruna di Cecco.

— Maestro Cecco è dei valentissimi maestri, e dei savj filosofi che oggi sieno: lesse a Bologna con maestro Dino, che l'odia ferocemente e l'invidia; e questo amore della giovane Cavalcanti nimica quanto può, solamente perchè maestro Cecco è amico del cavaliere che ama la Bice, e favorisce tale amore.

— Oh mondo sempre tristo e fallace! Quanto ringrazio Dio di esserne al tutto lontana! Ma venite meco e parlerete alla Bice.

Il sere di Settimello non sapeva se dovesse o no andare insieme con loro; e domandatane la badessa, questa lo pregò di aspettare tanto ch'ella tornasse, che sarebbe tempo brevissimo, e voleva conferire con lui di una certa cosa.

Come frate Marco fu in una piccola saletta, presso alla cella della badessa, questa lo lasciò solo un momento, e tornò ben tosto con la Bice. La fanciulla vestiva una cioppa di lana bigia, senza verun ornamento, se non quanto aveva alla vita un'assai nobile cintura, da cui pendeva una piccola e molto leggiadra scarsella; e come era assai freddo, aveva di sopra un guarnelletto di monachíno foderato di vajo, ed in capo una piccola benda, semplicemente, ma gentilissimamente ricamata dalle sue proprie mani: al collo una piccola croce d'oro, pendente da un cordoncino di seta nera; cara memoria della sua diletta madre. Il dolore e il piangere quasi continuo aveanla affranta in gran maniera, ed era assai scaduta; ma quell'aria di profonda mestizia, quel viso affilato, quello schietto vestire le davano tanto e tanto delle più gentili attrattive, che ne parea anche più bella, e non si potea guardare senza sentirsi tutto intenerire dalla compassione e dalla meraviglia. Com'ella vide il frate, ebbe gran consolazione, e gli occhi le scintillarono di gioja inusitata, tanto buon presagio le fu.

— Frate Marco, che grave cagione vi ha qui condotto? Il mio cuore mi dice che siete messo di Dio.

— Messo del padre vostro, damigella.

— Che io amo e riverisco dopo Dio. Consolatemi tosto: si è ammollito il suo cuore? mi rende egli tutto il suo amore?

E siccome ella diceva ciò tutta accesa nel volto, e con atto di ardentissima impazienza:

— Tempera, le disse la badessa, tempera codesta tua smania. Messer Geri ti ama in cuor suo come sempre ti ho detto, ma vuol saperti buona ed obbediente; e manda appunto qui frate Marco per ricondurti al cuore, e per vincere la tua ritrosía.

— Oh, madre mia dolce, che sono codeste parole? Perchè appunto oggi vi porgete meco men benigna dell'usato?

E la Bice aveva ragione. La badessa, mentre eran sole, parlava sempre alla fanciulla le più amorose parole del mondo, e non si teneva anche dal darle qualche speranza; ma ora che il frate l'udiva, voleva mantenere la sua gravità, nè parer troppo molle con essa, alla quale rispose:

— No, figliuola mia, non sono men benigna teco; ma voglio solo ricordarti, come spesso ho fatto, che la disubbidienza e la ritrosía verso un padre non si giustifica per veruna ragione, ed ho voluto ricordartelo era appunto che il buon frate Marco viene qui a nome del padre tuo.

— O a che vi manda mio padre? — disse con pauroso atto la Bice.

— Il buon padre vostro vuol vedervi tornare figliuola amorosa; rivuole tutto l'amor vostro; arde di riabbracciarvi, nè può vivere senza di voi; ma....

— E quando ho io cessato di amarlo? — interruppe la Bice — io, che darei per esso la vita?

— Ma egli vuol tutto quanto l'amor vostro...

— Messere — disse la fanciulla, guardando il frate con occhi pieni di lagrime e supplichevoli — abbiate pietà del povero mio cuore. Amo, e disamare non posso. Ma a che vi manda mio padre? Fate che io il sappia tosto.

— Il buon messer Geri non può più vivere lontano da voi; vuole riabbracciarvi; ma vuole che scelghiate tra il suo affetto e quel d'altri, e si dà continuo cruccio per voi: e come non gli par possibile che l'abbiate a disamare, e pur lo crede, così si è lasciato persuadere che voi dobbiate essere ammaliata; e mi ha mandato perchè da tale incantamento vi liberi.

— Ammaliata? Oh, bel frate, e voi lo credete? Amo, sì, il gentil mio cavaliere, e l'amo di ardentissimo amore, ma non pertanto disamo mio padre.

