AL LETTORE
Le Novelle e i Ghiribizzi drammatici, raccolti in questo volume, salvo alcuni di questi ultimi, che ora si pubblicano per la prima volta, furono già da tempo messi fuori dall'Autore, ma erano poco o punto noti, perchè apparvero su qualche giornale, o in raccolte, o tirati in ristrettissimo numero di esemplari; per modo che posso dire, che a molti e molti giungeranno novissimi; tantopiù che l'Autore, nel rivederne questa ristampa, li venne ritoccando qua e là dove gli parve necessario. Egli scrisse la maggior parte di questi lavori mentre attendeva a comporre quelli di maggior lena in materia filologica, i quali porrò di mano in mano in luce, e quelli concernenti le due gravi questioni del Vocabolario della Crusca, e dell'autenticità della Cronica di Dino Compagni, quasi a sollievo dell'animo occupalo da' gravi studj. E però ora in un punto, ora in un altro Egli accenna o a questa o a quella delle due questioni, dando qua una bottata o mia graffiatina ad un avversario, là rivolgendo un frizzo o una celia ad un altro; anzi dirò che l'argomento di parecchi fra quegli scritti, lo attinse appunto dalle ricordate due questioni. Così facendo, l'illustre Autore si attiene al savio precetto del ridendo dicere verum: diletta con quella forma garbata, propria, limpida, festosa, del suo dire, onde Egli è modello insuperabile; e nel tempo stesso apertamente si mostra, non timido e parziale, ma sincero e devoto amico della Verità. Io quindi non dubito punto che questo volume, come tutti gli altri di quell'eletto Ingegno, troverà favore tanto presso coloro che si dilettano delle amene letture, quanto presso gli studiosi cultori della nostra lingua. Debbo però avvertire il Lettore, che c'è una mancanza; ed è questa qui. Alle pagine 15, 18, 83 ed altrove, leggerà Vedi Appendice I, II ecc., ma le Appendici non ci sono. Soprallavoro, in questi giorni la morte repentinamente spense lo strenuo Autore, nè tra' suoi fogli si è potuto trovare o scritto, o nota, o appunto alcuno, che accennasse quali dovevano essere le illustrazioni, che era suo intendimento di porre in fine del volume: sicchè le mancano; ma non per questo il volume scema di pregio, perchè non sarebbero state altro, per quanto io posso argomentare, se non ischiarimenti maggiori su persone e su cose, delle quali nel libro si discorre. Altre parole non aggiungo; il libro èccolo qui: e son certo che verrà benevolmente accolto.
L'Editore.
NOVELLA I.[1]
DON FICCHÍNO.
Don Ficchíno, adulatore e scroccone famoso, accetta due desinari nel giorno medesimo: saputosi, gli è fatto da capo un doppio invito; ma è trattato in modo che va a letto digiuno.
Don Ficchíno, morto pochi anni addietro d'indigestione, fu un pretazzuolo d'una piccola città di Toscana: e gli posero quel soprannome per la grande sua smania di ficcarsi attorno a tutti coloro che avevano nobiltà, ricchezza, o fama di letterati solenni. Fino da abatónzolo il fatto suo era uno spasso: un frucchíno, un lecchíno[2] vi so dir io! Se de' mortorj, se degli angiolíni[3], se delle benedícole dove si leccasse il madonníno[4] ve n'era, lui vi si ficcava dei primi. Cresciuto negli anni, gli uscì di corpo la smania de' móccoli e delle sagrestíe; e si cominciò a ficcare per le case dei signori; e lì, per leccar qualcosa, lusingava ogni lor vanità: si sdrajava sotto i tavolini a sbraciar la cassetta alle signore[5]: faceva sonetti, cantava, sonava; era, vi dico, il cucco di tutte le veglie. Poi gli venne gli áscheri[6] di essere un po' letterato... ma, èramo a piedi![7]... Síe? che importa? Lasciate fare a lui! Si ficcò alle còstole di un letterato valente; e lì striscia, e lì loda, e lì lecca, il letterato gli fece pa[8]; lo resse per le maniche del sajo, affinchè non battesse il musíno in terra; lo fece affiatare con qualche altro letterato: e