LIBRO QUINTO
Luitprando Re de' Longobardi, avendo nell'anno 711 fermato il soglio del suo Regno in Pavia, siccome i suoi predecessori avean fatto, cominciò a dar saggi grandissimi della sua bontà e prudenza civile. Egli, imitando suo padre e gli altri Re suoi predecessori, nella religion cattolica fu costantissimo, ed alla di lui pietà dee Pavia l'ossa gloriose d'Agostino; poichè egli le vendicò dalle mani de' Saraceni, dopo avergli discacciati da Sardegna, dove trovavasi il prezioso deposito. Egli, seguendo l'esempio di Rotari e di Grimoaldo, volle eziandio esser partecipe della gloria di savio facitor di leggi: poichè nel primo anno del suo Regno, avendo in Pavia, secondo il costume, ragunati gli Ordini del Regno, ordinò altre leggi, e l'aggiunse agli editti di Rotari e di Grimoaldo[204]; nè di ciò ben soddisfatto, ne' seguenti anni, secondo che il bisogno richiedeva, altre ne stabilì: tanto che fra i Re longobardi, dopo Rotari, Luitprando fu quegli, che più di ogn'altro empiè il suo regno di leggi.
§. I. Leggi di Luitprando.
Molte leggi di questo Principe piene di somma prudenza ed utilità sono ancor oggi a noi rimase nel volume delle leggi longobarde, ma nel Codice membranaceo Cavense si leggono interi i suoi editti, donde le prese il Compilatore di quel volume. Ivi si legge il suo primo editto, che e' promulgò nel primo anno del suo Regno, contenente sei capitoli, fra' quali il primo ha questo titolo de successione filiarum. Si leggono ancora gli altri editti, che e' fece ne' seguenti anni: poichè nel quinto del suo Regno ne promulgò un altro, che contiene sette altri capitoli: nell'ottavo, dieci: nel decimo anno, cinque: nell'undecimo, trentatre: nel decimo terz'anno, cinque: nel decimoquarto, quattordici: nel decimoquinto, dodici: nel decimosesto, otto: nel decimosettimo, tredici: nel decimonono, tredici: nel ventunesimo, nove: nel ventesimosecondo, quattro: nel ventesimo terzo, cinque: ed alcuni altri ne promulgò negli anni seguenti. Di maniera che le leggi di questo Principe, siccome vengono registrate nello stesso Codice, che si conserva nell'Archivio della Cava arrivano al numero di cento cinquantadue, alle quali nel Codice suddetto si veggono aggiunti sette altri capitoli, i cui titoli o sommarj sono: I. De Mercede Magistri. II. De Muro. III. De Annona. IV. De Opera. V. De Caminata. VI. De Fumo. VII. De Puteo.
Di queste leggi solamente 137 furono inserite nel volume delle leggi longobarde dal suo Compilatore. Nel primo libro se ne leggono 48, e nel secondo 89, poichè nel terzo non ne abbiamo. La prima che si legge nel primo libro è sotto il tit. de illicito consilio: l'altra sotto il tit. 8: nove altre se ne leggono sotto il tit. de homicidiis: un'altra sotto quello de Parricidiis: un'altra sotto il titolo decimoquarto dell'istesso libro: quattro sotto quello de injuriis mulierum: tre nel titolo decimosettimo: una sotto il tit. de Sedictione contra Judicem: altra nel titolo decimonono: un'altra sotto quello de pauperie: quattro nel titolo vigesimoterzo: dodici sotto quello de Furtis, et servis fugacibus: una sotto il tit. de Invasionibus: un'altra sotto il vigesimonono: altra sotto il tit. de raptu mulierum: un'altra sotto quello de fornicatione: tre sotto il tit. de adulterio: una nel titolo trigesimo quarto: e l'altra sotto quello de Culpis servorum, ch'è l'ultima del primo libro.
Nel secondo ne leggiamo assai più insino ad ottantanove: due sotto il titolo secondo: una sotto il terzo: tre nel quarto: una nel quinto: altra nel sesto: un'altra nel settimo: otto sotto il tit. de prohibitis nuptiis: una nel nono: un'altra nel decimo: altra nell'undecimo: tre sotto quello de conjugiis servorum: altra sotto il titolo decimoterzo: un'altra sotto quello de donationibus: un'altra sotto il tit. de ultimis voluntatibus: tre sotto il ventesimo: sedici nel tit. de debitis, et guadimoniis: una sotto quello de Treugis: due sotto il ventesimo quinto: un'altra sotto il ventesimo sesto: altra sotto quello de depositis: altra sotto il tit. de rebus intertiatis: sette nel tit. de prohibita alienatione: due sotto il trentesimo: una sotto quello de prohibita alienatione servorum: quattro sotto il tit. de praescriptionibus: due sotto quello de Evictionibus: quattro sotto l'altra de Sanctimonialibus: due nel tit. de Ariolis: quattro sotto il tit. de Reverentia Ecclesiae, seu immunitatibus debita: cinque sotto l'altro, qualiter Judices debeant: una sotto il tit. de consuetudine: un'altra sotto quello de Testibus: quattro sotto il tit. qualiter quis se defen. deb.; ed una in quello de perjuriis, ch'è il penultimo titolo del libro secondo.
Nel terzo, leggi di Luitprando non abbiamo, come quello che per lo più fu composto dalle leggi di quegli Imperadori, che l'Italia, come successori de' Re dei Longobardi signoreggiarono, dopo avergli da questa provincia discacciati: tutto che alcune pochissime leggi di Rotari, di Rachi e di Astolfo pure i Compilatori v'inserissero. Alcune altre leggi di questo Re possono vedersi appresso Marcolfo[205] e Goldasto.
Ma la saviezza che mostrò questo Principe in comporre il suo Regno con sì provide leggi, e tutti gli altri suoi pregi fur non poco oscurati dalla soverchia ambizione di dominare, e dal desiderio estremo di stendere i confini del suo Regno, oltre a quello, che i suoi predecessori gli avean lasciato, la quale portò egli tanto avanti, che finalmente cagionò ne' suoi successori la ruina dell'Imperio de' Longobardi in Italia; poichè non contento di aver ritolto al Pontefice romano il patrimonio delle Alpi Cozie che poco innanzi il Re Ariperto avea confermato alla Chiesa romana, invase anche il patrimonio sabinense; e tutto intento ad approfittarsi, e ad investigar qualunque opportunità d'ampliare il suo dominio, secondando gli avidi consigli con una presta, e destrissima esecuzione, gli venne fatto d'allargare grandemente il suo Regno sopra le rovine de' Greci. Tanto che la sua potenza rendutasi ormai sospetta a' Pontefici romani, finalmente veggendo costoro depressa, e poco men che estinta in Italia l'autorità degl'Imperadori d'Oriente, e non fidandosi più de' Greci, ch'erano divenuti loro capitalissimi nemici, pensarono alla maniera, che ora diremo, di ricorrere alle forze straniere per abbassare Imperio sì grande.
§. II. Novità insorte in Italia per gli editti di Lione Isaurico.
Reggeva in questi tempi l'Oriente Lione Isaurico, il quale, calcando le orme di Bardane soprannomato Filippico (che fu il primo Imperador d'Oriente, che cominciò a muover guerra alle immagini) era chiamato Iconomaco, come colui, che fuor d'ogni misura e sopra tutti gli altri avea quelle in odio ed abbominazione; poichè persuaso, con abbatterle di discacciar l'Idolatria, che credette per l'adorazione e culto delle medesime essersi introdotta nel Cristianesimo, si prometteva felicità nel suo Imperio; ed in premio di sì magnanima e pietosa impresa, come e' la riputava, lusingavasi di dovere colla prosperità de' successi stendere il suo Imperio, reintegrargli l'Italia da' Longobardi occupata, ed alla pristina dignità e grandezza restituirlo. Nè mancò chi, per accrescer l'inganno e la lusinga con presagi ed augurj alcune volte dal caso confermati, glie ne promettesse facile e sicuro adempimento; e la politica di questo Principe, la quale non può negarsi, che non sia stata grande, rimase da sì vani vaticinj delusa e schernita; imperocchè non ponderando egli, che appresso i Popoli, e particolarmente agl'Italiani, sì strana e nuova impresa dovea eccitar turbolenze e tumulti grandissimi, siccome coloro, i quali, avvezzi già per molto tempo nelle chiese ed altrove a venerar quelle immagini, e a promettersi per l'intercessione de' loro prototipi felicità non meno spirituali che temporali, non potevano i loro animi, percossi da sì strana novità, non riempiersi di grandissimo orrore in veggendo ardere per mano di uomini vilissimi, con sommo disprezzo abbattere, ed in minutissimi pezzi frangere quelle statue, che da loro maggiori con ugual pietà e magnificenza erano state ne' tempj, e su le porte delle città a pubblica venerazione collocate.
Nè certamente avrebbe giammai mente d'uomo potuto investigare novità più rimarchevole o più penetrante di questa, per mettere in iscompiglio le province tutte dell'Italia; avvegnachè l'altre eresie, non avendo avuto niente del popolare e del tragico, ancorchè si fossero diffuse per la mente degl'uomini, e precisamente l'arriana, non portarono nel disseminarsi tanti tumulti e sconcerti, quanti ne dovea suscitar questa, la quale non poteva porsi in effetto, se non per mezzo di modi strepitosi, d'incendj, d'abbattimenti, e per altri tragici avvenimenti. Lione, come Principe prudente e savio, sul principio tenne perciò modi soavi e placidi; proccurò prima con ragioni e scongiuri persuader negli altri quel ch'egli credeva; poi veggendo che ciò niente giovava, diede fuori un editto, col quale non si comandava altro se non che si togliessero le immagini da que' luoghi soliti, dove trovavansi riposte per esservi adorate, e si collocassero nelle sommità de' tempj, ove non potessero ricever culto, nè adorazione alcuna. Ma avendo da poi scorto negli animi di molti dell'orrore, anzichè avversione a cotali suoi ordinamenti, preso da stizza e da furore, rompendo ogni maggior indugio e deponendo qualunque moderazione, imperversò tanto nell'impresa, che fatto unire il Senato, con pubblica dichiarazione ordinò, che tutte le immagini fossero abbattute, e che nè pur una ne fosse permessa dentro alle chiese di Costantinopoli: essendo egli persuaso, che quanto più tardasse a condurre a suo fine questa eroica e gloriosa operazione, tanto più sarebbe tardato a riceverne il premio, conforme alle concepute idee.
In Oriente a questo disegno dell'Imperadore si opposero Germano Patriarca di Costantinopoli, e S. Giovanni Damasceno; ma Lione fece deporre Germano, e nel 730 fece metter in suo luogo Anastasio. Sono alcuni che scrissero, che facesse ancora colla forza eseguire in Costantinopoli l'editto, con far ardere e rovesciare tutte le immagini, e tutto ciò ch'era di rado e pellegrino in quella città, e che alla vista di tutto il Mondo facesse anche abbattere la statua del Salvatore, che s'innalzava sopra la gran porta del palagio imperiale, fatta ivi ergere da Costantino il Grande; altri riputano favoloso ciò che si narra dell'abbattimento della statua del Salvatore, e vogliono che in questi principi Lione non imperversasse tanto. Che che ne sia, egli voleva far valere il suo editto, e che s'eseguisse non meno in Costantinopoli ed in Oriente, che in tutte le altre province dell'Occidente, ch'erano rimase sotto il suo dominio. Comandò per tanto gagliardamente a' suoi Uficiali, ch'eran destinati al governo di quelle, che facessero nelle città a loro soggette eseguir l'editto, e sopra ogni altro impose a Scolastico Patrizio, che si trovava allora Esarca di Ravenna, che facesse eseguire puntualmente i suoi ordini, con far rovesciare in quella città tutte le immagini, senza permetterne alcuna.
Ma in Occidente, e particolarmente in Italia non pure non fu ubbidito l'editto, ma vennero i Popoli in tanto abborrimento di quello, che apertamente proruppero in manifesta sollevazione. I Principi dell'Occidente che non erano sotto il di lui Imperio, i longobardi Re d'Italia, ed i nostri Duchi di Benevento lo detestarono, nè vollero che ne' loro dominj si ricevesse: questa stessa avversione era ne' Popoli soggetti all'Imperio greco; nè tutti i sforzi degli Uficiali, che volevan in tutti i modi farlo eseguire, poterono giammai nulla spuntare contra l'ostinata universale repugnanza. Niente valsero in Roma, ed in tutto il Ducato romano; niente nel Ducato napoletano, e negli altri Ducati e città che ubbidivano agl'Imperadori di Oriente. Anzi l'Esarca Scolastico in Ravenna, volendo con violenza obbligare quel Popolo all'osservanza dell'editto, cagionò più gravi e dannevoli disordini; poichè, avendo comandato che a viva forza si rovesciassero in quella città l'immagini, eccitò tali tumulti, che il Popolo, spinto a manifesta rivolta contra l'Imperadore, ridusse la cosa in tale estremità, che finalmente i Ravignani passarono sotto la dominazione di Luitprando. Imperocchè questo accortissimo Principe, che invigilava sempre ad ingrandire il suo Regno a danni dell'Imperadore, avendo intesa la sollevazione di coloro, portò subito l'assedio a quella città, e strettala per mare e per terra, dopo avere sconfitta l'armata navale de' Greci, che veniva per soccorrerla, se ne rendè in pochi giorni padrone[206]: molte altre città dell'Esarcato tantosto renderonsi a lui; e finalmente ridusse l'Esarcato in forma di Ducato, ed agli altri Ducati de' Longobardi aggiunse questo, dandogli nuova forma, e ne creò Duca Ildeprando suo nipote (quegli che poi fu innalzato al soglio reale), al quale, essendo ancor fanciullo, diede per Direttore Peredeo Duca di Vicenza.
Reggeva in questi medesimi tempi il Ponteficato romano Gregorio II di questo nome, il quale era succeduto a Costantino nella sede di Roma l'anno 714. Questi sebbene, unito co' Romani, si fosse grandemente opposto a' disegni di Lione; nulladimanco avendo sospetta, come ebbero sempre i suoi predecessori, la potenza de' Longobardi, non poteva soffrire che il loro Regno sotto Luitprando, Principe ambizioso, si stendesse tanto, che finalmente potesse portar la ruina della sua sede e del Pontificato. Per questi rispetti, come fece l'altro Gregorio, invigilava sempre agl'interessi degl'Imperadori greci, che tenevano in Italia, e proccurava che le loro forze non declinassero, affinchè potessero opponersi a' disegni de' Longobardi, e fosse l'autorità loro ritegno e freno a tanta potenza: perciò si oppose al Duca di Benevento, ed ajutò i Greci napoletani, perchè Cuma non fosse da' Longobardi beneventani soggiogata. E quantunque per aversi egli dovuto opponere agli sforzi di Lione in queste novità dell'abbattimento delle immagini, fosse stato dall'Imperadore indegnissimamente trattato, sino a minacciarlo di volerlo scacciare dalla sua sede, e di mandarlo in esilio[207]; con tutto ciò, posponendo le private ingiurie alla pubblica causa, dirizzò tutti i suoi pensieri per impedire la rivolta de' Popoli d'Italia, che a lui ubbidivano, e per difendere le terre dell'Imperio dall'invasione de' Longobardi.
Non aveva egli in Italia Principe vicino a chi potesse ricorrere per poter contra coloro far argine. Le sole forze de' Greci non bastavano: la Repubblica di Venezia solamente, che da tenuissimi principj surta, in questi tempi erasi renduta di qualche considerazione in Italia, vi restava, tanto che l'Esarca ivi erasi salvato; si raccomandò, e si rivolse per tanto Gregorio a' soccorsi de' Veneziani, ed avendo scritto una bene forte lettera ad Urso lor Duce, tanto fece ed operò co' suoi uficj, che finalmente ridusse i Veneziani a ristabilir l'Esarca in Ravenna, la quale essi con tanta celerità ritolsero a' Longobardi, che Luitprando da Pavia non potè mandarvi soccorso: furono dunque i Longobardi scacciati, rimanendo Ildeprando prigione in mano de' Veneziani, e Peredeo, mentre fuggiva, fuvvi miseramente ucciso.
Credette il Papa, che Lione sarebbe stato riconoscente d'un servigio tanto considerabile; onde si mise a sollecitarlo più fortemente che mai per lettere[208] affinchè abbandonasse la sua impresa. Ma fu ben deluso Gregorio nelle sue speranze, poichè questo Principe, a cui era noto, che Gregorio più per proprio suo interesse, che per l'Imperio, erasi mosso in suo ajuto, irritato vie più in veggendo, che e' continuasse d'opporsi sempre più al suo disegno, e che con manifeste rivolte si tentasse scuotere il suo dominio; e conoscendo la fermezza del Papa, che l'avrebbe impedito per sempre, pensò seriamente a rimovere ogni ostacolo; e vedendo che sarebbe stata cosa difficile di venirne a capo colla forza, pensò di ricorrere alle arti ed al tradimento. Il Ducato romano, come s'è più volte detto, durava in Italia sotto la sua dominazione, e da lui si mandavano i Duchi a Roma per reggerlo. Era in questi tempi Duca di Roma Maurizio: a costui diede segretissimi ordini di favorire tre suoi Uficiali, che si ritrovavano in Roma, li quali, insidiando la vita del Pontefice, avevano data parola a Lione di condurlo in Costantinopoli vivo o morto; ma non riuscito a costoro il disegno, e pensando l'Imperadore, che dalla negligenza de' suoi principali Uficiali fosse stato frastornato, inviò nell'anno 725 Paolo Patricio in Italia per comandar in Ravenna in qualità d'Esarca[209], al quale incaricò questo fatto, ed allora i tre congiurati, tenendosi sicuri d'una potente protezione, si affrettarono di fare il disegnato colpo: ma prima che ne venissero all'esecuzione, la congiura fu scoperta da' Romani, vigilantissimi alla conservazione d'un Pontefice, ch'essi avevano tanto caro; ed avendone incontanente arrestati due, gli fecero subito morire; e l'altro che colla fuga erasi posto in salvo dentro un monastero, quivi rendutosi Monaco finì i giorni suoi.
Intanto il nuovo Esarca, che veniva sollecitato da Lione con premurosissimi ordini di trovar ogni strada per aver in mano il Papa, vedendo riuscir vane tutte le sue arti ed insidie, perchè il Papa era troppo bene guardato da' Romani, finalmente impaziente d'ogni indugio si risolse d'impiegar la forza aperta per mantener la parola, che egli aveva data a Lione di mettergli nelle mani Gregorio[210]. Ragunò dunque più presto che gli fu possibile alcune truppe, raccolte parte da Ravenna e parte dell'armata, ch'egli teneva in piedi, per essere sempre in istato di difendersi dagli insulti de' Longobardi vicini, e le mandò ad unirsi agl'Imperiali, ch'erano in Roma più deboli, con ordine di menar via il Papa, e di condurlo a Ravenna.
Ma Luitprando, scaltro ed accortissimo Principe, ancorchè si tenesse offeso da Gregorio, il quale aveva suscitati i Veneziani contro di lui per fargli perdere Ravenna, come la perdette, deliberò in questa necessità di soccorrere il Papa ed i Romani contra i Greci, acciocchè, tenendo in bilancio i due partiti, per gli aiuti più o meno forti, che lor avrebbe somministrati secondo le occasioni, venissero in questa divisione a poco a poco ad indebolirsi e gli uni e gli altri, onde potesse poi della lor debolezza approfittarsi. Diede per tanto pronto ordine a Governatori delle Piazze, ch'egli aveva ne' contorni di Ravenna e di Roma, d'unirsi a' Romani, i quali con si valido soccorso trovandosi più forti di quelli dell'Esarca, gli fermarono vicino Spoleto, e costrinsongli finalmente ad abbandonar la loro impresa, e a ritornare in Ravenna.
Lione intanto, il quale per altro nell'arte del regnare e del dissimulare non era cotanto inesperto, ancorchè vedesse essergli sì mal riuscita la forza ed il tradimento, lasciossi talmente trasportar dalla collera, che non curando i danni gravissimi, che poteva portar seco una risoluzione tanto bizzarra, come era quella che egli volle prendere, quando men dovea, credette che l'autorità sua per se sola e disarmata, avrebbe fatto senza fatica ciò che non potè eseguire coll'armi e colle insidie: perciocchè trascurato ogni rispetto, e consigliandosi solamente colla sua passione, reiterò quanto intempestivamente, altrettanto con molta veemenza e fervore gli ordini all'Esarca di far pubblicare ed eseguire in Roma, ed in tutte le città del suo Imperio, che teneva in Italia, l'editto, che poco anzi aveva in Costantinopoli formato. Conteneva l'editto, come s'è detto, che si togliessero dalle chiese tutte le immagini, come tanti Idoli: prometteva di più ogni sorte di favore al Papa, purchè ubbidisse, ed all'incontro lo dichiarava reo e decaduto dal Ponteficato, nel caso che ricusasse.
Non fu veduta mai più pronta, nè più generale, nè meglio concertata risoluzione di quella, che si fece per tutto e principalmente a Roma, subito che vi fu pubblicato questo editto.
Gregorio assicurato già degli animi di tutti disposti in suo ajuto, assicurato ancora da' Longobardi, e vedendo che Lione non osservava più nè misura, nè modo, e che attaccava già apertamente non pur la sua persona, ma anche la religione; si risolse d'impiegare alla prima tutta l'autorità sua pontificale, e le armi spirituali del suo ministero per impedire, che un così detestabile editto non fosse ricevuto in Italia. Cominciò a scomunicare solennemente l'Esarca, e tutti i di lui complici. Poi mandò lettere appostoliche ai Veneziani, al Re Luitprando, ed a' Duchi de' Longobardi, ed a tutte le città dell'Imperio, per le quali gli esortava a tenersi saldi ed immobili nella fede cattolica, e ad opporsi con tutte le forze all'esecuzione di questo editto.
Queste lettere fecero tanta impressione sopra gli spiriti, che tutti i Popoli d'Italia, benchè di partiti differenti, e che spesso fra di loro guerreggiavano, come i Veneziani, Romani e Longobardi, s'unirono tutti in un sol corpo, animato d'un medesimo spirito, che gli fece operare di concerto per difender la fede cattolica e la vita del Papa, protestando tutti insieme di voler conservarla sino ad esporre la propria per una causa sì gloriosa. Ma come è difficile nel calore d'un primo moto di conservar eziandio nel bene le giuste misure, che egli dee avere; non si tennero nei limiti d'una legittima difesa: perocchè non solo i Romani e quelli di Pentapoli, ch'è oggidì la Marca d'Ancona, presero le armi, e s'unirono a' Veneziani, che furono i primi ad armarsi, ma portando più innanzi il loro zelo, scossero apertamente il giogo. Non contenti d'aver abbattute le immagini di Lione, non vollero più conoscerlo per loro Imperadore, e si elessero da loro stessi nuovi Magistrati per governarsi nell'interregno, che pretendevano fare di propria loro autorità. Andarono anche più avanti, e portarono finalmente la cosa quasi all'ultima estremità; perciocchè eran risoluti di creare un altro Imperadore, e di condurlo a Costantinopoli con una potente armata, per metterlo nel luogo di Lione; ma il Papa non riputando questo consiglio opportuno, nè proprio di quel tempo, lo rifiutò, e vi si oppose in maniera che non ebbe nessuno effetto[211].
Ma questo non impedì il destino di Lione, che terminò finalmente di fargli perdere in Italia l'Esarcato di Ravenna, il Ducato di Roma, e mancò poco che non perdesse il Ducato di Napoli, e con esso tutta la sua autorità in Italia: perocchè sollevati i Popoli, tantosto si divisero in fazioni e partiti. In Ravenna Paolo Esarca n'avea guadagnato molti, o per vile compiacenza, o per interesse, o per la speranza di salire in posti maggiori. Ma il contrario, che sosteneva il Papa, più forte e numeroso, non potendo soffrire l'Esarca, si sollevò, ed insorta una furiosa sedizione, anzi una spezie di guerra civile, tra i due partiti, presero l'armi per distruggersi l'un con l'altro. La fazione de' cattolici, come più forte, essendo nel conflitto rimasa superiore, fece strage grandissima di tutti gli Iconoclasti, senza risparmiar nemmeno l'Esarca, che fu ammazzato in questo tumulto. Queste furono le cagioni, le quali fecero perdere agl'Imperadori d'Oriente molte città della Romagna, ch'eran dell'Esarcato, e tutte l'altre città della Marca, che si renderono a Luitprando Re de' Longobardi. Imperocchè questo scaltro Principe, il quale non era per altro entrato in questa guerra, che per profittar dell'occasione d'ingrandirsi a' danni degli uni e degli altri, non mancò di tirar tutto il vantaggio, ch'egli poteva sperare di questa rivolta, e di far valere il pretesto della religione, secondo la massima della politica umana per conseguire i suoi fini. Fece dunque comprendere a questi Popoli, da una parte, che non potrebbono mai conservar la religione sotto un Imperadore non solamente eretico, ma ancora persecutore degli Ortodossi; e che dall'altra erano troppo deboli per resistere alle forze d'un sì potente Principe, dal quale potrebbono essere attaccati in un tempo, in cui altri interessi sarebbon forse d'impedimento a' loro amici di soccorrergli: dimodochè quelle città, non seguitando in questo movimento se non i consigli, che lor venivano ispirati dall'odio e dal timore mischiati di zelo e d'amore per la religione, dopo avere scosso il giogo dell'Imperio, si misero sotto l'ubbidienza del Longobardo. Documento che può mostrare a' Principi quanto possa nell'animo de' Popoli la forza della religione, e da ciò apprenderanno non potersi quella alterare, senza pericolo di violentemente scuotere fino da' primi cardini gli Stati da loro governati.
§. III. Il Ducato napoletano si mantenne nella fede di Lione Isaurico.
