5.

Mentre in casa della signora Elena tutti aspettavano con impazienza il ritorno di Vittorino, quasi ogni sera parlavano di lui, e la Milla ne raccontava, come a dire la vita. Una volta tra le altre ella narrò questi fatti: «Io entrai a servizio del signor Dottore, padre di Vittorino, due mesi dopo la morte della sua moglie. Vittorino aveva allora poco più di sette anni, e si era ammalato per dolore d'aver perduto la madre. Suo padre mi si raccomandò caldamente che lo assistessi, e che non pensassi che a lui. Quando mi accostai per la prima volta al letto di quel caro fanciullo, e' mi guardò fisso fisso, poi gli venne da piangere, e voltò il capo dall'altra parte. Vedeva una donna accanto a lui, ma non era quella che avrebbe voluto. Poi voltandosi meno afflitto, e con una specie di rammarico d'avermi accolto in quel modo, mi disse: «Oh sì! ti vorrò bene. Milla, ti vorrò bene, di molto; il babbo mi ha detto che tu sei tanto buona! Ma tu mi parlerai sempre di mia madre, non è vero?» — «Io l'ho conosciuta poco (risposi), ma so quanto era buona, e.... sì signore, le ripeterò tutto quel bene che ho udito dire dagli altri.» — «Eh! bisognerebbe che tu l'avessi conosciuta in casa e di molto!... Faremo così: io ti racconterò tutto quello che ella faceva per me e pei poveri malati che venivano da mio padre; e tu di mano in mano mi ripeterai queste cose, perchè non sto meglio altro che quando parlo di lei.» E subito cominciò a descrivermi la sua vita, le sue carità, e sto per dire, tutta l'educazione ch'essa gli dava. Mi fece sapere che in casa vi erano quattro letti per quei ragazzi poveri che arrivavano malati dalla campagna, e che, secondo il signor Dottore, non era bene che fossero messi tra gli uomini allo spedale; e mi disse che sua madre faceva loro da infermiera. Io, benchè queste cose le sapessi, lo lasciai dire un pezzo, perchè mi accorsi che era proprio il suo bene; e poi gli risposi in questo modo: «Se mi riescisse di fare qualcheduna di quelle cose che faceva sua madre buon'anima, me ne ingegnerei. Ma a forza di sentirlo dire imparerò, e mi proverò.» — «Davvero? esclamò egli tutto allegro. Brava Milla! oh! bella cosa! lo dirò al babbo, che appunto era afflitto per non poter più fare assistere quei poveri ragazzi. Come si fa? egli è costretto a star tutto il giorno fuori di casa; io ancora non son buono a nulla; e poi mi sono ammalato. Ma tu ci rimedierai, e almeno per quei poveri figliuoli, la morte della mamma non sarà una disgrazia tanto grande come è stata per me.» — «Ma io (risposi) avrò bisogno d'essere istruita di tutto punto.» — «T'insegnerò io quel che potrò, non dubitare.» — «Dunque guarisca presto per potermi fare questo servizio.» — «Eh! se non mi sentissi tanto debole!... Ma ora, quest'idea che t'è venuta mi dà coraggio. Guarisco più presto.»

Bisogna dire che la fosse proprio così, perchè in pochi giorni potè levarsi. Allora concertammo con suo padre l'assistenza de' ragazzi malati ch'egli accoglieva in casa, e Vittorino m'istruì di tutto veramente bene.

Così dopo che ebbi preso pratica di tutte le faccende, il signor Dottore ricominciò ad accogliere in casa qualche povero figliuolo che avesse avuto bisogno della sua assistenza. A volte ce ne erano due, a volte tre; chi si tratteneva 15 giorni, chi un mese e più; nell'inverno specialmente i letti erano quasi sempre tutti e quattro occupati. Allora si faceva venire un'altra donna per ajutarci. Vittorino poi, tornato da scuola e finite le sue lezioni, si metteva meco attorno a quei piccoli malati, e sfaccendava continuamente, in specie quando cominciò a studiare la medicina.

Suo padre poi era infaticabile. La mattina si levava all'alba, e se non aveva malati in casa o da far subito qualche visita fuori, si metteva a studiare, anche da vecchio. E ogni giorno venivano tanti a consultarlo, che spesso spesso n'era piena la sala. Il resto della giornata sempre fuori, e rade erano quelle volte che non mangiasse alla peggio un boccone in qualche bottega, o che non aspettasse a desinare la sera per mancanza di tempo. Prima d'andare a letto, se non era passata la mezza notte, studiava; e quasi mai lo lasciavano riposare in pace, perchè non venivano meno di due o tre chiamate per notte. Sempre sano, sempre robusto, sempre di buon umore, non vi fu un momento della sua vita nel quale stasse senza fare o senza pensare al bene del prossimo. Mai divertimenti, mai ozio; le sue conversazioni erano al letto dei malati o nello studio di Vittorino. «Benissimo» diceva egli quando ve lo trovava innanzi di lui; «procura di renderti presto abile a qualche cosa, giacchè la capacità d'imparare non ti manca. Io non ho risparmiato nè risparmierò spese per farti istruire. Invece di mettere assieme ricchezze, ti preparerò il patrimonio della scienza, che non è sottoposto a disgrazie. Lo vedi? io guadagno molto perchè la società ricompensa bene le mie fatiche; ma tolte le spese del nostro campamento e della tua istruzione, il rimanente voglio restituirlo alla società con ajutar gl'infelici. Ora che ho da pensare a te, mi convien negare a molti il mio debole ajuto; ma quando avrai imparato la tua professione, io non avrò più il rammarico di queste negative. Quindi rammentati che se arrivo alla vecchiaia dovrai assistermi: oppure potrei morir presto, e saresti costretto innanzi il tempo a provvedere da te medesimo ai tuoi bisogni.» Ma Vittorino non aveva d'uopo di quegli stimoli. Studiava, studiava tanto, che, io avevo paura non gli dovesse far male. Ma si vede che lo studio spontaneo, e fatto in regola, non guasta la salute. Vittorino non ha mai più avuto un dolor di capo, ed è stato sempre bianco e rosso come una rosa. Oh! qualche volta impallidiva, sì, poverino! ma quando si parlava di sua madre; e se ne parlava spesso!

Talora esortava suo padre a non si strapazzare poi tanto, specialmente in certe giornate piovose, umide e fredde dell'inverno: ed egli soleva rispondergli: «Figliuol mio, la vita sarebbe nojosa ed inutile se non vivessimo più per gli altri che per noi stessi. Stando in mezzo agli uomini, e trovandoci sani, ben vestiti e nutriti, mentre vi son tanti che tribolano per le malattie o che patiscono il freddo e la fame, ti darebbe il cuore di godere dei tuoi comodi senza aver prima diminuito i mali del prossimo? E che ti varrebbe l'aver campato tanti anni, se poi morendo non ti consolasse l'idea di aver potuto rasciugare le lacrime altrui anche a costo di qualunque tua privazione, di aver lasciato buona fama di te nella patria, non per vanagloria, ma per esempio dei tuoi figliuoli? I veri piaceri dell'uomo son questi. Ti rammenti tu della vita di Vittorino da Feltre che io ti ho fatto leggere tante volte? Vedesti come ogni suo pensiero, ogni sua azione furon sempre rivolti al bene degli uomini, educando e istruendo i fanciulli? Ti ho pur messo quel nome così venerato perchè tu ne segua l'esempio, perchè tu abbia sempre presente la memoria delle sue virtù, perchè t'infonda la gagliardìa del suo animo.» E poi, e poi.... io gli ho udito dire tante altre cose bellissime, che se fossi capace di ripeterle, vi sarebbe da scrivere un libro.

Così in quella casa era una vita sempre laboriosa pel bene del prossimo; e anch'io mi sentii tanto infiammata nella carità, che mi diventò un bisogno di secondare come io potevo i padroni. V'erano poi le più belle soddisfazioni, allorchè quei meschini accolti nei nostri letti ne uscivano risanati. A volte una povera madre aveva recato il suo figliuolino senza speranza di rimedio, e poi che tenerezza quando lo ripigliava guarito! E spesso una dolce paternale invece della ricetta, toglieva le cause di malattie derivanti dalle sregolatezze, e faceva ritornare la pace e l'ordine nelle famiglie. Insomma tutti benedicevano nel nome di Dio quella casa ed i suoi padroni.

Erano già passati dieci anni che io facevo codesta vita, quando sopraggiunse al padrone una terribile disgrazia. Ogni volta che mi rammento di quella notte mi vengono i brividi, e mi sgomenta solamente il pensiero di doverla ridire.

Spesso accadeva che il padrone prevedesse di dover tornare a casa dopo la mezza notte, e ordinava allora che Vittorino andasse pure a letto senza aspettarlo. Io sola mi trattenevo levata, perchè non mi riusciva di dormire tranquilla finchè non lo avessi udito tornare. Una volta d'inverno, la mezza notte era già passata d'un pezzo, e il padrone era sempre fuori. Avevamo in casa un ragazzo malato piuttosto gravemente, e che avrebbe avuto bisogno di lui; e mi faceva specie che non tornasse. Aspetta, aspetta, principiai a stare in pensiero; e Vittorino che era levato per custodire l'infermo, mi dava di quando in quando certe occhiate come per domandarmi del padre. Mi affacciai alla finestra: solitudine per tutto. Il cielo era più qua e più là ricoperto di nuvoli neri neri; la luna illuminava a pezzi alcune case, e lasciava l'altre coperte da cupe tenebre. Di tratto in tratto si scatenava un vento da far paura; e portando seco il fragore del fiume che aveva la piena, somigliava alla romba del terremoto. Mi levai di lì, perchè quel cielo nero e quel vento strapazzone proprio mi sgomentavano. Passò un'altra mezz'ora, e nessuno comparve. Tornai alla finestra: il tempo s'era fatto più tetro che mai, e cominciava a fioccare il nevischio con un freddo pungente. Alla fine odo un rumore di passi lontani; ma era gente che correva in altra parte; poi a un tratto comincia uno scampanìo insolito e così sgangherato, che io non mi sapevo raccapezzare; e il vento lo straportava qua e là, sicchè non c'era verso di capire d'onde venisse. Fui assalita da una farragine d'idee così tetre, che appena mi accorsi di uno che passava a gambe di sotto casa. Allora mi feci animo, e gli domandai che diavoleto ci fosse: «Brucia nel borgo!» rispose, e via come un lampo. A quella nuova mi sentii subito gelare sangue: il padrone aveva dei malati nel borgo.... Ero per uscire dalla finestra, quando Vittorino risolutamente mi dice: «Milla, custodisci il malato; io vo a cercare del babbo.» — «Dio l'assista!» esclamai. Egli era già fuori e correva.

Pensate come rimasi? Le gambe mi si ripiegarono sotto, e in quel momento non sarei stata più buona a nulla, se non mi avesse scosso il pensiero di dover assistere quel malato. Ah! Quanto furon crudeli quei momenti d'incertezza! Poi ecco uno strepito sordo che via via cresceva tanto da scuotere tutta la casa e da far tremare i cristalli. Erano i pompieri con le loro macchine. Dunque il bruciamento è grosso dissi tra me.... Dio mio! cosa sarà dei miei padroni? Intanto il ragazzo si lamentava perchè doveva esser medicato, ed io da me sola non potevo farlo. Nondimeno lo confortai alla meglio, e lo feci chetare. Stando sempre in orecchi, mi parve d'udire nuovamente un calpestìo. Corsi alla finestra, e vidi uno sparirmi proprio di sotto gli occhi. «Che fosse entrato in casa?» Vo all'uscio di scala; nessuno saliva; piglio il lume, apro con impazienza, nessuno; mi soffermo, neanche uno zitto; scendo, e allora scorgo una persona appoggiata nel canto del terreno. Chi va là? gridai risoluta prima di accostarmi. La persona si mosse e a voce bassa esclamò: «Per amor del cielo, lasciatemi ripigliar fiato; vengo dal bruciamento; non ho potuto più reggere.... Ora v'è tanta gente che io posso andare a riposarmi. Oh! se mi faceste la carità di un bicchier d'acqua!» — «Magari, diss'io, venite su: vi darò un po' di vino, vi rasciugherete.» Era un povero manifattore conciato in modo da far compassione; aveva le mani e il viso affumicati, e le vesti fradice mézze. Gli detti da bere, gli feci mutare il vestito, e lo condussi alla stufa; e quando si fu un poco riavuto, mi pareva mill'anni d'interrogarlo. Egli mi diceva: «Benedetta la vostra carità!...» Ma udendo in quel mentre i lamenti del malato nella stanza accanto, si rattenne e poi esclamò: «Per tutto miserie! non badate più a me; tanto vo via....»

Ma io lo pregai ad aspettare un poco: corsi a confortare il malato, e tornata a lui: «Oh! che rovina! (mi disse) io non ne potevo più a portar acqua: non avrei lasciato il mio posto.... ma come si fa? Dopo aver lavorato tutto il giorno, stasera mi mancava la forza.» — «Ma ditemi se nessuno è in pericolo.... Io sto in pena.» — «Poco prima che uscissi ho visto calare dalle finestre un malato....» — «È vicino l'incendio?» interruppe allora, con voce da farmi scoppiare il cuore, il ragazzo che aveva udito queste parole. — «È distante, è distante (dicemmo subito tutti e due), non abbiate paura. E poi (aggiungeva il manifattore) il vento è diminuito; comincia a piover più forte; non c'è alcun pericolo.» Indi seguitò a voce bassa, perchè il povero ragazzo non l'udisse: «Dunque hanno calato uno o una che era in fine, per quanto dicevano; e poi sono scesi i pompieri. Appena levate le scale, il palco già sprofondava (mi si rizzano i capelli a pensarvi).... e sono venute alcune grida di mezzo alle fiamme. V'era sempre gente, e i pompieri non lo sapevano! In quell'istante di terrore è comparso un giovine urlando: Mio padre, mio padre! Passa tra i pompieri, afferra una scala, e sale senza paura del tetto che veniva giù a pezzi. Dietro a lui si slanciano coraggiosamente i pompieri; arrivano alla finestra; il giovine vi salta sopra cavalcioni, e grida soccorso! I pompieri l'aiutano a tirar su per le braccia uno rimasto aggrappato al parapetto senza aver più pavimento sotto i piedi. Come Dio vuole, quasi per miracolo, riesce loro di calarlo: era vivo; ma in uno stato da far pietà. A un coraggio come questo ci è venuto da piangere a tutti e abbiamo dato in uno scoppio d'applausi. Ora non so altro.» Potete figurarvi come rimanessi a questo racconto! Il povero malato piangeva, quantunque non avesse bene udito tutte le parole del manifattore; e poi dall'indugio del padrone si accorgeva di qualche guaio, e i suoi dolori crescevano. Ma poveretto! non pensava più a sè; il crepacuore lo aveva per gli altri. Io, sgomentata ma non avvilita, mi raccomandai al manifattore che picchiasse alla vicina casa d'un medico, e lo mandasse subito da me, che v'era bisogno di lui. Quel buon uomo non si fece pregare. Almeno, avevo io pensato, solleviamo quest'infelice; e facciamo che vi sia un medico in casa per il padrone e per Vittorino, se ne avessero bisogno. Il racconto del manifattore mi faceva pur troppo immaginare che avesse parlato di loro. Intanto mi posi a cercar fila, fasce ed ogni altro occorrente per medicare le bruciature.

Ma tutti questi preparativi io li facevo con una specie di disperazione. Come sarà andata a finire? pensavo. Nessuno veniva a dir nulla.... Che momenti, figliuole mie, che momenti furon quelli! Arrivato il dottore, visitò subito il ragazzo, e lo medicò. Quando era per andarsene me gli raccomandai che restasse ad aspettare il padrone, ed egli guardandomi con aria afflitta, mi disse: «Poveretto! non gli mancano assistenti; ma rimango volentieri per saper come sta. Io credo d'essermi svenuta a quelle parole, perchè poi fui come improvvisamente riscossa da molte voci; e vidi la stanza piena di gente. Mi feci innanzi, scorsi il padrone che appena dava segni di vita, i medici che lo assistevano e Vittorino che piangendo gli aiutava. Allora mi diedi anch'io a fare quel che potevo; ed il padrone fu posto a letto. Bisognava veder con che prontezza, con che animo Vittorino dava mano a tutti per medicarlo! Era bruciato nelle gambe e nelle spalle, e aveva una ferita grave dietro la testa. Oh! che spettacolo da straziare il cuore! Più volte avevamo scongiurato il figliuolo a ritirarsi da quella vista, a pensare alle sue bruciature; anch'egli n'aveva molte; ma no! finchè il padre non fu assicurato, finchè non udì pronunziare che non v'era pericolo di morte, non gli si volle staccare dal fianco. Alla fine mi riesci di strapparlo di lì, e chiamato il chirurgo che aveva finito d'assistere il padrone, lo condussi in camera sua. Povero giovine! fino allora s'era sostenuto con la forza dell'animo; alla fine si buttò sul letto, perchè la forza del corpo lo aveva già abbandonato. Per buona sorte le bruciature erano superficiali, e le ferite poco gravi. Io restai a custodir Vittorino, e il chirurgo dopo che m'ebbe istruita sul modo di assisterlo, ritornò a vegliare al capezzale del mio padrone. Dopo qualche tempo credei che Vittorino si fosse addormentato; ma era una specie d'assopimento; poi cominciò a delirare. A un tratto si alzò sul letto; io durai fatica a tenerlo. Ei gridava: «Qua.... c'è uno, qua.... salvate questo.... questo.... Oh Dio! è lui! è mio padre!... aiuto!» Io mi studiai di calmarlo, di dirgli che suo padre era salvo.... E come Dio volle, tornando in sè a poco a poco, spalancando gli occhi spauriti cominciò a guardarmi fissa, a fregarsi la fronte come per rimettere in ordine le idee, e a un tratto esclamò: «Milla mia!» e gettandomi al collo le braccia, proruppe in un pianto dirotto. Io mi sentivo una serratura alla gola, e tribolavo dimolto senza potermi sfogare. Poi venne da piangere anche a me, e stetti meglio. Allora Vittorino: «Mi son riposato (disse); sto bene: voglio far nottata al babbo da me: lasciami un momento solo, ch'io mi vesta, anzi va' a dormire; riposati anche tu.» Io mi studiai di dissuaderlo; andai a vedere il padrone; gli dissi che anch'egli stava meglio, che il chirurgo non lo lasciava un istante; ma fu inutile; volle vestirsi, e andare in camera di suo padre. Già era l'alba; tuttavia mi obbligò a buttarmi sul mio letto; ed egli assisteva ora il padre, ora il ragazzo malato.

Non passarono molti giorni, che il padrone cominciò a migliorare, e, bisogna che lo dica, i medici ed i chirurghi suoi amici gli fecero sempre una grande assistenza Di Vittorino non se ne discorre. Volle fargli tutte le nottate da sè; e furono diciassette di seguito; il giorno dormiva forse un'ora; io non so come potesse reggere a tanto strapazzo senza ammalarsi. Alla fine, dopo due mesi di medicature e di letto, il padrone guarì e cominciò a muoversi, ma col bastone in una mano e con l'altro braccio sulle spalle di Vittorino. Facevano tenerezza a vedergli girare in quel modo per casa, e parlare amorevolmente; ed il padre ringraziava il figliuolo d'avergli salvata la vita. Questi non voleva udire ringraziamenti e diceva di non aver fatto altro che il suo dovere. La convalescenza durò più d'un mese. Presto ricominciarono a venire i malati; il padrone a andar fuori. Vittorino praticava nello spedale e tutti ripresero la solita via, senza che avvenissero dipoi cose straordinarie.» — Qui la Milla tacque.

Anche nella famiglia della signora Elena nulla avvenne di nuovo fino al ritorno di Vittorino. Di quanta consolazione fosse per tutti rivederlo sano e salvo lo potete facilmente immaginare. Egli non si separò più da quella famiglia. La buona vecchia se ne separò, e per sempre, con immenso dolore di tutti; ma quel dolore fu consolato dall'aspetto sereno ed angelico di colei che faceva la morte del giusto.

X. L'amico sin dall'infanzia.

1. La Gelosia.

In una piccola città di provincia erano alla medesima scuola due giovinetti quasi coetanei, amici sin dall'infanzia, ma di condizione e d'indole differenti. Silvio, figliuolo d'un onest'uomo che aveva molta famiglia e viveva strettamente con le poche entrate d'un campicello e col piccolo stipendio di un impieguccio; Dionisio primogenito del più ricco signore del paese che vi teneva la suprema magistratura: quegli studioso, mansueto, riflessivo, pieno di fermezza e d'ingegno; questi svogliato, indocile, capriccioso, leggiero. Nondimeno erano stati insieme a imparare la crocesanta, insieme sempre a ruzzare; e il padre di Silvio usava spesso, a cagione del suo impiego, in casa di quello di Dionisio; perciò i figliuoli si trattavano da amici, e pareva si volessero bene. In provincia poi i giovani, sebbene di condizione diversa, s'affiatano anche più facilmente che altrove. Poveri o ricchi, sono pochi e quasi tutti parenti, almeno alla lontana. Chi volesse passare per uomo di un'altra sfera, gli converrebbe star solo: ivi un titolo di nobiltà non sempre fa credere che sia alterata l'eguaglianza della natura.

Silvio studiava volentieri, ed imparava presto; e suo padre si sarebbe contentato di fargli ottenere a suo tempo il proprio impiego: Dionisio doveva andare all'università per uscirne dottore a tutti i costi; ma era negligente ed avverso ad ogni sorta d'occupazione. Vero è che l'ammaestramento sostanziale di quella scuola era il latino; studio lungo ed uggioso per garzoncelli che non sapevano dire due parole con garbo nel proprio linguaggio, e fatto alle mani d'un maestro di poca levatura e in fondo più svogliato degli scolari; ma Silvio sapendo che bisognava passare quella trafila per ottenere l'impieguccio di suo padre e mantenere nella famiglia il piccolo guadagno di esso, con tutto cuore si torceva il cervello, e s'affaticava dì e notte per imparare. Mentre Dionisio vedendo l'abbondanza per casa, e approfittandosi della indulgente predilezione del maestro (che spesso accolto alla mensa del padre, faceva alla peggio le sue lezioni), strapazzava i libri per dare a credere di adoprarli, e tassava di buaggine i condiscepoli per esser tenuto da più di loro, nulla curandosi del futuro.

Questi due amici erano per compiere il così detto corso di studj in quella scuola, quando capitò all'improvviso nel paese un Ispettore della pubblica istruzione. Allora il maestro si propose di cimentare i suoi discepoli in un esame alla presenza dell'Ispettore; e bisognò subitamente avacciarlo, perchè questi non aveva agio di trattenersi. Incominciato l'esame, Silvio manifestò molto sapere e una bella prontezza d'ingegno, talchè l'Ispettore ne fece quasi le maraviglie: ma Dionisio, quantunque venisse fuori con molta baldanza e il maestro di soppiatto lo spalleggiasse, presto pericolando si perse d'animo, e finalmente ne uscì scorbacchiato. Il padre, uomo di parole rotonde, mestatore ed avvezzo a ber grosso, tenendosi d'avere in quel primo rampollo un'arca di scienza da spopolare, e propostosi allora di farsene merito, quand'ebbe visto ciò, ne fu addolorato nell'anima; e senz'altro, la sera stessa, mentre appunto conversava con le seconde cime del luogo, fatto venire a sè il garzoncello, così gli disse tutto cruccioso: «Signor Dionisio! io mi sono fuor di modo scandalizzato della meschinissima figura ch'ella ha fatto all'esame! Oggi che s'offeriva l'occasione di segnalarsi, di prepararsi la strada a qualche nobilissima carica nella capitale, per l'appunto oggi vosignoria è stata presa, Dio mi perdoni, per un somaro. Già tutti lo sanno! Ecco qui; si dirà nel paese che un ragazzuccio, che il figliuolo d'un povero impiegatucolo di provincia, ha superato il mio primogenito in un esame, e al cospetto di un Ispettore! Poteva ella fare uno sfregio più grande a sè, a me stesso, all'onore della famiglia! Dov'è andata dunque la sua dottrina? È questa la riprova delle belle cose che mi si dicevano? Si prepara ella così per andare agli studi dell'università? Ah dunque sono stato ingannato! Ecco deluse le mie speranze!... Eh via! si vergogni di essere stato soverchiato da Silvio, di dover quasi imparare da lui come si fa a farsi onore coi superiori! E non mi comparisca davanti se prima la non si mostra più degno di portare il nome illustre dei suoi antenati!...» Dionisio non aveva mai visto il padre acceso di tanto sdegno; non aveva mai considerato con tanta importanza quella faccenda dello studiare e del farsi distinguere sopra gli altri; non s'era mai sognato di dover competere di dottrina o d'ingegno coi poveri ragazzucci del vicinato; credeva che gli bastasse indossare vesti più belle, ed avere qualche denaro in tasca ed il braccio del maestro, per soverchiarli in tutto.

Confuso, costernato, inasprito dalle insolite rampogne, e poi alla presenza di quelle persone! fu preso da subita gelosia; e dato ascolto ai pungoli acuti di quel nuovo e fatalissimo sentimento: «Sì,» rispose col volto infiammato «sì, mi sarò fatto scorgere; ma voi non sapete che Silvio ha avuto dalla sua il maestro; ch'egli sapeva su che cosa l'avrebbero interrogato.... M'imbrogliava lui col suggerirmi a rovescio.... Se mi può fare del male, sempre se n'ingegna.... È un astioso, un monello....» e varie altre menzogne e calunnie vituperose, proferite con ira, con impeto da forsennato. E poi con la voce rotta dai singulti, con gli occhi grondanti di lacrime, si lasciò cadere disperatamente sopra una sedia.

