LIBRO TRENTESIMOTERZO
Il Re Filippo II nel governo de' suoi Regni calcò sentieri diversi di quelli, che calcati avea l'Imperador Carlo suo padre: costui, scorrendo per tutti i suoi ampj Dominj, s'adattò a più e diverse Nazioni, ed era accettevole non meno a' Spagnuoli, che a' Fiammenghi, Germani ed Italiani; all'incontro Filippo, partito che fu di Fiandra dopo la morte di Maria Regina d'Inghilterra sua seconda moglie, e risoluto di fermarsi in Ispagna, senza mai più vagare, si chiuse in Madrid, e postosi in braccio degli Spagnuoli, cominciò da quivi a reggere la monarchia secondo le loro massime; ed adulato da costoro, come per lo più prudente e saggio Re della Terra, ristretto in se stesso, dal suo gabinetto si pose a governare il Mondo. Da lui, alcuni dissero, che la Monarchia di Spagna cominciasse a declinare, o almeno, che si spargessero semi tali, che non potevano col correr degli anni germogliare, se non disordini, perdite e confusioni; poichè governando gli Spagnuoli con grande alterigia, si acquistarono l'odio delle Nazioni straniere; onde le Fiandre si perderono, ed in decorso di tempo, nel Regno di Filippo IV suo nipote, la Catalogna, Napoli e Sicilia si videro in pericolo; Portogallo sottratto, e la Monarchia finalmente ridotta in quello stato deplorabile, che fu veduta nel Regno di Carlo II, ultimo della sua maschile posterità e discendenza.
Di Filippo II, si è cotanto scritto e rescritto, che sarebbe abbondar d'ozio, se qui s'avessero a ripetere le medesime cose: solamente per ciò, che riguarda la politia del nostro Reame, si noteranno in questa Istoria alcuni de' più segnalati successi a quella attinenti, donde possa aversi contezza dello stato così civile e temporale, come ecclesiastico, nel quale si vide questo Reame, ne' quarantaquattro anni, che ei regnò, che tanti appunto ne corsero dall'anno 1554, nel quale gli furono dal padre rinunziati i Regni di Napoli e di Sicilia, sino a' 13 di settembre dell'anno 1598, nel quale morì. In questo spazio di tempo vi mandò egli otto Vicerè, oltre a sei Luogotenenti, che ressero il Regno in lor vece. Ed è cosa da recar stupore il numero de' milioni, che da quello si cavarono in questo tempo, per li donativi, che in varie occasioni gli furon fatti: de' quali lunghi cataloghi ne fecero i nostri Scrittori[111], e di quelli per essere stati tanti, appena poterono tenerne un esatto ed accurato conto. Per ciò nel volume de' Capitoli, si leggono tante grazie e privilegi conceduti da questo Principe alla città e Regno di Napoli; ma sempre mal eseguiti e peggio osservati.
Prese egli, come si è detto, la possessione di questo Regno, vivente il padre, per mezzo del Marchese di Pescara, in tempo del Cardinal Pacecco, che si trovava Vicerè, avendogli il Pontefice Giulio III, successore di Paolo III, conceduta l'investitura del Regno renunziatogli dal padre, dichiarando in quella di non voler pregiudicare in cos'alcuna alle ragioni della Regina Giovanna sua ava, madre di Carlo V, che allora ancor vivea. Fu la Bolla spedita a' 3 di ottobre del 1554, e vien rapportata dal Chioccarello nel primo tomo de' suoi M. S. Giurisdizionali.
Mentre visse il Pontefice Giulio, ed in que' pochi giorni, che sedè in Roma Marcello II suo successore, le cose passarono fra noi in somma quiete e tranquillità. Il Cardinal Pacecco confermato dal nuovo Re al governo del Regno, proseguiva la sua prudente condotta, invigilando alla retta amministrazion della giustizia, di che presso noi ci restano ancora vestigj per quelle otto Prammatiche, che ancor si leggono ne' volumi delle nostre leggi[112]. Maggiori vestigj della sua saviezza ci restano nella Storia del Concilio di Trento del Cardinal Pallavicino, dove molto s'adoperò in quell'Assemblea, infin al 1560. Ma essendo appena intronizzato, morto il Pontefice Marcello a' 30 aprile del 1555, per l'elezione da farsi del nuovo Papa, fu a noi tolto il Cardinal Pacecco, il quale bisognò portarsi in Roma, lasciando per suo Luogotenente D. Bernardino di Mendozza, che non più di sei mesi governò il Regno.
Ma ciò, che fra noi pose in isconvolgimento e disordini il Regno, fu che l'elezione del nuovo Pontefice cadde in persona del Cardinal Giovan-Pietro Caraffa, che Paolo IV chiamossi. Costui essendo nemico de' Spagnuoli, e mal soddisfatto dell'Imperador Carlo, che gli avea attraversata nel Conclave l'elezione, portò nel Regno quella guerra, che saremo ora a narrare.
CAPITOLO I. Guerra mossa dal Pontefice Paolo IV al Re Filippo per togliergli il Regno. Sua origine, pretesto ed inutile successo.
La guerra, che Paolo IV mosse nel Regno di Napoli, ancorchè avesse molti Scrittori, fu però cotanto accuratamente scritta da Alessandro d'Andrea napoletano, siccome colui, che vi fu presente, avendovi militato sotto il Maestro di campo Mardones, onde ragionevolmente posposti tutti gli altri, sarà da noi seguitato: tanto maggiormente, che il Presidente Tuano, descrivendola ancor egli nelle sue Istorie[113], seguitò pure questo medesimo Scrittore. Le cagioni però onde nacque, e per quali pretesti fu mossa, è di mestieri che qui brevemente si narrino.
Giovan-Pietro Caraffa figliuolo del Conte di Montorio, datosi nella sua giovanezza agli studi delle lettere, e sopra ogni altro della Teologia e delle lingue, riconobbe le sue fortune dal famoso Cardinal Oliviero Caraffa, che in Roma gli diè ricovero nella sua propria casa, non essendo allora che un semplice Canonico della Cattedrale di Napoli[114]. Per la resignazione che trovavasi aver fatta il Cardinal Oliviero del Vescovado di Chieti, fu da Giulio II nel 1505, ne' primi tempi del suo Pontificato, creato Vescovo di quella città; e per la perizia di molte lingue, che professava della latina, greca ed ebrea, entrò in somma grazia di Lione X, che lo mandò Nunzio in Inghilterra per raccogliere, come era allora il costume, il denaro di S. Pietro. Ferdinando il Cattolico, a riguardo di Lione, l'onorò anche nella sua Corte, ascrivendolo al suo Real Consiglio, e lo creò Vicario del suo Cappellan Maggiore, nelle quali dignità fu mantenuto anche da Carlo V suo nipote; il quale l'offerì anche l'Arcivescovado di Brindisi di molta maggior rendita, che quello di Chieti[115]; ma essendosi dato in questo tempo allo spirito, professando santità, non pur lo refutò, ma resignò anche nelle mani di Clemente VII, allora Pontefice, il Vescovado di Chieti, e fuggendo il cospetto degli uomini si ritirò in Monte Pincio, ove menò vita molto austera da Solitario; ma costretto poi a partir di là, per lo sacco dato a quella città, andò in Verona; indi portossi a Venezia, ove essendosi a lui associati Gaetano Tiene Vicentino, Bonifacio del Colle, Alessandrino, e Paolo Consigliere romano, istituì la Religione de' Chierici Regolari, i quali dal nome della sua Chiesa, che prima avea, si chiamarono (come s'è detto) Teatini; il cui Istituto, essendo stato da poi da Clemente VII approvato, lo rese assai famoso non meno per dottrina, che per santità, e probità della sua vita e costumi; tanto che Paolo III, in quella celebre promozione di nove Cardinali, che fece a' 22 decembre del 1536, lo creò Cardinale, e lo costrinse poi ad accettare la Chiesa di Chieti, innalzata fra questo tempo a dignità Arcivescovile.
Durante il Pontificato di Paolo III, fu da costui avuto in somma stima per la severità de' costumi ed austerità di vita che professava, mostrando gran zelo per la Sede Appostolica, e fu terribile persecutore degli Eretici, che nel suo tempo vedeva germogliare a truppe in varie Regioni in Europa. Egli fu autore a Paolo III d'innalzare il Tribunale dell'Inquisizione di Roma, e renderlo spaventoso per tante rigorose leggi e nuove forme introdotte: ciò che poi nel suo Pontificato accrebbe[116], che, come si è veduto nel precedente libro, fece venire in orrore quel Tribunale, non pure agli stranieri, ma all'istessa Italia ed a Roma medesima: tanto che, lui morto, i Romani la prima cosa che fecero, bruciarono il Tribunale e le carceri, e a quanti prigioni ivi erano, diedero libertà. Quindi avvenne, che presso noi i Teatini si resero in ciò cotanto insigni, che non predicavan altro, che Inquisizione, e sovente essi erano, che andavano a denunziare i sospetti d'eresia, e proccuravano di farli imprigionare.
Ma mentre questo Cardinale dimorava in Roma presso Paolo III, fu scoverto, che egli, non meno che il Pontefice, era quanto avverso a Cesare ed alla Nazione spagnuola, altrettanto affezionato del Re di Francia, allora nemico di Carlo. L'odio che portava il Cardinale alla Nazione spagnuola, era nato da antiche cagioni: poichè avendo molti de' Caraffeschi, nell'invasione di Lautrec, seguitato il partito franzese, ne furono alcuni, quietato il Regno, aspramente castigati; onde Giovan Pietro non tralasciava odiarla. Anzi gli Spagnuoli tennero allora per certo, che ne' tumulti del 1547, insorti per l'occasione già detta dell'Inquisizione, egli avesse proccurato con tutti gli sforzi possibili (con promettere non pur il suo ajuto, offerendosi d'essere di persona in Napoli, ma anche de' suoi parenti) di persuadere al Pontefice di non lasciar perdere sì opportuna occasione d'occupare il Regno, e che dovea darne stretto conto a Dio, trascurando un tanto acquisto per la sua Chiesa. Ciò che non mancò il Duca d'Alba di rinfacciarglielo, essendo Papa, nella lettera che gli scrisse, prima di moversi questa guerra, la quale vien rapportata tutta intiera nella sua Istoria dal Summonte[117]. Per la qual cosa avendo gli Spagnuoli fatto avvertito Cesare dell'inclinazione del Cardinale verso i Franzesi, e dell'avversione agli Spagnuoli, fecion sì, che Cesare lo cassasse dal numero de' suoi Consiglieri. Ed oltre a ciò, avendo l'istesso Pontefice Paolo III, a preghiere del Cardinale, conceduto il Priorato Gerosolimitano di Napoli a Carlo Caraffa suo nipote, gli fu dal Toledo, allora Vicerè, proibito poterne prendere il possesso.
Ma essendo nell'anno 1549 per la resignazione fatta da Ranuccio Farnese, vacata la Chiesa di Napoli, Paolo III tosto la concedè al Cardinale, il quale avendosi fatte spedir le Bolle, si credette di doverne tosto esser posto in possesso; il Vicerè Toledo negò alle Bulle l'Exequatur Regium, e non volle mai permettere, che se gli si fosse dato; ed essendosene pochi giorni da poi morto il Pontefice Paolo, e rifatto in suo luogo, a' 8 febbrajo del nuovo anno 1550, Giulio III, questi scrisse una ben calda e pressante lettera all'Imperador Carlo V, pregandolo a non far differire più la possessione al Cardinal Caraffa della Chiesa di Napoli: esagera fra l'altre cose in questa lettera, che si legge presso il Chioccarello[118], che fu tutta calunnia ed impostura, ciò che di lui s'era falsamente divolgato d'aver pensato in proximo Neapolitano tumultu, illud tuum Regnum nostro praedecessori tradere: nec vero nos (e' testifica) quid tale de hoc viro andivimus, etc. Nec is tantum rem moliri; tantos motus concire, pertenuibus ipse facultatibus, ausus esset. Lo pregava perciò a non fargli impedire il possesso, e gli mandò a questo fine un Nunzio a trattar di questo affare.
L'Imperadore, che col nuovo Pontefice non avea quell'inimicizia, che passava col suo predecessore, diede orecchio alle preghiere di Giulio; ed avendo fatto mettere in trattato questo affare, non meno in Roma, che in Ispagna ed in Napoli, dopo lungo pensare provando il Cardinale, quanto fosse tediosa la solita tardità degli Spagnuoli, finalmente ottenne alle sue Bolle l'Exequatur Regium, e venne ordine da Cesare, che se gli fosse dato il possesso.
Ma il Cardinale conoscendo, che venendo a Napoli, gli Spagnuoli non gli avrebbero data molta soddisfazione, mandò a prendere possesso il Vescovo Amicleo, che fece suo Proccuratore, il quale lo prese a' 2 luglio del 1551, e lo creò anche suo Vicario. Resse in questa maniera la Chiesa di Napoli per quattro anni per mezzo di questo Vicario, nè mai volle egli venire a risedere. Di che accortisi gli Spagnuoli, non lasciarono al suo Vicario di contrastargli spesso, e movergli sovente quistioni di giurisdizione, tenendolo sempre agitato ed inquieto.
Essendo a Giulio III succeduto Marcello II, che poco tempo tenne quella Sede, costui morto, venne il Caraffa a' 23 maggio del 1555 assunto al Pontificato col nome di Paolo IV. Fu maravigliosa cosa ad udire, come appena giunto a quella dignità, quella severità de' costumi la cangiasse tosto in superbia ed alterigia; e dimandato, come restava d'esser servito intorno al modo di vivere egli co' suoi nipoti, rispose, come conviene ad un Principe[119]. Gli Spagnuoli rimasero mal soddisfatti dell'elezione; onde il Re Filippo reputò far trattenere il Cardinal Pacecco in Roma, non permettendogli, che tornasse al suo governo di Napoli, affinchè colla sua prudenza ad accortezza proccurasse, o di raddolcire l'animo del nuovo Papa, ovvero scorgendo più da presso i suoi andamenti, farlo avvertito di ciò, che si meditava, per prevenirsi, in caso d'insulto, alla difesa.
Ma non passò molto tempo, che si scovrì l'animo del nuovo Pontefice essere tutto rivolto a vendicarsi degli Spagnuoli, ed a meditar nuove leghe con Errico Re di Francia per l'impresa del Regno, di che avvisato il Re Filippo, opportunamente mandò al governo di Napoli D. Ferdinando Alvarez di Toledo Duca di Alba, che allora essendo Governatore di Milano, avea il comando supremo delle armi spagnuole in Italia: quel famoso Capitano, che per le tante sue famose gesta si rese glorioso non meno in Germania ed Italia, che in Fiandra ed in Portogallo.
Il Duca d'Alba giunto in Napoli in qualità di Vicerè nella fine di quest'anno 1555, si pose ad osservar più da presso gli andamenti del Pontefice; il quale non meno per ingrandire i suoi nipoti; che per maggiormente premunirsi all'impresa, che meditava sopra il Regno di Napoli, avea, con pretesto che teneva pratiche segrete con gli Spagnuoli, tolto a Marcantonio Colonna lo Stato di Palliano in Campagna di Roma, concedendone l'investitura a Giovanni Caraffa Conte di Montorio suo nipote, con titolo di Duca di Palliano, e ciò quasi nel medesimo tempo, che avea investito Antonio Caraffa altro suo nipote del Contado di Bagno, e datogli titolo di Marchese di Montebello; ed a Carlo Caraffa, altro suo nipote, di Cavaliere Gerosolimitano creatolo Cardinale. Abbassava tutti coloro, ch'erano dipendenti di Spagna, ed esaltava quegli di contraria fazione; anzi accarezzava tutti i fuorusciti del Regno, e mal contenti del Re, che si ricovrarono da lui in Roma; siccome infra gli altri accolse Bartolommeo Camerario nostro famoso Giureconsulto. E passò tanto innanzi, ch'essendo state intercettate alcune lettere, fece carcerare e crudelmente tormentare Giovanni Antonio de Tassis Maestro delle Poste, privandolo di quell'Ufficio, che i Re di Spagna erano stati sempre soliti mantenere in Roma: ed oltre a ciò, fece carcerare Garcilasso della Vega Ambasciadore di Filippo, come Re d'Inghilterra, in Roma, siccome faceva vegghiare addosso a tutti gli amici e servidori del Re e de' suoi ministri, ch'erano in Roma.
E fu cotanta la sua imprudenza, che mal sapendo covrire il suo astio e mal talento contra il Re, e contra gli Spagnuoli, pubblicamente minacciava, che l'avrebbe privato del Regno, come decaduto alla S. Sede. Era Paolo IV secondo ciò, che ne scrisse anche Bacon di Verulamio,[120] un uomo superbo ed imperioso, e di natura aspro e severo, e perciò frequentissimamente passava a parole piene di vituperio contra il Re e l'Imperadore, in presenza d'ogni sorta di persona, e ritrovandosi alcun Cardinal spagnuolo presente, le diceva più volentieri, comandando anche, che gli fossero scritte. Ed un dì in pubblico Concistoro fece far istanza dal suo Proccurator Fiscale, e da Silvestro Aldobrandino Avvocato Concistoriale, dimandando doversi il Regno dichiarar devoluto alla S. Sede: alla quale istanza egli rispose, che a suo tempo vi avrebbe data provvidenza[121]. Ciò che il Duca d'Alba, come d'un temerario attentato non lasciò di rinfacciarglielo in quella lettera[122], che gli scrisse, dicendo: Ha permettido V. S., que en su presencia el Procurador, j Abocado Fiscal de essa Santa Sede hà hecho en Concistorio tan injusta, iniqua, y temeraria instancia, y domanda: que al Rey mi Senor fuesse quitado el Reyno, accettando, y consentiendo a quella F. S. con dezir, proveheria à su tiempo. Ma questo fatto non si rimase nella sola istanza del Fiscale, poichè si procedè più innanzi con farsene processo, e si venne insino alla sentenza.
Il Presidente Tuano[123], ed il Soave rapportano, che la cagione, onde si mosse il Papa a dichiarar devoluto il Regno fosse, perchè Filippo avea, secondo lui, commesso delitto di Maestà lesa, per aver favoriti e ricevuti sotto la sua protezione li Colonnesi di lui ribelli. Ma il pretesto, che si fece apparire, e sopra il quale appoggiossi la sentenza, fu per cagione di censi non pagati. Il Re Filippo, prima che fossegli giunta la notizia dell'elezione del Papa in persona del Cardinal Caraffa, avea scritta una lettera a' 25 giugno del 1555 al suo Ambasciatore di Roma, nella quale gl'incaricava di dover trattare col Papa che sarà eletto, di dovergli rimettere i censi de' ducati settemila l'anno pretesi dalla Sede Appostolica; poichè nel Concordato fatto tra Clemente VII coll'Imperador Carlo V suo padre, fra l'altre cose fu pattuito, che facendo l'Imperadore restituire alla Sede Appostolica dalli Vineziani, e dal Duca di Ferrara alcune città e Terre, che tenevano occupate, delle quali la Sede Appostolica n'era stata spogliata, non dovesse più egli, nè i suoi successori pagare il suddetto censo di ducati settemila l'anno; ma solo consignare alla Camera Appostolica ogni anno un'Achinea bianca in segno di ricognizione; e già che l'Imperadore avea adempito alle sue promesse, e fatto rilasciare da' Vineziani e dal Duca di Ferrara quelle città e Terre, ch'erano della Sede Appostolica, se gli dovea osservare detta promessa, e rimettere il censo; incaricandogli di vantaggio, che non essendo ancora eletto il nuovo Papa, e durando la Sede vacante, facesse deposito del censo di quell'anno, già che si accostava il tempo del pagamento, con protesta di doversegli restituire, per non essere tenuto[124].
Qualunque altro de' Cardinali, che fosse stato eletto Papa, avrebbe riputata la dimanda ragionevole; ma a Paolo IV questa pretensione di Filippo servì opportunamente per pretesto di quel, che intendeva di fare: poichè rifiutandola come ingiusta, non solo pretese i censi decorsi, non ostante il Concordato di Clemente VII, ma quelli non essendosi, contra il suo volere, pagati, fece far la riferita istanza dal suo Fiscale, per dichiararsi Filippo per ciò decaduto dal Regno; e fabbricatosi il processo, promulgò egli sentenza nel nuovo anno 1556, colla quale dichiarò il Regno di Napoli devoluto alla S. Chiesa Romana, per non essersi per molti anni pagati i censi suddetti, e ne fu stesa Bolla[125]. Non fu però la sentenza pubblicata, nè mai uscì fuori, poichè, come vedremo, il Duca d'Alba strinse colle armi sì bene il Papa, che ebbe a gran favore, colla mediazione de' Vineziani, di deporre la sua boria, e starsi in pace. Alessandro d'Andrea[126] rapporta, che quella non fu pubblicata per consiglio di Bartolommeo Camerario da Benevento, il quale, come si è detto, esule dal Regno, dimorava allora in Roma protetto dal Papa.
Ma da alcune lettere intercette si scoverse, onde veniva tanta boria e fasto del Papa, che parlava non meno di quello si operasse con tanta pubblicità, ed alla svelata contra il Re e contra il Regno, con animo aperto d'invaderlo. Si scoverse in fine il trattato e la lega ch'egli per mezzo de' Cardinali di Tournon e di Lorena avea fatta col Re di Francia d'assaltare il Regno; anzi si pubblicò allora, che avendovi avuto in ciò anche parte il Principe di Salerno, che da Costantinopoli erasi ritirato in Francia, il Papa, per mezzo del Re Errico, e del Principe, avesse anche fatta lega col Turco, affinchè assaltando costui, o almen travagliando il Regno per via di mare, se gli rendesse più facile l'impresa e la conquista per terra. Fu fama ancora, che per maggiormente ingrandire i suoi nipoti, avesse concertato col Re di Francia di dar Maria sua nipote sorella del Cardinale e del Duca per isposa ad un suo figliuolo, colui che dovea investirsi del Regno, secondo le capitolazioni, che si diranno; e l'investitura fosse come per dote della medesima, e si credette allora, che il matrimonio avrebbe effetto, se le cose della guerra di Napoli gli fossero riuscite prospere; e se Maria, che non era più che di nove anni, non fosse troppo intempestivamente morta.
I Capitoli della lega conchiusa in Roma a' 15 dicembre del 1555, rapportati dal Summonte[127], furono infra gli altri questi.
Che il Re Cristianissimo fosse obbligato difendere con tutte le sue forze la Santità di Papa Paolo IV contra qualsivoglia persona, che lo volesse offendere, e, quando ciò avvenisse, di calare egli, o mandare eserciti in Italia per sua difesa.
Che pigliasse perpetua protezione del Cardinal Caraffa, del Conte di Montorio, e D. Antonio Caraffa suoi nipoti, e loro descendenti; e rimunerasse, e ricompensassegli de' Titoli e beni, che potessero perdere, per conto di questa lega, nel Regno, dando loro altri Titoli e beni in Italia, o in Francia, convenienti alla loro nobiltà ed alla real sua magnanimità.
Che il Re facesse passar in Italia diece a dodicimila fanti forastieri, più o meno, secondo che di comun avviso sarebbe giudicato neccessario, e cinquecento lanze franzesi, e cinquecento cavalli leggieri.
All'incontro che il Papa desse dello Stato della Chiesa, o di altri diecimila fanti più, o meno, secondo che sarà giudicato espediente, co lor Capitani e Generali, e mille cavalli.
Che desse il passo, vettovaglie, artiglierie e munizioni ed altre comodità, che aver si potranno nello Stato della Chiesa, all'esercito della lega per loro denari.
Che la guerra si cominci nel Regno o in Toscana, come sarà più espediente al ben comune.
Che acquistandosi il Regno di Napoli e di Sicilia, il Papa abbia da investirne uno de' Serenissimi figliuoli di S. M. Cristianissima, purchè non sia il Delfino, quando e quante volte ne sarà richiesto dal Re Errico, riserbandosi la città di Benevento e suo Territorio e Giurisdizione; e con condizione ancora, che i confini dello Stato della Chiesa s'abbiano da dilatare e stendere di qua all'Appennino, insino a S. Germano inclusive, ed al Garigliano; e di là dell'Appennino, sino al fiume di Pescara, talmente che tutta quella Terra, ch'è di dentro a predetti confini della Provincia d'Apruzzo, o sia chiamata di qualunque altro nome, o reputata di qualunque altra Provincia fin a Pescara, e nella Provincia di Terra di Lavoro sino a S. Germano inclusive, ed al fiume Garigliano, s'intenda essere, e sia della Giurisdizione della Chiesa; ed i confini del Regno si termineranno con essi fiumi, e con retta linea, dividendo parimente il Monte Appennino da S. Germano al nascimento del fiume di Pescara, ne' quali confini è compresa la Città, Fortezza e Porto di Gaeta, la qual sia della Chiesa, come l'altre Terre e luoghi contenuti fra' sopradetti termini.
Che s'accresca il censo a ventimila ducati di oro di Camera, oltre alla solita Achinea.
Che la Sede Appostolica abbia nel Regno uno Stato libero di rendita circa scudi venticinquemila d'oro, ed in luogo conveniente da eleggersi per Sua Santità.
Che si dia all'Illustrissimo Signor Conte di Montorio uno Stato similmente con condizione libera, et pieno jure, e che sia a soddisfazione di Sua Santità, e che renda venticinquemila scudi d'entrata, e sia suo e di suoi eredi, quali e quanti ne vorrà lasciare ed istituire, maschi o femmine, e ne possa far testamento pleno iure, e donarlo e venderlo come più gli piacerà, e morendo ab intestato s'intenda, che gli eredi più prossimi succedano.
Che similmente al Signor D. Antonio Caraffa si dia un altro Stato simile, o almeno di quindicimila scudi d'entrata.
Che il Re debbia mandare questo suo figliuolo, per investirlo del Regno quanto prima si potrà, ad abitare, ed allevarsi in alcun de' predetti Regni, i quali abbiano da esser governati ed amministrati a suo nome. Il Consiglio, quanto all'amministrazione e governo dello Stato, debba comporsi di Consiglieri fedeli e devoti del Papa e della S. Sede; e siano eletti o deputati di comune consenso, fin che il predetto Re pervenga nell'età che da se stesso possa reggere e governare detti Regni: gli altri Governadori, quanto alla cura della sua persona, debbano deputarsi ed eleggersi dal Re Cristianissimo, e li Capitani Generali dell'esercito debbano esser benevoli e devoti del Papa e della S. Sede, ed eletti di comun consenso.
Che 'l Serenissimo Principe da investirsi, suoi eredi e successori, non possa essere eletto, o nominato Re o Imperadore de' Romani o Re di Germania o di Francia o Signor di Lombardia o di Toscana.
Che sin a tanto, che colui, il quale dee essere investito, non giunga a questi Regni, siano quelli governati ed amministrati di comun consenso, e secondo la volontà del Papa e del Re, da uno o da più: dei quali l'uno e l'altro di loro si confidino, a nome però del detto Principe, e quegli, nel quale saranno convenuti o prete, o secolare, sia Vicereggente, come Legato o come Governadore di Sua Santità e del Re Cristianissimo, e debba prestare il giuramento all'uno ed all'altro di bene e fedelmente amministrare secondo la volontà d'amendue.
Che non essendo esso Serenissimo figliuolo, che dovrà investirsi, di tal età, che possa prestare il giuramento ed omaggio al Papa, ed alla S. Sede, debba il Re come padre e tutore, per lui prestarlo, quando gli sarà data l'investitura di detti Regni; il qual giuramento sia giusta la forma degli altri giuramenti, che per altri Re si sono prestati a Pontefici passati, ed alla Sede Appostolica, spezialmente a Papa Giulio III, alla qual forma s'aggiunga, e si muti tutto quello, che per li presenti articoli si trova aggiunto e mutato.
Che in ricognizione di questa prima investitura, che dovrà ricevere, debba edificare nella Chiesa di S. Pietro in Roma una delle maggiori Cappelle; e quando esso Re sarà pervenuto all'età legittima, sia tenuto esso medesimo prestare il ligio omaggio al Papa e suo successore.
In fine, che sia obbligato l'investiendo lasciar cavare dal Regno di Sicilia ultra Pharum diecimila tomoli di grani, ogni qual volta che la città di Roma n'avrà bisogno, senza pagamento alcuno di tratta o d'altra gravezza.
Queste Capitolazioni, così ben ideate dal Papa, lo facevano parlar con tanta fidanza e disprezzo; ed intanto non perdeva tempo di premunirsi in ogni cosa, ciò che maggiormente insospettì il Duca d'Alba, poichè alla scoperta il Cardinal Caraffa col Duca suo fratello erano tutti intesi a fortificar Palliano, e v'aveano condotto Pietro Strozzi Capitano del Re di Francia, che trovavasi in Roma, per prendere il suo parere sopra le fortificazioni da farvi; e tuttavia pervenivan a Napoli novelle delle commessioni date fuori dal Papa per assoldar gente. Avea anche chiamato al suo soldo Camillo Orsini, Capitano sperimentato di que' tempi, e mandato Paolo suo figliuolo con mille fanti in Perugia, oltre a mille e duecento fanti Guasconi del presidio di Corsica, che gli si mandavano dal Re di Francia in ajuto: si travagliava anche in far bastioni, e faceva fare a molte altre Piazze dello Stato della Chiesa nuove fortificazioni.
Il Duca d'Alba, seriamente a tutto ciò pensando, si risolvè alla fine, da ben esperto Capitano, di prevenirlo, e per più sicuramente difendere il Regno attaccar lo Stato Ecclesiastico, con trasferir ivi la sede della guerra. Non tralasciava intanto con messi e con lettere scritte al Duca di Palliano, lamentarsi del Papa suo zio di queste novità, offerendogli pace; ma in vece di risposta, si videro assai più continuare i preparamenti di guerra, e s'intese ancora la partenza del Cardinal Caraffa per Francia, per sollecitare quel Re all'impresa.
Allora questo valoroso e savio Capitano, non volendo aspettare, che il turbine cadesse in casa propria, dando minuto ragguaglio al Re Filippo in Ispagna dell'imminente guerra, che il Papa per occupargli il Regno preparava, unì, come potè meglio, dodicimila fanti, trecento uomini d'armi e millecinquecento cavalli leggieri, con dodici pezzi d'artiglieria, e si mosse nel primo del mese di settembre di quest'anno 1556 verso lo Stato della Chiesa, e giunto a S. Germano, occupò Pontecorvo[128]. Prima di passar avanti volle tentar di nuovo l'animo del Pontefice, e mandò in Roma Pirro Loffredo con lettere[129] drizzate a lui, ed al Collegio de' Cardinali, dove offerendogli pace, altamente si protestava, che tutto il danno, che ne riceverebbe la Cristianità, s'imputerebbe alla sua coscienza.
Ma il Papa tutto alieno dalla concordia, fidato ai trattati con Francia, più altiero che mai disprezzò le lettere; onde il Duca proseguendo le sue conquiste occupò Frosolone, Veruli, Bauco, ed altre Terre di que' contorni. Il Papa maggiormente sdegnato fece imprigionare nel Castello S. Angelo Pirro Loffredo, e se il Collegio de' Cardinali non l'avesse impedito, l'avrebbe fatto crudelmente morire; ed il Duca intanto seguitando il suo cammino, s'impadronì dell'importante città d'Anagni, di Tivoli, di Vicovaro, di Ponte Lucano, e di quasi tutte le Terre de' Colonnesi sino a Marino, e minacciava d'assediare Velletri, facendo far scorrerie dalle sue truppe insino alle Porte di Roma.
Questo Capitano ci lasciò un gran documento ed illustre esempio, come debba guerreggiarsi col Pontefice romano, qualora le congiunture portassero, per difendere il Regno di dovere assalirlo in casa propria. Egli, oltre i tanti rispettevoli ufficj passati prima col Pontefice, occupando le città e Terre dello Stato della Chiesa, acciocchè non gli si potesse imputare, che si facessero quelli acquisti per spogliare la Chiesa, faceva dipignere nelle Porte de' luoghi, che andava di mano in mano occupando, le armi del Sacro Collegio, con protestazione di tenergli in suo nome, e del Papa futuro, come s'era fatto a Pontecorvo, a Terracina, a Piperno ed a gli altri luoghi, che s'erano resi: se bene, come dice Alessandro d'Andrea[130], non mancò chi dubitasse non questa fosse una arte, con la quale proccurasse il Duca d'indurre a sospetto ed a discordia il Collegio col Papa.
Dall'altro canto il Re Filippo, al suo modo, e secondo la sagacità degli Spagnuoli, fece porre questo affare in consulta; e siccome nell'impresa di Portogallo ricercò il parere de' più insigni Giureconsulti di quelli tempi, e delle più insigni Università di Spagna e d'Europa per render la conquista più plausibile, così in questo fatto con Paolo IV, ricercò consulta da Teologi come dovea postarsi, e che conveniva fare contra un Pontefice che in molte occasioni, ed essendo Cardinale, ed ora essendo Papa, erasi mostrato suo nemico e dell'Imperador Carlo suo padre, e che si era scoverto aver fatta lega col Re di Francia per assaltare il Regno di Napoli. Mostrava dispiacergli sommamente questa nuova briga, e con grande rincrescimento veniva tirato a questa guerra; considerava che la tregua fatta col Re di Francia, veniva ora per opera d'un Papa, a cui dovrebbe essere più a cuore la pace tra' Principi Cristiani, a rompersi: parevagli cosa molto scandalosa, che per mezzo del Cardinal Caraffa avendo promesso al Re franzese, che nella nuova promozione sarebbe tal numero di Cardinali parziali della Francia e nemici degli Spagnuoli, che avrebbe sempre un Pontefice dalla sua parte, avea data l'assoluzione del giuramento per romper la tregua, onde si fosse quel Re risoluto a movergli guerra, con tutto che i Principi del suo sangue, e tutti i Grandi della Corte abborrissero l'infamia di rompere la tregua, e ricevere l'assoluzione del giuramento. Considerava, che appena avendo cominciato a regnare nel primo anno del suo Regno, la sua disavventura portava di avere da mover le armi contra il Vicario di Cristo. Fece adunque porre in consulta i seguenti Capi.
Se poteva il Re ordinare, che nessuno naturale dei suoi Regni andasse o stasse in Roma, ancorchè fossero Cardinali; che tutti i Prelati venissero a far residenza nelle loro Chiese; e li Cherici, che tenevano beneficj, venissero a servire nelle proprie Chiese, e non volendo venire, si procedesse a privarli delle temporalità.
Se si poteva impedire, che durante la guerra che si faceva col Papa, nè per cambio, nè per altro modo, o direttamente, o indirettamente andasse denaro in Roma per ispedizioni o altro.
Se era bene e conveniva fare in Ispagna, o in altro Stato di S. M. un Concilio Nazionale per la riforma e rimedio delle cose Ecclesiastiche, e qual forma e modo si dovesse tenere per convocarlo.
Se presupposto lo stato, nel qual restò il Concilio di Trento, e quel che nell'ultima sessione di quello si dispone, si potria dimandare la continuazione del detto Concilio, e l'emendazione nel capo e nelle membra, e proseguire il di più, a che fu convocato; e se essendo impedito dal Papa, si potria resistere a quello, ed inviare, non ostante il suo dissenso, li Prelati de' suoi Stati a tenerlo; e quali diligenze s'avrebbero da fare per detta continuazione, ancorchè li Prelati d'altri Regni mancassero.
Non essendo stato Paolo IV canonicamente eletto Papa, ma intruso di fatto in quella Sede, se della sua elezione poteva dirsi di nullità, e qual modo e diligenza potria usare S. M. in tal caso.
Se stante tanti travagli, spese ed inconvenienti, che a' sudditi e naturali de' suoi Regni di Spagna, ed al pubblico di quella sieguono in andare alla Corte di Roma per liti e negozj, si potesse dimandare, che il Papa nominasse un Legato in detti Regni, che spedisse in quelli i negozj gratis, e che si ponesse una Ruota in Ispagna per determinar le liti, senza che fosse necessario mandar in Roma, e non essendo questo concesso, che potria fare.
Essendosi veduti i tanti abusi, che si praticano in Roma nella provvisione de' beneficj, prebende e dignità, ed essendo a tutti notorio, che poteva il Re dimandare di lasciarsi la provvisione di quelli agli Ordinarj, e reprimere gli altri abusi; qual rimedio potrebbe ora praticarsi per togliere tanti disordini ed eccessi, che a questa materia della provvisione de' beneficj sono annessi e dependenti.
Se gli Spogli, e frutti che il Papa si piglia ne' suoi Regni, particolarmente delle Chiese vacanti, sia giusto, che se gli pigli: e se il Re debba permetterlo, e che debba far in questo; poichè negli altri Regni s'intende, che se n'astenga, ed in quelli di S. M. s'è ciò introdotto fra pochi anni.
Se si potria giustamente domandare e pretendere, che il Nunzio Appostolico, che è ne' suoi Regni, spedisse gratis i negozj e non in altro modo; e che si potria e dovria fare in questo.
Furono al Re Filippo sopra ciascheduno de' capi suddetti da un eccellente Teologo di Spagna date le congrue ed affirmative risposte[131]; onde reso per ciò più animoso, scrisse al Duca d'Alba, che proseguisse egli con vigore l'impresa, ed usasse tutti gli espedienti economici per ridurre il Papa a dovere, perch'egli dall'altra parte non avrebbe mancato (se non s'emendava) ne' suoi Regni di Spagna di far valere le sue pretensioni in que' capi dedotte.
Il Duca pertanto avendo ne' restanti mesi dell'anno 1556 fatti gran progressi nello Stato Ecclesiastico, e posta tanta confusione e terrore in Roma istessa, che infinite famiglie fuggivano dalla città, credeva di aver ridotto per questa via il Pontefice a quietarsi, e non maggiormente inasprir la guerra; ma egli niente mutando il suo proponimento, anzi per la felicità dell'armi del Duca vie più infiammandosi alla vendetta, diede ordine al Marchese di Montebello d'assaltare le frontiere del Regno dalla banda del Tronto, sperando di fomentar negli Apruzzi qualche rivoluzione, per portare la guerra nel Reame, e toglierla dal suo Stato. Ma fattoglisi incontro D. Ferrante Loffredo Marchese di Trivico, che governava quella Provincia, a cui il Vicerè avea mandata nuova gente per soccorso, non solamente il costrinse a rinchiudersi in Ascoli, ma gli prese e saccheggiò Maltignano.
Il Papa sollecitava il Re di Francia, che mandasse la gente promessa, e gridava contra il Duca d'Alba, maledicendo ed anatematizzando; il Duca all'incontro, mentre il Papa gridava, vie più mordeva; poichè portatosi verso Grottaferrata e Frascati, ebbe in una imboscata a man salva il Conte Baldassarre Rangone con centocinquanta de' suoi; poscia si fermò sotto Albano, donde mandò Ascanio della Cornia ad occupare Porcigliano ed Ardea[132]. Quindi passò verso il mare, e con poca fatica s'impadronì di Nettuno: di là andò ad Ostia, ed essendosi resa, si pose ad abbatter la Rocca, la quale dopo qualche contrasto ricevè presidio dal Vicerè; e già la sua cavalleria scorreva senza contrasto sino alle vicinanze di Roma.
Il Cardinal Caraffa, ch'era ritornato di Francia, vedendo le cose in questo stato, per mezzo del Cardinal di S. Giacomo, zio del Duca Vicerè, fece proporre un abboccamento, affine di conchiudere qualche trattato di pace: s'abboccarono in effetto il Duca ed il Cardinal Caraffa nell'Isola di Fiumicino; ma niente si conchiuse, se non che una triegua di quaranta giorni, più per potere l'uno ingannar l'altro, che dovesse conchiudersi pace alcuna[133]. Ciascuno in questa triegua gli parve trovare il suo conto: il Cardinale voleva guadagnar tempo, perchè avea avuta notizia, che il Re di Francia avea già spedito il Duca di Guisa con dodicimila fanti, quattrocento uomini d'arme e settecento cavalli leggieri, con un gran numero di Cavalieri in ajuto di suo zio, ed aspettava ii suo arrivo, trattenuto dalla rigidezza della stagione in Piemonte. Il Vicerè dall'altra parte accertatosi della venuta de' Franzesi, desiderava, che cessassero l'ostilità, non solo per far provvisione di viveri da mantenerne l'esercito, giacchè per i venti contrarj non potevano le Galee condurli; ma anche per potere ritornare a Napoli, e quivi fare que' preparamenti, che bisognavano per opporsi al Duca di Guisa.
Lasciate pertanto le sue genti a Tivoli sotto il comando del Conte di Popoli, che creò suo Luogotenente, tornò il Duca in Napoli per far i dovuti preparamenti ad una spedizione cotanto importante: fece in prima ragunare il general Parlamento de' Baroni e delle Terre demaniali, ove avendo esposto i bisogni che occorrevano, ottenne un donativo d'un milione di scudi a beneficio del Re, e d'altri venticinquemila per se medesimo. Con questo mezzo formò egli la pianta d'un esercito proporzionato al bisogno, dando gli ordini necessarj per l'unione delle milizie, che doveano arrivare a trentamila fanti Italiani, dodicimila Tedeschi e duemila Spagnuoli, oltre alla cavalleria del Regno, che accrebbe sino al numero di 1500[134]. Fece in oltre tutte le provvisioni che bisognavano, così per lo sostentamento d'un esercito così grande, come per la difesa delle piazze più importanti, e particolarmente degli Apruzzi, che stavano raccomandate alla fedeltà e vigilanza del Marchese di Trivico.