di lì a poco l'amicone si attentò a far l'autore. Fu un vero attentato! Ne scrisse di quelle che non hanno nè babbo nè mamma, o come dice il popolíno, di quelle di pelle di becco: ma un po' per l'ajuto del protettore; un po' per le dedicatòrie spante; un po' per le lodi che egli svergognatamente chiedeva, e spesso otteneva, dai giornalisti; e un po' perchè cercò di razzolare in materie che fossero di moda, gli riuscì, sempre strisciando, leccando e ficcandosi, di farsi dire qualche parola dolce da due o tre valentuomini, della qual cosa non potete immaginare la gallòria che ne menava, e lo strombettío che ne faceva, e ne faceva fare. E come gli ignoranti sono sempre i più, ed egli bazzicava sempre de' signori, che generalmente sono ignorantissimi, lo cominciarono a chiamar professore, non cessando per altro di divertirsi alle spalle di lui, che era la più riderfacente caricatura dell'universo mondo. Poi volle pubblici ufficj; e qui sì che andò, s'arrabattò, si strisciò, si ficcò, s'incurvò, si prostrò, si scappellò, e ò ò ò ò. Quando c'era il Granduca, faceva giaculatòrie granducali ch'era una delizia: si teneva beato, se poteva parlare, non che altro, con uno staffiere de' Pitti: se poi poteva avere un'udienza, non entrava più nella pelle, e la camicia, come suol dirsi, non gli toccava il sedere: la raccontava, la commentava, e piangeva di gioja. Il Granduca fuggì; e lui, puntuale, s'inchinò a chi l'aveva fatto scappare: diventò un liberalaccio per la pelle; e quasi quasi si spacciava per martire: cercò, insieme con altri, di mettere in mala voce, e di dare uno sgambetto a un suo amico e benefattore: poi lisciò, strisciò, si prostrò, encomiò Vittorio Emanuele co' suoi figliuoli; e chi sa che cosa sarebbe stato capace di fare, se quella benedetta indigestione non lo mandava illuc quo plures abierunt. Sopra tutte le sue cardinali virtù per altro c'era quella di essere un grande uccellatore di desinari; e come tutti lo sapevano, così tutti coloro che apparecchiavano più o meno lautamente, lo invitavano sempre, essendo per essi uno spasso grandissimo il vederlo mangiare con sì raro appetito, e il sentire le ingegnose lodi che sapeva dare al padrone, al cuoco, e a tutte le pietanze ed i vini; le quali lodi erano spesso sotto forma di sonetti o di brindisi, che rallegravano maravigliosamente tutta la brigata. Accadde una volta che fu invitato nello stesso giorno dalle due più ricche famiglie della città, ciascuna delle quali aveva un'ottimo cuoco e una famosa cantina. Don Ficchíno, tra questi due inviti parimente attraenti, stava come il famoso asino degli scolástici, i quali pensavano che posto in mezzo a due profende di fieno parimente fresco e odoroso, sarebbe prima morto di fame che abboccarne una[9]. Leggeva ora l'uno ora l'altro: prendeva la penna per ringraziare; ma non veniva all'atto. Guarda e riguarda, leggi e rileggi, a un tratto fa un salto d'allegrezza, e un sonoro frullo con una mano. Che cosa n'era cagione? La famiglia A., tenace un poco degli usi antichi, pranzava alle 2; l'altra famiglia B. alle 7. «Gua', posso andar qui e là.» E di fatto la mattina della gran giornata, prese un bel bicchiere d'acqua del Tettúccio[10], per disporre lo stomaco; fece una sottilissima colazione, e alle 2 fu a casa A. Il pranzo era eccellente, e Don Ficchíno si mostrò pari alla sua fama. Vedendo andare attorno tanta grazia di Dio, non poteva lasciarla passare, senza intinger nel vassojo: «Chi lo sa, pensava, se a quest'altro desinare ci son tante delizie!» E lì trincava, e ingollava di santa ragione. Alle quattro era già finito il pranzo; e Ficchíno pensò tosto ad accomodar le cose per quell'altro delle 7. Si sdrajò un'oretta sul canapè; fece un pisolíno; e poi, ripicchiatosi tutto[11], andò a fare una bella passeggiatona, piuttosto faticosa: insomma alle 7 fu in grado di porre il piè sotto la tavola da capo; e se al primo pranzo si mostrò, come solevano dir di lui, la prima forchetta di Toscana, in questo secondo non canzonò. La cosa si sparse súbito; e non vi so dire che grasse risate vi si facessero su, e che saporiti e arguti motti si dicessero a propòsito del buon appetito di Don Ficchíno, in quelle conversazioni dove soleva andare. «Gli s'ha a fare una bella celia.—Sì sì: guardiamo se si gastiga la sua ingordigia.» E fatto capannello tra due o tre capi armònici, che altre volte si eran divertiti alle spalle del nostro abatíno, restarono d'accordo in questo, di fargli un altro doppio invito fra qualche giorno; ma in modo che non gli tornasse più voglia di accettarne de' simili. La settimana appresso, eccoti un servitorino in livrea, che picchia alla porta del professore, e lascia un elegante biglietto, col quale il signore e la signora D. lo pregavano di favorirgli a pranzo il giorno di poi alle 2: pranzo d'addio, perchè la sera partivano. Quel pranzo d'addio fece venir l'acquolina in bocca a Ficchíno... Poco dopo un'altra scampanellata. «Chi è?—Una lettera per il signor professore.» Era un altro invito stampato, per un pranzo di giorno natalizio, la sera di poi alle sette e mezzo. Sòlite esitazioni; sòlita risoluzione:—Pranzai due volte l'altro giorno, e stetti benone. Dunque?... Alle due del giorno dopo, un'eletta compagnía di signori e signore era nel palazzo D. Don Ficchíno, secondo l'usanza, trottolava qua e là[12], a chi facendo inchini, chi adulando, con chi sdottoreggiando; ma con l'occhio sempre volto alla sala da pranzo. Finalmente arrivò il sospirato: Signori, è in tavola. A Ficchíno toccò l'onore di accompagnare la signora: ciascuno si mette al sue posto; l'apparecchio ricchissimo promette ogni più fino allettamento della gola; già si distribuivano le scodelle della minestra; quando entra un servitore con una lettera per il padrone. Questi l'apre, e cade abbandonatamente col capo sopra la tavola.—Dio mio! che è stato? grida la signora: e tutti si alzano, chi dicendo una cosa, chi l'altra... Una sventura gravissima era sopraggiunta alla nobile famiglia: il signore e la signora si scusarono alla meglio; il pranzo andò all'aria; e gli invitati, fatte le loro condoglianze, andarono chi qua chi là. A Don Ficchíno seppe proprio male di questo fatto inaspettato; ma, Fortuna, disse dentro di sè, che stasera ci ho quest'altro pranzo! rimetterò le dotte lì. E mezzo sbalordito andò via, cercando di far le sette e mezzo. La prima cosa andò a mangiare un tagliuolo di stiacciat'unta, perchè, avendo, come l'altra volta, preso l'acqua del Tettúccio, e fatta una colazioncína leggiera, si sentiva assai fame: poi una capatína qui, una là[13]: finalmente l'ora tanto aspettata arrivò; e l'amico s'avviò súbito a casa F. portato dal desío e dall'appetito. Eravamo là sul principio del decembre; e il tempo nuvoloso si buttava al crudo, accennando a neve; sicchè non gli parve vero di infilarsi in quella casa, dove sperava riscaldarsi e refocillarsi tutto[14], tanto più che non aveva pensato a coprirsi troppo bene. Egli era dei frequentatori più assidui della conversazione di que' signori, sicchè il portiere lo salutò familiarmente ed il servitore d'anticamera lo annunziò tosto alla signora, la quale era nel suo salottino con altre due amiche. A Don Ficchíno parve un poco strano il veder queste donne così sole, il perchè, dopo le solite riverenze, inchini, e strette di mano: Come mai queste signore così sole?—Gli uomini, rispose la signora, son su nella stanza da fumare: ma ora scenderanno. Sanno che dobbiamo andare al teatro. Al povero Don Ficchíno non rimase sangue nelle vene; e tutto confuso, con atto di gran maraviglia, esclamò: Al teatro!—Già, o non lo sapete che stasera c'è gran cose? venite anche voi.—Grazie, signora... Ma lei... ho forse sbagliato leggendo?... o la stampería?...—Ma che almanaccate, professore?... E il povero professore, levatosi di tasca l'invito, lo mostrò alla signora, la quale trattenendo a stento le risa: Noi non abbiamo mandato tali inviti; qualcheduno ha voluto farvi una celia. L'ira, la vergogna, la fame, si dipinsero stranamente in figura diversa sul volto del povero Ficchíno, il quale, se non fosse stato tanto ridícolo, avrebbe fatto pianger le pietre: A me! a un mio pari!... me la pagheranno... la mia penna!... Intanto eccoti giù tutti coloro che erano stati a pranzo, ed uscivano da fumare, i quali, saputa la cosa, dolenti in vista del mal tiro fatto al professore, sotto i baffi se la ridevano gustosamente.—Signori, ci sono le carrozze—disse un servitore, affacciandosi all'uscio; e tutti si alzarono, e andarono al teatro, dove, più che la commedia, dette materia di spasso la celia fatta a Don Ficchíno, la quale si sparse in un momento per tutti i palchi, e anche per la platea. Ma la celia non finì qui. Il povero professore, con una fame da lupi, fece pensiero d'andare a pigliar qualcosa alla trattoría. Erano già sonate le otto da un pezzo; veniva un nevíschio fitto fitto, con un vento diaccio che pelava: quella città, piccola e pochissimo popolata, nell'inverno dalle sette in là pareva un deserto; e solo rimaneva aperto fino alle dieci il caffè, e quella trattoría, dove qualche rara volta soleva andar Don Ficchíno, il quale era fieramente in úggia al trattore e a' camerieri, come colui ch'era famoso lesinante, e seccatore pertinacissimo. Coloro che avevano ordito la trama pensarono che il professore, rimasto a denti secchi nelle due case, sarebbe andato alla trattoría; e però s'indettarono col padrone, che gli secondò a meraviglia, avendo, come dissi, in úggia Don Ficchíno, un di quegli avventori, com'egli diceva, che è meglio perdergli che trovargli. Bisogna sapere che Don Ficchíno, oltre all'essere spilòrcio e seccatore, era schizzinoso in estremo grado; e il mal odore di una pietanza, o qualche cosa di men che netto che vi fosse dentro, gli dava orribili archeggiamenti di stomaco. Èccotelo alla trattoría: si mette a sedere; picchia nel bicchiere; e al cameriere, che venne súbito:—Che ci avete di buono?—Eh, signor professore, non potrò darle, se non una zuppa e una bistecca.—Bene: porta súbito la zuppa e prepara la bistecca.—Súbito.—Quella zuppa si fece aspettare un pezzo: e lo stomaco del povero Ficchíno latrava rabbiosamente. Finalmente èccola... L'aveva mangiata mezza cogli occhj nel tempo che il cameriere la portava in tavola: appena messa davanti, ne ingolla furiosamente una cucchiajata; un puzzo e un saporaccio orribile! il povero Ficchíno ebbe a dar fuori il primo boccone che gli diede la bália[15].—Geppíno, Geppíno!—Comandi, signor professore.—Ma questa zuppa puzza che mena la saetta.—E Geppíno, annusando:—Puzza? scusi, signor Professore: ma a me non mi pare...—Pòrtala via, e affretta la bistecca.—E Geppíno porta via la zuppa. Dopo un altro pezzo viene la bistecca; e se la zuppa era stata puzzolente, questa era puzzolente e mezzo. Allora Ficchíno montò su tutte le furie: maltrattò padroni e camerieri, e andava via tutto stizzito: ma fu trattenuto, e dovè pagare lo scotto, come se avesse mangiato. Affamato, assiderato, arrabbiato, corse al caffè; stavano per chiudere, e non c'era più nè latte, nè caffè, nè sèmelli o chífelli. Non restava altra speranza che il trovare qualche cosa di avanzato al povero desinare della sua donna di servizio; una montanína appannatotta[16], che Don Ficchíno teneva anche per maestra di lingua e di poesía; e che gli costava poco, avvezza com'era a necci[17] e polenda, suo cibo prediletto quando il padrone non mangiava in casa, che vuol dire quattro o cinque giorni per settimana. Erano le dieci quando Ficchíno tornò a casa; e domandato alla Zelinda se c'era nulla da mangiare, gli rispose che non c'era nulla, se non un po' di polenda, e un rosícchiolo di cacio.—Datemi quello.—E senza fare altre parole, mangiò la polenda con quel poco di cacio, ingollando, come suol dirsi, un boccone di quella e un boccon di veleno[18]: bevve un bicchier di vino, e insaccò nel letto a digerire la bile. Ma non era finita! Quando fu così sulla mezzanotte, che Ficchíno ruminava sempre chi diavolo potesse avergli fatto la celia, meditando vendetta, e la Zelinda se la dormiva placidamente; si ode una grande scampanellata. La serva si desta di sobbalzo, e súbito salta il letto. Ficchíno chiamava, bociando, Non aprite; ma un'altra scampanellata, e poi un'altra più rovinosa.—Affacciatevi, disse allora Ficchíno: potrebbe esserci qualcosa di grave. E la Zelinda si affaccia:—Chi è?—Un plico per il signor professore.—Senta, io non iscendo; lo metta dentro a questo paniere.—E, calato un paniere, lo tirò su con un involto assai grosso, che portò súbito di là al padrone, il quale, fattosi accendere il lume, rimandò a letto la donna, e sbuzzando[19] l'involto, vi trovò un Almanacco del gastrònomo, un pacchettino d'inviti a pranzo per più giorni alla fila nelle prime case della città, e un biglietto di questo tenore;
Caro Don Ficchíno,
«Un pasto buono e un mezzano, mantien l'uomo sano» come sapete; e «chi troppo mangia scoppia». Avendo voi mangiato a strippapelle tanti giorni alle còstole altrui, oggi, impauriti di vedervi scoppiare, vi abbiamo fatto la celia de' due finti inviti, della trattoría e del caffè, mandandovi a letto digiuno. Come però «Chi va a letto senza cena, tutta la notte si dimena», così abbiamo pensato di mandarvi questo Almanacco, dove leggerete descritte le più ghiotte vivande, per una qualche consolazione del forzato digiuno, e della veglia che ne è la conseguenza. Acciocchè poi non crediate che lo abbiamo fatto per ischerno della vostra magnificággine, o per altra cagione che per tenerezza della vostra sanità, vi mandiamo questi inviti a pranzo, che abbiamo raccolti stasera al teatro da que' signori, che parlavano e ridevano della celia fáttavi, ma che pur vogliono darvene un qualche compenso.
Valutate, illustre Ficchíno, la nostra buona volontà, e il Signore vi conservi lo stomaco.
Alcuni vostri ammiratori.
È facile l'immaginarsi che effetto fece sull'animo, già tanto amareggiato, del povero professore questa novella canzonatura; e come lo rodesse la stizza di non potersi almeno sfogare un poco. Libro, inviti, lettera e ogni cosa scaraventò in fondo alla camera: spense il lume; ficcò il capo sotto le lenzuola, e stette quasi tutta la notte senza poter chiuder occhio, tra per la fame, per la rovella e per la vergogna. Come prima fu giorno, chiamò la Zelinda che gli portasse il caffè, dove inzuppò non so quante fette di pane. Per quel giorno non volle metter piede fuori dell'uscio, e fece propòsito di non accettar più inviti da nessuno... Ma poteva egli Don Ficchíno star fermo in sì fatto propòsito? Una, due volte, fino alla terza disse di no; ma poi, trattandosi di un pranzo dove si sapeva dovervi essere ogni più squisita delizia, non potè resistere, e accettò. Povero Don Ficchíno! fu l'ultimo pranzo! Era stato tanti giorni lontano dalle ricche tavole; erano tante e tanto preziose quelle vivande e que' vini, che lasciò libero il freno al suo poderoso appetito. Nella notte lo prese un'orribile gravezza di capo; poi una febbre da leoni; e dopo tre giorni era morto. Il suo corpo fu sepolto nel camposanto della sua città, e distingue le sue dalle infinite ossa che quivi ha seminato la morte, una pietra con questo epitaffio:
Ficchíno giace qui;
Nacque, mangiò, morì.
NOVELLA II.[20]
LA CONSOLAZIONE DELLA VEDOVA.
La novella della Vedova d'Efeso, raccontata prima da Fedro, poi da Apulejo, e poi da altri e altri, non è fatta se non per provare quanto facilmente l'uomo, e specialmente la donna, dimentica le persone più care furátele dalla morte. Se non la sapete, ve la dico in quattro parole. Le morì il caro marito; e lei giurò di voler finire i suoi giorni presso alla tomba di esso, accanto alla quale fece fare apposta un piccolo tugúrio, dove star sempre a piangerlo. Fu nel giorno stesso appiccato un famoso birbone, e lasciato esposto in mezzo alla campagna, proprio lì presso alla tomba, póstovi a guardia un soldato, acciocchè nessuno lo spiccasse. Quel soldato era un pezzo di giovanotto, ma dite bello![21] e la vedovella un occhio di sole.—Povera donna, mi fa proprio compassione!—E va là per consolarla un poco. Era fiato gettato: la voleva morire per amor del marito. Ma si guardarono...—Che bell'uomo! somiglia il mio povero marito.—A farvela corta, finì come doveva finire: s'innamorarono come due gatti di gennajo. Mentre però quel soldato consolava la vedovella, i compagni dell'impiccato, che stavano alla posta, veduto il bello, lo spiccarono, e via a gambe: e tornato lui alla guardia, e vedendo sparito il pènzolo, gli cascò il fiato, e dava in tutte le smanie. La vedova allora andò a consolar lui:—Che è stato, amor mio? datti pace; a tutto c'è rimedio: o non c'è il corpo del mio marito buon'anima?... Vien con me.—Vanno: levano il marito morto dalla sepoltura, lei per il capo e lui per le gambe: te lo portano alla forca; e lo lasciano a penzolare pasto obbrobrioso dei corvi.
Questa vedova è parlante esempio della verità del nostro proverbio: Chi muore giace; e chi vive si dà pace, ma almeno non fu ipòcrita. Tanti filosofacci battezzarono per virtù una certa loro fortezza d'animo; e si fossero veduti morir mezzo mondo lì a' loro piedi, non si crollavano. Altri rimediano col fatalismo: i cattolici con la rassegnazione cristiana, e col Dominus dedit, Dominus abstulit, fiat voluntas Dei; e così non pèrdono un'ora di sonno, nè mangiano un boccon di meno. Tutti però fanno testimonianza dell'alta sapienza dei Greci che la Morte appellarono Oblío.
NOVELLA III.[22]
I TORDI-MERLI.
Antonio Guidi era un assai valente calzolaio di Pistoja, che, facendo buoni guadagni, volle accasarsi, e sposò una onesta fanciulla di Prato, buona, timorata di Dio, e martire del lavoro, se non quanto era un poco ciarliera e caparbia; con la quale visse in concordia due o tre anni, andando sempre le loro cose di bene in meglio, e facendo vita molto agiata e lietissima, raramente turbata da' piccoli diverbj che ci sono sempre tra moglie e marito: tanto che erano l'invidia de' loro pari. Accadde una volta che ad Antonio furon mandati a regalare da un suo ricco avventore[23] due bei mazzi di tordi, e un par di fiaschi di vino eccellente. Ricevuta questa grazia di Dio, egli la mandò súbito alla moglie per un ragazzo di bottega; e dille che i tordi gli faccia arrosto, e alle due sarò a casa[24]. Scoccate le due, Antonio va a casa, e appena salite le scale, dato un bacio alla moglie, la prima cosa domandò:
—È all'órdine?
—E la Lena:
—Scodello súbito.—Lavatosi Tonio le mani e il viso, si mettono a tavola, e cominciano a mangiare, ragionando, come solevano, del più e del meno in pace e in grazia di Dio, innaffiando spesso il cibo con un bicchieretto d'un certo vino, che era proprio di quello[25]. Finito di mangiare il lesso:
—Oh, disse Tonio, sentiamo un po' questi tordi! Lena, vágli a sfilare[26].
—Tordi? rispose la Lena: merli tu vorra' dire.
—Dico tordi, io: e che arnioni che avevano.
Intanto la Lena era ita in cucina, e torna co' tordi così croccanti e fumanti che dicevano mángiami mángiami: nè gli sposi se lo lasciarono dir due volte, e cominciarono a darci dentro con nobile gara.
—Io, disse Tonio, ho mangiato poche volte tordi così saporiti.
—E batti co' tordi! rispose la Lena; ti dico che son merli.
—Tu se' una merla! ma che mi vuoi dare ad intendere? Sono tordi, e anche buoni.
—Come c'entra la merla? non importa canzonare. Del resto io son figliuola d'un famoso cacciatore, e ho visto più tordi e più uccelli che tu non hai capelli in capo: me ne avrei a intendere, eh? Sta certo che son merli.
—Scusa, va' a pigliar le penne.
E la Lena va, e torna con le penne.
—Lo vedi, ripiglia Tonio, non sono brizzolate? I merli le hanno nere.
—O brizzolate o non brizzolate, son merli.
—Guarda, ecco qui la lettera di chi me gli manda; guarda: due fiaschi di vino e dodici tordi.
—È uno sproposito; doveva dirci merli.
—E tu dici che se' figliuola d'un cacciatore? Si vede che da tuo padre ci hai imparato poco, perchè questi son tordi tordissimi.
—E séguita a trattar male e a canzonare! È questo il modo di trattare una moglie? Già me L'avevan detto prima di sposarti che tu eri un omaccio! Ora non gli basta impugnare la verità conosciuta, negando che questi son merli; vuole anche maltrattare!
—Ma chi ti maltratta, poco giudizio? Tu maltratti, chè m'hai detto che sono un omaccio. Se avessi dovuto dar retta io alle ciarle, non t'avrei sposato di certo. Ma ora questi discorsi non c'entrano: la questione è su' tordi, e questi son tordi.
—Che ciarle? disse allora la Lena tutta inviperita, e rizzandosi con le mani sui fianchi. Che puoi tu dire, o tu o altri, del fatto mio? Guardate, per una picca, in che ginepraj entra, questo briacone! Se la sbòrnia non ti fa distinguere i merli da' tordi, ci ho colpa io?
Insomma di parola in parola si riscaldò tanto la disputa, che Tonio, il quale aveva un po' bevuto, mise le mani addosso alla Lena, la quale però, benchè tutta lívidi, badava sempre a dire che erano merli. Questa lezione per allora fece buono: si rimpaciarono presto, e de' merli non si fiatò più: ma venuti l'anno dopo al giorno stesso che seguì il litígio, ed essendo Tonio e la Lena a tavola tutti d'amore e d'accordo; la Lena a un tratto:
—Ti rammenti, Tonio?... finisce l'anno.
—L'anno di che?
—Gua', de' merli.
—Ah, già: ma guarda che dirizzone tu pigliasti! E' dovevan esser merli per te!
—Dovevan essere? erano, tu ha' a dire.
E d'una parola in un'altra si rinnovò la tragedia dell'anno passato; e così avvenne per più anniversarj. La buona Lena era di complessione delicata, e non troppo ben disposta di vísceri; per la qual cosa spesso era costretta di ricorrere a medici ed a medicine: e Tonio ne stava dolente, perchè, da piccosa in fuori, e un po' capricciosa, era una buona moglie, e le voleva bene davvero, nè quelle sfuriate periòdiche erano sufficienti a scemarglielo. Una volta, nel principio dell'autunno, la malattìa si affacciò più minacciosa, ed il medico storceva fieramente la bocca ogni volta che le andava a far visita, nè celava i suoi timori al povero Tonio, il quale non sapeva darsene pace. Ogni giorno la malattía si faceva più grave e più paurosa, e ben presto ogni speranza si fu dileguata: e la povera Lena, sempre in perfetta conoscenza, come sono generalmente sino all'ultim'ora i malati di consunzione, si era già rassegnata a morire. Un giorno, verso la fine di ottobre, avuti che ebbe i sacramenti, chiama lì al capezzale il marito, e prendendolo amorosamente per mano:
—Tonino mio, gli dice con quel filo di voce che le rimaneva, io ti lascio; ci rivedremo in paradiso. Ti ho voluto sempre bene; e ti chiedo perdono, se qualche volta ti ho dato de' dispiaceri.
Il povero Tonio piangeva come una vite tagliata, e tra' singhiozzi diceva:
—Lena mia, che dici di dispiaceri? tu se' stata sempre buona, e sempre ti ho voluto bene. E se qualche volta... ti chiedo perdono io.
—Ah, di quei merli eh? Si avvicina il tempo, ed io sarò morta. Sì, ti perdono ogni cosa. Ma ora ne sei persuaso che erano merli?
—Sì, via, povera Lena, eran merli.
La Lena fece un sorriso, porse la bocca da baciare al marito, e in quel bacio spirò.
Questa Lena è símbolo dei Dinisti; e anch'io, per non vederne morir qualcheduno, bisognerà che all'ultimo dia al capo Dinista un bel bacio, esclamando:
—Sì, povera Lena, eran merli.