CAPITOLO XXXIX. IN FIRENZE, E NELLE CASE DE' CAVALCANTI.
Le prime imprese di questa seconda guerra erano andate così prospere che avean vinto anche la speranza del duca: la duchessa poi dal canto suo, maturava in Firenze guerra ben diversa. L'odio che portava a maestro Cecco, rinfocolato dal vescovo di Aversa, e da maestro Dino, che, dopo la gravidanza, era chiamato spesso alla Corte, si faceva nel cuore di lei sempre più grande, tanto più che ben si era accorta, essere stata tutta una finzione quella di allontanarlo da Firenze; e non che perdere la grazia del suo signore, essergli anzi sempre più caro. Laonde studiava ogni via da tirarlo in qualche laccio che il dovesse perdere, e appostava ogni occasione, o provocandolo, o facendolo tentare comechessía, da farlo venire in disgrazia al duca. Maestro Cecco dall'altra parte sapeva l'odio che gli portava la duchessa, e che cosa trescavano essa e i suoi nemici per perderlo: il perchè stava guardingo da ogni verso, mostrandosi umile quanto poteva, ogni volta che si trovava dinanzi a lei. Ma fidava però sempre molto nell'affetto del duca: della qual cosa prendeva alle volte troppa baldanza; e questa baldanza si accrebbe quando giunse a Firenze la novella della vittoria, e dei gloriosi fatti di Guglielmo.
Ma su questo fermiamoci un poco.
Come prima furono giunte al duca sicure novelle della vittoria di S. Maria a Monte, non istarò a dire quanto ne fu lieto: e tosto avvisatone il gonfaloniere e i priori, mandò poscia un comandatore per tutta la città ad annunziare il lieto avvenimento a tutti quanti i fiorentini, significando che tutto l'onore dell'impresa si doveva a messer Guglielmo d'Artese.
Il comandatore, com'è naturale, passò anche dalle case de' Cavalcanti: e come messer Geri l'udì, si fece alla finestra per meglio accertarsi della cosa; e tanto gli sonò dolce quella novella, che non pure si sentì ringiovanito, ma sentì anche una certa ambizione in cuor suo, che un cavaliere così prode, e così acclamato, lo avesse ricercato di essere suo genero. Nondimeno tacque ogni cosa alla Bice (la quale, stando nella parte più remota della casa, non aveva udito nulla) per informarsi prima di ogni minuto particolare. Quando per altro di lì a pochi giorni venne la novella dell'impresa d'Artimino, e anche di quella si seppe, e si gridò pubblicamente, essere tutto quanto l'onore di messer Guglielmo, Geri ne fu così meravigliosamente lieto che l'antica avversione al cavaliere si mutò in affetto, e nel desiderio di tosto vederlo suo genero; tanto più quando si seppe, il re Roberto avergli dato per questi fatti novello titolo di signoría là nel reame, e il comune avergli pubblicamente decretato il titolo di difensore della libertà fiorentina. Allora non potè più stare alle mosse; e chiamata a sè la Bice, che pur qualche cosa avea saputo, per parte della cameriera, del buon esito della guerra, tutto lieto in volto le disse:
— Bice mia, buona novella: l'orgoglio di Castruccio si incomincia a rintuzzare efficacemente, e il buono stato della nostra terra potrebbe tosto ritornare.
— Amo anch'io la mia terra, e codesta novella tutta mi riconsola, e più ancora perchè veggo che tu ne prendi tanta letizia, — rispose la Bice, che non si attentava di entrare in altro; ma pigliava però ottimo augurio dal vedere quel vecchio così allegro.
— E non c'è proprio altra cagione che ti consoli? — continuò il vecchio guardandola amorosamente con viso benignissimo.
— Babbo mio!... — esclamò allora la fanciulla abbracciandolo, e posandole il capo sul seno.
— Sì, avrai il tuo Guglielmo. Quel cavaliere è degno di te; e come il nostro comune gli ha decretato solennemente titolo di alto onore, così io voglio, per amor della mia Bice — e qui la baciò in bocca amorosamente — così io voglio dargli tal guiderdone, che il faccia più lieto dì ogni altro.