Ma quello in che mostrò maggiormente la sua prevedenza, fu di provvedere, che il Papa dall'istesso Regno non ricavasse profitto, ed all'incontro, che il Re, de' beni degli Ecclesiastici, potesse, se la necessità lo portasse, valersi per difesa del Regno, contra un ingiusto invasore. Per ciò egli avendo a' 15 del mese di gennaio del nuovo anno 1557 ragunato appresso di se il Consiglio Collaterale, spedì in suo nome e del Collaterale una lettera Regia diretta al Tribunale della Regia Camera, dicendogli, che conveniva al servigio di Sua Maestà, che si sequestrassero li frutti ed entrate d'alcuni Arcivescovadi, Vescovadi, Badie ed altri beneficj del Regno, e d'alcuni Prelati, e che si dovessero esigere in nome della Regia Camera; per ciò gli comandava, che spedisse ordini al Tesoriero generale, ed a tutti i Percettori delle Province del Regno, che esigessero dette entrate e le tenessero sequestrate in nome d'essa Regia Camera, e gli mandasse nota di detti Arcivescovadi, Vescovadi, Badie e Beneficj, che s'aveano da sequestrare, e delli Prelati e persone Ecclesiastiche, da cui si possedevano. E poichè il Papa con nuova disciplina Ecclesiastica, vacando l'Arcivescovado di Napoli per la sua assunzione al Pontificato, non volle dargli successore, ma diceva; che quella Chiesa voleva esso governarla ancora da Arcivescovo, ancorchè fosse Papa, ed avendovi mandato un suo Vicario, si pigliava tutte l'entrate della Chiesa suddetta, per ciò furono anche sequestrate l'entrate dell'Arcivescovado di Napoli.
Parimente in nome suo e del Collaterale, a' 21 gennaio del medesimo anno, mandò un'altra lettera Regia a tutti i Governadori delle province del Regno, dicendo loro aver inteso, che il Papa avea imposto in questo Regno due decime, e che quelle si proccuravano esigere senza il suo beneplacito e Regio Exequatur; per ciò lor comandava, che dovessero ordinare alli Capitani ed Ufficiali delle loro province, che dovessero dar ordine a tutte le Chiese, Monasterj, Arcivescovi, Vescovi ed altre persone Ecclesiastiche beneficiate, sotto pena delle temporalità, che non dovessero pagare dette Decime agli Esattori di quelle: nè per altra via girare e far pagare in Roma quantità alcuna di denari, sotto qualsivoglia colore, nè per qualsisia causa, senza espressa licenza del Vicerè.
Scrisse ancora in detto nome, a' 22 febbraio del medesimo anno, a Cristoforo Grimaldo Commessario di Terra di Lavoro, che compliva al servizio di Sua Maestà per beneficio e conservazione di questo Regno di sapere tutto l'oro ed argento, ch'era nel Regno delle Chiese di qualsisia Dignità, Badie e Monasterj: per ciò gli ordinava, che dovesse far nota ed inventario per mano di pubblico Notaro di tutto l'oro ed argento, ch'era nelle Chiese, Monasteri e Badie, notando pezzo per pezzo, la qualità ed il prezzo; ed inventariati che saranno, gli debba lasciare in potere delli medesimi Prelati e Detentori, con cautela di non farne esito alcuno, ma di tenerli e conservarli all'ordine d'esso Vicerè, ed esibirli sempre, che comanderà per servizio del Re, e per la difensione e conservazione del Regno, usando in questo la debita diligenza a trovar tutto l'oro ed argento, affinchè non siano occupati, e che glie ne dia subito avviso dell'eseguito.
E stringendo tuttavia il bisogno della guerra, e gli apparati de' nemici vie più sentendosi maggiori, stante l'invito fatto anche al Turco, perchè colla sua armata travagliasse il Regno, fu d'uopo al Vicerè in suo nome, e del Collaterale scrivere, al primo marzo di quest'istesso anno, a tutti i Governadori delle province del Regno, dicendo loro, che per gli andamenti e grandi apparati di guerra, che ha fatti e faceva il Papa con leghe d'altri Principi, con aver anco invocata l'armata Turchesca contra Sua Maestà per assaltare questo Regno, bisognava per difesa e conservazione di quello provvedere di genti a cavallo ed a piedi, per rinforzare e mantenere l'esercito, ed andare a ritrovare i nemici fuori del Regno, ed anco provvedere le Terre di marina per difensione contra detta armata del Turco; il che tutto risultando a maggior servigio del Re, alla conservazione e beneficio universale del Regno, per le spese grandi, che sono necessarie per detto effetto, bisognava aver danari assai; e poichè li Baroni e Popoli di questo Regno si trovavano oppressi per li gran pagamenti che faceano e dell'ultimo donativo, che il Regno avea fatto a sua Maestà di due Milioni di ducati, del quale anticiparono il terzo di Pasqua, avea pensato, che gli Arcivescovi, Vescovi ed altri Prelati, Monasterj ed Abati del Regno dovessero prestare alla Regia Corte delli frutti ed entrate loro del terzo di Pasqua, delle tre parti due, conforme alle note che lor si mandavano, del quale impronto potevano soddisfarsi sopra il terzo di Natale primo venturo del detto donativo, ed in caso, che detti Prelati, Monasterj ed Abati, ricercati da essi in nome del Vicerè graziosamente, non volessero fare detto prestito, detti Governadori di province subito l'abbiano da esigere da dette loro entrate e frutti, per la rata, conforme alle dette note.
Pochi giorni da poi, premendo assai più la necessità della guerra, spedì Commessione in suo nome e del Collaterale a' 4 del detto mese di marzo, a diversi Commessarj, che andassero con ogni prestezza e diligenza ad eseguire quanto era stato per prima commesso alli Governadori delle province, a costringere li detentori dell'oro, ed argento delle Chiese e Monasterj del Regno, e pigliarseli per inventario a peso, acciò si potessero mandare in Napoli, per conservarli nell'Arcivescovado di quella città, in nome delli Padroni d'essi, ad ordine del detto Vicerè; ed anco a costringere li debitori degli Arcivescovadi, Vescovadi, Badie e Beneficiati a pagare li due terzi della terza parte delle loro entrate, per prestito alla Regia Camera.
E poichè questa commessione, essendo generale, veniva eseguita anche per li Calici e Patene; per ciò a' 9 del detto mese spedì lettera a' Governadori delle province, che debbiano eseguire il suo ordine degli ori, ed argenti, riserbandone li Calici e Patene, e quelli che avranno pigliati e fatti consignare alli Percettori, li facciano restituire. Siccome riuscendo questo trasporto d'oro ed argento in Napoli molto strepitoso, a' 18 marzo ordinò a tutte le Regie Audienze, che dall'ora innanzi non pigliassero più oro ed argento dalle Chiese, ma che solo lo tenessero sequestrato, e restituissero il preso in potere delle persone Ecclesiastiche delle medesime, con ordinar loro che quello tengano in sequestro, insino ad altro suo ordine.
Parimente ordinò, che per le occorrenze della guerra presente, si pigliasse tutto il metallo delle Campane delle Chiese e Monasterj di Benevento per fonderlo e tutti i pezzi d'artiglieria di bronzo, e falconetti, ch'erano in detta città, come dal Convento de' Frati di S. Lorenzo di Benevento, si pigliasse tutto il metallo delle Campane e si liquidasse il prezzo di tutto per poi pagarlo finita la guerra.
Dopo aver dati questi provvedimenti per una tanta espedizione, a' 11 aprile di quest'anno 1557 partì il Duca da Napoli per la volta d'Apruzzo per opporsi a' Franzesi[135], lasciando per Luogotenente Generale D. Federigo di Toledo suo figliuolo, il quale fino al ritorno, che fece nel mese di settembre del detto anno, dopo la pace conchiusa col Papa, governò Napoli ed il Regno.
Dall'altra parte il Cardinal Caraffa partì da Roma per Lombardia, per abboccarsi in Reggio co' Duchi di Ferrara e e di Guisa e consultare del modo e del luogo, dove dovea portarsi la guerra. Furono i pareri varj, chi consultava l'espugnazion di Milano, chi la liberazione di Siena, e chi l'impresa del Regno; ma protestandosi il Cardinale, che qualunque risoluzione si pigliasse differente dall'invasione del Regno di Napoli, non sarebbe approvata dal Papa suo zio; il Duca di Guisa, che avea commessione dal suo Re di far la volontà del Pontefice, provveduto dal Duca di Ferrara suo suocero d'alcuni pezzi d'artiglieria, spinse il suo esercito nella Romagna, e passando per lo Stato d'Urbino, si portò per la Marca nelle vicinanze del Tronto.
Intanto, essendo spirata la tregua tra 'l Pontefice ed il Vicerè, si cominciarono le ostilità, e si vide in breve ardere la guerra, non meno nell'Apruzzo, che nella Campagna di Roma. Il Duca di Palliano con Pietro Strozzi uscito con seimila fanti tra Italiani e Guasconi, seicento cavalli leggieri e sei pezzi d'artiglieria, e portatosi sotto Ostia, ricuperò la Rocca col bastione innalzatovi dal Vicerè. Ricuperò Marino, Frascati e l'altre circostanti Terre. Nettuno fu abbandonato da' Spagnuoli, e se gli Ecclesiastici nel calor della vittoria si fossero più avanzati, avrebbero anche ripreso Frosolone ed Anagni. Giulio Orsini era parimente tutto inteso a discacciar gli Spagnuoli dallo Stato di Palliano; ma occorsivi Marcantonio Colonna, secondato da' Terrazzani ben affezionati de' Colonnesi il costrinse a lasciar in abbandono l'impresa.
Ma dalla banda del Tronto meditava il Duca di Guisa d'assediar Civitella, e trattenevasi in Ascoli per aspettare l'artiglieria, che dovea venire da lontano; della qual tardanza si doleva molto col Marchese di Montebello; e per non parere di starsene ozioso, fece entrare nel Regno millecinquecento pedoni, ed una compagnia di cavalli, comandati dal mentovato Marchese e da Giovan-Antonio Toraldo, che saccheggiarono Campoli, occuparono Teramo, e danneggiarono la campagna sino a Giulia Nova. Giunto poscia il cannone, assediò Civitella, dove alla fama dell'avvicinamento de' nemici, era entrato prima Carlo Loffredo figliuolo del Marchese di Trivico, poscia 'l Conte di Santa Fiore speditovi dal Vicerè; fu dal Duca di Guisa incessantemente la Piazza battuta: ma con non disugual valore dagli assediati fortemente difesa: e mancando a' Franzesi il bisognevole per replicar gli assalti, il Duca lamentandosi col Marchese di Montebello del Cardinal suo fratello, ch'avea posto al ballo il suo Re, e poi mancava alle promesse; avendogli questi superbamente risposto, vennero fra di loro a tali parole, che il Marchese partì dal campo, senza nè meno licenziarsi[136]. Accorse tosto per riparar a questi disordini il Duca di Palliano con Pietro Strozzi con soldatesca, colla quale pareva, che si fosse in qualche parte adempito all'obbligazione del Papa; ma essendo il soccorso assai picciolo, e tuttavia mancando molte cose, ch'erano necessarie per ridure l'impresa ad effetto, i Franzesi impazienti cominciarono a maledire non solamente coloro, che aveano consigliato il loro Re a collegarsi con Preti, i quali non s'intendevano punto del mestier della guerra, ma anche a parlar malamente del Cardinal Caraffa, ch'era andato ad empire di vane speranze l'animo del Re, ajutando, come suol dirsi, i cani alla salita[137].
Intanto il Duca d'Alba se ne veniva per soccorrere Civitella con ventimila fanti e duemila cavalli, con apparecchio sufficiente di munizioni e d'artiglierie, ed entrato a Giulia Nova s'attendò dodici miglia lontano dalla Piazza: alla fama della venuta di questo Capitano con sì poderoso esercito, Pietro Struzzi non perdè tempo di consigliare al Duca di Guisa, che sciogliesse l'assedio: onde dopo il travaglio di 22 giorni, verso la metà di maggio fu quello sciolto, ritirandosi il Duca ad Ascoli, seguitato dal Vicerè, il quale entrato nelle terre del Papa, occupò Angarano e Filignano.
Mentre queste cose accadevano in Apruzzo, Marcantonio Colonna con non minore felicità s'avanzava in Campagna di Roma; poichè avendogli il provido Vicerè mandati in soccorso tremila Tedeschi, de' seimila venuti coll'armata del Doria, prese la Torre vicino Palliano, Valmontone e Palestrina, e pose in fine l'assedio alla Fortezza di Palliano. Le genti Papali tentavano di soccorrerla, ed uscirono a quest'effetto da Roma il Marchese di Montebello e Giulio Orsini con quattromila fanti Italiani, duemila e due cento Svizzeri, ch'erano stati assoldati dal Vescovo di Terracina, alcune compagnie di cavalli e molti carri di vettovaglie per provvedere la Piazza; ma sopraggiunto al Colonna un nuovo soccorso di Tedeschi Spagnuoli, ed uomini d'arme, che dopo la liberazione di Civitella gli erano stati mandati dal Vicerè, si fece incontro al nemico; da picciole scaramucce si venne in fine al fatto d'arme, nel quale rimasero le genti del Papa rotte e dissipate, e Giulio Orsino ferito, fu fatto prigione[138]. Marcantonio sapendosi ben servire della vittoria, procedè innanzi; espugnò Rocca di Massimo, ed occupò Segna, senza tralasciare l'assedio di Palliano[139].
Il Papa allora sbigottito da questo successo, vedendo l'inimico avvicinarsi troppo, chiamò il Duca di Guisa alla difesa di Roma; ma il Duca d'Alba, lasciate ben munite le frontiere del Regno, e qualche numero di soldatesche al Marchese di Trivico, per guardar que' confini, passò anch'egli nella Campagna di Roma. Alloggiò tutto l'esercito sotto le mura di Valmontone, donde se ne passò alla Colonna, e volendo porre Roma in timore, spinse la notte precedente al giorno de' 26 agosto, sotto il comando d'Ascanio della Cornia, trecento scelti archibugieri, con una scorta di soldati a cavallo, e con buona provvisione di scale, affinchè assaltassero le mura di Roma vicino Porta Maggiore, e proccurassero d'impadronirsi di quella Porta, nel tempo istesso, ch'egli con tutto l'esercito sarebbe sopraggiunto per favorire l'impresa. Ma svanì il disegno, per aver ritardata la spedizione una lenta pioggia, che impedì i fanti quella notte di potersi avvicinare alle mura di Roma; onde sopraggiunto il giorno, furono costretti a ritirarsi subito, per non esporsi, faticati dal notturno viaggio, a combattere con le milizie franzesi, alloggiate nelle circostanti Terre.
Quando in Roma videro i perigli esser così vicini, cominciaron tutti ad esclamare contro al Papa, ed a far sì, che si trattasse d'accordo, e si proccurò la mediazione de' Principi vicini a trattarlo; furono per ciò impegnati il Duca di Fiorenza e la Repubblica di Venezia, i quali portarono i loro ufficj al Re Filippo II per indurlo alla pace. Il Re Filippo allora, che per la vittoria ottenuta contro a' Franzesi nella giornata di San Quintino, stava ben pago e soddisfatto d'aver contra i medesimi presa vendetta, come Principe pio, e che mal volentieri sofferiva questa guerra, rispose alla Repubblica Veneta, dandole parte della vittoria di S. Quintino, ed insieme dichiarando, che non fu mai sua voglia di continuar guerra contro alla Chiesa e che molto volontieri accettava la sua mediazione, acciò che s'interponesse per la pace tra 'l Pontefice e 'l Vicerè, soggiungendole, che quante volte fosse insorta nel conchiuderla qualche controversia, avesse ella preso l'assunto di superarla; giacchè si rimetteva a quanto avesse ella determinato. Scrisse parimente al Vicerè con questi medesimi sentimenti, imponendogli di soddisfare al Pontefice in tutto quello, che avesse desiderato, purchè non ne sentissero pregiudicio i suoi interessi, nè quelli de' suoi servidori ed amici. All'incontro il Papa, vedendo l'esito della guerra poco felice, e che il Re di Francia, per quella gran rotta ricevuta presso S. Quintino, richiamava il Duca di Guisa d'Italia con le genti che aveva, dandogli libertà di pigliar quel consiglio, che gli paresse per se più utile[140]; vedendo svanita l'invasione del Regno, e ridotte di nuovo l'arme sopra le Terre dello Stato Ecclesiastico, non si mostrò punto alieno come prima, d'acconsentire alla pace; voleva però, che si fosse conchiusa con riputazione della Sede Appostolica, e che in tutti i modi il Duca d'Alba dovesse andar personalmente a Roma a dimandargli perdono, e ricever l'assoluzione, dicendo che più tosto voleva veder tutto il Mondo in rovina, che partirsi un filo da questo debito; che non si trattava dell'onor suo, ma di Cristo, al quale egli non poteva nè far pregiudicio, nè rinunziarlo.
Il Cardinal di Santa Croce, veduta l'inclinazion del Papa, spedì tosto Costanzo Tassoni al Duca di Fiorenza, ed al Vicerè Alessandro Placidi, affinchè il trattato si cominciasse, e mandò parimente al Vicerè le proposizioni fatte dal Papa, le quali si riducevano, oltre a venir il Duca a dimandargli perdono, a dimandare la restituzione dell'occupato; promettendo egli all'incontro di licenziare i Franzesi, e perdonare l'ingiurie ricevute.
Il Duca d'Alba, che non avea ancora esperienza della gran differenza, ch'è tra 'l guerreggiar con gli altri Principi e con gli Papi, co' quali finalmente niente si guadagna, anzi si perdono le spese, sentendo queste proposizioni, s'alterò non poco, rispondendo, essere tanto stravaganti, che peggiori non si sarebbero potute fare da un vincitore al vinto. Ma la Repubblica di Venezia, che con molto vigore avea intrapresa la mediazione, per persuadere il Duca alla pace, spedì al medesimo a quest'effetto un suo Segretario; dall'altra parte si mossero da Roma Cardinali Santa Fiore, e Vitellozzo Vitelli per trattarla col Vicerè[141]. Vi si portò ancora il Cardinal Caraffa, il qual fu ricevuto dal Duca con grand'onore nella Terra di Cavi, dove dibattutosi l'affare per alquanti giorni, finalmente a' 14 settembre fu la pace conchiusa, con queste condizioni.
Che il Vicerè in nome del Re Cattolico andasse in Roma a baciare il piede a sua Santità, praticando tutte le sommessioni necessarie per ammenda dei disgusti passati; e che il Papa all'incontro dovesse riceverlo con viscere di clementissimo padre.
Che il Pontefice dovesse rinunziare alla lega fatta col Re di Francia, con rimandarne i Franzesi, e dovesse in avvenire far le parti di padre e di comun pastore.
Che si restituissero Anagni e Frosolone e tutte le Terre occupate della Chiesa, e vicendevolmente tutte l'artiglierie che dall'una parte e dall'altra fossero state prese nel corso di questa guerra.
Che si rimettessero da amendue le parti tutte le pene e contumacie incorse da qualsivoglia persona o Comunità, eccettuandone Marcantonio Colonna, Ascanio della Cornia ed il Conte di Bagno, i quali dovessero rimanere nella lor contumacia a libera disposizione del Pontefice[142].
E per ultimo, che Palliano si consegnasse a Giamberardino Carbone nobile Napoletano confidente delle due Parti, il quale dovesse guardarlo con 800 fanti da pagarsi a spese comuni, e dovesse giurare di tenerlo in deposito insino a tanto, che dal Papa e dal Re Cattolico unitamente ne fosse stato disposto[143].
Furono ricevute in Roma queste capitolazioni con universale allegrezza; onde partiti i Franzesi, si portarono in quella città il Duca d'Alba con suo figliuolo, li quali furono dal Papa ricevuti con tenerezza, ed assoluti dalle censure, nelle quali credeva per i preceduti successi essere incorsi, siccome ad intercessione del Duca liberò tutti gli amici e dependenti del Re, ed alla Duchessa d'Alba mandò sino a Napoli la Rosa d'oro, regalo solito in que' tempi di presentarsi a' Principi grandi, la quale con gran pompa e stima fu da quella religiosissima Dama ricevuta nel Duomo di Napoli.
Il Duca accompagnato dal Cardinal Caraffa, e dal Duca di Palliano partì di Roma, il quale di tutto datane contezza al Re Filippo, questi con soddisfazione accettò la pace, rimunerò largamente tutti coloro, che s'erano in questa guerra distinti. Al Conte di Popoli fu dato il titolo di Duca con provvisione di tremila ducati, e facoltà di poter disporre dello Stato, che sarebbe decaduto al Fisco per mancanza di successori[144]. Ad Ascanio della Cornia una provvisione d'annui ducati seimila, sin tanto che ricuperasse i suoi beni, statigli occupati dal Papa, oltre mille altri scudi dati alla madre, e molte entrate ecclesiastiche concedute al Cardinal di Perugia suo fratello. Gli abitanti di Civitella ottennero molte prerogative in ricompensa della costanza mostrata. E fu offerta al Duca di Palliano la Signoria di Rossano in Calabria, acciò rinunziasse lo Stato a Marcantonio Colonna, al che non avendo voluto acconsentire il Papa, il Duca restò privo dell'uno e dell'altro; perchè nella Sede vacante Marcantonio ricuperò lo Stato.
Il Duca d'Alba ritirato in Napoli fu ricevuto dai Napoletani con tanto applauso e gioja, che era meritamente riputato il loro liberatore. Ma mentre s'apparecchiava a discacciare i Franzesi dal Piemonte, per più gravi e premurosi bisogni della Monarchia gli fu dal Re Filippo comandato, che si portasse nella sua Corte, per dove partì nella Primavera del nuovo anno 1558, lasciando di se un grandissimo desiderio; poichè era stata poco tempo goduta la sua presenza, chiamata altrove dalle cure di Marte: pure in que' pochi anni ci lasciò quattro Prammatiche, ed al governo del Regno lasciò suo Luogotenente l'istesso D. Federico suo figliuolo; ma la sua reggenza fu molto breve, poichè il Re Filippo, quando chiamò in Ispagna il Duca, avea comandato a D. Giovanni Manriquez di Lara, che si trovava suo Ambasciadore in Roma, che passasse al governo di Napoli, per insino che si fosse previsto di nuovo Vicerè, il quale non vi durò che cinque mesi; poichè vi fu mandato da poi il Cardinal della Cueva per Luogotenente, che parimente poco più che D. Giovanni vi stette, poichè richiamato in Roma per l'elezione del nuovo Pontefice, stante la morte seguita di Paolo IV, fu finalmente dal Re Filippo, savio discernitore dell'abilità e merito de' soggetti, mandato per Vicerè D. Parafan di Ribera Duca d'Alcalà, quel gran savio Ministro fra quanti ve ne furono, del di cui lungo e prudente governo più innanzi ragioneremo.
Ecco il fine della guerra cotanto ingiustamente[145] mossa da Papa Paolo IV e come mal finisse con tanto danno del Regno, ed immenso sborso di denari per sostenerla; ecco il vantaggio, che hanno i Papi, quando guerreggiano, che oltre la restituzion dell'occupato loro, non si parla dell'ammenda di tanti danni e mali irreparabili, che si cagionano a' Popoli, alla quale dovrebbero almeno esser obbligati. Allora il Regno di Napoli non solo per mantener questa guerra sborsò due milioni, ma per supplire a' bisogni di quella, e pagare i debiti contratti, in tempo che governò D. Federico di Toledo, lasciato dal padre per suo Luogotenente, furon fatti dalla città due altri donativi, l'uno di ducati quattrocentomila, l'altro di ducati centomila. In oltre dovendosi restituire il prezzo del metallo della campana presa di Benevento, bisognò che la Regia Camera facesse far la liquidazione di quello, e pagasse il prezzo, siccome furono restituiti i pezzi dell'artiglierie, e falconetti presi[146].
Ma tutto ciò è nulla a' danni gravissimi, che si sentirono da poi per l'occasion di questa guerra, la quale sebbene fosse terminata per questa pace, rimase l'impressione perciò fatta col Turco, il quale invitato, come si disse, dal Re di Francia collegato col Papa, ad assalire per mare il Regno, sebbene tardasse la sua armata a venire al tempo opportuno, ch'essi desideravano, tanto che bisognò conchiuder la pace, non per ciò il Turco avendo preparato il tutto, ancorchè alquanto s'astenesse d'inquietarlo; poichè appena partito il Duca d'Alba per la Corte, pervenuto a governar il Regno D. Giovan Manriquez questo infelice Ministro, non erano passati ancora otto giorni dopo la sua venuta, seguita a' 5 giugno di quest'istesso anno 1558, che vide ne' nostri mari comparir l'armata Ottomana numerosa di centoventi Galee sotto il comando del Bassà Mustafà, la quale dopo aver saccheggiata la città di Reggio in Calabria, entrata fin dentro il Golfo di Napoli, posta di notte la gente a terra diede un sacco lagrimevole alle città di Massa e di Sorrento; facendo di quest'ultima un miserabilissimo scempio per esser stati posti in ischiavitù quasi tutti i lor Cittadini, che portati in Levante, bisognò poi riscattarli a grave prezzo; onde quel misero avanzo de' loro congiunti, che rimasero venduti i loro campi e le loro tenute a vilissimo prezzo, fu costretto andare insino a Casa il Turco per riaverli[147]: disavventura, della quale insino al dì d'oggi mostra Sorrento le cicatrici, mirandosi per ciò tuttavia povera e di facoltà e d'abitatori.
Ma non passò guari, che la mano vendicatrice del Signore non si facesse sentire sopra la persona del Pontefice, e de' suoi nipoti e congiunti, autori di tanti mali: poichè il Pontefice, prima di morire, ebbe a soffrire molte angoscie per le tante scelleraggini scoverte de' suoi nipoti, e fu quasi per morir di doglia, quando costretto a sbandirli di Roma, intese le tante laidezze in casa del Duca suo nipote, che furono cagione di morti crudeli e violente, e di lagrimevoli tragedie. Ed appena morto a' 18 agosto del 1559, anzi spirante ancora, per l'odio concepito dal popolo e plebe Romana contra lui e tutta la Casa sua, nacquero così gran tumulti in Roma, che i Cardinali ebbero molto più a pensare a quelli, come prossimi ed urgenti, che a' comuni a tutta la Cristianità. Andò la città in sedizione: fu troncata la testa alla Statua del Papa e strascinata per la città: furono rotte le prigioni pubbliche: fu posto fuoco nel luogo dell'Inquisizione, e abbruciati tutti i processi e scritture, che ivi si guardavano; e poco mancò, che il Convento della Minerva, dove i Frati soprastanti a quell'Ufficio abitavano, non fosse dal popolo abbruciato. Assunto poi al Pontificato Pio IV, furono imprigionati i Caraffeschi, e fabbricatosi contro ad essi più processi, per le loro scelleratezze furon sentenziati a morte. Il Cardinal Carlo fu fatto strangolare, il Duca di Palliano fu decapitato, e degli altri loro congiunti ed aderenti, furon praticati castighi sì severi, che gli ridussero in istato cotanto lagrimevole, quanto la lor Istoria racconta.
CAPITOLO II. Trattato con Cosmo Duca di Firenze, col quale furono ritenuti dal Re i Presidj di Toscana, ed investito il Duca dello Stato di Siena cedutogli dal Re Filippo. Ducato di Bari, e Principato di Rossano acquistati pienamente al Re, per la morte della Regina Bona di Polonia. Morte della Regina Maria d'Inghilterra, e terze nozze del Re Filippo, che ferma la sua Sede stabilmente in Ispagna.
In questi medesimi tempi il nostro Re Filippo in quell'Isole adjacenti allo Stato di Siena, per cui era in continue guerre co' Franzesi, stabilì maggiormente il suo dominio, munendole di forti e fissi presidj, onde Presidj di Toscana furon detti, siccome ora ancora ne ritengono il nome; onde fu poi da' Politici[148] ponderato, che gli Spagnuoli collo Stato di Milano, con questi Presidj e col Regno di Napoli, come di tanti anelli, aveano fatta una catena per cingere Italia, e tenerla a lor divozione. Carlo V, come si è veduto, aveasi a se attribuito, come devoluto all'imperio[149] lo Stato di Siena, e vi mandava in quella città suoi Governadori spagnuoli a reggerlo; e mentre il Vicerè Toledo presiedeva al Regno, i Sanesi, mal soddisfatti dell'aspro governo del Mendozza, tumultuarono; tanto che accesasi guerra, bisognò, che il Toledo andasse di persona ad estinguer quell'incendio: spedizione per lui pur troppo infelice, poichè, come si è narrato nel precedente libro, vi perdè la vita. L'Imperador Carlo cedè poi Siena al suo figliuolo Filippo, che per suoi Governadori la reggeva. Quindi avvenne, che molti istituti e costumi, i nostri Napoletani gli apprendessero da Siena, città allora assai culta. A similitudine delle Accademie di Siena s'introdusser in Napoli l'Accademie per esercitar gl'ingegni nelle belle lettere. Da Siena ci vennero i Teatri e le Comedie, allora nuove e strane in queste nostre parti, e fin da Siena si proccuravano non pur le rappresentazioni, e le favole, ma i recitanti istessi, per far cosa plausibile e degna di ammirazione.
Ma lo Stato di Siena posseduto dagli Spagnuoli fu sempre occasione a' Franzesi, ingelositi di tanta lor potenza in Italia, di fiere ed ostinate guerre. Cosmo Duca di Fiorenza, il quale ora aderiva alle parti di Cesare, ora, per far contrappeso alla sua potenza, teneva intelligenza co' Franzesi, non tralasciava intanto le occasioni per ingrandir il suo Stato: seppe in questi tempi colla sua industria, e grande astuzia ingelosire il Re Filippo, in maniera, mostrando darsi alla parte di Francia e del Pontefice, che l'indusse finalmente con quelli patti, che diremo, a cedergli Siena. Era egli creditore del Re in grossissime somme, parte improntate a Carlo V, suo padre, parte spese per la guerra in tempo, che fu ausiliario de' Spagnuoli: per le quali, ancorchè ne avesse avuto in pegno Piombino, n'era però, secondo le congiunture portavano, spesso dagli Spagnuoli spogliato: gridava egli perciò che almeno gli fosse restituito il denaro e rifatte le spese; ma dandosegli sempre parole dal Re Filippo, finalmente Cosimo vedendosi deluso, finse volersi unire col Pontefice e col Re di Francia, per indurre il Re appunto alla cessione di Siena[150]. Il Presidente Tuano descrive gli stratagemmi usati da Cosmo per ingannar non men Filippo, che il Papa e 'l Re di Francia in quest'affare, e come il tutto felicemente gli riuscisse; poichè Filippo, premendogli, che il Duca Cosmo non si collegasse coi suoi nemici in questi tempi, ne' quali avea di lui maggior bisogno, e poteva recargli maggior danno: ancorchè quasi tutti i suoi fossero di contrario parere, quasi forzato, s'indusse a cedergli Siena.
Mostrava intanto Filippo di venire a questa cessione unicamente per gratificare il Duca; ma nell'istesso tempo pensava (ritenendosi le Isole adjacenti) rendersi con nuovi presidj vie più forte in Italia, affinchè potesse resistere a qualunque forza d'esterior nemico, e cingere in questa maniera Italia: per ciò col permesso dell'Imperador suo padre, risolvè di concedere, ed investire il Duca dello Stato di Siena con alcuni patti e condizioni; laonde per mezzo di D. Giovanni Figueroa allora Castellano del Castel di Milano, che per questo effetto lo costituì suo Proccuratore, fu stipolato istromento col detto Duca, sotto li 3 luglio del 1557, col quale si concedeva a costui lo Stato con molte condizioni, fra le quali fu convenuto, che in detta concessione non s'intendessero compresi Port'Ercole, Orbitello, Talamone, Mont'Argentario, ed il Porto di S. Stefano. Da questo tempo a spese del Regno si mandarono in quest'Isole milizie spagnuole per ben presidiarle, e da Napoli vi si manda ancora un Auditore per amministrar giustizia a quegli abitanti, i quali però vivono secondo gli Statuti e costumi de' Sanesi loro vicini, e per ciò quel Ministro ritiene ancora il nome d'Auditore de' Presidj di Toscana.
Fu in questo trattato compreso anche Piombino, e fu fedelmente eseguito, siccome non meno il Chioccarelli[151], che il Tuano[152] ne rendono a noi testimonianza.
Fra quell'Isolette, ve ne è una chiamata l'Isola di Fanuti, per la quale in questi tempi fu lungamente disputato, se apparteneva al Re Filippo, ovvero fosse compresa nella concessione dello Stato di Siena fatta al Duca di Fiorenza. Furono per ciò per sostenere le ragioni del Re, fatte dalla Regia Camera due consulte, una sotto il primo di giugno del 1573, l'altra sotto li 26 agosto del medesimo anno, che si leggono nel tomo 18, de' M. S. Giurisd. di Bartolommeo Chioccarello.
Poichè la sovranità dello Stato di Siena dagl'Imperadori d'Alemagna si pretende appartenere ad essi, l'Imperador Rodolfo II per maggiormente stabilire ciò che il Re Filippo II, avea fatto, al primo di gennajo del 1604, spedì privilegio al Re Filippo III col quale confermandogli il Vicariato di Siena, Portercole, Orbitello, Talamone, Monte Argentario e Porto di S. Stefano con titolo di Duca e Principe dell'Imperio, confermò anche la concessione, ed infeudazione fatta di detto Stato di Siena dal Re Filippo II a Cosmo di Medici Duca di Fiorenza; ed ecco come i Presidj di Toscana s'unirono alla Corona de' Re di Spagna[153].
§. I. Ducato di Bari, Principato di Rossano acquistati pienamente al Re Filippo per la morte della Regina Bona di Polonia.
In questi medesimi tempi al Re Filippo ricadde il Ducato di Bari, e 'l Principato di Rossano, li quali, toltone la sovranità, lungamente erano stati sotto la dominazione, o de' Duchi di Milano, de' Re di Polonia.
Da poi che Ferdinando I d'Aragona spogliò il Principe di Taranto de' suoi Stati, fra' quali era il Ducato di Bari, per rimunerazione di quegli ajuti, che più volte gli avea somministrati Francesco Sforza Duca di Milano, e per contemplazione del matrimonio d'Eleonora sua figliuola, destinata per isposa a Sforza Maria Visconte terzogenito del detto Duca Francesco, investì nel 1465 il detto Duca Francesco della città di Bari e suo Ducato. Ma essendosene poi il Duca morto nel seguente anno 1466, con nuova licenza e concessione del Re Ferdinando, lasciò il Ducato di Bari, non a Galeazzo suo primogenito, che succedè nello Stato di Milano, il quale fu poi marito d'Isabella d Aragona figliuola d'Alfonso II, ma a Sforza Maria Visconte e suoi futuri figliuoli legittimi, acciò che quello, che per lo matrimonio contraendo dovea divenire genero del Re di Napoli, avesse con la sua prole da possedere nel di lui Regno il Ducato di Bari. Il nuovo Duca Sforza mandò tosto in Bari un suo Luogotenente con titolo di Viceduca per governare la città e 'l Ducato, ma essendosi disciolti gli appuntati sponsali con Eleonora d'Aragona per le molte e gravi infermità del Duca Sforza, tanto che Eleonora fu data poi per moglie al Duca Ercole di Ferrara, fu lasciato sì bene il Ducato al Duca mentre visse, ma morto poi nel 1479, essendo ricaduto al Re, fu quello insieme col Principato di Rossano in Calabria donato a' 14 agosto del medesimo anno a Lodovico Moro fratello del morto Duca e a figlj, che da legittimo matrimonio fossero da lui nati. Possedè Lodovico questi Stati; ma quando poi si seppe l'invito da lui fatto a Carlo VIII Re di Francia per la conquista del Regno di Napoli, Alfonso II oltre aver richiamato il suo Ambasciadore, che per lui risedeva in Milano, e mandato via quello di Lodovico che risedeva in Napoli, fece sequestrare tutte l'entrate degli Stati di Bari, e di Rossano, acciò non capitassero nelle mani d'un suo dichiarato nemico. Ritornato poi il Regno per la partita del Re Franzese, sotto il Re d'Aragona, e seguita la pace con Lodovico, costui dal nuovo Re Federico chiese una nuova conferma, ed una nuova investitura del Ducato di Bari e del Principato di Rossano, il quale cortesemente glie la spedì sotto la data de' 6 decembre dell'anno 1496. Nell'anno seguente fece Lodovico al Re nuova istanza, dimandando, che investisse di questi Stati di Bari e Rossano il secondogenito nomato Sforza, fanciulletto ancora di tre anni, a cui esso gli cedeva; ed avendo il Re a ciò acconsentito, creò nuovo Duca di Bari e Principe di Rossano il fanciullo a' 20 giugno del 1497 con condizione, che a nome di lui governasse questi Stati Lodovico suo padre, fin che il vero Duca giungesse ad età più matura.
Intanto essendo D. Isabella d'Aragona, figliuola di Alfonso II, rimasa vedova di Giovanni Galeazzo, al quale portò in dote centotrentamila scudi, ed avendo il nuovo Re di Francia Lodovico IX mossa nuova guerra in Italia con impegno di vendicarsi di Lodovico suo capital nemico, e spogliarlo del Ducato di Milano; questi intimorito, se ne fuggì in Germania e prima di partire assegnò alla mentovata D. Isabella per li ducati centotrentamila della sua dote, il Ducato di Bari ed il Principato di Rossano. D. Isabella prese di questi Stati il possesso, e lo ritenne fin che visse; poichè quando Federico fu costretto uscir del Regno, quello passato in potere de' Franzesi e de' Spagnuoli, e finalmente sotto Ferdinando il Cattolico, niuno le diede molestia, e la lasciarono godere di questi Stati senza un minimo turbamento. Venne ella nel 1501 a risedere in Bari, dove lasciò di se molte memorie, ampliando, e nobilitando quella città con magnifici edificj[154].
Avea ella di Galeazzo suo marito procreato un figliuol maschio chiamato Francesco, ed una bambina di nome Bona, ma essendo Francesco premorto in Francia giovinetto, rimase Bona unica erede, la quale veniva allevata da sua madre in Bari con grande agio e carezze: divenuta già grandetta, pensò darle marito; l'Imperador Carlo V, a richiesta d'Isabella, se ne prese cura e trattò il matrimonio con Sigismondo Re di Polonia, che allora si trovava vedovo e senza figliuoli maschi; fu quello conchiuso nel 1517, e mandò il nuovo sposo a prendersi Bona, la quale imbarcatasi a Manfredonia, a' 3 febbrajo del seguente anno 1518, fu ricevuta dal Re in Polonia con real pompa e grande celebrità. Ritiratasi da poi D. Isabella da Bari in Napoli, non passò guari, che infermatasi d'idropisia, rese lo spirito nel 1524, e fu seppellita nella Chiesa di S. Domenico, dove ancora oggi si vede il suo tumulo.
Per la costei morte nacque discordia intorno alla successione del Ducato di Bari, e del Principato di Rossano tra Bona sua figliuola ed erede, e Sforza figliuolo di Lodovico Moro. Costui, allegando l'investitura a se fatta dal Re Federico, pretese per se gli Stati, e diceva che Lodovico suo padre per non essere di quelli che un semplice Governadore, non poteva assegnargli a D. Isabella per le sue doti. L'Imperador Carlo V pretese ancora, che Lodovico non solamente non avea potuto dispor di quelli, come non suoi, ma anche perchè quando gli assignò a D. Isabella non richiese assenso da Federico Re di Napoli, a cui, ed a' suoi successori in caso di vacanza, doveano ricader quegli Stati. In fine dopo varie consulte e trattati fu stabilito, che il Castello di Bari s'aggiudicasse a Carlo V come a diretto padrone, e successor legittimo del Regno; e che la città di Bari col suo Ducato, e gli altri Stati in Calabria s'assignassero alla Regina Bona per tutto il tempo di sua vita, salve però le ragioni di Sforza, alle quali per questo accordo non si recasse pregiudizio veruno. Ciò stabilito l'Imperadore mandò subito Colamaria di Somma Cavaliere Napoletano per Castellano nel Castello di Bari; e la Regina, che accettò le condizioni, vi mandò per Viceduca Scipione di Somma per reggere la città e 'l Ducato.
In cotal guisa si stette sino all'anno 1530, quando Sforza, che con l'assenso dell'Imperador Carlo era già divenuto Duca di Milano, cedè al medesimo Carlo tutte le ragioni riservate, e pretensioni, ch'egli avesse potuto mai avere sopra gli Stati suddetti; onde l'Imperadore divenutone interamente Signore, fece nuova investitura de' medesimi alla Regina Bona, ristretta però mentr'ella vivea; e nel 1536, la investì anche del Castello di Bari con la medesima limitazione di tempo; onde da lei e dal Re Sigismondo suo marito furon da poi governati[155].
Rimasa poi vedova la Regina Bona per la morte accaduta del Re suo marito nell'anno 1548, ancorchè col medesimo avesse procreati quattro figliuoli, un maschio che fu successore nel Regno, chiamato Augusto, e tre femmine: nulladimeno non passarono molti anni, che la Regina col suo figliuolo venne a manifeste discordie. Al Re non piacevano i modi troppo licenziosi di sua madre: all'incontro ella per vivere più libera, prendendo occasione d'essersi Augusto con suo disgusto sposato con una sua vassalla, benchè molto gentile e bellissima, risolvette abbandonar il Regno, ed i figli e ritirarsi in Bari nel suo Stato. Augusto la lasciò andare, onde partita nel 1555 con fioritissima Corte, viaggiò per terra da Craccovia sino a Venezia, dove da quella Signoria fu ricevuta con Real pompa e maravigliose accoglienze: e fra le orazioni del Cieco d'Adria se ne legge ancora una, recitata dal medesimo In Venezia in occasione di questo passaggio[156]. Da Venezia su le Galee della Repubblica si portò a Bari, dove fu accolta con sommi onori e feste grandissime.