— Figliuola, — disse qui la badessa, — dimenticate di essere in un monastero di sante donne, e che qui si disdice il parlare d'amore mondano?

La Bice chinò gli occhi a terra, facendosi rossa; e il frate riprese:

— No, damigella, io non credo a veruna malía; nondimeno parrebbemi, che, almeno per contentare il buon vostro padre, io facessi sopra di voi quelle orazioni e quelle cerimonie che si usano. Piacevi egli?

— Non mi dispiace, quando lo fo per satisfazione del padre mio.

La badessa pertanto disse alla Bice che andasse nel privato oratorio del monastero, o si mettesse in orazione, mentre frate Marco si fosse preparato alla cerimonia; al che la Bice ubbidì: e la badessa ed il frate tornarono là dov'era ad aspettargli il buon prete di Settimello, il quale come gli vide, non fu lento a chieder novelle della gentil figliuola del messere fiorentino, com'egli soleva chiamarla, e se veramente fosse ammaliata.

— Della fanciulla n'è bene, — rispose la badessa, — nè ammaliata la credo, nè credo — disse volgendosi a frate Marco — che le vostre orazioni cambieranno quel cuore, oggimai troppo occupato dall'amore del suo cavaliere.

— E questo pare anche a me, madonna, disse il frate; ma tuttavía proviamo: e preghiamo tutti che il Signore ci apra una via da veder consolato quel buon vecchio di Geri, e quell'angelica creatura della sua figliuola.

— Voi, madonna, potreste in questa bisogna essere di grande aiuto, disse il prete.

— Io? E che ne posso io?

— Madonna, entrò qui il frate, voi degnamente siete tenuta da messer Geri per santissima e prudente donna: la Bice so che amate teneramente qual diletta figliuola; e il val senza dubbio, perchè mai non si vide quaggiù la più gentile e angelica fanciulla. Che ella dimentichi l'amore al suo cavaliere, dicevate anche voi testè essere cosa non isperabile: qual'opra dunque più santa e più accetta a Dio che studiarsi di veder tutti consolati?... Messer Geri vive desolatissimo per la lontananza della Bice; una parola detta da persona cui egli veneri e stimi potrebbe richiamare a più umani consigli quel cuore già volto a ciò.... Se gli scriveste confortandolo....

— Oh, frate Marco, dimenticate forse chi son io? — disse la badessa, guardandolo fieramente e con piglio severo.

Frate Marco non potè reggere a quello sguardo, e chinò gli occhi a terra tutto confuso, senza trovar parola da rispondere. Ma il prete che naturalmente era più ardito, e con la badessa aveva più familiarità, rispose lui per quell'altro:

— A voi, anzi, madonna, sarebbe dicevole un atto di così sublime carità, che renderebbe la quiete a tante care e segnalate persone; dico anche segnalate, perchè messer Guglielmo è dei più belli, dei più nobili, gentili e prodi cavalieri di Provenza....

La badessa sapeva che il cavaliere amante della Bice si chiamava Guglielmo, e che era forestiero, ma altro non ne sapeva; e quando sentì esser egli del più gentil sangue di Provenza, il cuore le sobbalzò nel petto; e dimentica di sè, domandò con tal accento di curiosità che a frate Marco parve soverchia:

— Di Provenza, diceste, sere Gianni? E, se vi piace, di che sangue è egli?

— Io nol so così appunto, rispose il prete, ma frate Marco qui può informarvi di ogni cosa punto per punto.

Alle quali parole frate Marco, senza aspettare altra domanda, continuò:

— Il cavaliere è il più prode e il più leale di ogni cavaliere: nell'ultima battaglia sotto Pistoja fece miracoli di prodezza, e rimase ferito in una gamba; ed ora che è risanato volle venir qui con noi in Mugello per vedere almen da lontano le mura di quel monastero, che chiudono in sè la donna del suo cuore. Egli è messer Guglielmo di Artese, delle prime casate di Provenza.

A questo nome di Artese la badessa diventò bianca come un panno lavato; e se non che potè sorreggersi ad una sedia, sarebbe caduta in terra di colpo. Tuttavia fece tanta forza a se stessa, che, ricompostasi alla meglio, disse altre poche parole al frate, additandogli come dovesse andare in cappella dalla Bice, ed ella intanto conferirebbe alcuna cosa di sua bisogna col sere di Settimello; e fatto cenno a questo che la seguisse, uscì della stanza.