Era tanta la gioja di quella fanciulla, che ne rimase sopraffatta, nè sapeva trovar pure una parola da significare a suo padre quanto le fosse grata; e solo sfogavasi a baciargli le mani ed il volto, e ad abbracciarlo, piangendo lacrime di dolcissima consolazione. In questo si udì battere lievemente la porta; e ricompostisi alquanto ambedue, Geri esclamò:
— Chi è di là? entrate.
E tosto si fe' innanzi il suo fante dicendo esser venuto frate Marco de' Predicatori; a che il vecchio prontamente:
— Ben venga.
E poco dopo entrò frate Marco, tutto lieto nell'aspetto; ma che tosto si turbò, parendogli di intravedere qualche cosa di strano nel volto di Geri e della sua Bice, il che procedeva dal voler ciascuno de' due celare la commozione che gli agitava. Messer Geri si accorse di questo turbarsi del frate; e com'egli era rimasto fermo in mezzo alla stanza, nè dopo il saluto avea più fatto parola, così gli disse con benigno sorriso:
— No, frate Marco, no; l'alterazione che appare ne' nostri volti non ha veruna cagione che non sia di letizia e di contentezza. Sapete pur le novelle della guerra....
— So le novelle della guerra, rispose, e so per avventura ciò che voi ancor non sapete. L'oste vittoriosa sta per ritornare a Firenze, ed il comune vuol che entri come in trionfo, e che sieno altamente onorati il conte e messer Guglielmo vostro genero.
— Mio genero? — disse con sorriso di compiacenza il vecchio, mentre la Bice guardava tutta sfavillante di gioja suo padre — mio genero messer Guglielmo non è.
— Ma sarà ben tosto; e voi ne sarete invidiato da tutti i padri di Firenze, e ne proverete ineffabile contentezza.
— Sì, frate Marco; sì, mia dolcissima Bice; — disse Geri abbracciando la figliuola, e baciandola affettuosamente — saremo tutti consolati. Ma quando dite che torna la nostra gente?
— Ero venuto appunto per questo. Doman l'altro in sull'ora di sesta la gente sarà qui; piacevi egli, messere, di vedere la solenne entrata di essa? Potreste venire meco in luogo acconcissimo.
— Piacemi; e sarovvi con la Bice, se la Bice può esservi anche essa.
— E lo domandate, messere? E la festa non si fa per il suo cavaliere? E volete che sia priva della consolazione di vederlo acclamato da un popolo intero, salutato difensore della sua terra, e il più prode fra tutti i cavalieri che portano armi?
La povera Bice, vedendo suo padre così cambiato ad un tratto, udendo le parole del frate, per lei così dolci, e sentendo essere così vicino il momento di rivedere il suo Guglielmo (e come rivederlo!) e di essere sua sposa, non sapeva raccapezzarsi se era desta o se sognava; non trovava il verso di articolare parola, e se ne stava avvinghiata a un braccio di suo padre, guardandolo spesso amorosamente, ed ora volgendosi a frate Marco con sì soave sorriso, che dava idea quaggiù della beatitudine degli angeli.
— Su, via, su Bice, — disse il vecchio, svincolandosi dalla figliuola, — pensa a mostrarti donna: pensa che si disdice alla sposa di un prode cavaliere ogni molle femmineo affetto: ricordati che sei dell'antico sangue fiorentino, e mostrati degna di esso.
A queste parole la Bice si ricompose tutta, e umilmente rispose:
— Perdonami, babbo mio dolce: non mi aspettavo così ad un tratto sì grande consolazione: sapevo che mi volevi il più caro bene del mondo; ma non credevo averne così tosto una prova tanto cara e solenne. Ma ripiglio la signoría di me stessa: e non vedrai atto, e non udrai parola da me, che non sia degna dei Cavalcanti, del mio cavaliere, e di una figliuola di questa nobile e cara terra.
Il vecchio abbracciò e baciò da capo la Bice: ringraziò caramente frate Marco della profferta fattagli, promettendo che due mattine appresso sarebbe ito con la Bice al luogo dov'esso diceva di volergli condurre, per vedere il ritorno della gente fiorentina; e pregandolo che il tenesse ragguagliato in questo mezzo, se nulla occorresse che, o a lui o alla gloria e buono stato di Firenze si riferisse. Frate Marco lo accertò che tutto sarebbe fatto secondo il piacer suo: ricordògli la promessa fatta che egli sarebbe stato colui che avrebbe benedetto l'anello del matrimonio; e tutto consolato, si partì dalle case dei Cavalcanti, per andare ad informar d'ogni cosa maestro Cecco.