Visse in Bari meno di due anni, e frattanto comprò da varj Baroni Campurso, Noja e Trigiano, Terre a Bari vicine, fortificò il Castello, fabbricandovi alcuni nuovi baloardi. Venuta a morte fece il suo testamento, nel quale avendo lasciato a Giovan-Lorenzo Pappacoda suo intimo Cortigiano, che per molti anni l'avea ben servita, ed in Polonia ed in Bari, le Terre suddette; ad insinuazione del medesimo dichiarò in quello, che il Ducato di Bari ed il Principato di Rossano, erano ricaduti per la sua morte al Re Filippo II, ne' quali ella per ciò lo istituiva erede. Morì nel mese di novembre di quest'anno 1557, e fu sepolta nel Duomo di Bari, dove dopo molti anni gli fu fatto innalzare dalla Regina Anna di Polonia sua figliuola, e moglie del Re Stefano Battori, un superbo tumulo, con iscrizione che ancor ivi si vede.
Il Re Augusto, ricevuto avviso della morte della Regina sua madre, e del testamento, fortemente se ne dolse e portò le sue querele all'Imperador Ferdinando suo suocero, pretendendo non aver potuto la madre privarlo di quegli Stati con disporne a favor del Re Filippo, e che l'investitura comprendeva lui anche. Filippo intanto se gli avea già fatti aggiudicare come a se devoluti, e per gratificare il Pappacoda di questo buon servigio, avea dato al medesimo titolo di Marchese sopra Capurso; ed avendo avuto avviso dall'Imperador suo zio delle pretensioni del Re di Polonia, si contentò che così quelle, come le sue, s'esaminassero avanti dell'Imperadore, e secondo quello che a' suoi Savj paresse, si determinasse. Fu accettato il trattato: onde da amendue le Parti si mandarono in Germania famosi Giureconsulti per sostener le loro ragioni. Piacque al Re Filippo II mandar per se da Napoli Federico Longo, eccellente Dottore di que' tempi, e che esercitava allora la carica d'Avvocato Fiscale della Regia Camera; ma questi partito per Vienna, ove risedeva l'Imperadore, giunto a Venezia s'ammalò gravemente, ed a' 24 ottobre del 1561 vi lasciò la vita: fu il suo cadavere riportato a Napoli, dove nella Chiesa di S. Severino gli fu data onorevole sepoltura[157]. Si pensò ad altra persona, e fu scelta quella di Tommaso Salernitano Dottor non men rinomato e Presidente della Regia Camera, il quale portatosi in Germania, e ben ricevuto dall'Imperadore, difese così bene le ragioni del suo Re, mostrando l'investitura della Regina Bona essersi estinta colla sua morte, nè venire in quella compresi i figliuoli, che ne riportò sentenza favorevole, e fu con ciò posto a questa lite perpetuo silenzio. Il Re Filippo rimase cotanto ben soddisfatto del Presidente Salernitano, ch'essendo per la morte del Reggente Francese Antonio Villano nel 1570 vacata quella piazza, lo fece Reggente di Collaterale, dove presiedette sino a 10 giugno del 1548, anno della sua morte[158].
In cotal maniera tratto tratto s'andavano estinguendo nel nostro Regno que' vasti Dominj e Signorie, che sovente rendevano i Possessori sospetti a' Re, e quasi uguali, particolarmente nel Regno degli Aragonesi piccioli Re, i quali oltre di quello di Napoli, non aveano fuori altra Signoria. Erano per ciò sovente soggetti alle congiure ed all'insidie de' Baroni potenti, ed a' continui sospetti, che i malcontenti non invitassero i Franzesi, perpetui competitori, all'acquisto, e che, o con sedizione interna, o guerra esterna, non loro turbassero il Regno. Gli Spagnuoli, secondo che la congiuntura portava, devoluti gli Stati o per morte o fellonia, estinguevano Signorie sì ampie: non rifacevano in lor vece altri, ma, ritenuta la città principale nel Regio Demanio, partivano in più pezzi il rimanente, e delle altre Terre che prima componevano lo Stato ne facevano più investiture: d'uno che n'era o Principe, o Duca, o Marchese, ne facevano molti, concedendo separate investiture; onde si videro nel Regno loro, cominciando dall'Imperador Carlo V e da Filippo II sino al presente, multiplicati tanti Titoli e Baroni, che il lor numero è pur troppo sazievole. Così venne ad estinguersi il Principato di Taranto, il Principato di Salerno, il Ducato di Bari, il Contado di Lecce, il Contado di Nola e tanti altri Ducati e Contee, e per provvido consiglio degli Spagnuoli, ritenute le città principali nel Regio Demanio tutte le Terre e Castelli, onde quelle si componevano, essendo state investite a diversi, siccome assai più nel Regno si multiplicarono i piccioli Baroni, così si proccurò d'estinguere i grandi.
§. II. Morte della Regina Maria d'Inghilterra, e terze nozze del Re Filippo, il quale si ritira in Ispagna, donde non uscì mai più.
Intanto al Re Filippo, mentre queste cose accaddero nel nostro Reame, avea la morte dell'Imperador Carlo suo padre (accaduta, come si è detto, in quest'anno 1558) rapportato non poco dolore, onde non solo in Brusselles (dove allora trovavasi il Re Filippo) in Germania ed Ispagna, ma in tutti i Regni di sì vasta Monarchia, si celebravano pomposi funerali; ed in Napoli nel medesimo anno, mentre governava il Cardinal della Cueva, se ne celebrarono assai lugubri e con grandi apparati. Ma assai maggior dolore sofferì questo Principe, quando, poco da poi della morte dell'Imperadore, a' 17 novembre del medesimo anno, vide l'irreparabil perdita della Regina Maria d'Inghilterra sua moglie, dalla quale non avea procreati figliuoli[159]. Morte che ruppe tutti i disegni, che avea concepiti sopra quel Regno: poichè se ben egli in vita di quella, disperando di prole, per tener un piede in quel Regno, avea trattato di dar Elisabetta sorella di Maria, che dovea succederle del Regno, a Carlo suo figliuolo, natogli dalla prima moglie Maria di Portogallo[160]; o come narra il Tuano[161], avea proccurato con Ferdinando suo zio, che la prendesse per moglie Ferdinando uno de' figliuoli del medesimo, e dapoi, che poca speranza vi fu della vita di Maria, avesse ancora gettate diverse parole di pigliarla esso in matrimonio: nulladimeno la nuova Regina, come donna prudente, avendo scorti questi disegni, e 'l desiderio degl'Inglesi, i quali mal soddisfatti del governo passato, volevano totalmente separarsi dagli Austriaci, appena assunta al Trono assicurò il Regno con giuramento di non maritarsi con forestiere[162]. Ed essendo dall'assunzione sua al Trono incominciati i disgusti, che poi finirono in una total divisione tra lei ed il Papa, il Re di Francia vie più gli andava nutrendo e fomentando, perchè temendo non seguisse questo matrimonio tra lei ed il Re Filippo con dispensazione Pontificia, stimò bene assicurarsene con fomentar le discordie, esagerando al Pontefice non doversi fidare di Elisabetta, anzi abborrirla, come colei, ch'era nutrita colla dottrina de' Protestanti, e quella apertamente professava: onde gli riuscì troncare sul bel principio le pratiche tra la nuova Regina e la Corte di Roma. Così Filippo, deposta ogni speranza, si quietò; e tutti i suoi pensieri furon poi rivolti a stabilire la pace, che meditava ridurre ad effetto con Errico II Re di Francia, la quale sin da' 14 di febbrajo del nuovo anno 1559 s'era cominciata a trattare nella città di Cambrai; ed essendovi per Filippo intervenuti il Duca d'Alba, il Principe d'Oranges, il Vescovo di Aras (poi Cardinal di Granvela) ed il Conte di Melito; e per parte del Re di Francia, il Cardinal di Lorena, il Contestabile, il Maresciallo ed il Vescovo d'Orleans, finalmente a' 13 aprile del detto anno fu conchiusa e stabilita con due matrimonj: poichè al Re Filippo si diede per moglie Isabella primogenita del Re Errico; e la sorella al Duca di Savoja[163]. Pace, che rallegrò tutta Europa, ed in Napoli dal Cardinal della Cueva furono celebrate feste e giostre superbissime. Ma in Parigi queste feste finiron in una lagrimevol tragedia; poichè il Re Errico correndo in giostra, ferito d'un colpo mortale vi lasciò la vita; onde a quel Trono fu innalzato Francesco II. Ed intanto il Re Filippo, partito da' Paesi Bassi per mare, passò in Ispagna, dove fermatosi colla novella sposa, si risolvè di non più vagare[164], ed ivi chiudendosi, non ne uscì mai più, governando dal suo gabinetto la Monarchia.
CAPITOLO III. Del governo di D. Parafan di Rivera Duca d'Alcalà, e de' segnalati avvenimenti, e delle contese ch'ebbe con gli Ecclesiastici ne' dodici anni del suo Viceregnato; ed in prima intorno all'accettazione del Concilio di Trento.
Il Re Filippo fermato in Ispagna con risoluzione di non più vagare, avendo quivi con maravigliose feste fatte celebrare le nozze della nuova Regina Isabella, poco da poi fece anche solennemente giurare da' Popoli di Castiglia per Principe di Spagna, e suo successore nella Corona D. Carlo suo figliuolo; e così poi di mano in mano fece dargli giuramento da' popoli del Reame di Napoli, e degli altri Regni della sua Monarchia. Intanto il Cardinal della Cueva Luogotenente in Napoli, partito per Roma, a' 12 giugno di quest'anno 1559, per invigilare più a presso agli andamenti del Pontefice Paolo IV, essendo accaduta ai 18 agosto la morte del medesimo, bisognò trattenervisi per l'elezione del successore, e fu non molto lontano, che la sorte cadesse in sua persona; ma ostandogli l'essere spagnuolo, e parzialissimo di quella Corona, fu rifatto in luogo di Paolo il Cardinal Giovan-Angelo de' Medici, che Pio IV nomossi. Il Cardinal della Cueva pochi anni dapoi morì in Roma nel 1562, dove nella Chiesa di S. Giacomo della Nazion spagnuola si vede il suo tumulo.
Ma il Re Filippo, che nella scelta de' Ministri mostrò sempre un finissimo accorgimento, avea già molto prima destinato per lo governo di Napoli D. Parofan di Rivera Duca d'Alcalà, il quale allora si trovava Vicerè in Catalogna, uomo d'incorrotti costumi, savio, accorto, coraggioso e molto pio[165]. Giunge egli in Napoli in quel dì appunto, che partì per Roma il Cardinale, dove fu ricevuto con molto apparecchio, e con desiderio uguale all'espettazione, che s'avea della sua rinomata prudenza e giustizia. Ebbe egli ne' primi anni del suo governo a schermirsi da molti colpi di fortuna, nè vi bisognava meno che il suo coraggio per superarli. Si vide il Regno in una estrema penuria di grani, ed i Cittadini camminar pallidi e famelici per le strade dimandando del pane: gli spessi tremuoti, che si facevan sentire, non meno in Napoli, che nelle Province, particolarmente in Principato e Basilicata, riempivano gli animi non meno d'orrore, che le città e Terre di danni e ruine: le contagioni, le gravi malattie, ed in fine tutti i Divini flagelli pioverono sopra il Regno in tempo del suo governo, a' quali però egli colla sua prudenza e pietà diede opportuno e saggio riparo.
Ebbe ancora a combattere non meno col fato, che colla perversità degli uomini; oltre de' Turchi, che nel suo governo più spesso che mai, invasero per ciascun lato il Regno, arrischiandosi sino a depredare nel Borgo di Chiaja e rendere schiavi i Napoletani istessi; oltre alquanti miscredenti, che imbevuti della nuova dottrina di Calvino, turbarono lo Stato, del che, come si disse nel precedente libro, ne prese egli aspra vendetta: gli fecero ancora guerra nel 1563 molti fuorusciti, li quali unitisi a truppe, avendo fatto lor Capo un Cosentino, chiamato Marco Berardi, infestavano la Calabria. Questo successo fece tanto rumore in Europa, che il Presidente Tuano lo stimò degno di riportarlo nelle sue dette Istorie[166]. Ei narra, che l'audacia di costui crebbe tanto, che fattosi chiamare Re Marcone, si usurpò tra' suoi le Regie insegne, e la regal potestà, ed avea già raccolto un competente esercito, con cui depredando i Paesi contorni, di ladrocinj, di prede alimentava le sue genti. Tentò anche di sorprendere Cotrone; ma ebbe infelice successo. Il Duca d'Alcalà vedendo, che i soliti rimedj contra tanta moltitudine niente valevano, diede il pensiero a Fabrizio Pignatelli Marchese di Cerchiara Preside di quella Provincia, che con seicento cavalli loro andasse sopra per estirparli; e bisognò valersi di milizie regolate per combatterli; nè ciò bastando ad intieramente disfarli, fu duopo con stratagemmi e pian piano andarli estinguendo, siccome felicemente gli avvenne: nel che vi conferì anche l'opera del Pontefice Pio IV, il quale ordinò, che inseguiti, se mai ponessero piede nello Stato Ecclesiastico fossero presi e dati in potere de' Ministri regj.
Ma nemici, quanto più perniziosi alla potestà del suo Re, altrettanto cauti ed accorti, ebbe egli a debellare in tempi molto difficili e scabrosi. Ebbe egli a combattere con gli Ecclesiastici e con li Ministri della Corte Romana, i quali con istravagantissime pretensioni tentavano far delle perniziose intraprese sopra la potestà temporale del Re, ed offendere in mille modi le sue più alte e supreme regalie, per l'opportunità, che in più capitoli saremo ora a narrare.
§. I. Contese insorte intorno all'accettazione del Concilio di Trento nel Regno di Napoli.
Dappoichè sotto il Pontificato di Pio IV ebbe compimento il cotanto famoso Concilio di Trento, che per tanti anni, ora differito, ora sollecitato, secondo i varj fini della Corte di Roma e de' Principi, finalmente con gran sollecitudine e prestezza di quella Corte fu terminato a decembre dell'anno 1563, i Principi, contra ogni loro aspettazione, s'avvidero, che avea quello sortito forma e compimento tutto contrario a que' disegni, onde furono mossi a proccurarlo; poichè quando credevano, che intorno alla Disciplina si dovesse dar riforma all'Ordine Ecclesiastico, e moderare la tanta potenza della Corte di Roma, e restringere l'autorità degli Ecclesiastici, allargata fuori de' confini della potestà spirituale, in diminuzione della temporale, videro, che la deformazione (secondo i disegni di Roma, ed il modo concertato intorno all'esecuzione de' decreti della riforma) dovea essere molto maggiore, siccome l'evento il dimostrò; e si cominciò a vedere sotto il Pontificato istesso di Pio IV, il quale, siccome narra il Presidente Tuano[167], appena terminato il Concilio, nel seguente anno 1564, contra i decreti di quello, per gratificare ad Annibale Altemps ed a Marco Sittico Cardinale dispensando a quelli, avea rivolti tutti i suoi pensieri a raccorre denari; e più chiaramente si conobbe poi sotto gli altri Pontefici suoi successori; videro che la loro potenza si era in pregiudizio de' Principi troppo più ben radicata e stabilita. Per la qual cosa tutti invigilando acciocchè non ne ricevessero danno; quando si trattò di ricevere ne' loro dominj i decreti del Concilio attinenti, non già alla Dottrina, ma alla Disciplina, insorsero tra' Regni Cattolici nuove difficoltà e contese.
In Germania i decreti della Riforma appresso i Cattolici non vennero in considerazione alcuna; anzi l'Imperadore, il Duca di Baviera e gli altri Principi Cattolici dimandarono l'uso del calice per li Laici, e che fosse permesso l'ammogliarsi a Sacerdoti[168].
In Francia s'impedì la pubblicazione del Concilio, ed il Re si scusava col Papa, che secondo lo stato, nel quale allora si trovava la Francia, era la pubblicazione molto pericolosa[169]. In fine la Dottrina del Concilio vi fu ricevuta per essere l'antica dottrina della Chiesa Gallicana, ma i decreti sopra la Disciplina, quelli che non erano di diritto comune, furono rigettati dall'autorità del Re e dal Clero, ancorchè fossero state grandi l'istanze di Roma per farli ricevere e pubblicare[170]; ed appena i decreti del Concilio furono dati alle stampe, che tosto il Parlamento di Parigi si vide tutto inteso ad esaminar quelli riguardanti la Disciplina, notandone moltissimi, particolarmente quelli stabiliti nelle due ultime Sessioni tenute con tanta fretta, pregiudizialissimi, non meno alla pubblica utilità, che alla potestà del Re, ed alle supreme sue regalie[171]. Notarono avere il Concilio stabilita l'immunità Ecclesiastica, secondo le Decretali di Bonifacio VIII, per interessare i Prelati di Francia ad usare tutti i loro sforzi, come gli usarono, per essere il Concilio ricevuto; ma essendosi il Parlamento sempre vigorosamente opposto, riusciron loro vani, ed inutili[172]. Notarono essere stata allargata fuori de' suoi termini l'autorità Ecclesiastica, con diminuzione della temporale, in dando a Vescovi potestà di procedere a pene pecuniarie, ed a presure di corpo contra i Laici: essersi posta mano sopra i Re ed Imperadori, ed altri Principi sovrani, sottoponendoli a pena di scomunica, se permettessero ne' loro Dominj il duello. Lo scomunicar ancora i Re e i Principi sovrani, lo stimavano intollerabile, avendo essi per massima costante in Francia, che il Re non possa essere scomunicato, nè gli Ufficiali Regj, per quel che tocca all'esecuzione del lor carico. Che il privar i Principi de' loro Stati e gli altri Signori de' Feudi, ed a Privati confiscare i beni, erano tutte usurpazioni dell'autorità temporale, non estendendosi l'autorità data da Cristo alla Chiesa a cose di questa natura. Essersi fatto gran torto non meno a' Principi, che a' privati intorno alla disciplina de jus patronati de' secolari: non approvavano in modo alcuno, che fosse concesso ai Mendicanti il posseder beni stabili: di obbligare i Parrocchiani, con imposizioni di collette, primizie o decime a sovvenire i Vescovi e Curati, de' proprj beni nell'erezione di nuove Parrocchie. In breve tutto ciò, che concerne la nuova disciplina, toltone ciò che era di diritto comune, non fu ricevuto, ed apertamente rifiutato. Con gran contenzione per ciò fu dibattuta in Francia la pubblicazione di questo Concilio, per la quale da Roma si facevano premurose istanze; e se bene, essendo stata sempre tenuta lontana, finalmente nell'anno 1614 nel Regno di Luigi XIII non pur l'Ordine Ecclesiastico, ma la Nobiltà la richiedesse; nulladimeno essendosi vigorosamente a ciò opposto il terzo Stato, e l'ordine della plebe, non ebbero l'istanze fattene verun effetto[173]. Uscirono in Francia in detto anno 1614 più scritture sopra ciò, fra l'altre una, che portava questo titolo; Sylloge complurium articulorum Concilii Tridentini, qui juri Regum Galliae libertati Ecclesiae Gallicanae, privilegiis, et immunitatibus Capitulorum, Monasteriorum, et Collegiorum repugnant.
In Ispagna il Re Filippo II intese con dispiacere essersi con tanto precipitamento terminato il Concilio, ed in quelle due ultime Sessioni essersi stabilite molte cose in diminuzione della potestà temporale de' Principi[174], ma colla solita desterità spagnuola, adattandosi a' tempi, ei mostrava in apparenza tutta la soddisfazione d'essersi il Concilio compito, e di volerlo far tosto pubblicare ed accettare in Ispagna ed in tutti i Regni della sua Monarchia; ed essendo stato informato da' suoi Ministri, che ne' decreti di Riforma vi erano molte cose pregiudizialissime alla sua potestà, al costume de' suoi Regni, ed alla pubblica utilità dei suoi popoli, deliberò, con molta riserba e cautela di congregare innanzi a se li Vescovi, ed Agenti del Clero di Spagna, per trovar modo, come quelli doveano eseguirsi, e con qual temperamento; onde non solamente tutto quel, che si fece in Ispagna nel ricevere ed eseguire li decreti del Concilio, in questo nuovo anno 1564, fu per ordine e deliberazione presa nel Regio Consiglio; ma alli Sinodi che tennero i Vescovi di Spagna in Toledo, in Saragozza, ed in Valenza (poichè terminato il Concilio in Trento, quasi tutti i Metropolitani d'Europa cominciarono, ed ebbero a gloria il tener anch'essi de' Concilj, adattando per lo più i loro regolamenti e decreti a quelli del Tridentino) il Re per dubbio non si fossero in quelle Ragunanze con tal occasione pregiudicate le sue preminenze e regalie, mandava anche suoi Presidenti ad intervenirvi; facendo proporre ciò, che compliva per le sue cose, ed impedire i pregiudizj.
In Fiandra il Re Filippo, usando di queste medesime arti, scrisse in quest'anno 1564 a Margherita di Parma allora Governatrice, alla quale solamente spiegò, che i suoi desiderj erano, che il Concilio di Trento fosse pubblicato e ricevuto in tutti i suoi Stati; ma Margherita, prevedendo, che per li tumulti, che allora eran cominciati ad eccitarsi in Fiandra, la pubblicazione e recezione di quello avrebbe potuto portare disordini e difficoltà, fece consultare questo punto, non meno a' Vescovi dello Stato, che a' Consiglj, ed a' Magistrati Regj, i quali notando ne' Decreti della Riforma molte cose pregiudiziali alle prerogative e diritti non meno del Re, che de' suoi Vassalli, e contrarie agli antichi costumi, privilegi e consuetudini di quelle province, onde avrebbero potuto, pubblicandosi, cagionare in quelle notabile perturbazione e gran pericolo di popolari tumulti: consultarono alla Governatrice, che la loro pubblicazione non dovea permettersi, se non con espressa modificazione e protesta a ciascuno degli Articoli già notati, che non si dovesse apportare per detta pubblicazione alcun pregiudizio alle suddette ragioni, privilegi e consuetudini, ma che quelle rimanessero sempre salve, illese ed intatte. Il Re Filippo informato di tutto ciò da Margherita, ordinò alla medesima, che nelle province di Fiandra si pubblicasse e ricevesse il Concilio, ma l'avvertì nel medesimo tempo, che la pubblicazione si permettesse con quelle clausole e modificazioni, che il Consiglio Regio avea notate, e così dalla Governatrice fu eseguito; la quale, a' 12 luglio del 1565, permise a' Vescovi la pubblicazione, con inserirvi espressamente la clausola, che la mente del Re era, che per detta promulgazione niente si mutasse, nè cos'alcuna s'innovasse circa le sue regalie e privilegi, così suoi, come de' suoi vassalli, e spezialmente intorno alla sua giurisdizione, ai padronati laicali, ragioni di nominazioni, d'amministrazione d'Ospedali, cognizion di cause, beneficj, decime, e di tutto ciò che negli Articoli notati si conteneva. Furono parimente date, a' 24 luglio del medesimo anno, lettere della Governatrice dirette a' Senati, e Magistrati Regj, contenenti l'istessa clausola[175]; onde gli Scrittori[176] di que' Paesi, avendo fatto un Catalogo (con osservare l'ordine istesso delle Sessioni e dei Capitoli del Concilio) di tutti quegli Articoli notati pregiudiziali, come fece Antonio Anselmo nel suo Triboniano Belgico,[177], ammonirono, che il Concilio di Trento, in quanto a' suddetti punti, non era stato in quelle Province ricevuto.
Queste erano le arti e le cautele praticate dal Re Filippo e da' suoi cauti Consiglieri spagnuoli; si proccurava in apparenza tener soddisfatto il Pontefice, con inorpellare e destreggiare, come si poteva meglio lusingarlo, mostrando tutta la riverenza e rispetto alla sua Sede, ed alla sua persona, ma nell'interno non si volevano pregiudicar le loro regalie. All'incontro i Franzesi alla scoverta rifiutarono que' Canoni, non vollero accettarli, ed a' mali nascenti accorrevano tosto col ferro e col fuoco per estirparli. Quindi è, che saviamente disse quell'insigne Arcivescovo di Parigi Pietro di Marca, che queste piaghe gli Spagnuoli proccuravano sanarle con unguenti e con impiastri, ma i Franzesi con ferro e con fuoco: medicamenti assai più efficaci, e propri per la total estirpazione del male, essendosi veduto con isperienza tanto in Ispagna quanto nel nostro Regno di Napoli, ch'essendosi secondo queste massime degli Spagnuoli voluto accorrere a medicare le continue piaghe e ferite, che riceve la regal giurisdizione, con tali impiastri ed unguenti, le controversie, se per qualche tempo rimanevan sopite, non eran però estinte; anzi essendo gli Ecclesiastici sempre accorti e vigilanti, le facevano risorgere in tempi per essi più opportuni, ne' quali sovente ci mancava, non pur il ferro ed il fuoco, ma anche l'impiastro; onde quasi sempre facevano delle scappate sopra la potestà temporale de' nostri Principi. Quindi è, che Giovanni Bodino[178] chiamava i Re di Spagna, Servi obsequentissimi de' Romani Pontefici.
Così appunto avvenne a noi intorno a questo soggetto del Concilio: poichè per avere voluto usar questi modi, venneci posto in controversia ciò, che in Francia ed in altri paesi era fuor di dubbio.
Il Re Filippo dunque per mostrar in apparenza, come si è detto, la subordinazione al Papa, di voler far valere i decreti di quel Concilio in tutti i suoi Regni, pubblicati che quelli furono in un volume stampato, mandò in Napoli un ordine generale, colla data de' 27 luglio di quest'anno 1564, diretto al nostro Vicerè Duca d'Alcalà, nel quale gli diceva, che avendo egli accettati li Decreti del Concilio, che il Papa gli avea mandati, voleva, che nel Regno di Napoli si pubblicassero, osservassero ed eseguissero. Ma nell'istesso tempo mandò sua lettera a parte al suddetto Vicerè scritta sotto lo stessa data, significandogli, che avea per sua carta ordinato, che s'osservassero, ed eseguissero i Decreti del Concilio Tridentino nel Regno di Napoli, come in tutti gli altri suoi Regni e Stati; con tutto ciò non voleva per questo, che punto si derogasse a quel che toccava alla sua preminenza ed autorità regale, nè alle cose che gli possano apportar pregiudizio ne' Juspatronati Regii, nell'Exequatur Regium delle Bolle, che vengono da Roma, ed in tutte le altre sue ragioni, e regalie; che per ciò gli comandava, che stesse ben avvertito di non far fare novità alcuna, imponendogli di mandar nota di tutte le cose, che noteranno in detti Decreti pregiudiziali alle sue preminenze ed autorità regale. Avvertendolo ancora, di non far saper niente a Roma, che tenga questo suo ordine; ma che simuli il contrario, dicendo aver ricevuto ordine di far osservare detti Decreti[179].
Il Duca d'Alcalà in esecuzione di questi ordini regali, dando a sentire in pubblico avergli il Re ordinato l'osservanza del Concilio, diede all'incontro incombenza segreta al Reggente Francesco Antonio Villino, che gli facesse nota di tutti i capi, ch'erano nel Concilio pregiudiziali alla giurisdizione, per doverla mandare al Re. Il Reggente Villano ubbidì prontamente e fecene relazione; ma avendone da poi scoverti altri, fece la seconda, nelle quali notò molti capi pregiudiziali alla potestà temporale di Sua Maestà, e moltissimi altri, che toccando i laici, offendevano la sua regal giurisdizione[180]. Però l'opera del Reggente Villano non fu così esatta, che alcuni non fuggissero la presa della sua mano, e non restasse ad altri anche parte per rispigolare. Noi in questa Istoria per quanto concerne il nostro instituto, noteremo i capi più importanti, e da non tollerarsi senza un gravissimo torto e grande offesa delle supreme regalie de' nostri Principi.
Intollerabile è quello, che si legge in molti Decreti, per vedersi allargate fuori de' termini d'una potestà spirituale la facoltà data a' Vescovi di procedere contra a' Laici a pene pecuniarie ed a prese di corpo. Nella sessione quarta[181], agl'Impressori delle Scritture, o d'altri sì fatti sagri libri, che senza licenza dell'Ordinario, o senza nome degli autori gl'imprimono, oltre la scomunica, s'impone pena pecuniaria, a tenor del Canone dell'ultimo Concilio Lateranense, celebrato sotto Lione X. Si dà parimente nella sess. 25[182] a' Vescovi (affinchè non diano subito di piglio alle scomuniche) potestà di valersi della medesima pena e di multe pecuniarie, col costringimento ancora delle persone de' rei, indifferentemente a' Cherici ed a' Laici o per propri, o per alieni esecutori; come se volendo imprigionare i Laici, non manchi loro la potestà di farlo, ma sovente quando non possa riuscir ad essi co' propri esecutori, manchi loro il bargello e perciò debbano ricorrere a' Magistrati per la esecuzione e ministero della cattura. Parimente nella Sess. 24[183] alla concubina, che passato l'anno, durando nella scomunica, non lascia il concubinato, si vuole, che i Vescovi possano sfrattarla dalla Terra o Diocesi e solamente, se sarà di bisogno, possano invocar il braccio secolare, poichè se loro verrà in acconcio di farlo coll'opera de' propri esecutori, bene starà; in caso contrario si valeranno, per l'esecuzione dello sfratto, del ministero secolare, ciò ch'è di maggior offesa e disprezzo.
Quando fra' PP. del Concilio si cominciarono a sentire queste pene, alcuni non poterono non ascoltarle senza scandalo e fra gli altri il Vescovo d'Astorga e l'Arcivescovo di Palermo spagnuoli fortemente si opposero, dicendo, che il Signor Nostro a' suoi Ministri non avea data altra autorità, se non la pura e mera spirituale, che perciò non potevan essi imporre a' Laici multe di denaro, onde la pena dovea essere meramente spirituale, come di scomunica; ma narra il Cardinal Pallavicino[184], che questi Prelati furon fortemente ripigliati dal Vescovo di Bitonto italiano, dicendo loro che la maggior parte de' Deputati era di opposto parere: riconoscendo (come sono le parole del Cardinale) nella Chiesa tutta quella potestà, che ricercasse il buon reggimento del Cristianesimo e dicendo, che l'esperienza insegna, essere le pene temporali più efficaci delle spirituali ad impedire i delitti esteriori, perciocchè la pena è introdotta per freno de' malvagi, là dove a ritrarre i buoni, basterebbe, che l'opera fosse illecita, quantunque impunita, ed i malvagi sono malvagi, perchè antipongono li beni del corpo a que' dello spirito. In questa maniera, riconoscendo gli Ecclesiastici nella Chiesa tutta quella potestà, che ricercasse il buon reggimento del Cristianesimo, potrà ella, per conseguire questo buon reggimento, valersi di tutti i mezzi che possono a quello conducere; e perchè vede che a conseguir tal fine sono più efficaci le pene temporali che le spirituali, può, tralasciando queste, dar di piglio a quelle; onde, se stimerà forse più efficaci mezzi gli esilj e la confiscazion de' beni, che non sono gli sfratti e le multe pecuniarie, avrà tutta la potestà di farlo, sempre che venga indirizzato al fine del buon reggimento del Cristianesimo. E se pure queste non bastassero, potrebbesi venire ancora alle relegazioni, alle condannagioni di galea, alle mutilazioni di membra, agli ultimi supplicj, a' talami, ed alle forche, perchè sempre che condurranno a quel buon reggimento, tutto si può, e tutto lece. Chi mai udì cose sì portentose e stupende! Questo istesso Scrittore, siccome ad altro proposito fu da noi ponderato, aggiunge altrove[185] un'altra ragione, perchè possono gli Ecclesiastici imporre queste pene pecuniarie; poichè altrimente sarebbe l'istesso, che allentar la disciplina; poichè e' dice, la pecunia è ogni cosa virtualmente. Così la pena pecuniaria è dall'umana imperfezione la più prezzata di quante ne dà il Foro puramente Ecclesiastico; il quale non potendo, come il secolare, porre alla dissoluzione il freno di ferro, convien che gliel ponga di argento. Accortisi per tanto i savj Principi di così perniciose massime, non permisero, che allignassero negli loro Stati: onde presso di noi vi fu dato riparo, nè mai il Duca d'Alcalà fece valere nel Regno questi Decreti, siccome fecero, come diremo più innanzi, i suoi successori.
Si notarono ancora negli altri Decreti di quel Concilio altri capi di non minor pregiudicio. Nella sess. 5,[186] sotto un grand'inviluppo di parole si parla di doversi esaminare ed approvare da' Vescovi i Maestri di Grammatica ed i Lettori di Teologia, comprendendovi anche le pubbliche Scuole e le Università degli Studj, i cui Lettori, o l'Università istessa, o il Principe gli fornisce di potestà bastante, per potere ivi insegnare qualunque facoltà sagra o profana, che si fosse, senza esame ed approvazione alcuna de' Vescovi. Da ciò nacque presso noi la baldanza d'alcuni Vescovi, i quali ne' loro Sinodi per lo più raccolti col medesimo spirito del Tridentino, avanzandosi sempre più, stabilirono, che i Maestri di Grammatica e tutti gli altri Professori di scienze, non potessero sotto pena di scomunica, nè in pubblico, nè in privato, insegnare senza lor licenza ed approvazione, onde al Tribunal della giurisdizione ha bisognato reprimere tal abuso non senza contrasti e litigj.
Nella sessione 21 e nella sess. 24[187] si prescrive, che riputando il Vescovo di far nuove Parrocchie, non bastando l'entrate, e' frutti della Matrice Chiesa, possa costringere il Popolo con imposizioni di decime, di collette, o in altra guisa che stimerà, a somministrare ciò che bisogna, per sostentamento de' Sacerdoti e Cherici, che stimerà. Parimente, se i frutti delle Chiese Parrocchiali non bastassero alla sustentazione de' Parrochi, e de' Preti, possa il Vescovo, quando per l'unione de' beneficj non si possa arrivare, costringere i Parrocchiani con collette, primizie, o decime a supplire il bisogno. Questi decreti in Francia, siccome nel nostro Regno, nè meno furono ricevuti, come pregiudizialissimi alla potestà de' Principi, presumendosi di poter metter pesi a' Popoli, e collette; in tempo, che il Clero ha acquistato tanto, che molto poco resta a' secolari, e bene i nuovi Parrochi e poveri, potranno esser sovvenuti da' ricchi; e la Chiesa abbonda ora cotanto di rendite, che bastano a sostenere non pur il bisogno, ma il fasto e 'l lusso.
Nella sess. 22[188] si notarono più cose da non doversi accettare. Nel cap. 8 si sottopongono alla visita de' Vescovi tutti gli Ospedali e Confraterie de' Laici; tutti i Monti e Luoghi pii da' Secolari eretti, per essere di pietà, e da essi amministrati, eccettuandone solamente quelli, che sono sotto l'immediata protezione Regia, in maniera che non ostante, che questi siano meri Corpi Secolari, abbiano della loro amministrazione a dar conto a' Vescovi, non ostante ancora qualunque consuetudine, anche immemorabile, qualunque privilegio e qualunque statuto in contrario, e nel cap. 9 et 10 de Reformat. sess. 24, parimente tutte le Chiese de' Secolari si sottopongono alle visite dei Vescovi. Nel cap. 9 s'impone anche agli Amministratori Laici destinati per le fabbriche di qualsivoglia Chiesa, Ospedale e Confrateria, di dover dar conto ogni anno all'Ordinario. Nel cap. 10 si sottopongono i Notari Regj all'esame de' Vescovi, e di poter essere da quelli sospesi dall'esercizio del loro ufficio, o perpetuamente, o a certo tempo, etiam si Imperiali, aut Regia authoritate creati fuerint. Nel cap. 11 si mette mano sopra i Laici, e sopra coloro che hanno jus patronati, con impor loro pena di privazione di quelli, se s'abuseranno delle rendite, frutti, ragioni e giurisdizioni delle loro Chiese, ancor che fossero Laici.
Nella sess. 23 al cap. 6[189] si dà il privilegio del Foro a' Chierici di prima tonsura, ed a' conjugati a lor talento, essendo le circostanze a lor arbitrio prescritte, come se niente a' Principi appartenesse il vedere, quando possano esimere dalla loro giurisdizione i loro sudditi, e quali requisiti debbano avere: siccome anche fassi nel cap. 17. E nel cap. 18 si toccano anche i beni de' Corpi Secolari per supplire a' bisogni de' Seminarj, che si vogliano istituire, e nuovamente fondare. Parimente nella sess. 24 al cap. 11[190] si toccano i Cappellani Regj intorno a' loro privilegi, ed esenzioni dagli Ordinari: e nella ultima sessione con molta precipitanza, e con troppa fretta tenuta, si notano pregiudizi assai più spessi e gravi. Ne trasceglieremo alcuni.
Nella sess. 25 al cap. 3[191] si proibisce a qualunque Magistrato Secolare di poter impedire, o far ritrattare al Giudice Ecclesiastico le scomuniche, che avesse fulminate, o fosse per fulminare; contra l'inveterato costume, non men del nostro Regno, che degli altri Reami, dove, quando le censure sono nulle, o ingiuste o emanate contra il prescritto de' Canoni, s'usano contra i Giudici Ecclesiastici rimedj economici, o con farli desistere dall'emanarle, ovvero far loro rivocare l'emanate. Nel cap. 8 si toccano gli Ospedali amministrati da' Laici, dandosi a' Vescovi potestà di commutar la volontà degl'institutori, le loro entrate applicarle ad altri usi, punire i Governadori con privarli dell'amministrazione e del governo, e sustituire altri. Nel cap. 9 si dispone con libertà de' padronali de' Laici, dandosi norma intorno agli acquisti, prescrizioni, e loro suppressioni. Nel cap. 19 agli Imperadori, Re, Principi, Marchesi, Conti, ed a qualunque altro Signore temporale, che permettessero ne' loro Dominj il duello, oltre la scomunica, si vuole, che s'intendano anche privati de' loro Stati, e se gli tenessero in feudo, che subito ricadano a' loro diretti Padroni: a' privati, che vengono alla tenzone, ed a' loro padrini, oltre alla scomunica, parimente s'impone pena di confiscazione di tutte le loro robe, di perpetua infamia, e d'esser puniti come micidiali. Usurpazioni tutte dell'autorità temporale; non estendendosi, come s'è detto, l'autorità data da Cristo alla Chiesa a cose di questa natura.
Riconosciuti pertanto ne' Decreti di riforma questi ed altri consimili capi pregiudiziali alla potestà del Principe e sue supreme regalie, 'e fattene due relazioni dal Reggente Villano, e quelle consegnate al Vicerè, costui le trasmise in Ispagna al Re Filippo, il quale fattele attentamente esaminare, ed accertatosi de' pregiudicj che contenevano, scrisse altra lettera al Duca Vicerè, sotto li 3 luglio del 1566, colla quale dicendogli, che non fu intenzione del Concilio di pregiudicare in maniera alcuna a Sua Maestà, ed alle sue Regali preminenze, secondo se n'era accertato in Ispagna da alcuni Prelati, che intervennero in quel Concilio, gl'incaricava, che non facesse far novità alcuna in pregiudizio della sua autorità Regale, in tutti que' capi accennatigli.
Il Duca d'Alcalà pertanto, ancorchè facesse correre il volume de' Decreti del Concilio dato alle stampe per tutto il Regno, nè si fosse apertamente opposto alla divolgazione del medesimo; nulladimeno essendogli stato richiesto sopra il medesimo l'Exequatur Regium, così egli come il Collaterale non vollero concederlo; ed affinchè i Vescovi del Regno, avendo accettato il Concilio, eseguendo insieme con gli altri que' decreti notati, non portassero pregiudizio alla giurisdizione del Re, il Vicerè diede ordine a' Presidi, ed agli altri Ufficiali del Regno, che non facessero far novità alcuna, ma di quanto i Vescovi attentavano, ne facessero a lui relazione.
In effetto, avendo voluto il Vescovo di Tricarico, col pretesto del Concilio, per quel che dispone nel cap. 4 de Reform. sess. 21 e nel cap. 13 de Reform. sess. 24 di sopra notati, imporre alcuni pagamenti nella sua Diocesi, da esigersi dalle persone laiche contra il consueto, e contra il debito della ragione e del solito, con imporre altre decime, ed i Cittadini della Terra della Salandra repugnando di pagare, gli scomunicò, e pose Interdetti in detta Terra; per la qual cosa il Vicerè scrisse a' 30 novembre del 1564, una risentita lettera oratoria al detto Vescovo, imponendogli, che non esigesse in conto veruno da' laici, per qualsivoglia causa, più pagamenti di quelli, che quei Cittadini erano stati soliti, e che per lo passato si era esatto; e pretendendo alcuna cosa in contrario, debba ricorrere da esso Vicerè, che se gli sarebbe ministrato compimento di giustizia, non essendo giusto, che faccia a suo modo; che intanto rivochi li mandati fatti, e levi l'Interdetto, ed abolisca le Scomuniche, altrimente provederà, come conviene.
Così ancora, avendo preteso l'Arcivescovo di Capaccio esigere da' Cittadini laici della Polla alcune decime più del solito, scrisse il Vicerè una ben grave lettera al medesimo sotto li 10 agosto del 1565, colla quale l'esortava a non esigere, nè farl'esigere in modo alcuno, non essendo giusto, che si faccia la giustizia a suo modo, e colle sue mani; e pretendendo cos'alcuna in contrario, abbia ricorso dal Vicerè, che gli sarà ministrato compimento di giustizia. Quest'istesso poi imitarono il Conte di Miranda e gli altri Vicerè suoi successori[192].