Mancò poco che, ciocchè i predecessori di Luitprando per lungo corso di anni e di guerre non poteron conseguire, egli in un tratto non ne venisse a capo, occupando il Ducato napoletano, come avea fatto di molte città dell'Esarcato di Ravenna. Era il Ducato di Napoli, come si disse, governato da un Duca, che anche da Costantinopoli solevan mandare gl'Imperadori Orientali, a' quali era sottoposto. Nei tempi di Lione governava questa città per l'Imperadore, Esilarato successore di Giovanni, il quale spinto da precisi ordini di Lione, sollecitava i Popoli della Campagna a ricevere l'editto, ed a seguitare la religione del loro Principe: aveva medesimamente subornati uomini per fare ammazzare il Papa, promettendo loro grandi ricompense, se facessero questo colpo, che egli diceva esser assolutamente necessario per riposo d'Italia. Questa esecranda viltà scoperta da' Napoletani, devotissimi che furono sempre de' Pontefici, e tenacissimi in sostenendo la dottrina della Chiesa romana, parve loro così orrenda e mostruosa, che chiudendo gli occhi ad ogni altra considerazione, fuorchè a quella, che animava la loro indegnazione alla vendetta di questo attentato, presero le armi, ed eccitato avendo turbolenze e tumulti, rivoltaronsi contra il Duca Esilarato il quale, non avendo di che far loro resistenza in una sì generale sollevazione, l'ammazzarono insieme con Adriano suo figliuolo; e ad uno de' suoi principali Uficiali, ch'essi accusarono d'aver composto un sedizioso scritto contra il Papa, parimente tolsero la vita[212].
Ma i Napoletani non portarono più avanti il loro sdegno, nè mancarono alla fede dovuta al loro Principe, come fecero l'altre città, nè vollero avere alcuno ricorso a' Longobardi, i quali sebbene avessero subito aperti gli occhi a sì bella opportunità, nulladimeno i Napoletani, per non irritar maggiormente lo sdegno dell'Imperadore, o come è più verisimile, essendo sempre stato fra questi due Popoli per le lunghe e continuate guerre, odio implacabile, non vollero usare tanta viltà, di sottoporsi a' Longobardi, avuti da essi sempre per fieri ed implacabili nemici. Tanto che non riuscì a Luitprando, nè a' Longobardi beneventani di potersi approfittar di sì bella occasione. Per cotale modo si mantenne questo Ducato (quando tutte le altre Signorie che gl'Imperadori orientali tenevano in Italia cominciavan a mancare) saldo e costante nella ubbidienza del suo Principe: onde in luogo d'Esilarato, sostituendosi Pietro per Duca di questa città, continuarono essi a vivere sotto l'Imperio de' Greci, infinattanto che da' Normanni non fu il lor Ducato, dopo il corso di molti e molti anni, a' Greci finalmente tolto, come diremo ne' seguenti libri.
Lione stordito alla notizia d'una sì generale rivoluzione, in vece di levar la cagione d'un sì gran male, non fece altro, che maggiormente inasprirlo, fin a renderlo incurabile; ciocchè finalmente fecegli anche perdere il Ducato di Roma, senza speranza di più ricuperarlo: e che l'avrebbe anche interamente spogliato di quello di Napoli, e di tutta l'autorità sua in Italia, se la costanza de' Napoletani, e l'avversione ch'essi tenevano a' Longobardi, non l'avesse impedito. Egli imperversando sempre più contro alla vita del Pontefice, credendolo autore di tutti questi mali, subito ch'ebbe intesa la morte di Paolo Esarca, e la sollevazione della Campagna contra il Duca di Napoli, mandò nell'anno 727 l'Eunuco Eutichio in Ravenna in qualità d'Esarca[213], uno de' più scellerati uomini della terra, e de' più atti ad eseguire le più empie e più difficili imprese. Si sforzò costui di corrompere i Governadori delle Piazze, ch'erano sotto la dominazione de' Longobardi ne' contorni di Napoli e di Roma, solamente per obbligargli a dissimulare, ed a non far tutto quello, che potrebbero per difendere il Papa; ma non ebbe questo vile artificio tutto il successo, ch'egli n'aspettava; poichè un uomo mandato da questo Eunuco segretamente a Roma, fu preso da' Romani, e trovatolo carico degli ordini espressi dell'Imperadore a tutti i suoi Uficiali di porre a rischio ogni cosa, per ammazzare il Papa, furono per porlo in pezzi, se Gregorio non l'avesse impedito, contentandosi solo di scomunicare Eutichio[214].
§. IV. Origine del dominio temporale de' Romani Pontefici in Italia.
Trovavasi veramente Gregorio in angustie grandi, poichè se bene Luitprando co' Longobardi mostrava di difenderlo contra gli sforzi di Lione, conosceva però assai bene, che questo zelo lo dimostravano non tanto per di lui servigio e conservazione, quanto per approfittarsi sopra l'altrui discordie; per la qual cagione non aveva in che molto fidarsi di loro, come l'evento il dimostrò. Quindi i Romani, abbominando dall'un canto l'empietà di Lione, alla quale voleva tirargli per quel suo editto, e dall'altro essendo loro sospetta l'ambizione di Luitprando, che non cercava altro in questi torbidi, che d'impadronirsi del Ducato romano; si risolsero finalmente, scosso il giogo di Lione, mantenersi uniti sotto l'ubbidienza del Papa, al quale giurarono di volerlo difendere contra gli sforzi e di Lione e di Luitprando. Questa fu l'origine, e questi furono i primi fondamenti che si buttarono, sopra de' quali col correr degli anni venne a stabilirsi il dominio temporale de' Pontefici romani in Italia. Cominciò il lor dominio da questo interregno, che fecero i Romani, i quali liberatisi da Lione, erano tutti uniti sotto il Papa lor Capo, ma non già ancora lor Principe.
Ma non perchè tanta avversità a' suoi disegni scorgesse Eutichio, si perdè d'animo a proseguire il suo disegno; imperocchè rifatta, come potè meglio, la sua armata, si portò in Ravenna, e durando ancora le fazioni in quella città, gli fu facile, veggendosi i suoi partigiani soccorsi con sì valide forze, ricuperarla, e ridurre i Ravignani nella fede del suo Principe. Questi, ponderando che tutta l'Italia era per lui perduta, e che non potrebbe mai opprimere il Papa e l'ostinazione de' Romani, sempre che Luitprando era per soccorrergli; impiegò tutta la sua destrezza e politica per distaccar questo Principe dagl'interessi del Pontefice e de' Romani, ed obbligarlo ne' suoi. Erasi in questo incontro ribellato a Luitprando, Trasimondo Duca di Spoleto, e trovandosi Luitprando impiegato a reprimere la costui fellonia, ardeva di desiderio di farne aspra e presta vendetta. Si era ancora il Re accorto, per la risoluzione ferma de' Romani di darsi al Papa, che niente potrebbero giovargli con essi le arti e le lusinghe per tirargli alla sua ubbidienza, ma che restava la sola forza per far questo colpo. Per questi rispetti offerendogli l'Esarca il suo esercito per reprimere prima la fellonia di Trasimondo, come che non per altri fini s'era intrigato in questa guerra, che per approfittar delle occasioni, ch'ella gli avrebbe somministrate di tirare grandi vantaggi o dall'una o dall'altra parte: non ebbe Eutichio a durar molta fatica per tirarlo ne' suoi disegni; per questo dimenticatosi dell'obbligo, ch'egli aveva co' Romani, e della parola da lui data di difendere il Papa e la religione contra gl'insulti dell'Imperadore, accettò queste offerte, e conchiuse con Eutichio il trattato, il quale in fatti congiunse tosto la sua armata a quella del Re, e seguitollo alla guerra, ch'egli andò a portare contra il Duca di Spoleti suo ribelle; la quale non durò troppo, poichè Trasimondo restò così sorpreso di questa colleganza, la quale non aspettava punto, che subito che Luitprando fu arrivato innanzi Spoleti, venne a gittarsi a' di lui piedi, chiedendogli perdono, e l'ottenne: fu medesimamente ristabilito nel suo Ducato, facendo di nuovo al Re a giuramento, e dandogli ostaggi della sua fedeltà.
Mancata così tosto l'occasione d'impiegar le armi contra ribelli, in adempimento del trattato con Eutichio, furon quelle voltate contra i Romani, e venne Luitprando con le due armate a presentarsi sotto Roma, accampandosi nelle praterie di Nerone, che sono tra 'l Tebro, e la chiesa di S. Pietro, dirimpetto al Castel S. Angelo. Presentendo Gregorio l'apparecchio di Luitprando, aveva fatto munire, come potè il meglio, la città di Roma; ma scorgendo che mal colla forza poteva resistere a tanto apparato di guerra, avendo innanzi agli occhi l'esempio del Duca di Spoleti, che colle preghiere ottenne dalla pietà di Luitprando quel che non avrebbe potuto sperar colle armi; volle imitarlo, e senza consultar la prudenza umana, la quale non poteva mai persuadere, ch'egli fosse andato a mettersi nelle mani de' suoi nemici, senza grandi precauzioni, e senza aver ben prima prese le sue misure; accompagnato dal Clero e da alcuni Baroni romani andò egli stesso a trovare il Re. Sorpreso Luitprando da quest'atto non preveduto, non potè resistere agl'impulsi della cortesìa, che gli erano molto naturali, e di riceverlo con tutto il rispetto dovuto alla santità della vita, ed all'augusto carattere del sovrano pontificato. Allora fu che Gregorio, pigliando quell'aria di maestà, che la sola virtù suprema, accompagnata da una sì alta dignità, può ispirare, cominciò con tutta la forza immaginabile temperata con una grave benignità a spander i fiumi d'eloquenza, rimproverandogli la fede promessa; il torto che faceva alla religione, della quale era tanto zelante, e ponendogli avanti gli occhi i danni gravissimi, che poteva apportare al suo Regno, se mancasse di protegger la Chiesa; lo scongiurava a desistere dall'impresa, altrove le sue armi rivolgendo. Luitprando o tocco internamente da' stimoli di religione, o che vedesse in quell'istante molte cose, ch'egli non aveva considerate nell'ardore della sua passione, o perchè, siccome gli uomini non sanno essere in tutto buoni, nemmeno sanno essere in tutto cattivi; rimase così tocco di queste dimostranze di Gregorio, che senza pensare, nè a giustificar la sua condotta, nè a cercare scusa per metter in qualche modo a coperto l'onor suo, gettossi alla presenza di tutti a' di lui piedi, e confessando il suo errore, protestò di voler ripararlo allora, e di non mai soffrire per l'avvenire, che si facesse alcun torto a' Romani, nè che si violasse nella di lui persona la maestà della Chiesa di cui era egli padre e Capo. Ed istando l'Esarca che s'adempiessero gli ordini dell'Imperadore[215], non solo non vi diede orecchio, ma per dare al Papa un più sicuro pegno della sua parola, pregollo che andassero insieme nella Basilica di S. Pietro, la qual era ancora in quel tempo fuori delle mura della città, e quivi in presenza di tutti i Capi della sua armata, che l'avevano seguitato, fattosi disarmare, pose sopra il sepolcro dell'Appostolo le sue armi, la cinta e la spada, il bracciale, l'ammanto regale, la sua corona d'oro ed una croce d'argento; supplicò da poi il Papa, che ricevesse nella sua grazia l'Esarca Eutichio, di cui non potevasi più temere, quando non avesse l'ajuto de' Longobardi. Gregorio sperando sempre, che Lione avrebbe un dì riconosciuti i suoi errori, acconsentì a questa dimanda, dimodochè ritiratosi Luitprando coll'esercito ne' suoi Stati, l'Esarca fu ricevuto in Roma, e trattennevisi qualche tempo molto quieto in buona intelligenza col Papa; in guisa che, essendo succeduto medesimamente in questi tempi, che un impostore, il quale facevasi chiamar Tiberio, e che vantavasi della stirpe degli Imperadori, aveva sedotti alcuni Popoli della Toscana, che lo proclamarono Augusto[216]; Gregorio che non trascurava occasione d'obbligarsi Lione, veggendo che l'Esarca n'era entrato in pensiero per non avere forze bastanti ad opprimerlo, si maneggiò tanto appresso i Romani, che l'accompagnarono in questa guerra contra il Tiranno, il quale fu assediato e preso in un castello; donde fu mandata la di lui testa all'Imperadore.
Ma Lione indurato sempre più, portò la sua passione fino all'ultime estremità, perchè in Oriente, ove era più assoluto il suo Imperio, e che non aveva chi se gli opponesse, riempiè di stragi, di lagrime, e di sangue il tutto: fece cancellar quante pitture erano in tutte le chiese: indi fece pubblicar un ordine, col quale s'incaricava a tutti gli abitanti, principalmente a quelli, che avevan cura delle chiese, di riporre nelle mani de' suoi Uficiali tutte le immagini, acciocchè in un momento potesse purgar la città, facendole bruciare tutte insieme. Ma l'esecuzione riuscendo strepitosa, non perdonandosi nè a sesso, nè ad età; fu questa finalmente la cagione, che, senza speranza di racquistarlo, fece perdere a Lione ed a' suoi successori ciò che restava loro in Occidente. Imperocchè il Papa, disperando all'intutto la riduzione di questo Principe, e temendo che un giorno non si facesse nelle province d'Occidente ciò, che egli vedeva con estremo dolore essersi fatto in quelle d'Oriente; rallentò quel freno che e' per lo passato avea tenuto forte a non permettere, che i Romani scotessero affatto il giogo del lor Principe, ma lasciando al loro arbitrio di far ciò, che volessero, approvò finalmente quello che egli insino allora erasi sempre studiato impedire, e ciò che i Popoli aveano già cominciato a fare da loro stessi; onde i Romani, tolta ogni ubbidienza a Lione, si sottrassero affatto dal suo dominio, impedendo che più se gli pagassero i tributi, e s'unirono insieme sotto l'ubbidienza di Gregorio come lor Capo, non già come lor Principe.
Alcuni nostri Scrittori, per l'autorità di Teofane, Cedreno, Zonara, e di Niceforo, Autori greci, e che fiorirono molto tempo dopo di Gregorio, Paolo Varnefrido ed Anastasio Bibliotecario, rapportano che i Romani, scosso il giogo, elessero Gregorio per lor Principe, dandogli il giuramento di fedeltà; e che il Papa, accettato il Principato di Roma, ordinasse a' Romani, ed a tutto il resto d'Italia, che non pagassero più tributo all'Imperadore, e che di più assolvesse dal giuramento i vassalli dell'Imperio; scomunicasse con pubblica e solenne celebrità l'Imperador Lione; lo privasse non pur de' dominj, che egli avea in Italia, ma anche di tutto l'Imperio: e che quindi fosse surto il dominio independente del Papa sopra di Roma e del suo Ducato: che poi per la munificenza di Pipino e di Carlo M. si stese sopra l'Esarcato di Ravenna, di Pentapoli, e di molte altre città d'Italia.
Gli Scrittori franzesi, fra' quali l'Arcivescovo di Parigi P. di Marca[217], e que' due celebri Teologi Natale e Dupino[218], niegano che Gregorio savio e prudente Pontefice avesse dato in tali eccessi; le epistole di questo stesso Pontefice[219], Varnefrido, Anastasio Bibliotecario, Damasceno, l'epistole ancora di Gregorio III, e di Carlo M. a Costantino ed Irene, convincono per favolosi questi racconti; per la testimonianza de' quali tanto è lontano, che Gregorio avesse scomunicato Lione, accettato il Principato di Roma, sciolti i vassalli dell'Imperio dal giuramento e dai tributi, e deposto l'Imperadore, che anzi ci accertano che Gregorio, ancorchè in mille guise offeso, fosse stato sempre a Lione uficioso e riverente, ed avesse in tutte le occasioni impedite le rivolte de' popoli, e proccurato, che non si sollevassero contro al lor Principe. Si oppose, egli è vero, agli editti di Lione per l'abolizione delle immagini, comandando che non s'ubbidissero, ed esortando quel Principe, che lasciasse il disegno in cui era entrato; ma appresso sì gravi Autori non si legge, che lo scomunicasse. Il primo Pontefice romano, che si diè vanto di aver adoperati i suoi fulmini sopra le teste imperiali, fu il famoso Ildeprando Gregorio VII, come noteremo a suo luogo, non già Gregorio II. Ciò che più chiaro si manifesta per quello, che scrive Anastasio[220], narrando che avendo Lione deposto dal Patriarcato di Costantinopoli. Germano, per non aver voluto acconsentire all'editto, e sustituito Anastasio Iconoclasta; dice egli che Gregorio scomunicò bene sì Anastasio, perseverando nell'errore, ma che all'Imperadore solo sgridava con lettere, ammoniva, esortava, che desistesse dall'impresa, non già che lo scomunicasse, come scrisse di Anastasio. Più favolosa è la deposizione, che si narra fatta da Gregorio; poichè questo Pontefice riconobbe Lione per Imperadore finchè visse; e lo stesso fece il suo successore Gregorio III, il quale comunicò col medesimo e di lui si leggono molte lettere dirizzate all'Imperadore piene di molta umanità e riverenza. Anzi tanto è vero che lo riconobbe sempre per tale, che le date delle sue lettere portano gli anni del suo Imperio, come è quella di Gregorio dirizzata a Bonifacio, Imperante Domino piissimo Augusto Leone, Imperii ejus XXIII[221].
I nostri moderni Scrittori latini, tratti dall'autorità di que' Greci, riceverono come vere le loro favole; ma non avvertirono, che dovea preponderare assai più l'autorità de' nostri antichi latini Scrittori, che fiorirono prima, e che narravano cose accadute in tempo, ed in parte da loro non cotanto rimota e lontana. Non avvertirono ancora, che i Greci di quegli ultimi tempi, oltre al carattere della loro nazione, che gli ha sempre palesati al Mondo mendaci e favolosi, erano tutti avversi alla Chiesa romana, e per commover gli animi di tutti ad odio, e per recar invidia a' Pontefici romani, gli rappresentarono al Mondo per autori di novità e di rivoluzioni, imputando ad essi la ruina dell'Imperio d'Occidente, accagionandogli di novatori, ambizioni, usurpatori dell'autorità temporale de' Principi: e che mal imitando il nostro Capo e Maestro Gesù, fossero divenuti, da Sacerdoti, Principi.
Le favole di questi Greci scismatici furono poi con aridità e con applauso ricevute da' moderni novatori e da' più rabbiosi eretici degli ultimi nostri tempi. Essi ancora, per l'autorità di costoro, vogliono in tutti i modi, che veramente Gregorio scomunicasse Lione, che assolvesse i vassalli dell'Imperio dal giuramento, che deponesse l'Imperadore, ordinasse che non se gli pagassero i tributi, e che da' Romani ribellanti essendogli offerta la Signoria di Roma, avesse accettato d'esserne Signore, onde ne divenisse Principe. Spanemio[222], fra gli altri, si scaglia contra gli Scrittori franzesi, che hanno per favolosi nella persona di Gregorio questi racconti: dice che essi scrivendo sotto il Regno di Lodovico il Grande, han voluto negar questi fatti, ne sub Ludovico M. in Romano Pontifice hujusmodi potestatem agnoscere viderentur: ma essi intanto vogliono che fossero veri, per farne un tal paragone tra Cristo S. N. ed il P. Romano. Cristo, volendo quella innumerabile turba, tratta da' suoi miracoli, farlo Re, tosto fuggì, e loro rispose, che il suo Regno non era di questo Mondo: il Papa, avendo i ribellanti Romani scosso il giogo di Lione, ed offerto il Principato a Gregorio, tosto acconsentì, e ne divenne Principe. Cristo espressamente comandò che si pagasse il tributo a Cesare: il Papa ordinò che non si pagassero più i tributi a Lione; per queste e simili antitesi, per queste vie, non tenendo nè modo, nè misura, han prorotto poi in quella bestemmia di aver il Papa per Anticristo.
Or chi crederebbe, che i più parziali de' Greci scismatici, ed i maggiori sostenitori di questi rabbiosi eretici, sieno ora i moderni Romani e gli Scrittori più addetti a quella Corte? Questi, ancorchè ad altro fine, pur vogliono, che Gregorio avesse scomunicato Lione, avesselo deposto comandando che non se gli pagasse il tributo, e quel che è più, che offerendosegli il Principato da' ribellanti Romani l'avesse accettato; onde surse il dominio temporale de' romani Pontefici in Italia. Ecco, per tacer degli altri, come ne scrive il nostro istorico Gesuita Autor della nuova Istoria Napoletana[223]: Tum tandem Romani Orientalis Imperii jugum excusserunt, Gregorium Dominum salutarunt, eique Sacramentum dixerunt, etc. Gregorius oblatum ultro Principatum suscepit: quem non arma, non humanae vires, artesque, sed populorum studia anno 727, auspicato contulerunt. Questo principio appunto vorrebbero gli Eretici dare al dominio temporale de' Papi, fondarla su la fellonia de' Romani, e che Gregorio mal imitando Cristo N. S. avesse accettato il Principato, ed il Servo de' Servi fosse divenuto Signore. Ma per quel che diremo più innanzi, si conoscerà chiaramente, che se bene da questi deboli principj cominciasse, non fu però che il Papa acquistasse allora la Signoria di Roma, ma ben molti anni in appresso: nè con tutto l'interregno che far pretesero i Romani di loro propria autorità, mancarono affatto gli Uficiali dell'Imperador greco in Roma: e possiamo con verità dire, che i primi acquisti furono nell'esarcato di Ravenna, in Pentapoli, e poi nel Ducato romano, per quelle occasioni, che saremo or ora a narrare, non già nella città di Roma.
§. V. Primi ricorsi avuti in Francia da Papa Gregorio II, e dal suo successore Gregorio III.
L'Imperador Lione avvisato di questi successi di cotanta importanza, imperversando assai più contro al Pontefice, confiscò immantenente tutti i patrimonj che in Sicilia, nella Calabria, e negli altri suoi Stati possedeva la Chiesa romana; e già s'apprestava con potente armata di punire la fellonia de' Romani, ridurre l'altre terre al suo Imperio, e prender aspra vendetta del Papa, ch'ei reputava l'autore di tutte queste rivolte; per la qual cosa Gregorio conoscendo, che un colpo di tanta importanza avrebbe potuto cadere sopra di lui, ed opprimerlo, se non fosse stato sostenuto da una potenza, che potesse opporsi con vigore a quella di Lione, pensò di scegliere un protettore, dove trovasse tutto il sostegno e l'appoggio necessario. Non poteva fidarsi de' Longobardi, de' quali con lunga sperienza aveva conosciuti i disegni, e provata l'infedeltà. I Veneziani, benchè zelantissimi per la difesa della Chiesa, non erano ancora così ben forti in Italia, per contrastare soli a tutte le forze del greco Imperadore, particolarmente quando fossero in diffidenza de' Longobardi, ch'erano fastidiosi vicini. E in quanto alla Spagna, ella era in un lagrimoso stato in quel tempo, e poco men che tutta oppressa da' Saraceni. Risolse per tanto d'aver ricorso alla potenza de' Franzesi, la cui costanza nella fede cattolica era stata sempre fermissima. Erano questi già da più di quindici anni governati da Carlo Martello, il quale, per la insufficienza e poco spirito del Re, assunto al primo onore del Regno di Maggiordomo della Casa reale, reggeva con assoluto arbitrio quel Reame, e fatto celebre per mille gloriose spedizioni di guerra nelle Gallie e nella Germania, e sopra tutto per la memorabile sconfitta data a' Saraceni ne' campi di Turone, era reputato universalmente il primo Capitano, ed il vero Eroe del suo tempo.
A questo gran Principe mandò Gregorio, ciò che nissun Papa avea ancora fatto, una magnifica ambasceria con molti belli doni di divozione per ricercarlo di soccorso contra gli attentati di Lione, e di ricevere i Romani e la Chiesa sotto la di lui protezione[224]. Furono i Legati ricevuti da Carlo con onori straordinarj, e con magnificenza degna del più augusto Principe del suo secolo; e in poco tempo fu conchiuso il trattato, per cui obbligavasi Carlo di passare in Italia per difendere la Chiesa ed i Romani, se venissero ad essere attaccati da' Greci o da' Longobardi: ed i Romani all'incontro di riconoscerlo per loro protettore con deferirgli l'onore del Consolato, come altre volte aveva fatto l'Imperador Anastasio al gran Clodoveo, da poi ch'ebbe sconfitti gli Vestrogoti. E rimandati i Legati pieni di ricche donativi, e soddisfatti d'una sì felice negoziazione; Gregorio non avendo più che temere per la Chiesa, alla quale lasciava un così potente protettore, finì i giorni suoi nell'anno 731, con fama d'un Pontefice di rare ed eminenti virtù, che gli fecero meritare sopra la terra gli onori, che non si rendono se non a' Santi del Cielo.
Successe nel Pontificato Gregorio III, di cui altri[225] scrissero, essere stata questa legazione mandata a Carlo Martello, per occasione, che Luitprando, sconfitto Trasimondo Duca di Spoleti, che di nuovo erasi a lui ribellato, profittando al solito delle vittorie, si fosse portato ad invadere di bel nuovo il Ducato romano, irritato contra Gregorio III, che avea accolto il ribelle, e si fosse avanzato a porre la seconda volta l'assedio a Roma, e che non essendo al Papa giovate le preghiere e l'eloquenza, come al suo predecessore, finalmente al soccorso di Carlo si fosse rivolto, per la cui mediazione ottenne, che Luitprando contento solo di quattro città, sciogliesse l'assedio, e lasciasse a' Romani ed al Papa Roma col rimanente di quel Ducato. Che che sia di ciò, egli è certo, che per questi ricorsi cominciarono i Franzesi ad intrigarsi negl'interessi d'Italia, per li quali con reciproco ajuto e cospirando ciascuna delle parti a' proprj avanzamenti, finalmente discacciati i Longobardi, furon essi veduti dominare l'Italia; essersi da' Merovingi nella stirpe di Carolingi trasferito il Reame di Francia; ed all'incontro i Pontefici romani essersi stabiliti in Roma, e nel Ducato romano, con molta parte ancora dell'Esarcato di Ravenna e di Pentapoli: come più innanzi diremo.
§. VI. Costantino Copronimo succede a Lione suo Padre; e morte di Luitprando Re de' Longobardi.
In tanta turbazione essendo le cose d'Italia, e con varj accidenti sempre più deteriorando le forze dell'Imperadore Lione, era solamente rimasa quivi una immagine della sua autorità. L'Esarcato di Ravenna, scantonato in gran parte dalle conquiste de' Longobardi, già minacciava la total rovina senza speranza di riaversi: il Ducato romano era nelle mani de' Romani e del Pontefice lor Capo, a' quali ubbidiva; e se bene rimanessero ancora in Roma alcuni vestigi della sopranità, tenendovi ancora Lione i suoi Uficiali, vi era nondimeno il suo Imperio così debole, che ben mostrava di dovere in breve rimaner affatto estinto: nel solo Ducato napoletano, nella Calabria, e ne' Bruzj, e nelle altre città marittime del Regno, che non ancora erano pervenute nelle mani de' Longobardi beneventani, esercitava egli il pieno potere e dominio. Ma morto Lione Isaurico in quest'anno 741 e succeduto nell'Oriente Costantino Copronimo suo figliuolo diedesi l'ultima mano alla fatal ruina; poichè Costantino non avendo niente delle buone qualità, che aveva avuto suo padre, lo superò infinitamente nelle ree; e se si voglia in ciò prestar fede a' greci Scrittori, egli fu il più scellerato e sozzo mostro che avesse giammai avuto la terra[226]. Appena si vide solo Imperadore, che imperversando assai peggio di suo padre contra le immagini, diede fuori un editto, col quale non solamente condannava le immagini de' Santi, ma proibiva d'invocargli, e di dar loro titolo di Santo, e portando più avanti il furore, imperversò ancora contra le loro reliquie, sino ad ordinare i maggiori oltraggi e disprezzi del Mondo. Perseguitò per tanto i difensori delle immagini, e mandò per questa cagione molti Vescovi in esilio. Ma si rendè vie più empio, e da tutti abborrito per l'odio da lui conceputo contro alla Madre di Dio, proibendo che si celebrasse festa alcuna a di lei onore, e che non s'implorasse l'ajuto di Dio per la di lei intercessione, asserendo non aver ella nessun potere nel Cielo, nè sopra la terra.
Questa esecranda impietà, unita alle tante altre peggiori praticate in appresso, ed a tanti abbominevoli suoi vizj, lo rendè così odioso a' sudditi, che non pur gli fecero perdere quell'ombra di dominio, ch'e' teneva in Roma ed in Ravenna, ma mancò poco che non perdesse insieme tutto l'Imperio.
Era nell'istesso anno, che morì Lione, trapassato anche Gregorio III, ed assunto al Pontificato Zaccaria: debbe a costui la Chiesa romana molto più, che a' due Gregorj, il dominio temporale, che sopra le spoglie dell'Imperio greco seppe parte ristabilire, e molto più acquistare; imperocchè questi appena assunto al trono, mandò Legati a Luitprando a chiedergli le quattro città, che per la mediazione di Carlo Martello erangli state lasciate quando la seconda volta sciolse da Roma l'assedio. E se bene da Luitprando fossero i di lui Ambasciadori ricevuti con onore, e n'avessero riportata qualche speranza per la restituzione, con tutto ciò Zaccaria, vedendo l'affare mandarsi in lungo, volle anche egli imitar Gregorio II, e portatosi di persona con tutto il Clero romano a ritrovare il Re, ricevuto da costui con istraordinarj segni di stima, furono così forti ed efficaci i suoi uficj, che non solamente ottenne dalla pietà di questo Principe la dimandata restituzione, ma stabilita tra loro la pace per venti anni, riebbe ancora il patrimonio sabinense, e molti altri acquisti fece oltre ad ogni sua espettazione. E fu cotanto fortunato questo Pontefice appresso Luitprando, ed in tanta sua buona grazia, che avendo in questi ultimi tempi del suo Regno, di riposo impaziente, conforme al suo natural costume, voluto attaccar di nuovo Ravenna, Eutichio Esarca, essendo ricorso alla mediazione del Papa, operò costui tanto con Luitprando, che fecelo astenere da quella impresa, e restituire anche alcuni luoghi occupati, e prima d'ogni altro Cesena.
Ma ecco, che mentre queste cose succedono in Italia, Luitprando dopo aver regnato 32 anni, finì i giorni suoi in Pavia nel mese di luglio dell'anno 743[227]. Morte quanto improvvisa, altrettanto a' Longobardi dolorosissima, da' quali non abbastanza compianto, con solenne pompa fu sepolto nel tempio di S. Adriano Martire in Pavia con elogio ricolmo di eccelse lodi[228]. Principe, se ne togli la soverchia ambizione del dominare, fornito di tutte le perfezioni desiderabili in un Re, o per la pace o per la guerra: egli Capitano quanto valoroso, altrettanto fortunato nelle sue imprese, dilatò i confini del suo Regno[229], e nudrito sin da fanciullo in mezzo all'armi, non avea niente di fiero e di feroce, anzi cortesissimo ed inchinato sempre ad usar clemenza, anche verso coloro, che l'avevano offeso: egli savissimo, fu più abile di quanti erano del suo Consiglio. Le sue leggi tutte savie e prudenti; e quantunque non avesse coltivato il suo spirito collo studio delle buone lettere, aveva egli pure trovato da se stesso nel suo proprio fondo tutta la forza e sottigliezza d'un Filosofo.
Della sua pietà verso Dio restano ancora insigni monumenti: egli magnifico in fondando grandi chiese e belli monasterj, de' quali Varnefrido[230] rapporta il numero, ed ancora oggi in Lombardia se ne ammirano i vestigi: egli casto, e misericordioso co' poveri, e d'un così buon naturale, che di quanti Principi longobardi ressero l'Italia, meritamente a lui tutti gli Scrittori rendono il vanto maggiore. Lasciò il Regno ad Ildeprando suo nipote, che negli ultimi anni di sua vita volle anche averlo per compagno: ma durò poco la costui Signoria; poichè appena scorsi sette mesi[231], che i Longobardi, non potendo per la sua inettitudine promettersi di lui felice e buon governo, lo discacciarono dal solio; ed in suo luogo innalzarono Rachi Duca del Friuli, Principe adorno di nobili virtù, e d'incomparabile pietà.
CAPITOLO I. Di Rachi Re de' Longobardi, e sue leggi.
Rachi con incredibile piacer di tutti assunto al Trono regale nell'anno 744, diede ne' primi anni del suo Regno saggi ben chiari del suo animo quieto, ed inchinevole ad ogni studio di pace, poichè fermò con Zaccaria la pace, che avea Luitprando pochi anni prima pattovita; e seguitando l'esempio degli altri Re longobardi, volle anche aggiungere nuove leggi a quelle de' suoi predecessori, ed ammollire il rigore, che in alcune di esse era ancor rimaso. Egli avendo convocati in Pavia nell'anno 745, gli Ordini del Regno le stabilì, e per un suo editto, secondo il costume dei suoi maggiori, le fece promulgare per tutto il suo Regno. Questo editto ancora si legge intero nel più volte mentovato Codice Cavense, il qual contiene undici capitoli. Il primo comincia: Ut unusquisque Judex in sua Civitate debeat quotidie in judicio residere: e l'ultimo ha questo tit. de Arimanno quomodo cum Judice suo caballicare debeat. Da questo editto nove sole leggi prese il Compilatore, le quali abbiamo nel volume delle leggi longobarde. Tre ne abbiamo nel primo libro, una sotto il tit. de Seditione contra Judicem, e due sotto l'altro de Invasionibus. Nel libro secondo ne abbiamo quattro: una sotto il tit. de Debitis, ed guadimoniis; un'altra nel tit. de praescriptionibus; altra sotto il tit. de Officio Judicis: un'altra sotto quello: Qualiter quis se defendere debeat; e due altre nel terzo libro, una sotto il tit. de his, qui secreta Regis inquirunt; e l'altra sotto quello, ubi interdictum sit Legatum alicui mittere, ove con sommo rigore vien proibito mandar Legati senza licenza del Re a Roma, Ravenna, Spoleti, Benevento, in Franzia, Baviera, Alemagna, Grecia e Navarra.
Ma Rachi dopo aver così ben coltivati gli studj della pace, e sì ben composto il suo Regno con sagge e provide leggi, non passarono molti anni, che gli intermise; e preso dall'ambizione di dilatare i confini del Regno, come avea fatto il suo predecessore, volle imitarlo; il perchè posto in piedi l'esercito portò in Pentapoli la guerra, e presi alcuni luoghi di quella regione, s'inoltrò nel Ducato romano, e finalmente cinse Perugia di stretto assedio[232].
In questi tempi fu, che Zaccaria Pontefice romano ebbe occasioni sì prospere, che lo portarono ad imprese cotanto rinomate ed eccelse, che meritamente il suo nome dee andarne glorioso sopra tutti gli altri Pontefici romani; imperocchè seppe gettar fondamenti tali e sì profondi per distender l'autorità ed il dominio della sua sede, che a niun altro in appresso venne mai così acconciamente fatto.
§. I. Translazione del Reame di Francia da' Merovingi a' Carolingi.
Dopo la morte di Carlo Martello, Pipino e Carlomanno suoi figliuoli presero il governo del Regno franzese. Childerico ultimo Re della prima stirpe non riteneva altro per la sua dappocaggine, che il solo nome regio; ma scorsi sei anni, Carlomanno rinunciando al fratello il governo, accompagnato da molti Franzesi se ne venne a Roma, ed acceso di fervente zelo di religione, volle che Zaccaria l'ascrivesse nel numero de' Cherici; indi ritiratosi nel monte Soratte vi fondò un monastero, che volle dedicare a S. Silvestro Papa, narrandosi che in Soratte fosse stato questo Pontefice nascosto in tempo delle sue persecuzioni, prima che Costantino M. ricevesse la Religione cristiana. Ma essendo questo luogo di continuo frequentato da' Franzesi, che venivano o di proposito, o di passaggio a visitarlo, volle per distaccarsi affatto da tutti gl'interessi del secolo, ritirarsi in monte Cassino, ove consecratosi a Dio si fece Monaco[233].
Rimase intanto solo a reggere la Monarchia di Francia Pipino, con quello stesso arbitrio ed autorità colla quale Carlo Martello suo padre aveva governato, anzi maggiore; poichè Childerico III, ultimo che fu della stirpe de' Merovingi, per la sua sciocchezza ed inettitudine era stimato meno degli altri Re suoi predecessori, i quali intorno a cento anni non avevano avuto altro, che il nome regio, sofferendo vilmente la reggenza de' Maestri del Palazzo, che n'avevano tutta l'autorità. All'incontro Pipino per le nobili sue maniere, e per le sue gloriose azioni aveva tirato a se gli animi di tutti i Franzesi, i quali di buona voglia avrebbero riconosciuto più tosto per loro Re lui, che Childerico Principe stupido ed inetto. Non trascurò Pipino sì bella occasione di trasferir il Reame di Francia dalla stirpe del gran Clodoveo nella sua Casa, e adoperovvi ogni più fina industria. Ma se bene i Franzesi secondassero i suoi disegni, non volevano però per se stessi farlo: persuasi di non avere questa autorità di trasferire il Reame dalle mani del legittimo erede, in altra Casa, nè per se soli liberarsi dal giuramento della fedeltà, che avean dato al lor Principe. Pipino ponderando l'arduità del fatto, e che Carlo Martello suo padre, ancorchè formidabile ed illustre per tante vittorie, non aveva avuto ardimento di tentarlo; e pensando altresì, che tanta e sì nuova impresa non per altro modo avrebbe potuto rendersi meno strepitosa, anzi commendabile, che col ricorrere all'autorità della sede appostolica, riputata sin da questi tempi il Seminario d'ogni virtù e d'ogni santità, la quale, se non avesse approvato il fatto, avrebbe potuto concitargli contro tanti inimici, ch'egli non avrebbe potuto colle sue forze abbattere; pensò con somma prudenza sotto il manto dell'autorità della medesima coprire la deformità del fatto; e mandato in Roma al Pontefice Zaccaria il Vescovo Vardsburgense, fece da costui esporgli il desiderio suo, e di tutti i Franzesi, richiedendolo del suo parere, se per la comune utilità del Regno sarebbe ben fatto di trasferire lo scettro da uno stupido Re in Pipino prode e saggio Principe[234]. E dopo avergli il Vescovo dimostrato, che approvando egli questa traslazione, s'acquisterebbe maggior gloria, che Carlo Martello d'avere trionfato de Saraceni, lo richiese d'interporre l'autorità sua, e di sciorre dal giuramento i Franzesi, perchè potessero innalzar al trono Pipino. Questa fu la pubblica ambasciata del Legato, ma le secrete istruzioni erano, di promettere al Papa, se assentiva, di difenderlo contra tutti i suoi nemici, e spezialmente contra i Longobardi, da' quali potrebbe stare sicuro, che non solamente non gli farebbe far oppressione, ma di proccurar maggiori avanzi alla sua sede.
Zaccaria non trascurò punto sì bella ed opportuna occasione, ove si dava campo di mostrare insieme, e la grandezza della sua autorità, e di stabilire non solo il dominio temporale, che cominciava a tenere in Italia, ma di stenderlo più oltre nel Ducato romano, e nell'Esarcato di Ravenna. Non solamente dunque consigliò, che potessero farlo, ma perchè rimanesse ai posteri un solenne documento dell'autorità sua, aggiunse del suo anche un decreto, col quale annullando il Regno di Childerico, come Re insufficiente, e liberando i Franzesi dalla religione del giuramento, ordinò che in suo luogo fosse Pipino sustituito. I Franzesi ottenuto che l'ebbero, ragunatisi a Soissons, scacciato dal Regno Childerico, e ridotto questo povero Principe a farsi Monaco, con rinchiudersi dentro un monastero, elessero Pipino, e lo fecero solennemente incoronare per Bonifacio Arcivescovo di Magonza, dal quale ancora ricevè la sacra unzione, acciò ch'ella il rendesse più venerabile a' suoi sudditi, e fu il primo Re di Francia che l'usasse.
Alcuni Scrittori franzesi, e largamente Dupino[235], dimostrano, che i Franzesi mandarono quest'ambasciata a Zaccaria per consultarlo solamente come Dottore e Padre de' cristiani, e che d'altro non lo ricercassero, salvo che del suo avviso ed approvazione, per rendere la loro elezione più plausibile a tutta la Cristianità, e quindi che Zaccaria non facesse altra opera, che dare il suo parere o consiglio. Altri per l'autorità di Eginardo[236], di Reginone, degli Annali stessi di Francia, rapportano, che questo Papa non si ritenne solo di approvar quest'elezione, ma, come egli è facile di far più di quello che vien richiesto, allor che vale ad estendere ed allargare la propria autorità, volle anche passar più innanzi, cioè ad ordinarlo, e farne decreto; il che però essi dicono, che non apportasse a loro per l'avvenire niuna conseguenza o pregiudizio, come si rendè chiaro quando ducento trenta sett'anni da poi i Franzesi elessero di comun consentimento, ed incoronarono Ugone Capeto, scacciandone Carlo di Lorena, ch'era il legittimo erede della stirpe di Carolingi, senza che fosse d'uopo di consultarne il Papa, come erasi fatto per Pipino. Che che ne sia, egli è certo, che questi rispetti e trattati passarono allora fra Zaccaria e Pipino: quegli d'assentire alla traslazione del Regno, che Pipino pretendeva fare sortire nella sua Casa, e di prestargli ogni ajuto, come fece; questi all'incontro di proteggere la sede appostolica, e difenderla contra i suoi nemici, e particolarmente contra i Longobardi, con proccurarle maggiori vantaggi[237]. Ciò che lasciò in dubbio, se maggior beneficio avesse riportato la sede appostolica da Pipino e dalle armi, che impugnò per difenderla contra gli sforzi de' Longobardi, e di ristabilire il suo temporal dominio in Italia; o veramente Pipino dalla autorità di quella sede, la quale fu a' Franzesi cotanto propizia, che rendè i suoi discendenti padroni d'Italia, ed agevolò il discacciamento de' Longobardi da quella.
§. II. Rachi abbandona il Regno, e fassi Monaco Cassinese.
Intanto Zaccaria, mentre ancora non aveva conchiusi questi trattati con Pipino, non trascurava gli interessi della sua sede con Rachi, il quale trascorso nel Ducato romano, e nel suo tenimento, aveva, come si disse, cinta Perugia di stretto assedio, e minacciava ulteriori progressi. L'Imperadore lontano, e delle cose d'Italia non curante; l'Esarca impotente a segno, che appena poteva difendersi in Ravenna, tanto era lontano, che potesse ostargli; altro non restava a Zaccaria per isgombrar questo turbine, che ricorrere alla sua autorità, ed al proprio valore dell'animo. Preso dunque ardire, volle egli con decoroso accompagnamento portarsi di persona nel campo, ove Rachi era presso alle mura di Perugia: ivi da questo Principe accolto con molto onore, fu tanta la forza e veemenza del suo dire, che istillò in Rachi affetti così vivi di pietà e di religione, che tosto questo Principe non solo abbandonò l'assedio di Perugia, ma alquanti castelli di Pentapoli, che aveva occupati, immantenente gli rendette. E fu il colpo sì profondo, che un anno da poi, preso dalla maestà del Pontefice, e vinto da occulta forza di religione, volle passare in Roma con Tasia sua moglie e Ratruda sua figliuola a visitarlo, e quivi prostrato a' suoi piedi, rinunciando al Regno, volle farsi Monaco insieme colla moglie e figliuola; e preso l'abito dalle mani del Pontefice, ritirossi in monte Cassino a finire i suoi giorni in quel monastero sotto la regola di S. Benedetto: seguirono il di lui esempio Tasia e Ratruda, le quali, avendo a proprie spese eretto dalle fondamenta, non molto distante da Cassino, un magnifico monastero di vergini, ivi vestito l'abito monastico, menarono santamente la loro vita[238].
Menò Rachi il resto de' suoi anni nel monastero Cassinese. Principe memorando per aver amministrato il Regno con tanta prudenza e moderazione, e con sì provide leggi ch'egli promulgò: ma molto più renduto immortale e commendabile nella memoria degli uomini per averlo deposto con tanti segni di pietà e di religione; ond'è che i Monaci di quel monastero lo venerino oggi per Santo. Ne' tempi, ne' quali Lione Ostiense compose la sua Cronaca, si vedea vicino quel monastero una vigna, che, come narra Lione[239], era comunemente chiamata la vigna di Rachi, dicendo que' Monaci che Rachi l'avesse piantata e coltivata. L'Abate della Noce[240], poi Arcivescovo di Rossano, nel tempo che vi fu Abate, fece ricercar questo luogo, che lo trovò tutto incolto: vi fece rifar la vigna, di cui non era rimaso vestigio, e fecevi anche fabbricar una Chiesetta in suo onore.
Giovanni Villani Fiorentino[241] portò opinione, che quella statua di metallo, che ora si vede nella piazza di Barletta, fosse stata da' Longobardi beneventani eretta a questo Principe, ch'e' chiama Eracco: l'autorità di questo Istorico fece anche credere a Beatillo[242], e quel ch'è più, all'Abate della Noce[243], e ad alcuni altri, che quella veramente fosse di Rachi: ciocchè, se si riguarda l'estensione del Ducato beneventano di questi tempi, non sarebbe stata cosa impossibile; conciossiacchè estendendo da questa parte i suoi confini, oltre Siponto, insino a Bari, veniva quella terra ad esser compresa nel Ducato beneventano, il quale ancorchè tenesse i suoi particolari Duchi, a' quali immediatamente s'apparteneva il suo governo; nulladimanco costituendosi il Regno de' Longobardi in Italia, non pure per quel tratto di paese, che ora chiamiamo Lombardia, e per gli altri Ducati minori, ma sopra tutto per que' tre celebri Ducati, di Spoleto, di Friuli e questo di Benevento, maggiore di tutti gli altri, i quali erano subordinati a' Re dei Longobardi che tenevano la loro sede in Pavia, non sarebbe stata cosa molto strana, che i Longobardi beneventani avessero a Rachi loro Re innalzata quella statua.
Ma due ragioni fortissime convincono per favolosa ed erronea l'opinione del Villani. Sembra primieramente affatto inverisimile, che i Longobardi beneventani una statua così grande e magnifica avessero voluto collocarla in Barletta: terra in quest'età piccola e di niun conto, e posta quasi ne' confini del lor Ducato, e non in Benevento città metropoli, ovvero in qualch'altra città magnifica di quel Ducato, che ne ebbe molte, non a Capua, non a Salerno, non a Bari e non a tant'altre. Barletta prima non era, che una torre posta nel mezzo del cammino fra Trani e la città di Canne, cotanto rinomata per la celebre rotta data quivi da Annibale a' Romani: ella serviva per alloggio de' passaggieri, e, com'è uso, teneva per insegna una Bariletta. La comodità del sito, essendo sette miglia discosto dall'una e sette dall'altra di queste due città, tirò a se alcuni de' lor cittadini ad abitarvi, onde poi il luogo prese il nome di Barletta, e crescendo tuttavia gli abitatori sotto l'Imperio di Zenone, e nel Pontificato di Gelasio, S. Sabino Vescovo di Canosa la giudicò luogo opportuno, dove si fabbricasse una chiesa per la divozione degli abitanti, come fu eretta in onore di S. Andrea Appostolo. Narrasi ancora che trovandosi Papa Gelasio nel monte Gargano per lo miracolo dell'Apparizione di S. Michele, Gelasio, a preghiere del Vescovo Sabino, intorno l'anno 493 calasse a consecrarla insieme con Lorenzo Vescovo di Siponto, Palladio di Salpi, Eutichio di Trani, Giovanni di Ruvo, Eustorio di Venosa e Ruggiero Vescovo di Canne; e fatta questa consecrazione, di tempo in tempo crescendovi gli abitanti, divenne una buona terra, passando dalla città di Canne ad abitare in essa per maggior comodità molti cittadini. Tale era lo stato di Barletta nel Regno di Rachi: crebbe poi, e cominciò a prender forma di città molti secoli appresso; e sotto il Regno de' Svevi, Manfredi a cui fu molto cara questa parte di Puglia, ed ove soleva per lo più risedere, onorolla sovente, e vi fece qualche dimora mentr'era tutto inteso alla fabbrica del nuovo Siponto, che dal suo prese il nome di Manfredonia. Innalzata da questo Principe potè poi insorgere contra Canne sua madre, e contendere con lei de' confini e del territorio, che per molti anni ebbero comune; onde Carlo I d'Angiò per togliere via le contese, che soglion per ciò nascere fra' vicini, fece partirgli[244]: fu cinta allora di mura, e furo per ordine di questo Re inquadrate le strade, e fatte le porte. Fu fatta poi sede degli Arcivescovi di Nazaret, e ridotta in quella magnificenza che oggi si vede. Giovanni Villani, che fiori nel Regno di Carlo II d'Angiò, e di Giovanna I sua nipote, in tempo che Barletta era già divenuta una delle città ragguardevoli della Puglia, credendola ancor tale nel Regno di Rachi, e vedendo giacere nel Porto di quella città questa statua, che i Barlettani chiamavano corrottamente, siccome chiamano ancor oggi, di Arachio, credette che fosse di questo Re longobardo. Donde anche si vede l'errore di Scipione Ammirato[245], il quale scrisse, che questa statua fosse stata da' Barlettani dirizzata ad Eraclio Imperadore in segno di gratitudine, per avere quell'Imperadore per comodità de' Mercatanti fatto il Molo nella loro città; quando ne' tempi d'Eraclio, Barletta era piccola terra, ed il Molo fu fatto molti secoli dopo Eraclio da' cittadini barlettani, i quali non prima dell'anno 1491 trasportarono quella statua, che mezza fracassata giaceva nel porto, dentro la città nella piazza dove sta oggi, accomodandovi le gambe e le mani, nel modo, che ora si vede.
L'altra ragione, che convince non essere quella statua di Rachi, è il volto che ci rappresenta tutto raso, l'abito greco che veste, e l'avere in una mano la Croce e nell'altra il Pomo, simbolo del Mondo. Questi segni, siccome provano esser quella una statua di qualche Imperadore d'Oriente, così dimostrano non essere di Rachi, o di qualch'altro Re longobardo. Nel tante volte rammentato Codice Cavense, ove sono gli editti de' longobardi Re d'Italia, veggonsi alcuni ritratti miniati d'alcuni di questi Re, autori di quegli editti, i quali ancorchè malfatti, e secondo le dipinture di quei tempi, sconci e goffi, nulladimanco ci rappresentano i volti con barba lunga, gli abiti lunghi con clamide e scettro, non già Croce, nè Pomo, e colla corona sul capo. Quindi non è fuor di ragione il credere per vera l'antichissima tradizione de' Barlettani, i quali la riputano statua d'Eraclio Imperador d'Oriente.
Questi, dicono essi, per la divozione grandissima portata non pur da lui solo, ma da tutti gli altri Imperadori suoi predecessori all'Arcangelo Michele, al quale eransi in Costantinopoli eretti tanti tempj ed altari, essendosi a' suoi dì renduto così celebre il santuario del monte Gargano, e cotanto famoso, che tirava a se la munificenza de' più potenti Re della terra: volle ancor egli mandare ad offerire a questo tempio molti doni, e fra gli altri la sua statua, acciocchè si rendesse eterna la memoria del culto, che e' rendeva a quel Santo. Aggiungono, che la nave, la quale questi doni conduceva, sbattuta nell'Adriatico da' venti e da procelle, fosse naufragata in quel mare vicino ai lidi di Barletta, dove la statua giaciuta per lungo tempo nell'acque, fossesi a lungo andare poi scoverta, indi portata al lido, e propriamente nel porto di quella città, ove mezza fracassata giacque ancora per altro lungo tempo; finalmente i Barlettani nell'anno 1491 l'avessero trasportata dentro la città, e collocata in quel luogo, dove ora si vede. Certamente la barba rasa, l'abito greco e corto, la Croce ed il Pomo, la dimostrano d'un qualche Imperadore d'Oriente; la fama, la tradizione, il viso, conforme a quello, che scrivono d'Eraclio, il nome, ancorchè corrotto, col quale fu sempre nomata da' Barlettani, la fanno, non senza ragione, credere che fosse di questo Imperadore.
(Cedreno parlando dell'Imperador Eraclio narra, che sebbene prima d'essere stato innalzato al Trono, si avesse fatta crescer la barba, nulladimanco, fatto Imperadore, se la fece radere, siccome dice in Heraclii Anno I, quod Imperator factus, barbam raserit, quam aluerit ante).
L'opinione del Mazzella[246], il quale credette questa statua essere dell'Imperadore Federico II, è cotanto falsa ed inetta, che sarebbe consumare inutilmente il tempo a convincerla per ripugnante a tutta l'Istoria.
CAPITOLO II. Di Astolfo Re de' Longobardi: sua spedizione in Ravenna, e fine di quell'Esarcato.
I Longobardi, tosto che Rachi si fece Monaco, sustituirono nel solio del Regno Astolfo suo fratello: Principe prode di mano, e più di consiglio, il quale avendo portato il suo Regno all'ultimo periodo della grandezza; questo stesso cagionò la sua declinazione, e la ruina de' Longobardi in Italia. Mostrò nel principio del suo governo sentimenti di moderazione e di quiete: confermò con Zaccaria la pace altre volte stabilita con Luitprando e con Rachi suo fratello, ed accordò al medesimo tutte quelle condizioni, che coi suoi predecessori erano state pattuite. Questo Pontefice, dopo aver con Astolfo stabilita la pace, e dopo aver così prosperamente composti gl'interessi della sua sede, uscì da questa mortal vita nell'anno 752. Pontefice, a cui molto debbe la Chiesa romana, che seppe far tanto per la di lei grandezza, e per l'augumento della sua autorità: egli lasciò a' suoi successori fondamenti molto stabili e ben fermi, onde con facilità poterono da poi condurre la lor potenza in tutte le parti d'Occidente a quella grandezza, che finalmente si rendè a' Principi sospetta, ed a' Popoli tremenda.
Morto Zaccaria, il Clero e Popolo romano sustituirono Stefano II, ma questi non tenne più quella sede, che tre o quattro giorni; perocchè oppresso da grave letargo per tre giorni continui, nel quarto rendè lo spirito. Tosto ne fu eletto un altro, anche Stefano nomato, il quale dagli antichi Scrittori viene appellato anche II, non avendo ragione del suo predecessore, che morì senza esser consecrato: poichè in questi tempi l'elezione sola non dava il Papato, ma la consecrazione; onde se alcuno eletto moriva innanzi d'esser consecrato, non era posto nel catalogo e numero de' Pontefici: così veggiamo, per tralasciar altri, che Erchemperto ed Ostiense[247] chiamano questo Stefano II, e non III. Al presente però si tiene per articolo, contra quello che l'antichità ha creduto, che per la sola elezione de' Cardinali il Papa riceva tutta l'autorità; e per ciò gli Scrittori di questi ultimi tempi si sono travagliati per metter in numero, ed in catalogo questo Stefano, laonde è loro convenuto mutare il numero agli altri Stefani seguenti, chiamando il secondo terzo, ed il terzo quarto, e così fino al nono, che lo dicono decimo, con molta confusione tra gli Scrittori vecchi e nuovi, nata solo per interesse di sostenere questo articolo.
Questo Pontefice assunto al trono, imitando i vestigi de' suoi predecessori, mandò dopo tre mesi del suo Pontificato Legati ad Astolfo con molti doni, perchè con lui ristabilisse quella pace, che già con Zaccaria aveva fermata; Astolfo la ratificò e fu accordata per 40 altr'anni.
Ma questo Principe, che non nudriva nell'animo pensieri meno ambiziosi di quelli di Luitprando, aveva fermata questa pace col Papa, acciocchè non potesse il medesimo frastornargli i disegni, che aveva di sottoporre al suo dominio Ravenna con tutto il resto dell'Esarcato, che ancor era in mano de' Greci, e che veniva governato dall'Esarca Eutichio. Avea egli per questa impresa, da che fu innalzato al Trono, per lo spazio di due anni sotto altri colori unite tutte insieme le sue forze, e rendutele più poderose che mai; e scorgendo che Costantino Copronimo, il quale in questi tempi aveva assunto per compagno al Trono Lione suo figliuolo, era distratto in altre imprese nella Grecia e nell'Asia, e che punto non badava alle cose d'Italia, nè volendo avrebbe potuto sì tosto soccorrerla; si mosse in un subito con tutte le sue forze contra Eutichio, ed a Ravenna capo dell'Esarcato dirizzò il suo cammino, cingendo di stretto assedio quella imperial città. Eutichio colto così all'improvviso, mal potendo sostener l'assalto, nè a tanta forza resistere, gli convenne per tanto render la Piazza, e con quella ogni speranza di ricuperarla; poichè lontano da qualunque soccorso, e sproveduto di gente e di danaro, abbandonando ogni cosa se ne ritornò in Grecia. Ad Astolfo, presa Ravenna, con facilità si renderono tutte le altre città dell'Esarcato e di Pentapoli, e trionfando de' suoi nemici, unì al suo Regno l'Esarcato di Ravenna, per cui tante volte i suoi predecessori s'erano indarno affaticati, i quali ora perditori, ora vincitori, mai non poterono interamente e stabilmente unirlo alla lor Corona, senza timore di perderlo: come fortunatamente accadde ad Astolfo, ed alla felicità delle sue armi.
Ecco il fine dell'Esarcato di Ravenna, e del suo Esarca: Magistrato che per lo spazio di 183 anni aveva in Italia mantenuta la potenza e l'autorità degli Imperadori d'Oriente: fine ancora del maggior lustro e splendore di quella città, la quale da Onorio e da Valentiniano Augusti, posposta Roma, avendo avuto l'onore d'esser perpetua sede degl'Imperadori, e dappoi degli Esarchi, a' quali ubbidivano i Duchi di Roma, di Napoli e di tutte l'altre italiche città dell'Imperio, e che i suoi Vescovi contesero con quelli di Roma istessa della maggioranza; ora ritolta da' Longobardi a' Greci, mutata fortuna, e ridotta in forma di Ducato, non fu da essi trattata da più, che gli altri Ducati minori, onde il Regno de' Longobardi era composto: origine che fu della sua fatal ruina, e dello stato in cui oggi la veggiamo. Marquardo Freero[248] nella Cronologia ch'ei tessè degli Esarchi di Ravenna, da Longino primo Esarca sotto Giustino II, infino all'ultimo, che fu questo Eutichio, scrisse che questo Esarcato durò 175 anni; ma dal computo degli anni, ch'e' medesimo ne fa, si vede, che essendo, com'egli stesso dice, cominciato da Longino nell'anno 568 e finito in Eutichio, dopo aver Astolfo presa Ravenna secondo lui nell'anno 751, durò l'Esarcato non già 175 ma ben 183 anni. E secondo coloro, che portano la caduta di Ravenna nell'anno 752 l'Esarcato durò 184 anni.
§. I. Spedizione d'Astolfo nel Ducato romano.
Astolfo dopo sì grande e gloriosa impresa, ripieno d'elatissimi spiriti minacciava già di stendere il suo Imperio sopra gli altri miseri avanzi, che restavano in Italia all'Imperador de' Greci: egli impadronito dell'Esarcato di Ravenna, credendosi succeduto a tutte quelle ragioni, che portava seco l'Esarcato, le quali erano, la maggioranza e la sovrana autorità sopra il Ducato di Roma e di tutto il resto; pretendeva di dovere anche dominare le città del Ducato romano, e molto più la città di Roma, nella quale agl'Imperadori d'Oriente, dopo l'accordo fatto da Luitprando con Gregorio II, era rimaso ancor vestigio della loro superiorità, tenendovi tuttavia i loro Uficiali. Minacciava per tanto le terre del dominio della Chiesa, e Roma stessa, e rotti e violati i tanti trattati di pace stabiliti da' Re, e da' suoi predecessori co' romani Pontefici, mosse il suo esercito verso Roma, ed avendo presa Narni, mandò Legati al Pontefice con aspre ambasciate, dicendogli che avrebbe saccheggiata Roma, e fatti passare a fil di spada tutti i Romani, se non si fossero sottoposti al suo Imperio, con pagargli ogni anno per tributo uno scudo per uomo[249]. A sì terribile ambasciata tutto commosso il Papa, tentò placarlo per una Legazione cospicua di due celebri Abati, che fiorivano in quel tempo; gli spedì l'Abate di monte Cassino, e l'altro di S. Vincenzo a Volturno, e gli accompagnò con molti e preziosi doni, incaricando loro, che proccurassero, e con ragioni e con preghiere, rammentandogli la pace poco prima firmata, di persuaderlo a non romperla, e voltare altrove le sue armi[250].
Aveva il Pontefice sin dal principio dell'irruzione di Astolfo sopra Ravenna, prevedendo questi mali, fatto inteso l'Imperador Costantino de' disegni de' Longobardi, e sollecitatolo a mandare all'Esarca validi soccorsi per impedirgli; ma Costantino volendo coprire la sua debolezza sotto il manto dell'autorità, dando a sentire che questa sola bastasse per rimovere i Longobardi da tale impresa, mandò, in vece di eserciti, un gentiluomo della sua Camera chiamato Giovanni Silenziario, con ordine al Papa di farlo accompagnare con sue lettere ad Astolfo per obbligarlo a rendere ciò, ch'egli aveva preso[251]. Furono dal Papa spediti non sole lettere, ma Legati ancora ad accompagnar Giovanni; ma arrivati in Ravenna ove Astolfo dimorava, ed espostogli l'imbasciata di restituire ciò che egli s'avea preso, fu intesa da quel Principe con riso, e tosto ne furono rimandati senz'alcun frutto, come ben potevano immaginare; per la qual cosa s'incamminarono i Legati del Papa insieme con Giovanni a dirittura in Costantinopoli per supplicar di nuovo l'Imperadore in nome del Papa di venir egli stesso con poderosa armata in Italia per salvar Roma, e gli altri avanzi rimasi al suo Imperio in Italia, che i Longobardi tentavano tuttavia di rapirgli. Ma Costantino ch'era intrigato in altre guerre, e che non badava ad altro, che per un nuovo Concilio, che in quest'anno 753 avea fatto unire di 338 Vescovi ad abbattere le immagini, non era in istato d'intraprendere altre brighe co' Longobardi. Perciò vedendo Stefano che in vano si ricorreva a Copronimo[252], il quale non poteva nè meno difender se stesso da Longobardi, e ch'era molto lontano per protegger la sua Chiesa: e che all'incontro Astolfo, entrato coll'esercito nel Ducato romano, devastava tutto il paese; e minacciava stragi e servitù a' Romani, se non si rendevano a lui; si risolse finalmente ad esempio di Zaccaria e de' due Gregorj di ricorrere alla protezione della Francia, e d'implorare l'ajuto di Pipino. Mandò nascostamente un suo messo in Francia, per cui espose a Pipino le sue angustie, e ch'egli desiderava venir di persona in Francia, se gli mandasse Legati, per potersi quivi condurre con sicurtà. Pipino non mancò subito di mandargli due de' primi Uficiali della sua Corte, Rodigando Vescovo, ed il Duca Antonio per condurlo in Francia. Giunti il Vescovo ed il Duca in Roma, ritrovarono, che l'esercito de' Longobardi, dopo avere presi tutti i castelli ne' contorni di Roma, era in procinto d'investir quella città; e che ritornati i due Legati del Papa con l'Inviato dell'Imperadore da Costantinopoli, niente altro avevan riportato da costui, se non un secondo ordine al Papa d'andar egli in persona a ritrovar Astolfo per sollecitarlo a restituir Ravenna, e le altre città da lui occupate. Non vi era alcuna apparenza, che questa andata potesse riuscir di profitto, e pure il Pontefice volle ben ancora ubbidire, per far l'ultimo esperimento di poter piegar quel Principe; ma quando vide che al vento si gittava ogni opera, e che Astolfo, il quale gli aveva insieme proibito di parlargli d'alcuna restituzione, faceva tutti gli sforzi suoi per fermarlo, lasciossi finalmente condurre dagli Ambasciadori di Pipino in Francia.
§. II. Papa Stefano in Francia: suoi trattati col Re Pipino; e donazione di questo Principe fatta alla Chiesa romana di Pentapoli, e dell'Esarcato di Ravenna tolto a' Longobardi.
Giunto il Pontefice in Francia, fu accolto da Pipino con ogni segno di stima e di venerazione: l'adorò come Pontefice e padre della Cristianità, e gli rendè i maggiori onori che si potessero rendere a' più potenti Re della terra. Espose Stefano i suoi bisogni al Re, e l'angustie nelle quali i Longobardi l'avean ridotto, dimandogli il suo ajuto e protezione, offerendosi all'incontro d'impiegar tutta l'autorità della sede appostolica in suo vantaggio. Allora Pipino, affinchè si rendesse più venerando a' suoi sudditi, e per maggiormente stabilire il Regno di Francia nella sua persona e nella sua posterità, volle che Stefano colle sue mani lo consecrasse Re, ed insieme che i due suoi figliuoli Carlo e Carlomanno ricevessero parimente da lui l'unzione sacra, siccome seguì nella Chiesa di S. Dionigi[253]. All'incontro Pipino, oltre ad assicurarlo, che avrebbe frenato l'ardire de' Longobardi, e fattigli restituire i luoghi occupati nel Ducato romano, gli promise ancora, ch'egli avrebbe scacciato Astolfo dall'Esarcato di Ravenna e da Pentapoli, e, tolti al Longobardo questi Stati, gli avrebbe non già restituiti all'Imperio greco, a cui s'appartenevano, ma donati a S. Pietro ed al suo Vicario. Stefano lodò la magnanima offerta, che si faceva con tanta profusione dell'altrui roba, esagerandola ancora come molto profittevole per la salute della sua anima; onde da Pipino ne fu stipulata e giurata la promessa della donazione, facendola firmare anche da' suol figliuoli Carlo e Carlomanno.
Questa promessa di futura donazione, nel caso fosse riuscito a Pipino di scacciare i Longobardi dall'Esarcato, e da Pentapoli, non abbracciava che questi Stati. Lione Ostiense[254] confuse ciò che Anastasio Bibliotecario avea scritto della donazione fatta poi da Carlo M. a Papa Adriano, con questa promessa di Pipino a Papa Stefano. Anastasio narra[255], che Carlo M., confermò, e pose in effetto ciò che Pipino suo padre avea promesso, anzi che accrebbe la paterna donazione, e dice, che da Carlo con nuovo instromento furono donate a S. Pietro, ed al suo Vicario molte città e territorj d'Italia per designati confini, incominciando da Luni città della Toscana, posta ne' confini della Liguria, con l'isola di Corsica, e calando nel Sorano e nel monte Bordone abbracciava Vercetri, Parma, Reggio, Mantova e Monselice, ed insieme tutto l'Esarcato di Ravenna, siccome fu anticamente, colle province di Venezia e d'Istria; e tutto il Ducato spoletano e beneventano. Lione[256] (come avvertì anche l'Abate della Noce[257]) parlando nel capo 8 della donazione di Pipino, si serve di queste istesse parole d'Anastasio, che riguardano la donazione di Carlo suo figliuolo: e quando poi nel capo 12 tratta de' fatti di Carlo e di questa sua donazione, non numera, come Anastasio, i luoghi e le città; ma come se Carlo non avesse fatto altro, che solamente confermare quella di Pipino, col supposto che quella abbracciasse tutti que' luoghi da lui nel 8 capo descritti, dice che Carlo bono, ac libenti animo aliam donationis promissionem instar prioris describi praecepit. Ma che questa donazione di Pipino non abbracciasse altro che Pentapoli, e l'Esarcato di Ravenna, che dovean togliersi ad Astolfo, si conosce chiaro dall'esecuzione, che ne fu fatta dall'istesso Pipino, quando, come diremo, calato in Italia, e toltigli al Longobardo, ne fece dono alla sede appostolica, scrivendo l'istesso Lione[258], che Pipino simul cum praefato Romano Pontifice Italiam veniens, et Ravennam, et viginti alias Civitates supradicto Aistulfo abstulit, et sub jure Apostolicae Sedis redegit.
Si convince ciò ancora dalla Cronaca del monastero di S. Clemente dell'isola di Pescara, che ora impressa leggiamo nel sesto tomo dell'Italia Sacra d'Ughello, dove narrandosi quest'istessi successi di Papa Stefano con Pipino, si legge che Pipino avendo scacciato Astolfo, e liberata Ravenna, la donò con venti altre città a S. Pietro. Quando poi questo Autore favella della donazione di Carlo, dice che questo Principe restituit Beato Petro, quae pater ejus dederat, et Desiderius abstulerat, ADDENS etiam Ducatum Spoletanum, et Beneventanum ec. Ma quanto sia vero ciò che Anastasio narra della donazione di Carlo M. volendo che abbracciasse la Corsica, il Ducato di Spoleto, il Beneventano, le Venezie, l'Istria, e tanti altri luoghi, non mai presi, nè posseduti da Carlo, lo vedremo più innanzi, quando di quella ci tornerà occasione di favellare.
Accordati che furono questi trattati tra Stefano e Pipino, questi, essendo il Papa rimaso in Francia presso di lui, immantinente interpose i più fervorosi uficj con Astolfo perchè restituisse i luoghi occupati, e gli replicò ben tre volte: ma nulla giovando nè preghiere nè minacce, finalmente stimolato dal Papa, si risolvette di marciare con tutte le sue truppe in Italia contro di lui, e seguitato da Stefano, sforzando il passo delle Alpi, fugò l'esercito d'Astolfo, che se gli opponeva, e l'incalzò sino alle porte di Pavia, dove assediollo, costringendolo finalmente a dure condizioni, con obbligarlo, ricevuti innanzi gli ostaggi, a promettere di rendere le terre della Chiesa da lui occupate nel Ducato romano: gli tolse Ravenna con venti altre città, ed in quest'anno 754, la aggiunse al dominio di S. Pietro[259], e prestamente in Francia si restituì.
Ma non fu così tosto ritornato Pipino in Francia, che Astolfo, poco curandosi degli ostaggi, che aveva dati in mano di Pipino, che rompendo tutti i giuramenti da lui fatti, venne con tutte le forze del suo Regno a piantar l'assedio innanzi a Roma, dopo aver dato un terribil guasto ne' contorni. Allora Stefano vedendosi ridotto all'ultima estremità, ebbe ricorso al suo protettore nella maniera più forte e compassionevole che potesse mai farsi: gli scrisse quelle tre lettere, che ci restano ancora[260], le più veementi e le più sommesse, che si possano immaginare: e con esempio nuovo le scrisse sotto nome di S. Pietro a cui erasi fatta la donazione, indirizzandole al Re, a' di lui due figliuoli, ed a tutti gli Ordini della Francia, di questo tenore: Petrus vocatus Apostolus a Jesu Christo Dei, vivi filio, ec. Viris excellentissimis Pipino, Carolo, et Carolomanno tribus regibus ec. dove introducendo questo Appostolo a parlargli così: Ego Petrus Apostolus dum a Christo, Dei vivi filio, vocatus sum supernae clementiae arbitrio, ec.[261], si serve in quelle di tutti i più prestanti scongiuri da parte di Dio, perchè lo soccorra, che facendo altrimenti sarà alienato dal Regno di Dio, e fuori dalla vita eterna, movendo tutto ciò ch'è più atto a scuotere un cuore cristiano.
Men di questo sarebbe bastato per obbligar Pipino a ripigliar quanto prima le armi. Aveva già ragunate le sue truppe alla prima novella venutagli de' movimenti d'Astolfo; e con quelle incamminatosi di nuovo verso l'Italia, ruppe l'esercito d'Astolfo, che aveva voluto contrastare a' Franzesi il passaggio delle Alpi, ed avendogli minacciato l'estrema sua rovina, se durasse nell'impresa, obbligò Astolfo a levar l'assedio da Roma già tre mesi durato, e di buttarsi dentro Pavia col resto delle sue truppe.
Intanto Costantino Copronimo avvisato di questi trattati avuti sopra i suoi Stati fra Stefano e Pipino, e che Astolfo cedeva l'Esarcato di Ravenna a Pipino, per darlo al Papa; mandò tosto due Ambasciadori al Re Pipino perchè glielo restituisse, come appartenente all'Imperio: intesero questi a Marsiglia, dov'erano venuti da Roma con un Legato del Papa, di aver già Pipino passate l'Alpi, e sconfitto l'esercito de' Longobardi; perciò l'un de' due pigliando più velocemente innanzi il cammino, mentre l'altro tratteneva il Legato, si portò sollecitamente appresso il Re Pipino, che non era molto lontano da Pavia nel procinto d'assediarla.
Fu l'Ambasciadore tosto introdotto all'audienza del Re, nella quale dopo aver esaltato Pipino per le due vittorie da lui riportate sopra i Longobardi, nemici comuni dell'Imperio e della Francia, e commendate altamente le gloriose sue gesta, espose in nome del suo Principe l'ambasciata[262]: esagerò, l'Esarcato essere senza alcun dubbio dell'Imperio, usurpatogli da Astolfo, il quale pigliava tutte l'occasioni d'ingrandirsi a' danni de' suoi vicini, mentre il suo Principe faceva la guerra a' Saraceni: che poichè il Re l'aveva ritolto dalle mani di questo usurpatore, era giusto che rimettesse anche nelle mani dell'Imperadore ciò che era suo: che finalmente il Papa era suo suddito, e che lasciandolo godere tranquillamente quanto gli era stato dato dagl'Imperadori, e da' privati per mantener la sua dignità, non sarebbe cosa giusta, ch'egli usurpasse ancora le terre del suo Sovrano: essere del resto Costantino, il quale in questo non dimandava altro, che la giustizia, prontissimo a praticarla anch'egli dal suo canto: e che poichè il Re aveva già fatte grandi spese in questa guerra, gli offeriva in rifacimento tutto quello, ch'egli avrebbe potuto desiderare da un Imperadore ugualmente liberale e riconoscente.
Pipino, a cui non giunse nuova questa imbasciata, e che aveva preveduto ciò che dovrebbe l'Ambasciadore dimandargli, umanamente gli rispose: appartenere l'Esarcato al vincitor de' Longobardi, i quali l'avevano Jure belli conquistato, come aveano fatto anche i loro predecessori d'una gran parte d'Italia sopra gli Imperadori greci: essere medesimamente cosa nota, che la maggior parte di que' Popoli, indotti sforzatamente a mutar religione, s'erano dati al Re Luitprando: che così presupponendo il diritto de' Longobardi, del quale non era luogo di dubitare più che di quello de' Franzesi, i quali avevano conquistate le Gallie sopra i Romani e Vestrogoti, era molto sicuro del suo proprio; poichè egli aveva costretto Astolfo per via delle armi a cedergli l'Esarcato, del quale andava a mettersi in possesso per la medesima via: che poi essendone padrone, n'avea potuto disporre a suo arbitrio e volontà[263]. Ed aveva trovato espediente di darne il dominio al Papa, perchè in quello la sede cattolica violata per tante infami eresie de' Greci, si mantenesse intera; e l'ambizione ed avarizia de' Longobardi non l'occupasse; per le quali considerazioni egli aveva prese l'armi contra coloro, che opprimevan la Chiesa[264]: che per tutti i tesori del Mondo non avrebbe mutata risoluzione, e che manterrebbe contra tutti il Papa e la Chiesa nel possesso di tutto ciò ch'egli aveva loro donato.
Rimandato per tanto senza voler sentir altra replica su l'ora l'Ambasciadore, andò a por l'assedio innanzi Pavia, e lo strinse così forte, che Astolfo ridotto a non poter più resistere, fu costretto a dimandargli la pace, la quale ottenne a condizione, che mettesse prontamente in esecuzione il trattato dell'anno precedente e restituisse le città dell'Esarcato, dell'Emilia oggi detta Romagna, e della Pentapoli, che diciamo Marca d'Ancona[265], nelle mani di Eulrado Abate di S. Dionigi, da Pipino destinato suo Commessario. Ciocchè fu eseguito prontamente; imperocchè destinati anche da Astolfo i Commessarj, Fulrado avendo fatto uscire dall'Esarcato, e dagli altri luoghi tutti i Longobardi e ricevuti gli ostaggi di tutte le città, andò a portarne le chiavi al Papa, ch'egli pose sopra il sepolcro de' Santi Appostoli colla donazione di Pipino instrumentata con tutte le solennità e forme necessarie, e ch'egli aveva fatta anche sottoscrivere da' due suoi figliuoli Carlo e Carlomanno, e da' primi Baroni e Prelati della Francia. L'Esarcato, se dee prestarsi fede al Sigonio[266], abbracciava le città di Ravenna, Bologna, Imola, Faenza, Forlimpopoli, Forlì, Cesena, Bobbio, Ferrara, Comacchio, Adria, Cervia, e Secchia. Tutte furono consignate al Papa, eccetto che Faenza e Ferrara.
Pentapoli, ovvero Marca d'Ancona, comprendeva Arimini, Pesaro, Conca, Fano, Sinigaglia, Ancona, Osimo, Umana, ora disfatta, Jesi, Fossombrone, Monfeltro, Urbino, il territorio Balnense, Cagli, Luceoli ed Eugubio con li castelli e territorj appartenenti alle medesime, come appare dal privilegio di Lodovico Pio, col quale vien confermata questa donazione di Pipino: della verità del quale si parlerà a suo luogo.
Il Pontefice ricco di tante città e dominj, all'Arcivescovo di Ravenna commise l'amministrazione dell'Esarcato; ond'è che alcuni scrissero, che gli Arcivescovi di quella città s'intitolavano anche Esarchi, non già come Arcivescovi, ma come Ufficiali del Papa, già Principe temporale. Ecco per dove i Papi hanno cominciato a divenir potenti Signori in Italia, congiungendo al Sacerdozio il Principato, e lo Scettro alle Chiavi. Perocchè la donazione di Costantino M., particolarmente intorno a ciò che riguarda Roma e l'Italia, per quel che si disse nel secondo libro di questa Istoria, e per ciò che i più dotti Istorici, Giureconsulti e Teologi tengono per indubitabile, fu grossamente finta da un solenne impostore del decimo secolo; o come Pietro di Marca, molto prima ne' tempi di Adriano e di Carlo Magno. Nè quantunque si volesse supponere per vera, ebbe ella alcun effetto: essendosi veduto che gl'Imperadori e gli altri Re stranieri, che a coloro succedettono, ne furono da quel tempo sempre padroni. Nè i Papi vi pretendevano altro, che quegli patrimonj, che vi possedevano per munificenza di alcun Principe o privato per la loro sussistenza donatigli, come si disse, e siccome appunto tengono oggi gli altri Ecclesiastici i loro negli altri Stati per tutta la Cristianità. Pipino veramente fu quegli, da poi che i Papi s'ebbero aperte sì opportune vie per rendersene meritevoli, che dalla bassezza d'una fortuna sì mediocre gli arricchì delle spoglie de' Re longobardi e degl'Imperadori greci, donando loro città e province: che se voglia il vero confessarsi, fu delle medesime liberalissimo, come sogliono essere tutti coloro, che niente del proprio, ma dell'altrui profondono. Queste spettavano in verità a Costantino Imperador d'Oriente; e se voglia dirsi giusta questa donazione, dovea esser fatta non da Pipino, ma da Costantino, di cui erano: onde perciò alcuni[267] scrissero, che questa donazione fosse stata fatta sotto nome di Costantino; e quindi esser nata la favola della donazione di Costantino M. Da questo tempo cessarono i Pontefici nelle loro epistole e diplomi notare gli anni piissimorum Augustorum, come prima facevano. Assicurati che furono del patrocinio dei Franzesi, scossero ogni ubbidienza agl'Imperadori di Oriente, nè vollero esser riputati più loro sudditi: ma all'incontro questa grandezza de' Pontefici romani riuscì a Pipino tanto profittevole, che portò al suo figliuolo Carlo, che gli succedè, non pur il Regno d'Italia, discacciandone i Longobardi: ma l'Imperio d'Occidente, che il Papa volle far risorgere nella persona di Carlo, come nel seguente libro diremo.
I Franzesi, oltre a voler esser riputati autori della grandezza e del dominio temporale della sede appostolica, ciocchè non può loro contrastarsi, s'avanzano più, con dire, che di tutte queste città da Pipino alla Chiesa donate, ne avessero i Papi il solo dominio utile; siccome il Sigonio in più luoghi della sua istoria non potè negarlo; rimanendo la sovranità appresso Pipino e gli altri Re di Francia suoi successori; essendo cosa manifesta, essi dicono, che i discendenti di Pipino v'ebbero la sovrana autorità, la quale essi esercitavano in quasi tutta l'Italia. E non fu che lungo tempo da poi, che i Pontefici romani divennero Sovrani di quelle province, come ancora di Roma; non per la pretesa cessione, che l'Imperador Carlo il Calvo fece de' suoi diritti, ragioni e preminenze; ma per la decadenza dell'Imperio, da che fu limitato e racchiuso nella sola Alemagna, in quella maniera appunto, che tanti altri Principi d'Italia possedono al dì d'oggi legittimamente la sovranità, ch'essi si hanno acquistata sopra l'Occidente.
Pietro di Marca[268] fa vedere come, e su quali fondamenti a poco a poco i Pontefici romani a lor trassero la sovranità sopra Roma: ciocchè non fu certamente in questi tempi. Egli dice, che ceduto che fu da Pipino l'Esarcato di Ravenna al romano Pontefice, per ragion del medesimo appartenevasi anche a lui la soprantendenza ed il governo di Roma, non altrimente che s'apparteneva all'Esarca di Ravenna, sotto il quale erano posti tutti i Ducati de' Greci e quello di Roma ancora: la sovranità s'apparteneva agl'Imperadori di Oriente, l'amministrazione agli Esarchi: quindi i romani Pontefici come Esarchi la pretesero. Ma creati Pipino e Carlo Magno Patrizj di Roma, importando 'l Patriziato l'aver cura di quella città, si videro insieme il Papa e 'l Patrizio prendere il governo di quella, siccome s'osservò nella persona di Papa Adriano e di Carlo Magno. Essendo poi morto Adriano, ed in suo luogo creato Lione III, questi lasciò a Carlo l'intera amministrazione, il quale da Patrizio innalzato alla dignità d'Imperadore, essendo con ciò passata anche a Carlo la sovranità di Roma, i Pontefici più non s'intrigarono nel governo di quella; insinochè, decadendo pian piano l'autorità degli Imperadori successori di Carlo in Italia, finalmente Carlo il Calvo non si fosse nell'anno 876 spogliato d'ogni sua ragione, cedendo alla sede appostolica la sovranità di Roma ed ogni suo diritto. Quindi è che Costantino Porfirogenito[269] descrivendo i Temi di Europa, e lo Stato di quella del suo secolo intorno all'anno 914 dica, che Roma si teneva da' romani Pontefici jure dominii. Quindi cominciò il costume ne' diplomi di notarsi gli anni de' romani Pontefici, quando prima ciò era de' soli Principi ed Imperadori.
L'Abate Giovanni Vignoli ne' nostri ultimi tempi, cioè nell'anno 1709 ha dato in luce un libretto intitolato: Antiquiores Pontificum Romanorum denarii, ove contro a questa opinione, che tengono i Franzesi, si sforza dimostrare, che il Senato e Popolo romano, dopo avere scosso il giogo degl'Imperadori d'Oriente, si fosse sottoposto a' romani Pontefici, riconoscendogli come loro Sovrani, e che non pure il dominio utile ritennero di Roma, ma anche il supremo. Pretende ricavarlo dalle monete, che si trovano de' Pontefici, e quantunque ve ne fossero più antiche, nulladimanco riguardandosi solo quelle, che ancora si veggono, queste cominciano da Adriano I, e furono continuate a battere da Lione III e dagli altri suoi successori. Ed ancorchè alcune d'esse, come quelle di Lione III e d'altri romani Pontefici portassero anche il nome degl'Imperadori, come di Carlo M, di Lodovico, di Ottone e d'altri; tantochè per quest'istesso si diede occasione a Le-Blanc franzese di comporre un trattato col titolo di Dissertazione Istorica sopra alcune monete di Carlo M, di Lodovico Pio e di Lotario, e de' loro successori battute in Roma; con le quali vien confutata l'opinione di coloro, che pretendono, che questi Principi non abbiano mai avuta in Roma alcuna autorità, se non col consentimento de' Papi; contuttociò il detto Abate Vignoli si studia dimostrare, che molte monete de' Papi non ebbero il nome degl'Imperadori, come una di Giovanni VIII la quale è solamente segnata del nome di questo Pontefice. Che che ne sia, l'opera di Le-Blanc fa vedere quanto poco sicura sia l'opinione del Vignoli, e molto più fondata quella de' Franzesi.
§. III. Leggi d'Astolfo, e sua morte.
Astolfo intanto, ancorchè da sì strane scosse sbattuto, non restava però di volger i pensieri alla conservazione del suo Regno: egli non aveva mancato per nuove leggi riordinarlo, aggiungendone altre a quelle de' suoi predecessori, e variandole ancora secondochè stimava più utile ed opportuno a' suoi tempi; avendo per tanto in Pavia nel quinto anno del suo Regno convocati da varie parti i principali Signori e Magistrati del suo Regno, seguendo gli esempj de' suoi predecessori, promulgò un editto nel quale molte leggi stabilì. Pure abbiamo quest'editto d'Astolfo nel Codice Cavense per intero, che contiene ventidue capitoli: il primo comincia: Donationes illac, quae factae sunt a Rachis Rege, et Tassia conjuge. L'ultimo ha per titolo: Si quis in servitium cujuscumque pro bona voluntate introierit. Alcune di queste leggi, il Compilatore del volume delle leggi longobarde le inserì in que' libri: tre se ne leggono nel primo libro: una sotto il tit. de Scandalis: l'altra sotto il tit. de Exercitalibus; ed un'altra sotto quello de Jure mulierum: quindici nel lib. 2, una sotto il tit. 4, un'altra sotto quello de Successionibus, altra sotto il tit. de ultimis volunt.. un'altra sotto il tit. 20, due sotto il tit. de Manumissionibus, due altre sotto quello de Praescriptionibus, e sette sotto il tit. Qualiter quis se defendere deb. E nel lib. 3 ancor se ne legge una sotto il tit. 10 ch'è l'ultima de' Re longobardi; poichè Desiderio suo successore, e nel quale s'estinse il Regno, passando ne' Franzesi, applicato a cure più travagliose, non potè d'altre leggi fornir questo Regno, che infelicemente ebbe a lasciare.
Ma mentre questo Principe dopo aver per dura necessità restituito l'Esarcato e tante altre città, è tutto intento a meditar nuovi disegni per vendicarsi della oppressione de' Franzesi, e di riordinar nuovamente la guerra, essendosi un giorno portato alla caccia, spinto da un cignale, ovvero, com'altri rapportano, casualmente sbalzato da cavallo, o come dice Erchemperto[270], percosso da una saetta, il caso fu per lui cotanto fatale, che in pochi giorni rendè lo spirito, lasciando in quest'anno 756 il Regno pieno di calamità e di sospetti, non avendo di se lasciata prole alcuna.
CAPITOLO III. Il Ducato napoletano, la Calabria, il Bruzio, ed alcune altre città marittime di queste nostre province si mantengono sotto la fede dell'Imperadore Costantino e di Lione suo figliuolo.
Grandi che fossero state le scosse, che gl'Imperadori d'Oriente ebbero in Italia, il Ducato napoletano, che allora, stendendo più oltre i suoi confini, abbracciava anche Amalfi, il Ducato di Gaeta, quasi tutta la Calabria e 'l Bruzio, rimaser fermi e costanti nell'ubbidienza de' loro antichi Principi: perduto l'Esarcato e tutto ciò che in Italia ubbidiva all'Imperio greco, non per ciò mancò il dominio degl'Imperadori d'Oriente in queste nostre parti. I Napoletani si mantenevano sotto l'ubbidienza de' loro Duchi, chiamati ancora Maestri di soldati, siccome sotto gl'Imperadori d'Oriente erano appellati i Duchi[271]. Questi era un Magistrato greco, che da Costantinopoli soleva destinarsi. Fuvvi in questo secolo Teodoro nell'anno 717 di cui questa città serba anche vestigio, portandosi egli per fondatore della chiesa de' SS. Pietro e Paolo, ora disfatta, siccome dimostrava la lapida che prima ivi si leggeva, ed oggi nella chiesa di Donnaromata. Fuvvi Esilarato. Fuvvi intorno a questi tempi, dopo la morte d'Astolfo, Stefano, il quale avendo per dodici anni governato con tanta prudenza il Ducato di Napoli, morta sua moglie, fu anche fatto Vescovo di questa città.
Nel tempo che Stefano reggeva Napoli in qualità di Duca, avendo l'Imperador Costantino nell'anno 753, come si disse, fatto convocare un Concilio in Costantinopoli di 338 Vescovi, questi stabilirono in quello Concilio un decreto contro l'adorazione delle immagini. Costantino e Lione suo figliuolo associato all'Imperio, fecero per mezzo de' loro editti valere il decreto per tutto Oriente, ed impiegarono anche la forza per l'osservanza di quello: tentarono anche di farlo valere in Occidente, donde nacquero que' disordini e rivolte che si sono vedute: renderonsi per ciò più aspre ed irreconciliabili le contese, e s'inasprirono più l'inimicizie, che passavano allora tra' Pontefici romani, e gl'Imperadori d'Oriente: era in quest'anno 757 morto Papa Stefano, il quale ebbe per successore Paolo. Questi non meno, che i suoi predecessori, era odioso agl'Imperadori d'Oriente, i quali s'erano impegnati a far valere il decreto di quel Concilio, anche nel Ducato napoletano e negli altri luoghi, che ancor rimanevano in queste province sotto la loro ubbidienza. I Napoletani ancorchè avversi ad eseguirlo, come quelli che erano più di tutti gli altri popoli di Italia attaccati all'adorazione delle immagini; nulladimanco perchè ciò non s'imputasse a loro disubbidienza, proccuravano in tutto il rimanente mostrarsi tutto riverenti ed esatti in aderire al volere e potestà dei loro Signori; laonde essendo in questi tempi accaduta la morte del lor Vescovo Calvo, ed essendo stato dal Pontefice ordinato Paolo Diacono della Chiesa di Napoli suo molto amico e familiare, ripugnava l'Imperadore per esser costui aderente al Papa, che fosse ricevuto in quella Chiesa, come quegli che avrebbe in Napoli fatti riuscir vani i suoi disegni di far ricevere il decreto del Concilio di Costantinopoli. I Napoletani aderirono in ciò al volere del loro Imperadore e de' Greci, ed impedirono perciò l'andata di Paolo in Roma per farsi consecrare dal Papa: scorsi nove mesi, Paolo di nascosto andò in Roma, ed il Papa immantenente lo consecrò; ma tornato a Napoli, narra Giovanni Diacono, nella Cronaca de' Vescovi di questa città, che i Napoletani suoi cittadini per l'aderenza che aveano co' Greci, non lo vollero ricevere dentro la città, ma tenuto fra di loro consiglio, lo mandarono fuori, nella chiesa di S. Gennaro, posta non molto lontana dalla città, dove stette per lo spazio di quasi due anni; non mancando intanto così il Clero, come il Popolo universalmente d'ubbidirlo ed averlo come lor Pastore, disponendo egli senza ostacolo delle cose della Chiesa, e facendo ivi tutte le funzioni pontificali. Intanto i Nobili, scorgendo che per l'assenza di un tanto lor Pastore, la città languiva, si risolsero tutti finalmente d'introdurlo nella città, e con molta letizia e celebrità andarono a prenderlo, e l'introdussero nel Vescovato, dove, dopo avere governata la sua Chiesa per due altri anni, finì i giorni suoi. Si scusarono essi coll'Imperadore, allegando di non potere maggiormente soffrire la vedovanza della Chiesa.
Per la morte di Paolo i Napoletani elessero nell'anno 764 l'istesso Duca Stefano per lor Vescovo: questi ancorchè eletto Vescovo, non lasciò il Ducato, ma lo governò insieme con Cesario suo figliuolo, che l'assunse per suo collega. Cesario premorì all'infelice padre; onde Stefano continuò solo il governo fin al 791, anno della sua morte. Teofilatto gli succedette nel Ducato. Costui era suo genero, come quegli che s'avea sposata Euprassia sua figliuola; ed avealo anche, dopo Cesario, fatto suo collega, onde morto Stefano, restò egli solo Console e Duca. A Teofilatto succedette nel fine di questo secolo Antimio[272], di cui si narra, che nel tempo del suo Consolato avesse costrutta in Napoli la chiesa di S. Paolo Appostolo, ed il monastero de' SS. Quirico e Giulitta. Questi furono i Duchi che ressero in quest'ottavo secolo il Ducato napoletano per gl'Imperadori d'Oriente, a' quali ubbidiva. Furono anche nomati Consoli. Ma come i Duchi di Napoli si chiamassero anche Consoli, niuno de' nostri Scrittori, per quel ch'io ne sappia, ebbe curiosità di saperne la cagione.
Il nome di Console, dagl'Imperadori romani e da poi dagl'Imperadori d'Oriente tenuto in tanto pregio, e del quale essi s'adornavano, negl'ultimi anni dell'Imperio greco, fu da costoro disprezzato e finalmente affatto tralasciato. Il vedere, che di quello valevansi anche i Principi da essi riputati barbari ed usurpatori dell'Imperio, glie lo fece deporre. Carlo M. per mostrare esser egli succeduto a tutte le ragioni e preminenze degli antichi Imperadori d'Occidente, ne' suoi titoli se ne fregiava: il simile fecero tutti gli altri Imperadori franzesi suoi successori: al costoro esempio lo stesso fecero gl'Imperadori italiani Berengario Duca di Friuli e Guido Duca di Spoleti[273]. In fine sino i Saraceni, da poi ch'ebbero acquistata la Spagna, ad esempio degl'Imperadori di Costantinopoli, vollero pure chiamarsi Consoli. Abderamo Re de' Saraceni in Ispagna, che cominciò a regnare in Cordova nell'anno 821, Maomat suo figliuolo e successore nel Regno, secondo che ce n'accertano l'opere di S. Eulogio[274], ne' loro diplomi notavano non meno gli anni del loro Imperio, che del Consolato. Anzi nel nono secolo della Chiesa, siccome nell'Oriente gl'Imperadori creavano altri Consoli onorarj, così i Re saraceni non solo se medesimi, ma anche i principali Magistrati del loro Regno chiamavano Consoli[275]. Quindi nacque che secondo il fasto de' Greci, questi non potendo comportare che titolo sì spezioso fosse usurpato da Nazioni straniere e barbare, si proccurò avvilirlo, e davanlo a' loro Magistrati, ancorchè di non molto eminente grado, insino che essi poi, secondo che prova l'accuratissimo Pagi[276], intorno l'anno 933 non lo deponessero affatto; donde avvenne che un'ombra ed immagine di quella dignità e titolo rimanesse in molti loro Uficiali, e si vedesse così diffuso in tanti Ordini, anche di persone private.
I Saraceni solevano dar questo nome agli Ammiragli di mare; onde poi avvenne che coloro ch'erano preposti agl'Emporj ed a' Porti, si chiamarono Consoli; e Codino[277], Pachimere[278] e Gregoras[279] osservano, che il Magistrato de' Pisani e degli Anconitani, che dimoravan in Costantinopoli, eran chiamati Consoli. Quindi il Consolato di mare, e quindi negli Autori della bassa età, rapportati nel Glossario di Dufresne, questo nome lo vediamo sparso nelle Comunità, tra' Giudici, e varj Ordini di persone, insino agli artegiani. Non dee dunque sembrar cosa nuova e strana, se in questo ottavo secolo il nome di Console proprio degl'Imperadori, e prima cotanto illustre e rinomato, si senta nelle persone de' Duchi di Napoli, Uficiali ch'erano dell'Imperio greco, al quale questo Ducato ubbidiva.
CAPITOLO IV. Di Desiderio ultimo Re de' Longobardi.
Per la morte d'Astolfo, non avendo di se lasciata prole, e Rachi suo fratello ancorchè vivo, essendosi fatto Monaco, rimase il Regno vacante. Desiderio Duca di Toscana, che Astolfo, oltre ad avergli dato questo Ducato, l'avea ancora fatto Contestabile del Regno, non trascurò l'occasione, co' voti de' suoi Longobardi toscani, di farsi proclamare Re. Rachi avendo ciò inteso ne arse di sdegno; e diede in tali eccessi, che in tutti i conti voleva uscir dal monastero, e rinunciando al Monacato, ritornare al Regno: nè mancò chi questa sua risoluzione favorisse, e proccurasse di farla venire ad effetto: ma Desiderio essendo ricorso a Stefano Pontefice romano, a chi offerse in ricompensa Faenza, Ancona, Secchia e Ferrara, città che non erano state restituite da Astolfo, se in questa congiuntura l'ajutasse; seppe far tanto questo Papa con Rachi, che finalmente lo fece quietare, e deporre que' suoi pensieri d'uscire dal monastero, ed in premio della sua mediazione ricevè da Desiderio le città promessegli: e poco dopo avere stabilito nel Regno Desiderio, finì Stefano i giorni suoi a' 26 d'Aprile di quest'anno 757. Pontefice, a cui la Chiesa romana dee molto più che a' suoi predecessori, che seppe ampliarla di sì belle città e Stati, e che lasciò le fortune della medesima in tanta prosperità, che i suoi successori non mancarono d'approfittarsene, come fece Paolo che gli successe, e dopo lui un altro Stefano, ma molto più Adriano, che ridusse per trattati avuti con Carlo M. la sua potenza in più alto grado, come di qui a poco vedremo.
Desiderio dopo due anni del suo Regno volle ad esempio de' suoi predecessori assumere per collega Adalgiso suo figliuolo: ma non passò guari che sospettando il Pontefice Stefano III o sia IV, il quale a Paolo succedette, de' di lui andamenti, e credendo ogni sua mossa in pregiudizio de' proprj Stati, cominciarono i soliti sospetti, e le consuete gelosie fra di loro. Finalmente ruppero in aperta discordia, poichè avendo il Re Desiderio fatto conferire l'Arcivescovado di Ravenna ad un certo chiamato Michele suo fedele e domestico, Stefano lo fece scacciare da quella sede. Il Re per vendicarsene fece cavar gli occhi a Cristofano ed a Sergio mandati dal Papa in Pavia per domandare le facoltà che appartenevano alla Chiesa di Roma; e prevedendo dove avrebbero dovute andare a terminar queste discordie, proccurava di congiungersi strettamente co' Franzesi, perchè non così volentieri dassero questi a' continui inviti de' Pontefici orecchio: era in questi tempi già morto Pipino, ed i suol figliuoli Carlo e Carlomanno avendosi fra di loro diviso il Regno, se ben concordi in prima, non così da poi senza gelosia regnavano; Desiderio reputò per sua sicurezza stringer parentado con questi due Principi offerendogli due sue figliuole per moglie. Stefano avendo ciò presentito, scrisse immantenente per distornar queste nozze una molto forte lettera a Carlo e Carlomanno, minacciandogli se v'acconsentissero, anathematis vinculum, et aeterni cum diabolo incendii poenam[280]. Ma non ostante i suoi sforzi, si sposarono felicemente le due sorelle figliuole ambedue del Re Desiderio, il quale seppe così bene impegnar Bertrada madre di Carlo e Carlomanno, che per impulso della medesima si conchiusero i matrimonj. Il dispiacere del Pontefice non fu minore del contento di Desiderio, il quale credeva in cotal maniera avergli chiusa ogni strada di soccorsi. Ma questa alleanza non durò guari, poichè non mancarono modi di far sì, che Carlo ripudiasse la Principessa sua sposa, sotto pretesto d'esserle scoverta un'infermità, che la rendeva inabile d'aver figliuoli: nè alla stranezza del fatto mancò il presidio e l'autorità della legge, perchè furono presti molti Vescovi a dichiarar il matrimonio nullo, ed a permettere che Carlo l'anno seguente si sposasse Ildegarda di Svevia. Si accese per questo ripudio d'ira e di sdegno il Re Desiderio; ed essendo accaduta poco tempo da poi la morte di Carlomanno, la Regina Berta rimasa vedova con due figliuoli, temendo di non star sicura in Francia, e che Carlo non insidiasse la vita de' suoi nepoti, come aveva loro tolto il Regno, andò precipitosamente a gettarsi co' figliuoli tra le braccia di Desiderio suo padre, il quale ricevè di buon animo quest'occasione per potersi un giorno vendicar di Carlo, che gli aveva poco innanzi rimandata la figliuola.
Tentò Desiderio, postisi in mano i figliuoli di Carlomanno, di formar un potente partito, e di mettere la Francia in divisione e sconcerto, perchè occupata ne' proprj mali non potesse pensar alle cose d'Italia. Era intanto, morto Stefano, stato eletto nel 772 Adriano I, il quale sul principio del suo Pontificato trattò con Desiderio di pace, e tra loro fermarono convenzione di non disturbarsi l'un coll'altro: perciò Desiderio credendo, che questo nuovo Pontefice fosse di contrarj sentimenti de' suoi predecessori, pensò, per meglio agevolar i suoi disegni, d'indurlo a consecrare i due figliuoli di Carlomanno per Re: impiegò quanto potè, e quanto seppe con preghiere e promesse per obbligarlo di venire ad ungere questi due Principini, ed a fargli riconoscere per Re dell'Austrasia. Dall'esempio di Pipino e de' suoi figliuoli erasi già pian piano introdotta tra' Principi cristiani la cerimonia della consecrazione, la quale appresso i Popoli era riputata come una marca e nota del Principato, e che quelli, i quali fossero stati unti, dovessero riputarsi per Re giusti e legittimi, ed esser da tutti conosciuti per tali. Ma Adriano che internamente covava le medesime massime de' suoi predecessori, e che non meno di coloro aveva per sospetta la potenza de' Longobardi in Italia, non volle a patto alcuno disgustarsi il Re Carlo, ed a' continui impulsi, che gli dava Desiderio, fu sempre immobile. Onde questi sdegnato, e finalmente perduta ogni pazienza, credendo colla forza ottener quello a che le preghiere non erano arrivate, invase l'Esarcato, ed in un tratto avendo presa Ferrara, Comacchio e Faenza, designò portar l'assedio a Ravenna. Adriano non mancava per Legati di placarlo, e di tentare per mezzo degli stessi la restituzione di quelle città; nè Desiderio si sarebbe mostrato renitente a farlo, purchè il Pontefice fosse venuto da lui, desiderando parlargli, e seco trattar della pace. Ma Adriano rifiutando l'invito, ed ogni uficio, si ostinò a non voler mai comparirgli avanti, se prima non seguiva la restituzione delle Piazze occupate. Così cominciavano pian piano i Pontefici romani a niegare a' Re d'Italia que' rispetti e quegli onori, che prima i loro predecessori non isdegnavano di prestare. Desiderio irritato maggiormente per queste superbe maniere di Adriano, comandò subitamente, che il suo esercito marciasse in Pentapoli, ove fece devastar Sinigaglia, Urbino e molte altre città del patrimonio di S. Pietro sino a' contorni di Roma. Questo fu che accelerò il corso della fatal ruina dei Longobardi; perchè Adriano non mancò tosto di ricorrere in Francia, e dimandar non pure soccorsi da Carlo, ma invitar questo Principe all'acquisto del Regno d'Italia; e perchè tenevan i Longobardi chiuse tutte le strade di terra, spedigli per mare un Legato a sollecitar la sua venuta.
Non mancò Desiderio all'incontro, subito che fu avvisato di questo ricorso, di mostrare al Re Carlo l'inclinazione, ch'egli diceva di aver tenuto sempre alla pace con Adriano, altamente dolendosi della costui durezza, che avendo egli offerta la pace, e dimandato di parlargli, aveva ricusato di farlo; nè cessava in oltre con lettere a varj Principi, e con pubblici manifesti difendersi dall'accuse d'Adriano, il quale lo pubblicava appo i Franzesi per distruttor della Toscana, per barbaro, inumano, fiero, crudele, dipingendolo reo di molti delitti; tanto che per purgarsene, si trovò Desiderio nella necessità di spedir Legati a Carlo in Francia, ed assicurarlo ch'egli avrebbe fermata ogni pace col Papa, e rendutogli ciò ch'e' poteva da lui pretendere.
Ma Carlo, che non aspettava altro, che sì bella opportunità di vendicarsi di Desiderio, il quale con tenere in suo potere i suoi nepoti, tentava dividergli il Regno, e che non poteva aspettar miglior occasione per discacciar d'Italia i Longobardi, ricevè con incredibil contentezza l'invito fattogli da Adriano. Egli trovavasi allora (per le tante vittorie riportate in Aquitania ed in Sassonia) tutto glorioso e formidabile in Tionvilla su le sponde della Mosella: quivi ricevè il Legato del Papa, e diede insieme audienza agli Ambasciadori di Desiderio, da' quali subito disbrigatosi, con rimandargli indietro senza niente conchiudere, accettò con sommo piacer suo la proposta del Pontefice, e tosto ponendosi alla testa d'un poderoso esercito, sforzò il passo dell'Alpi in due luoghi, tagliando a pezzi que' Longobardi, che lo difendevano.
Desiderio dall'altra parte accorse anch'egli in persona col suo esercito per impedirlo; ma incalzato da Carlo, fu il grosso del suo esercito disfatto, e costretto a ritirarsi, onde risolse di difendersi in Pavia, ove si chiuse. Carlo non mancò subito di strettamente assediarla, e fra tanto con una parte delle truppe sforzò Verona, dentro della qual città erasi ritirato Adalgiso per difenderla, insieme con Berta, ed i due suoi figliuoli. Quando questo Principe videsi stretto, disperando della fortuna di suo padre, e di poter difendere quella Piazza, se ne fuggì, prima che ella cadesse in poter di Carlo, e dopo esser andato lungo tempo ramingo, vedendo finalmente, che tutto era perduto per li Longobardi, salvossi per mare in Costantinopoli, ove fu dall'Imperador Lione, figliuolo di Copronimo, con molto piacere ricevuto sotto la sua protezione. Que' di Verona subito che videro uscir Adalgiso dalla Piazza, si diedero in poter di Carlo, il quale presa Berta coi suoi figliuoli, tosto gli mandò in Francia, senza che siasi potuto saper da poi ciocchè seguisse di questi due infelici Principi, de' quali non s'è mai più sentito parlare. Tutte l'altre città de' Longobardi sovvertite per opera e macchinazione del Pontefice, da loro stesse renderonsi a Carlo. Restava Pavia solamente, la quale difesa da Desiderio si manteneva ancor in fede.
Carlo, cinta ch'ebbe Pavia di stretto assedio, volle passar in Roma alle Feste di Pasqua: gli eccessi d'allegrezza, che mostrò Adriano, gli onori, che gli furon fatti da' Romani e dal Clero, guidando ogni cosa il Pontefice, furono incredibili. Fu salutato Re di Francia e de' Longobardi insieme, e Patrizio romano, incontrato un miglio fuori delle porte di Roma da tutta la Nobiltà e Magistrati, e dal Clero in lunghi ordini distinto con croci ed inni ricevuto: dopo gli applausi e le feste, si venne a ciò che più importava. Fu tosto dal Papa ricercato Carlo a confermar le donazioni di Pipino suo padre, che aveva fatte alla Chiesa di Roma: non volle costui esser molto pregato a confermarle, come fece di buona voglia, e facendone stipular nuovo strumento per mano di Eterio suo Notajo, sottoscritto da lui, da tutti i Vescovi ed Abati, da' Duchi e da tutti que' Grandi ch'eran seco venuti, super Altare B. Petri manu propria posuit, come dice Ostiense[281].
Anastasio Bibliotecario, come si è detto, molto ingrandisce questa donazione di Carlo: oltre all'Esarcato di Ravenna e Pentapoli, vi aggiunge l'isola di Corsica, tutto quell'ampio paese che da Luni calando nel Sorano e nel monte Bordone abbraccia Vercetri, Parma, Reggio, Mantova e Monselice, le province di Venezia e d'Istria, ed il Ducato di Spoleti e di Benevento. La Cronaca del monastero di S. Clemente narra, che Carlo aggiunse alla donazione di Pipino solamente questi due Ducati. Sigonio poi, e gli altri più moderni Scrittori, di ciò non ben soddisfatti, aggiungono il territorio sabinense, posto tra l'Umbria ed il Lazio, parte della Toscana e della Campagna ancora. Pietro di Marca[282], ciocchè dee recar più maraviglia, tratto anch'egli da' vanagloriosi Franzesi, che cotanto ingrandiscono questa donazione, per magnificar in conseguenza la liberalità franzese, vi aggiunge tutta la Campagna, e con essa Napoli, gli Apruzzi e la Puglia ancora, additando con ciò l'origine delle nostre papali investiture. Altri vi aggiungono anche la Sassonia da Carlo allora soggiogata; di più, che facesse anche dono di province non sue, e che non acquistò giammai, cioè della Sardegna e della Sicilia; e che sopra tutte queste province e Ducati s'avesse egli solamente riserbata la sovranità. Ma, e gli antichi annali di Francia, e la serie delle cose seguenti, ed il non averci potuto l'Archivio del Vaticano dare l'istromento di questa donazione, dal quale n'escono tanti altri d'inferior dignità, dimostrano per favolosi tutti questi racconti, e convincono, che Carlo non fece altro che confermare la donazione di Pipino dell'Esarcato e di Pentapoli. Ed intanto alcuni scrissero, che l'avesse anche accresciuta, perchè molti luoghi dell'Esarcato e di Pentapoli, che da' Longobardi erano stati occupati, insieme co' patrimonj, che la Chiesa romana possedeva nel Ducato di Spoleti e di Benevento, nella Toscana, nella Campagna, ed altrove, ch'erano stati parimente occupati da' Longobardi, fece egli restituire. Ed in questi sensi Paolo Emilio[283], e gli altri Autori dissero, che Carlo non solo avesse confermati i doni di Pipino suo padre, ma anche accresciuti: ciò che si convince manifestamente dall'istoria delle cose seguite appresso; poichè Carlo sotto il nome del Regno d'Italia si ritenne la Liguria, la Corsica, Emilia, le province di Venezia e dell'Alpi Cozie, Piemonte, ed il Genovesato, che avea tolti a' Longobardi, e fatti passare sotto la sua dominazione: nè si legge che questa parte d'Italia fosse stata mai posseduta da' Pontefici romani.
Molto più chiaro ciò si manifesta dal vedersi, che que' tre famosi Ducati, del Friuli, di Spoleti, ed il nostro di Benevento mai non furono posseduti da' romani Pontefici: come nel seguente libro di questa Istoria si conoscerà chiaramente, cioè che questi tre Ducati ebbero i loro Duchi, nè Carlo vi pretendeva altro, che quella sovranità, che v'avevano avuti i Re longobardi suoi predecessori, anzi i nostri Duchi di Benevento scossero affatto il giogo, e si sottrassero totalmente da lui, negandogli qualunque ubbidienza, e vissero liberi ed independenti; nè la città di Benevento, se non molti, e molti anni appresso fu cambiata colla Chiesa di Bamberga, e conceduta alla sede di Roma, ma non già il suo Ducato, che fu sempre posseduto da' nostri Principi.
Dall'aver Carlo fatti restituire i patrimonj, che la Chiesa romana possedeva nell'Alpi Cozie, nel Ducato di Spoleti, e di Benevento, nacque l'errore di quegli Scrittori, i quali confondendo il patrimonio dell'Alpi Cozie colla provincia, il patrimonio di Benevento col Ducato beneventano, dissero che Carlo donò a S. Pietro que' Ducati, e quella provincia. Così ciò che nell'epistole d'Adriano si legge de' Ducati di Spoleti, e di Benevento donati a S. Pietro, non d'altro, se non di questi patrimonj si dee intendere; siccome quando l'Imperador Lodovico Pio, Ottone I. e l'altro Ottone Re di Germania confermorono a Pascale I, ed a Giovanni XII, i patrimonj beneventano, salernitano, e napoletano, siccome anche fece l'Imperador Errico IV. a Pascale II, non altro intesero se non di quelle terre e possessioni, che la Chiesa romana, come patrimonio di S. Pietro possedeva in queste nostre province, che anche i nostri antichi chiamarono justitias ecclesiae[284]. Solo dunque l'Esarcato di Ravenna, Pentapoli, ed alcuni luoghi del Ducato romano passarono nel dominio della Chiesa di Roma, riserbandosi il Re Carlo la sovranità; anzi in Roma stessa, e nel Ducato romano eran ancora in quelli tempi rimasi vestigi della dominazione degli Imperadori d'Oriente, i quali tuttochè deboli vi tenevano tuttavia i loro Uficiali, ed erano ancora riconosciuti per Sovrani, infinochè a' tempi di Lione III, successor d'Adriano, non si pose il Popolo romano sotto la sede, e soggezione del Re Carlo, che vollero anche da Patrizio innalzare ad Imperador romano. Niente dico dell'isole di Sicilia e di Sardegna non mai da Carlo conquistate, le quali furon lungamente possedute dagl'Imperadori Greci, infinchè i Saraceni non gliele rapirono.
Carlo adunque, dopo aver in cotal guisa soddisfatto il Papa ed i Romani, fece ritorno al campo appresso Pavia, nè restandogli altra impresa, che di ridurre quella città sotto la di lui ubbidienza, pose ogni sforzo per impadronirsene, perchè quella presa, essendo capo del Regno, non restasse altra speranza a' Longobardi di ristabilirsi nelle città perdute. La strinse perciò più strettamente, e togliendole ogni adito di poter esser soccorsa, Desiderio che sin all'estremo proccurò difenderla, essendo la gente afflitta non men dalla fame che dalla peste, che tutta la consumava; finalmente in quest'anno 774 fu costretto di render la Piazza, se stesso, sua moglie, e i di lui figliuoli alla discrezione di Carlo, che fattigli condurre tutti in Francia, finirono quivi i giorni loro in Carbia, senza che mai di loro si fosse inteso più parlare. Così Carlo in una sola campagna si rendè padrone della maggior parte d'Italia, ma non già di quelle province ond'ora si compone il nostro Regno, non del Ducato beneventano, nè di quel di Napoli, nè dell'altre città della Calabria, e de' Bruzj, che lungamente si mantennero sotto la dominazione degl'Imperadori d'Oriente, come vedremo nel seguente libro.
Ecco come cominciarono i romani Pontefici a trasferire i Regni da gente in gente: quindi avvenne, che calcandosi con maggior espertezza e desterità le medesime pedate da' loro successori, si rendessero ai Principi tremendi: i quali per avergli amici, poco curando la sovranità de' loro Stati, e la propria dignità, soggettavansi loro insino a rendersi ligi e tributarj di quella sede. Ecco ancora il fine del Regno de' Longobardi in Italia: Regno ancorchè nel suo principio aspro ed incolto, pure si rendè da poi così placido e culto, che per lo spazio di ducento anni che durò, portava invidia a tutte l'altre Nazioni. Assuefatta l'Italia alla dominazione de' suoi Re, non più come stranieri gli riconobbe, ma come Principi suoi naturali; poichè essi non aveano altri Regni, o Stati collocati altrove, ma loro proprio paese era già fatta l'Italia, la quale per ciò non poteva dirsi serva e dominata da straniere genti, come fu veduta poi, allorchè sottoposta con deplorabili e spessi cambiamenti a varie Nazioni, pianse lungamente la sua servitù. Questa era veramente cosa maravigliosa, dice Paolo Varnefrido[285], e con esso lui l'Abate di Vesperga, che nel Regno de' Longobardi non si faceva alcuna violenza, non sortiva tradimento, nè ingiustamente si spogliava, o angariava alcuno: non eran ruberie, non ladronecci, e ciascuno senza paura andava sicuro, dove gli piaceva. I Pontefici romani, e sopra tutti Adriano, che mal potevano sofferirgli nell'Italia, come quelli che cercavano di rompere tutti i loro disegni, gli dipinsero al Mondo per crudeli, inumani e barbari; quindi avvenne che presso alla gente e agli Scrittori dell'età seguenti, acquistassero fama d'incolti e di crudeli. Ma le leggi loro cotanto sagge e giuste, che scampate dall'ingiuria del tempo ancor oggi si leggono, potranno esser bastanti documenti della loro umanità, giustizia e prudenza civile. Avvenne a quelle appunto ciò, che accadde alle leggi romane: ruinato l'Imperio non per questo mancò l'autorità e la forza di quelle ne' nuovi dominj in Europa stabiliti: ruinato il Regno de' Longobardi, non per questo in Italia le loro leggi vennero meno.
CAPITOLO V. Leggi de' Longobardi ritenute in Italia, ancorchè da quella ne fossero stati scacciati: loro giustizia e saviezza.
Le leggi de' Longobardi, se vorranno conferirsi colle leggi Romane, il paragone certamente sarà indegno, ma se vorremo pareggiarle con quelle dell'altre Nazioni, che dopo lo scadimento dell'Imperio signoreggiarono in Europa, sopra l'altre tutte si renderanno ragguardevoli, così se si considera la prudenza e i modi, che usavano in istabilirle, come la loro utilità e giustizia, e finalmente il giudicio de' più gravi e saggi Scrittori, che le commendarono. Il modo che tennero e la somma prudenza e maturità, che praticarono i Re quando volevan stabilirle, merita ogni lode e commendazione. Essi, come s'è veduto, convocavano prima in Pavia gli Ordini del Regno, cioè i Nobili e Magistrati; poichè l'ordine Ecclesiastico non era da essi conosciuto, nè avea luogo nelle pubbliche deliberazioni, e nè meno la plebe, la quale, come disse Cesare parlando de' Galli, nulli adhibebatur consilio: si esaminava quivi con maturità e discussione ciò che pareva più giusto ed utile da stabilire: e quello stabilito, era poi pubblicato da' loro Re negli editti. Maniera, secondo il sentimento di Ugon Grozio[286], forse migliore di quella, che tennero gl'Imperadori stessi romani, le cui leggi, dipendendo dalla sola volontà loro, soggetta a varj inganni e soggestioni, cagionarono tant'incostanza e variazioni, che del solo Giustiniano vediamo d'una stessa cosa aver tre, e quattro volte mutato e variato parere e sentenza. Presso a' Longobardi prima di pubblicarsi le leggi per mezzo de' loro editti, erano dagli Ordini del Regno ben esaminate e discusse; onde ne seguivano più comodi. Il primo, che non v'era timore di potersi stabilire cosa nociva al ben pubblico, quando v'erano tanti occhi e tanti savj, a' quali non poteva esser nascosto il danno, che n'avesse potuto nascere. Il secondo, ch'era da tutti con pronto animo osservato ciò che piacque al comun consentimento di stabilire. E per ultimo, che non così facilmente eran soggette a variarsi, se non quando una causa urgentissima il ricercasse: come abbiam veduto essersi fatto da que' Re, che dopo Rotari successero, i quali se non facto periculo, e dopo lunga esperienza conoscendo alcune leggi de' loro predecessori alquanto dure ed aspre, e non ben conformarsi a' loro tempi, renduti più docili e culti, le variavano e mutavano col consiglio degli Ordini. Il qual sì prudente e saggio costume lodò anche e commendò presso a' Sueoni, popoli del Settentrione, quella prudente e saggia donna Brigida, a cui oggi rendiamo noi gli onori, che non si danno se non a' Santi.
Se si voglia poi riguardare la loro giustizia ed utilità, e prima di quelle leggi accomodate agli affari e negozj de' privati, ed alla loro sicurità e custodia, come sono i matrimonj, le tutele, i contratti, le alienazioni, i testamenti, le successioni ab intestato, la sicurezza del possesso, non potremo riputarle se non tutte utili e prudenti.
Per li matrimonj molte provide leggi s'ammirano nel libro secondo di quel volume[287]. L'ingenuo non s'accoppiava con la libertina, nè il nobile coll'ignobile; quindi essendo i Re collocati sopra la condizione di tutti; quelli morti, le loro vedove non si collocavan poi con altri, se non eran di regal dignità decorati. Ma Giustiniano prese Teodora dalla scena con gran vituperio del Principato. Quelli che non eran nati da giuste nozze, non si creavano Cavalieri: non eran ammessi al Magistrato, anzi nè meno a render testimonianza. Le profuse donazioni tra' mariti e mogli eran vietate: prudentissima fu perciò la legge di Luitprando, colla quale fu posto freno al dono mattutino, che solevan i mariti fare alle mogli il mattino dopo la prima notte del loro congiungimento, che i Longobardi chiamavano morgongap[288]; solevan sovente i mariti d'amor caldi, allettati da' vezzi delle novelle spose, donar tutto: Luitprando[289] proibì tanta profusione, e stabilì che non potessero eccedere la quarta parte delle loro sostanze. E per gli esempj che rapporta Ducange, si vede che per tutto l'undecimo secolo fu la legge osservata. Ed è veramente nuovo e singolare ciocchè l'Abate Fontanini nel suo libro contra il P. Germonio rapporta di alcuni atti, che pubblicò d'una notizia privata dell'anno 1162, nella quale si legge, che un tal Folco da Cividale del Friuli dona a Gerlint sua moglie tutto il suo, omnia sua propter pretium in mane quando surrexit de lecto. Gli adulterj erano severamente puniti; le nozze fra' congionti, secondo il prescritto, non men delle leggi civili, che de' canoni erano vietate; e Luitprando[290] istesso rende a noi testimonianza, che fu mosso a vietarle anche con sue leggi: Quia, com'e' dice, Deo teste, Papa Urbis Romae, qui in omni Mundo caput Ecclesiarum Dei, et Sacerdotum est, per suam epistolam nos adhortatus est, ut tale conjugium fieri nullatenus permitteremus.
Alcuni s'offendono, che in questo secondo libro delle leggi de' Longobardi[291] si legga permesso il concubinato, vietandosi solamente, che in un istesso tempo si possa tener moglie e concubina, non altrimente, che due mogli, essendo anche presso a' Longobardi vietata ogni poligamia. Ma tralasciando che quella legge fu di Lotario, non già d'alcuno de' Re longobardi; questa maraviglia nasce dal non sapere che presso ai Romani il concubinato fu una congiunzione legittima[292], non pur tollerata, ma permessa, ed era perciò detto semimatrimonium, e la concubina era chiamata perciò semiconjux[293], e lecitamente l'uomo poteva avere per sua compagna o la moglie o la concubina, non però in un medesimo tempo e moglie e concubina insieme, perchè questa era riputata poligamia, non altrimente se tenesse due mogli[294]. Questo istituto fu continuato anche dappoichè per Costantino Magno l'Imperio abbracciò la nostra religione, il quale ancorchè ponesse freno al concubinato, non però lo tolse; ed appresso i Cristiani di più Nazioni d'Europa, per molti secoli fu ritenuto; di che fra gli altri ce ne rende certi un Concilio di Toledo, ove fu parimente stabilito, che l'uomo sia Laico, sia Cherico d'una sola debba contentarsi o di moglie o di concubina, non già che possa ritenere in uno stesso tempo tutte due[295]. Ma vietatosi poi nella Chiesa latina a' Preti affatto di aver moglie, ed in conseguenza di tener anche concubine, poichè gli Ecclesiastici per la loro incontinenza non potevan vivere soli, si ritennero le concubine: fu per isradicar questo costume in varj Concilj severamente proibito loro di tenerle: non ebbero queste proibizioni gran successo, e furon di poco profitto: rada era l'osservanza; ed i Preti non potevano a patto alcuno distaccarsene: furono perciò replicati i divieti: non vi era Concilio che si convocasse, che con severe minacce non inculcasse sempre il medesimo, detestandosi il concubinato, e predicandosi peggior dell'adulterio, dell'incesto, e più grave d'ogni altro vizio. Quindi nelle seguenti età il nome del concubinato, che prima era riputato una congiunzion legittima, fu renduto odioso ed orrendo in quella maniera, ch'oggi si sente. Nel Regno d'Italia non pur presso a' Longobardi, ma anche quando passò sotto la dominazione de' Franzesi, durava ancora l'istituto de' Romani. Appresso alcune altre Nazioni d'Europa era anche il concubinato riputato legittimo, e Cujacio testimonia, che anche a' suoi tempi era ritenuto dai Guasconi, e da altri popoli presso i Pirenei[296]. In Oriente per le Novelle di Basilio Macedone[297], e di Lione, fu il concubinato proibito; ma quelle non ebbero alcun vigore nelle province d'Europa, come quelle ch'erano state sottratte dall'Imperio, ed ubbidivano a' loro Principi independentemente dagl'Imperadori d'Oriente: ciocchè meriterebbe un discorso a parte, ma tanto basterà per ciò, che riguarda il nostro istituto.
Intorno alle tutele, furon dati savj provvedimenti: eran i pupilli raccomandati ugualmente agli agnati, che a' cognati: ma de' pupilli nobili il principal tutore era il Re[298]. Quindi appresso noi nacque l'istituto di darsi dal Re il Balio a' Baroni, e prendersi da lui le lettere del Baliato. Davano ancora alle donne per la loro imbecillità un perpetuo tutore, ch'essi chiamavano Mundualdo, il quale s'assomigliava in gran parte al tutore cessizio de' Romani antichi, sotto la cui autorità eran sempre le donne di qualunque età fossero, ed ancorchè a nozze passassero: ond'è che ancor oggi in alcuni luoghi del nostro Regno sia rimaso di loro alcun vestigio.
Ne' contratti, l'equità e la giustizia fu unicamente ricercata: i contratti de' maggiori, diffinendo la maggior età nell'anno decim'ottavo, eran ben fermi, nè alle restituzioni soggetti. I creditori, ed i compratori erano sicuri di non esser fraudati e delusi per le tacite ipoteche, e per gli occulti fedecommessi; imperocchè si facevan passare tutti i contratti, le vendite, i pegni, i testamenti stessi sotto gli occhi, ed avanti i Magistrati, ed al cospetto del Popolo. L'ordine di succedere ab intestato era semplicissimo: colui ch'era più prossimo in grado, era l'istesso che l'erede, eccetto solamente che i figliuoli, e' lor descendenti erano preferiti a' genitori.
I giudicj, che appresso i Romani eran tratti in immenso con grave dispendio delle proprie sostanze, e cruccio dell'animo, appo i Longobardi eran brevi e meno travagliosi. La temerità de' litiganti era frenata da' pegni, e dalle pieggiarie. A' Giudici niente era più facile e spedito: nelle quistioni di fatto portava l'attore i suoi testimoni, ed il reo i suoi, e colui guadagnava, che dal suo canto avea di lor maggior numero ed autorità. Nelle cose dubbie ed ambigue si ricorreva alla religione de' giuramenti; questo si dava al reo, ma con molto riguardo, cioè se produceva testimonj di provata fama, che deponessero ed attestassero della di lui probità e religione, e che essi volentieri crederebbero al suo giuramento[299]. Rade eran le quistioni di legge, e se pur accadevano, non dagli infiniti volumi degl'Interpetri, ma da' semplici e piani detti delle lor leggi, dal giusto e dal ragionevole prestamente eran decise. Pronto era il remedio nelle perturbazioni di possesso, e subita la restituzione, andando il Giudice co' testimonj in sul luogo a conoscer dello spoglio, e ad immantenente ripararlo.
Nella cognizion criminale de' delitti erano due cose saggiamente osservate. La violazione della ragione e società pubblica, e di quella del privato. Per questo due multe furono introdotte: coll'una si riparava al danno del privato, che chiamarono Vedrigeldium, cioè quel che si dava per lo taglione; coll'altra si riparava alla pubblica pace, che dissero per ciò Fedra, e si dava al Re, o al comune di qualche città. Commenda Ugone Grozio[300] questo lor istituto di non spargere il sangue de' Cittadini per leggieri cagioni, ma solo per gravissime e capitali. Ne' minori delitti bastava, che per danaro si componessero, ovvero che il colpevole passasse nella servitù dell'offeso, in cui s'era peccato.
I beni de' condannati erano salvi a' loro figliuoli, nè stavano soggetti a confiscazioni. Nelle cause criminali non ammettevano appellazioni, nè questo portò a Grozio alcuna maraviglia, come non debbono altri averla; poichè i Pari della Curia con somma religione e clemenza de' lor pari giudicavano. Quindi presso di noi nacque l'istituto, che le cause capitali de' Baroni non potessero decidersi senza quelli, che diciamo Pares Curiae.
I riti e le solennità ch'essi usavano nelle manumissioni, e nell'adozioni eran conformi a' lor costumi feroci e guerrieri. Le manumissioni come c'insegna Paolo Varnefrido si facevano per sagittam, le adozioni per arma, siccome le alienazioni per glebae festucaeve conjectionem in sinum emptoris.
Dispiacque a molti quell'antica consuetudine dei Longobardi, che in alcune cause dubbie ed ambigue e ne' gravi delitti se ne commettesse la decisione alla singular pugna di due, che chiamiamo duello. Fu veramente il duello antica usanza de' Longobardi, che poi passata in legge, fu per molto tempo praticata non pur da loro, ma da molte altre Nazioni, le quali da' Longobardi l'appresero. In fatti l'istorie loro sono piene di questi duelli; e memorando fu quello di Adalulfo, che di adulterio aveva tentata la Regina Gundeberta[301], ed avutane ripulsa, per vendicarsene, ricorse al Re Arioaldo suo primo marito, al quale accusandola falsamente, che insieme con Dato Duca della Toscana gl'insidiasse la vita ed il Regno, fece imprigionare quella infelice Principessa. Di che offeso Clotario Re di Francia, dal cui sangue discendeva, mandò Legati ad Arioaldo con gagliarde richieste di dover tosto liberarla; al che avendo il Re risposto, ch'egli aveva cagioni giustissime di tenerla prigione, e negando i Legati ciò che s'imputava alla Regina, affermando che mentivano gli Autori di tal impostura; finalmente Ansoaldo uno di essi richiese al Re, che per duello il dubbio dovesse terminarsi. Vennero alla pugna Cariberto per la Regina, e l'impostore Adalulfo pel Re, nella quale restando l'ultimo vinto, fu la Regina liberata, e restituita al suo antico onore. Questo genere di purgazione fu cotanto commendato presso a tutte le Nazioni, che Cujacio[302] dice, che anche fra' Cristiani, così nelle cause civili, come nelle accusazioni criminali fu il duello lungamente praticato, ed i nostri Franzesi Normanni, finchè tennero questo Regno, sovente l'usarono. Era ben da' Re longobardi istessi riputato un esperimento fiero ed irragionevole; ma assuefatti que' Popoli lungamente a tal usanza, e reputando minor male per placar l'ira e lo sdegno di quegli animi feroci, commetter l'affare al periglio di pochi, che di vedere ardere di discordie civili le intere famiglie, loro non parve grave, se non necessario il ritenerlo. Luitprando Principe prudentissimo ben lo conobbe, ma ad esempio di Solone, che dimandato se egli avesse date le migliori leggi che aveva saputo agli Ateniesi, rispose le migliori, che potevan confarsi ai loro costumi, così egli in una sua legge altamente dichiarò questi suoi sensi, dicendo che ben egli era incerto del giudicio di Dio, e molti sapeva che per duello senza giusta causa restavan perditori, ma soggiunse: Sed propter consuetudinem gentis nostrae Longobardorum legem impiam vetare non possumus[303]. La religione cristiana tolse poi questa usanza, ma non si veggono tolte le radici, onde con tanta facilità cotali effetti germogliano: ella è nata per isradicarle interamente, ma noi medesimi siamo quelli, che le facciamo contrasto, e frapponghiamo impedimenti. La tolsero poi gli altri Principi, e presso a noi l'Imperadore Federico II, e più severamente gli altri Re suoi successori.
Dispiacque ancora quell'altro genere di prova del ferro rovente, dell'acqua fervente, ovvero ghiacciata[304]; ma di ciò non debbono imputarsi i soli Longobardi, ma tutte l'altre Nazioni d'Europa, e più i Cristiani nostri, i quali lungamente lo ritennero e l'abbracciarono più tenacemente; imperocchè credettero derivare il costume da Mosè istesso, il quale comandò che si dasse alle donne imputate di stupro certa pozione per conoscere il loro fallo, o l'innocenza. Non fu dunque maraviglia se i Longobardi, portando la cosa più avanti, ne stabilissero anche sopra ciò delle leggi, per le quali comandarono che per determinare le liti, si servissero anche de' vomeri infocati, ovvero dell'acqua fredda, o bollente. S'aggiunse, perchè l'error durasse e tal costume si ritenesse, la credulità e stupidezza degli uomini, i quali eran così persuasi e certi di questa pruova, che sovente diedero facile e sicura credenza a ciò che gli Storici o altri, che se ne spacciavan testimonj, ne favoleggiavano, e per cosa certa gliele descrivevano. Nè mancarono di raccontar fatti veramente strani e maravigliosi, non perchè essi veri fossero in realtà, ma prodotti da una fantasia sì fortemente accesa, che faceva lor vedere uomini posti dentro il fuoco non ardere, e buttati dentro i fiumi non sommergersi. Celebre appresso gl'Istorici è quel fatto accaduto ne' tempi d'Ottone a quella innocente Contessa, che accusata falsamente dall'Imperadrice sua moglie, se ne purgò con un ferro rovente, da cui non fu tocca.
(I più accurati Scrittori riputano favolosi tutti questi racconti dell'Imperatrice moglie d'Ottone, e della pruova del ferro rovente. Intorno a che son da vedersi coloro, che vengono rapportati da Struvio in Syntag. Hist. Germ. in Ottone, pag. 371).
Ma assai più celebre e memorabile è quell'altro ai tempi d'Alessandro II, accaduto in Firenze, di Pietro Aldobrandino, che uscì al cospetto di tutto il Popolo immune e salvo dalle fiamme, onde acquistonne il nome di Pietro Igneo. Non senza ragione adunque Federico Imperadore tra le sue leggi militari stabilì ancora, che questa pruova si praticasse nelle cause dubbie, come Radevico e Cujacio[305] testificano. Ma conosciutasi da poi, seriamente pensandovi, la sua incertezza, e che molti innocenti ne riportavano pena maggiore di quella, che anche legittimamente convinti per rei non avrebbero potuto temere, e che all'incontro ne uscivan liberi i colpevoli; e che con troppo ardimento si pretendesse tentar i giudicj divini, fu da' romani Pontefici proibito. E Cujacio[306] rapporta, che questo costume nella Lombardia cominciò prima di tutti gli altri paesi a mancare, e ad andare in disusanza. Presso a noi andò parimente in obblivione, ed ancorchè i Baresi lungamente ritenessero l'usanze de' Longobardi onde il libro delle loro Consuetudini fu compilato; pur confessano, che sin da' tempi del Re Rugiero era già tal costume affatto mancato: Ferri igniti, aquae ferventis, vel frigidae, aut quodlibet judicium, quod vulgo paribole nuncupatur, a nostris civibus penitus exulavit[307].
Parve anche a molti fiero e crudele quel costume di render cattivi i Cristiani, e riceverne per la libertà riscatti, come s'è veduto che fecero co' Crotonesi, e con altre genti delle città, ch'erano in poter de' Greci loro nemici: del che altamente si querelava S. Gregorio M. Ma questo costume, siccome fu narrato nel precedente libro, era allora indifferentemente da tutti praticato: nè mancano Scrittori che lo difendono per giusto.
Per queste cagioni leggiamo noi ne' più gravi Autori cotanto commendarsi sopra tutte le straniere Nazioni la longobarda per gente savia e prudente, e che meglio di tutte le altre avesse saputo stabilire le leggi, con tanta perizia ed avvedimento dettate. Niente dico di Grozio[308] che perciò tante lodi l'attribuisce, niente di Paolo Varnefrido. Guntero Secretario che fu di Federico I Imperadore, e famoso Poeta di que' tempi, così nel suo Ligurino cantò de' Longobardi.
Gens astuta, sagax, prudens, industria, solers,
Provida consilio, legum, Jurisque perita.
Nè lo stile, con cui furono quelle leggi scritte, è cotanto insulso ed incolto come pur troppo lo riputarono i nostri Scrittori: ben furono elle giudicate dall'incomparabile Grozio degno soggetto delle sue fatiche e de' suoi elevatissimi talenti: aveva ben egli apparecchiato loro un giusto commentario, siccome dell'altre leggi dell'altre Nazioni settentrionali, così ancora di queste de' Longobardi. Ma pur troppo presto tolto a noi da immatura morte, non potè perfezionarlo. È bensì a noi di lui rimaso un Sillabo[309] di tutti i nomi e verbi, ed altri vocaboli de' Longobardi, per cui si scuoprono i molti abbagli presi da' nostri Scrittori, che vollero interpretarle; e Giacomo Cujacio[310] ne' suoi libri de' Feudi, i quali in gran parte da queste leggi dipendono, sovente ne mostra molte voci delle medesime reputate dalla comune schiera per barbare ed incolte, ed a cui diedero altro senso, essere o greche, o latine, o dipendere con perfetta analogia da queste lingue: così quella voce arga, che s'incontra spesso in queste leggi, riputata barbara, e che i nostri vogliono che significhi cornuto, come fra gli altri espose Maxilla nelle Consuetudini di Bari[311] che da queste leggi in gran parte derivano, presso a Paolo Varnefrido[312] non significa altro che inerte, scimunito, stupido, ed inutile, e la voce deriva dal Greco argòs, che appo i Greci significa lo stesso, come dice Cujacio[313], e lo conferma coll'autorità di Didimo. E ciò che sovente occorre in questi libri astalium facere, non vuol dir altro che ingannare, e mancare al Principe o al Commilitone del suo ajuto e soccorso, mentre nella pugna ne tiene il maggior bisogno, ed è in periglio di vita. Così ancora farsi una cosa asto animo, come sovente leggiamo in queste leggi, da voce latinissima deriva ch'è il medesimo, che d'animo vafro ed ingannevole: Plauto in Poenulo.
Mea soror ita stupida est sine animo asto.
Ed Accio appresso Nonio:
Nisi ut asta ingenium lingua laudem.
Parimente quell'altra voce Strige, che in queste leggi s'incontra, e che presso a Festo è l'istesso, che malefica, si ritrova ancora in Plauto in Pseudolo
Strigibus vivis convivis intestinaque exedunt.
che i Longobardi con voce propria della Nazione chiamarono anche Masca, ed oggi noi chiamiamo Maga o Strega.
L'uso del talenone dichiarato da Festo, Vegezio, ed Isidoro, viene anche nettamente spiegato da queste leggi[314]. Il talenone, come anche spiega la legge, non era altro, che una trave librata sopra una forca di legno, per la quale si tirava con secchi l'acqua dai pozzi.
Il chiamare le donne non casate vergini in capillo non altronde deriva, che dall'istituto de' Romani, i quali distinguevan le vergini da quelle, che avean contratte nozze, perchè queste velavano il lor capo, ed all'incontro le vergini andavan scoverte, e mostravano i loro capelli.
Galeno credette che i cavalli, e, toltone i cani, ogni sorta di quadrupedi non potessero esser mai rabbiosi. All'incontro Absirto, e Hierocle Mulomedici[315], e Porfirio ancora contra il sentimento di Galeno scrissero, che potevan ancora quelli esser rabbiosi. I Longobardi in queste loro leggi[316] ricevettero l'opinione di costoro, e rifiutarono come falsa quella di Galeno. Molt'altri consimili vestigi di loro erudizione si scorgono in quelle, e molte altre voci di questo genere, che ad altri sembrano barbare, quando traggon la loro origine dalla greca o latina lingua, e sono sparse in questi libri, che non accade qui tesser di loro più lungo catalogo: ciascuno per se potrà avvertirle, e potrà anche osservarle nel Sillabo, che ne fece Grozio del quale poc'anzi si fece da noi memoria.
I. Leggi longobarde lungamente ritenute nel Ducato beneventano, e poi disseminate in tutte le nostre province, ond'ora si compone il Regno.
L'eminenza di queste leggi sopra tutte le altre delle Nazioni straniere, e la loro giustizia e sapienza potrà comprendersi ancora dal vedere, che discacciati che furono i Longobardi dal Regno d'Italia, e succeduti in quello i Franzesi, Carlo Re di Francia e d'Italia lasciolle intatte; anzi non pur le confermò, ma volle al corpo delle medesime aggiungerne altre proprie, che come leggi pure longobarde volle, che fossero in Lombardia, e nel resto d'Italia che a lui ubbidiva, osservate.
Egli ne aggiunse molte altre agli editti de' Re longobardi suoi predecessori, che stabilì non come Imperadore o Re di Francia, ma come Re d'Italia, ovvero de' Longobardi. E siccome la legge longobarda non ebbe vigore presso a' Franzesi, così ancora la legge salica o francica non fu da Carlo, nè da' suoi successori introdotta in Italia; onde si vede l'error del Sigonio[317], il quale tre leggi vuole, che nell'Imperio de' Franzesi fiorissero in Italia, la romana, la longobarda e la salica. Se non se forse volesse intendere, che appo i soli Franzesi, che vennero con Carlo in Italia, quella avesse forza e vigore. Pipino suo figliuolo e successore nel Regno d'Italia, e gli altri Re ed Imperadori che gli succederono, come Lodovico, Lotario, Ottone, Corrado, Errico e Guido, non pur le mantennero intatte ed in vigore, ma altre leggi proprie v'aggiunsero; e quindi nacque che l'antico Compilatore di queste leggi raccolse in tre libri non pur le leggi di que' cinque Re longobardi, ma anche quelle di Carlo M. e degli altri suoi successori insino a Corrado, che come Signori d'Italia le stabilirono, le quali tutte leggi longobarde furon dette.
Ma presso di noi per altre più rilevanti cagioni furono mantenute, e lungamente osservate. Nel Ducato beneventano, che abbracciava la maggior parte di queste nostre province, che ora compongono il Regno, sotto i Re longobardi loro autori, furono con somma venerazione ubbidite. Questo Ducato ch'era ancor parte del Regno loro, si reggeva colle medesime leggi. I Re avevano la sovranità di quello, ed i Duchi che lo governavano erano a loro subordinati, e Desiderio ultimo Re vi avea creato, come s'è detto, Duca Arechi suo genero. Ma mancati in Italia i Re longobardi, non per questo mancarono nel Ducato beneventano i Duchi; anzi Arechi, come diremo nel seguente libro, toltasi ogni soggezione de' Franzesi, lo resse con assoluto ed independente Imperio. Volle di regali insegne ornarsi con scettro, corona e clamide, e farsi ungere, ed elevare in Principe sovrano, lo mantenne perciò esente da qualunque altra dominazione; onde maggior piede e forza presero in questo Ducato le leggi longobarde, le quali poi si ritennero costantemente da tutti i Principi beneventani successori. E diviso da poi il Principato, e moltiplicato in tre, cioè nel beneventano, salernitano e capuano, che abbracciavano quasi tutto il Regno, maggiormente si diffusero le leggi longobarde. Il Ducato napoletano, e le altre città della Calabria e de' Bruzj, Gaeta, ed alcune altre città marittime, che anche da poi durarono per qualche tempo sotto la dominazione de' Greci, ricevettero più tardi queste leggi. Questi luoghi, come soggetti agl'Imperadori d'Oriente, si governavano colle leggi loro; e quali queste si fossero, sarà esaminato nel settimo libro, ove delle loro Novelle, e delle tante loro compilazioni faremo parola. Ma discacciati che ne furono i Greci da' Normanni, e ridotte tutte queste province sotto il dominio d'un solo, i Normanni ai Longobardi succeduti, ritennero le loro leggi, e le diffusero per tutto, anche nelle città, che essi tolsero a' Greci, come vedremo ne' seguenti libri; onde avvenne che dall'essere state queste leggi mantenute in Italia sotto altri Principi, che non erano longobardi, lungamente quelle durassero, e mettessero più profonde radici in queste nostre province. Quindi avvenne ancora che sebbene si lasciassero intatte le leggi romane, e che ciascuno potesse vivere sotto quella legge o romana o longobarda ch'e' si eleggesse[318]; nulladimeno per più secoli la fortuna delle longobarde fu tanta, che bisognò, che le romane cedessero. Poichè essendo in Italia, e nelle nostre province introdotti in più numero i Feudi, e per conseguenza più Baroni, i quali non con altre leggi vivevano, che con quelle de' Longobardi, si fece che tutti i Nobili, al loro esempio, vivessero colle medesime leggi; onde toltone gli Ecclesiastici, i quali anche per esecuzione dell'editto di Lodovico Pio[319], viveano (di qualunque Nazione si fossero) colle sole leggi de' Romani, queste appo gli altri, come per tradizione, e come per antico costume ebbero uso e vigore: ed essendosi per l'ignoranza del secolo trascurati tutti i Codici, ove eran registrate, si rimasero presso alla gente vulgare ed ignobile, la quale così nelle leggi, come nell'usanze è l'ultima a deporre gli antichi istituti de' loro maggiori, come più minutamente vedremo ne' seguenti libri.
E quindi parimente nacque, che nel nostro Regno a riguardo delle nuove costituzioni, che s'introdussero da poi da altri Principi normanni, suevi e franzesi, la legge longobarda fu detta Jus commune, siccome quella de' Romani[320]; ma con questa differenza, che il Jus comune de' Longobardi era il dominante, ed in più vigore, quello de' Romani di minor autorità ed al quale ricorrevasi quando mancassero le longobarde: e ciò nemmeno sempre ed indistintamente. Per questa cagione avvenne ancora, che la legge longobarda fosse allegata ne' Tribunali, commendata da tutti e riputata fonte ancora dell'altre leggi, che si andavano da' nuovi Principi stabilendo. Così veggiamo che i Pontefici romani spesso ne' loro decreti se ne valsero, e l'approvarono[321]. La legge feudale, che oggi appresso tutte le Nazioni d'Europa è una delle parti più nobili del Jus commune, non altronde, che dalle leggi longobarde ricevè il sostegno, e sopra le quali è fondata, come non solo fra' nostri scrissero Andrea d'Isernia, ed il Vescovo Liparulo, ma l'avvertì ancora l'incomparabile Ugon Grozio.
Le costituzioni stesse di Federico II, del nostro Regno, quasi tutte dalle leggi de' Longobardi procedono, come, oltre a' nostri, scrisse anche Grozio[322], ed è per se medesimo palese. Le consuetudini di Bari dalle leggi longobarde derivano, come diremo, quando della compilazione di quel volume ci tornerà occasione di favellare.
Ma ciocchè non dee tralasciarsi, e che maggiormente fa conoscere l'autorità loro, ed il credito, col quale lungamente si mantennero in queste nostre province, egli è il vedere, che restituita già la giurisprudenza romana nell'Accademie d'Italia ne' tempi di Lotario II, dopo l'avventuroso ritrovamento delle Pandette di Amalfi, e posto ancor piede nella nostra Accademia a' tempi dell'Imperador Federico II, non per questo mancò l'uso e l'autorità delle medesime. Anzi i nostri Scrittori allora più che mai posero la maggior cura e studio in commentarle; non altrimente che fecero Gregorio ed Ermogeniano, i quali allora compilarono i loro Codici, per li quali proccurarono che l'antica romana giurisprudenza non si perdesse, quando videro che Costantino M, colle nuove leggi tirava a distruggere l'antiche de' Romani gentili. Così veggiamo che le fatiche postevi da Carlo di Tocco commentandole, non furon fatte, se non a tempo di Guglielmo Re di Sicilia; e quell'altro Commento che abbiamo delle medesime d'Andrea da Barletta Avvocato fiscale, che fu dell'Imperador Federico II, mostra più chiaramente, che sino a' tempi di questo Principe, le leggi longobarde nel nostro Regno alle romane erano superiori; e più ancora ne' tempi posteriori, per l'altro che vi fece Biase da Morcone, che fiorì sotto il Re Roberto.
Nella considerazione delle quali cose se per un poco si fossero fermati i nostri Scrittori, a' quali l'istoria fu sempre inimica, e che non fece loro distinguere i tempi, come in ciò si conveniva: non avrebbono ricolmi i loro commentarj d'infinite sciocchezze, insino a dire (non sapendo quali si fossero gli Autori di queste leggi) ch'elle furono fatte da certi Re, che si chiamavano Longobardi, cioè Pugliesi, i quali venuti dalla Sardegna, prima si fermarono nella Romagna, ed indi passarono nella Puglia, come scrissero Godofredo, Baldo, Alessandro e Francesco di Curte, e quel ch'è più strano, seguitati da Niccolò Boerio, che volle più tosto credere a questi sogni, che dare orecchio alla vera istoria.
Nè Luca di Penna, seguitato da poi, come spesso accade, inconsideratamente da Caravita, Maranta, Fabio d'Anna, e da altri nostri Scrittori, avrebbe avuta occasione di declamar tanto contra il Jus de' Longobardi, e di chiamarlo asinino, barbaro ed incolto, e feccia più tosto che legge. Egli diceva così, perchè non seppe distinguere i tempi, ne' quali scriveva, dai secoli trascorsi, ne' quali queste leggi furono reputate le più colte e prudenti di quante mai ne fiorissero in Italia: e' scrisse ne' tempi ultimi sotto il Regno di Giovanna I, dalla quale nell'anno 1366, fu creato Giudice della Gran Corte, quando avanzandosi sempre più l'autorità, e lo splendore della legge romana, cominciava già fra gli Avvocati a disputarsi qual delle due leggi dovesse prevalere; onde è che egli trovando altri, che, contra il suo sentimento, contendevano a favor delle longobarde, si scagliava contro di loro, cumulando di tante ingiure queste leggi. E non fu, se non a' tempi degli Aragonesi, che queste leggi dal nostro Regno finalmente con disusanza mancassero affatto, e le romane si restituirono, come buon testimonio è a noi Matteo degli Afflitti, il quale se bene dica, che a' suoi tempi non vide mai, che ne' nostri Tribunali le leggi de' Longobardi prevalessero a quelle de' Romani, testifica però di avere inteso dagli Avvocati vecchi, che ne' tempi antichi fu osservato il contrario. Ma delle vicende e varia fortuna di queste leggi, non mancheranno nel progresso di questa Istoria più opportune occasioni di lungamente ragionare.
CAPITOLO VI. Della politia ecclesiastica.
Le Chiese d'Occidente si videro in questo ottavo secolo, in grandi disordini, e quella di Roma, che dovea esser chiaro esempio per l'altre, fu la più disordinata. Morto che fu Paolo nell'anno 767, invase la Cattedra Costantino fratello di Totone Conte di Nepi: questi con violenza, e per via di trattati si fece prima elegger Papa; e poi fecesi ordinar Sottodiacono, Diacono e Vescovo: alcuni Ufficiali della Chiesa di Roma, non potendo soffrire questa violenza, ricorsero a Desiderio Re de' Longobardi, ed avendo ottenuto braccio, ritornarono a Roma con una truppa di genti armate. Totone gli assalì, ma nel combattimento essendo rimaso ucciso, Costantino fu scacciato, ed in suo luogo fu eletto Filippo Sacerdote e Monaco; ma non essendo stato trovato abile al posto, fu costretto ritirarsi in un Monasterio, e Stefano IV, fu di comun consenso eletto nel mese d'Agosto dell'anno 768. Dopo la costui elezione, Costantino fu ignominiosamente deposto, e trattato d'una maniera crudele, fu posto prigione, e gli furono cavati gli occhi: Stefano non trovandosi ben sicuro, inviò un deputato in Francia, a fine di far regolare quanto apparteneva agli affari della Chiesa di Roma. Carlo e Carlomanno a' quali il Deputato, dopo la morte del loro padre Pipino, consegnò le lettere, inviarono dodici Vescovi in Roma, i quali adunatisi in un Concilio, con un Vescovo d'Italia, confermarono Stefano, e dichiararono nulla l'ordinazione di Costantino. Stefano restò pacifico possessore di questa sede: ma poi insorte per l'elezione dell'Arcivescovo di Ravenna, e per altre cagioni rapportate di sopra, gravi discordie tra lui e Desiderio, questi, portando l'assedio a Roma, esercitò ivi tanto rigore, che il Papa pien di spavento se ne morì il primo dì di Febbrajo dell'anno 772, lasciando successore Adriano.
Non minori disordini accadevano nell'elezione delle altre sedi minori. I favori de' Principi, le violenze, i negoziati, e le simonie vi avevano la maggior parte. La disciplina era quasi che all'intutto mancata, vi era molta ignoranza e molta licenza fra i Vescovi e fra i Cherici. Non vi era dissolutezza, che non commettevasi, tenevano femmine in casa, andavano alla guerra, si arrolavano alla milizia, militando sotto gli altrui stipendj, e scotendo il giogo, non ubbidivano più ai loro Vescovi. I Pontefici romani, divenuti potenti Signori nel temporale per la donazione fatta alla Chiesa di Roma da Pipino, e da Carlo suo successore, cominciarono sopra i Principi a stendere la loro potenza: Zaccheria per aver avuto gran parte alla traslazione del Regno di Francia ne' Carolingi, ed Adriano del Regno d'Italia ne' Franzesi, reseli tremendi. Si pensava con maggior sollecitudine alle cose temporali, che alle divine e sacrate; e seguitando gli altri Vescovi il loro esempio, venne a corrompersi, ed a mancare affatto l'antica disciplina.
Dall'altro canto i Principi del secolo vedendo tanta corruzione, s'affaticavano a tutto potere alla riforma del Clero e della Chiesa; ed oltre a ciò, dandosi loro così opportuna occasione, s'intrigavano molto più che prima nell'elezione de' Vescovi, e degli altri Ministri della Chiesa, ed a disporre delle loro entrate. Lione Isaurico, e gli altri Imperadori d'Oriente suoi successori, volevano esser tenuti per moderatori non meno della politia ecclesiastica e della disciplina, che dei Dogmi ancora, promulgavano editti intorno alla adorazione dell'immagini, e toltone il solo ministerio del sacrificare, essi volevan esser riputati i Monarchi, e Presidenti delle Chiese; presidevano a' Sinodi, e lor davano vigore: davano le leggi, e componevano gli ordini ecclesiastici, soprastavano alle liti ed a' giudicj de' Vescovi e de' Cherici, alle elezioni che doveano farsi nelle Sedi vacanti, e ne' suffragi che doveano darsi: trasferivano i Vescovi da una sede ad un'altra: abbassavano ed innalzavano le Cattedre a lor modo, dal Vescovado al Metropolitano ed Arcivescovado: disponevano essi i gradi, ed i Troni per la gerarchia: partivano le diocesi a lor modo, ed ergevano le Chiese in nuovi Vescovadi o Metropoli. Quindi cominciossi il disegno d'attribuire al Patriarcato di Costantinopoli molte Chiese con toglierle a quello di Roma, siccome nel seguente secolo fu ridotto a compimento; le tolsero infra l'altre, come diremo a suo luogo, la Sicilia, la Calabria, la Puglia, e la Campania, le quali quel Patriarcato ritenne, finchè per l'opera dei nostri Normanni, e particolarmente del nostro Rogiero I, Re di Sicilia, non si fossero restituite a quello di Roma: maggiori stravaganze si videro ne' seguenti tempi nella declinazione del loro Imperio, quando proccurarono interamente sottoporre il Sacerdozio all'Imperio, intorno a che potranno vedersi Giovanni Filosaco[323], e Tommasino[324], che distesamente ne ragionano.
I Principi d'Occidente, ancorchè non osassero tanto, nondimeno collo spezioso pretesto di riparare alla difformità del Clero, ed alla perduta disciplina, s'intrigavano assai più di ciò che importava la protezione, e la tutela delle lor Chiese; anzi ne' primi anni di questo secolo, non meno che gli Ecclesiastici, deformarono lo stato di quelle. Carlo Martello, dopo aver preso il governo del Regno di Francia, in vece d'apportar rimedio a' disordini che regnavano, si pose in possesso de' beni delle Chiese; donò le Badie, ed i Vescovadi a' laici; distribuì le decime a' soldati; e lasciò vivere gli Ecclesiastici ed i Monaci in maggiore dissolutezza.
In Italia ed in queste nostre province, che ubbidivano a' Duchi di Benevento, i Re ed i Duchi longobardi per le continue inimicizie, che tenevano coi romani Pontefici, fautori prima de' Greci e poi dei Franzesi, cagionarono non minore deformità. Il Re Desiderio per le contese avute col Pontefice Stefano IV intorno all'elezione fatta da lui di Michele in Arcivescovo di Ravenna, fatto scacciare dal Papa, per vendicarsene fece cavar gli occhi a Cristofano ed a Sergio, uomini del Papa, e poi fece anche morir Cristofano, ed intimorì di maniera il Papa, che gli accelerò la morte.
Furono i Longobardi non meno che i Goti, e gli Imperadori d'Occidente suoi predecessori, molto accorti a ritenere tutti i diritti, che lor dava la ragion dell'Imperio. Il dichiarare le Chiese per Asili, e prescriver le leggi per quali delitti potessero i sudditi giovarsi dell'asilo, e per quali il confugio ad essi non giovasse, era della loro potestà. Il Re Luitprando, imitando gl'Imperadori d'Occidente, de' quali ci restano molte loro costituzioni nel Codice di Teodosio e di Giustiniano a ciò attinenti, stabilì ancor egli, che gli omicidi, ed altri rei di morte non potessero giovarsi dell'asilo[325]. Impone a' Vescovi, Abati, e ad altri Rettori delle chiese o monasterj, di non ricettargli, di non impedire il Magistrato secolare volendogli estrarre, e se daranno mano a fargli fuggire o occultargli, ovvero ad impedire, che non siano estratti, loro si prescrive ancora pena pecuniaria di 600 soldi[326]. Ritennero ancora i nostri Re longobardi la ragione di stabilire leggi sopra i matrimonj[327], di vietargli con chi l'onestà o parentela o affinità recava impedimento: diffinire l'età di contraergli: dichiarare l'illegittimità delle nozze, degli sponsali, e della prole, e di stabilire tutto ciò che riguarda il maggior decoro ed onestà di quelli; com'è chiaro dalle loro leggi[328].
Gl'Imperadori d'Oriente a' quali ubbidivano in questi tempi il Ducato napoletano, gran parte della Calabria e della Puglia, e molte città marittime di queste nostre province, parimente inimici de' romani Pontefici esercitavano sopra le chiese delle città a lor soggette assoluto arbitrio. Costantino e Lione suo figliuolo volevano far valere in quelle i loro editti per l'abolizione delle immagini, non vollero far ammettere Paolo eletto Vescovo di Napoli come aderente al Pontefice, e fecero che i Napoletani non lo ricevessero dentro la lor città. Nè fu veduta maggior diformità nella Chiesa di Napoli, che in questi tempi: si vide nel medesimo tempo Stefano, che n'era Duca, e che come Ufficiale dell'Imperadore teneva il governo del Ducato, morta sua moglie, essere stato eletto Vescovo, e non deponendo l'antica carica, amministrare insieme le umane e le divine cose. Morto che fu, e succeduto nel Ducato Teofilatto suo genero, dovendosi venire all'elezione del nuovo Pastore, Euprassia figliuola di Stefano e moglie di Teofilatto crucciata contra il Clero che avea mostrato della morte di suo padre gran contento ed allegrezza, giurò che non avrebbe fatto eleggere niun di loro per Vescovo; ed il Duca suo marito, sia per non contristarla o per avarizia, faceva perciò differire l'elezione; tanto che i Napoletani attediati della lunga vedovanza della lor Chiesa, andarono uniti insieme e Clero e Popolo a gridare avanti il ducal palagio, che loro dassero per Vescovo chi volevano. Allora Euprassia tutta d'ira e di furore accesa prese dal Popolo un uomo laico, chiamato Paolo e loro il diede per Vescovo: nè alcuno avendo ardire di contrastarle, presero Paolo, lo tosarono e l'elessero Vescovo, il quale gito a Roma, il Pontefice per la corruttela del secolo non ebbe alcuna difficoltà di consacrarlo e confermarlo[329].
In tanta corruttela, ed essendo giunte le cose in tale estremità, si scossero finalmente non meno i Prelati della Chiesa, che i Principi del secolo a darvi qualche riparo: in Francia morto Carlo Martello, avendosi diviso il Regno Carlomanno e Pipino suoi figliuoli, benchè non avessero la qualità di Re, formarono il disegno di operare in guisa, che fosse in qualche modo riformata la disciplina. Carlomanno Principe d'Austrasia fece nel 742 convocare un Concilio in Alemagna e vi pubblicò col consenso de' Vescovi molti regolamenti per riforma della disciplina e de' costumi: vietò agli Ecclesiastici d'andare alla guerra: ordinò a' Curati di essere sottomessi a' loro Vescovi: fece degradare e mettere in penitenza alcuni Ecclesiastici convinti di delitti d'impurità: e nell'altra adunanza, che l'anno seguente fece tenere in Lestines vicino a Cambray, oltre di aver confermato tutto ciò, vietò ancora gli adulterj, gl'incesti, i matrimonj illegittimi e le superstizioni pagane.
Pipino Principe di Neustria si affaticò parimente dal suo canto perchè la disciplina ecclesiastica fosse riformata: fece tener un'adunanza di 23 Vescovi e molti Grandi del Regno in Soissons nell'anno 744, nella quale furono confermati i canoni de' Concilj precedenti, ed ordinato che inviolabilmente fossero osservati: che in ogni anno dovessero convocarsi i Sinodi, che i Sacerdoti dovessero esser soggetti a' loro Vescovi, che i Cherici non potessero aver femmine nelle lor case, eccettuatene le loro madri, sorelle e nipoti; nè i laici vergini a Dio sacrate. Ne' seguenti anni 752, 755, 756, e 757, furono tenute altre consimili adunanze, nelle quali si stabilirono altri regolamenti sopra i costumi. E Carlomanno sopra ogn'altro quasi ogni anno fece tener queste adunanze, nelle quali parimente furono stabiliti molti capitulari per mantenere la disciplina, rinovando gli antichi canoni, e facendo de' nuovi regolamenti sopra i pressanti bisogni della Chiesa. Queste adunanze non erano propriamente Concilj: elle non erano composte solamente di Vescovi, ma eziandio di Signori e di Grandi del Regno convocati da' Principi. I Vescovi stendevano gli articoli per la politia ecclesiastica, ed i Signori per quello apparteneva allo Stato; e poi erano autorizzati e pubblicati da' Principi, affinchè avessero forza di legge. Questi articoli erano chiamati Capitoli ovvero Capitolari. E questa fu la maniera, colla quale era regolata la disciplina della Chiesa di Francia e di Alemagna sotto la seconda stirpe di que' Re in questo secolo.
In Italia furono parimente da alcuni Pontefici romani stabiliti molti canoni per riparo della caduta disciplina. Papa Zaccheria tenne perciò due Concilj in Roma, uno nell'anno 743, composto d'intorno a quaranta Vescovi d'Italia, ove fu rinovata la proibizione fatta tante volte a' Vescovi, a' Sacerdoti ed a' Diaconi di abitare insieme con femmine, e dati altri provvedimenti; l'altro nel 745, composto di sette Vescovi e d'alcuni Sacerdoti, dove furono discusse alcune accuse fatte a' Vescovi, e trattati alcuni dogmi intorno all'idolatria, e dichiarato che molti Angioli che venivano invocati, erano i loro nomi ignoti, e che non si sapevano se non i nomi di tre, cioè Michele, Raffaele e Gabriele. Anche in Aquileja Paolino suo Vescovo nell'anno 791, tenne un Concilio, ove, dopo una confessione di fede, stabilì quattordici canoni sopra la disciplina de' Cherici, sopra i matrimonj, e sopra le obbligazioni delle Monache, e sopra altri bisogni.
In Oriente, da poi che l'Imperadrice Irene prese il governo dell'Imperio, si pensò a ristabilir la disciplina: prese risoluzione di far ragunare un nuovo Concilio per esaminare ciò che l'altro, fatto tenere da Costantino Copronimo nell'anno 753, avea stabilito intorno al culto delle immagini. Ne diede ella avviso al Pontefice Adriano, che vi condescese, e vi mandò due Sacerdoti per tenervi il suo luogo. L'adunanza del Concilio cominciò in Costantinopoli nell'anno 786, ma essendo stata turbata dagli Ufficiali dell'esercito, e da' soldati eccitati da' Vescovi opposti al culto delle immagini, fu trasferita in Nicea l'anno 787.
I Legati del Papa vi tennero il primo luogo, Tarasio Patriarca di Costantinopoli il secondo, i Deputati de' Vescovi d'Oriente il terzo, dopo essi Agapeto Vescovo di Cesarea in Cappadocia, Giovanni Vescovo di Efeso, Costantino Metropolitano di Cipri, con 250 Arcivescovi e Vescovi, e più di cento Sacerdoti e Monaci. Vi assisterono ancora due Commessarj dell'Imperadore e dell'Imperadrice, ed in più azioni fu lungamente dibattuto il dogma del culto delle immagini, e stabiliti sopra ciò molti regolamenti. Non meno che a' dogmi, fu provveduto sopra la disciplina ecclesiastica per 22 canoni: fu data norma all'esame de' Vescovi, prescrivendosi di non poter esser ammessi se non fossero atti ad ammaestrare i Popoli, e se non sapevano il Salterio, il vangelo, l'epistole di S. Paolo ed i canoni. Si dichiarano nulle tutte l'elezioni de' Vescovi o Sacerdoti fatte da' Principi, e l'elezione d'un Vescovo si commette a' Vescovi convicini. Si procede severamente contra i Vescovi, che ricevessero denari per deporre ovvero fulminar le scomuniche. Si ordina che tutte le chiese, ed i monasterj debbiano avere i loro Economi: che i Vescovi e gli Abati non possano senza necessità vendere o donare le tenute delle loro chiese e monasterj. Che non debbano le loro case vescovili, e monasterj fargli servire per osterie. Che un Cherico non possa essere ascritto a due chiese, che i Vescovi e gli altri Ecclesiastici non possano portare abiti pomposi. Si proibisce la fabbrica degli oratorj, ovvero cappelle, se non vi si possiede un fondo sufficiente per somministrar le spese. Si vieta alle femmine d'abitare nelle case de' Vescovi, ovvero nei monasterj d'uomini. Si proibisce di prendere cosa alcuna per gli Ordini, nè per l'ingresso ne' monasterj, sotto pena di deposizione a' Vescovi ed a' Sacerdoti; ed in quanto alle Badesse ed agli Abati che non sono Sacerdoti, di essere cacciati da' monasterj; permette però a coloro che sono ricevuti ne' monasterj, ovvero a loro parenti, il donar volontariamente o denajo o altro, sotto la condizione però, che que' donativi debbano rimanere a' Monasterj o che colui che v'entra vi dimori o che n'esca, quando i Superiori non siano cagione della loro uscita. Si vieta il far monasterj doppj d'uomini e di femmine, e si comanda, che rispetto a quelli che sono già stabiliti, i Monaci e le Monache debbano abitare in due case diverse e che non possano vedersi, nè aver familiarità insieme. Si proibisce a' Monaci il lasciar i loro proprj monasterj per andarsene in altri: e per ultimo il mangiar insieme con femmine, quando ciò non fosse necessario per lo bene spirituale, ovvero per accogliere qualche parente, oppure in occasione di viaggio.
Tali e tanti provvedimenti, perchè la caduta disciplina in qualche modo si ristabilisse, fur dati in questi tempi; dove i vizj abbondavano, bisognavano molte leggi per reprimergli; ma questa non era bastante medicina a tanti mali: a questo fine alcuni Vescovi per riformar il lor Clero, fecero vivere i loro Preti in comune dentro un chiostro ed alla lor vigilanza è debitrice la Chiesa dell'Ordine de' Canonici Regolari, del quali Crodegando, Vescovo di Metz, sembra essere stato l'Institutore, ovvero il Restauratore. Le Chiese delle nostre province, le quali, parte ubbidivano agli Imperadori d'Oriente, parte a' Duchi longobardi, furono perciò alquanto rialzate, ma non tanto sì che per la barbarie ed ignoranza del secolo, non si vedessero per anche disordinate, e pochi vestigi in quelle rimanessero dell'antica disciplina.
§. I. Raccolta de' canoni.
In quest'età bisogna collocare la collezione d'Isidoro Mercatore o sia Peccatore: ella è latina ed è compilata di varj canoni de' Concilj tenuti in Grecia, in Affrica, in Francia ed in Ispagna, e di molte lettere decretali di più Papi, insino a Zaccheria che mori nell'anno 752[330]. Davide Blondello[331] fa vedere l'impostura in molte di queste epistole attribuite a varj Papi di cui non sono, e Pietro di Marca[332], ancorchè condanni il modo troppo aspro tenuto da questo Autore, non è però che non confessi la supposizione e l'impostura. Si disputa ancora dell'autore di questa collezione: Hinemaro[333] Arcivescovo di Rems ne fece autore Isidoro di Siviglia, e narra che Ricolfo Vescovo magontino, il quale tenne quella Chiesa dall'anno 787 insino all'anno 814, dalla Spagna la portasse in Francia, dove sotto il Regno di Carlo M. ne furono fatti molti esemplari e sparsi per tutto. Ma da ciò che si disse nel precedente libro e da quello che ne dice l'istesso Baronio e Marca, non può farsene autore Isidoro Vescovo di Siviglia, il qual morì nell'anno 636, quando questa collezione abbraccia anche l'epistole di Zaccheria morto nel 752. Altri[334] perciò l'ascrivono ad Isidoro, Vescovo di Sepulueda, che morì nell'anno 805, il qual, seguendo il costume di que' tempi, ne' quali i Vescovi per umiltà solevano sottoscriversi ne' Concilj, ed altrove Peccatori, si fosse detto perciò Isidoro Peccatore e che poi per vizio degli Amanuensi in alcuni esemplari di questa collezione in vece di Peccatore, si leggesse Mercatore. Emanuel Gonzalez[335] rapporta, che questa collezione di Isidoro Mercatore fu pubblicata sotto nome d'Isidoro di Siviglia per darle maggior autorità o perchè realmente da costui fosse cominciata un'altra collezione, ridotta poi a compimento da Mercatore, con averci inserite molte altre epistole sino a' tempi di Zaccheria.
Non solo in questi tempi fu veduta sorgere questa nuova collezione di Isidoro; ma anche se ne vide un'altra sotto nome di Capitoli di Papa Adriano, che in Francia fu divulgata da Ingilramno Vescovo di Metz l'anno 785. Ma questa raccolta, secondo che ci testifica Hincmaro[336] di Rems, non fu ricevuta nel rango de' canoni, di che è da vedersi Pietro di Marca[337]. Anche in Roma, in questo medesimo secolo, fu fatta un'altra raccolta di formole antiche, intitolata: Diurnus Romanorum Pontificum, della quale si servivano solamente i Papi nelle loro spedizioni.
§. II. Monaci e beni temporali.
I nostri Principi ed i Signori grandi non cessavano di far delle donazioni considerabili alle Chiese, ed a fondare de' nuovi monasteri, ed arricchire i già costrutti. Fu veramente questo il secolo de' Monaci: l'ignoranza e la superstizione non men de' laici, che de' Preti era nell'ultimo grado: solo ne' Monaci eravi rimasa qualche letteratura, onde con facilità tiravano per le orecchie la gente a ciò ch'essi volevano: i tanti miracoli, le tante nuove divozioni inventate a qualche particolar Santo, l'istruir essi per l'ignoranza e dissolutezza de' Preti il Popolo, operò tanto che tirarono a se la divozione e rispetto di tutti. Il Re Luitprando costrusse non pur da per tutto dove soleva dimorare, molte chiese, ma anche ben ampj monasterj. Costui edificò il monastero di S. Pietro fuori le mura di Pavia, che a' tempi di Paolo Varnefrido[338] per la sua ricchezza si chiamava Cielo d oro. Edificò ancora in cima delle Alpi di Bardone il monastero di Berceto; ed oltre a ciò fabbricò in Holonna un tempio con mirabil lavoro in onore di S. Anastasio Martire, dove fece anche costruire un ampio monastero. Egli con molta magnificenza per tutti i luoghi ordinò chiese, e fu il primo che dentro il suo palazzo edificò un oratorio dedicato al Salvatore, ordinandovi Sacerdoti e Cherici, i quali ogni giorno vi cantassero i divini ufficj. Quindi cominciarono appo noi a rilucere con maggior dignità e splendore le cappelle regie, le quali da' Sommi Pontefici arricchite poi di molte prerogative ed esenzioni per compiacere a' Principi, che gliele richiedevano, non meno esse che i loro Cappellani s'elevarono cotanto, quanto ravviseremo ne' seguenti libri di quest'Istoria.
I nostri Duchi di Benevento, seguitando l'esempio de' loro Re, non meno in Benevento, che in tutto il loro ampio Ducato ne fondarono de' nuovi ed arricchirono i già costrutti, e sopra ogni altro quello di monte Cassino. Arechi ingrandì quello di S. Sofia in Benevento e di profuse donazioni lo cumulò. A questi tempi nel 707, fu costrutto da que' tre famosi Nobili longobardi beneventani Paldo, Taso, e Tato il famoso monastero di S. Vincenzo a Vulturno[339] con tanta magnificenza, che ne' seguenti tempi quasi emulo di quello di monte Cassino, innalzò i suoi Abati a tanta dignità, ch'erano adoperati ne' più importanti affari della sede di Roma, e de' più potenti Signori di Occidente. Non meno in questo Ducato, che nel napoletano, e nelle altre città sottopposte agl'Imperadori d'Oriente, i monasterj si multiplicarono, non pure quelli sotto la Regola di S. Benedetto, che di S. Basilio, non solamente degli uomini, che delle donne. In Napoli, Stefano Duca e Vescovo costrusse molte chiese e più monasterj, dotandogli d'ampj poderi e rendite; così quello di San Festo Martire, ora unito a quello di San Marcellino; come l'altro di S. Pantaleone, di cui oggi non vi è vestigio; e restituì in più magnifica forma quello di S. Gaudioso[340]. Antimio Console e Duca ne fondò altro, quello de' SS. Quirico e Giulitta, la chiesa di S. Paolo, che la congiunse col monastero di S. Andrea; e così anche fecero non meno i Vescovi e Duchi di Napoli, che gli altri Ufficiali e Prelati delle altre città di queste province, onde ora si compone il Regno; i quali possono osservarsi nella laboriosa opera dell'Italia sacra d'Ughello. Crebbero perciò i Monaci, e le loro ricchezze in immenso; e non minore fu l'accrescimento della loro autorità e riputazione a cagion dell'ignoranza negli altri, e delle lettere che nel miglior modo che si potè in tanta barbarie, fra loro si conservavano.
Fondati perciò tanti monasterj, i Monaci cotanto arricchiti, e vedutisi in tanta elevatezza, tentarono ora più che mai di scuotere affatto il giogo de' Vescovi. Cominciarono, egli è vero, nel precedente secolo i monasterj ad esenzionarsi dalla giurisdizione de' Vescovi, ma ciò, secondo narra Alteserra[341], non si usava che di radissimo.
(Ne' precedenti secoli furon rarissime le esenzioni de Monaci, ed Isaaco Alberto Archiet. pag. 595 crede, che il primo Abate esente, fosse stato quello del monastero Lirinense, a cui dal Concilio Arelatense III fosse stata conceduta la prima volta esenzione intorno l'anno 455).
L'esempio che in questo secolo diede Zaccheria col monasterio di monte Cassino fece che gli altri di tempo in tempo si rendessero tutti esenti. Lo splendore nel quale era il medesimo in questi tempi, trasse a se tutto il favore de' romani Pontefici, i quali come se fossero presaghi, che da quello, come dal cavallo trojano, ne doveano uscire tanti Pontefici suoi successori, non mai si stancarono di cumularlo di privilegi e di prerogative. Lo rendevano più augusto essersi ivi resi Monaci, oltre a Rachi, Carlomanno, e tanti altri personaggi regali ed illustri; perciò ristabilito col favore de' due Gregorj II e III da Petronace in quella magnifica forma, Zaccheria, emulando i suoi predecessori, volle di maggiori preminenze arricchirlo. Volle egli di sua man propria consecrarlo, ed ivi portatosi con tredici Arcivescovi, e sessantotto Vescovi, rendè più augusta e magnifica la consecrazione. Furono i Monaci pronti a richiederlo, che sì famoso ed illustre monastero dovesse esentarsi affatto dalla giurisdizione del proprio Vescovo, nella cui diocesi era; Zaccheria volentieri gli concedè ampia esenzione, e ne spedì privilegio, col quale non solo quel monastero, ma tutti gli altri appartenenti a quello ovunque posti, fossero esenti e liberi dalla giurisdizione di Tutti i Vescovi, ita ut nullius juri subjaceat, nisi solius Romani Pontificis, come sono le parole di Lione Ostiense[342]. Oltre a ciò lo decorò ancora d'altre preminenze, che in tutti i Concilj l'Abate Cassinense sopra tutti gli altri Abati sedesse, e prima degli altri desse il suo voto; ch'eletto da' Monaci dovesse consacrarsi dal Pontefice romano; che il Vescovo entrando nella sua dizione, non potesse celebrare, nè far altra pontifical funzione, se non fosse invitato dall'Abate, o dal Proposito; che non gli fosse lecito esiger decime da lui, nè interdire i suoi Sacerdoti, nè chiamarli a' Concilj sinodali; che gli Abati di questo monastero potessero tener ordinazioni, consecrar altari, e ricevere per qualsisia Vescovo il Crisma. Gli confermò ancora con suo precetto la possessione di tutti que' beni, che per munificenza di tanti Principi longobardi, e di varj Signori avea acquistati. Gli altri Pontefici successori, seguitando le medesime pedate, accrebbero questi privilegi, de' quali l'Abate della Noce[343] ne ha tessuto un lungo catalogo.
Gli altri monasteri sotto altre Regole, ed i loro Abati di non inferior fama e valore con facilità impetravano da' romani Pontefici d'esser ricevuti sotto la protezion di S. Pietro, ed immediatamente sotto alla soggezion pontificia, perchè questa esenzione accresceva in gran parte la lor potenza, e portava grande estensione della loro autorità appresso tutte le Nazioni dell'Occidente; poichè costruendosi tuttavia grandi e numerosi monasteri, retti da Abati di gran fama, i quali per la lor dottrina oscuravano i Vescovi, nacque infra di loro qualche gara; onde gli Abati per sottrarsi dalla loro soggezione ricorrevano al Papa, e tosto impetravano esenzioni, con sottoporsi immediatamente sotto alla soggezion pontificia. Ne ricevevano oltre a ciò altri privilegi, di far essi li Lettori per i loro monasteri, d'esser ordinati da' Corevescovi, e tanti altri. Quindi nacque che il Pontificato romano acquistasse molti defensori della sua autorità e potestà; poichè ottenendo i Monaci tanti privilegi e prerogative, per conservarsegli erano obbligati di sostener l'autorità del concedente; il che facendo ottimamente i Monaci, ch'erano i più letterati del secolo, non passarono molti anni, che si videro tutti i monasteri esentati. Ed in decorso di tempo i Capitoli ancora delle Cattedrali, essendo per la maggior parte regolari, co' medesimi pretesti, impetrarono anch'essi esenzione: e finalmente le congregazioni Cluniacense e Cisterciense, tutte intere furono esentate con gran augmento dell'autorità pontificia, la quale veniva ad aver sudditi proprj in ciascun luogo, ancorchè da Roma lontanissimo, li quali nell'istesso tempo ch'erano difesi e protetti dal Papato, scambievolmente erano i difensori e protettori della sua potestà. S. Bernardo, ancorchè Cisterciense, non lodava l'invenzione, e di tal corruttela, ne portava spesso le doglianze non pur ad Arrigo Arcivescovo di Sens[344], ma ammoniva l'istesso Pontefice Eugenio III a considerare, che tutti erano abusi, nè si doveva aver per bene, se un Abate ricusava di sottomettersi al Vescovo, ed il Vescovo al Metropolitano. Riccardo Arcivescovo di Cantorbery[345] pur lo stesso esclamava con Alessandro III. Ma costoro che non ben intendevano questi tratti di Stato, non furono intesi, nè alle loro querele si diede orecchio; anzi ne' tempi posteriori, battendosi la medesima via, si procedè più avanti; poichè da poi gli Ordini mendicanti non solo ottennero ogni esenzione dall'autorità episcopale, e generalmente ovunque fossero; ma anche facoltà di fabbricar chiese in qualunque luogo, ed in quelle eziandio ministrar sacramenti: e negli ultimi secoli s'era tanto innanzi proceduto, che ogni privato Prete con poca spesa s'impetrava un'esenzione dalla superiorità del suo Vescovo, non solo nelle cause di correzione, ma anche per poter esser ordinato da chi gli piaceva, ed in somma di non riconoscere il Vescovo in conto alcuno; e quantunque nel Concilio di Costanza alle calde e ripetute querele del famoso Gersone[346] moltissime esenzioni s'annullassero, ed ultimamente nel Concilio di Trento[347] si proccurasse a tanti eccessi qualche compenso; non sono però da poi mancati modi alla Corte di Roma, di far ricadere la bisogna, salva l'autorità del medesimo, in quello stato, che oggi tutti veggiamo.
Questi ingrandimenti dello stato monastico portarono non solo a' Monaci grandi ricchezze, ma in conseguenza assai più alla Corte di Roma, ove finalmente vennero quelle a terminare. Si proccurava non solo favorire gli acquisti, e tener sempre aperte le scaturigini, ma con severi anatemi proibir le alienazioni, e scagliargli ancora contro chi ardiva di turbar l'acquistato. Per l'ignoranza e superstizione de' Popoli i pellegrinaggi erano più frequenti: l'orazioni ed i sacrificj a fin di liberar l'anime de' loro defonti dal Purgatorio, erano vie più raccomandati, e molto più praticati. Si vide per ciò in questo secolo una gran cura del canto, de' riti, e di ben ufficiare: le campane cominciarono ad esser comuni in tutte le chiese e monasteri; e le particolari devozioni a' Santi, de' quali eransi composte innumerabili vite e miracoli, tiravano molti a donare alle lor chiese e monasteri. Ma i Monaci non contenti di ciò, favoriti da' Pontefici romani, invasero anche le decime dovute a' Vescovi ed a' Parrochi da' loro Parrocchiani. Pretesero, e l'ottennero da' creduli devoti, che impiegandosi essi assai meglio che i Preti alla cura delle loro anime, come quelli che più esperti sapevan far delle prediche e de' sermoni, ed istruirgli nella dottrina cristiana, le decime non a' Parrochi, ma ad essi dovessero pagarle; ed in effetto per lungo tempo vi diedero un guasto grandissimo non inferiore a quello che v'avea dato in Francia Carlo Martello; tanto che bisognò ne' secoli seguenti penar molto a ritorglierle, e restituirle a' proprj Preti, a' quali s'erano involate.
Niun'altra provincia del Mondo, quanto il nostro Reame, ha fatto conoscere quanto importava a Roma la ricchezza de' Monaci: le maggiori commende, i più grandi benefizj ch'ella oggi dispensa a' suoi Cardinali, e ad altri suoi Prelati per mantener la pompa e lo splendore della sua Corte, non altronde dipendono, ed hanno la di loro origine se non da queste profusioni de' nostri Principi, e de' nostri Fedeli. I monasteri più ricchi perciò si videro dare in commende: quelli che il tempo consumò, sono rimasi fondi di tante rendite che ora ne traggono, e le entrate di que' tanti monasteri, di che ora appena se ne serba vestigio, tutte in Roma vanno a colare. Quindi i Pontefici romani gareggiando co' Principi, siccome quelli investono i loro fedeli de' Feudi, così essi a' suoi conferiscono benefizj: e siccome per la materia feudale ne è surto un nuovo corpo di leggi, così per la benefiziaria se n'è fatta una nuova giurisprudenza, che occupa tanti volumi, quanti ne ha occupati la feudale; ma di ciò a più opportuno luogo.
FINE DEL LIBRO QUINTO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI