NOVELLA VII.

IL GENIO D'ITALIA COL CAPO DI CAVALLO.

In quest'anno di grazia 1878, non dirò in qual città, ma per gli esami di licenza liceale avvenne un caso grazioso e nuovo, se mai ne fu. Tra' molti giovani, che erano andati là a farsi licenziare, ce n'era uno, che i suoi compagni lo chiamavano per soprannome Pepe, come colui che quanto era di ingegno vivacissimo, tanto era arguto e pungente motteggiatore. Egli aveva sempre in ciascun esame ottenuto tutti i punti, e passava per uno de' migliori giovani delle classi liceali della sua provincia; ma dove negli esami precedenti si era portato sempre con gravità, non si sa come gli venisse in capo di fare allora una delle sue scappatelle. Gli avevano ferito la fantasia quelli scritti del mio Borghini, dove si squadernano i garbati errori di alcune opere del prete Tigri; e soprattutto gli era sembrato incredibile quello dell'aver dato per istampa come ritratto di Beatrice, quei versi co' quali Dante descrive un angelo; e non ebbe bene, finchè non potè trovare e leggere co' proprj occhj quello che per avventura avea reputato una spiritosa invenzione del periòdico nostro. Quando per altro ebbe toccato con mano che, non solo era vero lo strano errore, ma che per di più, cosa non osservata dal Borghini, il Tigri racconcia per conto suo i versi di Dante, perchè dove questi dice:

Par tremolando mattutina stella,

egli rifa con tanto garbo il verso così:

Appar lucente mattutina stella;

allora e' si pose a leggere tutto lo scartabello Tigresco; e ne prese piacevol diletto.—O come c'entra lo scritto del Tigri con l'esame di licenza?—C'entra sì, dice Tommaso Scarafaggio nello Scaramuccia del Donizzetti. State a sentire. Dunque, per tornare al nostro Pepe, se negli altri esami si era fatto onore, in questo passò di lunga mano tutti gli altri; nè gli sarebbe mancata súbito la più splendida dimostrazione di plàuso, se, come ho detto più su, non gli fosse venuto il ghiribizzo di farne una delle sue. Il tema della composizione italiana era: Le sciente e le arti in Italia nel secolo presente. Pepe si mette a lavorare di tutta forza: a un tratto, mentre pensava al come significare una sua idea, fu veduto ridere, e scuotere il capo due o tre volte; poi rimettersi a scrivere col riso sulle labbra. Finita la composizione, la mandò al suo destino; e come gli esaminatori si aspettavano da lui maraviglie così la lessero con ogni attenzione, e ogni tanto la lettura si interrompeva per approvare, e notare le rare qualità dell'ingegno del giovane. Ma in cauda venenum: egli chiudeva il suo scritto con un'apòstrofe al Genio d'Italia (e questo luogo comune fritto e rifritto non potè non dare fieramente nel naso a que' professori), dove egli affermava che degnamente si rappresenta esso Genio col capo di cavallo, per simboleggiare anche il valore guerriero. A questa strana uscita, si scandalizzarono tutti quanti; e parve ai più, che sotto quelle parole si volesse schernire un cotale, che nelle cose della Istruzione fa alto e basso: il perchè proposero di non dargli il voto, non facendolo passare all'esame: ma poi fu vinto che si lasciasse in ponte la cosa, per accertarsi qual cagione o ragione potesse avere si fatta stranezza. Laonde, chiamato poco appresso il giovane, gli domandarono come mai egli avesse detto quella castroneria del Genio d'Italia col capo di cavallo; alche egli gravemente rispose: «Signori, io rimango proprio maravigliato di sentir battezzare questa cosa col nome castroneria, quando l'ho tolta di peso da una scrittura d'un letterato illustre e venerando, il quale è stato fino adesso Ispettore scolastico, ed è, stupiscano signori, ed è Uffiziale della Corona d'Italia per i suoi meriti letterarj, e per avere lodevolmente esercitato il suo ufficio.» I professori dissero che ciò non era possibile: e il caro Pepe, cavatosi di tasca un foglio color di rosa, stampato da tutte e quattro le parti: «Guardino, signori; charta cantat.» E di fatto alla terza pagina di quel foglio, dove si descrive un lavoro d'arte, si legge: «E lodare (vorrei) la naturale postura del Genio d'Italia appoggiato in atto doglioso al suo scudo, che con l'equino capo appare símbolo del valore guerriero.» Rimasero a bocca aperta que' professori; e stati un poco sopra di sè, uno disse: «Ma qui non è obbligo intendere che il capo equino lo abbia il Genio....»—«O chi l'ha?—interruppe il giovane.—Qui abbiamo un Genio, e uno Scudo; e d'uno dei due questo capo gli ha a essere: il Genio ha figura umana, E il capo sta bene che l'abbia lui; ed anche secondo le regole della sintassi non può riferirsi se non a lui: se no, mi dicano lor signori, se s'ha a intendere che il capo di cavallo lo abbia lo scudo; ma sarà peggio il rimedio che il male.» Gli esaminatori rivoltarono il periodo per ogni verso, e non seppero risolversi a chi dare quel capo equino; e poi, vòlti al giovane: «Questo dev'essere uno de' suoi garbati motteggi: ora la dica un po' qui inter nos dove vuol ella andar a ferire?» E Pepe ridendo: «Che vogliono, signori miei, quando si vede, che a coloro i quali dicono tanti e mai tanti spropòsiti, come questo Tigri, il quale, in uno scritto di due pagine, lì proprio di séguito allo sformato errore dantesco, e' ci mette questo del capo equíno, che non si sa di chi sia; quando si vede che a' così fatti si danno gelosi ufficj nelle cose della Istruzione, e si danno altresì delle onorificenze; e si vedono dall'altra parte trascurati tanti e tanti, che davvero sanno il conto loro; a che noi altri giovani ci dobbiamo travagliare dietro agli studj, e sudare per farsi da qualcosa? È meglio copiar gli spropòsiti di quei fortunati, per vedere se anche a noi fruttano ciò che fruttarono a loro.» I professori non poterono non riconoscere più che giuste le parole del giovane studente; e confortatolo a mantenersi, quale è, amante dello studio, gli fecero sperare che tali abusi dovevano necessariamente cessare: poi, non solo gli dettero pieno plàuso; ma gli diedero quelle maggiori attestazioni che si possono dare in simili casi; e Pepe tornò in famiglia contento come una Pasqua.

Rimane però sempre da sciogliere il dubbio a chi, se al Genio d'Italia, o allo Scudo appartenga quel capo equino dell'illustre Tigri; ed a sciogliere tal dubbio secondo le regole della sintassi e della logica, potranno provarsi i lettori del presente racconto, che è in ogni sua parte verissimo.