Il duca frattanto, il comune di Firenze, e la città tutta quanta si preparavano a ricevere degnamente l'esercito vittorioso, e a degnamente onorare il conte Beltramo e messer Guglielmo. Le vie per le quali dovevano passare erano sino dal dì innanzi parate a festa, e tutti i palagj adorni con drappelloni e bandiere: le compagníe di tutte le arti si affaccendavano con ogni studio a mettersi in punto di comparire onorevolmente: la piazza poi dei signori, dove il conte Beltramo, e messer Guglielmo con i suoi cavalieri, dovevano fermarsi, era una festa a vederla, tanto riccamente era adorno il palagio dei signori, e gli altri palagj da parte di tramontana. Sulle gradinate era ordinato un nobilissimo e ricchissimo padiglione di sciamito rosso, seminato di gigli d'oro, e a destra di esso un trono reale per il duca e per la duchessa. Dalla parte di S. Piero Scheraggio, dove ora sono gli Uffizj e le logge de' Lanzi, siccome c'era uno spazio vuoto e sassoso, quasi un greto dell'Arno, e case poverissime, che avrebbero fatto brutto contrasto alla ricchezza della piazza, fu rizzato un palancato altissimo, e ricoperto tutto quanto con capoletti e pancali oltremodo ricchi, che fu tenuta una meraviglia. La sera medesima era cominciata ad avvicinarsi la gente dell'oste, e si posava ciascun drappello dove meglio pareva opportuno a' lor caporali per passarvi la notte, ed entrar poi tutti insieme a Firenze la mattina appresso; e già molti fiorentini erano usciti la sera stessa fuori di porta a S. Frediano per vedergli arrivare; come altri moltissimi fin dalle prime ore dopo mezzanotte erano andati a prender posto ne' luoghi più opportuni a meglio vedere il passaggio della gente e dei capitani.
Come prima spuntò il giorno poi, la gente si affollava sempre più per le vie e per la piazza della signoría, dove i fanti del podestà potevano contenerla a fatica dentro il termine ad essa assegnato; e molto tempo prima dell'ora stabilita all'entrata, le finestre di tutti i palagj e di tutte le case erano adorne di capoletti, e qua e là di bandiere; e fiorite di belle e ben adorne donne e fanciulle. Il conte Beltramo con messer Guglielmo erano giunti fin dalla sera, e fermatisi al monastero di S. Donato a Scopeto, dove il duca ed i signori mandarono a salutarli e far loro onore: per parte del duca andò messer Gualtieri di Brienne; e per i signori priori, andò messer Caroccio di Lapo degli Alberti, uno di essi; e tanto fece maestro Cecco, che potè andare insieme col duca d'Atene, e parlare e salutare prima di ciascun altro messer Guglielmo, il quale, come il lettore s'immagina, trovò modo di domandargli della sua Bice, e di essere informato di ogni cosa minutamente, e dove sarebbe stata a veder la festa, sapendolo Cecco da frate Marco: di che Guglielmo prese meravigliosa letizia.
La buona Bice era così sopraffatta dalla gioja che tutto il giorno ne stette come smemorata, e di nulla sapeva pensare, se non della sua vicina felicità; e in tutta la notte non potè prender sonno quasi mai, chè sempre mulinava col cervello, e le pareva ogni ora mille di poter rivedere il suo cavaliere; e le si dipingeva alla fantasía, prima anche di vederla con gli occhi del corpo, la solennità della mattina appresso: vedeva il suo Guglielmo su nobile palafreno, acclamato e celebrato da tutti, di nulla curarsi, ma cercare con gli occhi desiosi se vedesse lei a qualche balcone; gioiva tutta, pensando quanto l'avrebbero invidiata le altre donzelle fiorentine; nè l'ultima delle sue contentezze era quella di veder contento anche il suo caro babbo.
Come prima cominciò a farsi giorno, ella, chiamata la sua cameriera, saltò il letto, e volle subito metter mano ad acconciarsi: non che la fosse ambiziosa e troppo vana, chè anzi nelle acconciature era semplicissima e schietta; ma perchè parevale, affrettandosi ella, che, anche il tempo dovesse affrettare il suo corso: e parevale, acconciata che fu, il tempo invece esser più lento, e spesso spesso facevasi alla finestra per vedere quanto montava il sole, e lo accusava di pigro e di neghittoso. Poi mandò sentendo se messer Geri fosse ancora desto; e dettole di no, se ne tribolava, dubitando che si facesse tardi; e chiamava il fante di lui che andasse a svegliarlo; nè egli attentandosi a farlo, almeno il pregò che facesse del rumore presso alla camera, per vedere se si svegliava da sè. E come poi Geri si fu levato, la Bice, già messa tutta in punto, erale sempre d'attorno, amorosamente sollecitandolo, sempre agitata dal dubbio che l'ora passasse, ed ogni momento parevale un giorno: tanto che quel buon vecchio per contentarla, uscì di casa assai di buon'ora, ed arrivarono al luogo detto loro da frate Marco, che neppur egli era per ancora arrivato, benchè poco indugiasse. Il detto luogo era un'assai nobile casa dei Malespini, posta sulla piazza de' signori, dalla parte di tramontana, il più bel punto, fuorchè il palazzo della signoría, da poter vedere la festa.
La piazza, come dissi poco fa, torno torno era gremita di popolo; i balconi tutti pieni di belle donne, e per tutto appeso ghirlande, festoni e bandiere: i tetti di tutte le case, anch'essi pieni zeppi di gente; alle finestre del palazzo de' signori erano i cavalieri della corte con le loro dame, e tutti aspettavano il segno che la gente fosse alla porta, e scendessero dalla scalinata il duca ed il gonfaloniere co' priori. La Bice era ad un balcone, accanto a suo padre, e dall'altro lato stavale frate Marco; era vestita schiettissimamente, e senza altro ornamento, che una piccola ghirlanda, ed una ricca cintura con una graziosa scarsella; e quella semplicità contrastava mirabilmente col grave addobbo di vesti, di trecce e di gioje delle altre donne. Ella però a nulla guardava e nulla vedeva; e sbadatamente rispondeva anche alle domande di suo padre e del frate, con gli occhi sempre intenti al luogo donde il segno doveva venire: e benchè fosse poco più di mezz'ora che erano lì, le pareva di esserci già stata ore ed ore.
Il segno finalmente fu dato, ed il cuore stette per uscirle dal petto, tal balzo esso fece: poco appresso comparve dal palagio della Signoría il duca e la duchessa, salutati da uno scoppio d'applausi, e dalle solite grida, forse fatte fare, di Viva il duca, Viva il signore: assettaronsi sul loro trono, da un lato del quale era messer Gualtieri di Brienne, col cancelliere vescovo d'Aversa, e dal lato opposto un altro dei principali cavalieri della corte con maestro Cecco d'Ascoli, che fu voluto altamente onorare dal duca, come colui che aveva presagito l'esito felice di questa impresa, e confermato così certamente il presagio, anche dopo la prima sventura.
L'entrata della nostra gente era ordinata così: innanzi a tutti cavalcava il conte Beltramo, guidatore di tutta l'oste, e cavalcavagli allato messer Guglielmo d'Artese: seguitava ad essi, a distanza di forse cinquanta passi, la prima schiera de' cavalieri, che erano stati ajuto principalissimo alla espugnazione di S. Maria a Monte e di Artimino; poi altre schiere di cavalieri, e per ultimo la gente a piedi: dovevano entrare tutti quanti per la porta medesima; salvo che la gente a piedi, arrivata che fosse dinanzi alla chiesa del Carmine, doveva volgere verso la chiesa e la piazza, e spargersi quindi in piccoli drappelli per le varie parti della città, passando il fiume dal ponte alla Carraja: la schiera de' cavalieri dovevano, facendo capo al ponte a S. Trinità, per passar quivi il fiume, andar poi difilato sulla piazza della signoría, schierandosi ordinatamente nel mezzo di essa, lasciata vuota a bella posta.
A un tratto si udì da coloro che erano in piazza un lontano suono di trombe dalla parte di Vacchereccia, e tutti quanti si voltarono da quella parte, e si levò da ogni lato tal bisbiglio e tal mormorío che dimostrava la comune impazienza. La Bice quanto più il suono si appressava tanto più forte e più frequente sentiva battersi il cuore: e non levava mai l'occhio dal canto di Vacchereccia, là donde sarebbe spuntato il suo Guglielmo; nè messer Geri era meno ansioso e meno attento di lei.
Le trombe già sono in Vacchereccia, e la povera Bice tremava per modo che mal si reggeva sulle gambe e sudava fil filo: i trombettieri già sono in piazza: da Vacchereccia e da Mercato Nuovo si udivano tuoni di applausi, e di festose voci: Viva messer Guglielmo d'Artese, viva il conte Beltramo, viva i difensori della libertà fiorentina; le voci rinforzano; e cominciano per la piazza gli applausi e i viva a Guglielmo; ed eccolo, egli ed il conte, entrar da Vacchereccia.
Come prima la Bice scorse il noto elmo ed i notissimi colori delle piume del cimiero, e lo udì salutato ed acclamato da mille e mille voci, prima diventò rossa come il fuoco, poi aperse le labbra a dolcissimo sorriso, seguíto da lacrime di gioja ineffabile, e appoggiato il capo sulle spalle di suo padre, che anch'egli lacrimava dalla consolazione; nè disse altre parole, se non:
— Babbo mio dolce, ogni cosa riconosco da te!
L'atto della Bice e le lacrime di lei e di messer Geri, non si videro nemmeno dai più vicini, perchè ciascuno era atteso a ciò che facevasi in piazza: solamente frate Marco fece accorto il vecchio e la fanciulla che si ricordassero dov'erano; e le poche parole di lui bastarono a ricomporre quegli spiriti così turbati.
Intanto da ogni parte era un continuo squillar di trombe, anche per le altre vie di Firenze donde passavano le genti a piede: come prima il conte e messer Guglielmo furono a mezzo la piazza, il duca con tutta la corte, il gonfaloniere co' priori, si alzarono in piedi, levandosi il duca ed i suoi cavalieri la berretta, e il gonfaloniere ed i priori il cappuccio; e mentre la gente a cavallo si schierava con bell'ordine intorno alla piazza, i due campioni si erano appressati alle scalinate, smontando da cavallo per andare a far riverenza così al duca, come alla signoría, da' quali tutti furono trattenuti con benignissime parole, ed ebbero pari donativi: il duca donò a ciascuno dei due un nobilissimo palafreno; e, in nome del re Roberto suo padre, la carta che dava a ciascuno di loro titolo e rendita di signoría nel reame, ed un nobilissimo anello di inestimabile prezzo; il gonfaloniere, a nome del comune, diè loro carta che conteneva il titolo di difensori della libertà fiorentina, un gonfalone con l'arme del comune, ed una spada ricchissima per materia e per lavoro, creandoli ambidue cavalieri di popolo: e tutto questo si faceva tra il continuo applauso della gente, e tra lo squillar delle trombe, che mai erasi veduta una festa ed una letizia sì fatta.
Mentre Guglielmo usciva dalle scalee per rimontare a cavallo non trascurò di fare atto di umile riverenza a madonna la duchessa, che gli corrispose con sorriso, e con saluto benignissimo; ma quel sorriso si spense ben tosto quando il cavaliere, veduto maestro Cecco, non molto lunge dal baldacchino del duca, si fece verso lui, e parlarono insieme non so che cosa; e quando vide che il cavaliere cercava con gli occhi ansiosamente i balconi di quelle case dove era la Bice; la quale vedeva pure ogni cosa, e sentiva struggersi dall'amore e dal desiderio che gli occhi del suo Guglielmo si incontrassero coi suoi, il che se avveniva, non poteva nè l'uno nè l'altro discernere per la troppa lontananza.
Finita ogni cerimonia, il conte e Guglielmo rimontarono a cavallo e si avviarono al palagio, dove il duca aveva mostrato desiderio che andassero per conferire con essi; e la gente si avviò tutta alle proprie case, per ripigliare ben tosto la gioja e il sollazzo, come si fè tutto il giorno per la intera città.