Parimente pretendendo i Vescovi del Regno, non pur come caso misto, ma in vigor del riferito cap. 8 de Reform. Matrim. sess 24 procedere contra i Concubinarj a pene temporali, di sfratti e di carcerazioni, vigorosamente si oppose loro il Vicerè; ed avendo voluto il Vescovo di Gravina carcerare un Concubinario, scrisse a' 21 giugno del 1567, una lettera Regia al Dottor Troilo de Trojanis Commessario in Gravina, che proccurasse tosto farlo rimettere al Giudice laico suo competente. Ed all'Arcivescovo di Cosenza, che pretendeva parimente carcerare i laici per cagion di concubinato, e che per ciò dal Magistrato secolare se gli fosse prestato ogni ajuto ed assistenza, fu resistito con vigore; scrivendo il Vicerè prima all'Uditore Staivano, a' 13 novembre del 1568, e poi a' 17 aprile del seguente anno 1569, al Conte di Sarno Governador di Calabria, che non volendo l'Arcivescovo restituire un carcerato per questa causa, facesse rompere ed aprire le carceri, e portasse il carcerato nelle carceri della Regia Audienza, insinuandogli che gli Ordinarj non potevano procedere ad altro contra i medesimi, che solo a scomunicarli. Così ancora il Vicario di Bojano (avanzandosi sempre più la audacia degli Ecclesiastici) avendo avuto ardimento di condannare a cinque anni di galea un laico, per causa di concubinato, scrisse il Vicerè, a' 10 luglio del 1569, una risentita lettera al Governadore di Capitanata, incaricandogli, che subito mandasse a pigliare detto condannato, e lo facesse condurre nelle carceri dell'Udienza.
Ma scorgendo questo savio Ministro, che gli abusi intorno a ciò multiplicavano in tutte le province del Regno, dove i Vescovi senza freno carceravano e punivano con pene temporali i Concubinarj, onde bisognava contra tanti un rimedio forte, ne diede a' 15 luglio del detto anno avviso al Re Filippo in Ispagna, cui informando di questi eccessi de' Prelati, chiese, che dovesse far per estirpargli. Il Re gli rispose che dovesse procedere con vigore e fortezza, siccome si praticava ne' Regni di Spagna, che s'ammonissero prima i Vescovi una, due, o tre volte, ch'essi a' Concubinarj non potevan far altro, che scomunicarli, che quando questo non giovasse, procedesse contra di loro a cacciarli via dal Regno, ed occupar loro le temporalità, con sequestrar anche i frutti delle loro Chiese. Il Duca d'Alcalà avuto ch'ebbe dal Re questa norma, scrisse subito una lettera Regia a tutti i Governatori delle Province, a tutti i Capitani delle città demaniali e de' Baroni del Regno, a' quali facendo noto l'ordine del Re, comandava, che sempre, che i Prelati del Regno contra i laici, per levargli dal peccato, volessero procedere per via di censure ecclesiastiche non gl'impedissero, anzi gli dessero ogni ajuto e favore; ma resistesser loro, quando oltracciò volessero procedere contra a' medesimi con pene temporali[193]. Ciò che fu poi da' suoi successori mantenuto, onde nel Regno fu loro sopra ciò, quando volessero trapassare i confini delle censure, fatta sempre resistenza.
Il medesimo riparo fu fatto sempre a' Vescovi, quando in vigor de' riferiti capi del Concilio volevano visitar l'Estaurite, le Confraterie de' laici, ed altri luoghi pii governati da' laici, con esiger da essi i conti. Il Duca d'Alcalà, durante il suo governo, non permise mai, che questi luoghi fossero dagli Ordinarj visitati; ond'è che fra gli altri capi dati in nota dal Papa al Cardinal Giustiniano Legato di Sua Santità al Re Filippo, era questo, che il Vicerè impediva a Prelati di visitare le Chiese governate da' Laici e vedere i conti della loro amministrazione[194].
Non meno per questi che per tutti gli altri capi riferiti di sopra, non fece il Duca d'Alcalà valere nel Regno il Concilio. I Vescovi stupivano come, non ostante essersi il Concilio divolgato per tutto il Regno, ed essersi impressi più esemplari, che andavano intorno per le mani d'ogni uno, s'impediva poi loro l'esecuzione; n'empivano per ciò di querele il Mondo e Roma, e sollecitavano il Pontefice Pio V, ch'era tutto inteso a far osservare esattamente i Decreti del Concilio, a darvi rimedio; onde da ciò e dagli altri impedimenti, che si davano a' Vescovi per altre occorrenze, che noteremo appresso, furono dal Papa spediti al Re due Legati, il Cardinal Giustiniano, ed il Cardinale Alessandrino, della cui Legazione parleremo più innanzi.
CAPITOLO IV. Contese insorte intorno all'accettazione della Bolla in Coena Domini di Pio V.
Il Pontefice Pio IV non visse gran tempo dopo la fine del Concilio, essendo morto il dì 9 di decembre dell'anno 1565. Fu in suo luogo fatto Papa a' 7 gennajo del nuovo anno 1566 il Cardinal Michele Ghisilieri soprannominato Alessandrino, perch'era nato l'anno 1504, nel villaggio di Bosco vicino ad Alessandria[195]. Fu egli Monaco dell'Ordine di S. Domenico, e fu creato Commessario del S. Ufficio, col favore del Cardinal Caraffa, di cui era amicissimo e molto famigliare, il quale essendo fatto Papa, per aver il Ghisilieri con gran severità ed audacia esercitata quella carica, lo nominò Cardinale nel 1557. Costui essendo giunto al Pontificato, prese il nome di Pio V, e, nutrito colle massime di Paolo IV, fu terribile contra i Settari, ed in Roma, ne' primi anni del suo Pontificato, fece ardere Giulio Zoanneto e Pietro Carnesecco, sol perchè s'era scoverto, che questi tenevan amicizia e corrispondenza co' Settarj in Germania; ed in Italia con Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga sospette d'eresia. Questo medesimo infelicissimo fine ebbe per lui l'eruditissimo Aonio Paleario, il quale intesa la sua condanna disse: Inquisitionem esse sicam districtam in Literatos[196]. Avea Pio V del Pontificato concetti troppo alti, ed all'incontro dell'Imperio troppo bassi, e sopra i Principi, non meno di quello che ne pretese Paolo IV, era persuaso poter far valere l'autorità della S. Sede, più di quello, che comportava una Potenza spirituale. Credeva sopra coloro poter tutto, e di dovere caricar la sua coscienza, se trascurava di farlo; perciò quel che operava, non era per lui indirizzato ad altro fine, che ad un puro zelo di religione e di disciplina; onde per questa severità di costumi, e per aver somministrate grosse somme nella guerra contra i Turchi, s'acquistò riputazione di santità, e l'abbiam veduto a' dì nostri essere stato canonizzato per Santo dal Pontefice Clemente XI[197].
Non bastandogli d'essersi fortemente impegnato a far osservare esattamente i Decreti del Concilio, per maggiormente stabilire nel Pontificato la Monarchia, opera che incominciossi dalle Decretati d'Innoncenzio III e IV, di Gregorio IX, di Bonifacio VIII e degli altri Pontefici suoi predecessori, diede fuori (appena passato il primo anno del suo Pontificato) quella cotanto famosa e rinomata Bolla, che ogni anno vien pubblicata in Roma nel Giovedì Santo in Coena Domini, donde prese il nome. La pubblicò egli nell'anno 1567. Poi nell'anno seguente ne pubblicò un'altra, dove s'aggiunsero più cose, e rendettela vie più fulminante[198]. Comandò, che tutto il Mondo Cristiano senz'altra pubblicazione, che quella fatta in Roma, a quella ubbidisse: i Parrochi ogni anno il Giovedì Santo la leggessero al popolo in su de' pulpiti: e gli esemplari s'affiggessero nelle porte delle Chiese, ed in tutti i Confessionarj, e che quella fosse la norma della disciplina e delle coscienze, non meno a' Vescovi, che a Penitenzieri e Confessori. Contiene ella molti capi, poichè quella, che va attorno e si vede ne' Confessionarj affissa, è raccorciata e molto dimezzata. Alcuni Scrittori tutta intiera la rapportano nelle loro opere, come, per tralasciar altri, Francesco Toledo[199] nella di lui Somma, e Lionardo Duardo Cherico Regolare vi compilò sopra un ben ampio Commentario, e lo stampò in Milano nel 1619 nella di cui Chiesa Metropolitana era stato lungo tempo Penitenziere[200].
Questa Bolla, oltre infiniti eccessi, butta interamente a terra la potestà de' Principi, toglie loro la sovranità de' loro Stati, e sottopone il lor governo alla censura e correggimento di Roma. Per tralasciarne molti, dal cap. 19 sino al 29, si leggono nella Somma del Toledo diciotto articoli, tutti riguardanti a questo fine.
Nel cap. 19 si scomunicano i Fautori degli Eretici, ponendosi con ciò in balìa del Papa di scomunicar i Principi cristiani, i quali o per difesa de' loro Regni, o per altro interesse di Stato, facessero leghe con gli Eretici o infedeli, dandosi ad intendere a' popoli, che quel Principe non senta bene della fede, come fautor degli Eretici e degl'infedeli, e con ciò possa disturbarsi dal trono; siccome questa massima si vide praticata in Francia nella persona del Re Errico III, Principe cattolico, il quale sol perchè prese la protezione de' Ginevrini, fu dato pretesto a' Gesuiti d'insegnare, che potessero i popoli da lui ribellarsi[201].
Nel cap. 20 si scomunicano tutti coloro, che dei Decreti, sentenze ed altri ordinamenti del Papa appellano, o danno ajuto e favore agli appellanti al general Concilio. Si scomunicano ed interdicono tutte le Università degli studi, e collegi e capitoli, che tenessero, ovvero insegnassero che il Papa sia sottoposto al Concilio generale. In guisa che, non solamente agli articoli stabiliti in questa Bolla, ma a tutte le Costituzioni, Decreti, e sentenze della Corte di Roma, o si deve ubbidire, ovvero che s'incorra nella scomunica, ed interdetto, se non si accetteranno.
Nel cap. 21 si scomunicano tutti i Principi, i quali nelli loro Stati, o impongono nuovi pedagi, gabelle, dazj, o accrescano gli antichi, fuori de' casi dalla legge a lor permessi, ovvero dalla licenza speziale, che n'avessero ottenuto dalla Sede Appostolica; onde Martino Bacano[202] in conformità di quest'articolo insegnò che il Principe per ragion della sua amministrazione divien Tiranno, se tirannicamente amministra il Principato, gravando i sudditi d'ingiuste esazioni, rendendo gli Ufficj de' Giudici, facendo leggi a se comode, etc. Così in vigor di questa scomunica sarà posto in mano del Papa, quando gli piacerà, di dichiarare il Principe Tiranno, e muovergli contra, i popoli, a discacciarlo dal Trono come Tiranno, se nell'imposizione de' tributi non avrà prima ottenuta da lui la licenza. E così bisognerà, che i Principi Cristiani aprano al Papa gli arcani de' loro Stati, i bisogni che tengono, per ottener facoltà d'imporre nuove gabelle, o accrescere l'antiche. Di questo pretesto si servì Bonifacio VIII contra Filippo il Bello, infamandolo, che avea gravato i suoi sudditi d'ingiusti tributi, e che nel Regno avea diminuita la ragion della moneta. E già nel Regno, se la provida cura del Duca d'Alcalà non vi riparava, si cominciavano a sentire da' popoli susurri intorno alle imposizioni delle gabelle, riputate ingiuste, perchè imposte senza licenza del Papa, e per ciò di non esser obbligati a pagarle, come vedremo più innanzi. E nel governo del Duca d'Ossuna nel 1582 si videro pur troppo manifesti gli effetti perniziosi di questa dottrina, poichè essendosi risoluto dalle Piazze, toltane quella di Capuana e del Popolo, d'imporre una nuova gabella, ch'era di far pagare un ducato per ciascuna botte di vino, che si cominciasse a bere, il popolo tumultuando dichiarossi di non volere che si parlasse di gabella, fomentati da molti Padri spirituali, che pubblicarono peccare mortalmente tutti coloro, che si fossero intromessi all'imposizione di tal gabella, e fra gli altri vi fu un Cappuccino spagnuolo chiamato Fra Lupo, il quale declamando in ogni angolo della Città con molto fervore, e predicando e protestando a tutti, che lor soprastava un gran castigo divino, se cotal opra si metteva in effetto: fu bisogno al Vicerè di farlo uscir tosto da Napoli. Ma con tutto ciò il popolo non potè mai ridursi a consentirvi; la gabella non si pose, e nel seguente anno, quanto si potè fare, a disporlo ad un nuovo donativo d'un milione e ducento mila ducati[203]. Quindi nacque presso di noi quella perniciosa dottrina de' Casuisti, colla quale regolano le coscienze degli uomini e la insinuano ne' Confessionarj, che fosse a' popoli lecito fraudar le gabelle a cagion del pericolo che si corre, e perchè sono imposte senza tal Papale licenza.
Ne' capitoli 27, 28 e 29 si stabilisce l'immunità degli Ecclesiastici assolutamente, ed independentemente da qualunque privilegio di Principe, ed in conseguenza si scomunicano tutti i Presidi, i Consiglieri, i Parlamenti, i Cancellieri, in fine tutti i magistrati e Giudici costituiti dagli Imperadori, Re e Principi Cristiani, li quali in qualunque maniera impedissero agli Ecclesiastici d'esercitare la loro giurisdizione Ecclesiastica contra quoscumque. Con quest'articolo viene a cadere tutta l'autorità politica del Principe, e si trasferisce alla Corte Episcopale; poichè gli Ecclesiastici non solo vengono ad essere dichiarati immuni dalla giurisdizione politica nelle cause civili e criminali; ma potranno, secondo ciò che gli verrà di capriccio, tirare i Laici alle loro Corti; nè i Magistrati si potranno opporre, perchè come impedienti l'esercizio della Giurisdizione Ecclesiastica contra quoscumque incorrono nella scomunica.
Si scomunicano ancora in questa Bolla tutti coloro che impediranno l'estrazione delle vettovaglie ed altre cose da' loro Stati, per doversi introdurre in Roma, e nello Stato Ecclesiastico per l'annona e bisogno di quella città e Stato.
Parimente nel cap. 13 si scomunicano tutti coloro, che proibiranno l'esecuzione delle lettere Appostoliche, col pretesto, che vi si abbia prima a richiedere il loro assenso, beneplacito consenso, o esame; onde i Dottori Ecclesiastici furon presti a porre in istampa nelle loro opere, come per tralasciar gli altri, fece Reginaldo[204], che i Magistrati incorrono nelle censure contenute nel cap. 13 di questa Bolla, quando senza il beneplacito o esame loro impedissero l'esecuzione delle medesime, anche se si restringessero solamente ad esaminarle, senza avervi d'aggiugnere segno o nota, ma restituirle così illese ed intatte, come si esibivano. E con ciò andava a terra nel nostro Regno L'Exequatur Regium, e s'inserivano infiniti altri pregiudizj e tutti rilevanti: tanto ch'era l'istesso accettarla, che ruinare il Regno.
Tutti i Principi Cattolici ne' loro Regni di là dei Monti non la ricevettero a patto veruno, nè permisero, che in qualunque modo si pubblicasse; e narra il Presidente Tuano[205], che a' medesimi Principi d'Italia parve ciò un giogo troppo grave ed insolente, e precisamente al nostro Re Filippo, ed alla Repubblica di Venezia.
In Francia, per più arresti del Parlamento, sotto gravissime pene fu vietata la pubblicazione della Bolla come quella, che in più articoli s'oppone a' Regali diritti, a quelli de' suoi Ufficiali, ed alla libertà della Chiesa Gallicana[206].
In Germania l'Imperador Ridolfo II si oppose alla pubblicazione e la impedì con vigore. Anzi l'Arcivescovo istesso di Magonza, uno degli Elettori dell'Imperio, vietò di farla pubblicare nelle sue Terre e Diocesi[207].
In Ispagna il Re Filippo II parimente alla sua pubblicazione si oppose. E nella Fiandra testificano Zipeo[208] e Van-Espen[209], che non fu mai ricevuta; e con tutto che il Nunzio Bentivoglio avesse fatto ogni sforzo per farla ricevere e pubblicare, con averne mandato gli esemplari a' Vescovi, non fu però quella ivi mai pubblicata, nè i Vescovi vollero in ciò ubbidire al Nunzio.
Il Duca d'Alcalà nostro Vicerè, pubblicata che fu in Roma questa Bolla, col consiglio e parere di quei savj Reggenti ch'erano allora in Collaterale, fra' quali erano i famosi Reggenti Villano e Revertera, essendo stato informato de' pregiudizj gravissimi, che quella seco portava, e che tutti gli altri Principi Cattolici ne' loro Reami l'aveano affatto rifiutata, anzi che s'usava somma diligenza e rigore di non farla a patto veruno divolgare, castigando chi la disseminava, con usar egli l'istesso rigore nel nostro Regno, proccurò, che non si ricevesse.
I Vescovi tosto ebbero ricorso in Roma, dolendosi col Pontefice Pio del Vicerè, avvertendolo come si proccurava non farla ricevere: il Pontefice scorgendo, che sarebbe stata opera perduta il tentare di rimuovere il Vicerè, usando le solite arti di Roma, col favore dei Principi non bene informati estorquere l'intento, diede incombenza al Vescovo d'Ascoli suo Nunzio in Ispagna, affinchè passasse col Re Filippo premurosi ufficj per indurlo a scrivere al Duca di far ricevere nel Regno la Bolla; ed il Nunzio colorì così bene la sua causa, lagnandosi essere in Napoli la giurisdizione Ecclesiastica malmenata, che nel medesimo anno 1567 indusse il Re, non ben informato, di scrivere una lettera al Duca, nella quale generalmente ordinava, che si dovesse tener particolar pensiero di favorire la Giurisdizione Ecclesiastica, e di non contrariarla; ma con la solita avvedutezza gli soggiunse, che la favorisse in quanto non sarà contraria la sua preminenza regale; e che per ciò per poter soddisfare al Papa con più fondamento, desiderava di aver particolar informazione di tutto ciò, che in questo Regno s'osservava: onde gl'incaricava, che informatosi da persone dotte e pratiche e di sperimentata bontà, l'avvisasse di tutto giuntamente col suo parere.
Il Vicerè rispose a questa lettera con due particolari consulte, una de' 31 luglio del medesimo anno, e l'altra de' 22 decembre, nelle quali riferendogli tutti i capi della Bolla, che sommamente pregiudicavano alla Regal Giurisdizione, l'avvertiva, ch'essendo questo negozio di grandissima importanza, bisognava star attentissimo, e che egli stimava di mandar in Roma a Sua Santità un Dottore del Consiglio di Sua Maestà persona dotta, e ben istrutta delle Prammatiche, Capitoli, Stili ed Osservanze di questo Regno, il quale insieme col suo Ambasciadore in Roma trattasse col Papa per rimediare, in un negozio sì grave, a tanti pregiudicj.
Ma mentre in Ispagna si stavano esaminando queste relazioni del Duca per deliberare ciò che dovea farsi, l'Arcivescovo di Napoli ed i Vescovi del Regno, animati dal Papa, non mancavano, quando lor veniva fatto, di pubblicar la Bolla, e per tutte le loro Diocesi disseminarla, da che, particolarmente intorno all'esazione delle gabelle e del Exequatur Regium, ne nascevano gravissimi inconvenienti. L'Ambasciadore del Re Filippo, risedente in Roma, portava le doglianze col Papa, di essersi pubblicata ne' Regni del suo Re, e spezialmente in quel di Napoli, la Bolla in Coena Domini senza il Regio Exequatur; ma il Pontefice Pio rispondeva, secondo rapporta il Catena[210], che la Bolla in Coena Domini tanto antica, quantunque solamente in Roma ciascun Pontefice la pubblicasse, avea forza per tutto il Mondo, siccome le altre Costituzioni generali; ed aver per l'addietro i Principi e i loro popoli, che si trovavano aver contravvenuto ad alcuna proibizione di questa Bolla, dimandata l'assoluzione da' Pontefici: di essa essersi fatta menzione sempre in tutti i Giubilei ed indulgenze, e nella Bolla della Crociata, conceduta alle volte a richiesta de' Re di Spagna. Per ciò aver comandato agli Arcivescovi e Vescovi che la pubblicassero; molto più perchè avea inteso, che in diverse Province ciò non si faceva, acciocchè non istassero i popoli inviluppati nelle scomuniche, non iscusandoli l'ignoranza, etc. L'ammonire i Confessori del debito loro, convenire al vero Pastore, acciocchè essi sappiano fra lepra e lepra discernere e de' peccati massimamente ne' casi riservati al Papa giudicare.
Il Vicerè informato dall'Ambasciador di Roma dell'ostinazione del Papa, e vedendo co' proprj occhi i disordini, che per ciò accadevano nella città e nel Regno, a' 15 maggio del nuovo anno 1568, mandò al Re una terza consulta, nella quale l'informava degli inconvenienti, che ogni dì nascevano per cagion di questa Bolla, delle novità e dubbj circa l'esazioni delle gabelle, d'alcune Bolle pubblicate ed eseguite in Regno senza l'Exequatur Regium, ragguagliandolo che tanto il Nunzio Appostolico, quanto il Vescovo di Strongoli nuovamente eletto, e mandato in Regno da Sua Santità per Visitatore, aveano mandato generalmente a tutti li Confessori di Napoli, e segnalatamente al Confessore di esso Vicerè nel Convento della Croce, ed a tutti i Confessori delli Reggenti, a ratificargli la Bolla in Coena Domini, ordinando loro che non assolvessero quelli che in qualsivoglia modo contravenivano alla Bolla suddetta. E di vantaggio, che avendo la città di Napoli preso un espediente di dare alli Panettieri il grano della città a minor prezzo di quello, che a lei costava, per non alzare il prezzo che correa allora del pane, conchè li Panettieri pagassero un carlino per tomolo di pane che lavoravano, col qual avanzo la città ne ricaverebbe d'utilità più di ducati sessantamila l'anno; atteso essendosi bandito il pagamento predetto d'un carlino per tomolo, vi erano offerte per due anni di centottomila ducati, ed altri davano intenzione d'avanzare insino a ducati centoventimila, dal che la città veniva a ristorarsi di quel che avea perduto, e perdea nelli prezzi de' grani; ed essendosi deputata giornata per l'accension della candela, la Piazza di Nido erasi ritrattata, per aver osservata la Bolla in Coena Domini, per la quale si scomunicano quelli, che ne' loro Dominj impongono pedagi, o gabelle, dicendo che incorrerebbero nelle scomuniche contenute in detta Bolla; e che similmente quelli, che trattavano questo negozio stavano nel medesimo dubbio, ancorchè da questa imposizione s'eccettuassero le Chiese, Cherici e persone Ecclesiastiche; per lo che aveano differito ed appuntato di doverne cercar parere da' Letterati Teologi sopra questo punto.
Scrissegli ancora sotto l'istesso dì altra consulta, colla quale ragguagliava il Re, che gli aggravj fatti e che tuttavia si facevano da' Vescovi del Regno per cagione della suddetta Bolla (se egli colla sua potente mano non vi riparava) si sarebbero resi irremediabili; e quel, che più importava al suo regal servigio, era il remedio al capo dell'Exequatur Regium da darsi alle provvisioni, Brevi e lettere Appostoliche, poichè per detta Bolla si toglieva affatto questo costume, ed antichissima consuetudine; ed in effetto alcuni Prelati aveano già pubblicati ed eseguiti alcuni Brevi e lettere Appostoliche senza Exequatur, e ch'egli era stato costretto di simularlo, finchè avesse risposta e risoluzione da Sua Maestà, per non incorrere nella censura contenuta in detta Bolla. Gli avvisò ancora, che il Papa avea mandata la Bolla all'Arcivescovo di Napoli con un Breve particolare, che la facesse pubblicare sotto pena di santa ubbidienza; sopra di che, da parte di Sua Santità, gli avea ancora scritto il Cardinal di S. Pietro Alessandrino suo nipote, comandandogli, che la facesse subitamente pubblicare, siccome già era stata subito pubblicata dal detto Arcivescovo e dal Nunzio per le Chiese di Napoli, senza licenza del Vicerè, e senza Exequatur. Di vantaggio, che nella nuova ed ultima Bolla in Coena Domini pubblicata, in quest'anno 1568, vi si leggevano aggiunti molti altri capi pregiudizialissimi alla Regal Giurisdizione; onde pregava istantemente il Re, che ad un affare cotanto grave e ruinoso, vi desse presto rimedio; tanto più, che egli con i Reggenti erano in iscrupolo d'essere scomunicati, perchè aveano denegato l'Exequatur ad alcuni Brevi di Sua Santità.
Il Re Filippo reputando, per queste insinuazioni del Duca, l'affare di somma importanza, ed avendo fatto esaminare in Ispagna da' suoi Consiglj e da' più famosi Teologi di quelle Università la Bolla, finalmente a' 22 luglio del medesimo anno 1568 scrisse al Vicerè una ben lunga lettera molto grave e forte, per la quale l'incoraggiava a star fermo in rifiutar la Bolla, e tutto ciò che s'attentava contra le sue regali preminenze. Mostra in prima per quella, aver inteso non senza suo rammarico, essere giunte le cose in quello stato, ch'egli rappresentava, non potendo lasciar di dirgli aver sentito molto, che abbia tanto dissimulato, e quelle leggiermente passate, ed essendo così perniziose, come sono e come egli medesimo lo dicea: che poteva ben egli aver col Papa molto giusta ed onesta scusa di non ammettere, nè dar luogo ad alcuna novità, che si pretendeva a tempo suo introdurre, con dirgli, ch'era suo Luogotenente in questo Regno, e che stando ad esso raccomandato per governarlo con que' privilegi e preminenze, nelle quali da tanti anni si trovava in possessione, in uso e costume, non poteva lasciare di non conservarli, così, come gli avea trovati: che per questa causa non dovea Sua Santità tenere a male, nè a disubbidienza, che cercasse prima consultare con sua Maestà e complire il suo carico ed ufficio: che dovea dire al Nunzio, che trattanto, che in questo Regno fosse stato esso Duca, non avesse da permetter cosa, che fosse in pregiudizio e diminuzione delle sue prerogative e preminenze, colle quali l'avea ritrovato, e che se Sua Santità pretendeva introdurre alcuna cosa in quello, poteva accudire a Sua Maestà, come a Padrone, e conveniva, che l'avesse fatto, poichè toccava a Sua Maestà ordinare quel che avesse voluto, e ad esso Duca solamente eseguirlo.
Per la qual cosa espressamente gli comandava, che per lo cammino e termini che meglio gli parrebbono, esso Duca restituisca interamente nella possessione, nella quale stava il Regno quando egli ci venne, senza permettere, che la giurisdizione e preminenza reale sia pregiudicata in un solo punto, come in lui interamente confidava, perchè altrimenti non sarebbe ammessa niuna replica e scusa.
Che faccia intendere al Nunzio Odescalchi, che frattanto, che esso Duca tenerà il Regno a suo carico, non s'avran da permettere in quello simili novità, cotanto pregiudiziali a Sua Maestà.
Che castighi severamente ed esemplarmente quelli che avranno ardimento servirsi d'alcun Breve, Bolla, o Concessione Appostolica, senza che preceda l'Exequatur Regium, che da tanto tempo, e per tante necessarie e giuste cagioni s'usa, e sta introdotto nel Regno. E che (approvando il suo parere d'inviare a Roma persona di qualità) si risenta col Papa e gli rappresenti gli aggravj ed i pregiudizi che gli fa con queste novità: gli ordina, che in tanto gli dia subito avviso d'aver eseguito puntualmente quanto gli comandava; soggiungendo ancora (per mostrar maggiormente la sua grande premura), che avendo egli data licenza ad esso Duca per le sue gravi indisposizioni di venire in Ispagna, se si trovasse forse partito dal Regno, gli ordinava di ritornar subito che avesse ricevuta quella lettera, da dove si trovava, a riordinare il Regno, e restituirlo nelle antiche preminenze, in maniera che lo lasci dello stesso modo, e con quelle medesime giurisdizioni e prerogative, che lo trovò.
Risponde ancora a ciò, che il Duca gli avea scritto intorno allo scrupolo, che coloro della città aveano di non imporre fra di loro gabella: che proccuri di levargli da questa immaginazione ed errore; poich'avendo egli fatto consultare il caso da' migliori suoi Teologi, vien giudicato errore ed inganno: onde con effetto, che facci subito imporre la suddetta gabella, affinchè Roma si disinganni, ed intendano di non giovargli in simili cose queste strade indirette.
Scrisse parimente il Re, a' 31 luglio del medesimo anno, premurosamente al Commendator maggiore, a cui appoggiò in Roma questo affare per doverlo maneggiare col Papa, al quale inviò le sue istruzioni e tutte le scritture e consulte fatte sopra il medesimo, incaricandogli dover maneggiarlo con quel calore ed efficacia, che ricerca la qualità d'un negozio tanto grave e cotanto a lui importante. Oltre a ciò in piedi di questa lettera soggiunse il Re, di suo proprio carattere, al Commendatore, che sentiva tanto questo negozio, che non s'avea voluto confidare con altri, se non con lui, assicurato della sua forza ed amore con che l'ha da trattare. E narra il Presidente Tuano[211], che il Re Filippo sì gravemente sdegnossi, che i Vescovi e Parrochi aveano avuto quest'ardimento di pubblicare in Ispagna ed in Italia ne' suoi Stati questa Bolla, che con severità di pene pari all'ardimento loro il proibì, dicendo, secondo che scrive il Tuano: Nolte se committere, ut ignava sua patientia majestatem Imperii a majoribus acceptam, atque adeo aerarium imminuisse videatur; videre se, nec invidere: quod Regi Francorum, qui regnum sectaria peste infectum habeat, nova quotidie subsidia a sacro ordine emungere concedatur, id vero ferre non posse, sibi qui regna ab eadem peste incontaminata servet, interdici, quominus jura ab omni aevo ad hunc diem ab eodem sacro ordine in suis ditionibus pendi solita, exigere liceat. E consimili erano le doglianze de' Veneziani, i quali per ciò non vollero nella loro Repubblica a verun patto sopportare queste novità.
Il Duca d'Alcalà, ancorchè avesse ottenuta licenza dal Re di ritornar in Ispagna, nulladimeno non era per anche partito da Napoli, quando gli giunse la sua regal carta, dalla quale fu obbligato a trattenervisi, e quando s'accertò de' risoluti sentimenti del Re, cominciò con più sicurezza e vigore ad opporsi a' Prelati; onde divenuto più animoso, per sua discolpa, era tutto vigilante ed attento in riparar i pregiudizi passati, e proccurare, che non se ne attentassero de' nuovi: fece far relazione da' Signori Reggenti di non essersi portato alcun pregiudizio alla regal giurisdizione e preminenze di Sua Maestà per la pubblicazione fatta dall'Arcivescovo di Napoli, siccome dagli altri Vescovi nelle loro Diocesi della Bolla: che le cose erano nel lor primiero stato, e da potersi riparare quando il caso avvenisse. Ed in fatti, non ostante che in Roma si trattava dal Commendator maggiore quest'affare, perchè tuttavia non cessavano i Vescovi del Regno, quando lor poteva venir fatto, di tentare delle novità; così non trascurava il Vicerè immantenente di opporsi ed impedirgli.
Il Vescovo di Venafro avea ardito di proibire l'esazion delle gabelle nella sua Diocesi; ma il Vicerè tosto in settembre di quest'anno 1566, scrisse al Commessario Barbuto ordinandogli, che le facesse esigere non ostante detta proibizione, ed avendo inteso, che i Sindici e gli Eletti di S. Germano aveano mandato in Roma per ottener Bolla ed assenso della Sede Appostolica per poter seguitare l'esigenza delle gabelle imposte in detta città gli anni passati con licenza e decreto Regio: e che avendo voluto seguitare ad esigere dette gabelle, erano state dal Vicario pubblicamente nella Chiesa proibite, notificando essere quelle riprovate sotto pena di scomunica da Sua Santità in virtù della Bolla in Coena Domini: commise al suddetto Commessario Barbuto, che contra i Sindici e tutti gli altri del governo, siccome contra coloro, che gli aveano consultati di mandar in Roma, pigliasse diligente informazione, e trovatigli di ciò colpevoli, insieme coll'informazione gli menasse in Napoli, facendo intanto continuar l'esazione.
L'Arcivescovo di Chieti e li Vescovi di Bitonto, di Lavello e di Venosa parimente ebbero ardimento in virtù della suddetta Bolla di proibir le gabelle; ma il Vicerè, oltre d'aver acremente ripresi i Prelati suddetti, acciò non s'intrommettessero in quest'affare e d'aver fatta continuare l'esazione de' laici, di questi attentati ne fece a' 31 ottobre del 1568 una particolar consulta al Re.
Il Vescovo di Melfi ancora erasi avanzato a procedere contra a' laici, avendo anche proibita l'esazione delle gabelle di detta città: onde il Vicerè se gli oppose con vigore, ed a' 11 dicembre del suddetto anno scrisse un'altra Consulta al Re, pregandolo de' rimedj opportuni contra questi Prelati, che usurpavano la sua regal giurisdizione.
Il Vescovo della Cava avea parimente impedita l'esazione delle gabelle di detta città, e pubblicata scomunica contra quelli che volessero esigerle. Ma il Vicerè, a' 6 febbrajo del nuovo anno 1569, mandò una grave ortatoria al Vescovo, che rivocasse la scomunica e non impedisse l'esazione: scrisse ancora una lettera Regia al Capitano ed alla città della Cava, che dovessero continuar e far continuare l'esazion delle gabelle imposte con assenso e decreto Regio, alla riserva delle Chiese e persone Ecclesiastiche, non ostante qualsivoglia proibizione fatta o da farsi dal Vescovo, e ne fece anche di ciò relazione al Re.
Avendo per tanto il Vicerè, di quanto i Vescovi attentavano e di quanto egli operava in contrario per riparare i pregiudizj fatti, mandate, come si è detto, più relazioni al Re Filippo per intendere la sua regal mente, affinchè non mancasse d'assisterlo in cose così gravi; il Re in quest'istesso anno 1569 gli rispose con altra sua regal carta, colla quale non solo approvava la sua vigilanza, ma vie più gl'incaricava la continuazione con ogni vigore in non permettere a' Vescovi questi attentati, nè che per un pelo venga pregiudicata la sua giurisdizione e preminenza regale; per la qual cosa il Duca, assicurato di nuovo della mente del Re, scrisse una grave ortatoria a tutti i Vescovi, ed Arcivescovi del Regno, insinuando loro, che non pubblicassero, nè facessero pubblicare la Bolla in Coena Domini, nè altre Bolle senza il Regio Exequatur, altrimenti avrebbe proceduto contra di loro, come conveniva procedere contra quelli, che pregiudicano la regal giurisdizione. Scrisse ancora nel medesimo tempo a tutti i Governadori delle province, ordinando loro, che inviassero persone a posta a presentare detta ortatoria a tutti, detti Prelati, ed in loro assenza a loro Vicari; e ch'essi stassero vigilanti in non far pubblicare la Bolla in Coena Domini, e che per tal effetto ordinassero a tutti i Capitani delle Terre così demaniali, come Baronali, che subito che sentiranno doversi quella pubblicare debbano tosto levarla di mano di quel Prelato, o altro, che la pubblicasse, o se per caso la ponessero nelle porte delle Chiese maggiori, o in altro luogo, la levassero dove fosse affissa, e subito per persona a posta la debbano inviare ad esso Vicerè: di più, che debbano anche subito sequestrare li beni patrimoniali e temporali del Prelato, che presumerà far tal cosa.
Nè questi ordinamenti rimasero senza il loro effetto poichè alcuni Prelati, che ciò non ostante vollero avere questo ardimento di pubblicarla, ne furono col sequestro de' loro beni puniti. Avendo l'Arcivescovo di S. Severina fattala pubblicare in quella città, scrisse, il Vicerè al Conte di Sarno Governatore di Calabria, che gli sequestrasse i suoi beni patrimoniali e temporali. Parimente essendosi inteso che il Vicario della città di Cedogna aveala pubblicata, fu scritto dal Vicerè al Governadore di Principato ultra, che mandasse un Auditore a pigliarne informazione, e costando averla fatta pubblicare, gli sequestrasse i beni, e trovandosi la Bolla affissa nelle porte della Chiesa, o altrove, la levasse. Consimili ordini furon mandati al Governadore suddetto contra l'Arciprete d'Erboli: al Capitano della Terra delli Cameli contra il Vescovo di Bojano ed il suo Vicario: al Governadore di Principato citra contra l'Arciprete del Casale dell'acqua: al Governadore di Capitanata contra il Vescovo suddetto di Bojano ed a molti altri; ad alcuni de' quali, per essere comparsi in Napoli avanti il Vicerè, e fatto costare, che essi non aveano pubblicata la Bolla dopo la sua ortatoria, ma l'anno precedente, fu loro poi tolto il sequestro. Di tutto ciò, così dell'ortatoria generale spedita a' Vescovi ed Arcivescovi, e degli ordini dati alli Governadori delle Province, come de' sequestri fatti, e poi ad alcuni levati, ne fece il Vicerè distinte relazioni al Re in Ispagna.
Restava ancora di levare un'altra cagione, perchè questa Bolla non si disseminasse, ed era, impedire ai Librai e Stampatori, che non la stampassero e vendessero; onde il Vicerè avendo notizia, che in Napoli i Librai tenevano e vendevano gli esemplari di quella; ed alcuni Stampatori, ancorchè a voce loro si fosse fatto intendere, che non stampassero cosa alcuna senza sua licenza, con tutto ciò l'aveano stampata; ordinò che si facesse diligenza nelle loro case e botteghe, e che quante ve ne trovassero si pigliassero, ed essi fossero posti in prigione, siccome fu eseguito. Ed avendogli il Conte di Sarno Governadore della Provincia di Calabria scritto, che in Cosenza in potere de' Librai di quella città si trovavano molte di queste Bolle, e parte anche vendute, gli ordinò che facesse far la ricerca nelle loro case e botteghe, e proccurasse averle tutte in mano, e gli carcerasse appresso di se: del passo pure ne diede parte al Re nella Consulta, che gli scrisse a' 7 maggio di questo medesimo anno 1569.
Ma con tutto che il Duca d'Alcalà fosse tutto occhi per impedire la pubblicazione di questa Bolla, affinchè gli Ecclesiastici non se ne valessero nel Regno, non per questo da Roma si tralasciava tanto più insistere ai Prelati, che si fossero opposti, e che per tutte le vie la facessero valere. Il Pontefice fulminava per questi espedienti presi dal Vicerè, qualificandoli per violenze; e se deve prestarsi fede al Cardinal Albizio[212], minacciava di volere scomunicarlo insieme col Collaterale, e sottoporre ad interdetto la città di Napoli. Ma riputandosi allora questo rimedio più ruinoso del male, si pensò in Roma una sottil malizia, e pur troppo scandalosa (niente curandosi di allacciare le coscienze degli uomini, particolarmente de' più deboli, che sono i più) la quale fu di comandare a' Confessori, anche regolari, che negassero l'assoluzione a' loro penitenti: onde vedendo, che poco frutto si faceva con mandar la Bolla a' Prelati, ed inculcar loro l'osservanza, si pensò di mandare la Bolla a' Generali delle Religioni, affinchè la disseminassero a tutti i Confessori dell'Ordine, con impor loro, che non assolvessero persona, che avea a quella controvenuto.
Saputosi in Roma, che il Vicerè avea per Confessore un Frate del Monastero della Croce, si cominciò da costui. Il Papa ordinò al P. Generale de' Francescani, che mandasse a tutti li Confessori del suo Ordine la Bolla: di più fece scrivere dal detto P. Generale una particolar lettera ai P. Fr. Michele Guardiano del Monastero della Croce, ch'era il confessor del Vicerè, che stesse ben avvertito d'assolvere il Vicerè, sempre che conoscesse aver impugnato la Bolla. Il Vicerè ebbe copia di questa lettera, e la mandò in Ispagna al Re insieme con un'altra sua Consulta de' 15 maggio del detto anno, pregandolo a prender forte risoluzione in cosa cotanto necessaria.
Si venne da poi a' Reggenti del Collaterale, ed in particolare a' Reggenti Villano e Revertera Consultori del Vicerè. Il Reggente Villano essendosi andato pochi dì prima di Pasqua Rosata a confessare al suo Confessore ordinario, che per sua disavventura si trovò essere dell'osservanza di S. Francesco e del Monastero istesso della Croce, non fu possibile, che colui avesse voluto assolverlo, per cagion d'aver contravvenuto alla Bolla: dicendogli di più che il Nunzio avea secretamente ripreso il Guardiano del Convento, perchè mandava ogni dì un Frate a dir Messa nella Cappella, che sta in casa d'esso Reggente, quando sapeva ch'era, per aver contrastato alla Bolla, scomunicato. Per la qual cosa fu duopo al Reggente andare ad un altro Religioso, dal quale fu per quella volta assoluto e comunicato nel dì di Pasqua; però il Frate gli disse, che avesse rimediato col Re a' fatti suoi, perchè un'altra volta non si sarebbe arrischiato di assolverlo.
Più lagrimevole fu il caso del Reggente Revertera, per aver egli voluto ricorrere a Gesuiti; andò il Reggente nella Vigilia dell'Ascensione per confessarsi al suo Confessore oridinario, ch'era della Compagnia di Gesù: non volle il Gesuita nè meno ascoltarlo, sgridandolo non poterlo assolvere, perch'era scomunicato, avendo impedito, che si pubblicassero provvisioni di Roma senza il Regio Exequatur: che avea consentito, che si carcerassero e punissero coloro, che aveano pubblicata la Bolla in Coena Domini, e che facesse continuare l'esazione delle gabelle, onde non pensasse di essere assoluto nè da lui, nè da altri, perchè il Reggente Villano intanto era stato assoluto da quel Religioso, perchè ancora non era venuto ordine al Generale della sua Religione, che non assolvessero i Reggenti; onde il meschino Revertera tutto confuso e pien di rossore bisognò andar via. Con tal occasione si seppe che in Roma s'era dato tal ordine alli Confessori di tutte le Religioni, e che per ordine del Cardinal Savelli Vicario del Papa, in nome di sua Santità, s'era imposto al General de' Gesuiti, che dovesse dar ordine a tutti i Confessori della Compagnia, che non assolvessero il Vicerè, nè i Reggenti, e che un consimile era stato già dato a tutte le altre Religioni.
L'esempio di Roma, per di lei insinuazione, era imitato da' Vescovi del Regno; poichè il Vescovo di Boiano pure s'era avanzato a dar ordini a' suoi Confessori della Diocesi, e particolarmente a quelli della Terra di Ferrazzano, che non dovessero confessare, nè assolvere li Cittadini e persone del governo di detta Terra, che facevano continuare ad esigere le gabelle: ed ancorchè il Vicerè mandasse ortatoria al Vescovo, che rivocasse gli ordini, altrimenti avrebbe proceduto come conveniva, il Vescovo non volle ubbidire: onde il Duca nella nuova consulta, che fece al Re sotto li 29 gennajo del seguente anno 1670 lo richiedeva, se fosse stato di suo gusto cacciarlo dal Regno e sequestrargli l'entrate. Scrisse perciò al Governadore di Capitanata, che facesse subito presentare al Vescovo l'ortatoria; e la rimandasse, e scrisse parimente al Capitano, ed all'Università di Ferrazzano, che attendessero ad esigere le gabelle, non ostanti gli ordini del Vescovo.
Il Duca, accertato di questi passi dati da Roma, e di quanto accadeva nel Regno, ne fece piena consulta al Re sotto li 10 giugno di quest'anno 1569, pregandolo instantemente a dar pronto riparo, ponendogli ancora sotto gli occhi, ch'egli era già di 62 anni, il Reggente Villano ne avea anni 70 ed il Reggente Revertera poco meno, e potrebbe facilmente ad alcuni di essi sopravvenir la morte con tali timori e scrupoli, che gli Ecclasiastici esageravano, i quali finalmente turbano la pace dell'anima, e maggiormente a' vecchi, che sono nell'estremo di lor vita[213].
Non passò guari, che il Reggente Villano cadde infermo, ed i Confessori non lo volevano assolvere: venne all'estremo di sua vita, ma non per ciò trovava da' Confessori pietà; finalmente il Nunzio, essendosi prima con usar molte diligenze accertato, che veramente era quasi in agonia, siccome in effetto poco da poi se ne morì, diede il permesso che si potesse confessare ed assolvere, ma con condizione, che se fosse vivuto non andasse più dal Vicerè, quando si trattasser cose di giurisdizione, nè s'intromettesse in quelle: così fu assoluto, e così morì il cotanto fra noi celebre Reggente Villano, Ministro non men dotto, che zelante della giurisdizione e preminenze del suo Re, il cui tumulo oggi s'addita nella Chiesa di S. Lorenzo Maggiore di questa città. Tutti li Confessori si protestavano, che a patto veruno non volevano assolvere i Reggenti, se non promettessero prima, di non intromettersi nella Bolla in Coena Domini, ma quella osservare ed eseguire. Parimente il Vescovo di Nola avea ordinato, che gli Eletti e Deputati del Reggimento di quella Città non fossero assoluti da' Confessori per cagion, ch'esigevano la gabella del pane imposta con decreto, e Regio assenso colla riserva de' Cherici, Chiese e persone Ecclesiastiche; ed essendogli stata mandata ortatoria dal Vicerè, che rivocasse gli ordini, e facesse assolverli, non curava ubbidire.
Di vantaggio, avendo il Pontefice pubblicato, in questo nuovo anno 1570, un giubileo, per escludere da questo li Reggenti e gli altri Ministri ed Ufficiali del Re, vi avea fatto ponere clausola, che non potessero di quello godere coloro, i quali aveano violato la libertà Ecclesiastica; ed i Confessori dicevano, che per queste parole si denotavano i Reggenti e gli altri Ministri; ed il Nunzio ancora così l'avea dichiarato.
Il Vicerè di tutti questi disordini ne informò pienamente il Re con due altre relazioni, una de' 29 gennaio, l'altra de' 10 maggio del medesimo anno 1570 pregandolo, che a mali sì gravi volesse darvi remedio, atteso ch'egli non poteva resistere alle continue istanze de' Reggenti' e d'altri Ministri, che erano per ciò in grandissima agitazione[214].
Il Re Filippo intanto, per le Legazioni in questo tempo spedite dal Pontefice Pio di Vincenzo Giustiniano e del Cardinale Alessandrino in Madrid, delle quali parleremo più innanzi, e per gli uffici fatti in Roma dal suo Ambasciadore e dal Commendator maggiore, avea mitigato in parte l'animo del Pontefice, ed il Presidente Tuano[215] narra, che Pio V, si raffreddò e depose il pristino fervore per le guerre di Religione, che allora più che mai crescevano in Fiandra e nella Francia; tanto che il Re assicurò il Duca con sua lettera sin de' 17 luglio 1569, che per gli ufficj passati in Roma prevedea che Sua Santità si sarebbe quietata, e non passerà più avanti, e che in questo non avrà più che dire di quel, che in Ispagna il suo Nunzio con molto secreto avea detto circa l'ordine dato da Sua Santità, che non si pubblicasse la Bolla in Coena Domini insino ad altro suo ordine: lo richiedeva per ciò, che l'avvisasse se questo si continuava, o pure fossesi dato altro ordine in contrario[216].
In questo stato rimasero le cose in tempo del governo del Duca d'Alcalà, che poco da poi se ne morì in Napoli: non si venne mai ad una decisiva risoluzione intorno a quest'affare, ma le cose s'andaron da poi temporeggiando, usando gli Spagnuoli i soliti rimedj. Essi non cessavano dall'un canto impedire l'esecuzione a' Prelati, quando volevan servirsi della Bolla, con tutto che non molto si curassero che coloro la facessero leggere ogni anno.
All'incontro i Vescovi e gli Ecclesiastici non cessavano di pubblicarla nel Giovedì Santo ne' pulpiti, ed affiggerla nè Confessionarj e nelle porte delle Chiese; nè molto si curavano, che poi non si praticasse. Nel Viceregnato del Duca d'Alcalà trovarono, per le forti premure che glie ne dava il Re Filippo, più resistenza e vigilanza. I suoi successori, secondo le congiunture ed opportunità, ora lenti, ora forti, si opponevano.
Il Cardinal di Granvela successore del Duca mostrò non minor fortezza che il suo predecessore; poichè fortemente crucciato il Re Filippo II, che non ostante le promesse del Nunzio fatte in nome del Papa in Ispagna, tuttavia non si cessava da Roma insinuare a' Prelati del Regno la pubblicazione ed affissione della Bolla, scrisse una molto grave lettera al Granvela, dolendosi insieme, e mostrando la sua collera per questo modo di procedere di quella Corte, dicendogli fra l'altre cose: Es fuerte cosa, que por ver que yo solo soy el que respeto a la Sede Apostolica, y con suma veneracion mis Reynos, en lugar de agradecermelo, como devian, se aprovechan dello, para quererme usurpar la autoridad que es tan necessaria, y conveniente para el servicio de Dios, y por el buen govierno de la que el me ha encomendado, y assi podria ser que me forcassen a tomar nuevo camino, y io os confiesso, que me trahen muy cansado, y cerca de acaverseme la paciencia, per mucho que tengo, y si a esto se llega podria ser que a todos pesasse dello[217]. Per la qual cosa il Granvela usò ogni vigore e vigilanza in questo; tanto che avendo l'Arcivescovo di Rossano pubblicata la Bolla, e costandogli, che vi era intervenuto un servidore laico dell'Arcivescovo, lo fece porre in carcere, dove dopo esservi stato molti mesi, morì.
Il Duca d'Ossuna, per le memorie che ci restano, le quali tutte le dobbiamo al diligentissimo Bartolommeo Chioccarello, proccurò, quanto i tempi permettevano, imitarlo: poichè avendo presentito, che dal Vescovo d'Ugento in una Domenica nella solennità della Messa nel 1583 s'era pubblicata nella città di Ugento quella Bolla, scrisse a' 12 ottobre del detto anno una lettera regia a Francesco Caraffa Governadore di Terra d'Otranto, ordinandogli che s'informasse, se fosse vero, che si era pubblicata questa o altra Bolla senza l'Exequatur Regium, e che se vi erano intervenuti laici, procedesse alla carcerazione di quelli, e mandasse a lui copia dell'informazione per risolvere il di più, che gli parerà; ma non essendosi trovati laici, e costando per l'informazione presa e trasmessa all'Ossuna, che la Bolla non era stata affissa, ma solamente pubblicata a voce, e che il Vescovo non teneva beni patrimoniali nel Regno; il Duca nella consulta, che ne fece al Re a' 23 gennaio del medesimo anno, lo ragguagliava, ch'egli non avea in questo caso potuto far quelle dimostrazioni, che praticò il Duca d'Alcalà, ed il Cardinale di Granvela, perchè la Bolla non s'era affissa, e non vi erano intervenuti laici, onde stimava di chiamar il Vescovo di Napoli, e di sequestrargli l'entrate del Vescovato; ma egli prima di ricever gli oracoli da Sua Maestà non avea stimato allora far altro, che di chiamarlo e d'ordinare al Conte d'Ugento, che l'informasse dell'entrate e qualità d'esse, che teneva il Vescovo, affinchè se gli potesse far mandato in nome del Fisco ad ostendendum titulum, e per questa via castigarlo del suo errore.
Questi avvenimenti, che si sono raccolti dalle Consulte mandate dal Duca d'Alcalà al Re Filippo in Ispagna, e dalle lettere del Re, che sono registrate nella Cancellaria di Napoli, e la testimonianza d'uno Scrittore non men grave e fedele, che contemporaneo ai narrati successi, quanto fu il Presidente Tuano, convincono per troppo sfacciate le adulazioni del Cardinal Albizio[218], il quale non s'arrossì di dire, che nei Regni di Spagna e segnalatamente nel Regno di Napoli fosse stata questa Bolla ricevuta, dando una mentita non meno al Salgado[219], che scrisse non essere stata ricevuta ne' Regni di Spagna, che al nostro Reggente Tappia[220], il quale nel suo Trattato De Contrabandis Clericorum, avea con verità detto, che quella non fu mai nel nostro Regno accettata, dicendo l'Albizio: totum enim contrarium apparet ex consultationibus et literis directis ad Regem Catholicum Philippum II, o Duce de Alcalà Prorege Neapolis de anno 1567, videlicet, Bullam hanc fuisse, non solum in Civitate Neapolis, sed per totum Regnum pubblicatam; poichè da queste Consulte e Lettere, come si è veduto, tanto è lontano ricavarsi, che fosse stata ricevuta, che anzi i Vescovi ne furono castigati, quando ebbero ardimento di pubblicarla. Ebbero è vero i Vescovi questa arroganza contra il volere del Re, istigati da Roma di pubblicarla, ma furono sempre impediti i loro disegni e resi vani gli effetti: si continuò l'esazione delle gabelle, e se n'imposero delle nuove senza licenza della Sede Appostolica: l'Exequatur si ritenne: a' Magistrati non si fece dare impedimento in esercitando li loro ufficj: le tratte furon come prima vietate; nè senza Regio permesso s'introducevano vettovaglie in Roma.
Assai più favoloso è ciò che questo Autore soggiunge, che il Re Filippo II avesse ceduto a questo punto, e che nelle istruzioni date al Marchese de las Navas mandato a Roma nell'anno 1578 avesse confessato in tutti i suoi Regni essere stata la Bolla pubblicata ed accettata; poichè il Presidente Tuano rapporta il contrario, d'avere il Papa rimesso il suo fervore, ed il Re Filippo al Duca d'Alcalà scrisse, che il Pontefice avea ordinato, che sino a nuovo ordine non si pubblicasse la Bolla, e dopo la missione del Marchese de las Navas, il Cardinal Granvela e D. Pietro di Giron Duca d'Ossuna, che fu Vicerè, dall'anno 1582 insino al 1586, si opposero agli attentati de' Vescovi, siccome fecero i loro successori: ancorchè per le circostanze de' tempi, non con quel medesimo vigore e fortezza del Duca d'Alcalà.
Se gli Spagnuoli avessero usati i rimedj praticati in Francia per guarir queste ferite, non già impiastri ed unguenti, non si sarebbe data occasione agli assentatori della Corte di Roma di scrivere queste ed altre maggiori esorbitanze, in grave scorno della potestà e giurisdizione de' nostri Re; ma l'aver sovente trascurato di punire la pubblicazione che si faceva da' Vescovi e da' Parrochi, e solo accorrere a casi particolari, impedendo a' Vescovi, quando volevan con effetto eseguirla e metterla in uso, ha portato questo, che gli Autori Ecclesiastici, perchè la sentivano pubblicare da' Vescovi e da' Parrochi e la vedevano affissa nelle porte delle Chiese e ne' Confessionarj, abbiano scritto che questa Bolla fosse stata nel Regno pubblicata e ricevuta, siccome fra gli altri fece il Cardinal Albizio, il quale per ciò, come testimonio di veduta, dice: Et ego, qui per triennium exercui officium Auditoratus Nunciaturae Neapolis, sub fel. rec. Urbani VIII Pontificatu, testor acceptationem et ejus usum in praedicta Civitate et Regno. Ma egli dovea sapere ancora, che quando i Vescovi volevan quella porre in pratica, tosto il Collaterale ed il Delegato della giurisdizione vi s'opponeva e dava riparo: che a' suoi tempi si ponevano nuovi dazj senza licenza della Sede Appostolica: che si proibiva in Roma e nello Stato Ecclesiastico mandar vettovaglie ed altre cose, senza Regio permesso, tutto che per la Bolla non si potesse ciò loro impedire, anzi gli Ecclesiastici ne dimandavano le tratte ogni anno, ed in tutto il resto niente fu variato di quel che prima della Bolla si faceva.
Da ciò ne nacque ancora, che i Vescovi del Regno ne' Sinodi Diocesani, stabilendo in quelli i loro decreti, si servissero della Bolla, e spesso l'allegassero; ma non per ciò i Sinodi erano per quelli capi ricevuti, ma s'impediva loro di mandarli in esecuzione. Sono piene le nostre Province di questi Sinodi, ma non s'ardisce però niuno metterli in pratica.
Quindi nacque ancora, che gli Scrittori Ecclesiastici, e particolarmente i Casuisti (poichè con gran trascuraggine non molto vi si bada) abbiano empiti i loro volumi di massime quanto false, altrettanto pregiudizialissime alla giurisdizione del Re, con sostenere come per tacer altri, fecero Marta, Diana, del Bene e tanti altri, la Bolla in Coena Domini, come tutte le altre, aver forza ed obbligar le coscienze degli uomini anche ne' Regni, nelli quali non è stata ricevuta, per non esser necessario alle Bolle del Papa pubblicazione o accettazione alcuna, ma che basti che siano quelle pubblicate in acie Campi Florae, ad valvas Basilicae D. Petri e negli altri luoghi soliti di Roma, per obbligare tutti i Principi e tutte le Nazioni del Mondo Cristiano: che tenendo il Papa la sua autorità immediatamente da Dio, non ha bisogno la sua legge di accettazione o pubblicazione: che questo istesso lo diffinisce la Bolla medesima in Coena Domini, e tante altre esorbitanze. Come se al Papa, ancorchè eccedesse i limiti della sua potestà spirituale, mettendo ciò che vuole nelle sue Bolle, abbiano i Principi ciecamente ad ubbidire, ancorchè per quelle si trattasse di levargli la loro potestà e giurisdizione, che parimente essi la riconoscono da Dio. E come se non fosse il Principe in obbligo, per la custodia de' suoi Stati, invigilare a ciò, che s'introduce da Roma in quelli, ed opporsi a' pregiudizj de' suoi regali diritti e de' suoi vassalli: intorno a che è da vedersi Van Espen[221], dotto Prete e celebre professore de' Canoni nell'Accademia di Lovanio, il quale sopra ciò compose un particolar trattato, confutando gli errori di costoro, stampato in Brusselles l'anno 1712. Anzi questi assentatori della Corte di Roma erano trascorsi insino a dire, che chi sente altrimenti è sospetto d'eresia, e può denunciarsi al S. Ufficio, e di vantaggio (ciò che non può sentirsi senza riso insieme ed indignazione) sono scorsi sino a dire, che controvertire del fatto, cioè se in tale provincia sia ricevuta o no questa Bolla, s'incorra nel medesimo sospetto, ed il Cardinal Albizio[222] narra, che a' suoi tempi per comando d'Alessandro VII, s'era da tutti i Qualificatori del S. Ufficio, nemine excepto, qualificata per falsa, temeraria, erronea, ingiuriosa all'autorità del Santo Pontefice, e che prepara la via allo Scisma, questa proposizione: Bulla, quae promulgatur in Coena Domini, non est in Belgio usu recepta juxta probabilem multorum opinionem: e ne cita il decreto profferito sotto li 20 settembre del 1657. E qual documento maggiore dell'inosservanza potevano avere, che da quest'istessa Bolla; dove si proibisce a' Principi di metter nuovi pedagi e gabelle senza licenza della Sede Appostolica, dove si scomunicano i loro Ufficiali che impedissero a' Giudici Ecclesiastici d'esercitare la loro giurisdizione contra quoscumque, dove finalmente l'imperio si sottopone interamente al Sacerdozio ed il Papa fassi Monarca sopra tutti i Re e Principi della Terra?
CAPITOLO V. Contese insorte intorno all'Exequatur Regium delle Bolle e rescritti del Papa, ed altre provvisioni, che da Roma vengono nel Regno.
È veramente da notare la provida mano del Signore, come nel Pontificato di Pio V con pari compenso, al soverchio zelo ed arditezza di quel Pontefice abbia voluto contrapporre la vigilanza e fortezza in resisterlo del Duca d'Alcalà, perchè nel nostro Regno fosse eseguito ciò che di sua propria bocca prescrisse di doversi rendere a Cesare ciò ch'è di Cesare ed a Dio, quel ch'è di Dio. La Bolla in Coena Domini come si è veduto, proibiva a' sudditi di pagare i tributi a' Re, se nell'imporli non si fosse prima ottenuta licenza dalla Sede Appostolica; ma il Duca non fece valere la Bolla, e fece pagare come prima le gabelle e le collette legittimamente imposte con decreto ed assenso Regio. Si toglievano per quella a' Principi i diritti più supremi della loro potestà regale, ma non si permise un attentato sì scandaloso, e cotanto a lor pregiudiziale: si proccurava in breve sottoporre interamente l'imperio al Sacerdozio, ma poichè Iddio non mai ciò volle, s'eseguì il suo Divin volere. Ma la Corte di Roma non perciò arrestandosi, e sempre più vigilante ed attenta alle sorprese, cercava togliere a' nostri Re una prerogativa cotanto lor cara, ch'è riputata la pupilla de' loro occhi, e 'l fondamento principale della loro regal giurisdizione: questo è l'Exequatur Regium, che si ricerca nel Regno alle Bolle e Rescritti del Papa, e ad ogni altra provvisione, che viene da Roma, senza il quale non si permette, che si mandino in esecuzione. Il Pontefice Pio V, sopra gli altri suoi predecessori, l'ebbe in tanta abbominazione, che qualificandolo come disautorazione della dignità ed autorità Appostolica, fece ogni sforzo per toglierlo e distruggerlo: vi s'impegnarono poi, seguendo le sue pedate, gli altri Pontefici suoi successori, e non men la Corte di Roma, che i Prelati del Regno con varj modi, tentando ogni via, cercarono abbatterlo. In contrario si rese commendabile la costanza de' nostri Re, che sempre forti resisterono con vigore alle loro intraprese, tanto che ci rimane ora vie più stabile e fermo che mai. Racconteremo per tanto, seguendo il nostro istituto, la sua origine, come fossesi nel Regno mantenuto sotto tutti i Principi che lo ressero, le contese perciò avute colla Corte di Roma, che cercava abbatterlo e particolarmente nel Viceregnato del Duca d'Alcalà, e per quali ragioni, e come in fine restasse sempre fermo e saldo.
Gli Scrittori Ecclesiastici, per appoggiare come meglio possono la pretensione della Corte di Roma, oltre alle generali ragioni rapportate di sopra, che le Bolle e Rescritti del Papa non abbiano bisogno d'accettazione o pubblicazione alcuna fuor di quella che essi fanno in Roma, ne adducono una particolare per questo Reame; e confondendo l'Assenso Regio, che prima i nostri Re davano alle elezioni di tutti i Prelati del Regno, coll'Exequatur Regium, che si dà a tutte le Bolle e Rescritti del Papa, ed a qualunque altra provvisione, che ci viene da Roma, pretendono, che siccome quello per l'investiture, che si cominciarono a dare a' Re della Casa d'Angiò e poi continuate sino al presente, fu tolto, così ancora debba levarsi l'Exequatur. Così il Cardinal Alessandrino, mandato dal Pontefice Pio V suo zio Legato in Madrid al Re Filippo II, fra le altre cose, che espose nel memoriale[223] datogli, diceva querelandosi, che nel Regno di Napoli in moltissimi capi non s'osservava il Concilio Tridentino; ed in infinite maniere s'impediva l'esecuzione delle lettere ed espedizioni Appostoliche: a quali abusi, e particolarmente a quello dell'Exequatur Regio, è obbligata la M. V. per proprio giuramento a rimediare e rimovere, come potrà vedere dalle clausole dell'Investitura di Giulio II in persona di Ferdinando il Cattolico, e di Giulio III in persona della M. V. da lei giurata.
A questo fine gli diedero una origine assai favolosa, dicendo che fosse introdotto nel Regno, e cominciò a praticarsi nelle proviste de' Prelati delle Chiese Cattedrali, solo per sapere, prima che si eseguisse la provista delli Prelati eletti, se fossero nemici e mal affetti del Re, ed acciocchè dentro lo Stato non si ricevesse persona di cui potea aversi sospetto di dover portare in quello macchinazioni, tumulti e rivoluzioni; e ciò s'introdusse quando il Regno era tutto sconvolto per le contese de' Principi pretensori, e quando ogni dì, guerreggiandosi spesso, l'uno cacciava l'altro. Quest'origine appunto gli diede Papa Clemente VIII, in una lettera scritta a' 5 di ottobre del 1596 di sua propria mano al nostro Vicerè Conte di Olivares, per la quale pretendeva farlo togliere dal Regno in que' tempi pacati senza guerre e senza sospetti[224].
Ma confondere due cose, che sono pur troppo diverse, e che l'una ha principio totalmente dall'altra diverso, dar quella origine all'Exequatur Regium, che nacque ne' Dominj de' Principi Cristiani insieme col Principato e colla loro potestà regia, o è pur troppa simplicità, ovvero sottil malizia.
L'Assenso Regio, che prima si richiedeva in tutte le elezioni de' Prelati del Regno, non nacque principalmente per la cagione di sopra rapportata; ma da un altro principio, cioè d'avere prima avuto i Principi parte nell'elezione di quelli, o sia, come dice Duareno[225], perchè rappresentando le ragioni del Popolo, il quale al Principato trasferì tutta la sua potestà, siccome prima il Popolo nell'elezione ci avea insieme col Clero gran parte, così fossesi ciò trasferito al Principe: ovvero dall'avere essi da' fondamenti erette le Chiese, o ristorate, o arricchite d'ampj poderi e ricchezze, in maniera, ch'essi si riserbarono questa ragione, anzi s'attribuirono d'investire i Prelati col bastone e coll'anello, non già per la spiritualità della carica, che non si apparteneva a loro, ma per le temporalità, che alle Chiese essi, o loro maggiori aveano donate. Così nel Regno de' Normanni, che furono cotanto liberali e profusi in dotar le Chiese, non vi era elezione senza il lor consenso; così ancora praticossi nel Regno dei Svevi, insino che Carlo I d'Angiò, avendo acquistato il Regno per l'invito e favore del Papa, questi, che riconosceva da lui cotanto beneficio, non ebbe riparo nell'investitura, che gli fece di quello, di contentarsi di non doversi per l'avvenire nell'elezione de' Prelati richiedere il suo assenso: ciò, che però non tolse il Regio Exequatur: nè di non poter rimediare alle provvisioni, che si facevano da Roma, nel caso il provvisto fosse nemico o al Re sospetto, perchè questa ragione dipende da altro principio; anzi Papa Niccolò IV lo dichiarò in una sua Bolla istrumentata a' 28 luglio del 1288 in tempo del Re Carlo II d'Angiò, dicendo che non potevano in modo alcuno essere assunti a dignità Arcivescovile, Vescovile, o altra Dignità o Prelatura del Regno, coloro, che saranno sospetti al Re[226]. Nè parimente tolse le ragioni di presentare o nominare le persone in quelle Chiese, che fondate da' nostri Re, o loro maggiori, ovvero ampiamente dotate, erano di Patronato Regio; onde poi per togliere li continui contrasti, che sopra di ciò insorgevano per le Chiese Cattedrali colla Corte di Roma, nacque tra Clemente VII e l'Imperador Carlo V quel concordato, di cui altrove fu da noi lungamente discorso.
L'Exequatur Regium, che si dà nel Regno, non pure alle proviste, che si fanno in Roma delle Prelature ed altri Beneficj del Regno, ma a tutte le Bolle e rescritti del Papa, anche a' Brevi di giubileo e d'indulgenze, ed a qualsivoglia provvisione, che ci venga da Roma, non dipende da questo principio, nè nacque ne' turbolentissimi tempi di guerra, per sospetto che forse s'avesse del provvisto, d'esser poco amico dei Principi contendenti, quando l'uno spesso cacciava l'altro. La sua origine è più antica, nacque non pur nel Regno di Napoli, ma in tutti i Dominj de' Principi Cristiani col Principato istesso, e s'appartiene ad essi, titulo sui Principatus, ovvero jure Regaliae, come ben pruova Van-Espen dotto Prete e gran Teologo di Lovanio[227]. Nacque per la conservazione dello Stato, e perchè in quello non siano introdotti da straniere parti occasioni di tumulti e disordini; onde fu sempre mai lecito a' Principi, e proprio della loro commendabile vigilanza, capitando ne' loro Regni scritture di fuori, per le quali si pretenda in quelli esercitar giurisdizione o sia spirituale o temporale di riconoscerle prima che quelle si mandino in esecuzione: tanto maggiormente, che la Corte di Roma da molto tempo aveasi arrogata molta autorità, che eccedeva il confine di un potere spirituale, e sovente si metteva a decider punti, che non le appartenevano, e toccavano la potestà temporale de' Principi: onde fu introdotto stile, che se le provvisioni venute di Roma dovranno eseguirsi contra Laici, si abbia a domandar da' Magistrati l'implorazione del braccio, i quali non come semplici esecutori, ma ritrattando l'affare ed esaminandolo, se conoscono essere a dovere, lo fanno col loro braccio eseguire, altrimente niegano l'esecuzione: se la scrittura contenerà il solo affare degli Ecclesiastici, o si tratterà di cose meramente spirituali e di cause Ecclesiastiche, se le dà l'Exequatur dal Re ed in suo nome dal Vicerè, se però conoscerà coll'eseguirsi, niente ridondare in pregiudizio delle sue preminenze e Regalie dello Stato e de' suoi sudditi, nè contrastare agli usi e costumi del paese; ond'è, che per ciò non si pretende di volere avvalorare o disfare ciò, che il Papa ha fatto, quasi ch'egli nelle cause Ecclesiastiche e spirituali abbia bisogno della potestà del Principe Secolare[228]; ma unicamente vien richiesto, perchè il Principe, che deve vigilare e star attento, acciocchè il governo de' suoi Regni non sia perturbato, sappia, che cosa contiene ciò, che da fuori viene nel suo Dominio e Principato, affinchè sotto questo colore o pretesto non s'introduca cosa, che possa nuocere alla quiete e tranquillità del suo Stato ed al governo della Repubblica; e questo è il fine perch'è ricercato, siccome ben a lungo dimostrò Van Espen nel suo trattato De Placito Regio[229]; ciò che ben intesero il Vescovo Covarruvias[230], Belluga[231], ed il Cardinal di Luca[232], il quale scrisse, che a questo fine si praticava nel nostro Regno l'Exequatur Regium.
Quindi deriva, che niuna Bolla, Breve, Rescritto, Decreto o qualunque altra scrittura, che venga a noi da Roma, sia esente da quello: si ricerca eziandio per questo fine alle Bulle dei Giubilei e dell'Indulgenze[233]; anzi, secondo che con più argomenti pruova Van-Espen[234], può ancora ricercarsi alle Bolle istesse dogmatiche, non già, che s'appartenga al Principe diffinire, o trattare cose di fede; ma perchè le clausole, che si sogliono apporre in quelle, e delle quali, secondo il moderno stile di Roma, soglion esser vestite, il modo, il tempo, le congiunture e l'occasioni di pubblicarsi tali Bolle, devono essere al Principe note e palesi. Forse, se oltre al dogma in quelle diffinito ed alle pene spirituali, si volesse metter anche mano alle temporali: forse, perchè non convenisse per altri motivi rilevanti di Stato, pubblicarsi allora, ma aspettarsi tempo più congruo, e per altri rispetti e cagioni, le quali furono ben a lungo esaminate da quello Scrittore. Quindi vien ricercato ancora il Regio Exequatur a tutti i Decreti, che si fanno in Roma nelle Congregazioni del S. Ufficio, e dell'Indice intorno alla proibizione de' libri, di che altrove fu da noi lungamente ragionato. E quindi deriva ancora, che nell'interposizione, di quello non si proceda per via di cognizione ordinaria, ma per via estragiudiziale e secondo le regole di Stato e di Governo, non già secondo quelle del Foro; onde si vede quanto di ciò poco s'intendano e Casuisti e Canonisti, i quali credendo, che questo esame si abbia a fare con termini forensi, gracchiano per ciò ne' loro volumi[235], e scrivono, che non possono le Bolle ed i Rescritti del Papa ritenersi, o esaminarsi dai Giudici Laici, perch'essi non han giurisdizione sopra le cause Spirituali ed Ecclesiastiche, trattando questa materia al modo loro, e con termini d'immissione, di giurisdizione e con altre inezie forensi.
Da ciò parimente deriva, che non ogni Tribunale di Giustizia, ancorchè supremo, abbia facoltà di concedere questo Placito Regio. Ma ciò è solo riserbato a' Consigli supremi del Re istituiti per lo Governo, ed a' Consiglieri, che sono al suo lato e che hanno l'economia. Così presso di Noi è del solo Collateral Consiglio, il cui capo è il Vicerè, di concederlo, non già d'altro Tribunale di giustizia, supremo che fosse[236]. E negli altri Dominj de' Principi Cristiani d'Europa, siccome in Ispagna ed in Francia, è solo ciò riserbato a' Consiglj Supremi del Re; siccome in Fiandra al supremo Consiglio di Brabante ed agli altri Supremi Consiglj di quelle province[237]. Per questa cagione furono nel 1551 meritamente dal Vicerè Toledo ripresi il Reggente ed i Giudici della Vicaria, li quali s'avanzavano a concedere tali Placiti, con ammonire ed ordinar loro, che per l'innanzi più non gli spedissero, perchè questa preminenza era del solo Vicerè e suo Collateral Consiglio, non già de' Tribunali di Giustizia[238].
Nè questa è solamente prerogativa del nostro Regno e de' nostri Re, come altri forse crede: ella è comune a tutti i Principi, i quali ne' loro dominj praticano lo stesso. In Ispagna, come ci testificano Covarruvias[239], Belluga[240], e Cevallos[241], le Bolle e tutte le provvisioni che vengono di Roma, prima di pubblicarsi s'esaminano nel Consiglio Regio, e sovente quando non vogliono eseguirsi, si ritengono; onde Salgado per giustificar questo stile ed inconcussa pratica, compose quel trattato, che per ciò ha il titolo De Retentione Bullarum; e quell'altro. De Supplicatione ad Sanctissimum etc., ed il medesimo praticarsi in Portogallo testifica Agostino Manuel nell'Istoria di Giovanni II[242].
In Francia e nella Fiandra è cosa notissima, che non si pubblica cosa che venga di Roma, se prima non sia stata quella esaminata per gli Ufficiali del Re; anzi essi non si vagliono di questa, per altro assai modesta e rispettosa parola exequatur[243] (ancorchè pure si fosse preteso di mutarla in Obediatur) ovvero, come si pratica in Milano[244], di Pareatis, ma di Placet, e quando le provvisioni non piacciono, si ributtano[245]. Lo stesso s'osserva nel Ducato di Brettagna secondo l'Argentreo[246], e nel Ducato di Savoja, siccome ce ne rende testimonianza Antonio Fabro[247]. In Sicilia si pratica il medesimo, e Mario Catello[248] rapporta lo stile e le formole di quel Regno intorno a ciò. In Italia, siccome in Venezia, lo testifica il P. Servita: nel Ducato di Fiorenza, Angelo[249], ed in tutte le altre Regioni d'Italia, Antonio d'Amato[250].
Nel nostro Regno di Napoli non solo sotto i Principi Normanni e Svevi fu inalterabilmente ciò praticato, ma anche sotto i Re medesimi della Casa d'Angiò, ligj de' Romani Pontefici; e coloro eziandio, che nell'investiture si contentarono di spogliarsi dell'Assenso nell'elezioni de' Prelati. Ciò che maggiormente convincerà, non aver niente di comune l'Assenso prima ricercato, col Regio Exequatur sempre ritenuto e non mai interrotto.
ANGIOINI.
Carlo II d'Angiò, essendo stato eletto per Vescovo di Melito Manfredi di Gifuni, Canonico di quella Chiesa, non volle a verun patto alle di lui Bolle dare il suo beneplacito; gl'impedì il possesso, perchè egli era sospetto d'infedeltà, e la carta del Re data a Napoli l'anno 1299 vien rapportata dall'Ughello[251]. Gli altri Principi di questa Casa, quando all'incontro conoscevano niente esservi d'ostacolo, lo davano; anzi presentate ad essi le Bolle e' Brevi, o altre provvisioni provenienti da Roma, non solo lo concedevano, ma vi prestavano anche il lor favore ed ajuto, perchè tosto s'eseguissero.
Carlo Duca di Calabria primogenito e Vicario Generale del Re Roberto, all'Arcivescovo di Siponto, che gli avea presentate alcune lettere Appostoliche di Papa Giovanni XXII spedite per una causa pendente in Roma sopra l'unione del monastero di S. Giovanni in Lamis della Diocesi di Siponto col monastero di Casanova della Diocesi di Penna, non solo alle medesime concedè il suo beneplacito, ma a primo agosto del 1321 scrisse a' Giustizieri ed altri Ufficiali della provincia di Capitanata, che prontamente le facessero eseguire.
Il Re Carlo III, avendo Urbano VI conferito a Fra Girolamo di Pontedattilo la Badia di S. Filippo di Gerito della Diocesi di Reggio, fece lo stesso, e scrisse a' 18 novemb. del 1382 a' Capitani di quella città, che gli prestassero ogni favore ed assistenza circa la possessione che dovea prendere della Badia.
Il Re Ladislao, essendo stato un tal Fra Elia creato da Bonifacio IX Archimandrita del Monastero di S. Adriano della Diocesi di Rossano, volle prima informarsi de' suoi costumi, e trovatolo di sufficienza diè l'Exequatur alla Bolla, ed ordinò a' 6 gennajo del 1403 a' suoi ufficiali in Calabria, che lo favorissero a pigliar la possessione, siccome quest'istesso Re, particolarmente in tempo dello Scisma, ne impedì ad altri il possesso.
La Regina Giovanna II, avendo il Papa conferito a Cicco Guassarano la Badia di S. Maria di Molocco nella Diocesi di Reggio, avendo questi presentate nella sua Reginal Corte le Bolle originali speditegli dal Papa, che furon vedute e lette, diede il suo assenso, ed ordinò a' 20 aprile del 1419 a' suoi ufficiali di Calabria, che le facessero dar esecuzione[252].
ARAGONESI.
Non meno che in tempo degli Angioini, fu ciò praticato co' Re Aragonesi. Re Alfonso I espose ad Eugenio IV, da poi ch'ebbe dal medesimo ricevuta l'investitura colle solite clausole, che nel Regno v'era consuetudine di non riceversi i Prelati provvisti da Roma senza il suo beneplacito; ed il Papa non v'ebbe difficoltà alcuna, che per l'avvenire potesse valersi di questa prerogativa. Per ciò, essendo stato nel 1451 provveduto il Vescovado di Marturano in Calabria, il Re Alfonso diede al provvisto l'Exequatur, come dal suo diploma, rapportato dall'Ughello[253]. Il medesimo Re, avendo Papa Calisto III conferita la Badia di S. Pietro in Pariete fuori le mura del Castello di Cilenza dell'Ordine di S. Benedetto della Diocesi di Vulturara a Fr. Baldassare di Montauro, monaco del Monastero di S. Pietro della Canonica fuori le mura d'Amalfi dell'Ordine Cisterciense, diede l'Exequatur alle Bolle, che gli furono da costui presentate, ed ordinò a 29 luglio del 1457 al Conte di Termuto che si eseguissero. Lo stesso fece alla concessione, che il Gran Maestro di Rodi dell'Ordine Gerosolimitano avea fatta a Filippo Ruffo di Calabria, figliuol naturale di Carlo Ruffo Conte di Sinopoli[254], del Priorato e Governo della Chiesa di S. Eufemia di detto Ordine, situata nella Provincia di Calabria, dandogli l'Exequatur, ed ordinando a' suoi ufficiali che l'assistessero nel pigliar il possesso, ed alla percezione de' frutti.
Morto il Re Alfonso, e succeduto nel Regno Ferdinando I suo figliuolo, questi, nel Pontificato di Sisto IV, seguitando le medesime pedate de' Re suoi predecessori, non ebbe chi tal prerogativa gli contrastasse; anzi nel 1473 ne stabilì Prammatica, al cui esempio il Duca d'Alcalà ne promulgò poi un'altra nel 1561, della quale si dirà più innanzi[255]; egli per ciò alle Bolle, ed altre provvisioni, che venivano da Roma, quando non poteva considerarsi inconveniente, dava l'Exequatur, ed avendo il Pontefice suddetto conferito il Vescovado di Capaccio a Lodovico Fonellet Arcivescovo di Damasco per Bolle Appostoliche dei 20 marzo 1476, presentategli le Bolle, assenti, ed a' 13 maggio del medesimo anno scrisse al Capitano di Capaccio ed a' suoi Ufficiali, che l'eseguissero.
Assunto che fu poi al Pontificato Innocenzio VIII, portando la condizione di que' tempi, che la corruzione in Roma arrivasse insino all'ultima estremità, si vide non meno in lui (ma più ne' Pontefici, che gli successero) una ambizione così sregolata, che niente altro si studiava, che per ogni via rendersi assoluti Monarchi sopra i Principi della Terra; cominciò a dispiacer loro quest'Exequatur, ovvero Placet, che praticavasi in tutti i Dominj de' Principi Cristiani di Europa.
Innocenzio VIII adunque fu il primo, che per mezzo d'una sua Costituzione[256] cercò toglierlo a tutti, e tentò la prima volta contrastarlo al nostro Re Ferdinando: ma siccome la sua Bolla non ebbe alcun seguito, e fu riputata inutile e vana negli altri Regni, così ancora nel nostro: si continuò per tanto l'Exequatur, e Ferdinando istesso, avendo il medesimo Pontefice conferito il Vescovado di Sessa ad un tal Fr. Ajossa Napoletano, non si fece eseguir la Bolla, se non presentata a lui, il quale, a' 3 aprile del 1487 concedè l'Exequatur[257].
Succeduto, ad Innocenzio Alessandro VI Pontefice dotato di tante belle doti e virtù, quante il Mondo sa; costui per le cagioni rapportate nel lib. 29 di questa Istoria, essendo molto avverso al nostro buon Re Federico, fra l'altre cose gli contrastò l'Exequatur con maggiore ostinazione e vigore; e vedendo che tutti i suoi sforzi gli riuscivan vani, lo portò tanto innanzi la sua stizza, che non ebbe punto di difficoltà nel 1500 a' 25 giugno di deporlo dal Regno, e fra l'altre colpe che gl'imputava, per le quali veniva a dare tal passo, era questa ancora, ohe aveva in più modi impedite le provvisioni Appostoliche, eziandio quelle fatte in favore de' Cardinali, e voleva che le Bolle di Roma non si mandassero in effetto, senza il Regio Exequatur[258]. Ma altronde, che dalla collera di Alessandro e dalla sua vana deposizione vennero le disgrazie a questo infelice Principe, il quale in tutto il tempo che proseguì a regnare fra noi, non soffrì, che le Bolle si ricevessero senza l'Exequatur: anzi ora vie più forte che mai, a' 3 di luglio del medesimo anno 1500, scrisse una molto grave lettera al Vescovo di Carinola, dicendogli, che in tempo de' Re suoi progenitori e massime del Re Ferdinando suo padre, era stato da antichissimo tempo e continuamente osservato nel Regno, che niuna provvisione venuta da Roma, o da altro luogo straniero, era stata ammessa, letta, nè pubblicala senza licenza del Re: e così ancora erasi osservato da' successori di Ferdinando dopo la sua morte, e che tutto ciò erasi da' predecessori Pontefici sopportato; ma che presentemente scorgendosi, che alcuni, per la revoluzione de' tempi, sogliono scusarsi non avere di ciò notizia, perciò avea egli voluto farlo intendere a tutti i suoi sudditi, con incaricar loro, che niuna Bolla, Breve o Scomunica e qualsivoglia altra sorta di provvisioni, che venga da fuori del Regno, si debba leggere, ammettere e pubblicare per persona del Mondo, senza sue lettere esecutoriali, osservando detta antica consuetudine, e non faccia il contrario se ama la sua grazia. In esecuzione del quale stabilimento, avendo inteso, che al Maestrodatti del Vicario Capuano era stata presentata inibitoria di Roma senza Exequatur; scrisse a' 3 dicembre del medesimo anno 1500 al Capitano di Capua, che proccurasse aver nelle mani detta inibitoria, e la mandasse a lui, per provedere a ciò che stimerà necessario.
Ma in niun tempo fu ciò con maggior rigore fatto osservare, quanto nel Regno di Ferdinando il Cattolico, e negli anni che fu il Regno governato dal Gran Capitano, e dopo la sua partita, da' Vicerè suoi successori.
In tempo del Gran Capitano leggonsi presso il Chioccarello[259] molti ordini da lui dati, affinchè non si desse la possessione a' Vescovi ed Abati senza Exequatur; e di vantaggio si è proceduto al sequestro delle rendite, nel caso si fosse presa senza di quello, e questo medesimo fu praticato ancora nelle Badie concedute a' Cardinali, i quali nè tampoco ne sono in ciò esenti, e per ciò non ebbero ripugnanza di cercarla, siccome fece il Cardinal d'Aragona per la Badia di S. Maria dello Mito posta in Provincia di Terra d'Otranto, concedutagli da Papa Giulio II nel 1505. Così ancora quando dal detto Papa, per resignazione fattane dal Cardinal Oliviero Caraffa Arcivescovo di Napoli, fu dato il Vescovado di Chieti a Gianpietro Caraffa, poi Cardinale e Papa, detto Paolo IV, fu la Bolla spedita a' 30 luglio del detto anno 1505 presentata al Gran Capitano, il quale a' 22 settembre del medesimo anno, vi diede l'Exequatur.
Parimente procedè il Gran Capitano con gran rigore contra coloro, i quali ardivano di servirsi di qualunque scrittura, anche di scomunica, o interdetto, venuta di Roma senza il Placito Regio. Così avendo con grandissimo rincrescimento inteso, ch'erano state poste nella porta della Chiesa Metropolitana di Cosenza alcune scomuniche, o interdetti contra Suor Arcangela Ferraro Monaca dell'Ordine di S. Bernardo, senza essersi ottenuto prima Regio Exequatur, scrisse a' 23 dicembre del detto anno 1505 una molto grave lettera al Governadore di Calabria, ordinandogli che ne prendesse informazione, e trovando le suddette censure essere state affisse da persona laicale, la castighi severamente, ed esemplarmente: se poste da persona Ecclesiastica ne gli dia avviso, acciò che possa procedere a quello sarà di dovere. E non pure nelle provvisioni di beneficj, o censure venute da Roma, ma anche di commessioni venute dalla Sede Appostolica vi si cercava il Placito Regio. Così avendo il Papa mandata commessione a D. Nicolò Panico Commessario Appostolico, che insieme col Vescovo di Melito avea da far inquisizione e castigare alcuni Preti delinquenti della Chiesa di Melito, fu detta Commessione presentata al G. Capitano, il quale a' 20 giugno del seguente anno 1506 vi diede il Regio Exequatur.
Partito che fu Consalvo da Napoli per Ispagna col Re Ferdinando il Cattolico, il Re lasciò in suo luogo il Conte di Ripacorsa Castellano d'Emposta, Aragonese e glie ne spedì commessione nel Castel Nuovo sotto li 5 giugno del 1507, nella quale lo chiama suo nipote[260]. Rimasero parimente in Napoli la Regina Giovanna vedova del Re Ferdinando I d'Aragona, sorella di Ferdinando il Cattolico; l'altra Regina Giovanna la giovane, che fu moglie del Re Ferdinando II, Beatrice Regina d'Ungheria, figliuola del Re Ferdinando I, ed Isabella Duchessa di Milano, figliuola del Re Alfonso II, la quale, per la morte del Duca Giovanni Galeazzo suo marito, succeduta nel tempo che passò in Italia il Re di Francia Carlo VIII, fu scacciata da quel Ducato da Lodovico il Moro. Ferdinando il Cattolico vietò che a questo Principe si desse la minima molestia intorno alla possessione delle Città e Terre che possedevano, assignate loro in tempo de' Re Aragonesi per loro doti ed appannaggi, e confermate nel trattato di pace, che Ferdinando conchiuse col Re di Francia, quando si divisero il Regno, nel quale fra gli altri patti si legge, che queste Regine dovessero durante la loro vita, tenere e quietamente possedere tutti i Dominj, Terre e rendite che per cagione di dette loro doti possedevano nel Regno così in Napoli, Terra di Lavoro, ed Apruzzi, (metà assegnata al Re di Francia) come ne' Ducati di Calabria e di Puglia, altra metà appartenente al Re Ferdinando[261]. In esecuzione di che Ferdinando trattò sempre la Regina Giovanna vedova del Re Ferdinando I sua sorella con sommo rispetto, e la mantenne nella possessione de' suoi Stati con tutte le preminenze regali, che vi esercitava, come se di quelli fosse libera ed indipendente Signora.
Possedeva questa Regina la città di Lucera di Puglia, ovvero de' Saraceni, la città di Nocera detta dei Pagani, la città di Sorrento, la città della Cava, e, come Principessa di Sulmona, la città di Sulmona, colle loro appartenenze. Il nuovo Vicerè Conte di Ripacorsa rispettava questa Regina come Padrona, nè si impacciava nel governo di quelle città dove ella esercitava assoluto ed indipendente imperio. Osserviamo per ciò in questi tempi, spediti alle scritture provenienti da Roma, più Regii Placiti, non meno dal Conte di Ripacorsa nel Regno, che dalla Regina Giovanna nelle sopraddette città a lei appartenenti. Tutti con più chiarezza dimostranti l'inconcussa pratica di tal requisito, e reputato allora grave eccesso e delitto il trascurarsi.
Ma niun più chiaro documento conferma questo rigore, quanto una lettera, che il Re Ferdinando il Cattolico scrisse a' 22 di maggio dell'anno 1508 a questo Vicerè piena di minacce e molto terribile, per aver il Conte, forse a riguardo della Regina Giovanna, rilasciato alquanto il rigore in una occasione, che saremo a riferire. Essendo insorta una controversia nella città della Cava, nella quale la Regina come città sua vi avea parte, avea il Papa mandato un Corriere Appostolico con un Breve, il quale ebbe ardimento di valersene senza il Placito Regio, e di notificarlo allo stesso Vicerè; ciò che partorì gravi disordini. Il Conte di Ripacorsa con sue lettere ne avvisò Ferdinando, il quale risedeva allora a Burgos. Rispose il Re con tal risentimento e tanta alterazione, che fra l'altre cose gli scrisse, che egli era rimaso molto mal contento di lui, che non avea in affare cotanto grave proceduto con quel rigore, che meritava, con aver permesso un pregiudizio di tanta importanza contra la sua dignità Regale e sue preminenze, e come abbia potuto soffrire quell'atto del Corriero Appostolico, senza farlo tosto impiccare: che questo era un attentato contra il diritto, e che non vi era memoria, che contra un Re, o Vicerè di questo suo Reame, si fosse altre volte ardito tanto, ch'egli voleva far valere questa sua ragione nel Regno di Napoli, siccome nelli Regni di Spagna, e siccome praticavasi ancora in quelli di Francia; che questi attentati del Papa, siccome l'esperienza ha fatto conoscere, non eran ad altro drizzati, che ad augumentare la sua giurisdizione; onde aveano fortemente scritto al suo Ambasciadore residente in Roma, affinchè portasse al Papa le sue querele, con dimostrazioni forti, poich'egli era risoluto, se non rivocava il Breve, e si cassassero tutti gli atti, ch'erano seguiti, di sottrarre dalla sua ubbidienza tutti i Reami della Corona di Castiglia e d'Aragona: facesse avvertita bene la Regina di questa sua fermezza e proposito, ed egli invigilasse, che nel Regno non entrasse Bolla, Breve o altra scrittura Appostolica contenente interdetti o altra provvisione toccante quell'affare direttamente o indirettamente, nè permetta, che qualsivoglia altre scritture di tal natura siano quivi rappresentate, o pubblicate.
Questa lettera del Re, ancorchè non rapportata dal Chioccarello, fu tutta intera impressa nel suo idioma Spagnuolo dall'autore del Trattato de Jure Belgarum circa Bullar. receptionem[262]; e viene ancora rapportata in idioma franzese da Van-Espen nel suo Trattato De Placito Regio nell'Appendice[263], dove allega questa pratica del nostro Regno per inconcussa e non mai interrotta.
Il Conte di Ripacorsa, atterrito da questo risentimento del Re, non tralasciò in tutto il tempo del suo governo invigilare più di quello, che avea fatto per lo passato, che non si ricevesse scrittura alcuna di Roma senza il Placito Regio, e di punire i trasgressori, siccome avea già fatto nell'occasione del possesso dato senza Exequatur d'una Rettoria, con farne carcerare molti, e ad un Prete, che per la stessa cagione era parimente stato carcerato, obbligollo a dar malleveria di presentarsi, e così lo fece rilasciare.
Parimente essendo stato avvisato, che s'era presentata nella Corte di Cività Ducale un'inibitoria del Papa, onde il Giudice non voleva in quella causa procedere, scrisse egli a' 7 aprile di questo medesimo anno 1508 al Governadore di quella Terra, che restava di ciò molto maravigliato, perchè dovea sapere, che in questo Regno tutte le provvisioni Appostoliche non si possono presentare senza Exequatur: ed essendo stata presentata quell'inibitoria senza tal atto non ne dovea fare alcuna stima, e per ciò gli ordinava, che dovesse in quella causa procedere, non ostante detta inibitoria, e che questo praticasse nell'avvenire, quando occorrerà, in simiglianti casi. Ed a' 30 giugno del medesimo anno diede ordine all'Arcivescovo di Nazaret Regio Cappellan Maggiore di non dar licenza, senza cognizione di causa, di far citare per Roma i Possessori dei beneficj, e senza che egli ne stia inteso. E nel seguente anno 1509 fece condur prigione con buona custodia in Napoli un tal D. Felice, della Diocesi di Nola, per essersi servito di certe provvisioni di Roma senza il dovuto Exequatur Regium[264].
Non meno che il Conte di Ripacorsa, la Regina Giovanna d'Aragona serbò questo istituto nelle Città del suo Dominio. Come padrona di Lucera de' Saraceni, a primo giugno del 1510 concedè il suo Regio Exequatur ad un ordine venuto di Roma contra il Patriarca d'Antiochia, Vescovo di quella Città. Come Principessa di Sulmona a' 8 maggio del 1512, concedè il suo Placito Regio a Prospero de Rusticis per lo Vescovado della Città di Sulmona conferitogli da Papa Giulio II con Bolle Appostoliche de' 30 aprile del 1512. Come Signora della città di Nocera de' Pagani, a 30 giugno del medesimo anno concedè Exequatur a Domenico de Jacobaccio per lo Vescovado di detta città, conferito dal medesimo Pontefice; siccome a' 12 febbrajo del 1515, lo concedè a D. Pietro Jacopo Veneto di Napoli per la Chiesa Parrocchiale di S. Matteo di Ancipontico di detta città di Nocera conferitagli dal Papa. Come padrona della città di Sorrento lo concedè a 8 ottobre del 1514, al Reverendo Messere Alberto fratello del Cardinal di Sorrento per l'Arcivescovado di Sorrento, che il Papa glie lo avea conferito per resignazione fattagli dal detto Cardinal suo fratello. E finalmente, come Signora della Cava concedè l'Exequatur ad una Bolla del Pontefice Lione X[265] il qual Pontefice, ancorchè avesse promulgata una terribile Costituzione[266] contra gl'Imperadori, Re ed altri Principi, che pretendevano doversi ricercar il loro Placito o sia Exequatur alle provvisioni di Roma; non fu però quella accettata da niun Principe, ma rimase vana ed inutile e senza effetto veruno.
AUSTRIACI.
Nel principio del Regno di Carlo V fu da' suoi Luogotenenti, mandati da lui a governar questo Regno, costantemente serbato questo medesimo istituto. Il Vicerè D. Carlo di Lanoja concedè l'Exequatur alle Bolle spedite da Adriano VI a Gianpietro Caraffa Vescovo di Chieti, per l'Arcivescovato di Brindisi. Ed il Vicerè Conte di S. Severina scrisse al Capitano della città dell'Aquila, che compliva al servizio di S. M. che il Cardinal di Siena non pigliasse possessione di quella Chiesa, senza espresso suo ordine, e che debbia stare in questo con grandissima avvertenza, dandogli di tutto ragguaglio, in modo che la possessione non si abbia a dare a persona alcuna, senza espresso ordine d'esso Vicerè[267].
Questo costume, senza minima contraddizione, serbossi inviolabilmente nel Regno di Carlo V infino che assunto al Papato Clemente VII non venisse a costui in pensiero di usar ogni sforzo per toglierlo. Seguitando le pedate de' suoi predecessori promulgò una Costituzione, a quella di Papa Lione X consimile, nel dì primo gennajo dell'anno 1533[268] ed acciocchè venisse ubbidita nei Regno di Napoli, fece scrivere all'Imperadore da Antonio Montalto Promotor Fiscale del Regno di Sicilia, che facesse abolire in Napoli l'Exequatur Regium, come dalle sue lettere in data de' 20 dicembre 1533, dove si legge; Ricerca ancora Sua Santità da Vostra Maestà, che levi dal Regno di Napoli quella servitù del Regio Exequatur, imposto alle lettere Appostoliche, siccome Vostra Maestà è obbligato di levarla per le condizioni dell'investitura, che ha di quel Regno, e del giuramento prestato in essa etc.[269].
Ma non meno l'Imperadore, che D. Pietro di Toledo, che si trovava allora Vicerè nel Regno, non vi diedero orecchio, e seguitossi come prima il medesimo istituto; anzi il Toledo, perchè fosse a tutti nota la costanza del suo Principe, a' 3 aprile del 1540, scrisse una lettera Regia a tutti i Governadori delle province del Regno, nel quale ricordava loro quest'antico costume del Regno, che qualunque provvisione, che veniva da fuori, non si potesse eseguire senza sua saputa, e licenza: che per ciò gli ordinava, che così dovessero eseguire e far osservare nelle loro province: e se si facesse il contrario, ne pigliassero informazione, e subito glie la mandassero; e contra i Notari e Laici procedessero alla loro carcerazione: e se fossero Cherici si facci ordine, che vengano fra certo tempo a Napoli ad informare il Vicerè, acciò si possa per esso procedere, come conviene.
Ed il Vicerè Francesco Pacecco a' 16 giugno del 1557, scrisse parimente al Governadore di Benevento ordinandogli, che non facesse pubblicare in detta città provvisione alcuna venuta da Roma senza licenza d'esso Vicerè in scriptis col Regio Exequatur[270]. Così furono repressi i pensieri di Clemente VII, nè sino al Pontificato di Pio V si tentò altro dalla Corte di Roma.
Ma sopra tutti questi Pontefici, niuno più ardentemente combattè questo Exequatur, quanto Pio V, il quale voleva, che in tutti i modi si abolisse nel Regno; ed avendo l'Ambasciador del Re Filippo II in Roma voluto da ciò ritrarlo, egli rispose, secondo che rapporta Girolamo Catena[271], il preteso Exequatur Regio, o alcuna licenza de' Secolari, non aver luogo nell'esecuzione di alcun ordine Ecclesiastico. Ciò essere chiaramente decretato da' Sacri Canoni e Concilj, e non dissimile dalla predicazione della parola di Dio, della quale chiedere alcuna licenza a' Secolari, intollerabil cosa sarebbe, etc. E conchiuse non intendere sì gravi abusi in disonor di Dio e della Santa Sede tollerare. Che gli Ufficj erano distinti; e però i Principi conservassero il loro, e lasciassero alla Chiesa quel ch'è di Dio, replicando spesso quelle parole; Reddite quae sunt Caesaris, etc.
Al Cardinal Alessandrino suo nipote, figliuolo di sua sorella, che mandò a Madrid, fra le altre istruzioni dategli, fu questa, e le dimande, che costui fece al Re Filippo II furono: Col quale abuso furono accumulati quelli di Napoli, ove in moltissimi capi non si osserva il Concilio Tridentino, ed in infinite maniere s'impedisce l'esecuzione delle lettere, ed espedizioni Appostoliche, a quali abusi, e particolarmente a quello dell'Exequatur Regio, è obbligata la Maestà Vostra per proprio giuramento a rimediare e rimovere, come potrà vedere dalle clausole dell'investitura di Giulio II in persona di Ferdinando il Cattolico, e di Giulio III in persona della Maestà Vostra da lei giurata[272].
Il Duca d'Alcalà nostro Vicerè, che il buon destino lo portò al governo di Napoli in questi tempi appunto, ove vi era maggior bisogno della sua fortezza e vigore per resistere a' sforzi del Pontefice Pio, per combatterlo alla prima, non si contentò di seguitare lo stile degli altri Vicerè suoi predecessori; ma imitando il Re Ferdinando ed il costume degli altri Reami, dove i Principi con perpetue e perenni leggi ed editti, aveano ciò stabilito ne' loro Stati per via di legge scritta, così volle far egli ancora nel Regno di Napoli.
In Francia è pur troppo noto, che vi sono molti editti de' loro Re, come di Lodovico XI del 1475, e di molti altri suoi successori, che possono vedersi ne' volumi delle Pruove delle libertà della Chiesa Gallicana[273]. Parimente nelle province della Fiandra se ne leggono moltissimi di Filippo il Buono Duca del Brabante del 1447, degli Arciduchi Massimiliano e Filippo del 1485 e 1495, e di altri rapportati da Van-Espen[274]. E così nella Spagna ancora, secondo ci testifica Salgado, da cui il nostro Vicerè Duca d'Alcalà prese l'esempio.
Perciò egli a' 30 agosto del 1561 fece promulgare Prammatica, colla quale ordinò, che non si pubblicassero Rescritti, Brevi ed altre provvisioni Appostoliche senza Regio Exequatur e licenza sua in scriptis obtenta, a fine che quelli, che usassero tale temerità, si possano castigare; e se si pubblicasse alcuno di detti Rescritti, Brevi, o altre provvisioni Appostoliche senza sua licenza e consueto Regio exequatur, se ne pigli diligente informazione, e subito se gl'invii, acciò si possa procedere a severo castigo contra coloro, che presumeranno d'usare tal temerità.
Questa Prammatica la vediamo oggi il giorno impressa nelle volgari edizioni sotto il titolo De Citationibus[275], la quale fu sottoscritta anche da' famosi Reggenti Villano e Revertera; e si legge parimente nel 4 volume de' M. S. Giur. del Chioccarello, fu anche impressa nell'antiche, e viene allegata da molti Scrittori. Nella Consulta che fece il Consiglio del Brabante nell'anno 1652 all'Arciduca Leopoldo, che vien rapportata da Van-Espen nell'Appendice[276], si cita questa Prammatica del Duca d'Alcalà con queste parole: Quant au Royaume de Naples, il y a Ordonnance expresse in Pragmatica Regni Neapolitani, tit. De Collation. prag. 6 (volendo dire De Citationib. prag. 5). Viene anche allegata da Van-Espen[277] e de' nostri Italiani lungo catalogo ne tessè il Reggente Rovito ne' suoi Commentarj[278].
In esecuzione di questa legge furono da poi da lui dati varj ordinamenti, perchè esattamente s'osservasse. Nel 1566 scrisse una lettera a tutti gli Arcivescovi del Regno, anche a quello di Benevento, coll'occasione d'una Bolla fatta trasmettere dal Papa nel Regno, con seriamente esortarli, che sapendo, che simili Bolle, o altre provvisioni di Roma non possono essere pubblicate ed eseguite senza il Placito Regio, avvertissero molto bene a non farla in modo alcuno pubblicare, e che a tal fine ordinassero a' Vescovi loro suffraganei ed altri Prelati, che facessero il medesimo. E ne' seguenti anni, particolarmente nel 1568, castigò con carceri e più severamente coloro, che trasgredendo la legge, ardivano valersi di scritture di Roma senza Exequatur.
Dall'altro canto il Pontefice Pio gridava ad alta voce col Commendator Maggiore di Castiglia, Ambasciador del Re Filippo II in Roma: che questi erano gravi abusi in disonor di Dio e della Santa Sede, e ch'egli non poteva tollerarli; siccome in fatti dal Cardinal Alessandrino suo nipote nell'istesso anno 1568 fece scrivere in suo nome una lettera a tutti i Vescovi e Prelati del Regno, nella quale diceva loro che la mente di Sua Santità era, che le Bolle ed altri rescritti, che erano da lui mandati nel Regno, avvertissero a non sottoporli ad alcuno Exequatur Regium, ma che prontamente li eseguissero. Ma il Duca d'Alcalà, avvisato di tutto ciò dal Commendator Maggiore, il quale gli mandò copia di questa lettera, proseguì costantemente il medesimo tenore, e fattane di tutto ciò Consulta al Re, egli intanto invigilava con sommo rigore, che non fosse ricevuta o pubblicata in Regno scrittura alcuna senza prima presentarsegli, e senza che, prima esaminata, non fosse a quella dato l'Exequatur.
Ed è notabile insieme e commendabile la sua vigilanza, che insino a' Giubilei, che venivano da Roma era da' Nunzi richiesto il Regio Exequatur; ond'è, che a' 14 e 15 decembre del medesimo anno mandò lettere circolari a tutti i Governadori delle province del Regno ed altri Capitani d'alcune città principali, facendoli consapevoli, come il Nunzio di sua Santità residente in Napoli gli avea presentato memoriale, dimandandogli il Regio Exequatur ad un Giubileo mandato dal Papa nel Regno, acciò che lo potesse pubblicare, e che da lui gli era stato conceduto; per ciò ordinava, che con tal notizia permettessero per le città e luoghi delle dette province la pubblicazione di quello.
La Corte di Roma, usando delle solite arti, vedendo che gli ufficj e minacce col Duca d'Alcalà erano senz'alcun frutto, tentò la via della Corte di Spagna: onde diede incombenza al Nunzio residente in Madrid presso la persona del Re Filippo, che proccurasse a drittura col Re far argine al rigore del Duca, mandandogli tre Brevi intorno alla riforma de' Frati Conventuali di San Francesco, che intendeva far pubblicare nel Regno, affinchè non ne fosse dal Duca impedita l'esecuzione. Ma il Re Filippo scrisse sì bene al Duca, che il suo desiderio era, che s'adempisse a quanto si conteneva in quelli Brevi; ma nell'istesso tempo, con ammonimento scritto di sua propria mano in una postdata, gl'insinuò, che facesse eseguire i Brevi colla solita forma dell'Exequatur[279].
Si tentò parimente dal Nunzio in Ispagna doversi togliere quest'uso in Napoli, così perchè erano cessate le cagioni, perchè prima ne' tempi turbolenti di guerra, quando l'un pretensore cacciava l'altro, era forse necessario, come anche perchè presentemente non serviva per altro, se non per estorquer denari nell'interposizione di quello. Il Re nel seguente anno 1569 ne diede al Duca per sua lettera di tutto ciò ragguaglio, dimandando da lui esserne informato, con avvisargli quanti denari si esigono per la spedizione di quello ed a chi toccano, affine di potersi trovar modo, che si spedissero gratis, e con ciò serrargli totalmente la bocca. Il Duca d'Alcalà, con sua Consulta fece accorto il Re di quanto era stato sinistramente informato dal Nunzio: che questo Exequatur era la maggior prerogativa e preminenza, che tenevano i Re in questo Regno: che per costume antichissimo, avvalorato anche per Prammatica fatta dal Re Ferdinando I nel 1473, era stato in tutti i tempi osservato che non s'estorquon denari per la spedizione di quello, ma alcuni pochi diritti, de' quali (per sua istituzione) ed a chi si pagassero ne gli mandava per ciò notamento particolare e distinto: anzi, per togliergli ogni pretesto, ordinò, che gli diritti, che spettavano al Cappellan Maggiore, suo Consultore e Maestrodatti non si esigessero dalle Parti, ma che si ponessero a conto della Regia Corte per la vita di quelli, che tenevano questi Uffici, e di vantaggio diede provvidenza, che il tutto si spedisse tosto e senz'alcuna dilazione e tedio delle Parti[280].
Al Duca d'Alcalà finalmente noi dobbiamo, che l'animo del Re Filippo II già dubbio e vacillante per le continue istigazioni e sinistri informi del Nunzio del Papa residente in Madrid, si rassodasse e stesse fermo e costante, e finalmente ributtasse pretensione cotanto fastidiosa ed insolente. Il Duca non tralasciava con sue Consulte spesso avvertirlo, che non cedesse a questo punto, ch'era il fondamento della sua regal giurisdizione e la maggior prerogativa, ch'egli tenesse in questo Regno, per la qual cosa il Re ebbe da poi sempre questa avvertenza, quando vedeva drizzati a lui questi ricorsi insino a Spagna, di mettersi in sospetto, e di non risolvere cos'alcuna, ma rimetter l'affare al Vicerè di Napoli e suo Collateral Consiglio.
Si vide ciò nella promulgazione della Bolla De Censibus, stabilita in quest'anno dal Pontefice Pio V, dove regolava a suo talento questo contratto, e pre tendeva che dovesse quella osservarsi, non meno nello Stato della Chiesa Romana, che in tutti i Dominj dei Principi Cristiani. Non istimò la Corte di Roma tentar questo a dirittura col Duca d'Alcalà, ma fece dall'Arcivescovo di Napoli mandar al Re a dirittura la Bolla, dimandandogli, che la facesse eseguir ciecamente nel Regno. Ma il Re sospettando quel ch'era, e riputando l'affare di molta importanza, non volle risolver da se cos'alcuna; onde a' 3 marzo del 1569, scrisse una lettera drizzandola al Duca Vicerè, al suo Collaterale ed al Presidente del S. C, nella quale dava loro notizia della dimanda fattagli dall'Arcivescovo, e che riputando egli l'affare degno di matura riflessione e di molta importanza, voleva per ciò, che esaminassero e discutessero questa Bolla, nella discussione della quale intervenissero non solo i Reggenti della Cancelleria, ma anche Giannandrea de Curtis, Antonio Orefice e Tommaso Altomare allora Regj Consiglieri; affinchè, quella esaminata, lo avvisassero di ciò, che poteva occorrere sopra di quella, e se v'era alcuno inconveniente, affine di poter pigliare la risoluzione, che conviene; replicando il medesimo in un altra sua regal carta de' 13 luglio del medesimo anno.
Il Duca d'Alcalà, in esecuzione di questi ordini regali, fece esaminar la Bolla, e si vide, che in quella il Papa s'arrogava molte cose, ch'eccedevano la sua potestà spirituale, e si metteva a decider quistioni, che non s'appartenevano a lui, ma s'appartenevano alla potestà temporale de' Principi: che quella conteneva alcuni capi, che volendoli eseguire portavan degl'inconvenienti, e sopra tutto si notò, che facendosi quella valere nel Regno, si sarebbe impedito il libero contrattare de' sudditi; onde, sebbene l'Arcivescovo di Napoli avesse nell'istesso tempo presentato altro memoriale al Vicerè, dimandando sopra la suddetta Bolla l'Exequatur Regium, si stimò bene non concederlo, e che per ciò quella non si dovesse ricevere, nè presso noi eseguire, come pregiudiziale al pubblico bene, ed al commercio. Anzi avendo l'Arcivescovo di Chieti l'arto intendere al Governadore d'Apruzzo, che il Cardinal Alessandrino aveagli scritto, che facesse pubblicare nella sua Diocesi la Bolla, e che per ciò egli intendeva pubblicarla, il Governadore ne avvisò il Duca, il quale a' 7 aprile del medesimo anno 1569, scrissegli una lettera Regia, incaricandogli, che parlasse all'Arcivescovo con farlo intero, che contenendo quella Bolla alcuni capi, li quali eseguendosi, saria l'istesso, che levare il contrattare, per ciò quella si stava esaminando, per potersi pigliare resoluzione; e quando quella sarà presa in Napoli, se ne darebbe notizia per tutto il Regno: e che intanto l'esorti da sua parte, che non voglia a patto veruno pubblicarla, o farla da altri pubblicare; e ch'egli stesso avvertito a non consentire, che si pubblichi, così questa, come altra Bolla, o provvisione di Roma senz'il solito e consueto Exequatur, con avvisarlo di quanto sarebbe occorso[281]. Nè durante il suo governo la fece egli qui valere; ed il Cardinal di Granvela successore all'Alcalà ne fece ancor egli, a' 31 luglio del 1571, Consulta al Re, con avvertirlo, che quella eseguendosi nel Regno partorirebbe di molti e gravi inconvenienti. Quindi è che presso di Noi non fu giammai questa Bolla ricevuta, nè praticata, siccome ora non si pratica nè ne' Tribunali, nè altrove[282]; ed osservasi la Bolla del Pontefice Niccolò V, come quella che fu dal Re Alfonso I inserita in una sua Prammatica, perchè acquistasse fra noi forza di legge, altrimente nè meno avrebbe potuto obbligarci all'osservanza; poichè dar regola e norma a contratti è cosa appartenente alla potestà temporale de' Principi, ed è cosa appartenente ali Imperio, non già al Sacerdozio; e consimili Bolle avranno tutta l'autorità nello Stato della Chiesa di Roma, ma non già fuori di quello ne' Dominj degli altri Principi d'Europa.
L'ordine del tempo richiederebbe, che si dovesse finir qui di parlare di questo Exequatur Regium; ma io reputo serbarne uno migliore, se per non esser obbligato a venire di nuovo a parlare di questa materia, con proseguirla dopo la morte del Duca d'Alcalà nei tempi degli altri Vicerè suoi successori insino ad oggi, perchè tutta intera, quanto ella è, sia collocata sotto gli occhi di tutti, e particolarmente di coloro, che avranno parte nel governo di questo Reame, acciò che conoscendo per tanti successi, quanto fosse stato questo Exequatur sempre odioso alla Corte di Roma, e che non si tralasciò pietra, che non fu mossa per abbatterlo, comprendano all'incontro, che tanti sforzi non si facevano per altro, che per isvellere il principal fondamento della Giurisdizione Regale e la maggior preminenza, che tengono i Principi ne' loro Reami; donde sia loro un solenne documento di dovere invigilar sempre, che non sia quello in minima parte tocco; ma proccurino, tenendo innanzi gli occhi il vigore e la costanza del Duca d'Alcalà, far in modo, che rimanga quello per sempre saldo e vie più fermo e ben radicato, a tal che qualunque furia d'impetuoso vento non vaglia a farlo un punto crollare.
Morto il Pontefice Pio V, i suoi successori seguitando, come per lo più sogliono, le medesime pedate contrastarono non meno di lui l'Exequatur. Infra gli altri, que' che più si distinsero, furono Papa Gregorio XIII e Clemente VIII.
Papa Gregorio, riputandolo come una disautorazione della Sede Appostolica, non meno che reputollo il Pontefice Pio, l'ebbe sempre in orrore, e pose ogni studio ed opera col Re Filippo II, perchè affatto si levasse dal Regno. Trovando però durezza nel Re, fece che la cosa si ponesse in trattato, e che il Re destinasse suoi Ministri in Roma per trovare almeno qualche onesto temperamento e moderazione, già che tentare di levarsi affatto, vedeva essere impresa, non che dura e malagevole, ma affatto disperata ed impossibile. Fu lungamente trattato in Roma fra i Ministri del Re e del Papa, infra l'altre differenze giurisdizionali, di questo punto; ma toltone le promesse de' nostri Ministri, che si sarebbe usato un modo più pronto, affinchè il medesimo, senza molta cognizione di causa, si spedisse tosto, e senz'alcuna dilazione e con poca spesa e tedio delle Parti, i Ministri del Papa non ne avanzarono altro. Qualunque Bolla, o altra provvisione, che veniva di Roma, si esponeva all'esame, nè si eseguiva, se non con permissione regia. Questo Pontefice, a cui dobbiamo la riformazione del nuovo Calendario, sperimentò ancora, che dal Principe di Pietra Persia D. Giovan di Zunica, il quale si trovava allora nostro Vicerè, non si volle permettere mai la pubblicazione ed accettazione di quel Calendario nel Regno, sino che il Re con sua particolar carta scrittagli a' 21 agosto del 1582[283] non glie lo ordinasse: nè si fece eseguire assolutamente, ma con alcune riserbe e moderazioni, come diremo nel libro seguente, quando ci toccherà più diffusamente ragionare di questa nuova Riforma del Calendario, fatta da Gregorio.
Il Duca d'Ossuna nel 1584 ripresse l'arroganza ed ardire de' Vescovi di Gravina, di Ugento e di Lecce, il primo de' quali avea avuto ardimento di pubblicare alcuni monitorj venutigli da Roma senza Exequatur; e gli altri due d'aver parimente pubblicate due Bolle senza questo indispensabile requisito. Gli chiamò tutti tre in Napoli, e ne fece due Consulte al Re, rappresentandogli, come perniciosi abusi questi attentati, a' quali dovea dar presto ed efficace rimedio per ovviare maggiori pregiudicj e disordini; perchè s'era la Corte di Roma avanzata sino a spedir da Roma un Cursore ad intimare un monitorio a Madama d'Austria senza Exequatur[284].
Non minor vigilanza ebbe sopra di ciò il Conte di Miranda successore dell'Ossuna, al quale avendo, nel 1587, scritto l'Ambasciador di Roma sopra il darsi l'Exequatur ad una Bolla del Papa, per la quale volendo formare in Roma un Archivio, pretendeva, che si dovessero mandare dal Regno Inventarj e tutte le scritture de' beni, rendite e giurisdizioni di tutte le Chiese ed Ospedali di esso: gli fu dal Conte risposto, che quello non poteva concedersi, mandandogli una relazione degl'inconvenienti che ne sarebbon seguiti, dandosi a quella Bolla esecuzione.
Nel Pontificato di Clemente VIII essendo Arcivescovo di Napoli il Cardinal Gesualdo si ripresero col medesimo vigore le contese, coll'occasione che diremo. Questo Pontefice nel 1596 avea drizzato al Cardinale un Breve, per cui ordinava, che tutti i Monasterj di Monache di S. Francesco dell'Osservanza non stassero più sotto la sua immediata protezione, ma riconoscessero gli Ordinarj, levando i Monaci, che vi erano, ed assistevano ne' Divini ufficj, con ponervi de' Preti: nel qual Breve erano anche inclusi i Monasterj di S. Chiara, dell'Egiziaca e della Maddalena di Napoli, che sono di patronato regio: il Cardinale avea fatto intimare il Breve a' Monaci e Monache senza Exequatur; onde il Vicerè Conte d'Olivares mandò il Segretario del Regno a fargli ambasciata regia, perchè s'astenesse d'eseguire il Breve, e fece poner le guardie a' Monasterj; e nell'istesso tempo ne fece Consulta al Re, ne avvisò il Duca di Sessa Ambasciadore in Roma, e volle anche scriverne egli a dirittura al Papa. Poteva ben il Conte antivedere qual risposta dovesse aver da Clemente, il quale non meno che i suoi predecessori, avea in odio l'Exequatur. La risposta del Papa, oltre di distendersi a biasimare i rilasciati costumi di que' Monaci e Monache, conteneva che l'Exequatur era un abuso, introdotto nel Regno ne' tempi turbolenti di guerra, quando l'un pretensore spesso cacciava l'altro: che ora non ve ne era più bisogno, lodando perciò la condotta del Cardinale, che, senza ricercarlo, avea intimato il suo Breve. Il Vicerè replicò al Papa con altra sua lettera, facendogli vedere quanto giusto fosse e quanto non men antico, che non mai interrotto quest'uso dell'Exequatur nel Regno: ch'essendo una delle maggiori prerogative del Re e 'l principal fondamento della sua regal giurisdizione, non avrebbe permesso, che in conto veruno vi si pregiudicasse. Scrissene anche al Duca di Sessa, risoluto di venire a' rimedj più estremi per ripulsare ogni altro attentato, ed in gennajo del seguente anno 1597 ne fece altra Consulta al Re.
Il Cardinal Gesualdo, come Prelato di molta prudenza, prevedendo, che continuandosi la via intrapresa, era per capitar male, pensò un espediente per togliere ogni briga: fece che i Monaci rinunziassero il governo di que' Monasterj in sue mani, e da lui, come Ordinario, fu la rinunzia ricevuta, eccettuati però i Monasterj, ch'erano di patronato regio: fatta questa rinunzia per pubblico istromento, il Cardinale scrisse due biglietti al Vicerè, ne' quali dandogli di tutto ciò ragguaglio, dichiarava, ch'egli come Ordinario, senza aver bisogno del Breve di Roma, e con ciò d'Exequatur, intendeva governarli; e che perciò, esclusi i Monasteri, ch'erano di protezione regia, nelli quali non pretendeva innovare cos'alcuna, volendo visitare, ed entrar di persona ne' Monasterj del Gesù, di San Francesco, di S. Girolamo e di S. Antonio di Padova, pregava il Vicerè, che restasse servito comandare, che se gli dasse ogni ajuto e favore, acciò, come Ordinario, potesse fare l'ufficio suo senz'impedimento alcuno. Il Vicerè in vista di questi viglietti, ordinò al Reggente della Vicaria, che subito facesse levare le guardie poste di suo ordine in que' quattro Monasteri, e diedegli licenza, che potesse entrarvi: ed in cotal guisa fu terminato quest'affare con molta lode, non meno del Vicerè, che del Cardinale.
Questo tenore fu da poi costantemente tenuto dagli altri Vicerè, che al Conte d'Olivares successero: e finchè regnò Filippo II, fece valere nel Regno questa sua preminenza, come in tempo di tutti gli altri suoi predecessori.
Nel Regno di Filippo III, non si permise sopra ciò novità alcuna, e questo Exequatur, reso ormai celebre per le tante contese sopra di quello insorte, era costantemente ritenuto e riputato tanto caro e prezioso, che si stimava, il volersi volontariamente cedere a questo punto, uno de' più segnalati e preziosi doni, che da Re di Spagna potesse farsi giammai alla Corte di Roma; la quale l'avrebbe riputato d'un valore infinito. Tanto che Tommaso Campanella in que' suoi fantastici discorsi, che compose sopra la monarchia di Spagna, che M. S. vanno per le mani di alcuni, volendo aggiustar con nuovi e strani modi quella Monarchia, dice, che il Re di Spagna per togliere al Papa ogni sospezione, potrebbe cedere al punto dell'Exequatur in qualche parte, e mandar Vescovi e Cardinali alli governi di Fiandra e del Mondo Nuovo, e che in cotal guisa le cose riuscirebbero a suo modo; poichè (e' soggiunge) si vede, che il Papa con la indulgenza della Cruciata, gli dona più guadagni, ch'egli non spende a regalare Cardinali, Vescovi ed altri religiosi, e dove si pensa perdere, guadagnerebbe. Ed altrove ne' medesimi discorsi, dice, che potrebbe farsi un cambio tra 'l Re ed il Papa; il Re, che gli ceda l'Exequatur, ed all'incontro il Papa gli doni l'autorità dell'ultima appellazione, sì che possa comporre un Tribunale, dove egli come Cherico sia il Capo, ed unito a due Vescovi, siano Giudici d'ogni appellazione. Ma lasciando da parte stare questi sogni, nel nostro Reame, non meno nel Regno di Filippo III, (dove per tralasciar altri esempj a' Brevi che spediva il Papa di Conti Palatini e di Cavalieri aurati, non si dava l'Exequatur, se non ristretto, che potessero solamente portare torquem, seu habitum Equitis aurati[285]) che nel Regno di Filippo IV suo figliuolo, e di Carlo II, ultimo degli Austriaci di questa discendenza, non vi è scrittura, che venga da Roma, che non sia ricercato l'Exequatur. S'espongono tutte all'esame, siano Commessioni e patenti del Nunzio Appostolico e de' Collettori: siano Brevi, Decreti o Editti attenenti al S. Ufficio, ovvero al Tribunale della Fabbrica di S. Pietro: siano per proibizioni di libri, per Indulgenze e Giubilei: siano in fine monitorj e citazioni: ed in breve di qualunque provvisione, che di Roma ci venga, non si permette la pubblicazione, e molto meno l'esecuzione senza questo indispensabile requisito. Il Vicerè col suo Collaterale Consiglio commette l'esame della scrittura al Cappellan Maggiore e suo Consultore, il quale ne fa a quel Tribunale relazione, da cui non vi essendo inconvenienti, nè pregiudizio, si concede l'Exequatur, e sovente anche si niega. Questo è l'inveterato ed antico stile introdotto nel Regno, fin da che in quello si stabilì il Principato mantenuto nella serie di tanti secoli, da tutti i Principi, che lo ressero; ed a' dì nostri maggiormente stabilito dal nostro Augustissimo Principe, il quale, negli anni 1708 e 1709, residendo in Barcellona, con più sue regali carte[286] dirette al Cardinal Grimani nostro Vicerè, comandò, che in tutte le provvisioni, che ci vengono da Roma, si fosse inviolabilmente osservato; in guisa che al presente dura vie più stabile e fermo, che mai.
CAPITOLO VI. Contese per li Visitatori Appostolici mandati dal Papa nel Regno; e per le proibizioni fatte a' Laici citati dalla Corte di Roma, di non comparire in quella in modo alcuno.
Il costume di mandarsi dal Pontefice romano in queste nostre province, come Suburbicarie, i Visitatori Appostolici, fu molto antico: abbiam rapportato nel X Libro di questa Istoria, che Papa Niccolò II diede questo carico a Desiderio, celebre Abbate di Monte Cassino, per la Campagna, Principato. Puglia e Calabria, che come Legato della Sede Appostolica visitasse tutte le Chiese e Monasteri di quelle province[287]; e lo stesso si praticava nell'altre province d'Europa. Ma quanto danno questi Legati portassero alle Province lor commesse, fu ben a lungo ivi da noi narrato, tanto che vennero in tal orrore nella Francia e negli altri Regni, che ne furono discacciati, e con severi editti proibito, che più non s'ammettessero.
I primi nostri Re Normanni, per ciò che s'attiene al Regno di Sicilia, vi diedero qualche rimedio, e per la famosa Bolla di Urbano II fondamento di quella Monarchia, per la quale il Re era dichiarato Legato della S. Sede, non furono più ricevuti in quell'Isola. Ma la nostra Puglia e la Calabria, sotto i quali nomi eran comprese allora tutte le altre province, che oggi compongono il Regno di Napoli, rimasero nella disposizione antica. Quindi avvenne, che nella pace fatta in Benevento nel 1157, tra il Re Guglielmo I con Papa Adriano IV, intorno a questi Legati, fosse per la Sicilia convenuto, che la Chiesa Romana potessevi avere le elezioni e consegrazioni nella forma ivi descritta, excepta appellatione, et Legatione, quae nisi ad petitionem nostram, et haeredum nostrorum, ibi non fiant. Della Puglia però e della Calabria si convenne in cotal guisa: Consecrationes, et visitationes libere Romana Ecclesia faciet Apuliae, vel Calabriae Civitatum, ut voluerit, aut illarum partium, quae Apuliae sunt affines, Civitatibus illis exceptis, in quibus persona nostra, vel nostrorum haeredum in illo tempore fuerit, remoto malo ingenio, nisi cum voluntate nostra, nostrorumque haeredum. In Apulia, et Calabria, et partibus illis, quae Apuliae sunt affines, Romana Ecclesia libere Legationes habebit[288]. Fuvvi con tutto ciò data qualche provvidenza intorno ad evitar i danni, che seco portavano tali Legazioni alle Chiese del Regno, con soggiungervi: Illi tamen, qui ad hoc a Romana Ecclesia fuerint delegati, possessiones Ecclesiae non devastent.
Con tutto che potesse la Chiesa di Roma liberamente mandar nel Regno questi Visitatori, o Legati, non si trascurò però mai d'invigilare sopra le Commessioni, che portavano. Erasi alle volte veduto, che eccedevano i confini d'una potestà spirituale, e sovente mettevan mano sopra persone laiche, e perciò doveano presentarsi ed esporsi all'esame, a fin di potersi eseguire; ond'eravi bisogno del Placito Regio, siccome in tutte l'altre provvisioni, che venivan da Roma, e tanto più se le Commessioni erano per la città di Napoli, già dichiarata Sede Regia, ove i Re aveano fermata la loro residenza, e da poi in lor vece i Vicerè loro Luogotenenti.
Nel Pontificato di Pio V, mentr'era il Regno governato dal Duca d'Alcalà, la Corte di Roma, abusandosi di questa facoltà, tentava intorno a ciò far delle sorprese; poichè il Papa avea spedito un Breve al Vescovo di Strongoli, col quale come suo Delegato e della Sede Appostolica, gli dava commessione di poter visitare alcuni Vescovadi ed Arcivescovadi, dei quali ve n'erano alcuni di Patronato Regio, come di Salerno, Gaeta e Cassano, insieme con tutte le Chiese d'essi, e tutte le persone Ecclesiastiche, eziandio quelle ch'erano esenti dalla giurisdizione dell'Ordinario. Parimente in una Bolla separata davansi al medesimo Vescovo molte istruzioni pregiudizialissime alla giurisdizione e preminenze regali; poichè si toccavano anche i laici, si dava facoltà al medesimo di poter visitare gli Ospedali, esiger conto delle loro rendite e proventi, ancorchè fossero amministrati da' laici; ma quel che sopra tutto era intollerabile, si fu, che il Vescovo teneva istruzione segreta ed ordine del Papa di dover eseguire queste commessioni, senza dimandarne Exequatur; ed avea già cominciato, senza richiederlo al Vicerè, a visitare alcune di quelle Chiese. Il Duca d'Alcalà con maniere pur troppo dolci e gentili, fece avvertire al Vescovo, che non eseguisse queste sue commessioni senza chiederne Exequatur; e poichè egli diceva, che teneva ordine di Sua Santità che non lo pigliasse, se gli replicò, che s'astenesse intanto d'eseguirlo, fin ch'egli non ne informava Sua Maestà, con supplicarla di non voler permettere questa novità nel Regno. Se ne astenne perciò il Vescovo, ed in tanto il Duca scrissene in Roma all'Ambasciadore del Re; scrissene al Commendatore D. Ernando Torres, ed ancora al Cardinal Alessandrino, perchè s'interponessero col Papa per far ordinare al Vescovo, che pigliasse l'Exequatur, nè permettesse, che in suo tempo si avesse a soffrire questo pregiudizio. Ma 'l Pontefice Pio, alterandosi alle dimande fattegli, non volle consentirlo; tanto che postosi l'affare in trattato col Nunzio di Napoli, si concertò un nuovo modo da tenere, ma nemmeno fu trovato di soddisfazione del Nunzio; onde obbligarono il Vicerè d'unire tutto il Collaterale, così di Giustizia, come quel di Stato, e di farne a' 29 dicembre del 1566 una piena Consulta al Re Filippo, nella quale con somma premura pregavalo a considerare li tanti pregiudizj, che poteva ciò apportare alla sua Regal Giurisdizione, e che con celerità gli ordinasse quel che dovea eseguire, tanto ne' casi suddetti, quanto negli altri simili, che alla giornata potevano occorrere; tanto maggiormente, che il Papa minacciava di voler proibire la celebrazione de' Divini ufficj nel Regno, con ricordare e nominare sempre le scomuniche, che sono nella Bolla Coenae.
Re Filippo, seriamente considerando l'affare essere di somma importanza, scrisse premurosamente al suo Ambasciadore in Roma, che impegnasse tutti i suoi talenti con vigore, sicchè il Papa s'acquietasse al modo concertato in Napoli, di spedirsi lettere esecutoriali, conforme alla minuta offerta dal Vicerè, di che finalmente il Pontefice si contentò, levandosi solamente alcune clausole, e che quelle s'indirizzassero generalmente ad ogni persona, senza toccare in quella, nè Ecclesiastici, nè Secolari. Scrisse parimente il Re al Duca d'Alcalà, che non facesse permettere visite degli Ospedali, che sono istituiti ed amministrati da persone Secolari; molto meno del Monastero di S. Chiara, ed in tutte l'altre cose, che appartengono a Padronato Regio e preminenza regale: resistesse alle istruzioni del Vescovo di Strongoli in tutti quelli capi, che toccavano i laici; ed in fine, che colla sua prudenza, e saviezza valendosi delle vie e mezzi, che più gli pareranno convenire al suo regal servizio, proccurasse con tutta la modestia trattare col Pontefice il giusto e 'l convenevole. Il Duca portossi con tal desterità ed efficacia, che ridusse il Nunzio, in commessioni simili, a dimandar l'Exequatur; ed i Vicerè suoi successori non permisero per ciò mai a' Visitatori Appostolici eseguire le loro Commessioni, se non presentate prima, e trovatele a dovere, loro si concedeva l'Exequatur, sempre però colla clausola, che potessero eseguirle contra le persone Ecclesiastiche, e sovente si moderavano quelle Commessioni, che erano riputate pregiudiziali alle preminenze regali ed a' diritti del Regno.
Ma affare più difficile e scabroso ebbe a trattare questo Ministro nel medesimo tempo col Pontefice Pio. Avea egli mandato in Napoli per suo Nunzio Paolo Odescalchi; a costui oltre delle Commessioni dategli degli Spogli, e delle Decime, e di ciò, che concerneva in generale il suo Ufficio, avea anche spedite Commessioni particolari per altre cause fuori degli Spogli, fra l'altre, se gli dava potestà di far inquisizione e conoscere delli beni ecclesiastici malamente alienati in questo Regno da anni cento in qua, delle nullità ed invalidità di dette alienazioni, benchè fossero confermate dalla Sede Appostolica, o suoi Commessarj: di conoscere anche delle indebite occupazioni e ritenzioni di detti beni, e quelli trovatigli malamente alienati ed occupati, reintegrarli al dominio di quelle Chiese, dalle quali apparissero alienati e distratti: con potestà di astringere li possessori di quelli, senza far distinzione di persone Ecclesiastiche, o Secolari, non solo alla restituzione di que' beni, ma alla soddisfazione de' frutti da quelli pervenuti.
Il Nunzio presentò al Vicerè tutte queste sue Commessioni: alle regolari fu data licenza d'eseguirle colle solite condizioni e limitazioni; ma per quest'ultima fugli assolutamente proibito di poterla eseguire, e gli fu negata ogni licenza. Il Nunzio della risoluta resistenza ne diè avviso in Roma, e dall'altro canto il Duca ne fece a' 28 febbraio del 1568 una piena Consulta al Re, nella quale seriamente l'avvertiva, che l'esecuzione di quella era pregiudizialissima alla Regal Giurisdizione, e che sarebbe stato il medesimo, che vedersi eretto nel Regno un nuovo Tribunale Ecclesiastico contra i laici, e contra l'antico costume, avendo sempre i Tribunali Regj proceduto in queste cause contra i laici convenuti, conforme alla regola, che l'Attore debba seguire il Foro del Reo, ministrando alle Chiese e persone ecclesiastiche, che tali e simili litigj hanno intentato contra quelli, complimento di giustizia, nè s'è mai permesso, che contra laici in simili cause avessero proceduto Giudici Ecclesiastici, tanto Ordinari, quanto Delegati Appostolici. Soggiungendogli, che il Pontefice Paolo III, avendo tentata la medesima impresa, destinando in questo Regno Giudici con simili Commessioni, e spezialmente quest'istesso Paolo Odescalchi, che al presente era venuto per Nunzio, portando simile Commessione a tempo, che governava questo Regno il Cardinal Pacecco, gli fu denegata licenza d'eseguirla, e lo stesso anche praticossi con Giulio III, che se ciò potesse aver luogo, saria lo stesso ch'ergere un Tribunal nuovo di Giudici Ecclesiastici in questo Regno, giammai costumato: e da ciò ancora ne nascerebbero grandissime perturbazioni a la quiete e tranquillità pubblica: ne seguirebbero grandissimi danni e dispendj a' sudditi, dovendosi porre sossopra le alienazioni de' beni Ecclesiastici fatte da tanto lungo tempo, d'anni cento, non solo ad istanza di Parte ma ex mero officio e per inquisizione, come s'esprime in detta Commessione. Per li quali motivi, gli altri Pontefici predecessori cessarono da tal impresa, nè procederono più oltre; e che perciò la Maestà Sua dovea interporre tutta la sua regal autorità col presente Pontefice, affinchè facesse desistere il Nunzio da tal pretensione come gli altri suoi Antecessori aveano fatto. Il Re per queste forti insinuazioni fece sì, che la visita e commessione del Nunzio Odescalchi non avesse effetto: il Papa lo richiamò, ed a' 9 febbraio del 1569 ne mandò in Napoli un altro.
Ma non per questo pose la Corte di Roma in abbandono l'impresa; si tentarono in appresso modi pur troppo vergognosi. Il Cardinal Morrone con Ernando de Torres posero in trattato l'affare in Roma, e consultarono insieme un espediente, che siccome lo qualifica questo Cardinale in una sua lettera, che a' 18 agosto del seguente anno 1570 scrisse al Vicerè, era non solo di maggior servizio di Dio, ma di sommo onore ed utile di Sua Maestà e di gran lode de' suoi Ministri. Il Cardinal si arrossì forse in questa sua lettera specificar al Duca questo espediente, ma glie lo fece scrivere da D. Ernando, il quale accludendogli la lettera del Cardinale, l'avvisava, che pur che facesse egli eseguire nel Regno la Bolla di conoscere delle cause de' beni malamente alienati delle Chiese, il Cardinale gli avea detto, che di tutto quello si ricupererà, daranno il terzo a Sua Maestà, e che il negozio si tratterebbe nel Regno, come quello della Fabbrica di S. Pietro, coll'intervento di quelle persone, ch'esso Vicerè resterà servito deputare, e che senza dubbio toccheranno a Sua Maestà più di centomila ducati, e che sarà molto grande il servizio, che perciò si farà a Dio, alle Chiese, all'anime di quelli, che al presente possedono questi beni ingiustamente ed indebitatamente, al Papa ed alla Fabbrica di San Pietro; che perciò gli pareva, ch'esso Vicerè dovesse dar a ciò orecchio, perchè sarebbe con ciò anche padrone di potere gratificare alcuni Baroni: gli scrive ancora, che il Cardinale gli avea detto, che il Papa aveagli comunicato, che consimile Bolla mandava in Ispagna, siccome ancora avea fatto per tutta Italia.
Il Duca d'Alcalà scandalizzato di ciò, non rispose altro, che ne avrebbe avvisato Sua Maestà per attendere la sua deliberazione, non potendo da se risolvere; onde a' 12 Ottobre del medesimo anno mandò una piena Consulta al Re, avvisandolo minutamente di tutto ciò, con inviargli ancora le copie delle lettere del Cardinale e dell'Ernando, non lasciando d'insinuargli gli inconvenienti e pregiudizi, che sarebbero seguiti, concedendosi tal licenza con modi così scandalosi.
Il savio Re Filippo abbominando l'offerta, ed insieme arrossendosene, rispose, a' 7 marzo del 1571, al Duca, che non conveniva a lui d'entrare in questa pratica; che perciò andasse dilatando la risposta, ed essendo obbligato a darla, senza dar ad intendere che avesse scritto cosa alcuna di ciò a lui, e facendosegli nuove istanze, rispondesse, che avendo da poi meglio considerato l'affare, non gli era parso darne parte a Sua Maestà; ma considerati i tanti inconvenienti e di grandissimo momento, che potevano nascere e per gli esempi altre volte praticati, avea risoluto per li medesimi rispetti seguitargli, e di non far su ciò, durante il suo governo, novità alcuna: che questa sua risoluzione la facesse intendere al Cardinale per la medesima via di D. Ernando ed in cotal maniera facesse terminare questo negozio e questa pratica[289]. Così fece il Duca, ed in cotal maniera si pose fine al trattato; e siccome in que' pochi mesi, ch'egli sopravvisse, (poichè poco tempo da poi fu dalla morte a noi involato) non fu introdotta novità alcuna, così diede esempio agli altri Vicerè suoi successori di resistere sempre a simili imprese della Corte di Roma, i quali non solo obbligarono tutti i Visitatori Appostolici a non eseguire le loro commessioni senza Regio Exequatur; ma, quando accadeva concedersi, si dava sempre colla clausola: Quo ad Ecclesias, et beneficia Ecclesiastica, et quo ad bona, et possessiones contra personas Ecclesiasticas tantum; et dummodo non operetur directe, nec indirecte contra personas laicas; neque super Praelaturis, Beneficiis, Monasteriis et Ospitalibus et Cappellaniis, quae sunt sub protectione regia. Ed oltre a ciò s'usava molta vigilanza, affinchè i Commessarj destinati da questi Visitatori non angariassero con estorsioni e gravezze l'istesse persone Ecclesiastiche.
Resistè parimente questo Ministro con vigore agli attentati della Corte di Roma, che s'arrogava sovente di citar persone laiche, anche sudditi e Feudatarj del Regno per cause ecclesiastiche e temporali a dover comparire, tuttochè rei, in Roma in quel Tribunale, dovo venivano citati. Ancorchè il Re Ferdinando I, a' 24 aprile del 1474, con particolar Prammatica avesse sotto pena di confiscazion di beni, rigorosamente proibito di comparirvi[290], ed il Re Federico con molto vigore avesse fatto valere nel suo Regno quella Prammatica, siccome sotto l'Imperador Carlo V fece ancora il Conte di Ripacorsa, mostrando gran risentimento per una citazione fatta da Roma al Duca d'Atri; con tutto ciò nel Pontificato di Pio V, non s'astenevano i Tribunali di Roma di tentarlo: non se n'astennero nel 1567 con Marcello Caracciolo, il quale ad istanza del Fisco della Sede Appostolica fu citato a comparire in Roma ed a rilasciare il Casal di Monte d'Urso vicino a Benevento con suoi vassalli e giurisdizioni. Giancamillo Mormile, figliuolo di Cesare, per una causa della lumiera, che possedeva nel Lago d'Agnano, patì lo stesso; e così parimente l'Università di Montefuscoli, terra allora del Marchese di Vico, la quale fu interdetta e sospesa da' Divini ufficj, perchè citata in Roma a dover rilasciare alcuni territori, non volle ubbidire. Ma quel che era insoffribile, si allegava per causa di poter comandare, citare ed astringere i laici del Regno, l'essere questo soggetto alla Sede Appostolica. Il Duca d'Alcalà non potè soffrire questi abusi, con vigore gli ripresse, e mandò tre Consulte al Re Filippo, dove con premura grande l'avvisava de' pregiudizj e pregava dovervi dar pronto e vigoroso rimedio[291].
Dall'aver con tal vigore il Duca combattuto questo temerario ardire della Corte di Roma, ne nacque, che i Vicerè suoi successori, animati ancora dalla volontà del Re già pienamente informato dal Duca, vi usarono ogni vigilanza e rigore; onde il Duca d'Ossuna fece nel 1582 carcerare un Cursore, che avea avuto ardimento di citare Madama Margherita d'Austria sorella di D. Giovanni d'Austria, la quale dimorava nella città dell'Aquila, statale assignata per sua dote, con imporsele, che comparisse in Roma per una lite mossale dalla Regina vedova di Francia. Ed il Conte di Benavente ne fece maggiori risentimenti, perchè essendo stati citati in Roma il Duca di Maddaloni sopra un Juspatronato Baronale ed il Marchese di Circello per la Bagliva della sua terra del Colle, pretesa dal Cardinal Valente, come Abate di S. Maria di Carato, ne fece grave rappresentazione nel 1605 in Ispagna al Re Filippo III, dal quale fugli risposto con sua lettera de' 18 marzo del 1606 che non permettesse far comparire i citati in Roma, incaricandogli, che per riparare un eccesso tanto pregiudiziale e di mala conseguenza facesse tanta estraordinaria dimostrazione che non solo servisse per riparo, ma d'esempio; e che proccurasse avere in mano il Cherico, che intimò il Marchese, e si cacciasse dal Regno; e che all'Abate, che lo fece intimare, si sequestrasse la temporalità, e si cercassero i suoi parenti; ed in fine usasse tutte le diligenze per castigare un tal eccesso.
CAPITOLO VII. Contese insorte per li casi misti, e per la porzione spettante al Re nelle Decime, che s'impongono dal Papa nel Regno alle persone Ecclesiastiche.
Al Duca d'Alcalà parimente dobbiamo, che nel nostro Regno si fosse tolto quell'abuso, che i Giudici Ecclesiastici, sol perchè avessero prevenuto, potessero procedere contra i laici in certi casi, che per ciò appellarono misti. Infra l'altre intraprese della Giustizia Ecclesiastica, come altrove si disse, si fu questa d'avere gli Ecclesiastici inventato un certo genere di giudicio, chiamato di Foro misto, volendo, che contra il secolare possa procedere così il Vescovo come il Magistrato, dando luogo alla prevenzione; nel che veniva sovente a rimaner il Magistrato deluso, perchè gli Ecclesiastici, per la esquisita lor diligenza e sollecitudine, quasi sempre erano i primi a prevenire: onde non lasciando mai luogo al secolare, s'appropriavano di quelli la cognizione. Infra gli altri reputavano di Foro misto, il sacrilegio, l'usura, l'adulterio, la poligamia, l'incesto, il concubinato, la bestemmia, lo spergiuro, il sortilegio, ed il costringimento per le Decime e per la soddisfazione de' Legati pii.
Il Pontefice Pio, usando de' soliti modi, faceva dal suo Nunzio in Madrid importunare il Re Filippo, querelandosi del Duca, che nel Regno impediva a Vescovi, ancorchè prevenissero, di conoscere contra i secolari ne' narrati casi; tanto che il Re scrisse a' 17 luglio del 1569 una lettera al Duca, ordinandogli che avesse fatto consultare e risolvere dal Collaterale con tre o quattro altri del Consiglio di Santa Chiara, e con li due Avvocati Fiscali, queste controversie, se i Vescovi, quando prevengono, possano conoscere ne' suddetti casi. Il Duca fece assembrare i Reggenti del Collaterale con tutti gli altri Ministri, che il Re volle che intervenissero per Aggiunti, ed esattamente discusso l'affare, con pienezza di voti fu conchiuso, che quest'era un abuso: in conformità di che si scrisse dal Duca a' 19 luglio del seguente anno 1570 una solenne e piena Consulta a Sua Maestà di quel, che s'era conchiuso in Collaterale, coll'intervento di que' Ministri e de' due suoi Fiscali: cioè, che in questo Regno la cognizione di questi casi contra laici spetta privativamente a Giudici Regj, e non alli Prelati, e non si dà prevenzione, come i Vescovi pretendono: in esecuzione del quale stabilimento, accadendo il caso, che i Vescovi volevano impacciarsi ne' delitti di sortilegio, di spergiuro, d'incesto, o d'altro, rapportato di sopra o d'intrigarsi ad esazion di decime contra laici, loro si faceva valida resistenza: le cui pedate seguitarono da poi il Cardinal Granvela e gli altri Vicerè suoi successori, de' quali ci rimangono ancora presso il Chioccarello nel tom. 5 de' suoi M. S. Giurisdizionali molti esempj.
Fu antico costume nel nostro Regno, che qualora i Pontefici, o per occasione di guerra contra Infedeli o per altra cagione imponevano decime sopra beni Ecclesiastici, la metà di quelle appartenevano al Re, e di questa pratica ve n'è memoria ne' nostri Archivj sin da' tempi di Papa Sisto IV e del Re Ferdinando I. Alcune volte i Pontefici consapevoli di questo diritto per loro volontà, permettevano esigerla, altre volte senza loro espresso volere, ed i collettori di dette Decime ch'erano per lo più Vescovi o altre persone Ecclesiastiche, davano il conto delle loro esazioni nella Regia Camera, e li denari, che s'esigevano, si ponevano nella Regia General Tesoreria, parte de' quali era riserbata per detta porzione al Re spettante, altra era consignata alle persone destinate da' Sommi Pontefici. Nel Pontificato di Pio V minacciando il Turco guerre crudeli ne' nostri mari, ed ardendo allora la guerra di Malta cotanto ben descritta dal Presidente Tuano, questo Pontefice per ajutare le forze de' Principi Cristiani, affinchè s'opponessero ad un così potente ed implacabil nemico, taglieggiava sovente gli Ecclesiastici, e nel nostro Regno impose con Placito Regio più decime sopra i loro beni. Era veramente commendabile il zelo, che avea il Pontefice Pio per queste espedizioni, ma nell'istesso tempo si proccurava dalla Corte di Roma, che l'esazione di quelle pervenisse tutta intera in loro mani: cominciava a difficoltare questo dritto del Re, e fece sentire a D. Giovanni di Zunica, allor Ambasciadore in Roma, ed al Vicerè di Napoli, che mostrassero il titolo, onde veniva al Re questo diritto. Il Duca d'Alcalà rispose come conveniva, ed il Re Filippo avvisato da D. Giovanni di Zunica di questa domanda, a primo luglio del 1570, gli rispose, che facesse sentire a quella Corte, che il suo Re non teneva necessità alcuna di mostrare il titolo, col quale costumasi in Regno pigliarsi questa parte di decime: che Sua Santità voglia conservarlo in quella quasi possessione, nella quale egli stava, e stettero i suoi predecessori, perchè non consentirà mai, che sia spogliato di quella.
Ancorchè da queste contese niente avesse ricavato Roma intorno a questo punto, con tanta costanza sostenuto, nulladimanco, per la pietà del Re, e perchè veramente il bisogno della guerra di Malta era grande, si compiacque il Re, che le decime imposte sopra le persone Ecclesiastiche del Regno per soccorso di quell'Isola, si esigessero da' Ministri Ecclesiastici, i quali dovessero tutte impiegarle a quel fine; ed affinchè quest'atto non recasse alcun pregiudizio alle ragioni del Re, si fece fare dichiarazione da Fra Martino Royes, deputato Collettore Generale sopra l'esazione di dette decime, come Sua Maestà graziosamente concedeva a detta Religione la metà di dette decime, che a lui toccava, e similmente concedeva, che i denari di dette decime non pervengano alla Regia General Tesoreria, com'è consueto, ma s'esigano per le persone deputate da detta Religione, e per esso Fra Martino in nome della medesima. Parimente, intendendo il Papa imporre tre decime sopra i frutti Ecclesiastici di questo Regno, per ajutare a complire le fortificazioni della città di Malta, quando però S. M. avesse rimessa a quella Religione la metà a se spettante, il Re benignamente vi condescese; siccome nei tempi, che seguirono, in consimili occasioni, per ajutare i Principi Cristiani, che si trovavano travagliati da Infedeli, o Eretici, senza pigliarsi cos'alcuna, ordinava a' suoi Ministri, che facessero liberamente esigere queste decime per impiegarle in spedizioni così pie.
Questa pietà del Re Filippo non fu però sufficiente a rimovere la Corte di Roma dall'impresa; poichè tra le istruzioni date al Cardinal Alessandrino nella sua Legazione vi fu anche questa, di dolersi col Re, come, così ne' Regni di Napoli e di Sicilia come nel Ducato di Milano, era gravata la Giurisdizione Ecclesiastica nell'impedimento che si dava nell'esigere le decime, che Sua Santità avea imposte sopra il Clero d'Italia, sotto colore, ch'apparteneva parte di quelle a S. M., dicendo altresì, che sebbene si fossero ottenute intorno a ciò alcune permissioni per li Pontefici passati, non s'avea da formar regola universale; e che per ciò avesse per bene Sua Maestà lasciarlo a libera disposizione di Sua Santità; e pretendendo tenere in quello alcuno diritto, se ne dasse conto a Sua Santità, acciò potesse quietare sua mente, e levarsi da ogni scrupolo.
Ma il Cardinal di Granvela successore del Duca, a cui il Re partecipò i punti della Legazione suddetta, rispose al Re con sua Consulta de' 22 marzo del 1572, che intorno a ciò Sua Santità poteva levarsi ogni scrupolo, perchè questo era un costume antichissimo, e che i Re suoi predecessori n'erano stati da tempi immemorabili in pacifica e quieta possessione con consenso de' Sommi Pontefici medesimi: onde dovea parere ora cosa stranissima, che l'amor filiale e sommo rispetto portato sempre a Sua Santità abbia da partorir contrario effetto di dimandargli il titolo di cosa cotanto chiara, ereditata da' suoi maggiori e permessa da tanti Sommi Pontefici. I medesimi sentieri furono da poi calcati dal Conte di Miranda e dagli altri Vicerè suoi successori, tanto che ora questo costume vi dura nel Regno più fermo, che mai[292].
CAPITOLO VIII. Contese per li Cavalieri di S. Lazaro.
Parve veramente destinato il Duca d'Alcalà dal Cielo per resistere a tante intraprese della Corte di Roma, che mosse sotto il Pontificato di Pio V. Una assai nuova, e stravagante saremo ora a raccontarne: e poichè il soggetto ha in se qualche dignità, non ci rincresce di pigliarla un poco più dall'alto, manifestando la instituzione ed origine di questi Cavalieri; e quali disordini apportassero nel Regno.
Questi Cavalieri vantano un'origine molto antica, e la riportano intorno all'anno 363 sotto l'Imperador Giuliano, ne' tempi di Basilio Magno, e di Damaso I. R. P. Confermano questa loro antichità da tanti Ospedali, che sotto il nome di S. Lazaro, l'Istoria porta, essere stati in que' primi tempi costrutti per tutto l'Orbe Cristiano, e sopra ogni altro in Gerusalemme, e nelle altre parti di Oriente[293]. Ma questa prima instituzione, per l'incursione de' Barbari e per l'ingiuria de' tempi, venne quasi a mancare, infino che Onorio III ed Innocenzio III non la ristabilissero, e ne prendessero protezione, intorno all'anno 1200. Da poi Gregorio IX ed Innocenzio IV concedettero loro molti privilegj, e prescrissero al loro Ordine una nuova forma, con facoltà di poter creare un Maestro. Alessandro IV con grande liberalità confermogli i privilegj, e quanto da' suoi antecessori era stato lor conceduto.
I Principi del secolo, tirati dall'esempio de' Pontefici, e dal pietoso loro istituto, consimile a quello degli antichi Ebrei (di cui Fleury[294] ce ne rende testimonianza) dell'Ospedalità, e di curare gl'impiagati, e specialmente coloro, ch'erano infettati di lebbra, gli cumularono di beni temporali. I primi furono i Principi della Casa di Svevia, e fra gli altri Federico, il quale concedè loro molte possessioni in Calabria, nella Puglia ed in Sicilia[295]. I Pontefici romani, ed in fra gli altri Niccolò III, Clemente IV, Giovanni XXII, Gregorio X e poi Urbano VI, Paolo II e Lione X favorirono gli acquisti, e con permetter loro di potergli ritenere, sempre più avanzando, divennero molto ricchi. Ma loro avvenne ciò, che l'esperienza ha sempre in casi simili mostrato, che per le soverchie ricchezze, per li favori soverchi dei Principi e per li tanti privilegj de' Romani Pontefici, venisse a mancare la buona disciplina e l'antica pietà; ed all'incontro a decadere di riputazione e stima presso i Fedeli. I Pontefici, infra gli altri privilegj, avean lor conceduto, che le robe rimase per morte dei lebbrosi, o dentro, o fuori degli Ospedali, s'appartenessero ad essi; parimente, che potessero costringere i lebbrosi a ridursi negli Ospedali, ancorchè repugnassero. I Principi davano mano e facevano eseguire nei loro Dominj queste concessioni: onde anche fra Noi leggiamo[296], che il nostro Re Roberto a' 20 aprile 1311 scrisse a tutti i suoi Ufficiali di questo Regno, avvisandogli, come i Frati Religiosi dell'Ospedale di S Lazaro di Gerusalemme gli aveano esposto, ch'essi in vigor de' Privilegi lor conceduti da' Sommi Pontefici aveano autorità di constringere que' che sono infetti di lebbra, dovunque accadesse trovargli, di ridurgli e restringerli negli Ospedali deputati all'abitazione di tali infermi, anche con violenza bisognando, separandogli dall'abitazione de' sani e dando loro gli alimenti necessarj; e poichè alcuni di questi infermi ricusavano venire a detti Ospedali, ajutati spesso da loro parenti potenti, perciò il Re ordina a' suddetti suoi ufficiali, che prestino ogni favore, acciò possano ridurre detti lebbrosi in dette case, con costringergli ancora e pigliargli personalmente. E sotto 'l Regno dell'Imperadore Carlo V pur leggiamo, che Andrea Caraffa Conte di S. Severina, Vicerè di questo Regno a petizione di Alfonso d'Azzia Maestro di S. Lazaro, a' 18 decembre del 1525, ordinò a tutti gli Ufficiali del Regno, che facessero giustizia ad un Vicario del suddetto Alfonso, che avea da andare a ricuperare molte robe per lo Regno di persone infette di lebbra, decadute per la lor morte alla Religione, in vigor dei privilegj e Bolle de' Sommi Pontefici.
Questi modi indiscreti, usati sovente per uccellare le robe di que' miserabili, in decorso di tempo gli fecero cadere dalla stima, e a poco a poco vennero in tanta declinazione, che appena erane rimaso il nome. Ma assunto al Pontificato Pio IV, costui gli rialzò ed a somiglianza degli altri Religiosi Cavalieri gli ornò di molti, ed ampi privilegj, ed immunità, restituendogli nell'antica dignità e per G. Maestro dell'Ordine creò Giannotto Castiglione. Pio V parimente gli onorò e favorì, tanto che in questi tempi presso di noi nel Viceregnato del Duca d'Alcalà s'erano molto rialzati, ed in sommo pregio avuti.
Ma che i Pontefici Romani con tanti onori e prerogative avessero voluto innalzargli senza altrui pregiudizio, era comportabile, ma che ciò avesse da ridondare in pregiudizio de' Principi, ne' cui Stati essi dimoravano, non era da sopportare. Essi ancorchè laici ed ammogliati, in vigor di queste papali esenzioni e privilegi pretendevano, così in riguardo delle loro persone, come de' loro beni, essere esenti dalla regal giurisdizione, non star sottoposti a' pagamenti ordinarj, ed estraordinarj del Re; e quel ch'era appo noi insoffribile, il lor numero cresceva in immenso, perchè erano creati Cavalieri, non pur dal G. Maestro, ma anche dal Nunzio del Papa residente in Napoli, ciò che abbonandosegli, avrebbe recato grandissimo detrimento e pregiudizio alle regali preminenze.
Perciò il Duca d'Alcalà non fece valere nel Regno que' lor vantati privilegj, ed ordinò, che fossero trattati in tutto, come veri laici, ed a' 15 maggio del 1566 ne fece una piena Consulta al Re Filippo, nella quale l'avvisava, come il Nunzio di Napoli avea fatta una gran quantità di Cavalieri di S. Lazaro, ed ogni dì ne creava de' nuovi e questo lo faceva per esimergli dalla giurisdizione di Sua Maestà, e suoi Tribunali, pretendendogli esenti, ancorchè fossero meri laici, e che possono pigliar moglie e far quel che loro piace; e quando si volessero osservare i privilegi dell'esenzione, che pretendono, multiplicando in infinito il lor numero, gran parte del Regno verrebbe a sottrarsi dalla real giurisdizione; onde avendo il Nunzio richiesto l'Avvocato Fiscale, che gli desse il braccio per far imprigionare uno di questi Cavalieri e lo facesse tenere in suo nome, il Fiscale ricusò farlo, con dirgli, che nè il Nunzio nè il G. Maestro avea potestà, nè giurisdizione sopra detti Cavalieri per essere laici, sottoposti alla giurisdizione di Sua Maestà; ed avendo il Nunzio mandato il suo Auditore in casa del Fiscale a mostrargli i privilegi conceduti da' Pontefici Romani a detta Religione, gli fu risposto, che di quelli, non poteva tenerne conto alcuno, così per mancar loro il Regio Exequatur, come ancora per essere pregiudizialissimi alla giurisdizione regale; ma l'Auditore vedendosi convinto, non seppe far altro, che presentargli la Bolla in Coena Domini, avvertendolo, che come Cristiano volesse mirare di far osservare quel che Sua Santità avea conceduto al detto G. Maestro, altrimente sarebbe scomunicato. Avvertiva perciò il Duca in questa Consulta a Sua Maestà, che l'eseguire nel Regno quelli privilegi conceduti a detto G. Maestro, oltre d'indebolirsi la sua regal giurisdizione, sarebbe stato di gran detrimento per li pagamenti ordinari ed estraordinarj, a' quali i suoi sudditi erano obbligati.
Il Re rescrisse al Duca sotto il 12 luglio del medesimo anno, ordinando; che non s'introducesse nel Regno la Religione di S. Lazaro, anzi si levasse, ed annullasse ciò, che si era introdotto, ordinando, che niuno portasse l'abito di quella[297].
Parimente i Reggenti di Collaterale, per ordine del Duca, a' 13 agosto del medesimo anno fecero una piena relazione, nella quale fra l'altre cose dicevano, che il creare e dar l'abito a questi Cavalieri, per lo tempo passato l'avea sempre fatto il G. Maestro, e non il Nunzio, e mai li Maestri han tenuta giurisdizione alcuna, eccetto che di cacciare e segregare li lebbrosi dal commercio de' sani: e che i privilegi pretesi da detta Religione erano pregiudizialissimi alla giurisdizione di Sua Maestà e sono stati nuovamente conceduti da Pontefici Pio IV e Pio V i quali mai furono ricevuti nel Regno, nè a quelli dato Exequatur, anzi sempre si è loro negato, come a' presente si nega. E contra detti Cavalieri si è proceduto e procede tanto in cause civili, quanto criminali per li Tribunali Regj, come se fossero meri laici: ed essendo stati carcerati alcuni di quelli in Vicaria, ancorchè si sia dimandata la rimissione al loro G. Maestro, o al di lui Vicario, non se gli è dato mai orecchio, ma ordinato, che la causa resti; ed alcuni sono stati anche condennati ad esilio. Anzi quando i G. Maestri hanno pretesa ragione sopra i beni de' Lazarati, si è commesso agli Ufficiali Regj, che loro ministrassero giustizia: e pretendendo uno di Castellamare, ch'era dell'abito di S. Lazaro, essere esente dalli pagamenti Fiscali, dal Tribunale della Regia Camera fu condennato a pagare come tutti gli altri Cittadini, per non godere esenzione alcuna.
Vedendo la Corte di Roma, che il Duca niente faceva valere questi privilegj, tentò a dirittura il Re Filippo, con offerirgli in perpetua amministrazione l'Ordine suddetto ne' suoi Regni; ma il Re scrisse al Duca, che per quel che tocca alla renunzia, che si offeriva fare in persona sua, acciò sia perpetuo Amministratore di quell'Ordine, eragli paruto di non convenire accettarla, onde che non ne facesse più parlare. Mitigarono nondimeno l'animo del Re, che siccome prima avea ordinato, che si levasse tal Ordine dal Regno permise da poi, che vi restasse, ma che i Cavalieri di quello si riputassero come meri laici. Così egli nel 1579 volle star inteso dello stato di detto Ordine; onde dalla Regia Camera, per ordine del Marchese di Montejar allora Vicerè, fu fatta relazione di tutte le Commende, che teneva nel Regno, e di che rendite erano, riferendogli parimente, che questi Cavalieri non godevano nè immunità, nè franchigia alcuna.
Ma come poi il Duca di Savoja ne fosse stato di quest'Ordine creato G. Maestro, siccome è al presente, è bene che si narri. Morto che fu in Vercelli nel 1562 Giannotto Castiglione, sedendo da poi nella Cattedra di Roma Gregorio XIII, questi per maggiormente illustrarlo, creò perpetuo G. Maestro di quello Emmanuele Filiberto Duca di Savoja[298], il quale nell'anno seguente, avendo tenuto a Nizza un'assemblea di Cavalieri, si fece da quelli dare solenne giuramento, con farsi riconoscere per loro Gran Maestro, e nuove leggi e riti per maggiormente decorarlo prescrisse loro; ed avendone ottenuta conferma dal Papa, unì, e confuse in uno l'Ordine di S. Maurizio (da chi i Duchi di Savoja vantano tirar l'origine[299]) con questo altro di S. Lazaro, li quali prima erano Ordini distinti, ed assignò loro due Ospizj, uno a Nizza, l'altro a Torino. Quindi è, che questi Cavalieri si chiamino de' Santi Maurizio e Lazaro, e quindi avvenne ancora, che questi Cavalieri e le Commende, che abbiamo ancora nel Regno si creino e concedano dal Duca di Savoja; onde leggiamo, ch'essendosi spedito un monitorio dalla Camera Appostolica, in nome del Duca di Savoja, Gran Maestro della Religione de' Santi Maurizio e Lazaro, a tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Prelati ed altre persone Ecclesiastiche, che dovessero ubbidire, ed osservare i Privilegi conceduti alla suddetta Religione per Brevi Appostolici, fu quello presentato in Collaterale dal Commendator Maggiore Giovan Francesco Reviglione nel 1608 per ottenerne il Regio Exequatur; ma esaminato dal Cappellan Maggiore, da costui si fece relazione al Vicerè, che potea quello concedersi a riguardo delle persone Ecclesiastiche solamente[300].
In Francia quest'Ordine ebbe pure fortuna: fu quello, siccome in tutti gli altri Regni d'Europa, distinto da quello di San-Giovanni Gerosolimitano; ma poi i Cavalieri di quest'Ordine, come loro emoli proccurarono d'estinguerlo, siccome finalmente l'ottennero da Innocenzio VIII, il quale nell'anno 1490 con suo diploma l'estinse e lo confuse col Gerosolimitano. Tennero i Cavalieri di S. Giovanni per molto tempo nascosto questo diploma; ma quando pervenne alla notizia de' Cavalieri di S. Lazaro, ne fu del diploma, come abusivo portata appellazione al Senato di Parigi l'anno 1544. Fu la causa quivi dibattuta e fu pronunziato a favore degli appellanti; ed essendo stato rivocato il diploma pontificio, fu interposto decreto che per l'avvenire gli Ordini de' Joannitii e Lazarini fossero distinti e separati. Da quel tempo (poichè non potevano farlo apertamente) con astuzia e vafrizie proccuravano i Cavalieri di S. Giovanni, che l'Ordine di S. Lazaro a poco a poco si abolisse, proccurando, che il Gran Maestrato di questo fosse appresso di loro, siccome fuvvi insino ad Emaro Casto, il quale per la sua fede e virtù, se ben fosse egli Joannita, restituì quest'Ordine, e lo pose nell'antico splendore[301]. Quindi avvenne, che i Cavalieri di S. Giovanni aspirassero sempre a soprantendere a quelli di S. Lazaro: e quindi veggiamo ancora in Napoli nella Chiesa di S. Giovanni a Mare, Commenda della Religione di Malta, eretta una Cappella di S. Lazaro, pretesa per ciò ad essi subordinata e soggetta.
CAPITOLO IX. Contese insorte per li Testamenti pretesi farsi da' Vescovi a coloro, che muojono senza ordinargli; ed intorno all'osservanza del Rito 235 della Gran Corte della Vicaria.
Quest'abuso ancora ebbe a combattere il nostro Duca d'Alcalà, che ne' suoi tempi erasi reso purtroppo insolente ed insoffribile. Ebbe principio, come fu da noi accennato ne' precedenti libri di quest'Istoria, ne' tempi dell'ignoranza, o per dir meglio della trascuraggine de' Principi e de' loro Ufficiali: nacque quando gli Ecclesiastici senza trovar chi lor resistesse, sostenevano, che ogni cosa, dove si trattasse di salvezza dell'anima, fosse di loro giurisdizione: per somigliante ragione mantenevano, che la conoscenza de' testamenti, essendo una materia di coscienza, loro s'appartenesse, dicendo medesimamente, ch'essi erano li naturali esecutori di quelli. Non s'arrossivano ancora di dire, che il corpo del defunto testatore, essendo lasciato alla Chiesa per la sepoltura, la Chiesa ancora s'era impadronita de' suoi mobili per quietare la sua coscienza, ed eseguire il suo testamento.
Ed in fatti in Inghilterra, il Vescovo o altro proposto da sua parte, s'impadroniva de' mobili di quello ch'era morto intestato, e gli conservava per 7 anni, nel qual termine potevano gli eredi, componendosi con lui, ripigliarseli. E Carlo di Loysò[302] rapporta, che anticamente in Francia gli Ecclesiastici non volevano seppellire i morti, se non si metteva tra le lor mani il testamento, o in mancanza del testamento non s'otteneva comando speziale del Vescovo; tanto che gli eredi per salvare l'onore del defunto morto senza testare, dimandavano permissione di testare per lui ad pias causas; e di vantaggio vi erano Ecclesiastici, li quali costringevano gli eredi dell'intestato di convenire a prender uomini per arbitri, come il defunto, e che quantità avesse dovuto legare alla Chiesa; ma regolarmente quest'arbitrio se lo presero i Vescovi, i quali s'arrogavano questa autorità di disporre ad pias causas per coloro, che morivano senza testamento. Per questa intrapresa degli Ecclesiastici, fin a' nostri tempi è rimasto il costume, che i Curati ed i Vicari siano capaci di ricevere li testamenti come i Notari. Era per ciò rimaso in alcune Diocesi del nostro Regno che i Vescovi per antica consuetudine potessero disporre per l'anima del defunto intestato; e la pretensione erasi avanzata cotanto, che lusingavansi poter disporre delle robe di quello con applicarle eziandio a loro medesimi; ed in alcune parti del Regno i Prelati anche indistintamente pretesero d'applicarsi in beneficio loro la quarta parte de' mobili del defunto. Il Cardinal di Luca[303] condanna gli eccessi e gli reputa abusivi, e vorrebbe riforma e moderazione secondo l'arbitrio di un uomo prudente. Parimente in Roma, le Congregazioni de Cardinali del Concilio e de' Vescovi, per render plausibile il costume, lo moderano e restringono a certe leggi; ma non assolutamente lo condannano. Così ancora Mario Caraffa Arcivescovo di Napoli, avendo nell'anno 1567 tenuto quivi un Concilio Provinciale, dichiarò in quello esser ciò un condannabile abuso, ma moderò la condanna con dire, che dove era tal consuetudine, il Vescovo con la pietà, che conviene, avendo riguardo al tempo, a luoghi, alle persone e con espresso consenso e volontà degli eredi, poteva dispensare alcuna moderata quantità di denari, per messe ed altre opere pie, per suffragio dell'anime di que' defunti. Ciò che fu approvato (siccome tutto il Sinodo) da Pio V, precedente esame e relazione della Congregazione de' Cardinali interpreti del Concilio.
Ma i nostri Re e loro Luogotenenti, come un abuso pernizioso, lo proibirono sempre ed affatto lo rifiutarono. Tengono nel Regno questa pretensione alquanti Vescovi, fondati nella consuetudine, come il Vescovo di Nocera de' Pagani, il Vescovo d'Alife, quello d'Oppido, l'altro di S. Marco ed alcuni altri, che possono osservarsi nell'Italia Sacra dell'Ughello.
Il Duca d'Alcalà non potendo soffrire nel suo governo questi abusi, siccome furono tolti in Francia ed altrove, proccurò anch'egli sterminarli nel nostro Regno, e vedendo che alcuni Vescovi, e fra gli altri quello d'Alife, s'erano in ciò ostinati, i quali negavan la sepoltura, quando loro non volesse in ciò consentirsi; oltre avere a quelli scritte gravi ortatorie, perchè se n'astenessero, scrisse nel 1570 una forte lettera a D. Giovanni di Zunica Ambasciadore del Re in Roma, incaricandogli, che parlasse al Pontefice con premura di questi aggravj, che si facevan da tali Vescovi, affinchè quelli con effetto se n'astenessero. L'Ambasciadore ne parlò al Papa, dal quale non ne ottenne altra risposta, che quando il defunto tiene erede, il Vescovo non può de jure testare per quello, ma se nol tiene, può farlo, per quel che tocca ad opere pie. Al Vescovo d'Oppido, che pretendeva ancora far testamenti a quelli, che morivano intestati, parimente si fece ortatoria, che se n'astenesse, e non avendo voluto ubbidire, assembratosi il Collateral Consiglio, fu determinato, che se gli potevano sequestrare i frutti, ma che prima di venirsi a ciò, se gli spedisse altra ortatoria.
Le medesime pedate furono da poi calcate da' Vicerè suoi successori: il Conte di Miranda, avendo il Vescovo di S. Marco scomunicata la Baronessa di S. Donato, perchè non voleva dargli la quarta parte de' beni mobili rimasi nell'eredità di D. Ippolito San Severino Barone di S. Donato suo marito, morto ab intestato, a' 31 marzo del 1586, gli scrisse una grave ortatoria, che l'assolvesse e non la molestasse; e non avendo voluto ubbidire, ordinò la carcerazione di tutti i parenti più stretti del suo Vicario, e 'l sequestro dei beni, e fecene da poi, a' 10 giugno del seguente anno, una Consulta al Re rappresentandogli il caso.
Parimente il Vescovo di Nocera de' Pagani pretese da Laudania Guerritore madre e tutrice de' figli ed eredi di Marcello Pepe di detta città di Nocera, di dovergli pagare quel ch'egli avea disposto nel testamento, che avea fatto ad pias causas per detto Marcello, morto ab intestato; ma il Vicerè scrissegli un ortatoria insinuandogli, che se n'astenesse, nè più per questa causa le dasse molestia[304]. Nè, quando si voglia usare la debita vigilanza, si permettono ora più nel Regno simili abusi.
Non finirono qui i contrasti di giurisdizione col Duca d'Alcalà: per tralasciarne alcuni di non tanto momento, merita qui essere annoverato quello, che s'ebbe a sostenere per l'osservanza del Rito 235 della Gran Corte della Vicaria, che si pretese dagli Ecclesiastici renderlo vano ed inutile.
Fu antico costume nel nostro Regno, conforme per altro alle leggi ed alla ragione, che la cognizione del Chericato, quando s'opponeva ne' Tribunali Regj, perchè s'impedisse il procedere nelle cause de' Cherici, s'appartenesse a' Giudici medesimi, da' quali la rimessione si pretendeva. Così essi doveano conoscere delle Bolle, che si producevano, de' requisiti che bisognava colui avere per esser rimesso, di vestir abiti chericali, aver tonsura, vivere chericalmente, non mescolarsi in mercanzie ed ogni altro a ciò attenente; siccome per tutto il tempo, che regnarono fra noi i Re della illustre Casa d'Angiò, fu senz'alcuna controversia praticato; tanto che la Regina Giovanna II, nella compilazione de' Riti, che fece fare della Gran Corte della Vicaria, infra gli altri, vi fece anche inserir questo.
Nel Pontificato di Pio V, fra l'altre imprese degli Ecclesiastici si vide ancor questa che i Vescovi pretendevano, che alla sola loro asserzione si dovessero rimettere i Cherici, e che ad essi s'appartenesse la cognizione del Chericato, e se vi concorrevano i soliti requisiti. Il Vescovo d'Andria avendo ciò preteso, ed essendosegli negato, scomunicò il Governatore e Giudice di quella città, perchè non aveano rimessi alcuni carcerati; ma il Duca d'Alcalà approvò la condotta del Governatore, e a' 19 luglio del 1570 ne fece Consulta al Re[305], e scrisse all'Ambasciadore in Roma, che avesse rappresentato al Papa i pregiudizi e novità, che tentavano i Vescovi del Regno, e fra gl'altri di voler essi conoscere del Chericato, con togliere la cognizione a' Giudici Regj, che avean sempre avuta, conforme al Rito della Vicaria; con avvertirlo, che questa era una materia delle più importanti, che potevano occorrere nel Regno, non solo a riguardo dell'offesa della regal giurisdizione ed autorità, ma anche per la quiete de' popoli e de' sudditi di Sua Maestà. L'Ambasciadore trattò con efficacia l'affare col Pontefice, il quale avendo conosciuto la domanda essere ragionevole, risposegli, che non avrebbe alterato questo costume.
Ma non perciò gli Ecclesiastici restarono ne' seguenti tempi di proseguire l'impresa, sebbene trovaron sempre resistenza; anzi nel Viceregnato del Conte di Miranda venne lettera del Re, sotto li 12 decembre del 1587, che nel conoscersi delle cause di remissione de' Cherici procedessero i Tribunali ordinarj del Re, senza che in quelle si permettesse novità alcuna. E ne' tempi meno a noi lontani, il Consigliere ed Avvocato Fiscale allora del regal patrimonio, Fabio Capece Galeota diede in istampa un discorso drizzato al Vicerè Duca d'Alba, sostenendo questa pratica conforme al Rito, dimostrandola ancora non men legittima, che successivamente approvata in diversi tempi da Sommi Pontefici, e D. Pietro Urries ne compilò un trattato a parte, e se bene la Corte di Roma avesse vietato il libro, non si tenne però conto alcuno della proibizione, siccome si disse nel XXVII libro di quest'Istoria.
CAPITOLO X. Legazione de' Cardinali Giustiniano, ed Alessandrino a Filippo II per questi ed altri punti giurisdizionali: donde nacque il costume di mandarsi da Napoli un Regio Ministro in Roma per comporli.
Il Pontefice Pio V, che invigilò a pari di qualunque altro Pontefice di stendere come poteva meglio, la giurisdizione Ecclesiastica sopra i Dominj de' Principi Cristiani, non ben soddisfatto del Duca di Alcalà, che compiendo alle sue parti attraversò sempre i suoi disegni, si risolse finalmente di far trattare questi punti a dirittura col Re Filippo, e gli spedì a questo fine successivamente due Legati. Il primo fu il P. Vincenzo Giustiniani Generale dell'Ordine dei Predicatori, che fu da poi da lui fatto Cardinale; ed il secondo fu Michele Bonello Cardinal Alessandrino suo nipote, che partì per Ispagna e Portogallo con varie commessioni, poco prima della morte del Duca d'Alcalà, seguita in Napoli l'anno 1571.
Il Cardinal Giustiniano si sbrigò subito della sua Legazione; poichè avendo rappresentato al Re alcuni aggravi (la maggior parte de' quali furono i medesimi riferiti di sopra) che diceva farsi nel Regno a' Vescovi, in diminuzione della giurisdizione ed immunità Ecclesiastica, e fra gli altri di non permettergli di conoscere sopra il Chericato: il Re dando provvidenza ad alcuni di poco momento, considerando gli altri di somma importanza, e che avean bisogno di molta considerazione; nè potevan risolversi senza che dal Vicerè di Napoli ne fosse stato pienamente informato, ne lo rimandò con lettera de' 28 settembre 1570, diretta al Pontefice Pio, nella quale con molto rispetto gli scrisse aver ricevuto il suo Breve, che gli portò il Cardinal Giustiniano in sua credenza sopra le cose toccanti alla giurisdizione Ecclesiastica, e che quantunque per li viaggi e continue sue occupazioni, che da poi l'erano sopravvenute, non avea avuto luogo e quel tempo, che si desiderava per trattar di quelle, maggiormente per essere molto gravi ed importanti: tuttavia per soddisfare Sua Santità, si era provvisto in alcune, come intenderebbe dal suddetto Cardinale; ma che venuta che sarebbe l'informazione, ch'egli aspettava da Napoli, avrebbe proccurato di provvedere al di più, in maniera, che la dignità Ecclesiastica non fosse pregiudicata[306].
Scrisse nel medesimo tempo due ben lunghe lettere al Duca d'Alcalà, inviandogli i capi presentatigli dal Legato, per li quali diceva venire pregiudicata la giurisdizione Ecclesiastica, incaricandogli, che dovesse comunicarli col Consiglio Collaterale, il quale con matura discussione e deliberazione rispondesse a ciascheduno di quelli, e ne gli facesse poi a lui relazione; acciò che con più maturità potesse egli deliberare quel che conveniva; siccome fu eseguito: poichè fattasi questa relazione, fu da poi fatta esaminare da alcune persone del suo Real Consiglio, che per ciò si deputarono, e con loro accordo e col parere suddetto de' Reggenti del Collaterale di Napoli, fu decretato sopra alcuni Capi della medesima.
In cotal guisa terminò la Legazione del Cardinal Giustiniano; ma assai più onorevole fu quella del Cardinal Alessandrino nipote del Papa, il quale fu da Pio inviato al Re Filippo II, non meno per queste contese giurisdizionali, che per cagioni assai più serie e gravi, e non meno per lo Regno di Napoli, che per quello di Sicilia e del Ducato di Milano; e sopra tutto per la guerra, che minacciava il Turco, il quale formidabile più che mai poneva terrore non meno alla Germania, che all'istessa Italia. Per ciò il Pontefice Pio era tutto inteso a stimolare i Principi Cristiani, che uniti insieme accorressero alla difesa delle province Cristiane, minacciate da così fiero e potente nemico: mandò a questo fine il Cardinal Commendone a Cesare, a cui diede incombenza che dopo aver trattato con colui delle cose di Germania, passasse a Sigismondo Augusto Re di Polonia, per invitarlo all'alleanza d'una guerra non meno salutare, che necessaria; siccome mandò a' Principi d'Italia Paolo Odescalchi Vescovo di Penne, per passare i medesimi ufficj: mandò ancora il Cardinal Alessandrino suo nipote al Re Filippo in Ispagna, dal quale, sopra tutti gli altri Principi, sperava valevoli soccorsi, commettendo parimente al Cardinale, che passasse poi al Re di Portogallo, ed indi andasse in Francia ad invitare anche quel Re all'impresa[307].
Giunto che fu il Cardinal Alessandrino in Ispagna, fu incontrato con molto onore ne' con fini da molti Signori, che il Re avea mandato a riceverlo: gli andò incontro Diego Spinosa Vescovo Saguntino, dal quale allora si maneggiavano gli affari più gravi della Corona, e finalmente introdotto nella Corte, fu dal Re Filippo ricevuto con eccessive rimostranze di onore e di stima.
La somma e principal sua commessione era di esortare il Re, come fece, acciò si affrettasse di somministrare valevoli ajuti per la guerra contra il Turco: che quelli, oltre che sarebbero stati i più grandi e considerabili, avrebbero stimolato gli altri Principi, mossi dal suo esempio a seguirlo, ed a stringere l'alleanza: lo pregò in secondo luogo che se bene per questo istesso fine dovea egli passar in Portogallo e poi in Francia, con tutto ciò più efficaci sarebbero stati questi ufficj, se S. M. s'interponesse a dirittura con que' Re, e sopra tutto invitando Massimiliano Cesare a partecipare di questa santissima guerra. Filippo rese grazie al Pontefice, che cotanto onorificamente di lui sentiva, ma che dovea colla sua prudenza riguardare ancora di quante cure e molestie era egli circondato, e quanto fosse grave la mole che e' sosteneva d'una guerra ancor'ella di Religione, quanto era quella di Fiandra, la quale se non vi dava riparo, poteva nelle viscere della Cristianità recar più danno di quella minacciata dal Turco: del rimanente, che non avrebbe tralasciato i suoi soccorsi, e da' suoi Stati d Italia somministrar quegli ajuti, per quanto comportavano le forze di que' Regni: non avrebbe ancora tralasciato d'accompagnare con que' Re i suoi con gli ufficj del Pontefice, e sopra tutto coll'Imperador Massimiliano suo cugino[308].
Trattossi ancora del Titolo di Gran Duca di Toscana attribuito a Cosimo Duca di Fiorenza: esagerava il Cardinale, che senza grave ingiuria di Sua Maestà e del Pontefice non dovea quello tollerarsi: dovea riflettersi essersi con ciò offesa non meno l'autorità e dignità sua regale, che la maestà della Sede Appostolica; con tutto ciò niente sopra quest'affare si conchiuse.
Ma il Pontefice Pio non volle tralasciare in questa occasione, dove egli mostrava cotanto zelo per la Fede di Cristo contra gl'implacabili nemici di quella, di proccurar anche per la sua Sede non piccioli vantaggi: fece far dal Cardinale doglianze col Re, come nel Regno di Sicilia la giurisdizione Ecclesiastica veniva grandemente abbassata da suoi Regj Ministri per quella Monarchia da essi inventata, che non ha altro sostegno, che un supposto ed apocrifo diploma d'Urbano II. E diceva, che oltre di non potere il diploma comprendere, che le persone di Ruggiero Conte di Sicilia e di Calabria, e di Simone suo figliuolo, ovvero l'erede di Ruggiero solamente, si vedeva chiaro essere quello molto sospetto, dal luogo e dal giorno che ivi si leggevano. Porta la data di Salerno dell'anno 1095, nel qual tempo il Pontefice Urbano intervenne nel Concilio di Chiaramonte convocato in Francia per la guerra sacra, per la cui spedizione fu per tutto quell'anno sempre occupato. L'Autore, che la prima volta lo cavò fuori alla luce del Mondo, cioè Tommaso Fazzello, essere un uomo nuovo, di niun nome ed autorità: egli dice averlo avuto da un altro di non maggior fede, il qual fu Gio. Luca Barberio Siciliano. Essere ancora da Pietro di Luna scismatico attribuito a Ferdinando d'Aragona, ed a Martino parimente Re d'Aragona, che prese per moglie Maria Regina di Sicilia, affinchè i Vescovi non potessero contra i Ministri regj valersi delle censure Ecclesiastiche, ma che poco da poi, a richiesta de' tre Ordini del Regno, fu quel privilegio affatto abolito e tolto. Richiedeva perciò Sua Santità, che quella pretesa Monarchia affatto si abolisse, ed il Regno di Sicilia in tutte le cose si riducesse secondo il prescritto del Concilio di Trento, e la giurisdizione Ecclesiastica fosse restituita nella sua autorità e suo splendore. Il Re Filippo considerando fra se l'importanza della cosa, con molta gravità rispose al Legato, che quelle ragioni, che insieme co' Regni i suoi maggiori gli avean tramandate, siccome egli aveale ricevute, così non poteva far di meno di non lasciarle nella maniera istessa a' suoi successori, e che i suoi Ministri non le serbassero[309]. Del rimanente, se vi era qualche eccesso in valersene, per l'osservanza dovuta alla S. Sede, avrebbe egli scritto che l'emendassero. Con questa risposta ne fu rimandato il Cardinale. Nè di ciò se ne mosse da poi più parola, se non sotto il Regno di Filippo III, venne al Cardinal Baronio, con grande importunità, voglia di contrastarla nell'XI tomo de' suoi Annali; ma ne fu fatta da Spagna severa rimostranza, come altrove si è detto. E negli ultimi nostri tempi avendo voluto il Pontefice Clemente XI con sua Bolla abolirla, servendosi dell'opportunità del tempo, quando quel Regno era in mano del Duca di Savoja; riuscirono anche vani gli sforzi suoi, che diedero motivo all'incomparabile Dupino di scrivere, a richiesta di quel Principe, quel dotto libro, sostenendo non meno la Monarchia, che facendo vedere quanto erano deboli li argomenti del Baronio, sopra i quali Clemente avea appoggiata la sua Bolla.
Serbossi in ultimo luogo il Cardinal Alessandrino, di proporre al Re Filippo in questa sua Legazione, i pregiudizj, ch'e' diceva farsi alla Giurisdizione Ecclesiastica nel Regno di Napoli e Stato di Milano; ma ricevè quella stessa risposta, che fu data al Cardinal Giustiniano: essere queste cose di somma importanza, e che per ciò non poteva da se niente risolvere, se prima non ne fosse informato dal Vicerè di Napoli e dal suo Ambasciadore residente in Roma.
Intanto era nel mese di aprile di quest'anno 1571 accaduta in Napoli la morte del Duca d'Alcalà, e ritrovandosi in Roma il Cardinal di Granvella fu dal Re a costui comandato, che tosto si portasse in Napoli a prendere le redini di quel governo in luogo del Duca morto, siccome prontamente fece. Per adempir il Re a quanto avea promesso al Cardinal Legato, scrisse in quest'istesso anno quattro lettere, una nel mese di novembre diretta al suo Ambasciadore in Roma D. Giovanni di Zunica, e tre altre nel seguente mese di Decembre al Cardinal di Granvela suo Vicerè in Napoli. Avvisava in quelle a' medesimi, come essendo giunto in Ispagna il Cardinal Alessandrino Legato di Sua Santità, e ricevuto da lui, ed accarezzato come conveniva, e si dovea a persona di tanta dignità, e cotanto al Papa congiunta, gli avea fra l'altre sue commessioni esposti alcuni Capi, nelli quali pretendeva, che si pregiudicasse la Giurisdizione Ecclesiastica, tanto nelli Regni di Napoli e di Sicilia, quanto nello Stato di Milano: in Napoli per l'Exequatur Regium: in Sicilia per la Monarchia: ed in Milano per la Famiglia armata dell'Arcivescovo e per la Chiesa di Malta: gli mandava per ciò copia di que' Capi colle risposte e repliche del detto Legato: gl'inviava ancora copia de' memoriali dati a lui dal Cardinal Giustiniano colle risposte fatte nello margine di ciascun capo, acciò l'Ambasciadore con questo antivedere si regolasse col Papa in Roma per quel che conveniva. Al Vicerè Granvela, si diffuse assai più, dandogli notizia, che intorno a' punti contenuti ne' memoriali datigli dal Cardinal Giustiniano, ed alle decretazioni fatte dal suo Regal Consiglio col parere de' Reggenti del Collaterale di Napoli, ancorchè dal suddetto Cardinal Alessandrino si fosse alle medesime replicato, nulladimeno essendosegli risposto come conveniva, finalmente erasi quietato, e pensava per ciò partirsi fra tre dì, seguendo il suo cammino per Portogallo. Per ciò che poi s'atteneva a' suddetti nuovi Capi toccanti al Regno presentatigli dal suddetto Cardinale, ne gl'inviava copia, affinchè gli facesse esaminare da' Reggenti del Collaterale e da altre persone pratiche di scienza e di coscienza. Dopo di che ne gl'inviasse molto particolare e distinta relazione col suo parere, acciò che replicandosi dal Papa, possa egli con fondamento rispondergli e prevenire quanto bisognava per la buona condotta di quest'affare. Nella seconda lettera drizzata al medesimo Vicerè, gli dava ragguaglio delle rappresentazioni fattegli intorno all'osservanza del Concilio di Trento, e delle sue generali risposte dategli: e nella terza l'incaricava la vigilanza ed accortezza ricercata intorno all'Exequatur, acciò non si diminuisse la sua Giurisdizione.
Il Cardinal Granvela, così sopra tutti questi Capi, come sopra quelli contenuti ne' memoriali dati al Re dal Cardinal Giustiniano, col parere del Collaterale, in risposta di queste regali lettere, mandò al Re più Consulte, nelle quali regolandosi con l'istessi sentimenti, che s'ebbero nel governo del Duca d'Alcalà suo predecessore, informò il Re pienamente di tutto: di che mal soddisfatta la Corte di Roma, vedendo che così queste controversie di Giurisdizione comprese nelli Capi dati da' Cardinali Giustiniano ed Alessandrino, come molte altre, che alla giornata faceva sorgere, non si potevano comporre a suo modo, per via di lettere e di relazioni, che vicendevolmente si mandavano, ed in Roma, ed in Napoli, ed alla Corte di Madrid: pensò di ridurle in trattato in Roma, per dove desiderava, che dal Re si mandassero suoi Ministri, affine di potersi quelle ivi dibattere e risolvere. Per ciò il Pontefice Pio V richiese il Re Filippo, che mandasse suoi Ministri in Roma, i quali uniti con quelli, ch'egli avrebbe deputati per sua parte, avessero potuto aggiustarle, ed amichevolmente comporle. Il Re Filippo, non ben intendendo l'arcano, ovvero per compiacere al Pontefice, di cui ostentava somma osservanza, promise di mandargli; ma essendo poco da poi a primo di maggio del seguente anno 1572 succeduta la morte del Pontefice, non ebbe la promessa alcun effetto.
Ma Gregorio XIII, che succedette al Pontefice Pio, non tralasciò di farsi adempire la premessa; onde più volte istantemente lo richiese, che gli mandasse, siccome con effetto nel 1574 furon mandati. Scrisse il Re al Pontefice a' 4 giugno del suddetto anno una lettera, nella quale gli diceva, che per soddisfare alle sue istanze fattegli di mandare in Roma alcune persone per trattare le differenze di Giurisdizione occorse ne' suoi Regni d'Italia, inviava in Roma D. Pietro d'Avila Marchese de las Navas, ed il Licenziato Francesco di Vera del suo Consiglio, li quali giunti col suo Ambasciadore D. Giovanni di Zunica trattassero di comporre amichevolmente quelle differenze, e qualunque altra che mai potesse insorgere nei suoi Regni di Napoli e di Sicilia e nel Ducato di Milano. Mandò parimente a' medesimi ampia proccura a questo fine, ed insieme le istruzioni della maniera di doversi portare nel trattarle: dando di tutto ciò avviso al Vicerè Granvela per sua norma.
Quindi nacque il costume di mandarsi in Roma Ministri del Re per trattare di questi affari: Missioni per altro fin dal loro cominciamento sempre inutili: il Marchese de las Navas, ed il Consigliere di Vera inutilmente s'affaticarono. Ma non perciò s'interruppe questo cominciato stile: morto il Marchese, fu nel 1578 mandato in Roma in suo luogo D. Alvaro Borgia Marchese d'Alcanizes, al quale il Re parimente mandò proccura di trattare insieme coll'Ambasciadore Zunica e Consigliere Vera questi negozj, dandogli la medesima potestà, che teneva il Marchese de las Navas colle medesime istruzioni. Anzi avendo il Governadore di Milano mantenuto il medesimo istituto di mandare da quello Stato una persona per quelli affari in Roma, il Re Filippo II scrisse nel 1579 al Marchese di Mondejar nostro Vicerè, dicendogli che per lettera del Commendator Maggiore suo Ambasciadore in Roma, e del Marchese di Alcanizes avea inteso, che conveniva molto per la buona intelligenza della materia di Giurisdizione Secolare ed Ecclesiastica del Regno tenere in Roma una persona tanto pratica ed intelligente, com'era il Dottor Giacomo Ricardi, che dimorava in Roma mandato da Milano dal Marchese de Aymonte Governadore di quello Stato; che per ciò gli ordinava, che da Napoli si mandasse in Roma una persona, ancorchè fosse Reggente di Cancelleria e particolarmente il Reggente Salernitano, come più intelligente in detti negozj, o pure dal Consiglio di Capuana, o dalla Camera della Summaria, ovvero d'altro qualsivoglia, che sia dimandato dal detto Ambasciadore e Marchese: e che subito l'invii in Roma, acciò col lume, che darà, si possa procedere in detti negozj[310].
Così ne' tempi meno a noi lontani, leggiamo, che per le controversie giurisdizionali insorte tra il Vescovo di Gravina, e l'Arciprete d'Altamura, fu dal Cardinal Zapata mandato in Roma il Consigliere Giovan-Battista Migliore per comporle e terminarle. E ne' tempi de' nostri Avoli, per le nuove contese insorte per la Bolla di Gregorio XIV, fu in Roma mandato il Consigliere Antonio di Gaeta; missione per altro vana ed inutile; ed a' dì nostri successivamente il Consigliere Falletti; il Fiscale di Camera Mazzaccara; ed ultimamente il Consigliere Lucini. Le missioni dei quali avrebbero potuto a bastanza far avvertito il Re che è tutta spesa perduta per questa via sperare una cotal composizione e fine di queste differenze giurisdizionali. Le maniere più proprie ed efficaci, quando voglia seguitarsi lo stile degli Spagnuoli, di saldar queste piaghe, non già all'uso di Francia, ma con empiastri ed unguenti, sarebbero quelle che ci vengono additate da' più saggi e prudenti Giureconsulti insieme e Teologi, cioè di deputare vicendevolmente personaggi d'alto affare, a' quali, come Compromissori, si commettesse la composizione di quelle, ed alla loro determinazione di doversi ciecamente ubbidire: questo modo, che sovente vien praticato nel Contado di Barcellona, dice Jacopo Menochio, celebre Giureconsulto di Pavia nel suo trattato De Jurisdictione, essere stato sempre da lui riputato il più acconcio in Italia, per terminare affatto queste contese; i Romani, che dovrebbero più d'ogni altro desiderarlo, han mostrato sempre di abborrirlo, perchè sanno, che con tenerle sospese ed indecise, per la loro vigilanza e desterità, il tempo porterà congiunture tali, delle quali sapranno ben valersene, e ricavarne profitto.
CAPITOLO XI. Morte del Duca d'Alcalà: sue virtù, e sue savie leggi che ci lasciò.
Questo savio Ministro, ne' dodici anni del suo governo, ebbe a sostenere non meno queste fastidiose contese colla Corte di Roma, che a star vigilante per timore d'una guerra crudele e spietata, la qual fu quella che il Turco minacciava nelle nostre contrade. La fama degli estraordinari apparecchi, che spesso si sentivano farsi dagli Ottomani in Levante, lo tenne in continue sollecitudini e timori. La guerra intrapresa nel 1565 per la conquista di Malta, dava da pensare ugualmente al Regno di Sicilia, che a quello di Napoli: bisognò per tanto, ch'egli munisse le città marittime con validi presidj; ed essendo il Regno quasi che tutto circondato dal mare, le provvidenze in molte città doveano perciò essere maggiori e più dispendiose.
Ma non perchè finalmente si vedesse Malta libera da questi mali, cessarono in noi li timori; poichè nell'anno seguente usciti i Turchi da Costantinopoli con potentissima armata, dopo avere conquistata l'Isola di Scio, posseduta 300 anni da' Genovesi, s'inoltrarono nell'Adriatico; e non essendo loro riuscito di sorprendere Pescara, devastarono quelle riviere, saccheggiando tutte quelle Terre poste a' liti del mare, dove fecero un grosso bottino di gente e di roba, e tornarono poi in Levante. Ma nel 1570 posti di nuovo in mare, spaventarono nuovamente Italia; onde il Duca avendo muniti i luoghi sospetti, fece venire tremila Tedeschi per difesa del Regno: il turbine però venne a piombare sopra i Veneziani, che si videro inaspettatamente assaltare l'importante Isola di Cipri, al cui soccorso andò Giannandrea Doria con cinquanta Galee, fra le quali ve n'eran ventitrè della squadra di Napoli, con tremila soldati comandati dal Marchese di Torre Maggiore, e moltissimi Cavalieri napoletani.
Questi continui timori di guerra, che sono peggiori della guerra istessa, e più l'altra di Religione, che tuttavia ardeva in Fiandra, posero, per le continue ed immense spese, in necessità il Re Filippo II di premere alquanto il Regno con frequenti contribuzioni e donativi. Ma l'accortezza del Duca, che maneggiava co' Baroni quest'affare con molta soavità e destrezza, e l'amore, che avea a se tirato di tutti gli Ordini, particolarmente de' Nobili, tanto che invitato a farsi lor Cittadino, lo aggregarono nella Piazza di Montagna, fu tale che nello spazio di soli sei anni, facendo secondo il costume convocar a questo fine in S. Lorenzo Generali Parlamenti, ne trasse dalla Città e Regno profusi donativi. Nel 1564, presedendo come Sindico Cola Francesco di Costanzo di Portanova, si fece dono al Re d'un milione di ducati. Nel 1566 gli si donarono un milione e ducentomila ducati, essendo Sindico Fabio Rosso di Montagna. Nel 1568, nel qual anno fu creato Sindico Gianvincenzo Macedonio di Porto, si fece donativo d'altrettanta somma; e nel 1570, essendo Sindico Paolo Poderico, se ne fece un altro d'un milione; e per occasione di questi donativi leggiamo noi nel volume delle Grazie e Capitoli della Città e Regno di Napoli, moltissimi Privilegi e Grazie profusamente concedute alla medesima dal Re Filippo II, particolarmente quando reggeva il Regno, come Vicerè, il Duca d'Alcalà.
Ma ecco finalmente, che questo incomparabile Vicerè bisognò cedere al fato: le continue applicazioni e le tante cure moleste e fastidiose gli avean fatta perdere la salute: più volte avea supplicato il Re, che per ristabilirsi gli desse licenza di poter tornare in Ispagna, suo suolo nativo; ed il Re finalmente aveacelo accordato; ma come si è veduto, per l'impertinenti pretensioni della Corte di Roma, fu obbligato il Re a rivocar la licenza, e comandargli che non partisse, anzi nel caso si trovasse partito, ritornasse per resisterle. Così egli debole ed infermiccio proccurava sovente con dimorare nella Torre del Greco, nel qual luogo per ciò leggiamo la data d'alcune Prammatiche, col beneficio dell'aria ristabilirsi, ma sopraggiunto nella Primavera di quest'anno 1571 da un fiero catarro, a cui essendosi accoppiata una mortal febbre, gli tolse finalmente la vita a' due d'aprile, nel sessagesimoterzo anno dell'età sua, e dodicesimo del Viceregnato di Napoli. Il suo prudente Governo era da tutti i popoli commendato, e perciò la di lui morte fu da ciascuno amaramente compianta; facendosi allora giudicio, che di Spagna non ne avesse a venire nel Regno niun simile a lui; poichè veramente dalla morte di D. Pietro di Toledo, Napoli non conobbe miglior Ministro di questo. Fu il suo cadavere con onoratissime esequie sepolto nella Chiesa della Croce di Palazzo, donde poi fu trasferito in Ispagna.
Le virtù che adornarono il suo spirito, furono veramente ammirabili. Fu celebre in lui la pietà Cristiana sopra ogni altra virtù: egli adoratore dell'Augustissimo Sagramento dell'Altare, non solamente quando si portava per le piazze agl'infermi, facevalo accompagnare con torchi accesi da tutti i Paggi della sua Corte, ma sovente incontrandovisi egli, calava dal cocchio e l'accompagnava a piedi: compassionevole e pien di carità per li poveri e per gli afflitti, mandava spesso un suo Gentiluomo di confidenza a visitar la casa di quell'infermo, ove portavasi il Viatico, affinchè vi lasciasse buona limosina, se vi conoscesse bisogno. Per la penuria de' tempi ridotti i poveri in estremo bisogno, egli agevolò alla città quella pietosa opera d'aprire l'Ospedale di S. Gennaro fuor delle mura, ove provvide di cibo a più di mille mendichi, ed aggiunse ancora dalla sua borsa molte centinaja di scudi, che servirono per mantenimento de' poveri vergognosi. Per evitare il traffico indegno che facevano le pubbliche meretrici della verginità delle loro figliuole, promosse nel 1564 quell'altra opera degna della sua pietà, che fu la fondazione della Chiesa e Conservatorio dello Spirito Santo, dove le Donzelle, rubate all'ingordigia delle madri, se vogliono rimanervi, sono comodamente nudrite, e volendosi maritare è loro somministrata conveniente dote. Rilusse ancora la pietà di questo Ministro assai più nelle brighe, ch'ebbe a sostenere con gli Ecclesiastici, dove, ancorchè fosse da questi con modi imperiosi ed impertinenti posto in pericolo di perder ogni pazienza, egli però nell'istesso tempo, che sosteneva con vigore e fortezza le ragioni e preminenze del suo Re, usò con li medesimi ogni moderazione e rispetto, e colla Sede Appostolica tutta la divozione ed osservanza.
La prudenza civile fu in lui mirabile, e sopra tutto la cura ed il pensiero ch'ebbe per la conservazione e maggior comodità e sicurezza dello Stato fu assai commendabile: egli con forti presidj munì tutte le città del Regno esposte all'insidie de' nostri implacabili nemici. Per maggior comodità e sicurezza del commercio aprì nel Regno più regie strade, e fece costruire nuovi e magnifici ponti. A lui dobbiamo la via, che da Napoli ci conduce insino a Reggio. L'altra, che ci mena in Puglia, nel Sannio e ne' confini del Regno; e quell'altra magnifica da Napoli a Pozzuoli. A lui dobbiamo i famosi Ponti della Cava, della Dovia, di Fusaro e del fiume Cranio, ovvero Lagno, chiamato comunemente Ponte a Selce, tra le città d'Aversa e Capua; il Ponte di Rialto a Castiglione di Gaeta; il Ponte di S. Andrea nel Territorio di Fondi; e tanti altri, di cui favellano le iscrizioni di tanti marmi, che risplendenti del suo nome, si osservano in varie parti del Regno. A lui finalmente dobbiamo l'avere, su la via di Roma in Portella, con termini ragguardevoli e marmorej, e con iscrizioni scolpite su' marmi, distinti e separati i confini del Regno collo Stato della Chiesa di Roma, perchè nella posterità non vi fosse, come fu già, occasione di contrasti e di litigj.
Alla sua magnificenza non meno, che alla sua vigilanza dobbiamo non pure tutto ciò, ma che nelle congiunture presentateglisi mentre presideva al nostro Governo, abbia fatto rilucere l'animo suo regale e veramente magnifico. La crudele, e da non raccontarsi, morte accaduta in Ispagna all'infelice Principe Carlo a' 24 luglio nel 1568 proccurossi con lugubri apparati e pompose esequie renderla men dura. In Ispagna ne furono celebrate superbissime, ed in Napoli il Duca d'Alcalà, ricevutone l'avviso, nel mese di settembre del medesimo anno, ne fece celebrare parimente altre non inferiori: con grande magnificenza fece innalzar gli apparati ed i mausolei nella Chiesa della Croce presso il regal Palazzo, dov'egli intervenne con la maggior parte della nobiltà e del popolo a compiangere la disgrazia di quel Principe. Non molto da poi infermatasi la Regina Isabella moglie del Re Filippo d'una febbre lenta, giunta all'età di 22 anni, e gravida di cinque mesi rese finalmente lo spirito a Madrid in ottobre del medesimo anno 1568, e fu sepolta nell'Escuriale. Il Duca d'Alcalà, avutone avviso, fece in novembre celebrare alla medesima, coll'istessa magnificenza e pompa, esequie uguali nella stessa Chiesa. E due anni dopo la costei morte, avendo il Re Filippo tolta la quarta moglie, che fu Anna d'Austria primogenita dell'Imperador Massimiliano e di Maria sua sorella, su l'avviso d'esser arrivata la Sposa in Ispagna, il Duca d'Alcalà fece celebrare in Napoli, a maggio di quell'anno 1570, solenni e magnifiche feste con pubbliche illuminazioni per tre sere continue, e con pomposi apparati. Alla sua magnificenza pur deve Napoli quell'ampio stradone, che dalla Porta Capuana conduce a Poggio Reale. Egli aprì ancora nella punta del Molo quella già bellissima fontana ornata di bianchi marmi, con quattro statue rappresentanti i quattro fiumi del Mondo, e che dicevansi volgarmente i quattro del Molo. Ed egli parimente fu quegli, che diede principio a quelle due amene e regie strade, che portano dal Ponte della Maddalena a Salerno, e dalla Porta Capuana alla volta di Capua.
Della sua giustizia abbiamo perenni monumenti nelle tante Prammatiche, che ci lasciò. Fra tutti i Vicerè che governarono il Regno, egli fu, che sopra gli altri empisse il Regno di più leggi, contandosene sino a cento. I tanti avvenimenti e strani successi accaduti al suo tempo, la corruzione del secolo, e la perduta disciplina, l'obbligarono per questa via, nel miglior modo che si potè, a riparare la dissolutezza e pravità degli uomini.
Dal 1559 primo anno del suo governo, insino a marzo del 1571, l'anno della sua morte, ne stabilì moltissime tutte sagge e prudenti, ed infra l'altre cose ripresse per quelle la rapacità de' Curiali, tassando i loro diritti: invigilò perchè la buona fede fosse tra gli artigiani, ne' traffichi, e ne' lavori di mano: fu vigilantissimo sopra l'onestà delle donne, proibendo severamente le scale notturne, imponendo pena di morte naturale a coloro, che per forza baciassero le donne, anche sotto pretesto di matrimonio: sterminò i fuorusciti: vendicò con severe pene di morte naturale i falsificatori di moneta: riordinò il Tribunal della Vicaria, ed egli fu, che impose agli Arcivescovi e Vescovi del Regno, che ordinassero a tutti i Parrocchiani e Beneficiati, che hanno cura d'anime, che dovessero formare un libro, dove giorno per giorno notassero tutti i battezzati, per sapersi la loro età e per buon governo anche dello Stato. Egli ancora riordinò le Province del Regno, e comandò, che in quelle si formassero pubblici Archivj, e diede altri provvedimenti per la politia del Regno, degni della sua saviezza e prudenza civile, contenuti nelle nostre Prammatiche, li quali per non tesserne qui lungo catalogo, possono secondo l'ordine de' tempi, ne' quali furono stabiliti, osservarsi nella Cronologia prefissa al primo tomo di quelle, secondo l'ultima edizione del 1715.
FINE DEL LIBRO TRENTESIMOTERZO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI