CAPITOLO XXXVII. LE FESTE DI S. GIOVANNI.

Veggendo intanto Castruccio che i nemici suoi non dormivano, e tenevano ogni giorno diverse vie da levarselo dinanzi, si diede con ogni sollecitudine a procacciare la venuta del Bavaro, sperando col suo mezzo di potere in poco spazio di tempo metter il giogo ai Fiorentini e ai Pisani; ai Fiorentini come a naturali nemici suoi, ai Pisani, un poco perchè gli teneva mal fidi, un altro poco per il desiderio di signoreggiare, e finalmente perchè non si mostravano troppo favorevoli alla venuta di esso Bavaro. Anche il duca Carlo si apparecchiava potentemente a combatter Castruccio; ma faceva ogni cosa più celatamente che poteva: e per meglio coprire i disegni suoi, cessato il gonfalonierato di Lapo de' Buonaccorsi, nominò gonfaloniere per i due mesi dal 15 giugno al 15 agosto Bernardo di Lapo Ardinghelli, tutto cosa sua; e volle che si facessero le feste di San Giovanni magnifiche quanto mai fossero fatte per innanzi, della qual cosa tutti i cavalieri provenzali e francesi furono lietissimi, avendo udito tanto celebrare queste feste fiorentine, e desiderando ardentemente di vederle. E come i cavalieri ne furono lieti, così spero non sia per riuscire mal gradito al lettore il dar qui breve ragguaglio di ciò che si fece, specialmente quest'anno, e si faceva per antico quasi sempre in tali feste, che poi scaderono molto, e che si sono cessate di celebrare in questi ultimi anni.

Molti giorni innanzi il potestà di Firenze fece bandire e notificare la festa del Santo ai nobili del contado, siccome ad ogni altra persona, che dovesse offerir ceri, paliotti o altra cosa. Quando mancavano otto giorni comandò altresì a' consoli di Calimala ed agli operai di S. Giovanni che eleggessero sei Buonomini della medesima arte, che la mattina della festività stessero in S. Giovanni a ricevere tali offerte, dove significò che avrebbe mandato alcuni suoi fanti, acciocchè non si facesse alcuna insolenza, o, come allor dicevasi, niuno soperchio.

La piazza di S. Giovanni si coperse tutta di tele azzurre, piene di gigli grandi, fatti di tela gialla cucitivi sopra, e nel mezzo vi si posero in alcuni tondi, parimente di tela, e grandi dieci braccia, l'arme del popolo e del comune di Firenze, quella dei capitani di parte guelfa, quella della casa d'Angiò e quella del re Roberto.

Intorno intorno negli estremi di detto cielo, che pigliava tutta la piazza, pendevano drappelloni dipinti di varie imprese, di armi di magistrati, delle arti, e molti marzocchi; chè il marzocco era l'insegna della città, ed è quel leone che regge uno scudo col giglio, come si vede tuttora dinanzi al palazzo della signoría, là presso alla fontana dell'Ammannato. Tali tende furono armate con mirabile congegno di assi e di funi, per modo che il Vasari, il quale ne parla nella vita del Cecca ingegnere, le ricorda con parole di vera maraviglia.

Oltre di queste tende, che si misero sulla piazza di S. Giovanni, si coprirono ancora le vie di Calimala, oggi Calimara e Calimaruzza. Il giorno della viglia, la mattina di buon'ora, tutte le arti fecero la mostra fuori delle loro botteghe, di tutte le ricche cose, ornamenti e gioje; e fu cosa tanto mirabile che uno storico contemporaneo, dal quale traggo queste notizie[31], esclama qui enfaticamente: «Quanti drappi d'oro e di seta si mostrano, che adornerebbero dieci reami! quante cose d'oro e d'ariento, e capoletti e tavole dipinte e intagli mirabili, e cose che si appartengono ai fatti d'arme, che sarebbe lungo a contare per ordine!»

Poi in sull'ora di terza si fece per la città una solenne processione di tutti i chierici, preti, monaci e frati, che furono in gran numero di regole, con tante reliquie di santi, che fu gran divozione, oltre alla maravigliosa ricchezza de' loro ornamenti, con nobilissimi paramenti d'oro e di seta, e di figure ricamati; e poi molte compagníe di uomini secolari, che andavano ciascuno innanzi alla regola dove tali compagníe si radunavano, con abito d'angioli, e suoni e strumenti d'ogni ragione, e canti soavissimi, facendo bellissime rappresentazioni di que' santi e di quelle reliquie a cui onore lo facevano.

Là sull'ora di vespro le arti si ragunarono, ciascuna sotto il suo gonfalone, che erano sedici, l'un gonfalone dopo l'altro, e sotto ciascun gonfalone tutti i suoi cittadini a due a due, andando innanzi i più degni, e così fino a' garzoni, tutti riccamente vestiti, a offrire alla chiesa di San Giovanni una candela di libbra per uno; e la maggior parte di essi gonfaloni avevano dinanzi a sè uomini con giuochi di onesti sollazzi, e belle rappresentazioni. Le vie per dove passavano erano tutte adorne, alle mura e su' muriccioli, di capoletti, di spalliere e di pancali di fino zendado, e per tutto era pieno di donne giovani e fanciulle vestite di seta, e ornate di gioje e di perle. Finita l'offerta, ciascun cittadino si tornò a casa a dar ordine per la mattina seguente.

Chi fu la mattina di S. Giovanni sulla piazza dei Signori, gli pareva di vedere, dice uno storico contemporaneo, una cosa trionfale, magnifica e meravigliosa; e il duca, che vi fu con tutta la sua corte, su alle finestre del palazzo della signoría, e tutti que' cavalieri provenzali, non facevano altro che dire di tanta ricchezza e magnificenza.

Intorno alla piazza erano infinito numero di torri che parevano d'oro, portate quali con carri, e quali con portatori, che si chiamavano i ceri, fatti di legname, di carta e di cera, con oro e con colori, e con figure rilevate, vuoti dentro, per forma che vi stavano uomini che facevano volgere continuamente tali figure, le quali rappresentavano imprese d'armi e d'amore, animali, uccelli, diverse sorte di alberi, e tutto ciò che diletta il vedere ed il cuore. Dinanzi al palagio poi vi erano molti palj con le loro aste appiccate in anelli di ferro, ed erano delle varie città e castella che davano tributo al comune, ed erano ad esso raccomandate; i quali palj erano di velluto doppj, federati quali di vajo, quali di drappi di seta, o d'altri drappi.

I palj erano i tributi delle terre acquistate dai fiorentini, e de' loro raccomandati, e i ceri erano censi delle più antiche terre de' fiorentini medesimi, e gli uni e gli altri poi si andavano a offerire per ordine di dignità a S. Giovanni nel tempo medesimo che si facevano le altre offerte: la prima delle quali fu quella de' capitani di parte guelfa, con tutti i cavalieri, i signori, ambasciatori e cavalieri forestieri; e andarono con loro gran numero de' più onorevoli cittadini di Firenze, col gonfalone della parte guelfa innanzi, portato da uno de' loro donzelli, vestito di sopravvesta di drappo, che montava un palafreno covertato sino in terra di drappo bianco, col segno della parte guelfa. La seconda offerta furono i detti palj, portati ciascuno da un uomo a cavallo, e l'uomo e il cavallo erano covertati di seta; e dopo i palj si offerirono i ceri, i quali poi il giorno dopo solevano appiccarsi intorno alla chiesa, dalla parte di dentro, dove stavano fino all'anno appresso, al qual termine si spiccavano i vecchi e se ne faceva paramenti e paliotti da altari, e parte si vendevano all'incanto.

Dopo altre offerte di ceri, più grandi e più piccoli, andarono a offerire i signori della zecca, con un magnifico cero portato da un ricco carro, adorno e tirato da un par di buoi covertati col segno ed arme della zecca: e que' signori erano accompagnati da circa quattrocento venerabili uomini, tutti della matricola dell'arte di Calimala e dei cambiatori, ciascuno con piccoli torchi di cera in mano. Per ultimo andarono a offerire i signori priori e i loro collegi, con i loro ufficiali, podestà, capitano ed esecutore, con tanto ornamento e tanti famigliari, e pifferi e trombe, che pareva risonarne tutta Firenze. Tornati che furono i signori, andarono a offerire tutti i corsieri (ora barberi) che erano venuti per correre il palio, e dopo loro tutti i Fiamminghi e Brabanzoni che erano in Firenze, tessitori di panni di lana; ed in fine si offerirono dodici prigioni, i quali si scarcerarono a onore di San Giovanni, secondo un'antica costumanza. Fatte queste cose, ciascuno tornò a casa a desinare, e quel dì per tutta la città, per dire come dice lo storico altre volte citato, «si fece nozze e gran conviti, con tanti suoni, canti, balli, feste e letizia e ornamento, che parve che questa terra fosse il paradiso».

La sera in sul vespro si corse il palio, in quel modo medesimo che è durato fino agli ultimi tempi.

Si fece poi uno spettacolo nuovo. Il duca, per gratificarsi il popolo minuto, e addormentarlo sempre più, immaginò di creare alcune compagníe di popolani minuti, dando loro il nome di potenze, le quali, vestite ciascuna della medesima assisa, andarono per la città dilettandosi in armeggiamenti, in feste e in altre gare, che diedero luogo a qualche zuffa, ma che poi finirono in un solenne convito. Ciascuna di queste potenze ebbe un'insegna e un capo, che chiamavano col nome d'imperatore, di monarca, di re, di duca, e simili titoli d'onore. L'imperatore del Prato, per esempio, ebbe un'aquila con l'ali spiegate: il gran monarca della città rossa un campo bianco entrovi una cittadella di color rosso; e tuttora si vede uno stemma di questa città rossa in una lastra piccola di marmo sulla cantonata di S. Ambrogio: il gran signore de' Tintori una caldaja con fuoco sotto acceso; e così gli altri, che lungo sarebbe a tutti noverargli[32]. In quell'anno per altro volle il duca che si rinnovellasse altresì una bella festa, simile a quella che fu fatta nel 1283, quando, secondo che racconta anche il Villani, essendo la città in buono stato, si fece la nobile e ricca compagnía, della quale furono capo i Rossi d'oltrarno; salvo che questa volta se ne fecero capo i più segnalati tra' cavalieri francesi e provenzali, formando una magnifica brigata, nella quale si accolsero, per volontà del duca, anche molti popolani grassi, e tutti erano vestiti di robe bianche con un signore detto dell'Amore; e non intendeva ad altro che a giuochi, a sollazzi, a balli di donne e di cavalieri, andando per la città con trombe e con molti strumenti, stando in gioja ed in allegrezza a conviti di desinari e di cene, a modo di corte bandita; la quale durò bene otto giorni, e ci vennero di diversi paesi molti uomini di corte, e giocolatori, e tutti furono ricevuti e trattenuti onorevolmente.

Tra tutti i cavalieri della compagnía era stato ordinato, a suggestione della duchessa, che Guglielmo dovesse essere il signore dell'Amore; ma egli non volle a niun patto acconsentire, e si tenne alieno da ogni festa e da ogni falò. Molti de' cavalieri francesi e provenzali altamente si meravigliarono com'egli, tanto vago per addietro di ogni opera di cortesía e di cavallería, avesse ora così mutata sua natura; nè sapevano a che cosa recarne la cagione: ma la sapea ben la duchessa, e i pochi suoi stretti amici; e la indovina senza dubbio alcuno il lettore.

Guglielmo era certo che la sua donna non sarebbe andata a veruna festa, prima perchè la sanità di suo padre nol consentiva, e poi anche perchè messer Geri non la avrebbe condotta, pure essendo sano: sapeva che la Bice, lieta per una parte di esser vicina a suo padre, vivea malissimo contenta per l'altra di non dovere nè poter rivedere più il suo cavaliere, dolentissimo anch'egli di ciò, ma pur fermo nella fede: tanto che non si era avvicinato più alle case de' Cavalcanti; e tanto solo, in questo non breve tempo che la Bice era tornata, l'uno amante aveva saputo dell'altro, quanto ne avevano potuto raccogliere dai discorsi di frate Marco, il quale però non avrebbe mai risposto ad una interrogazione diretta su questa materia, per non dare nemmeno l'ombra di fare il mezzano; ed a fatica si lasciò vincere a' prieghi ed anche ai pianti di Guglielmo, che trovasse modo di far sapere alla sua Bice (perchè spesso andava da messer Geri) com'egli nel tempo delle feste non si mostrerebbe mai a veruna di esse. E di fatto in tutti que' giorni egli usciva dalla città la mattina per tempo, e andava visitando tutti i contorni di Firenze, più spesso recandosi a quella villa de' Cavalcanti, dove sei anni fa avea veduto la prima volta la Bice; e quivi sentivasi tutto riconfortato: tornava poi a Firenze così dopo sesta, nè più usciva di casa, dove andava maestro Cecco fino alla sera, dacchè anche egli, per consiglio del duca, si teneva lontano dalle feste, acciocchè non potesse nascere occasione da far rivivere lo sdegno e la persecuzione de' suoi nemici.

Ma i suoi nemici non dormivano. La duchessa era informata punto per punto di ciò che faceva messer Guglielmo e maestro Cecco. Circa a messer Guglielmo, ella si era temperata molto; aveva conosciuto quanto ad ogni onesta donna, ma specialmente ad una sua pari, si disdicesse il porre amore in altri che nel suo marito; e non solo avea proposto di abbandonare tale affetto, ma quasi vedea volentieri il matrimonio del cavaliere con la Bice, come quello che avrebbe in tutto e per tutto strappatole dal cuore ogni pensiero di ciò; tuttavía l'amore c'era stato, e non poteva fare che la non spiasse ogni atto del cavaliere, mossa per avventura, più che dalla gelosía, dalla curiosità innata in ciascuna donna. Circa al maestro Cecco poi era un'altra cosa; ella l'odiava a morte, perchè fin da principio si era accorta che aveva indovinato il suo amore per Guglielmo, e sempre sentiva al cuore la puntura di quei motti, che il maestro avevale gettato, sotto colore di riverenza e di cortesía. Senza che, quell'essere egli sempre attorno al cavaliere, lo prendeva quasi come una provocazione, e quasi un atto di ribellione, come se lo facesse per dispetto a lei; e però il suo sdegno se ne accendeva sempre più, d'accordo col cancelliere, di trovare il momento di perderlo, prima che uscisse da capo dalla città. E Cecco, senza accorgersene gliene dava materia, così per il continuo stare attorno a Guglielmo, come dicemmo; e poi per la baldanza che aveva preso dopo il geloso mandato affidatogli dal duca, e dopo essere stato richiamato a Firenze con modi e con parole, che chiaramente dimostravano quanta estimazione avesse il duca di lui, e quanto caramente lo tenesse presso di sè.