Il padre, sbigottito, prestò fede a tanta dimostrazione di smisurato dolore; temè che la veemenza del pianto convulso lo soffocasse; corse per confortarlo, chiamò i servi, lo fece mettere a letto, e lo pose nelle mani del medico. Indi riflettendo più maturamente alle cose viste ed udite, credè vera la supposta malizia di Silvio, e lui solo incolpò del male che avevano cagionato le sue incaute rampogne. I circostanti o non sapevano il vero o non si arrischiavano a palesarlo; il maestro fece di tutto per distruggere l'accusa di parzialità, ma non si curò di prendere le difese del povero Silvio, contentandosi d'attribuire a disgrazia piuttostochè alla ignoranza di Dionisio, il cattivo esito dell'esame.

Lo sciagurato giovinetto si sentì poi lacerare l'anima dai rimorsi; ma non ebbe la forza di confessar subito il suo fallo. Studiandosi di celare agli occhi di tutti la propria vergogna, sfuggi d'allora in poi l'incontro di Silvio; e poco dopo fu mandato a studiare all'università, con un visibilio di raccomandazioni alle famiglie più ragguardevoli, e d'attestati di buoni studi e di buona morale.

2. L'Impiego.

Passarono parecchi anni prima che Dionisio diventasse dottore, perchè la poca voglia di studiare gli fece perdere più tempo degli altri; e simulando malattie od impedimenti impensati, mascherò l'incapacità di sostenere gli esami. Il padre credeva e spendeva. Tornando a casa nel tempo delle vacanze, Dionisio qualche volta rivide Silvio, perchè non era possibile sfuggirlo sempre, nè far dimenticare l'amicizia che nell'infanzia gli aveva uniti. Soprattutto la caccia in compagnia degli altri giovani del paese, dava loro occasione di passare insieme qualche giornata; ma da solo a solo non si parlavano mai. Silvio nulla sapendo dell'iniqua azione che Dionisio aveva commesso contro di lui, attribuiva quella freddezza ad altre cagioni.

— Egli è ricco — diceva tra sè; — ora è avvezzo a praticare i signori; chi sa quante belle cose impara per diventare un dottore! E un giorno dovrà fare la prima figura nel paese... Io sono povero provinciale, sto sempre coi contadini, non so più nulla di quello che abbiamo studiato insieme alla scuola, e tutta la mia speranza consiste nel succedere al babbo nel suo piccolo impiego. — Nondimeno gli dispiaceva di vedersi sfuggito da Dionisio, e quella parola insieme gli faceva sempre mandare un sospiro.

Finalmente ecco Dionisio col diploma e col titolo di dottore; eccolo col giuramento sull'anima di sostenere le leggi del giusto e dell'onesto, di proteggere gl'innocenti e gli oppressi, di farsi campione della verità, della virtù, della patria. Bisognava recarsi alla capitale per farvi le pratiche di questi sacri doveri, per imparare dai vecchi dottori ad anteporre il comun bene all'utile proprio, a spendere il tempo, l'ingegno, la vita se occorresse, pel trionfo del vero, per la tutela degl'infelici, pel decoro della nazione.

Intanto il padre di Silvio, essendo già vecchio e indebolito dalle fatiche durate per sostenere la sua numerosa famiglia, s'era ammalato, e con poca speranza di guarigione. Il figliuolo l'aiutava da lungo tempo, e si poteva dire che facesse affatto le sue veci. Ognuno aveva da lodarsi della loro puntualità nel servizio del Comune. Dovendo conferire ad altri quell'impiego, non v'era dubbio nella scelta. A nessuno cadeva in animo di contenderlo a quell'onesto giovine di Silvio, lasciando stare che lo stipendio era il solo rifugio per campare dalla povertà la sua famiglia.

E Silvio chiese il posto che suo padre fu obbligato a rinunziare, vedendo che la malattia andava in lungo. Toccava al genitore di Dionisio ed ai suoi colleghi giudicare a chi dovesse esser conferito; fugli detto che aspettasse, e aspettò, senza darsi briga di cercar raccomandazioni o favori da chicchessia.

Dionisio era già in carrozza sulla via della capitale, e stavano a cassetta due dei minori possidenti del suo paese, i quali parlando tra loro del più e del meno, vennero finalmente a queste parole:

«E avete saputo la disgrazia di Silvio?»

«No; che cos'è stato?»

«Poveraccio! Aveva chiesto l'impiego di suo padre, che, lo sapete, ormai è infermo; se lo faceva suo....»

«L'hanno dato ad un altro?»

«Per l'appunto!»

«È egli possibile?»

«Nessuno lo crederebbe; ma è vero pur troppo! È dispiaciuto a tutti. Quella famiglia è proprio rovinata!»

«Oh povero Silvio! Un giovine tanto onesto, tanto perbene! Quello, vedete, quello se avesse avuto modo di studiare, a quest'ora poteva aver fatto una bella riuscita! Ah! ecco un'altra ingiustizia; ma troppo manifesta! che si fa celia! E chi sa? Quel pover uomo di suo padre, con tanta famiglia, in un fondo di letto!... V'è anche pericolo che il dolore l'uccida.»

«Infatti, dicono che quando l'ha saputo abbia cominciato subito a peggiorare.»

«Lo credo io! Dopo uno smacco come questo, chi non lo conoscesse bene potrebbe anche dubitare che avesse qualche demerito, o che il suo figliuolo non fosse di riputazione illibata come la sua! Ma si può sapere?...»

«Nessuno si raccapezza.... Cioè» ed abbassava la voce, accostandosi all'orecchio del compagno «v'è chi dubita che quella persona.... l'avesse con Silvio a cagione del suo figliuolo. Cose vecchie, ragazzate! ma.... vo' sapete che uomo è! E gli altri hanno dovuto fare a modo suo.... Finchè li trova tutti di quella pasta! Bisogna sentire che razza d'informazioni! Io le ho viste in archivio. E il peggio è che le rimangon lì scritte e spiegate.... Povero giovine! gli è rovinato per sempre!»

Dionisio udiva di dentro questo colloquio. Si rammentò dell'esame e delle calunnie; si sentì venire le fiamme del rossore sul volto; i rimorsi e l'angoscia gli straziarono il cuore. Fu in procinto di far subito retrocedere il vetturino... Ma esitò un poco... forse perchè aveva soggezione dei compagni di viaggio. Queste dubbiezze indebolirono l'ispirazione. E' può darsi che quel che dicono non sia vero — concluse tra sè. — Ma appena arrivato in città scrivo subito al babbo, gli confesso tutto, sì, tutto! e se la cosa è vera, lo scongiuro a rimediarvi. — Con questo proposito racchetò un poco la sua coscienza.

I compagnoni ch'ei s'era fatto all'università, sapendo il suo arrivo, andarono ad incontrarlo fuori di porta. Tutto lieto di questa sorpresa, dovè intrupparsi con loro, andar con loro alla trattoria, poi al teatro, e gozzovigliare la maggior parte della notte. Stanco del viaggio, sbalordito dallo stravizio, dormì saporitamente per molte ore; e non pensò più nè a Silvio, nè alle cose del suo paese. Poi bisognava rendere la pariglia ai compagni; festeggiare gli altri dottori novelli che di qua e di là giorno per giorno arrivavano come lui alla capitale per farvi le pratiche; assaggiare tutti gli svaghi d'una città grande; far le visite alle persone alle quali era stato raccomandato; frequentare le conversazioni galanti; studiare il giorno i costumi dei damerini famigerati, per farne sfoggio la notte, e per far dimenticare più che fosse possibile ch'egli veniva da un angolo della provincia...; e in ultimo qualche volta e dure panche, il nero tavolone, gli stempiati polverosi libroni dello studio di un avvocato, e le interminabili sedute dei tribunali.... Come potersi ricordare del povero Silvio?

Presto sopravvenne anche il bisogno di chiedere denari a suo padre; e scriveva, l'assegnamento non bastargli nè anche a mezzo per mantenersi con decenza nella capitale, per fare onore al nome illustre della famiglia (aveva imparato da lui a tenerlo nel debito pregio); non potervisi più vivere a buon mercato come a tempo del nonno.... E allora, anche ricordandosi del povero Silvio, come arrischiarsi a rinfrescare la memoria di quella faccenda, a confessare una colpa, quando si trattava d'un affare di tanto maggiore importanza, almeno per un dottore del suo pelame?

3. Un'altra ispirazione.

L'anno dopo, Dionisio tornava a casa per passarvi l'autunno. Era malinconico, pallido, taciturno....; pareva un infermo o un balordo. Aveva lasciato a malincuore i compagni, i divertimenti, le conversazioni....; gli davano martello certi debiti che bisognava pagare a tempo corto per non farsi scorgere, per non intaccare la riputazione della famiglia; e.... solamente lo confortava il non udir più nominare i tribunali nè lo studio. Suo padre intanto era in collera seco lui per lo scorporo fatto allo scrigno a cagione delle infinite richieste di denaro; gli aveva dichiarato di non volerle più esaudire; e sperava che almeno l'autunno gli desse un respiro.... Insomma l'imbarazzo di Dionisio era grande. Bisognava mettere in opera ogni accortezza, umiliarsi, macchinare, pregare, scongiurare. Intanto, per distrarsi da così molesti pensieri.... la caccia. Non già con la solita comitiva, che non vi fosse il rischio di rintopparsi con Silvio!... Oh! ma anche senza volerlo, presto seppe che Silvio non sarebbe andato a caccia nè con lui nè con altri. Suo padre era morto! E il povero giovine, per sostentare la madre e cinque sorelle, aveva dovuto vendere ogni cosa, inclusive il fucile, che passava per uno dei migliori che fossero nel paese. E quel fucile..., lo aveva comprato il fattore di casa, il quale appena potè trapelare che il padroncino facesse i preparativi per la caccia, corse tutto lieto ad offrirglielo, persuaso di fargli una gradita sorpresa; e gli disse chi n'era stato il padrone, e che gli costava un pezzo di pane[27], essendosi approfittato, con l'accortezza d'un fattore par suo, del bisogno d'un disperato. Ah, quel fucile! Dionisio lo conosceva pur troppo! Non ebbe ardire di toccarlo; voltò la faccia, e andò via senza rispondere.

V'era in quel paese un cacciatore di professione, uomo da bosco e da riviera, rilevatore esperto di cani, pratico delle poste di tutto il vicinato per trovarvi gli animali sicuri. Dionisio soleva condurlo seco, e fermò quell'anno di andare a caccia solamente con esso. Abitava costui in una straducola remota; Dionisio in sulla sera, col berretto sugli occhi, uscì di casa per avvisarlo. Entra nel terreno della casuccia; vi trova uno squallore di povertà fuor dell'usato; una donna vestita a lutto che filava, ed alcune povere fanciulline occupate anch'esse, quale in un lavoro, quale in un altro, recitavano il rosario con voce bassa, quasi gemebonda; la debole fiaccola d'una candela di sevo illuminava la mestizia e la pallidezza dei loro visi.... Soprappreso, quasi voltandosi per andarsene, domanda di Stefano il cacciatore: «Oh! non sta più qui» dice garbatamente la donna. «È tornato di casa.... Va' ad insegnarglielo tu al signor Dionisio; è vicino;» e indicava la minore di quelle fanciulle. Il giovine sentendosi nominato, si voltò quasi non volendo per affissare quella donna che parlava a stento con voce fioca. Ed ella: «Non mi riconosce più eh? Poveretto, ha ragione! Sono andata a male; dopo tante disgrazie!.... Sono la mamma di Silvio, sa? E anche lui, povero figliuolo.... la lo vedesse!... Ci siamo ridotti a star qui per fare un po' di risparmio anche nella pigione.»

Dionisio, coprendosi la faccia, non aveva fiato di rispondere; gli tremavano le gambe; avvilito usciva di lì, ringraziando con parole tronche, e rasentando il muro.

La bambina era già corsa innanzi ad insegnargli la casa di Stefano. Quando furono presso all'uscio: «Sta qui» disse, e lo salutava tornando indietro. Dionisio l'aveva scorta con un visuccio sfinito e brulla di vesti; la compassione, lo spasimo dei rimorsi lo spinsero a un tratto a cavarsi di tasca la sola moneta che gli rimaneva; e, chiamata la bambina.... Ma questa, al diaccio del metallo, quasi abbrividendo ritrasse tosto la mano, lasciò cadere la moneta per terra, e fuggì via.

Egli allora si percosse la fronte a guisa di forsennato. — E non ho altro! — esclamava. — E forse io.... — In quel mentre il cacciatore usciva di casa. Udito il suono della moneta che era ruzzolata sul lastrico, e vedendo colui a capo basso, si pose tosto a cercare; il luccichio gli dette nell'occhio, ed esclamando: «Eccola là» andò a raccattarla. Porgendola a Dionisio lo riconobbe; credè che la sua confusione dipendesse dalla paura d'averla perduta; e gli fece festa. Dionisio, sforzandosi di nascondere lo stato dell'animo, prese la moneta, la mise in tasca, ed incominciarono a parlare di caccia. Il tempo per andare in montagna era propriamente opportuno; Stefano aveva visto una lepre in quella macchia, una in quell'altra; aspettava lui per tornarvi; sarebbe stato peccato indugiare; nessun altro nel paese doveva vantarsi d'aver colto le prime lepri.... Dunque fissarono per la mattina dopo allo spuntare dell'alba. «E porti il fucile di Silvio» diceva Stefano. «So che il fattore non se l'è lasciato scappar di mano. Con quello, la lo sa, non si falla un tiro!»

Che notte tormentosa passasse Dionisio, chi può ridirlo? E' non ebbe bisogno d'essere svegliato allo spuntare dell'alba. Non aveva potuto chiuder occhio; gli dolevano le tempie come se v'avesse confitti due chiodi. Il povero Silvio, suo padre, la vedova, quella stanza terrena, quella bambina gli avevano risvegliato acuti rimorsi... Ma già i cani di Stefano raspavano alla porta della camera. Alzarsi di su quel letto di spine, uscir fuori arruffato come una belva, afferrare il fucile che trovò accanto all'uscio, correre all'aria aperta per riaversi un poco, fu un punto solo. Stefano era occupato a raffrenare i cani perchè non facessero a quell'ora troppo schiamazzo, e non s'accorse dello stato di Dionisio.

Quando il giovine dottore tornò a casa, era tardi, e suo padre dormiva. Se avesse voluto dar retta a una ispirazione per non passar un'altra cattiva nottata.... Ma come si fa? Non conveniva svegliarlo. E poi la spossatezza per essersi affaticato tutto il giorno sulla montagna; il dispetto di non aver saputo freddare nè anche una lepre, sebbene avesse il buon fucile di Silvio (il fattore glielo aveva posato all'uscio di camera invece del suo, ed egli non l'aveva riconosciuto per la fretta d'uscire); e la notizia che suo padre era andato in collera per certe lettere venutegli dalla capitale, lo spinsero a chiudersi in camera, e buttarsi sul letto. E il sonno gli venne, ma più angoscioso della veglia, ma pieno di paurose visioni, di brividi, di scosse, di sudori freddi.... Nondimeno il pensiero di placare lo sdegno del padre, che da un amico dalla capitale era stato avvisato dei traviamenti del figliuolo, cagionò un altro indugio al ravvedimento del primo fallo; e le successive fatiche della caccia e le pingui prede fecero a poco a poco svanire anche le paurose visioni.

4. Un mutamento di cose.

Un bel giorno il popolo della capitale, indi quelli delle provincie mutarono improvvisamente lo Stato. Anche nella piccola terra di Dionisio i vecchi magistrati doverono girar largo. La moltitudine s'adunò per crearne dei nuovi. Fu detto doversi scegliere le persone più oneste, fossero anche di povero stato. Il voto universale ne gridò tre, una delle quali era Silvio. Appena proferito il nome, tutti l'applaudirono con maggior favore degli altri. Lo condussero di peso nella sala del pretorio; ognuno giubbilando lo riveriva. Ai suoi cenni, alle sue parole fu sedato ogni tumulto. I più sfrenati volevano correre ad alcune case per incendiarle, per vendicarsi; ed egli prevenne tosto quell'impeto, fece posare le armi, spegnere le fiaccole, rispettare le case di tutti. Ma non fu a tempo a impedire che taluni penetrassero nell'archivio del Comune per distruggere, per mettere a soqquadro le carte, per rifrustare i documenti che potessero rendere più manifesta la cattiva amministrazione e gli arbìtri dei magistrati deposti. Trovarono infatti certe scritture che avrebbero nociuto più che mai alla riputazione del padre di Dionisio, e tra esse le false informazioni contro Silvio per dichiararlo indegno dell'impiego del padre. E appena il giovine ebbe posto piede nell'archivio, i più zelanti gliele mostrarono aizzandolo a trarne vendetta. Ma egli con dignitoso contegno gli esortò a racchetarsi, dicendo non doversi pensare da chi voleva il pubblico bene, nè a vendette private nè a persecuzioni, tanto più che nessuno s'opponeva ormai alle nuove cose, e i pochi resistenti in principio erano già sottomessi o dispersi. Indi raccolte in fretta le carte che appartenevano al padre di Dionisio, le prese con sè; deputò alcuni dei più docili a custodire l'archivio, e si trasse dietro il rimanente della folla.

La stessa sera di quella giornata piena di agitazione, Silvio, prima di riposarsi dalle sue fatiche, montò a cavallo, e occultamente prese la via della montagna. Egli solo sapeva dove si fossero rifugiati, per paura dello sdegno del popolo, Dionisio con suo padre e con pochi servi. Giunto colà, i servi s'intimorirono, indi rimasero stupefatti a vederlo solo, in quel luogo, a quell'ora. Chiese di parlare a Dionisio, anch'esso sbigottito per tale arrivo; ma Silvio, rassicuratolo con atti umani, lo trasse in disparte, e consegnandogli il fascio «Da' a tuo padre questi scritti» gli disse. «Ch'ei li distrugga se vuole. Sappiate che il paese è quieto, poichè il governo è assodato per tutto; statevi tranquilli, e non vi sarà torto un capello.»

«E tu!...» rispondeva Dionisio commosso nel prendere i fogli: «Tanta generosità con me?....»

«Non siamo noi amici fin dall'infanzia?» riprese Silvio: e con una stretta di mano si partì subitamente da lui.

XI. Giovanni Fantoni[28]
e il suo calzolaio.

Giovanni Fantoni nacque nel 1775 in Fivizzano, piccola città della Lunigiana toscana. La sua famiglia è annoverata tra le più segnalate di quella provincia e tra le patrizie fiorentine. Fu educato prima dai PP. Benedettini in Subiaco, poi nel Collegio Nazzareno di Roma. Soggiornò in Pisa per accudire agli studi filosofici e legali, ma senza compirli; ebbe quindi un impiego a Firenze nella Segreteria di Stato, ma in breve abbandonò Firenze e l'impiego, per ascriversi nelle milizie del re di Sardegna. La vivacità del naturale, e l'intolleranza d'ogni servilità e freno, cagioni principali del suo frequente mutare di proposito e di soggiorno, lo costrinsero presto a lasciare anche la professione delle armi; nè ebbe miglior ventura a Roma, dove lo ricondusse la speranza degli impieghi ecclesiastici col favore d'un prelato suo parente, nè a Napoli, dove gli amici e i congiunti ambivano di vedergli acquistare la grazia del re come gli altri cortigiani. La poesia, alla quale era naturalmente e fervidamente inclinato, lo distolse infine dall'andar dietro ai fantasmi dell'ambizione o della fortuna; e contento delle modiche entrate del retaggio paterno si ritirò nella quiete della sua patria, e quivi si diede tutto agli studi poetici. Così cantava nelle sue Odi:

A parca mensa vive senz'affanno

Chi i cibi in vasi savonesi accoglie;

Nè i cheti sonni a disturbar gli vanno

Sordide voglie.

Che mai cerchiamo, sconsigliati, quando

Son pochi i lustri della nostra etade?

Cangiar che giova, dalla patria in bando.

Clima e contrade?

(Ode a Giorgio Viani)

Lo spirto tenue del latino stile

A me la Parca consegnò benigna,

Ed insegnommi a disprezzar la vile

Turba maligna.

(Ode medesima)

Me non seduce l'amistà; non preme

Bisogno audace, nè venal timore;

Stolta non punge d'insolente onore

Avida speme.

Libero nacqui: non cangiò la cuna

I primi affetti: a non servire avvezzi,

Sprezzan gli avari capricciosi vezzi

Della Fortuna.

(Ode medesima)

Quando, sul finire del secolo, le dottrine repubblicane ripresero vigore in Italia dopo la rivoluzione di Francia, il Fantoni le accolse e le professò con generoso intendimento; scrisse parecchie poesie per diffonderle; e in Milano e in Modena predicò popolarmente la libertà.

Stoltezza, perfidia e ambizione fecero prevaricare la maggior parte dei sostenitori di quelle dottrine, e per colpa tanto dei mediocri quanto del più grande tra gli uomini che ebbero influenza e potere nelle vicende di quel tempo, la repubblica e in Francia e in Italia parve un errore, e la libertà democratica si convertì in licenza. Ai pochi che le virtù del governo popolare conoscevano e praticavano, a quelli che nelle speranze rimasero illusi e nei mutamenti si serbarono incontaminati e costanti, toccò la prigionia e l'esilio. Tra questi fu Giovanni Fantoni.

Nel 1800, ritornato dalla Francia, ebbe nell'università di Pisa la cattedra di letteratura italiana; ma l'anno dopo gli fu ritolta. Si ricondusse allora nella patria, dove fu fatto Segretario dell'Accademia di Ferrara, e dove poi morì nel 1807.

Pare che taluni tra i suoi encomiatori vogliano togliere affatto il merito dell'originalità alle sue poesie, sforzandosi di farlo passare per un pretto imitatore d'Orazio. L'imitar bene un gran maestro non è servilità, e tutti sanno quanta distanza passi dalla giudiziosa imitazione alla copia. E forse cotali improvvidi panegiristi non hanno posto mente alle qualità dell'uomo; poichè i sentimenti magnanimi e il culto della morale e del vero hanno ben altra faccia nella poesia d'un cittadino onesto e nemico d'ogni bassezza cortigianesca, che in quella d'un impudente adulatore della tirannide d'Augusto.

Sebbene, com'egli scrive, l'esser nato di famiglia patrizia non lo portasse a far mostra di quell'orgoglio che è tanto biasimevole in tutti gli uomini, pure negli anni più fervidi, mentre militava in Sardegna, o trattovi da inconsiderato impeto giovanile, o spinto dall'esempio dei suoi compagni, anche il Fantoni s'accostò alquanto ai fare di quegli scapestrati che si gloriavano d'essere audaci con le donne, intemperanti negli svaghi e nelle spese, malcreati e presuntuosi, quasichè il titolo di cavaliere o di conte fosse un privilegio per insolentire con tutti e per tutto. In questo breve intervallo pertanto egli ebbe a pentirsi spesso dell'inconsideratezza dei suoi portamenti, e si ritrovò inoltre angustiato dai debiti.

In Alessandria poi gli accadde di doversi sfidare al duello con un uffiziale superiore. La cagione di questa sfida, per quanto rilevasi dalle sue lettere, non era disonorante, ma gli stava contro il fatto per se stesso biasimevole, e più che altro la mala voce di giovane traviato; e coloro che lo avevano spinto ad errare col malesempio e con le lusinghe del vizio e che indegnamente si vantavano suoi amici, quando lo videro in quel cimento lo abbandonarono secondo il solito con viltà e con dispregio. Il duello non ebbe effetto; e per sottrarsi a ogni altra briga gli convenne rinunziare al posto che aveva nella milizia. Ma appena ottenuta questa licenza, i suoi creditori lo fecero imprigionare per paura ch'egli volesse partirsi dalla città e dallo Stato senza pagare i suoi debiti. Nè la mediazione dei signori Sappa, famiglia ragguardevole d'Alessandria, nè la nobiltà della sua casa, valsero a risparmiare quest'umiliazione allo sdegnato giovine, il quale più che mai sfuggito dai codardi compagni de' suoi stravizi, dovè star chiuso alcuni giorni nelle pubbliche carceri dei debitori, finchè il padre non ebbe risposto alle sue lettere con la spedizione del denaro pel pagamento de' debiti.

Nello stesso giorno che in pena della sua imprudenza, deposte le assise dei difensori della patria, e frenato a stento lo sdegno che lo accendeva, si ritrovò sotto la stretta custodia di un carceriere, capitò alla porta della sua prigione il calzolaio che lo serviva da un mese. Era questi un uomo d'età avanzata, di modi risoluti e cortesi, padre di famiglia, lavoratore onesto e assiduo. «Che cosa volete voi dal contino?» gli diceva con malgarbo il custode. «Vi par egli tempo e luogo da far visita a un debitore? non dubitate, se i denari verranno ce ne sarà anche per voi.» — «Io ho avuto licenza di passar da lui» riprese tranquillamente l'artigiano: «voi fate il vostro dovere e non pensate ad altro.» — «Ci vuole un bel coraggio! Venite pure, ma debbo avvertirvi che solamente a vederlo voi spiriterete dalla paura. Questo Rodomonte in erba schizza fuoco dagli occhi, non vuol parlare, non vuol mangiare; e v'assicuro io, che fino all'arrivo del sacchetto non avrà occasione di far consumo di scarpe. Questi giovani presuntuosi e malaccorti pretenderebbero di scialacquare a spese degli altri; e se non trovano la gente balorda che si rassegni ad essere gabbata se l'hanno a male. Io se fossi babbo di queste buone lane, vorrei ch'e' marcissero in catorbia[29] almeno almeno un par d'anni, per insegnar loro a farla da grandi quando non possono, a negar la mercede agli operai che per loro cagione stentano con la famiglia, a ridersi sotto i baffi di chi si è affidato alle promesse!» — «Voi gli mettete tutti in un mazzo! Molti meriteranno questi rimproveri e un gastigo severo, ma il conte Fantoni è un giovine onorato, molto rispettabile e pieno di buon cuore; e voi farete bene a parlarne con stima e a trattarlo con umanità.» — «Miracolo! È la prima volta che sento un creditore parlar bene del suo debitore. Ma bravo! Anche questa è accortezza. Così avrete meno paura di non esser pagato fino ad un picciolo.» Il calzolaio guardandolo con espressione d'autorevole rimprovero, senza degnarsi di rispondergli, pose nelle sue mani una moneta, e gli accennò silenzio col dito sulle labbra. Erano all'uscio del prigioniero. Il custode strettasi la moneta negli artigli, spalancati gli occhi e messo il capo nelle spalle, tirò il catenaccio, e introdusse il calzolaio nella prigione, mentre borbottava tra sè e sè: — Corbezzole! e' son dunque d'accordo! Allora poi gli è un altro par di maniche. Oh poveri creditori! vo' state freschi! Le volpi si consigliano.... Chi ha avuto ha avuto; e tutti lesti! —

Pag. 180.

Il malizioso carceriere aveva detto il vero quanto allo stato del prigioniero. Seduto sul pagliericcio, coi pugni stretti, il capo basso e le ciglia fieramente aggrottate affissando il terreno, a quella visita non si risentì, non si mosse: le sole narici tumefatte dalla collera davano segno di vita. Il vecchio artigiano si levò rispettosamente il cappello, si soffermò presso la soglia per aspettare il permesso d'inoltrarsi, e considerando quella faccia livida per l'ira e per l'afflizione, incominciò zitto zitto a versar calde lacrime che gli rigavano le gote grinzose. Aspettò un poco, e poi dell'altro, e poi dell'altro; e visto infine che il prigioniero non gli badava: «Signore» disse con voce di pietoso conforto, «vi contentate voi ch'io venga un po' qui a tenervi compagnia? Degnatevi di sfogarlo meco il vostro dolore: e datevi pace, ch'io non son solo ad affliggermi della disgrazia che v'è accaduta.»

Il prigioniero lo guardò; vide quella canizie soccorrevole e mesta, scorse le lacrime dell'artigiano umile ma onorato e venerabile; balzò in piedi tutto compreso da un'improvvisa dolcezza; corse ad abbracciarlo, a stringergli la mano, e lo condusse a seder seco sul pagliericcio, e pianse con lui. Oh sì! egli aveva bisogno di piangere. Un momento dopo s'indispettì d'aver ceduto alla commozione; gli parve d'essere stato debole; ma quello sfogo gli fece bene; ed esclamò con aspetto sereno: «Grazie, amico mio! Io mi credeva abbandonato da tutti, ma non è vero. Così è: la virtù soccorre i disgraziati, ancorchè questi non meritino tutto il suo generoso compatimento. Il calzolaio non voleva ascoltare queste parole. «Piuttosto, diceva, se v'occorre qualche cosa fate capitale di me. Io sarò buono a poco, ma se mancasse di meglio eccomi qua; non volevo esserci venuto senza conclusione.» — «Tu m'hai già consolato tanto con la sola presenza che di più non poteva desiderare. Guarda, tu mi rammenti mio padre. Mi par d'essere insieme con lui.» — «Signore, vo' avete avuto la degnazione di ricevermi: la vostra cordialità mi fa animo... i' vorrei.... Per carità non ve ne offendete.»

«Che cosa? Parla liberamente. Credilo! quest'arresto e impossibilità di pagar subito i miei debiti m'accorano più che altro pensando a te. Ma spero che mio padre risponderà presto....»

«Scusate, non dovete pensare a me.... anzi io.... ma la libertà è troppo grande!»

«Senza soggezione, amico mio, senza soggezione! Dite pure; parlate. Se io potessi.... chi sa? volentieri.» «Dunque, ecco qui. Ora si dà il caso che io, senza scomodo, potrei darvi modo di pagare i debiti, e d'uscir subito da questo luogo....»

«Tu? Ma come? Coi tuoi denari? Col frutto del tuo sudore?»

«Non pensate più in là. Vi basti che i denari ci sono; che io posso disporne liberamente; che nessuno saprà mai nulla; che voi me li potrete rendere a tutto vostro comodo... Intanto questi...,» e si levava di tasca una borsetta di monete d'oro. Giovanni, sorpreso e commosso da quella generosa offerta, non seppe che cosa rispondergli. Abbracciandolo, respingendo il denaro, e appoggiando il capo sulla sua spalla singhiozzava; e il calzolaio a consolarlo, a ripetere l'offerta, a scongiurare perchè l'accettasse e fosse certo che il privarsi d'ogni suo avere non gli faceva disappunto: «Avete detto ch'io vi fo ricordare di vostro padre. Figuratevi dunque d'essere un mio figliuolo. Fatelo per amor mio; perchè a vedervi in arresto, a pensare che abbiano potuto trattarvi così, io ci patisco troppo. Signore, mi raccomando, fatemi questa grazia!» e quasi piegava le ginocchia.

«Non posso!» rispose Giovanni, alzandosi risoluto e imprimendo un bacio sulla mano del vecchio. «Non posso! Il servigio che tu mi rendi con l'esempio della tua generosità è tanto maggiore d'ogni altro, che mi parrebbe d'essere un ingrato se io prendessi questi denari. Quante volte avevo fatto proposito di ravvedermi! I rimorsi della mia coscienza, gli stimoli dell'onore, la memoria degli avvertimenti paterni non bastavano. Tu m'hai toccato il cuore! Io sento di essere un'altro; tu mi restituisci la fiducia nella virtù, il coraggio per sostenere le disgrazie.... Tu mi riconduci corretto nel seno della famiglia! Poteva io sperare un benefizio più grande? Contentati d'avermi fatto questo! Se le tue faccende te lo permetteranno ritorna a consolarmi. Io t'aspetto a braccia aperte.» E con altre parole e coi gesti gli diede manifestamente a conoscere che non si sarebbe potuto mai indurre ad approfittarsi di quel denaro. Il calzolaio, con gli occhi rivolti al cielo, fece un atto di compassionevole ammirazione, s'allontanò un poco, poi ritornò indietro a ripregarlo per ben due volte, e alla fine vistolo irremovibile, lo lasciò solo.

Ognuno può immaginarsi le riflessioni del giovin conte. I compagni dei suoi piaceri, gli amici di nome, i personaggi che si davano l'aria di proteggerlo, tutti zitti, tutti lontani dalla sua carcere, quasichè si vergognassero d'aver che fare col giovane scapestrato e messo in arresto per debiti. — Io sono uno scapestrato, è vero; ma prima di venir qui, sebbene conoscessero i miei portamenti e sapessero tutto, pure mi facevano buon viso e m'invitavano alle loro conversazioni e alle loro feste. La maggior parte di questi debiti gli ho fatti per uniformarmi ai costumi della società elegante, per fare onore alle persone che m'invitavano. Ora che sotto la veste del cavaliere v'è il tribolato, ora mi lasciano in balìa dei miei creditori, a sopportare la pena dei miei traviamenti. Ora non son più il giovine allegro al quale si possono condonare le imprudenze giovanili; ora che senza l'aiuto di mio padre non posso riscattarmi dalla prigione, io sono il libertino che merita gastigo e abbandono e disprezzo! Oh! se avessi voluto prevenire, come tanti hanno fatto, con qualche strattagemma la vigilanza dei creditori, e vilmente nascondermi, e perfidamente tradirli, io sarei, a giudizio di costoro, un giovine accorto; e la mia colpevole azione passerebbe per un tratto di spirito! Intanto quest'uomo, un bracciante, un vecchio padre di famiglia, colui che tante volte s'è inchinato a calzarmi, che forse ha dovuto sopportare in silenzio qualche mio atto d'impazienza, qualche umiliazione, egli primo, egli solo vien frettoloso a soccorrermi; invece di giudicarmi con quel rigore che dovrebbe, mi dimostra rispetto, e mi palesa una tenera affezione, alla quale, senza la mia disgrazia, non avrei mai pensato; e forse immaginandola allora, non avrei degnato dì curarmene! L'orgoglio della nascita mette fra noi una distanza immaginaria.... Oh! la vi è pur troppo una distanza, ma non quella che i pari miei si figurano. La virtù dell'uomo onesto lo fa essere di gran lunga superiore allo sfaccendato presuntuoso, che invece di farsi da lui servire, appena meriterebbe d'averlo per compagno! Ma ecco l'amore che ci agguaglia tutti, che non prende per sua misura la nobiltà della nascita o la copia degli averi, ma solamente le disgrazie.

Pochi minuti dopo la partenza del calzolaio, il Fantoni fu distolto da questi pensieri, perchè il custode gli consegnò una lettera recatagli allora da un giovinetto. L'aperse con impazienza, ed era di mano del medesimo calzolaio, che in termini rozzi ma più risoluti, più affettuosi e più liberi, gli ripeteva l'offerta, mostrandosi afflitto dal dubbio che la non fosse stata creduta sincera, e dichiarando meglio la necessità e la convenienza d'accettarla. Ma Giovanni gli mandò subito questa risposta: — «Ho ricevuto il vostro biglietto; ed il mio cuore sente tutto il prezzo dell'offerta che voi mi fate. Non è che un mese che mi servo di voi; appena mi conoscete, e mi offerite per sollevarmi dalle mie disgrazie tutto quello che possedete! Uomo onesto e sensibile, degno di uno stato migliore, avvilito da tanti che non hanno il vostro cuore ed i vostri sentimenti, non crediate giammai che io sia per profittare della vostra generosità: non turberò mai a prezzo di qualunque disgusto la tranquilla mediocrità del vostro povero stato. Se il Cielo vorrà di nuovo concedermi che io possa darvi una prova della mia gratitudine, vi avvedrete se il mio cuore doveva conoscere il vostro, e se meritava un affronto da chi forse aveva più diritto di voi di conoscerlo, e di risparmiarne l'onorata sensibilità. Tra la folla di coloro che cessarono con la mia disgrazia di essermi amici, vi scelgo per amico e fedele. Voi mi consolerete, voi mi darete dei semplici e sinceri consigli, voi sarete a parte dei miei pensieri. Mi vergogno di aver creduto miei amici certi insetti titolati che s'imbrattano nel fango mentre nuotano nell'oro; non di essere di un povero ma onesto e sensibile artigiano.

«Li 11 Febbraio 1779.

«L'aff. Amico

«Giovanni Fantoni.»

Il calzolaio tornò di poi a sollevarlo nel suo ritiro, «dove» scriveva lo stesso Fantoni a un suo amico lontano «non è passato giorno ch'ei non sia venuto a trovarmi, o, vietandoglielo i suoi interessi, non mi abbia scritto; nelle sue lettere si conosce un uomo franco e sensibile, e la rozza semplicità del suo stile si rende rispettabile per la nobiltà dei suoi sentimenti.»

Peccato che non si sia potuto ritrovar memoria anche delle lettere del calzolaio! Ma la sua amicizia col Fantoni fu durevole, e il tratto di virtuosa generosità per cui lo conobbe dovè molto giovargli in tutto il rimanente della sua vita.

XII. La mala prevenzione.

Chi è che non sappia quanto sia vaga e magnifica la veduta di Firenze e della sua valle dal poggio di Fiesole? I forestieri la celebrano con enfasi: e i Fiorentini non si saziano di goderne, perchè invero le bellezze create dalla natura non possono, ad animi gentili e nati a sentirle, divenir mai per abitudine indifferenti.

Questo ameno soggiorno è divenuto più incantevole per le vedute della strada nuova, che dalla piazza di San Domenico, girando la costa del poggio con ampie curve e con dolce pendio, mette capo fin presso alla Cattedrale della vetusta città.

Ma non ogni stagione nè ogni giorno è dato vedere nella sua maggior bellezza quello spettacolo. L'azzurro limpido del nostro cielo è un dono che la natura largamente ci accorda, e che fa più mirabile la veduta; ma quando i vapori della valle che spesso velano gli oggetti opposti e lontani, son dileguati dal soffio di settentrione, quando l'aere è più sottile pei primi freddi del vicino inverno, ed il sole in tutta la sua splendidezza ferendo le spalle a chi di lassù guarda Firenze lo inonda di luce senza che appaia dond'ella venga, e invece di abbattere per troppo calore le membra, par che in esse infonda novella forza... oh! allora la vaghezza del luogo vince ogni espettativa, e supera ogni eloquenza di descrizione.

Di poco era aperta la nuova strada, quando un giovinetto, nella stagione che io diceva, era lì col padre suo a contemplare la città e la campagna. Vedeva dirimpetto le colline di San Miniato, d'Arcetri e della Romola; a destra una fila di poggi più uniforme e lontana che andava lievemente scendendo sulle pianure di Prato e di Pistoja; a sinistra i gioghi alpestri del Casentino, la cui vista era chiusa dallo sterile fianco di Monte Ceceri: in mezzo la città, ove alteramente signoreggia sugli altri edifizi la mirabile cupola di Santa Maria del Fiore; mentre le acque dell'Arno qua e là brillavano lucidissime per la riflessione dei raggi; più vicino, le pendici dell'Uccellatoio, di Camerata, di Maiano inoltrantisi con dolce declive per entro alla valle, coperte di viti e d'ulivi, e talora di boschetti e giardini, ove l'arte quasi pentita d'aver preso il posto della semplice natura tanto più bella di lei, sembra in alcuni luoghi di volerla rassomigliare; e per tutto villaggi e casolari fra mezzo gli alberi, e ville grandiose di vetusto aspetto e di storiche ricordanze, o eleganti casette apparecchiate all'ozio dei cittadini, proprie a significare con la lor picciolezza la brevità dei piaceri terreni, e col numero lo sfacelo dei colossali dominii del feudalismo. All'intorno regnava il silenzio della campagna, o di quando in quando lo interrompevano i canti armoniosi degli uccelletti.

Il giovinetto rapito in estasi da quello spettacolo, al quale forse faceva attenzione la prima volta, ora guardando da un punto ora da un altro, manifestava con esclamazioni di gioia la sua naturale meraviglia. Poi si fermò appoggiato ad un albero, parendogli che suo padre fosse assorto in grave pensiero; e siccome il giorno innanzi erasi imbattuto a leggere qualche pagina di un romanzo ove con fantasia tetra e nocevole alle menti ingenue ed inesperte si dipingevano gli umani traviamenti, si pose anch'egli a meditare, e turbò la letizia dell'animo con malinconiche riflessioni.

Poichè il padre si fu mosso per continuare la via, il giovinetto, gettando un ultimo sguardo appassionato alla scena che gli stava davanti: «Peccato eh! babbo, egli proruppe, che fra tante bellezze v'abbiano ad essere uomini che commettono tanti delitti! Firenze con la sua campagna è bellissima, e non si può fare a meno di rimanere incantati a vederla; ma chi sa quanti di coloro che l'abitano condurranno vita colpevole! Com'è possibile che un sì vago soggiorno debba essere contaminato da orrendi vizi? E qui, su queste medesime ridenti colline, vorrei vedere, se la serenità degli uomini è uguale a quella del cielo. Io credo che a molti la coscienza dei propri falli non lascerà gustare con pace tutte le delizie che la natura dispiega ai loro occhi.»

«Invero» gli rispose suo padre, «io non mi aspettava da te questa dolorosa lamentazione. Tu hai molto cattiva opinione degli uomini. Bisogna ben dire che nei pochi anni da che tu vivi e' t'abbiano trattato assai crudelmente, o che l'autore del libro, che senza mia approvazione tu leggevi ieri, abbia girato tutta la terra, e non v'abbia trovato altro che malvagi. Ah! figlio mio, pur troppo vi sono coloro che traviati da idee non rette o da passioni disoneste cagionano il danno altrui ed il proprio! Ma come puoi tu averli conosciuti bene alla tua età? Bada, le apparenze sovente ingannano chi ha fior di senno, e chi ha i capelli canuti. So che nello stesso modo che una bella vernice può ricoprire un tavolino intarlato, così le sembianze del bene possono ascondere il male; ma bisogna esser cauti ed avere molta esperienza prima di convincersi di quello o di questo. La troppa fiducia e l'estrema diffidenza sono egualmente dannose. E se fosse cosa prudente giudicare dell'indole di un uomo soltanto dalle sue opinioni, comincerei a dubitare della onestà di colui che tenesse tutti gli altri in cattivo concetto. Procura che le tue azioni siano rette, fa' il tuo dovere in ogni cosa, ama il prossimo, considera quanti infelici, per difetto di educazione o per le angustie della vita umana, siano spinti contro lor voglia ad errare, e lascia ad altri la cura di condannarli. Che tu, giovane, sano, robusto, e nato nell'agiatezza, mentre sei commosso dall'amenità della campagna e dalle delizie che fanno ridente la terra, che tu compianga piuttosto coloro che non ne possono come te lietamente godere, nol biasimo. Pur troppo accanto a quei palazzi maestosi della città vi sono tante povere casucce ove gli uomini sospirano fra i dolori, fra i pericoli e fra le umiliazioni dell'indigenza; e se l'aura che tanto splendida ne circonda non reca a noi i gemiti di chi languisce negli spedali, non pertanto dobbiamo dimenticarci che laggiù vi sono i ricchi ed i poveri, i sani e i malati. Compiangi dunque la sventura innanzi di accusare la nequizia degli uomini. Il primo sentimento ti farà umano, il secondo potrebbe renderti ingiusto. Ma io ho ragionato anche troppo. Un esempio gioverà meglio a farti conoscere come spesso gli uomini siano indotti in errore dalla cattiva prevenzione e dalle apparenze. Il testimone di questo esempio è vicino. Io te lo farò conoscere oggi; ma prima è necessario che tu ne sappia la istoria.» Il giovinetto, commosso da quelle parole, coperto il volto da un lieve rossore, non aprì bocca, ma chiaramente manifestò al padre con quanto desiderio lo avrebbe ascoltato. Allora questi, lentamente salendo per la via di Fiesole, così prese a dire:

— Circa quindici anni fa viveva in una villetta qua dietro Fiesole Francesco Salvucci, che dopo aver fatto l'orefice sul Ponte Vecchio, erasi ritirato ad abitare in campagna, parte perchè la vista indebolita non gli permetteva più di lavorare, parte perchè essendosi con onesti risparmi assicurato il campamento per la vecchiaia, voleva passarla in tranquilla agiatezza. Fu egli di maniere così bisbetiche e d'indole tanto burbera, che sul Ponte gli avevano messo il soprannome di Cecco-Muso, ed ognuno a prima vista l'avrebbe giudicato un misantropo. Di poche parole, col volto severo, senza mai ridere, pareva sempre insensibile a tutto quello che gli accadeva d'intorno; e guai a chi si fosse preso con lui una confidenza! Non avrebbe torto un capello a nessuno; ma essendo risoluto, di membra tarchiate e robusto, con la sola minaccia, con la sola voce metteva paura in chicchessia. Contuttociò fu visto talora commoversi in segreto all'aspetto degl'infelici, e andare in traccia di loro per soccorrerli quando gli pareva che nessuno potesse trapelarlo. Se v'era da porgere un servigio ai suoi compagni spontaneamente e senza loro saputa, s'ingegnava di farlo; ma parendogli dover negare alcuna cosa, benchè richiesto, il suo no fu sempre inflessibile e la insistenza fortemente lo indispettiva. Era poi abilissimo nel lavorare, ed onesto fino allo scrupolo; e alla meritata mercede non sopportava fosse fatta la tara, perchè non avrebbe mai dimandato più dell'onesto; ma spesso accadeva che gli avventori non avvisati di così straordinario temperamento non volessero aver che fare con lui. Per questa ruvidezza di modi e per la parsimonia del vivere, per cui potè comprarsi la villetta che ho detto e un podere, ebbe la taccia d'avaro; ma con l'andar del tempo taluno potè accorgersi quanto ingiusta ella fosse.

Essendo scapolo, aveva in casa una vecchia per nome Umiliana, già stata al servizio del padre suo, affezionata alla famiglia, e che avendo conosciuto l'indole di Francesco, sapeva comportarsi con lui in modo da far volentieri il proprio dovere e viver contenta. E sul principio l'abituarsi a quelle maniere burbere le era costato molto, perchè il suo carattere pareva tutto l'opposto di quello del padrone, essendo ella piena di affettuosa dolcezza; ma poi s'accorse che anch'egli era umano, e più col fatto, che con le parole, usato a significarlo. Francesco poi, senza darglielo a dimostrare se non col rispetto e con la discretezza, l'amava; e così per lei il servirlo non aveva nulla che a schiavitù assomigliar si potesse. Conosciuti i di lui desiderii, che non erano molti, giacchè in tutto ciò ch'ei potè preferì sempre di servirsi da se medesimo, e inteso l'ordine da tenersi nella casa, ella era giunta a potere prevenir ogni comando; e tra loro non fu mai motivo di dissensione. Perciò Francesco, accordatale pienamente la sua fiducia, le aveva rilasciato tutta l'amministrazione domestica, non teneva nulla sotto la chiave, non ardiva nemmeno sospettare della sua fidatezza. Chi esaminava superficialmente le cose credeva che l'Umiliana da scaltra faccendiera fosse pervenuta a dominare l'animo del padrone, ed a lei attribuiva l'apparente durezza di esso. I favori ch'egli negò agl'indiscreti o a chi non sapeva meritarli, parvero divieti dell'Umiliana; e la dolcezza di questa fu creduta ipocrisia, non potendo ella, per non abusare della fiducia del padrone, mostrarsi più generosa di quello che le sue poche facoltà le permettessero. Bensì non trattennesi mai dall'indicargli qualche infelice da soccorrere, qualche giustizia da rendere: ma siccome egli faceva il bene in segreto, e, benchè fattolo per suo consiglio, non si curava di manifestarlo nemmeno a lei, mentre essa non si sarebbe vantata con chicchessia nè del consiglio nè della buona riescita, così quelle azioni caritatevoli rimanevano ignote per sempre. Ma a lei bastava che fossero fatte, nè aveva bisogno di lode o di gratitudine come stimolo a desiderare o ad operare il bene del prossimo. Tra le persone che interpretarono sinistramente la condotta e le intenzioni dell'Umiliana fuvvi il fratello minore di Francesco.

Dopo la morte del padre i due fratelli avevano continuato a stare insieme a bottega; ma presto il minore, poco amante della fatica, spensierato, chiacchierone e compagnevole oltre misura, ebbe a fastidio il maggiore che lo teneva, secondo lui, in troppa soggezione. Tuttavia Francesco lo amava, ed ammonivalo umanamente, riparando spesso agli effetti delle sue imprudenze, e pagando perfino i suoi debiti; e benchè avesse avuto frequenti ragioni di sdegnarsi della sua ingratitudine, erasi proposto di non abbandonarlo giammai. Contuttociò lo sciagurato, a istigazione dei falsi amici, e male interpretando l'indulgenza di Francesco, volle da lui dividersi di bottega e d'interessi domestici, divenir padrone assoluto del suo, ed invocò anche l'assistenza di un procuratore, dubitando forse dell'onestà del fratello. Questi, fattogli prima conoscere con brevi ma evidenti ragioni l'errore ch'ei commetteva, e trovatolo ostinatissimo nel suo proposito, lo lasciò totalmente libero del fatto suo, e non andò neppure tanto per la minuta a fine di non aver noje di tribunali. — «Così hai voluto» gli disse poi quando Enrico abbandonava affatto la casa paterna, «e così sia. Ma rammentati che nostro padre morendo ci benedisse ambedue con lo stesso affetto, e spirò raccomandandoci di vivere insieme nelle mura che ci hanno visto nascere. Noi potevamo dire d'essere ricchi perchè uniti; ma divisi, chi sa? Enrico, te lo ripeto, questo è uno sbaglio: v'è sempre tempo al rimedio. Finchè non sei uscito di qui, pel sacro nome di nostro padre, son tuo fratello, sciolgo ogni patto che il capriccio ti ha suggerito per separarci: ecco, t'apro le braccia; il mio cuore è tuo. Non vuoi? Dio t'accompagni, ma dimenticati di Francesco. Questa casa non è più nostra, nè io vi saprei vivere da me solo. Dovunque io vada, non mi cercare.» Fatto questo discorso, che fu il più lungo che mai pronunziato avesse nella sua vita, rimase con le braccia stese, pronto a stringersi al petto il fratello, guardandolo con occhi fissi e amorosi; ma quegli che aveva già un piede fuori dell'uscio impaziente d'ogni indugio, incredulo a ogni protesta: «Finalmente» rispose «io sono padrone di me. Ti ringrazio, ma spero che non avrò mai bisogno d'importunarti. Amministrando il mio da me, conoscerò quanto posseggo, e saprò misurarmi.» E partissene.

Francesco allora si voltò per rasciugarsi una lacrima. Venduta la casa paterna, e fattane pervenire, secondo il fissato, la metà del prezzo al fratello, si ridusse ad abitare in un luogo appartato della città, e scrisse all'Umiliana (che dopo la morte del padron vecchio aveva voluto riunirsi alla sua famiglia in campagna), proponendole di conviver con lui come donna di casa. Ella, che non aveva più le ragioni di prima per istabilirsi in famiglia, accettò volentieri, e venne a Firenze.

Poco dopo fu vista aprire sott'altro nome sul Ponte Vecchio, e dirimpetto a quella di Francesco, una bottega d'oreficeria, messa con somma eleganza e con lusso. Il nuovo nome a grandi lettere dorate era quello d'Enrico Salvucci.

Francesco non ne mostrò rammarico nè meraviglia; fece tacere coloro che la chiamavano una soverchieria del fratello, e non cambiò l'antico aspetto della sua umile botteguccia. Vennegli poi inaspettatamente la notizia che Enrico aveva presa moglie, e fatto gli sponsali con grande sfarzo. Le male lingue andarono dicendo che Francesco aveva risposto all'invito con sdegnoso rifiuto.

In capo a tre anni la nuova bottega era chiusa; Enrico vergognosamente fallito ed in fuga; la moglie con tre figliuoli rimasta nella miseria. E i suoi parenti erano poveri; e i falsi amici del marito non si curaron di lei! — Una sera dopo la mezza notte fu picchiato alla casa di Francesco. L'Umiliana si levò, scese ad aprire, e trovò Enrico travestito, che dimandava di parlare al fratello. Essa andò ad avvertirne il padrone; ma questi, senz'altro, le rispose che era deliberato a non ascoltarlo. Enrico nella massima disperazione proruppe in contumelie contro il fratello e contro l'Umiliana, accusando lei di questo rifiuto; e partitosi a precipizio non si fece più rivedere. Essa lo richiamò indietro amorevolmente, ma l'infelice nell'accecamento della collera non le aveva badato. La mattina stessa a buon'ora fu recata alla sua moglie una somma di mille lire. La donna che la portava era velata da una cuffia da contadina, e non volle palesare il suo nome nè quello del donatore. Un ajuto così inaspettato salvò per lungo tempo la misera famiglia dall'indigenza; finchè Enrico, fatto alquanto senno per la sventura, e spogliato d'ogni suo capitale dai creditori, entrò qual semplice lavorante nella bottega di un orefice di Livorno, e si tirò innanzi alla meglio per alcun tempo. Ma in breve gli vennero in capo nuovi capricci e nuove ambizioni, ed era tornato a combattere con le strettezze del vivere.

In quel tempo Francesco, risolutosi di lasciar la bottega e di ritirarsi in campagna, chiamò a sè un intrinseco amico facoltoso ed onesto, e pattuì seco lui di cedergli a buone condizioni la bottega e la clientela; purchè quando Enrico gli paresse corretto se lo associasse nel traffico, e conducesse le cose in modo da costituirlo a poco a poco padrone dell'antica officina della famiglia. Gli raccomandò caldamente la segretezza, e volle che tutto il merito di questo negoziato egli lo attribuisse a se stesso. L'amico, benchè gli paresse follìa una generosità usata in questo modo, pur nondimeno conoscendo il carattere di Francesco, e visto non esservi altro mezzo per fare un tal benefizio ad Enrico e alla sua famiglia, accettò l'incarico, e si governò appunto nel modo che aveva divisato Francesco.

Enrico in principio si tenne beato di così fortunata congiuntura, senza mai dubitare quanta parte vi avesse là generosità del fratello; ma non andò guari che, ribollite le antiche passioni, incominciò ad abusare del buono stato; e cresciuta la famiglia e i bisogni, perdette nuovamente il credito che per la società avuta con l'onesto amico gli era stato restituito. Nelle calamità di una condotta così irregolare, tornò col pensiero al fratello, e per opera d'altri fecegli palesare il suo stato. Questi, ancorchè avesse voluto condiscendere alle preghiere, non era più in grado di fare spese per lui. Nonostante, ad intercessione dell'Umiliana, e sempre con la solita segretezza, si lasciò qualche volta indurre ad assisterne la famiglia. Quindi le istanze d'Enrico presero aspetto di pretensioni, le negative di Francesco vennero attribuite al preteso sopravvento dell'Umiliana, e il dissesto degli affari di Enrico divenne sì grave, che gli si minacciava di fargli chiudere la bottega per un debito di circa mille lire. L'Umiliana lo seppe, e ne parlò al padrone; ma questi ormai stancato da tante imprudenze, le fece chiaramente conoscere che sarebbe stato irremovibile; e le impose, con una severità che con lei non aveva usato giammai, di non più nominargli nemmeno quello sciagurato di suo fratello. «Mi dispiace della sua famiglia» egli disse, «mi dispiace che la reputazione del nome di mio padre si perda sul Ponte Vecchio, ma io morirò presto; la poca roba che potrò lasciare salverà dalla miseria i nipoti; e nel sepolcro queste vanità del nome non hanno più nulla che fare.» La buona Umiliana, accortasi ormai che niuna considerazione sarebbe bastata a fargli mutare proposito, aspettò che fosse venuta l'ora del riposo; e lasciato il padrone, che soleva andare a letto sollecitamente, corse tosto nella sua cameretta.

È comune ambizione delle massaie l'avere un bel vezzo di perle, che esse considerano quale ornamento da non poterne far senza, e capitale opportuno a provvedere a qualche gravissima necessità nel corso della vita. Un economo assennato consiglierebbe di mettere a frutto in una cassa di risparmio o con qualche altro sicuro modo quel capitale, che senza rimaner morto, come suol dirsi, o infruttifero per molti anni, verrebbe a raddoppiarsi e a triplicarsi, e riescirebbe più utile al possessore ed agli altri. Ma ad una donna, che per molte buone qualità si rende utile in una famiglia, chi vorrebbe negare quest'onesta soddisfazione? E chi sa che quel desiderio acquietato non ne risparmi talora tanti altri più discreti, ma che messi insieme costerebbero più di quello?

Tornando all'Umiliana, sarebbe impossibile descrivere quante veglie di lavoro, quante privazioni, quante industrie, sebbene tutte oneste, le fosse costato il mettere insieme un cento di scudi per comprarsi quel vezzo che ella soleva poi mettersi al collo per le pasque soltanto. Indi il padrone le aveva regalato due o tre anelli di qualche valore; e poi, quantunque spesso di molta parte del suo salario facesse elemosine, non pertanto erale riuscito di mettere assieme un dugento di lire per sostegno nella vecchiaia. Senza indugio adunque ella raccolse le gioie e il denaro, e postasi in via per Firenze, andò subito in traccia di un vecchio procuratore, che spesso era stato rammentato e lodato per la sua onestà dal padrone. Il procuratore che per la lacrimevole grave età s'era quasi allontanato dai tribunali, non teneva più studio aperto la sera, e a quell'ora tarda dormiva. Ma l'Umiliana si raccomandò tanto alla serva, e mostrò così gran premura di parlargli per un affare, com'ella diceva, di molta urgenza, che quella credè bene di svegliare il padrone, uomo in fondo di buona pasta; ed egli infatti non le ne fece rimprovero. Venuto ad ascoltar l'Umiliana, questa gli manifestò brevemente lo stato deplorabile in cui si trovava Enrico Salvucci orefice di sul Ponte Vecchio, a lui già noto per le cose innanzi accadute; gli parlò del sequestro; e consegnatogli vezzo, anelli e monete, lo pregò di volerlo, col valsente di quella roba, liberare da tanto disonore. Se fossero mancate poche lire sperava che Enrico avrebbe potuto supplirvi; se ne fossero avanzate, diceva al procuratore le ritenesse, che una volta o l'altra sarebbe venuta a riprenderle. «Va benissimo,» rispose il procuratore meravigliato, dopo averle lasciato dire ogni cosa; «ma a nome di chi ed a quali condizioni debbo io liberare il Salvucci da questo intrigo?» — «Se potesse farlo» rispose la vecchia «a nome del Salvucci medesimo, tanto meglio. Se la intenda con lui....» — «Ma ed al Salvucci» interrompeva quasi impazientito il procuratore, «chi debbo io nominare? Chi siete voi?» — «Io?» soggiunse l'Umiliana «io chiedo a V. S. questa carità, perchè non voglio essere conosciuta.» — «E per assicurare il vostro credito, e per la restituzione, come volete che si faccia?» — «Restituzione? Oh! non intendo mica di fare un imprestito. Il Salvucci deve considerarli come suoi questi denari, ed a lei raccomando il segreto.» Il procuratore inarcando maggiormente le ciglia se le fregava, toccava il tavolino, e guardava intorno intorno la stanza per assicurarsi d'essere sveglio, perchè gli pareva di sognare. Indi preso a parlare sommessamente con dolcezza, e accostatosi alla vecchia con una specie di venerazione: «Ed io» le disse «non debbo saper chi siete?» — «Se vuol saperlo» rispose la vecchia arrossendo, «glielo dirò; ma siccome per quest'affare desidero di rimanere incognita, così non saprei che cosa potesse importarle il nome d'una povera vecchia.» — «Ed io rispetterò il vostro segreto!» soggiunse allora tutto commosso il procuratore; «ma bisogna che voi abbiate di grandi obbligazioni al signor Salvucci; e spero che quest'azione voi la facciate spontaneamente, senza esservi indotta da scrupoli, da timori.... Scusate se vi fo questi discorsi, perchè gli affari d'interessi son molto delicati. E voi dovete averci pensato bene. Dall'avere al non avere un migliaio di lire v'è molta differenza per tutti. Non mi pare che voi dobbiate esser ricca, e forse potreste avere dei parenti che più del Salvucci meritassero i vostri aiuti... Insomma, se presto mano a questo negozio lo fo sulla vostra coscienza, con la certezza che non abbiate a pentirvene mai....:» e varie altre cose le disse, indottovi dalla nuovità dell'avvenimento. La vecchia un poco meravigliata rispose: «Io a questa età non ho più parenti prossimi; i lontani non li conosco di persona, ma so che non son poveri. E poi questa roba è mia, messa assieme a forza di lavoro a tempo avanzato. Per grazia del cielo non mi manca il pane, e ad ogni modo sono ancora buona per lavorare e guadagnarmelo. So che il signor Salvucci si trova in queste miserie, ed ha una famiglia numerosa. Questa roba per me è superflua....» — «E se il Salvucci» continuò il procuratore «non avesse altrimenti bisogno di questo aiuto, o che una volta accomodati i suoi affari volesse restituire la somma e le gioie, come dovremmo fare?» — «Io avrò modo di saperle queste cose» rispose, «e verrò allora a consigliarmi con V. S. Ma in conclusione fin d'ora sono risolutissima a donare questi oggetti per sempre, e non ho paura di dovermene pentire.» — «Ebbene! Così sia» esclamò il procuratore. «Farò di servirvi come bramate. Sapete voi scrivere?» — «Signor no.» — «Aspettate che vi faccia una ricevuta....» — «Per me non importa davvero; e poi ho bisogno di tornar via. Se ha la bontà di lasciarmi andare....» — Il procuratore che aveva preso la penna ed il foglio, rimase estatico, e non seppe trovar modo di trattenerla. La vecchia nel congedarsi gli raccomandò di nuovo il silenzio, ed egli con esclamazioni interrotte l'accompagnò fino all'uscio di strada, rimase lì fermo con la lucerna in mano a vederla partire, e tornando a letto esclamò: Prima di morire ho veduto anche questa!

L'Umiliana con lo stesso animo deliberato con cui era venuta a Firenze, tornavasene per la via di Fiesole alla villetta, ed era contenta del fatto suo. La teneva in una certa ansietà il dubbio che il padrone svegliandosi, contro il suo solito, avesse avuto bisogno di lei, e chiamandola invano, si fosse insospettito di qualche disgrazia. Questo timore le metteva le ali ai piedi; e finalmente giunse a casa trafelata e così piena di stanchezza e di sudore, da acquistarne un mal di petto mortale se non fosse stata sanissima. Vi entrò piano piano, andò in punta di piedi a sentire se il padrone dormiva; e assicuratasi pienamente che niun disturbo era nato nella sua assenza, alla fine anche essa andò a riposarsi. Il procuratore adempiè il giorno dopo la commissione avuta, ed Enrico non sapendo in sulle prime a chi attribuire il benefizio, spensierato com'era, non vi riflettè sopra gran fatto, nè fece proposito di governarsi nel futuro con più giudizio per non abusare della Provvidenza.

Il procuratore per l'autorità della vecchiezza e della buona riputazione di cui godeva, si arrischiò a fargli una paternale amorevole: Pensasse che quel servigio venivagli reso in contemplazione principalmente della sua famiglia; che al certo era un fatto straordinario che non sarebbe mai più accaduto; e che doveva rendere conto a Dio dell'occasione sì opportunamente offertagli di riparare all'estrema ruina della sua casa.... Come l'acqua chiara spruzzata nel muro, asciutta che sia, non lascia di sè alcuna traccia, così quel discorso uscì presto dalla mente d'Enrico, ed ogni buon proposito fatto dopo di esso andò in fumo. Quindi non passò molto tempo ch'ei si trovò di nuovo a sopportare le triste conseguenze della sua dissipazione, e a dover ricorrere, per sostenersi, ad espedienti poco decorosi che erano per condurlo a maggior precipizio di prima.

Poco dopo Francesco, assalito improvvisamente da un colpo apopletico, morì in cinque giorni; pensa con quanto dolore dell'Umiliana! La povera donna rimase tanto sbalordita dall'inaspettata disgrazia, che non potè mai ricordarsi che cosa fosse accaduto nei due o tre giorni consecutivi. Di questo solo ha memoria, ch'ella si vide consegnare alla presenza di due persone un rotolo di monete da un tale che le disse aver così disposto nel suo testamento il defunto padrone, e che le impose di fare una croce sotto un lungo foglio, a guisa di ricevuta, e di raccogliere sollecitamente la sua robicciòla per dar posto agli eredi. Ella obbedendo come una macchina, e sempre seguita dalle due persone, fece il fagotto dei pochi panni che aveva; prese la rocca e il filato, e fu accompagnata fuori dell'uscio. Fatti due o tre passi, se lo sentì chiudere alle spalle. Non si voltò perchè l'animo non le bastava; e quando lo avesse fatto, non avrebbe potuto scorgere alcuna cosa, perchè aveva perduto il lume degli occhi. Quindi non potè andare oltre, e si assise sopra un muricciòlo appoggiando la testa sopra il fagotto. In quel momento di spossatezza delle membra, l'Umiliana non aveva nella sua mente un pensiero fatto; ma si sentiva una sì strana confusione d'idee che pareva le dovesse togliere il senno. Aveva pianto assai per la morte del padrone; ma non potè versare lacrime in quell'amaro ed inumano congedo. Si sentiva un nodo che le toglieva il respiro, e le faceva gonfiar le vene dal sangue che circolava a fatica. Stata alquanto, senza che nessuno la vedesse, in quell'attitudine, in quel martirio, si sentì chiamare per nome da una voce nota, si scosse, e videsi davanti un giovine, il figlio maggiore del contadino, che incrociate le braccia sul petto, la guardava con aria compassionevole e sdegnosa ad un tempo. Appena accortosi di essa gli dava retta, le disse con sollecitudine e sotto voce: «Umiliana, è meglio che andiate via subito per ora. Volete che vi conduca dalla mia zia che sta a Fiesole? Andiamo, il fagotto ve lo porterò io»; e, presolo, le dava aiuto per alzarsi. Indi sorreggendola la menò dietro casa per un viottolo scosceso, che scendendo e poi risalendo tortuosamente riusciva in Borgunto lungi un miglio e mezzo dalla villetta. Quando furono a mezza strada in un luogo ombroso e celato, il giovine contadino: «Ora potete riposarvi» le disse, «qui non saremo veduti.»

L'Umiliana si lasciò andare a sedere sopra un arginetto, e guardando il suo compagno, credè vedergli gli occhi rossi e umidi di lacrime. Allora dette in un pianto nascondendosi il viso tra le mani; e quella canizie addolorata fece fremere di generoso sdegno tutte le fibre del giovine. «Sciagurati!» egli esclamò «cacciarvi di casa in questo modo! minacciar noi di licenza se vi avessimo raccolta!» — «Ma che ho io fatto?» gridò allora l'Umiliana alzando al cielo il volto e le mani. — «Vi accusano» rispose il giovine «d'aver messo su il padrone ad esser inumano coi suoi parenti; d'esservi arricchita alle sue spalle; d'averlo indotto a dare a voi ogni cosa. Credevano di trovare i sacchi dell'oro, e dicono che voi gli avete levati di casa prima che egli morisse.... Iniqui! lo so io il cuore che avete. Ma, se Dio fa che una volta o l'altra!...» e batteva i piedi minacciando con la mano, come se facesse un proposito di vendetta.

L'Umiliana cessando di piangere s'alzò allora con atto dignitoso, interruppe le parole del giovine, e stringendogli la mano e fissandogli nel volto gli sguardi accesi d'amore: «Buon giovine» disse «Iddio non ti farà venir mai feroci pensieri. Se vi sono dei colpevoli, lascia a Lui la cura di far giustizia. S'ingannano; ma non avviliscono me. Nè io sono infelice per colpa loro. Andiamo; il male che fanno a se stessi è molto maggiore di quello che credono di dover fare a me. Compatiscili. Andiamo dalla tua zia; la conosco, e ti ringrazio di avermi suggerito questo ricovero.» Così, come se le fossero tornate le forze della gioventù, si pose innanzi nella via, e il contadino appena le teneva dietro col suo fagotto.

In un attimo giunsero in Borgunto. La buona donna che cercavano era sull'uscio a filare. A quell'arrivo essa fece le meraviglie, voleva sapere il che ed il come; supponeva già quello che era stato, e si abbandonava alle lagnanze, alle accuse insieme col nipote. L'Umiliana confortandola ad aver pazienza, le chiese ospitalità, e fu accolta con grande affetto. Il giovane accarezzato dalla zia e dall'Umiliana tornò sollecitamente al podere, temendo di recar danno ai suoi se si fosse scoperto il pietoso ufficio ch'egli aveva usato con la massaja di Francesco.

Le due vecchie tosto si trovarono contente di vivere insieme; e l'Umiliana si studiò di moderare i lamenti loquaci che la compagna faceva sull'accaduto, e d'impedire che la fama ne corresse per tutti i casolari di Fiesole.

Ritrovandosi nella tasca del grembiule il denaro che le era stato consegnato quando fu cacciata di casa, tornò a versar qualche lacrima, e sulle prime le era venuto voglia di rifiutarlo; ma pensando poi che poteva essere un atto d'orgoglio, e che infine quel denaro era un ricordo del suo padrone, benedicendone la memoria, baciò l'involto e se lo pose in seno. Infatti non le fu inutile, poichè la povera vecchia pel dolore delle passate avversità e per la sforzo che aveva fatto nel sostenerle, fu assalita da una sfinimento straordinario, non potè più lavorare, e si allettò. La sua compagna faceva di tutto per bene assisterla; il giovine contadino alla sfuggita la visitava frequentemente, si prendeva cura che il medico vi andasse ogni giorno, e spesso correva a Firenze per averne le medicine più fresche. Ma l'Umiliana vedendosi assalita dalla febbre e minacciata da una malattia molto lunga, non potè più sopportare che la sua compagna ne avesse tanto disagio, e volle assolutamente farsi condurre allo spedale. Questa dispiacque assai all'altra vecchia ed al suo nipote; ma non vi fu esortazione che valesse a farle mutare proposito.

Erano già due anni che l'Umiliana viveva nello spedale, migliorata, ma sempre debole. Trattavano di mandarla nell'ospizio delle invalide, ed ella era ormai tranquillamente rassegnata a finire la vita in un letto non suo. Nel giorno di Sant'Egidio lo spedale si adorna a festa, e s'apre al pubblico. I parenti e gli amici dei malati vanno allora a far visite od a recare i loro poveri donativi; i curiosi in gran numero accorrono a vedere, a passeggiare per le corsie. Le porte e le finestre tutte spalancate, il trambusto del camminare e del discorrere, la polvere sollevata da tanti piedi, l'indiscretezza degli osservatori oziosi, non poco danno cagionano alla salute e allo spirito dei malati. In detto giorno quel luogo di patimenti par divenuto un convegno di gente folle e spensierata. Accanto al letto di uno che geme per acuti dolori, che sente di dover morire tra poco, si ride e si strepita. E coloro che fra tanta moltitudine non vedono fermarsi al loro letto nè un parente nè un amico, mestamente sopportano gl'indiscreti sguardi della folla che va e viene e s'incalza.

Il vecchio procuratore, al quale l'Umiliana aveva portato il suo vezzo, passando a caso di sulla piazza dello spedale, e vedendovi tanto concorso di gente, ebbe voglia anch'esso d'entrarvi, e pose il piede nella corsia delle donne; ma urtato dalla gente, e indispettito dall'inumano subbuglio, era per uscirne con sollecitudine, quando nel rasentare uno degli ultimi letti videvi una vecchia con una fisonomia che non gli parve ignota. Le stava al capezzale un giovine contadino guardandola in silenzio con aria mesta e rispettosa, e la vecchia, tenendo in lui fissi gli sguardi pieni di dolcezza, pareva cavarne conforto in mezzo al nojoso frastuono.

Soffermatosi alquanto, e studiandosi di raccogliere le sue idee, non tardò a rammentarsi della benefattrice del Salvucci che gli aveva lasciato di sè una profonda impressione. Si accostò subito a lei, e le domandò con buon garbo se lo riconosceva. L'Umiliana, guardandolo bene, non potè nascondere un atto d'ammirazione, esclamando: «Oh! è lei, signor dottore?» Ed egli dal canto suo scuotendo la testa e rovesciate le mani: «Che feci io a darvi retta! Voi allo spedale? E ora non vi pentite della vostra generosità?» — «Oibò, le pare?» soggiunse ella tranquillamente. «A ogni modo sarei malata; e per me nello spedale o in casa è lo stesso. Io non ci pensavo più, ed ora che ci penso, benchè mi trovi in questo stato, tornerei a fare quello che ho fatto.»

Il procuratore non si poteva persuadere della impassibilità della vecchia; proruppe in alcune esclamazioni inarcando le ciglia e restringendosi nelle spalle; e finalmente: «Ma ora» disse con enfasi, «ora poi non mi potrete obbligare al segreto. Oh! sono in dovere di pensarci sul serio. Non è giusto che altri goda la vostra roba, e che voi siate qui a tribolare... No, non è giusto....» ripetè più volte senza badare alle esortazioni dell'Umiliana che si raccomandava perchè tacesse, e considerasse che ormai era vecchia, che preferiva morir tranquilla, che sarebbe stato inutile.... Il procuratore non intese ragione; prese per un braccio il contadino che al suo giungere s'era alzato e moriva di voglia di metter bocca in quello strano colloquio, e trattolo in disparte, fuori dello spedale, incominciò ad interrogarlo sulla vita di quella vecchia che per lui era una persona misteriosa. Il giovine, accorto com'era, benchè non sapesse nulla dell'affare del vezzo e di tante altre buone azioni dell'Umiliana, tuttavia potè somministrargli molte notizie, e ne parlò con uno zelo sì affettuoso, che il procuratore giunse a raccapezzarsi di tutto, e prese la cosa in sul serio.

Andò allora subitamente a ricercare del Salvucci, e gli chiese conto della massaia del morto fratello. Questi sulle prime imbarazzato di tal dimanda, incominciò poi a manifestare il concetto in che la teneva, attribuendo a lei molta parte delle sue disgrazie, mostrando insomma tutta l'avversione che gli svegliava la sua memoria. Figurati se il vecchio procuratore rimase sdegnato di quei discorsi! immaginati con quanta eloquenza e con quali evidenti riprove potè disingannare quell'uomo sventurato ed ingiusto! Rammentatogli quindi l'indegno modo col quale fu scacciata l'Umiliana dalla villetta di Fiesole e lo stato lacrimevole in cui si trovava nello spedale, giunse a commoverlo, a farlo pentire della sua mala prevenzione e dei suoi falli....

Ma il Salvucci non era più in grado di rimediarvi. L'eredità del fratello era andata in fumo; un nuovo e più irrimediabile fallimento lo aveva ridotto a perdere per sempre la bottega; insomma era di nuovo costretto a far da semplice lavorante nella bottega altrui per campare a fatica la sua famiglia! Le molte sciagure cagionategli dalla sua scapestratezza lo avevano corretto, ma troppo tardi. Tormentato dai rimorsi, avvilito dal rossore, faceva compassione. Il procuratore si pentì quasi d'avergli svelato quel segreto, e confortandolo a sostenere pazientemente le conseguenze dei suoi errori, lo lasciò in pace, e lo assicurò che avrebbe trovato modo di togliere l'Umiliana dallo stato miserabile in cui si trovava.

Il buon procuratore, tornato a lei, si pose a spiegarle a poco per volta l'inganno nel quale era stato il Salvucci sul conto suo, il pentimento d'averla per tanto tempo giudicata sì male, il rammarico dell'indegno modo con cui l'aveva trattata, la gratitudine del ricevuto benefizio, e il desiderio ch'ella potesse passare meno male i giorni che le restavano da vivere su questa terra. Per non affliggerla inutilmente, le tacque i nuovi falli e la misera condizione del Salvucci; e tutto quel bene che fece e che prosegue a fare per lei, le lascia credere che derivi dalle premure dello stesso Salvucci. Così la buona Umiliana, oltre al sapere che quello sciagurato e la sua famiglia si sono ritrattati della cattiva opinione in che la tenevano, non ha il dolore di supporre affatto inutili i suoi patimenti e la sua generosità; e, se mai lo avesse desiderato, gode il piacere della gratitudine.

Invece adunque di esser posta tra le invalide, si vide per le premure del procuratore ricondotta a Fiesole in un'altra casetta (poichè la zia del contadino era morta), ed ivi custodita amorevolmente da una famiglia di oneste persone: giunta all'età di novantacinque anni, aspetta in pace l'ultim'ora della lunga e travagliata sua vita. Vero è che non può più lavorare, ha i sensi dell'udito e della vista indeboliti moltissimo, nè da se sola si muove, e chi la vedesse per poco tempo la crederebbe assopita nel letargo della decrepitezza. Ma sovente ella dà indizio di ben conservare la memoria del passato, dimostra un tenero affetto per coloro che l'assistono, e le poche parole che proferisce sono sempre sensate e spesso ripiene di buone massime. — Noi siamo già vicini alla sua casa. Oh! vedi tu? L'Umiliana è seduta presso l'uscio, a godersi il sole, che i vecchi con tanto desiderio ricercano.

Il giovinetto ed il padre suo si soffermarono alquanto in lontananza per contemplarla. Il primo con silenzio rispettoso ne esaminò minutamente tutta la persona. Essa aveva conservato molti capelli che erano di splendida candidezza, e due folte ciocche tirate indietro le ornavano la fronte spaziosa; poche rughe le solcavano la faccia, ove traspariva l'espressione piuttosto del sorriso che della malinconia; gli occhi erano socchiusi, ma dalle ciglia canute traspariva il fulgore della pupilla sempre vivace; uno scialle bianchissimo le chiudeva accuratamente la gola, e nel rimanente del vestiario appariva una scrupolosa lindura. La sua presenza dimostrava insomma una dignità riposata, che moveva a venerazione insieme e ad affetto. E (cara cosa a vedersi) le scherzavano intorno due fanciullini ed un ragazzetto. Questi ripone vasi ora dietro un murello, ora dietro il tronco di un albero o nel fossetto davanti alla siepe. I fanciullini gli si accostavano piano piano, ed appena scortolo rizzarsi e minacciare di rincorrerli, fuggivano essi con acuti gridi e con liete risate a ricoverarsi tra le ginocchia dell'Umiliana, la quale ponendo le mani sul loro capo e sulle loro spalle, mostrava di difenderli dal ragazzo. Quella corrispondenza tra la vecchiaia compiacente e l'infanzia festosa svegliava dolcissima tenerezza. Infine il padre si appressò all'Umiliana, e salutandola per nome: «Eccomi tornato a rivedervi» le disse: «mi riconoscete voi?» — «Gnorsì» rispose, dopo averlo guardato ben bene. «Magari se la conosco!» E della destra si faceva schermo al sole per vedere meglio il giovinetto che le stava davanti. — «E questa volta non son solo» aggiunse il padre. «Ecco qui il mio figliuolo, che anch'egli vuol far conoscenza con voi.» — «Oh! volentieri;» esclamò ella «ma durerà poco. Io presto anderò lassù,» e additava il camposanto sul declive della collina. — «Io spero che ci potrete rivedere più volte» seguitò il padre «e che voi non gli negherete qualcuno dei vostri buoni consigli. Ecco qui, egli è vicino a entrare nel mondo, ed io sto in pensiero per lui.» La vecchia scotendo la testa! «Io consigli?» diceva «non posso darne davvero: ma questo» e toccava il cuore del giovinetto, «questo li dà i buoni consigli a chi lo vuole ascoltare:» — «Voi sapete quanti cattivi si trovano. Quello che io temo è il loro esempio pernicioso.» — «I cattivi!... io già non posso dire che siano tanti; ma i cattivi stanno da sè, quando non trovano chi li somigli.» — «Ma non sempre si discuoprono. Qualche volta l'ipocrisia....» — «Ho udito dire che chi fa e chi pensa il bene non rimane ingannato dalle apparenze.» Dopo alcune altre poche parole, il padre ed il giovinetto si congedarono dall'Umiliana, e questi commosso le voleva baciar la mano, ma l'Umiliana se le nascose ambedue sotto il grembiule e abbassò il capo sul petto. I fanciulli che al loro arrivo s'erano allontanati, vennero fuori a guardar dietro come estatici, finchè la voltata della strada non li nascose ai loro sguardi.

Il giovinetto dopo quel racconto e dopo quella visita si sentì più affezionato ai suoi simili, e ne ricavò qualche buona norma per meglio giudicare degli uomini.

XIII. Il primo viaggio d'un Giovinetto.

Un valente Capitano di marina, che è morto non è gran tempo, lasciò alcuni scartafacci contenenti la narrazione di varie avventure della sua adolescenza, e gli indirizzò ai suoi cari nipotini: «Io non vi lascio ricchezze, dice il buon vecchio; voi sapete che quelle che mi furono date dall'industria e dal mare, il mare stesso me le ritolse; ma non potè privarmi con esse della buona riputazione, la quale non è soggetta a perire se non per colpa di chi non sa custodirsela. Perciò mi è riuscito di sopportare con pace quella disgrazia; e la ricompensa dei servigi, che, adempiendo al dovere di cittadino, ho potuto fare alla mia patria, è stata bastante a salvarmi dalla povertà fino all'ultimo giorno della mia vecchiaja. Abbiatevi dunque per solo retaggio del vostro zio la sua onorata memoria, i suoi libri, le sue carte geografiche, le sue armi adoperate sempre in difesa dei suoi concittadini, e questi ricordi dai quali vedrete che anche un fanciullo, benchè povero e colpito dalle disgrazie, può sostenersi in mezzo ai pericoli e porgere qualche aiuto ai genitori, quando ha per alimento al suo coraggio l'amore verso di essi, l'amor della patria, e il desiderio d'essere virtuoso. Queste parole sarebbero al certo piene di vanità nella bocca di un vivo; ma furono scritte soltanto perchè voi le leggeste quando il mio corpo sarà celato per sempre dalla terra alla vista degli uomini, e il mio nome sarà cancellato dalla loro memoria.»

Cagioni del viaggio.

Io son nato a Montalto nella Maremma degli Stati romani. Ma i miei genitori erano di Firenze. Mio padre dovè abbandonare questa città per motivi che certamente non gli facevano vergogna; li tacerò nondimeno, perchè troppo lungo sarebbe l'accennarli, e ad ogni modo voi non ci capireste nulla. Egli era negoziante, e quell'esilio dalla città nativa fu la ruina della sua industria mercantile. Siccome operò sempre da uomo onesto, così volle, prima della partenza, pagare i suoi debiti, ma non gli riuscì di riscuotere con la stessa prontezza i suoi crediti, e gli rimase poco denaro da portar seco. Mia madre, che erasi a lui sposata da poco tempo, non volle separarsi dal suo caro marito, benchè i parenti la esortassero a tornare nella casa paterna, e ad abbandonarlo nella disgrazia. Io vedo che pur troppo molti sono tra gli uomini quelli che operano come se avessero cattivo cuore; ma ho sempre creduto, e anche da vecchio proseguo a credere con fondamento, che quelli di buon cuore siano in maggior numero; e tuttora mi pare impossibile che i parenti di mia madre le avessero dato proprio con riflessione quel consiglio inumano. Bisogna dire ch'e' non l'avessero conosciuta come l'ho conosciuta io, ch'e' non credessero al suo amore pel marito, o che il loro affetto per lei gli avesse accecati a segno di scordarsi che era divenuta moglie d'un giovine degno in tutto del suo amore. Fatto sta che ella preferì alle agiatezze, che potea ritrovare se fosse rimasta coi parenti, la povertà e l'esilio in compagnia dell'infelice marito; e allora coloro se ne sdegnarono, e negaronle ogni assistenza. Vedete un po' che pensare da insensati! — Giacchè, dicevano, tu vuoi, contro la nostra volontà, dividere la sorte di un disgraziato, noi non vogliamo saper più nulla dei fatti tuoi: se tu sarai anche più infelice, non ce ne importa. — Così, per conseguenza di un falso e spietato ragionamento, quell'azione virtuosa che essi non sapevano approvare, doveva essere piuttosto punita che ricompensata!

Mia madre mi partorì dunque nell'esilio, e in quel remoto e povero castello di Montalto, ove mio padre aveva trovato rifugio, ed ove, industriandosi anche lì con la mercatura, sapeva alla meglio provvedere al nostro campamento. Io era pervenuto all'età di dodici anni; mio padre m'aveva istruito da sè nel leggere, nello scrivere, nell'abbaco e nel disegno, e mi faceva imparare l'arte del tornitore, nella quale si era molto impratichito da giovine ma per semplice passatempo. Io però doveva impararla per trarne guadagno ed ajutare i miei genitori, e o fosse questo pensiero o una inclinazione particolare a tale arte, io divenni presto abile, e già qualche mio lavoruccio andava in opera, essendomi posto come lavorante apprendista nella bottega dello stipettaio del paese. Il nostro stato era divenuto a poco a poco meno misero, quando mio padre fu colto dalle febbri perniciose che predominano nella Maremma, e lo travagliarono con tanta nerezza, che nè l'assistenza indefessa di mia madre nè quella del medico poterono salvarlo. In poco tempo io restai orfano di padre; la nostra desolazione fu estrema, e poco mancò che mia madre, per l'acerbo dolore e per gli strapazzi, non andasse con lui nel sepolcro. Forse l'affetto materno le diede la forza di sopravvivere a tanta sciagura. Appena che si fu un poco rimessa, volle venir via da Montalto, ove niuna ragione aveva per rimanere, ma invece molte per andarsene.

Temeva che io potessi venire assalito dalla stessa malattia di mio padre, ed io aveva il medesimo timore per lei: e quando avessimo consumato ogni nostro avere, già nella massima parte diminuito dalle spese di quella infermità che fu per noi sì funesta, come avremmo noi fatto a campare? Il mio guadagno era meschino, nè in quel paese sarebbe stato possibile cavarne di più dall'arte del tornitore; inoltre sperava che tornando vedova a casa sua, i parenti l'avrebbero, com'era lor dovere, soccorsa. Dunque ci preparammo a lasciare Montalto innanzi che venissero a mancarci anco i denari pel viaggio, e i preparativi furono prestamente fatti.

Un rozzo barroccio, forse migliore che si potesse noleggiare nel paese, doveva condurci in una giornata di viaggio a Orbetello nella Toscana. Con un buon calesse ci saremmo andati in cinque o sei ore, ma noi non potevamo spendere che pel baroccio. In Orbetello mia madre si sarebbe riposata un giorno o due per andar poi a Grosseto.

Voi potete immaginarvi quanto fosse dolorosa la nostra partenza. Le ossa dello sventurato mio padre rimanevano nel cimitero di Montalto, nella terra dell'esilio! La povertà ci aveva impedito d'onorarle, come i ricchi far sogliono, e di mandarle a seppellire nel paese nativo. Non bastò che io suggerissi al vetturale di prendere una strada traversa, perchè mia madre non avesse a passare in tanta vicinanza del campo santo. Appena che fu salita nel baroccio incominciò a lacrimare occultamente; e più che si allontanava dal paese, più la sua afflizione cresceva. Nemmeno io potei alla fine reprimere il pianto, io che mi era proposto di confortarla. Deserto, incolto, squallido e insalubre era, ed è sempre, ma in quel tempo assai più che ora, il paese da noi percorso; e nulla mai s'incontrava che potesse con gradevole veduta distrarci alcun poco dal nostro dolore. Pareva che la natura medesima si rattristasse con noi. Eravamo di settembre: le nebbie coprivano la vasta pianura, e i pochi alberi che s'incontravano di rado, erano già nudi delle loro foglie. Il barocciaio colle sue cantilene che parevano ululati, non ci ricreava dicerto. Per molte miglia non trovammo nè case nè terre coltivate, ma solo due o tre capanne in sfacelo, dove, se la pioggia ci avesse sorpresi, non avremmo potuto trovare alcun ricovero. La pioggia non venne, ma fummo molestati dall'umido diaccio della nebbia che il sole non potè dissipare prima del mezzodì. Mia madre di quando in quando era assalita da brividi violenti, e io temeva molto per la sua debole salute.

Allorchè qualche raggio di sole ebbe incominciato a risplendere, noi dovemmo perderne la vista e il calore per entrare in una boscaglia folta, vasta, solitaria, più malinconica assai della campagna aperta. Allora il barocciaio sferzò il cavallo per farlo andare più lesto, poichè, quantunque non lo dicesse, io ben m'accorsi che v'era da temere qualche sinistro incontro: e il moto più rapido del baroccio sopra una strada ineguale e fangosa riusciva maggiormente incomodo alla mia povera madre. Ma come fare? bisognava sollecitarsi perchè l'oscurità della sera non ci sorprendesse nel folto della macchia.

Eravamo appunto nella boscaglia, allorchè voltando in un luogo ove la strada fa gomito, ci trovammo incontro, alla distanza di pochi passi, una frotta di gente che se ne veniva a piedi e silenziosa. Sulle prime rimasi un po' sconcertato, essendomi parso di vedervi due uomini col fucile sopra la spalla, e domandai subito sotto voce al barocciaio: Chi sono? — Una famiglia di tribolati vagabondi, — mi rispose con aspetto accigliato; e guardò subito la legatura dei fagotti, inalberò la frusta, e tirò da un lato il cavallo. Il modo della risposta e tutte queste cautele mi fecero specie; ma poi, guardando meglio, mi accorsi che gli uomini invece di fucile avevano bastoni con un fardelletto infilato, e che le altre persone erano due donne con bambini in collo e per la mano; e tutta questa povera gente era cenciosa, sparuta, col viso giallo, rifinita dalla stanchezza, sicchè più che paura svegliava compassione. Le donne e i bambini vennero attorno a chiederci con supplichevoli grida un po' d'elemosina, e gli uomini passarono oltre a capo basso senza fiatare. Noi avevamo portato un grosso pane, un boccone di carne e una fiaschetta di vino per ristorarci a mezza strada. Ma l'appetito mancava affatto a mia madre; io aveva appena spelluzzicato il pane, e il barocciaio s'era provvisto di suo. Sicchè io, col consenso della mamma, diedi a quelle donne quasi tutto il pane e tutta la carne, e vuotai il vino in una delle loro scodellette di legno. Esse ci lasciarono con mille benedizioni, e volgendomi vidi che corsero a portare il vino agli uomini e spezzarono il pane ai figliuoli che subito si posero a divorarlo come se fossero stati digiuni da due giorni. Mentre io, confrontando col nostro stato la miseria di quegli accattoni, rifletteva che pur troppo non si danno sciagure, comunque grandi, che non possano essere sempre superate da maggiori disgrazie, udii che il barocciaio brontolava tra sè e sè guardandosi sospettoso ai lati e alle spalle: — Andatevene chiotti quanto volete, ma io vi conosco. Se non si fosse di giorno e vicini all'aperto, non vi sareste contentati del pane. Animo! — e sferzava il povero cavallo già stanco, — noi l'abbiamo scampata bella! Un'altra mezz'ora di viaggio, e poi me la rido di tutti i malandrini che infestano questo maledetto paese! —

Io non so esprimere quanto crescesse la mia mestizia a pensare che sotto le spoglie di così luttuosa miseria potesse occultarsi la malvagità, e che quegli accattoni così umili potessero a tempo e luogo presentarsi in aspetto di masnadieri. La compassione cede il luogo al ribrezzo, e andava cercando con l'animo contristato da cupi pensieri quali sciagurati avvenimenti potessero aver ridotto coloro in così lacrimevole condizione. Che ciò dipendesse dalla sola povertà io non poteva darmene pace; forse l'ineducazione, l'ignoranza, il cattivo esempio che i figliuoli ricevono dai genitori bighelloni.... Ed allora.... ah! l'acerbo destino di quegl'innocenti ch'io vedeva camminare a stento aggrappati alle gonnelle, o ciondolare sonnacchiosi la testolina sul seno delle loro madri, mi fece rabbrividire assai più che la brezza gelata della sera avvicinantesi al tramonto.

Io avrei interrogato il barocciaio per sapere se propriamente quel ch'egli aveva detto fra' denti era vero, o non piuttosto una delle solite esagerazioni della paura.... Ma non volli che le sue risposte avessero a cagionare maggior malinconia a mia madre, la quale sebbene mi paresse addormentata, e anche per questo io me ne stava in silenzio, pure poteva darsi che si covasse in segreto il suo dolore e i patimenti di quel disastroso viaggio. No, io non credeva possibile il suo dormire a quelle continue scosse del baroccio. Infatti, me lo disse molto tempo dopo, ella taceva, non si lamentava, non sospirava per non affliggermi; ma soffriva di molto, ed erale già entrato addosso quel male che poi la costrinse a fermarsi più giorni in Orbetello.

Mezz'ora dopo l'incontro degli accattoni, come il barocciaio aveva detto, noi uscimmo dalla macchia; e quando fummo in capo a un'erta mi si piegò a un tratto dalla sinistra l'immensa veduta del mare, e il sublime spettacolo del sole che s'ascondeva dietro l'orizzonte delle acque dipingendo a colori di fuoco le nubi. Io mi sentii subito sollevato, e non potei trattenermi dall'esclamare: «Oh bello!» Anche mia madre guardò, e mi parve alquanto rasserenata; ma dopo un poco, tornando a sdraiarsi, con un sospiro disse: «Ti ricordi tu, eh? Anche tuo padre si rallegrava tutto alla vista dei bei tramonti. Ah! per lui il sole non si leva più, nè più tramonta!» Che mestizia in quelle parole e nel mio animo! Pel rimanente del viaggio io e mia madre restammo tutti muti, e le lacrime scorrevano sopra le nostre gote. Arrivammo a Orbetello un'ora dopo il tramonto, e ci fermammo ad un albergo; credo anzi al solo albergo che allora si trovasse in quella città singolare.

In Orbetello.

La frasca inalberata per insegna d'osteria a quell'albergo era molto lunga e ramosa, e trovammo l'uscio spalancato, ma niuno si fece vivo alla nostra venuta. Non bastò che il barocciaio facesse schioccare la frusta, e chiamasse ad alta voce: Oste! Matteo! Teresa! e prorompesse in bestemmie e in ingiurie, perchè gli premeva anco di riporre subito nella stalla il cavallo stracco e sudato. Io smontai dal baroccio, salii due scale sudice, buie e sconquassate, girai due o tre stanze che parevano porcili; chiamai, e sempre invano; giunsi in una cucina che aveva il focolare spento, e quivi trovai due bambini sudici e sdraiati per terra, i quali al mio comparire mi guardarono maravigliati, poi si diedero carponi a fuggire, strepitando come se avessero visto il lupo. Scesi giù sconfortato, con la intenzione di farci condurre altrove; ma appunto allora comparve l'oste, così almeno lo chiamò il barocciaio, benchè a me paresse ciabattino, avendo egli il grembiule di pelle e le mani impeciate.... Era oste e ciabattino nel tempo stesso; e si preparava a dar di braccio a mia madre per farla scendere dal baroccio. Io gli domandai se avesse avuto una buona camera e un buon letto, e se fosse stato possibile preparar subito una zuppa, un cordiale.... A tutte le quali domande l'oste-ciabattino rispose con tanta prontezza che pareva fossimo capitati in un palazzo principesco e nel paese dell'abbondanza. Dunque, dissi tra me, io aveva sbagliato scale. Ma sventuratamente, poichè mia madre con molto patire fu scesa da quel baroccio, e appoggiandosi a me ebbe messo in casa i piedi vacillanti, l'oste-ciabattino c'invitò a salire quelle medesime scale, c'introdusse in quelle medesime stanze, e ci mostrò la miglior camera che, secondo lui, fosse in tutto il paese, ed in cui, per ultimo, non so qual principessa, a dir suo, aveva alloggiato più settimane. Mia madre, poveretta, non aveva fiato di parlare; Matteo ci lasciò soli per correre in cerca della moglie e farle accendere il fuoco; io dovei esaminare ben bene tutte le scranne nella camera, prima di trovarne una su cui mia madre avesse potuto sedersi senza rischio di cadere per terra. Tutto il suo corpo era indolenzito dalle scosse del duro baroccio; aveva la voce fioca e tremula, il viso pallido, e le mani le scottavano. Avrei voluto che si stendesse sul letto; ma vidi bene che per quanto anch'ella ne sentisse il bisogno, pure vi repugnava con ragione, perchè il sozzume e il puzzo di quel canile non erano da comportare.

Passò quasi mezz'ora senza che altri comparisse; e in quel tempo mia madre peggiorò a segno che giudicai fosse necessario mandare in cerca del medico; e appena che l'oste fu tornato col lume ad annunziarci che l'ostessa sua moglie era in cucina per mettere al fuoco la pentola, io lo condussi in disparte e lo pregai di correre immediatamente pel medico. Intanto andai in cucina; vidi l'ostessa in faccende attorno al focolare; mi parve una buona donna, un po' meno sudicia del marito, ma assai impicciata. Allora le diedi mano io perchè assettasse uno scaldaletto, e preparasse l'occorrente pei panni caldi e per mettere a sfumare le lenzuola. Tornai da mia madre, e la trovai sempre in peggiore stato. Non istò a dirvi quanta fosse la mia afflizione. In quel tempo il barocciaio portava su i nostri fagotti; e mi disse che un signore del paese, avendo saputo da lui il nostro casato, e dicendo d'essere stato amico di mio padre, chiedeva di visitare la mamma.

Mentre che io andava pensando se convenisse farle ricevere questa visita a motivo dello stato in cui era, il signor Damiano entrò francamente in camera, si diresse a mia madre che voleva alzarsi per riverirlo, e impedendole di far cerimonie le disse con garbatezza: «Scusi se mi son fatto avanti: ma io non posso permettere che venendo lei a Orbetello s'abbia a fermare a un albergo. Ho ricevuto più volte ospitalità in casa sua, e non foss'altro per ricambio, ella deve ora accettarla da me. Vetturino, portate subito la roba della signora in casa mia, e dite al mio figliuolo che attacchi il calesse coperto e venga qui. È vero, siamo vicini; Orbetello non è Firenze; ma lei dev'essere stracca, e bisogna coprirsi bene perchè è notte; con quest'aria non si scherza.»

La cortesia e la risolutezza del signor Damiano non ammettevano replica. È vero quel ch'egli aveva detto, d'essere stato più volte in casa nostra, ed io sono persuaso che anche senza questo e' ci avrebbe voluto ospitare. Nella provincia, e in specie nella Maremma, dove n'è maggiore il bisogno, questi uffici scambievoli sono comuni. Ecco perchè, io rifletteva, gli alberghi son così rari e meschini, e servono soltanto a quella povera gente che non ha conoscenze nel paese, e a qualche principessa, come quella citata dall'oste-ciabattino, perchè a motivo della gran distanza tra personaggi titolati e semplici provinciali, si trovano questi in tal soggezione da non arrischiarsi ad offerire ad essi i loro servigi.

L'oste rimase un poco impermalito allorchè, tornando a dirmi che il medico non poteva venir subito, si accorse dalla sola presenza del signor Damiano che noi non avremmo più avuto bisogno del suo magnifico albergo; e a dir vero anch'io rimasi afflitto per lui, ma più assai per l'indugio del medico. Il disappunto dell'oste potè essere, almeno in parte, rimediato facilmente col pagargli, come feci, l'alloggio di un giorno e il costo di quella cena che egli mi disse d'averci provvista e quasimente allestita. Quanto al medico io mi feci animo a dire al signor Damiano, dopo che la mamma fu salita nel suo calesse e mentre noi la seguivamo a piedi: «Io mi approfitterò della sua bontà verso di noi per dirle che la mia povera madre ha bisogno più che altro di un medico.» — «Pareva anche a me che la soffrisse più di quello che non mi sarei immaginato, e perciò ho voluto che il mio figliuolo venisse a prenderla col calesse. Ora subito, lasci fare, vado io....» — «L'ho già mandato a chiamar per l'oste; ma dice che ora non può....» — «Eh! che discorsi! non risponderà così a me. Vada col calesse, e non dubiti.» — Ciò detto s'incamminò sollecitamente per una stradella traversa; e, non senza mia sorpresa, quando fummo arrivati alla sua abitazione (il cavallo andava di passo ed era costretto a serpeggiare a motivo delle buche profonde e frequenti in quella strada che pareva il letto d'un torrente) io lo vidi raggiungerci in compagnia d'un'altra persona; e al gesto ch'ei mi fece quando ci riunimmo per dar di braccio a mia madre, potei capire che il suo compagno era il medico. Seppi di poi, ma per caso, che quel signor dottore, buona persona quanto al resto, era tanto viziato nel giuoco della tavola-reale, che spesso per non lasciare a mezzo la partita non rispondeva alle chiamate dei malati con quella sollecitudine che il suo dovere avrebbe voluto. Se per altro l'invito gli veniva da un benestante e non da un povero, allora lasciava subito il giuoco ancorchè fosse in vincita.... E qui sta il peggio; perchè tanto il povero che il ricco devono essere soccorsi con la stessa prontezza.

Scesero ad incontrarci la moglie del signor Damiano con due fanciulle, che erano le sue figliuole, e una donna che le precedeva col lume; e fummo accolti da quella buona famiglia come se fossimo stati propriamente di casa. Per lo che io mi sentii cotanto sollevato da dimenticare quasi affatto i disagi del viaggio.

Anche mia madre parve un poco riavuta; ma era uno sforzo, poveretta, uno sforzo ch'ella faceva per corrispondere alle amorevolezze dei nostri ospiti. Ma il signor Damiano procurò accortamente che le prime accoglienze fossero brevi.

Fummo condotti dalla sua moglie nella camera destinata a mia madre; e nel tempo che la donna di servizio preparava il letto, il medico venne a fare la sua visita. Dopo l'esame de' polsi giudicò che mia madre avesse la febbre. A questa parola per noi così tremenda, io mi turbai subito, e non potei reprimere un sospiro doloroso: ma il medico, il quale si accorse di tutto, soggiunse subito: «Badiamo, non trovo indizi di febbre pericolosa; questa mi pare semplice alterazione momentanea, cagionata da debolezza e dallo strapazzo del viaggio.... Il letto caldo, i senapismi, qualche ristorativo leggiero la faranno migliorar presto. Al più al più io dubiterei d'una costipazione che il riguardo scioglierà facilmente. La signora deve stare di buon animo e riposarsi: il riposo, il riposo farà meglio di tutto. Qui ella è come in casa sua. Noialtri maremmani, lo sa, formiamo tutti una famiglia. Dunque entri in letto, beva qualche sudorifero, e più tardi, se sarà sveglia, tornerò a visitarla; se no, domattina; e poi, a qualunque ora, son qui vicino ai suoi comandi.»

Se io dovessi narrarvi tutte le attenzioni che fin d'allora furono fatte a mia madre dall'egregia famiglia del signor Damiano e dal medico, scriverei un capitolo sterminato. Vollero che io mi refocillassi cenando alla loro tavola, e inghiottii qualche boccone più per compiacenza che per bisogno che ne sentissi. Mi destinarono una cameretta accanto a quella di mia madre; e la moglie del signor Damiano s'accingeva a vegliare nella stanza contigua per farle da infermiera.

Non dirò che questo fosse troppo quanto alla padrona di casa, perchè mia madre nella medesima congiuntura avrebbe fatto lo stesso; ma io conobbi bene che la ne sarebbe rimasta mortificata e fors'anche impensierita, dubitando che il suo male fosse maggiore di quello che il medico aveva detto. Dunque io posi arditamente in campo questa ragione, e la signora Beatrice ne restò persuasa; e quando fu fatto tutto ciò che il medico aveva ordinato e parve che la mamma incominciasse a chiudere gli occhi al sonno, io rimasi solo con lei, dopo aver dovuto promettere peraltro di chiamare pel più leggiero motivo.

— E va' a riposarti anche tu, mi disse allora la mamma. Io non ho bisogno d'altro, sto meglio; anche tu sei stracco, hai sofferto. Approfittiamoci del soccorso di questi buoni amici, mandatoci proprio dalla Provvidenza. Ah! che cosa sarebbe se io mi ammalassi!

— No, mamma, non sarà nulla. Questa non è malattia. Un poco di ritardo nel viaggio; ci vorrà pazienza.

— Ma fuori di casa!... Oh! Giulio, tu sei la mia consolazione! ma infelice così presto! Ramingo in così tenera età! Io non posso far nulla per te.... — E con queste ed altre parole di grande afflizione si sfogava ad abbracciarmi e a baciarmi, bagnandomi il volto con le sue lacrime. Io come meglio potei, mi diedi a confortarla e a mostrarmi pieno di coraggio e di buone speranze. Di queste peraltro non ne avevo alcuna, e del coraggio ben poco; ma le mie parole qualche effetto produssero per calmarla; e poi conobbi, e in seguito ebbi occasione di convincermene, che a forza di figurarsi d'averne, il coraggio viene e va crescendo a proporzione del bisogno. La temerità è pregiudicevole, ma una certa fiducia nelle nostre forze ci vuole, e giova molto.

Quel libero sfogo al dolore fece sì che mia madre potesse infine addormentarsi; ed io piano piano mi collocai a sedere sopra una poltrona a piè del letto, standomi celato dietro le cortine e sforzandomi a respingere il sonno. E questa invero fu impresa difficile più che non mi sarei aspettato. Non avevo mai fatto nottate, ero stracco, indolenzito anch'io dal baroccio: dopo due ore di resistenza penosa m'incominciò a dolere il capo e a venire freddo. Nondimeno, a costo di qualunque patimento, io la vinsi, e non chiusi mai gli occhi. Per buona sorte fu inutile quanto alla mamma, perchè dormì bene per tre o quatr'ore, e nel rimanente della nottata non ebbe bisogno d'assistenza. Quanto a me poi, essendomi posto a pensare, ora seduto ora in piedi, a' casi nostri, che è il migliore espediente per vincere il sonno, ricavai dalla veglia molto vantaggio; e quella lunga meditazione mi premunì forse contro qualche futura inconsideratezza giovanile.

Benchè la mamma non fosse gravemente malata, pure il medico annunziò che la guarigione sarebbe stata assai lenta, e non volle udir parlare di viaggio. Quello già fatto, comunque breve, l'aveva posta in un gran rischio, e le forze per continuarlo, secondo lui, non le potevano ritornare che tra un mese. Quest'indugio accorava mia madre; ma il signor Damiano trovò nuovi argomenti e invigorì quelli del medico per esortarla a sospenderlo quanto occorreva e per mettere un po' in quiete il suo animo.

Il signor Damiano era stato amico di mio padre, e ben conosceva il nostro stato. Offerse dunque la sua intromissione. Come non poteva ella essere accettata? Fu deciso intanto di scrivere a Firenze ai parenti della mamma; ma a due o tre lettere scritte da lei medesima non giunse risposta. Allora il signor Damiano chiese notizie ad un suo amico, e da questo potemmo ricavare che appunto in quei giorni era morta una vecchia zia di mia madre. Questa donna le aveva sempre voluto bene, ed era stata sola a non disapprovare la partenza della nipote in compagnia del marito sventurato. Essa era piuttosto facoltosa, e mia madre avrebbe avuto diritto a ereditare una parte dei suoi averi. Ecco dunque una forte ragione per sollecitare il nostro viaggio; ma non conveniva mettere a repentaglio la salute di mia madre.

Mentre essa e il signor Damiano andavano ricercando quale fosse il miglior partito da prendere, mi venne la ispirazione di metter bocca, dicendo: «Se andassi io a Firenze potrei far nulla di buono?» — «Anzi, disse subito il signor Damiano, Giulio è franco, è avveduto, io credo che sarebbe capacissimo; lo raccomanderei a questo mio amico.... senz'altro mi sembra cosa fattibile....» Io guardava mia madre; e vidi subito che in lei combattevano, com'era naturale, due opposti pensieri: il desiderio di darmi un segno di fiducia col permettere che io ponessi a prova in questo frangente la mia capacità, e il dolore di doverci separare per molti giorni e di vedermi esposto così solo e giovinetto ai rischi d'un lungo viaggio. L'affetto e la trepidanza di una tenera madre prevalsero in principio a tutte le riflessioni; ma poi si lasciarono vincere dalla speranza che questo tentativo potesse in conclusione essere più utile a me che a lei, col somministrarmi gli aiuti dei quali io avevo bisogno. Essa non manifestò chiaramente questo pensiero, ma io lo lessi nel suo animo e nei suoi sguardi. Fu stabilito dunque che io mi sarei incamminato quanto prima per Firenze; e il signor Damiano prese sopra di sè ogni cura perchè la mia gita avesse buon esito.

La mamma peraltro non seppe che io dovevo andarvi per mare; il suo timore si sarebbe troppo accresciuto. Il signor Damiano, che sapeva essere nel porto S. Stefano una nave preparata a portare un carico di legname da costruzione a Livorno, giudicò che per quella via mi sarei potuto sollecitare maggiormente; ed essendo egli amico del capitano, mi dava così un compagno fidato fino a Livorno.

Innanzi di narrarvi la mia prima spedizione marittima, concedete che un viaggiatore in erba vi parli alquanto del luogo dov'ei si trovava quando fu preso il partito per lui memorabile d'esporlo a un viaggio di più che cento miglia sul mare.

Orbetello è una piccola città che risiede in mezzo a uno stagno marino. Lo stagno è chiuso da due anguste lingue di terra che si prolungano in mare e si congiungono al Monte Argentario; il quale senza di esse sarebbe isola; ma essendo così riunito alla terraferma, si può chiamare piuttosto penisola o promontorio. Una terza lingua si parte dalla terraferma tramezzo alle due laterali, ma non si prolunga fino all'Argentario; e sulla sua estremità è fabbricata Orbetello[30].

Lo stagno è salso e poco profondo, e vi si fa abbondante pesca d'anguille e di muggini. Orbetello è anche fortezza; e le sue mura antichissime sono dei tempi dei popoli Etruschi, composte d'enormi pietre commesse senza cemento. Il clima è dei meno insalubri del territorio maremmano, e la sua temperatura è mite a segno che vi nascono e molto si propagano alcune piante crasse dei caldi paesi affricani, come l'agave e l'aloe; gradevole è vederle mescolate ai pini e far da siepe agli orticelli.

Una mattina, prima della mia partenza, il figliuolo del signor Damiano volle condurmi a visitare il Monte Argentario, di sulla cima del quale si scorge una magnifica veduta di mare con le isolette di Giannutri, del Giglio, di Montecristo, della Pianosa e l'isola dell'Elba ch'è la maggiore dell'Arcipelago toscano. Il monte è vestito di macchie; si trovano alle sue falde alcune grotte spaziose piene di bellissime stallattiti. Scendendo alla costa si trova tra il mezzodì e il levante l'antico porto denominato Port'Ercole, che è quasi affatto in abbandono da lungo tempo, perchè inservibile alle grosse navi a motivo dei suoi interramenti. Nel lato opposto rivolto a settentrione è Porto S. Stefano; e questo nella sua piccolezza giova a quel po' di commercio che gli abitanti fanno; è frequentato da molte barche, ed ha buoni marinari. Per me che venivo da Montalto, povero e squallido paese, e che non avevo veduto altri luoghi, questi dei quali vi parlo avevano già molte attrattive; ma non sono da mettersi in confronto con le terre più popolose e più coltivate, e con le coste marittime dove ha principal sede il commercio. Se ne eccettuate la selvatica bellezza, che più non si può ritrovare in vicinanza delle grandi città, nè laddove l'industria instancabile dell'uomo toglie il naturale aspetto a tutte le cose e in mille modi le trasforma, quei paesi sono malinconici, perchè fa compassione vedervi pochi abitanti, per lo più poveri e malati e sudici e pieni d'ignoranza e di pregiudizi; casucce in rovina; terre incolte; uomini indolenti come se fossero scoraggiti; è penuria insomma di tutto ciò che si trova in un popolo quando è prosperante e incivilito. Poche sono le famiglie, che, come quella del signor Damiano, mostrano agiatezza, educazione, operosità e qualche cultura d'intelletto. Da queste alle altre passa una differenza sproporzionata, come se fossero poche piante rigogliose sparse qua e là in un campo di triboli arsi dal sole o di cespugli marciti sul margine di putride pozze. Io non potevo fare allora le riflessioni di chi ha esperienza degli ordinamenti sociali; ma ben mi rammento che mi fece molta specie vedere, soprattutto in Orbetello e nei pochi villaggi circonvicini, i fanciulli e i ragazzi starsene tutto il giorno strasciconi per le strade, giuocare, abbaruffarsi; e poi sentir fare le maraviglie allorchè domandai se vi erano scuole. Ho veduto molti altri luoghi più remoti e in apparenza più sterili di quelli, ove per altro la popolazione è meno miserabile, meno oziosa, meno sofferente. E perchè? in grazia dell'amore al lavoro, dell'industria e dell'istruzione procacciata ai ragazzi e nella scuola e nelle officine. A queste cose non può provvedere il povero da se stesso, ma ci pensano i benestanti, quelli che amministrano il patrimonio del Comune, essendo tra i loro principali doveri quello di soccorrere la popolazione, affinchè possa educarsi, istruirsi, e prosperare con l'industria. Mi parve adunque che i benestanti e i magistrati della Comunità d'Orbetello abbandonassero addirittura tutto il rimanente della popolazione alla sua ignoranza e alla sua miseria, come se quei meschini non fossero stati loro fratelli, come se migliorando la loro condizione non ne fosse poi venuto molto vantaggio anche ad essi. Ma io parlo di molti anni fa. Ora potrebbe darsi che le cose anche in quel paese andassero meglio, come meglio vanno in alcuni altri luoghi.

Fui condotto a vedere le vestigia dell'antica Ansedonia già città degli Etruschi. Sono sulla costa di terraferma, in cima ad un poggio, presso la più larga di quelle due lingue di terra che rinchiudono lo stagno. Trovansi una parte delle mura quasi sepolte fra la terra e la macchia, e anche quelle sono composte di enormi massi posati l'uno sull'altro; poco più che queste ruine rimane a memoria di un popolo celebre per cultura, floridezza e potenza. Quel popolo è estinto da molti secoli; ma la gente che viveva allora in mezzo a così vantate ruine mi parve moribonda, in uno stato di tanta prostrazione da potersi dire peggiore della morte. Ecco i funesti effetti della schiavitù, della violenza, della depravazione con cui un popolo conquistatore opprime sempre il popolo conquistato. Molte generazioni ne risentono i danni.

Lasciai mia madre molto migliorata; e questa prima separazione fu assai bene sostenuta dal suo coraggio. Mi diede alcuni savi ricordi sul modo di contenermi coi parenti: mostrassi francamente la nostra povertà, che l'esser poveri quando non deriva da imprudenza ma da irrimediabili disgrazie, non fa vergogna; fossi umile e modesto, ma senza bassezza; chiedessi che fossero sostenuti i suoi diritti per ottenere giustizia, ma usando sempre modi amorevoli, non mai ostili; badassi bene insomma di tenere in tutto quella prudenza di cui mi credeva capace: «Tu vai in una gran città, ed è la prima volta! hai pochi anni, poca esperienza.... Affidati dunque nelle persone alle quali il signor Damiano e io ti abbiamo raccomandato. Mentre il tuo amoroso zelo pel mio bene mi dà grande consolazione, io non ti nascondo che questo passo mi pare ardito, che starò in qualche pensiero.... Tu sei ora il mio solo appoggio. Se la molta giovinezza e l'inesperienza non ti concederanno ora d'essermi utile anche in questo, rassegnati: aspetteremo; non precipitiamo nulla oggi per non avere a perdere la possibilità d'ottenere qualche cosa domani. Molti altri pericoli può incontrare un giovinetto quasi libero di sè nella capitale, ma io so che un solo pensiero vi ti conduce, quello di giovare alla tua sventurata madre; sicchè non ho ragione di temerli.» Avrebbe pianto nel dirmi addio, e quando fu rimasta sola avrà pianto dicerto; ma io non vidi le sue lacrime; si studiava di mostrarsi serena. Quell'esempio di forza d'animo accrebbe il mio coraggio.

In Porto San Stefano vidi più gente affaccendata, più gaiezza, meno poveri, qualche casa con la facciata pulita, maggior numero di campi coltivati, alcuni orticelli e giardinetti con abbondanza di fiori e d'aranci; sicchè il luogo è ameno; e al primo giungervi io mi sentii ricreare. Ecco gli effetti d'un po' d'industria e d'un po' di commercio. Erano nel porto parecchie barche arrivate quello stesso giorno da Piombino e da Portoferraio, e alcune si apparecchiavano a partire; molti marinari occupati a scaricar quelle e a caricar queste popolavano la riva del porto e ne solcavano le onde con le barchette. Questo andirivieni, la varietà degli oggetti, e la vista del mare messo in moto da un buon vento di levante, mitigarono la mia mestizia, e mi fecero nascere una grande smania di pormi in viaggio.

Il capitano della nave che doveva condurmi a Livorno era in una bottega sul porto, e compieva le sue faccende con alcuni del paese. Quando vide il signor Damiano corse lietamente a noi, e guardandomi: «È questi, disse, il nostro compagno di viaggio? Va bene! Non è stato mai per mare eh? Avrà paura?» — «Per ora non credo, dissi io.» — «Tanto meglio; staremo allegri. Il vento è propizio. Domani presto, se si mantiene, siamo a Livorno.» — «Quindi parlò d'affari col signor Damiano; il quale gli consegnò alcune lettere e molti denari. Andammo a far colazione in un'altra bottega che era caffè, drogheria e merceria nel tempo stesso; e un'ora dopo, la nostra nave, denominata la Pia, era pronta per far vela. Mi piacque la franca giovialità del capitano; e quand'egli si fu congedato, e m'ebbe preso la mano, dicendo: «Andiamo dunque a far l'altalena fino a domani,» io mi sentii un'improvvisa commozione che non era nè paura nè giubbilo, ma.... io non saprei spiegarla. Mi addolorava un poco il separarmi dal signor Damiano; non vedevo l'ora d'essere sulla nave; lasciando la terra sentivo il distacco di mia madre; affidandomi al mare si risvegliava con tutta la sua forza una certa smania che sempre avevo avuto per le avventure, e che forse era nata dalla lettura della vita di Cristoforo Colombo. E vi confesserò che scendendo nella lancia per andare a bordo della Pia, mi ricordai di quell'illustre italiano e della scoperta dell'America. Non ridete, di grazia, perchè in quella reminiscenza non vi fu alcun sentimento d'amor proprio, nè vi poteva essere nemmeno nella testa d'un fanciullo; io volli soltanto venerare di nuovo il genio di quel grande, e compiangere le sventure che a lui provennero dall'ingratitudine dei potenti, e quelle che impedirono alla nostra patria di soccorrerlo e d'onorarlo com'ei meritava.

Appena che fui salito a bordo della Pia, mi fece meraviglia il cambiamento improvviso dei modi del capitano. Non era più un uomo gioviale; il suo volto non aveva più un sorriso: in quella vece, ordini pronti, severi; sguardi focosi, accigliati; poche parole, ma proferite con tono sonoro, risoluto: pareva burbero, pronto alla collera inesorabile; sei marinari della nave l'obbedivano nell'atto, senza fiatare, e ad ogni sua voce erano tutti all'erta. Io me ne stavo immobile nel posto dove il capitano m'aveva fatto cenno di rimanere. Se non avessi trovato questa osservazione tra i ricordi che scrissi in quel tempo, ora non l'avrei notata davvero; perchè ho dovuto in seguito assuefarmi io stesso a quella austerità di comando senza la quale un capitano non sarebbe o sarebbe male obbedito. Non mi pare d'esser burbero; anzi la giovialità e l'allegria mi piacciono; ma quando mi son trovato a dover capitanare una nave, sono stato costretto ad essere rigoroso. La indiscretezza e la inumanità stanno male in tutti, malissimo in chi deve farla da superiore anche nel governo d'un bastimento; ma la soverchia dolcezza, l'indulgenza, il poco vigore sarebbero difetti molto più pericolosi a bordo che in qualunque altro luogo. Il minimo indugio, la minima negligenza d'un marinaro possono mettere in gran rischio la vita di tutti e le sostanze di chi vive della mercatura. La salvezza dei marinari e dei passeggeri, la sorte delle loro famiglie, il buon andamento dei negozi d'uno o di più mercanti dipendono dal capitano. Quand'uno pensa a tanti gravi doveri e ai molti pericoli in mezzo ai quali si trova, ha bisogno di farsi animo risoluto davvero, e di poter avere molta fiducia nella sua perizia. Tutto ciò contribuisce a dargli quando è in funzione un forte sentimento della propria autorità e a valersene con molto vigore. Io che sognavo viaggi per mare e che avevo la smania d'esser capitano, ammiraglio e che so io, mi raumiliai tutto facendo queste riflessioni in alto mare sopra una piccola nave, non vedendo più altro che cielo e terra, e avvicinandosi le tenebre della notte. Egli è poi necessario che ognuno faccia quelle riflessioni che si riferiscono alla professione alla quale si crede inclinato o si trova destinato, perchè in ogni ufficio il cittadino può fare gravi danni se lo esercita male. Ho udito spesso i giovinetti esclamare: io farò il medico, io l'avvocato, io entrerò nella milizia e diventerò ufiziale, io mi metterò l'abito da prete per cantar messa, per confessare, io sarò pittore, scultore, negoziante, impiegato e via discorrendo; e molti studiando poco, e pensando meno ai doveri del loro stato, si tirano su per ammazzare i malati più presto che non avrebbe fatto la malattia, per imbrogliare le faccende nel tribunale, per essere gravosi alla società invece di difenderla, per fare della religione un mestiero venale e non un ministero dignitoso, per disonorare le belle arti, la mercatura, il servigio del pubblico nell'amministrazione dello Stato, per tradire insomma se medesimi e gli altri.

In minor tempo di quello che ci voleva a pensare e stendere un po' meglio questo lungo periodo, il buon vento che empiva le vele della Pia, facendole velocemente solcare le acque, ci condusse al largo. La nave scorreva tutta piegata dalla parte dove le vele si vedevano far seno al vento; e di quando in quando alzava ed abbassava a guisa d'altalena ora la prua ora la poppa per sormontare i lunghi gioghi dei cavalloni. Quando il capitano ebbe dato tutti i suoi ordini e riscontrato che ogni cosa andava bene, si volse a me con un lampo di quella giovialità che mi aveva mostrato sopra terra, e io volevo movermi per andargli incontro; ma per quanto mi fossi disposto a farla da franco, non potei staccare un passo senza sentirmi uscire d'equilibrio. Allora il capitano sorridendo mi stese la destra, e stringendola forte mi condusse a passeggiare seco; io lo seguivo barcolloni barcolloni badando più ai passi che alle parole; e poi mi dovei presto mettere a sedere perchè mi venne il capogiro, il sudorino freddo, e, per dirla alla buona, la voglia di dar di stomaco. «Ma,» diceva il capitano ponendomi a sedere sopra una matassa di gomena a piè dell'albero maestro, «io son contento; sei stato saldo finora; buon segno. Il mare non ti darà noia; un'altra passeggiatina più tardi, e poi a dormire sotto coperta.»

Mi lasciò lì; fece un fischio; i marinari subito al loro posto; e a forza d'altri fischi, eseguirono nuove manovre, perchè il vento si andava mutando.

Noi avevamo già oltrepassato di qualche miglio quegl'isolotti o scogli che si chiamano le Formiche di Grosseto e che sorgono dirimpetto alla foce dell'Ombrone maremmano. Il sole era vicino al tramonto. Io mi godevo una magnifica veduta; molte nebbie lontane sull'orizzonte si colorivano di porpora, o splendevano come l'argento ai raggi del sole, e la brezza autunnale investendomi di faccia mi rinfrescava e mi invigoriva. Ma dopochè «il ministro maggior della natura» si fu celato ai nostri sguardi oltre la curva della tremula marina, e le nubi che gli facevan corteggio ebbero a poco a poco perduto i loro vivaci colori e quelle fantastiche forme che ora parevano montagne ricoperte di candida neve, ora splendide e immense grotte, ora laghi di luce limpidissima con isolette di smeraldo, incominciò l'oscurità a distendersi dietro a noi, e una nebbia sottilissima e pungente ricoperse la superficie delle acque. La nostra nave aveva rallentato molto il suo corso, perchè il buon vento più non spirava, e le vele ciondolavano inoperose dai loro alberi.

Il capitano si mostrò dolente di questa inaspettata variazione del tempo, e parlando col timoniere gli disse: «Io non vorrei che una calma noiosa ci avesse a far perdere la nottata. Almeno fossimo più vicini al canale (di Piombino)! lì un po' di vento si troverebbe, e tra questo e la corrente in favore potremmo andare innanzi alla meglio. Io vedo che bisognerà aiutarci co' remi.» La Pia era una nave poco più grossa di una paranzella, quasi nuova, costruita bene, eccellente veliera, e al bisogno vi si potevano adattare i remi affinchè non fosse sempre necessario rimorchiarla con la lancia quando il vento mancava. Difatti il capitano ordinò che fossero ammainate le vele, e che i marinari facessero di tutto a forza di remi per entrare presto nel canale. Ma prima lasciò che quella buona gente cenasse, e cavò dal suo bugigattolo un paio di bottiglie di vino generoso per preparare le loro forze a una lunga remata. Quando essi, dopo aver cenato, incominciarono a vogare, il capitano chiamò a mensa anche me, e lì sopra coperta ci levammo l'appetito. Io ne avevo molto, e mi piacque assai quel pasto marinaresco. Quando venne la notte preferii di starmene sopra coperta, poichè appunto m'era proposto di non addormentarmi finchè fossi stato a bordo; tanta era la smania di vedere il mare e tutte le manovre dei marinari. Il capitano non si oppose al mio desiderio; ma perchè non fossi preso dal freddo, mi diede uno dei suoi cappotti, e poi andò a riposarsi.

Trovandomi così rinfagottato mi divenne più difficile resistere al sonno; ma ormai, dopo la nottata che avevo fatto per mia madre in casa del signor Damiano, m'ero avvezzato a domarlo, e v'assicuro io che questa abitudine può riuscire molto vantaggiosa.

Quei poveri marinari vogavano e vogavano; ma la calma era così profonda che la Pia, ad onta della sua riputazione, pareva la più infingarda tra tutte le navi che costeggiavano allora il Mediterraneo. Dopo tre ore di tanta fatica la nostra ciurma era spossata, e il capitano che non aveva potuto chiuder occhio per la stizza di così ostinata mancanza di vento, concesse ai remiganti un po' di riposo, e mandò a dormire anche il piloto prendendo sopra di sè il governo del timone. Allora mi posi a colloquio con lui, e ritrovandolo cortese come m'era sembrato sopra terra, gli feci mille domande sull'arte di navigare, per la quale mi pareva d'avere grandissima vocazione. Egli mi rispose con compiacenza, e da quanto mi ricordo, conosco ora ch'ei doveva possedere molta perizia della nautica. Discorso facendo mi parve di scorgere in lontananza, di mezzo alla nebbia, un oggetto che dirigevasi verso di noi; e siccome la curiosità mi distraeva dal colloquio, anche il capitano si volse e mi domandò che cosa io guardassi con tanta attenzione. Io gli accennai con la mano, ed egli: «Non vedo nulla. Avete voi buona vista?» — «Buonissima, risposi; e con quanti ne ho fatto paragone non ho trovato finora chi l'avesse migliore della mia.» — «Me ne rallegro; buon requisito per un nocchiero. Anch'io l'ebbi eccellente; ma una fiera flussione, l'affaticarla molto, me l'hanno indebolita.» In ciò dire ei guardava con un canocchiale che si trasse di tasca, e poco dopo s'alzò subitamente, chiamò il timoniere al suo posto, svegliò i marinari, diede subito ordine che corressero ai remi. «E vogate a distesa; bisogna entrar nel canale più presto che sia possibile; è vicino; avanti, figliuoli; io credo che ci siano gli Algerini alle spalle, avete capito? Lestezza e silenzio. Viva la Pia!» Avevano già obbedito prontamente; ma alle ultime parole io li vidi accendersi subito d'un ardore incredibile. I remi si movevano rapidissimi, e dopo poche vogate la Pia fendeva le onde come se avesse avuto il vento in poppa. Io a un cenno del capitano mi tirai in disparte. Egli disse allora non so che cosa al timoniere, andò presso i rematori, visitò tutte le corde, le gomene, ogni parte della nave; tanto egli che il timoniere avevano gli occhi continuamente rivolti a quell'oggetto che io avevo scoperto, e m'accorsi che ambedue esaminarono quasi di soppiatto le pistole che avevano ai fianchi sotto il gabbano. Io, potete figurarvi se avevo grande ansietà di sapere che cosa tutto questo significasse; e mi pareva anche d'averne un certo diritto, subitochè se non fossi stato io.... Ma il capitano troncandomi la domanda, mi prese dolcemente pel braccio, e mi condusse sotto coperta, dicendomi:

«Dovete aver sonno, dormite senza alcun timore. La vostra vista penetrante ci ha forse recato un gran servigio. Potrebbe darsi che alcuni corsari ci dassero la caccia; ma se sapessero che questa nave è la Pia, e che gli abbiamo già scoperti, si risparmierebbero la fatica. Volevano approfittarsi della calma e della nebbia per tentare una preda; ma, con altre poche vogate, questa medesima nebbia farà perdere a costoro la nostra traccia.» Mentre egli così parlava era occupato a mettere, in punto alcune carabine ed altre armi che stavano riposte sotto chiave nel suo bugigattolo; sicchè io riflettendo che, sebbene mi dicesse non esservi nulla da temere, nondimeno si apparecchiava alle difese, mi feci animo a dirgli; «E se vi fosse qualche pericolo, credete voi che io sia tanto fanciullo da sgomentarmi? Date una carabina, se c'è d'avanzo, anche a me; io so maneggiarla; mio padre, buon'anima, m'insegnò l'esercizio militare. Se vi fosse bisogno d'un aiuto al remo, eccomi qui; dianzi, col permesso del timoniere, perchè io credevo che voi dormiste, ho aiutato a remare il più vecchio dei vostri marinari, e ora so come va fatto.» — «Va bene, soggiunse sorridendo il capitano, se vi sarà bisogno di voi, io vi prometto di chiamarvi.» A queste parole mi parve d'esser diventato più alto quattro dita e robusto come un leone. Ma intanto, io diceva tra me, si tratta di fuggire. Convengo che non è vergogna fuggire quando sappiamo d'avere alle spalle dei masnadieri; ma le nostre forze sono o non sono superiori alle loro? Se potessimo catturarli noi, e liberarne il mare che infestano con le loro scorrerie, non sarebbe una gloria di più per la Pia, che va tanto fastosa del suo soprannome di snella? non sarebbe un bel servigio per gli altri naviganti? Ed eccomi al solito a fare castelli in aria di avventure, di prodezze; e tanto m'infervoravo in quei sogni, che non mi accorsi della partenza del capitano.

Dopo molto fantasticare mi ricordai di mia madre, a riflettei che se mi fossi ritrovato a mal partito con quegli Algerini ch'io avevo tanta smania d'assalire e di catturare; se avessi dovuto, con tutto il coraggio di Don Chisciotte, andare schiavo in Barberia, senza speranza d'essere riscattato, perchè mia madre era povera, ella sarebbe stata più infelice che mai, e forse un nuovo dolore e così grande l'avrebbe fatta morire. Ma di nuovo la soverchia fidanza nelle mie forze mi seduceva; e quasi avrei accusato d'ingiustizia il capitano, perchè a me, che in sostanza per aver saputo stare sveglio avevo potuto scoprire il nemico, a me si dovesse fare l'oltraggio di costringermi a rimanere acquattato sotto coperta nel tempo del pericolo. Intanto io sentivo che la Pia vogava celermente, come se le forze dei marinari fossero raddoppiate; e non seppi resistere alla tentazione di far capolino sul ponte, e vidi che uno dei rematori più stanchi era al timone, e che il timoniere e il capitano avevano preso anch'essi il remo e vogavano alla disperata. Nell'alzarmi feci qualche rumore; e il capitano mi diresse subito la parola con voce sommessa ma autorevole, dicendo: «Ancora non c'è bisogno di voi; state al vostro posto, e non fate strepito.» Tornai corrucciato a rimpiattarmi; e un eroe spartano avrebbe mosso meno querele di quelle che io feci segretamente nel trovarmi così condannato alla vergognosa figura del poltrone. Ma nello stesso tempo m'accorsi di qualche movimento straordinario sopra coperta; poi udii alcuni spari di fucile a certa distanza, e subito in risposta a quelli una scarica gagliarda di carabine dal bordo della Pia. Successe breve e profondo silenzio, tanto che io potessi accertarmi d'aver avuto paura, e persuadermi col fatto della gran differenza che passa dall'immaginare pericoli e prodezze, al ritrovarsi davvero nel cimento. La curiosità allora non fu tanto forte da vincere il mio timore; e obbedii al capitano, senza mio merito, perchè i piedi non volevano camminare. Non indugiò un altro sparo dei pirati che erano in due barche sottili e snelle; nè i nostri marinari se ne stettero con le mani alla cintola. Subito dopo questa seconda scarica della Pia, io udii molti urli disperati e selvaggi che venivano dalla parte dei pirati, e dilungandosi per la quieta superficie delle acque ispiravano terrore; ma nella Pia al contrario furon grida di giubbilo. — Vittoria! Vittoria! Sono stati colpiti! Hanno dato volta! Siamo nel canale! Ecco il vento! — Tra queste voci proferite quasi tutte in un tempo si fece sentire il fischio del capitano; tutti tacquero, e si diedero a manovrare secondo i varii ordini; furono riaperte le vele, ripresi i remi perchè ancora il vento era debole, e l'ultima cosa che mi ferisse le orecchie fu un languido eco degli ululati lamentevoli degli Algerini che si allontanavano, come il cane che guaisce fuggendo dopo essere stato percosso. Quei masnadieri, è vero, tentavano di rapirci la libertà, di predare la nave, ed erano pronti a toglierci la vita per mandare ad effetto questo malvagio divisamento; ma la loro insidia fu scoperta in tempo; le loro forze erano inferiori a quelle dell'equipaggio della Pia; e quei gemiti lugubri, che certo indicavano che alcuno di essi era rimasto ferito, forse anco a morte, mi commossero, in specie pel contrapposto dei lieti gridi dei marinari. Vedete un poco per quanti sciagurati casi gli uomini, che pur dovrebbero essere tutti fratelli, si riducono a gioire del male dei loro simili! Io ero rimasto assorto in queste considerazioni. Alzai gli occhi, e vidi di faccia a me il capitano che mi guardava sorridendo: — «Avete avuto paura?» — «Paura? No; cioè, a dir vero, sì, ma contro mia voglia.» — Lo credo; e avreste avuto desiderio di essere spettatore; ma io non lo potevo permettere. Non è questa, ragazzo mio, la prima volta che ho avuto che fare con quella canaglia; e sebbene fossi sicuro che ce ne saremmo liberati facilmente, nondimeno mi premeva troppo che voi non vi esponeste al minimo rischio. Eh! costoro possono ringraziar voi....» — «Come? Non dovrebbero anzi lagnarsene, se sapessero che la mia vista casualmente gli ha fatti scoprire un po' prima?...» — «Se voi, che avete una madre.... è egli vero? se voi non foste stato a bordo, io non gli avrei fuggiti, no. A qualunque costo mi sarei misurato con loro, e avrei cercato di sodisfare un'antica vendetta!...» Ciò dicendo il capitane fremeva, aggrottando gli occhi scintillanti di fuoco e stringendo i pugni. Poi guardò il cielo, ed esclamò sospirando profondamente: «Povero figliuolo! povera madre!» E gli vidi spuntare alcune lacrime ch'egli s'asciugò con la mano dopo essersi percossa la fronte. Io rimasi sbigottito ed afflitto; e il capitano che aveva già calmato quella subita commozione, prese a dirmi così:

«Io ero semplice pilota di una nave mercantile, avevo moglie e un figliuolo, la nostra sola, la nostra diletta creatura. Quando fu giunto all'età di sette anni incominciai a condurlo meco per mare perchè si avvezzasse per tempo alla vita a cui forse era destinato. Bello, gagliardo, coraggioso, sarebbe riuscito un fiore di marinaro. Una volta fummo assaliti dai Barbareschi; erano molti, bene armati, e ci diedero la caccia nel colmo della notte mentre la burrasca infuriava. Noi facemmo buona resistenza, e ci liberammo da quel pericolo: ma la lotta fu lunga e atroce. Tre dei nostri perirono; l'orrore delle tenebre, i tuoni, i fulmini, l'impeto del vento tra gli spari delle carabine e delle spingarde, tra le urla degli assalitori e dei feriti, avrebbero messo lo sgomento nell'animo del più ardito nocchiero. Io non potevo abbandonare il mio posto; una palla di moschetto mi colpì nel braccio sinistro, e nondimeno rimasi fermo al timone, se no avremmo fatto naufragio. Il mio figliuolo era stato messo in luogo sicuro sotto coperta, e in tutto il tempo della mischia e della burrasca io non lo vidi, nè udii la sua voce, nè dubitai che gli fosse accaduta alcuna disgrazia. Poichè i pirati furono messi in fuga e la burrasca ebbe fatto posa, potei affidare ad altri il governo del timone, e prima di medicare la mia ferita, corsi in cerca di quella povera creatura. Non lo trovai nel luogo ove doveva essere; guardai altrove; ne dimandai; nessuno sapeva rispondermi; divenni furente.... Allora uno dei miei compagni quasi piangendo mi esortò a darmi pace; mi disse ch'io l'avrei cercato inutilmente.... Ah! io non so che cosa facessi allora; perdetti il lume degli occhi e l'uso della ragione, e mi diedi a brancolare, benchè due o tre mi rattenessero a forza, in cerca delle mie viscere.... Poi la perdita del sangue dalla ferita mi fece cadere in deliquio, e mi spossò talmente che dovei pur troppo calmarmi. Seppi allora il tristo caso: il fanciullino s'era mosso dal suo ricovero per venir forse da me; un marinaro che lo vide in pericolo d'esser colpito da una palla, mentre la nostra nave per la forza dei vento si piegava tutta verso quella dei Barbareschi, corse a prenderlo per un braccio; ma in quello stesso tempo egli restò ferito, e precipitò in mare traendosi seco il mio figliuolo! Fecero gli altri ogni prova per salvarli, ma fu inutile, e mi nascosero il fatto sinchè il mio dovere mi tenne presso il timone e alla bussola. Figuratevi con che cuore io tornassi a terra, con che cuore io mi accostassi a casa! Anzi non so come la vita mi bastasse a reggere a tanto dolore, come facessero i miei compagni a frenare la mia disperazione. Pur tornai, e la mia moglie mi vide solo, e impallidì. Mosse le labbra tremanti a interrogarmi; e prima che la mia risposta fosse intera, capì che io non sarei più potuto ritornare a lei insieme col nostro figliuolo. Allora la misera madre gettando un grido disperato chinò il capo sul petto; io la sostenni perchè non stramazzasse per terra; piansi, ma ella non rispose al mio pianto; mi provai a confortarla, ma il dolore le aveva impietrito le lacrime e le parole; aveva nel viso il color della morte, nelle membra il freddo della morte; ma il cuore batteva, batteva rapidissimo, e le sue braccia stavano avviticchiate al mio corpo con una forza incredibile.

«Parve che a poco a poco la fiera convulsione si calmasse, ma niuno udì più la sua voce, nè i suoi occhi più si chiusero al sonno, ed ella guardava me solo, e me solo seguiva sempre come l'ombra il corpo, e sembrava che fosse di continuo presa dal timore di perdere anche me. Quindi non fu mai possibile dissuaderla dal venir sempre meco per mare; e la misera se ne stava nella nave seduta, immobile dovunque io la ponessi, purchè mi vedesse; poco cibo e poca acqua bastavano a nutricarla; e niuna cura avea più nè delle sue vesti nè del suo corpo fuorchè in nettezza della quale era oltremodo scrupolosa; e solo ambiva d'essere coperta d'una gonnella bianca stretta alla cintola da un nastro nero, quasi volesse significare la innocenza del figliuolo e il lutto d'averlo perduto. La terza volta che io tornai a bordo con lei facemmo lo stesso viaggio che fu per noi tanto funesto. Ma nessuno le aveva detto nè dove nè come la nostra creatura fosse perita.... Or bene, quando fummo in quel medesimo luogo, io la vidi precipitarsi verso la sponda; poi si rattenne; io ero già accorso; le mie braccia le impedirono di cadere; ma la sua vita era spenta! Forse l'immenso amore materno l'aveva fatta indovina.... Chi sa?... È stato per me e sarà sempre un mistero che io lascerò spiegare alle madri.»

Ciò detto, il capitano mi voltò subito le spalle e andò via, probabilmente per nascondermi le lacrime che tornavano a spuntargli sotto le ciglia. Poco dopo io salii sopra coperta, e lo rividi tutto occupato secondo il solito a dare gli ordini ai marinari per le loro manovre. Il vento fresco ci aveva condotti rapidamente alle viste di Livorno. Il sole incominciava a spuntare di dietro i monti. Allora con la luce mattutina io potei scorgere le coste toscane da un lato, e dall'altro le isole infino alla lontana Corsica altiera dei suoi monti elevati e scoscesi. A poco a poco distinsi il fanale di Livorno, e poi gli alberi dei bastimenti che erano ancorati nella rada e nel porto, e le molte case della città che incominciava allora a crescere a quella floridezza a cui è giunta ai dì nostri. Io non avevo fino allora veduto che borghi e castella o città così anguste da meritare poco più che il nome di castella. Potete dunque immaginarvi quanto cotal vista mi dilettasse. Basti dire che quasi dimenticai la dolorosa istoria del capitano. E quanto più la nave s'accostava al porto, tanto più io rimaneva estatico ad ammirare gli oggetti crescenti sempre in grandezza e in numero. Incontrammo alcuni grossi navigli che a vele spiegate salpavano dal porto o vi giungevano insiem con noi. Com'era divenuta umile la Pia in confronto di quelli! E nondimeno le ondate che la nostra nave facevano scendere e salire come una penna portata dal vento, davano anche a quelli tanto moto che l'enorme peso e la mole enorme parevano cosa da nulla. E spingendo poi lo sguardo in giro all'immenso orizzonte, la grossezza di quei corpi scompariva, come se si paragonasse un grano di sabbia a una montagna. Che cosa sono le opere dell'uomo a petto alla immensità della natura? Tuttavia quest'uomo col suo ingegno ardisce sfidarne le forze. Alcuni dei navigli che noi incontrammo o andavano a traversare l'Oceano, o ne venivano, preparati a viaggi di più mesi e a resistere alle burrasche. E se allora taluno avesse detto a quei naviganti: voi siete prodi, ed è impresa non lieve attraversare l'Oceano in mezzo a tanti pericoli; ma tra pochi anni una settimana di tempo basterà pel tragitto che voi fate in un mese, e senza che siano necessarie le vele, ad onta delle burrasche e dei venti contrari; e tutto questo con l'aiuto del semplice vapore dell'acqua bollente!... costui sarebbe parso per lo meno un visionario. Or voi vedete, nipoti miei, come l'ingegno dell'uomo sappia valersi della forza del vapore per far più rapide le comunicazioni dei popoli, delle cose e delle idee! E chi sa quali altri mirabili trovati sorgeranno anche prima che voi siate vecchi! Che cosa potete ricavare da queste riflessioni? Pensateci un poco; io non farò che domandarvi se l'ozio, la ignoranza, la pigrizia, cose pessime e dannose sempre, non arrecheranno anco maggior vergogna e maggiore scapito in mezzo a tanto progredire della civiltà dei popoli!

La Pia era per entrare in porto; le vele furono ammainate, e l'àncora fu gettata tra la prima fila dei navigli, dove n'erano alcuni tre o quattro volte più grossi del nostro. Due ore dopo aver preso pratica nel porto, il capitano mi condusse a terra con la sua lancia, e andò pe' fatti suoi, abbracciandomi e dicendomi addio. In quel commiato, che anco per me fu doloroso, conobbi bene che il valente uomo s'intenerì pensando di non aver più un figliuolo da abbracciare al ritorno dai suoi viaggi.

Per terra.

Il signor Damiano m'aveva dato una lettera per un banchiere di sua conoscenza, affinchè questi mi agevolasse il modo di proseguire il viaggio da Livorno a Firenze. Io andai subito, col fardelletto dei miei panni sotto braccio, in cerca di questo banchiere; e strada facendo vidi la Darsena e il Cantiere ov'erano gran numero di navi d'ogni misura e di varie forme che venivano racconciate o costruite. Lo strepito dei lavori, l'andirivieni dei marinari, dei lavoranti, dei negozianti, l'attività che si vedeva in ogni angolo, era per me spettacolo nuovo e incantevole. Se non avessi avuto il pensiero d'affrettarmi per le faccende di mia madre, sarei stato lì tutta la giornata. Comperai una libbra di pane ed alcune frutta, e mi vi trattenni, girellando, il tempo soltanto che occorreva a fare la mia colazione. Ma il diletto di quella vista rimase presto angustiato da un incontro che mi fece orrore. Due uomini vestiti di panno grossolano, e senza calze e con in capo un berretto dello stesso colore del vestito, venivano innanzi legati ambedue a una stessa catena di ferro che, pesante e grossa e attaccata con un anello al piede destro dell'uno e al sinistro dell'altro, cigolava strascicando sopra il terreno. Un aguzzino armato di carabina li guidava. Dimandai a chi mi era vicino: «Che è questo, e perchè?» E quegli maravigliato della mia ignoranza: «Son galeotti, mi rispose; hanno fatto del male al prossimo e sono condannati, quale per pochi, quale per molti anni o per tutto il rimanente della vita, a portarsi dietro quella catena e a lavorare ai lavori pubblici sotto la vigilanza d'un aguzzino. Quella là (e m'additava la rocca della Fortezza Vecchia) è la loro carcere, giù in fondo nei sotterranei del torrione.» Con grande repugnanza guardai in viso a quegli sciagurati; il più vicino a me era vecchio; girava attorno lo sguardo così francamente come se fosse stato libero al pari di noi, come se la memoria del suo delitto, come se la infamia pubblica alla quale era esposto, più non lo toccassero da gran tempo. L'altro era più giovine, più estenuato, più pallido, e andava a fronte bassa, con gli sguardi aggrottati. Mi fece ribrezzo la inverecondia del primo; restai commosso dalla vergogna feroce del secondo. Pensai che questi poteva avere ancor vivi i genitori, poteva aver qualche fratello, qualche sorella, fors'anco era marito! Sciagura, afflizione ineffabile per la sua famiglia! Stavano lì attorno parecchi ragazzi.... Questo esempio terribile sempre sottocchio, io pensava, li terrà a dovere; sapranno che dalle colpe leggiere uno si può grado a grado ridurre a commettere i delitti più gravi.... Ma intanto alcuni di quei garzoncelli giocavano e si accapigliavano, trattandosi di ogni vituperio e bestemmiando, e ne vidi perfino uno che colse il destro di rubare una frutta al rivendugliolo dal quale io avevo comperato la mia colazione. Dunque ho sbagliato, pensai, a credere che l'esempio di un gastigo tremendo.... Ah! forse l'abitudine gli toglie ogni efficacia; questo spettacolo miserando rattrista i buoni cittadini, ma diviene indifferente per quelli che sono volti a mal fare, ed anzi inferocisce i loro costumi quasi selvaggi. Io credo poi che assai più dell'esempio del gastigo sia profittevole la buona educazione; che anzi, ove questa manchi, quello sia piuttosto dannoso, o per lo meno inutile.

Io mi allontanavo tutto sconfortato da quel luogo, allorchè mi abbattei a vedere allo scalo due barcaruoli che si contendevano a chi dovesse condurre un passeggiere. Il più giovine diceva all'altro: «Io son venuto prima di voi, e sono stato chiamato: dunque uscite di qui e non mi levate il guadagno. Non è vero, signore, volgendosi al passeggiere, non ha chiamato me?» — «Non posso negarlo,» rispose quegli. Allora l'altro barcaruolo che era vecchio, abbassò il capo con segno di mestizia, e si mosse in silenzio per allontanarsi. «Ma no, riprese il giovine staccandosi dalla riva con una vigorosa remata, buscatela voi questa mancia; voi siete vecchio e avete famiglia, e oggi c'è scarsità di passeggieri. Io son solo e giovine; posso aspettare.» E se ne andò via lesto canterellando a guisa di spensierato, e allegro, secondo me, per aver fatto una buona azione. Anche il vecchio mi parve intenerito, e lo ringraziò come potè da lontano, mentre l'avventore scendeva nella sua barca. Questo fatto valse a dissipare in parte la mestizia che dalla vista dei galeotti m'era venuta addosso.

Il banchiere che io cercavo non era in Livorno. Alla risposta secca secca che mi fu data: «È partito,» io non seppi fare altro che andarmene alquanto confuso. Avrei potuto chiedere d'alcuno della sua famiglia, del suo ministro di banco; mostrare la lettera aperta che m'era stata data per lui.... Ma insomma io feci lo stolido, perchè non avevo antiveduto il caso di non trovarlo; e fors'anco per la sorpresa che a me, non avvezzo a vedere mercanti, banchieri e molta gente affaccendata, recarono le varie persone che andavano e venivano da quel banco, e la gran quantità di monete che erano schierate sopra un tavolone nella stanza del banchiere. Certo che in quel luogo nessuno mi aspettava, nessuno poteva badare a me, non sapendo chi io mi fossi, nè da chi raccomandato, nè perchè in cerca del banchiere. Toccava a me a chiedere che altri invece sua potesse leggere la commendatizia del signor Damiano, e darmi quelle istruzioni di cui avevo bisogno per continuare il viaggio.

Io sapevo soltanto che avrei fatto bene a sollecitarmi e a spender poco. Trovai in piazza alcuni vetturini che offrivano posti in carrozza per Pisa, per Firenze e per altri luoghi, annunziando d'esser pronti a partire. Io per approfittarmi della occasione, fissai subito con uno di essi per salire a cassetta e spendere il meno che fosse possibile. Ma, aspetta, aspetta, il vetturino, con una scusa o con l'altra, mi teneva a bada. Non era vero che la sua carrozza fosse già piena: ed egli indugiava per trovare altri passeggieri. Allora io mi tenni sciolto dall'impegno, mi feci insegnare la porta di dove bisognava muovere per Firenze, e mi proposi di camminare a piedi finchè non mi fossi stancato.

Alla porta i gabellini[31] mi fermarono per fiutare i poveri panni del mio fardelletto, e mi fecero molte interrogazioni, e d'onde venivo, e dove andavo, e a che fare.... Alle quali risposi francamente, perchè io non ero nè uno sfaccendato nè un profugo, non senza peraltro maravigliarmi che coloro volessero o dovessero sapere a puntino i fatti miei.

Allora mi diedi a battere di passo lesto la strada maestra, dilettandomi assai di guardare la pianura, le case, i monti lontani, i campi coltivati, che quanto più io m'allontanavo da Livorno, tanto più floridi e ameni mi comparivano. E più mi rallegrò la vendemmia. M'accompagnai con un contadino che recava le bigoncie cariche d'uva; due o tre fanciulli lo seguivano facendo il chiasso. Il buon uomo vedendomi piuttosto accaldato dal camminare e molestato dalla polvere, mi offerse alcuni grappoli d'uva. Io accettai volentieri il donativo, e fu proprio opportuno. Così festeggiavo anch'io la vendemmia, e mi crescevano le forze per arrivare prima della notte a Pisa.

Strada facendo vedemmo venire contro a noi di galoppo un cavallo focoso attaccato al calesse e guidato da un giovine, come suol dirsi, sgargiante. Il contadino tirò da parte il carro, e chiamò a sè i fanciulli; anch'io corsi a prendere per la mano il più piccino; eravamo già tutti riparati; ma il giovine non badando a noi, e seguitando a correre a rompicollo, ci strinse addosso il calesse con tanta furia che a mala pena io mi potei salvare saltando nel fosso insieme col fanciullino. Allora suo padre, dopo avermi ringraziato con molto affetto, d'essermi preso cura del suo figliuolo, lanciò veementi querele contro quel giovine, e mi narrò che era un cattivo soggetto, che aveva dato noja e fatto del male a molti, che per la smania di spassarsi coi cavalli e di spendere alle feste e alle osterie co' suoi compagnacci, s'era ridotto povero, e lasciava languire nella miseria sua madre vecchia, vedova e malata; tutti in quei contorni avevano da lagnarsi di lui; e il contadino finì con dirmi: «Quello sciagurato anderà prima o poi nelle mani della giustizia, e la sua povera madre ad accattare.» Poi si accomiatò voltando il carro nella viottola della sua casa.

Contuttochè io fossi addolorato dal pensiero di quella madre infelice, non potei liberarmi da un sentimento d'amor proprio ponendomi a confronto col giovine dissipatore. Che differenza passa tra me e lui! io diceva. Egli per godere, impoverisce la madre e l'abbandona; io per ispender meno vo a piedi, mi contento di mangiar pane e di bevere acqua, e via discorrendo. Manco male che invece d'inorgoglirmi di quello che in sostanza altro non era che un adempimento del mio dovere, mi trovai anzi vie più animato a far di tutto per riuscire utile a mia madre e per mostrarle il grande amore che nutrivo per lei

Entrai in Pisa sul far della notte. Questa città, quasi disabitata, mi cagionò da prima una certa malinconia, in specie ripensando a Livorno che nella sua Darsena e nella Via Grande[32], è così gremito di gente. Ma, quant'è bello, veramente maestoso il Lungarno pisano! Più volte avevo udito celebrare la Cattedrale, il Campanile pendente, il Camposanto: e benchè fossi stanco e quasi affamato, mi feci insegnare la via che conduce a quei monumenti, e strada facendo mangiai un pezzo di pane comprato dal primo fornaio che vidi, e bevvi a una fonte. Essendo già sera, la Cattedrale, il Camposanto e il Battistero erano chiusi. Mi contentai di contemplarne l'esterno, girandovi attorno più d'una volta: ed essendomi aggrappato ai cancelli di ferro del Camposanto, potei abbastanza vederlo anco dentro, perchè la luna illuminava il bellissimo porticato. La solitudine e il silenzio di quella vasta piazza appartata dal rimanente della città, la grandezza maestosa degli edifizi, ed erano i primi che io vedessi, m'esaltarono tanto che non trovavo il verso d'allontanarmene. Anzi mi posi a sedere sulla soglia della porta di mezzo del Duomo; e allorchè, dopo aver guardato a bell'agio il Battistero che mi rimaneva di faccia, volli alzarmi per andar via, le congiunture indebolite e indolenzite dalla stanchezza non volevano più obbedire. Allora mi adagiai: appoggiai il capo sul mio fardelletto, e il sonno mi prese con tanta forza che quella volta mi fu impossibile di resistere. Io avevo già fatto una buona dormita quando una voce roca e una percossa di bastone mi svegliarono all'improvviso. Aprendo gli occhi rimasi abbagliato dalla luce di una lanterna, senza poter vedere chi fosse colui che me la cacciava sotto il naso. Sulle prime credei di sognare; poi un po' di paura, il freddo della notte che m'aveva intirizzite le membra, il dolore della bastonata, la roca voce che tornava a domandare: «Chi siete voi? Che cosa fate qui?» e una mano robusta che mi ghermì il braccio furono bastanti a persuadermi che io dovevo essere sveglio. Alle ripetute interrogazioni risposi: «Fate prima sapere a me chi vi ha dato autorità di svegliarmi col bastone, di chiedermi il nome, di sapere i fatti miei, di tenermi così stretto....» — «Meno discorsi! io sono la pulizia in persona.» — «Me ne rallegro tanto, ma i vostri modi, e questa lanterna affumicata, mi danno poca aria di pulizia.» — «Qui non si scherza. Avanti! (e vidi comparire altri due uomini che come il primo avevano il bastone e le sciabole alla cintura) bisognerà condurre in arresto questo mariuolo!» I due uomini mi presero per le braccia con maggior furia dell'altro; io credevo che volessero troncarmele. Intanto il loro caporale s'impadronì del mio fardello. «Adagio! esclamai allora con risolutezza. Io sono un ragazzo onesto; quella è roba mia; dormivo qui per non spendere alla locanda, e perchè questa bella piazza mi piace più d'una camera. Vi darò altri schiarimenti se siete proprio la polizia; ma in nome di una signora così rispettabile, lasciatemi libero. Come potete voi pretendere che uno dica le sue ragioni con le braccia legate?» — «Queste son ciarle; voi non m'infinocchiate. Avanti, avanti; dal Commissario: lì il gastigamatti ti farà rispondere a tono, monello! Eh! tu vorresti fare il dottore: ma noi....» E per farla breve breve, costoro mi condussero in una stanzuccia terrena, puzzolente, dov'erano alcuni altri dei loro compagni, parte addormentati, parte a giuocare fumando e bevendo. Io rimasi più stordito che impaurito, immobile e silenzioso; senza curarmi dei sospetti ingiuriosi che essi facevano sul conto mio, e solo tenendo continuamente d'occhio il fagottino dei miei poveri panni. Venne la mattina, e coloro mi condussero, come dicevano, al Commissariato, tenendomi, al solito, per le braccia, passando in mezzo alla gente che mi guardava maravigliata e con ribrezzo, come se fossi stato un malfattore. Io peraltro camminavo franco e a testa alta, perchè certo non mi pareva delitto l'essermi addormentato di notte sopra la soglia del Duomo. Eppure mi toccò a sentirmi dire dietro le spalle: — Vedete quella birba con che sfacciataggine se ne va in mezzo ai birri! — Cospetto! pareva dunque che il mio delitto consistesse nel trovarmi in mezzo ai birri! che la loro compagnia soltanto mi facesse colpevole! Ma avrei potuto rispondere a chi mi giudicava con tanto rigore, che io non l'avevo davvero nè desiderata nè accettata volentieri quella spiacevole compagnia! Dopo lungo aspettare nell'anticamera del Commissario, i birri furono introdotti meco al suo cospetto e gli narrarono come e dove e quando mi avessero trovato, e che io non aveva voluto render loro ragione dell'esser mio. Il Commissario era vecchio, burbero, vestito di nero, e se ne stava seduto sopra una poltroncina ricoperta di pelle, davanti a un tavolone pieno di scartafacci, con la corda di un campanello tra le mani. Credo che al mio arrivo si mettesse anco maggiormente in sul serio; e: «Così presto, esclamò, voi vi trovate sulla strada della galera?» Questo brutto saluto mi spiegò in parte il mistero, e dubitai subito che coloro m'avessero preso per un ladroncello. Allora vidi che bisognava usare molta prudenza, perchè l'equivoco non avesse a farmi perdere il tempo a danno di mia madre. Chiesi con buon garbo, ma francamente, perchè la coscienza m'assicurava, che i birri posassero sul tavolone i miei panni, e mi lasciassero solo col signor Commissario, essendo io pronto a dire i fatti miei, ma all'autorità superiore, non ai subalterni. Prima il Commissario mi guardò sorpreso, interrompendo la faccenda col soffiarsi il naso; poi diede un colpo sul tavolino facendo traballare la scatola del tabacco che era lì semiaperta; e poi ordinò ai birri d'allontanarsi. «O sentiamo, aggiunse quando fummo restati soli, sentiamo che cosa hai da dirmi con tanta franchezza.» E quasi che egli temesse qualche insolenza, pose in tirare la corda del campanello, a guisa della sentinella che imposta il fucile contro chi fa mostra di accostarsi per aggredirla. Io allora mi posi a spiegargli pacatamente l'esser mio, il perchè del viaggio e dell'essermi addormentato di notte sulla soglia del Duomo, e gli mostrai le lettere che avevo, e gli apersi il fardello dei panni dov'erano un giubbino usato che stava bene al mio dosso, e le camicie segnate della mia cifra, tutti riscontri che confermavano a puntino la verità delle mie parole. Avrete visto l'acqua allorchè bolle nella pentola: se il soffietto non mantiene acceso il fuoco movendo l'aria, i tizzoni si cuoprono di cenere e si spengono, il bollore a poco a poco cessa, l'acqua si ferma, si raffredda.... Così il Commissario: dopo il primo impeto che era dipeso dal credermi qualche mariuolo matricolato, incominciò a calmarsi gradatamente alle mie parole, rallentò la corda del campanello, raccolse, senza guardarmi sospettoso, il tabacco versato, servendosi di uno zampetto d'agnello; e baloccandosi ora con lo zampetto ora con la penna, alla fine mi disse che potevo andarmene, ma che non mi esponessi più a farmi arrestare dai birri scegliendo per letto la soglia di una chiesa. Io peraltro gli domandavo perchè coloro mi avessero subito creduto colpevole. Egli non volle rispondermi altro che avevo fatto male a lasciarmi sorprendere dal sonno in quel luogo; e ordinò che mi lasciassero andare, dicendo che non aveva tempo da perdere coi ragazzi.

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Il mio primo e solo pensiero fu allora quello di andarmene prestamente da Pisa; e incontrando qualche vettura che mi pareva indirizzata per la via di Firenze, mi posi a guardare se fossevi posto per me a cassetta. Tra i vetturini riconobbi quello che mi aveva promesso di condurmi via da Livorno: mi feci vedere, ed egli stesso mostrò di ricordarsi di me, e m'interrogò se avessi voluto andare a Firenze. Ora che vi vedo colle briglie in mano, risposi, posso credere che partiate subito. Salii a cassetta, fissai il prezzo, e i cavalli si mossero.

Fin allora il tempo era stato buono; ma presto incominciò a rannuvolarsi e poi a piovere, e l'acqua mi bagnava dal capo ai piedi, nè io potevo scorgere la campagna perchè era tutta ricoperta dalla nebbia. Intanto fra i compagni di viaggio che erano in carrozza nacque un contrasto curioso. Un giovine incominciò a lagnarsi col vetturino che i cavalli andavano troppo adagio; disse che aveva furia, e promise al vetturino grossa mancia se si fosse affrettato. Ma v'era un grassone il quale al contrario si raccomandava perchè i cavalli camminassero lentamente; diceva d'aver contrattato il posto a quel patto; essere necessaria molta cautela con bestie irragionevoli e in carrozza sconquassata; e senza voler confessare d'aver molta paura, ne mostrava tanta da fargli vergogna. I posti di dietro erano occupati da due donne, l'una giovine e l'altra attempata: la somiglianza ed altri indizj davano a conoscere che fossero madre e figliuola. In quella contesa stavano silenziose, imparziali, impassibili: anzi la figliuola s'addormentò, e mi parve che sua madre l'avesse caro, perchè il vetturino bestemmiava, infastidito dalla pioggia e dalle querele dei due contendenti che ogni poco si sentivano gridare dal fondo della carrozza: «Presto! poltrone! Non ti darò nulla di buona mano se tu mi servi così male! Già se tu fossi qualche cosa di buono tu non faresti il vetturino!....» ovvero: «Adagio! Discrezione! Le mie povere spalle! ci romperemo il collo! Come sto male in questo luogo! Ogni scossa mi fa patire; or ora do di stomaco! Vuoi tu obbedirmi? Pago anch'io! Che razza di gente! senza carità del prossimo!...» E veramente quel piato continuo era noiosissimo, mentre poi il vetturino mandava i cavalli del solito passo senza dar retta nè all'uno nè all'altro. Sicchè io m'immaginavo che tal molestia dovesse durare sino a Firenze; ma quella signora, fosse accortezza o caso, trovò il verso di far chetare almeno il grassone, dicendogli con molta gentilezza: «Se a lei fa male stare in quel posto, io le posso cedere il mio;» e accompagnò l'offerta con l'atto di alzarsi. Ed egli accettò subito, si sdraiò nel posto di dietro accanto alla fanciulla e non aperse più bocca. Pareva che tutte le sue querele fossero state rivolte a ottener quel favore senza chiederlo.

La pioggia continuava. Quella signora che nell'alzarsi m'avea visto a cassetta, abbassò un poco il cristallo per offerirmi il suo ombrello, dicendo che se m'avesse veduto prima avrebbe chiesto agli altri il permesso di farmi entrare in carrozza. Io la ringraziai, perchè la pioggia non era poi tanta da cagionarmi molto incomodo, e pareva che fosse per cessare. Infatti un po' di sole si scorgeva di mezzo alle nuvole diradate, e presto comparve l'iride; e io tutto intento a guardare la campagna, non pensai più nè al fradicio che avevo addosso nè ai viaggiatori. Pareva che la pioggia avesse fatto rinverdire la terra, e le goccie tremolanti sui cespugli delle siepi si dipingevano al sole di vari colori fulgidissimi. I contadini tornavano sui campi al lavoro, gli animali a pascolare o a sollazzarsi; e la brezza fresca ispirava lieta vivacità nell'animo e invigoriva le membra.

Giungemmo a Ponte d'Era sull'ora di desinare. I miei compagni di viaggio entrarono in un albergo; io saziai l'appetito con poca spesa secondo il solito, e passeggiando lungo una stradella ombrata e solitaria. Nello scendere di carrozza, tanto io che le signore che stavano dentro fummo salutati da un tale che io non conoscevo. Costui mi ricomparve innanzi nella stradella, mi fece di berretta, e mi domandò: «Come sta di salute la signora contessa?»

— «La signora contessa? Non capisco.» — «O lei signoria non è il figliuolo di quella signora che ho salutato dianzi?» — «No.» — «Oh scusi. E non sa chi la sia?» — «Nemmeno.» — «A dire! poveretta! Quella signora, lo vede, è una contessa, niente meno. Il suo marito e lei erano ricchi sfondati, e avevano giù di qui due fattorie, fior di poderi. Il conte, giovane vanesio, senza giudizio, sciupò tutto il suo patrimonio, la dote della moglie, si ridusse al verde, e poi se l'è battuta fallito marcio, e non si sa dove sia. Ora, povera signora, l'ha appena da campare; prima l'andava in una bella carrozza, ora in vettura; prima un visibilio di servitori, cameriere, gioie, feste.... e ora servirsi da sè! Che rovesci in questo mondo! E io.... anch'io son rimasto canzonato da quella birba del suo marito. Ho un credito di qualche cento di lire.... Ma sì! bisogna farli persi. Sono andato in tribunale, ho speso.... Tutti gettati. Guai a chi ha che fare coi procuratori e coi tribunali!»

Se io non avessi mostrato premura di tornare alla locanda per non rimanere a piedi, il facile parlatore mi avrebbe narrato tutti i fatti suoi e degli altri. Ci volle proprio il chioccare della frusta del vetturino perchè io mi potessi togliere da quell'incontro.

Giunsi alla vettura mentre i miei compagni di viaggio rimontavano dentro: il grassone fu il primo e prese subito, senza far complimenti, il posto che gli era stato ceduto dalla contessa. La fanciulla peraltro pregò la madre a starsene di dietro invece sua; e così continuammo il viaggio. A me parve ora che la cortesia usata dalla contessa a colui fosse anche più meritoria, considerando che era stata avvezza a tutti i suoi comodi. La disgrazia intravvenutale mi commoveva molto, e forse maggior mestizia venivami dal pensare a quella giovinetta nata nelle agiatezze, e così presto caduta senza sua colpa nella miseria. Le nostre vicende si rassomigliavano molto, e ciò valeva ad accrescere la mia simpatia per la madre e per la figliuola. Anzi mi figurai che la disgrazia dovesse essere stata per loro assai più dolorosa che per mia madre e per me. La cagione era ben diversa. Mio padre non aveva commesso azioni che lo disonorassero, mentre il conte aveva rovinato se stesso e la famiglia per effetto di mali portamenti. La colpa era tutta sua, è vero, ma gli uomini sogliono disgraziatamente confondere spesso l'innocente col reo, e forse la contessa e la sua figliuola potevano ritrovarsi a sopportare umiliazioni non meritate.

Tra questi pensieri suscitati dal racconto dell'incognito mi tornò alla memoria anche ciò che egli aveva detto dei procuratori e dei tribunali, e del guaio d'aver che fare con essi. Io che sapevo d'esser raccomandato a un procuratore pel caso che fosse necessario invocare l'aiuto della legge per far riconoscere i diritti di mia madre, quei diritti che erano ormai la nostra principale speranza, rimasi molto sconfortato. Ma infine dovei rassegnarmi con la solita canzone: — Vedremo; sarà quel che sarà. — intanto due dei compagni di viaggio parevano addormentati: il grassone, cioè, di sicuro, perchè russava da sentirlo in distanza di molti passi; il giovine poi mi dava a credere d'aver imitato quello, perchè non si udiva più sgridare il vetturino della troppa lentezza. E questi, a dir vero, lasciava andare i cavalli a bell'agio, tantochè anch'egli fu preso dal sonno; ed io ero per isvegliarlo, quando mi trovai precipitato nel fondo di un fosso, col vetturino sopra la mia persona, e sopra di noi la carrozza trabaltata e la testa del grasso penzoloni dallo sportello, e strepitante in sì disperato modo che pareva fosse in mezzo al fuoco; ei ricopriva con le sue urla i gridi delle signore, le bestemmie del vetturino e quelle del giovine.

Per buona sorte i cavalli si fermarono appena che la macchina che si traevano dietro non potè più rotolare sui terreno. In mezzo allo strepito e allo scompiglio mi riuscì di scaturire dalla fossa, e di mettermi davanti ai cavalli finchè non ebbe potuto venir fuori anche il vetturino per staccarli. Un bifolco accorse a noi; aprimmo lo sportello rimasto per aria, e aiutammo il giovine a saltar giù; poi la contessa e la sua figliuola. Esse erano un po' turbate, ma assai meno di quello che io mi fossi immaginato, nè si dolevano d'altro che di leggiere contusioni. Ardua impresa fu quella di scarcerare il grassone. Ei s'era ostinato a voler uscire per di sotto nella fossa, ma il suo corpo madornale non poteva passare dalla sola apertura del cristallo, ed era rimasto a contrasto senza potersi muovere nè in su nè in giù; sbuffava e gemeva e urlava da far compassione alle pietre. Aveva le mani e la faccia imbrodolate di fango, e gridava misericordia perchè si sentiva soffocare. Ci vollero gli sforzi riuniti di tutti; e soltanto dopo una fatica di mezz'ora, adoperando scale, funi e bastoni, potemmo tirarlo su pei piedi che era più morto che vivo, dalla paura peraltro e dal continuo strepitare che aveva fatto. Le sue membra erano affatto illese, benchè fosse cosa orribile a guardarlo da quanto lo deturpavano il fango e gli occhi stralunati e il naso impeperonito[33] e la bocca ansimante lorda di bava e di melletta.

Nel tempo che il vetturino rialzava e racconciava la carrozza andammo tutti nella casa del bifolco che era accorso a darci aiuto. Il suo invito fu tanto cortese, con poche ma franche e sincere parole, che non indugiammo ad accettarlo; ei ci offriva non solo ricovero per aspettare di poter riprendere il viaggio, ma anche il rinfresco se ne avessimo avuto bisogno; rinfresco, com'ei diceva, da povera gente, ma condito da buon cuore.

Quando ci ebbe condotti in casa, tornò subito via por chiamare la sua donna che era nel campo, e per tornare in soccorso del vetturino. In quella sollecitudine il buon uomo non ci aveva nemmeno guardati bene in viso; ma questo potè fare la sua moglie, garbata e amorosa quanto lui. Io mi accorsi che rimase alquanto sorpresa dall'aspetto della signora; poi si fece animo e le si accostò dandole una sedia, e con parole tronche le fece capire che le pareva di conoscerla.... Allora la contessa, con festosa e benevola accoglienza le disse: «No, cara Teresa, non vi siete ingannata.» E la Teresa tutta commossa fino alle lacrime voleva baciarle la mano, inchinarsele.... La contessa non lo permise, le strinse la destra, la ringraziò della memoria affettuosa che serbava di lei, e si pose tranquillamente a discorrere della trabaltatura e d'altre cose di minor conto. Ma vidi bene che la contessa e la sua figliuola erano anche più commosse della Teresa, benchè cercassero di nasconderlo. Quel podere un tempo, ed altri all'intorno e la prossima villa, facevano parte delle ricchezze del conte. Tutto era stato venduto pei creditori. Quella famiglia colonica aveva visto la contessa nei giorni lieti quando il fasto la circondava....

Che divario dalla signora padrona d'un tempo! Eppure la Teresa la chiamava sempre padrona e certamente con più affetto di prima. Io pensai che per quelle due donne ci volesse non poca virtù in simile incontro per non comparire nè stoltamente orgogliose del passato lustro, nè vilmente umiliate dalla povertà che le angustiava. Infatti io credo che una delle cose più difficili per l'uomo sia quella di saper mantenere la propria dignità nei mutamenti della fortuna. I beni, i favori di questa vanno e vengono; ma l'animo deve essere superiore ai suoi capricci. Noi nasciamo nudi ed eguali; i nostri sentimenti non si devono formare sulla diversa qualità delle vesti che ci ricuoprono. Le ricchezze sono desiderabili e utili finchè danno modo a chi le ha di far del bene; ma non lo differenziano dagli altri, se non che per le azioni. E poi anche i poveri sono capaci senza di esse di far del bene agli altri. Quel contadino che ci soccorse, che ci ospitò, che, anco senza riconoscerla, recò servizio a quella signora che era stata sua padrona, ne è prova. E quanti esempi di generose azioni non si vedono dare tutto giorno da coloro che vanno coperti delle vesti del povero! Chi più pronto di essi a mettere a repentaglio la propria vita, che per lo più è il loro solo patrimonio, per salvar quella di chi si sia?

La carrozza era stata rimessa in bilico sulle sue quattro ruote, e i cavalli, povere bestie, aspettavano prima di muoversi che fosse di nuovo carica del nostro peso; e quello del pingue, era da metterli a prova! Se non che egli aveva poca voglia di tornare a chiudersi in quel pericoloso bugigattolo ambulante. Strada facendo ci venne alle orecchie, portato dagli sbuffi del venticello della sera, un dolce suono di lieta musica, e fra gli alberi di una collinetta vedevamo brillare alcune faci che avremmo prese per lucciole se fosse stato di luglio. Lassù risiedeva la villa appartenuta un tempo alla contessa. I nuovi padroni avevano apparecchiato la festa di ballo e la cena sontuosa, l'orchestra accordava gli strumenti, e il giardino incominciava ad essere illuminato. Così all'arrivo della contessa, quand'ella era padrona del luogo, soleva il giardino risplendere di mille faci, e le vispe contadinelle recando mazzi e ghirlande di fiori andavano incontro alla padrona, e la salutavano con giulivi canti. Il grasso narrava queste cose per averle udite magnificare dai suoi compagni, e conosceva i nuovi proprietari e ne vantava la splendidezza. Quindi gli parve miglior consiglio fare una tappa alla villa, che proseguire il viaggio col rischio di trabaltare un'altra volta. La paura e il travaglio l'avevano spossato. Il vetturino lo lasciava andare purchè gli pagasse il prezzo pattuito per tutto il viaggio. Ma colui non volle, dicendo di aver pagato per andare a Firenze, non per ritrovarsi in una fossa. La contesa fu breve; perchè quegli s'incamminò alla villa, e il vetturino salì a cassetta brontolando, e sfogandosi con irose frustate ai poveri cavalli che non avevano colpa nell'accaduto. Io fui invitato dalla signora a sedermi in carrozza, giacchè v'era posto, e accettai la gentile offerta. Il contadino non volle alcuna ricompensa, nè potè riconoscere la contessa perchè questa aveva il viso coperto dal velo, e già era buio. Nondimeno ei rimase fermo sulla strada e col cappello in mano, finchè non avemmo fatto qualche cento di passi. La moglie gli avrà poi palesato chi fosse quella signora; e allora gli sarà sembrato atto d'orgoglio il non essersi ella da se medesima data a conoscere a lui? ovvero sentimento di discretezza per non affliggerlo con la ricordanza, del suo impoverimento? Io per me posso asserire che non mi parve di scorgere in quella signora ombra d'orgoglio, ma sì molta dignità nella sua disgrazia: e la figliuola, ingenua, gracile, bella, modesta, ritraeva in tutto dalla madre. Esse ignoravano che io avessi saputo qualche cosa dei loro fatti dall'incognito di Pontedera. Quando furono in carrozza m'accorsi che avevano fino allora fatto un grande sforzo e molto sofferto per reprimere la loro commozione. Stavano taciturne: ma i loro sguardi scambievoli dicevano più assai delle parole, e la madre capì che v'era bisogno di far coraggio alla figliuola, perchè questa non lasciasse sgorgare dagli occhi le lacrime del pianto interiore, e le fece questo coraggio stringendole la mano e sorridendo, come chi si rallegra con taluno che sia scampato di fresco da qualche pericolo.

Il giovine che era in nostra compagnia ci lasciò quando fummo giunti a Empoli. Esso aveva barattato con noi poche parole sul fatto della trabaltatura, sfogandosi a dir male del vetturino e raccontando altre simili avventure.

Poichè ci trovammo in tre, e l'oscurità della notte non ci permetteva di scorgere le fertili campagne, le colline coperte di boscaglie, l'Arno chiuso nelle strette della Gonfolina, i villaggi e le castella che fanno popolose le sue sponde, la signora attaccò discorso con me, e senza mostrare curiosità indiscreta dell'esser mio mi diede animo di palesarle lo scopo del mio viaggio. Allora dovè conoscere anch'ella quella certa somiglianza che passava tra i nostri casi, e mi dimostrò molta benevolenza, e si compiacque a sentirmi noverare le virtù di mia madre. Io mi figuravo di descrivere intanto le sue, e ne ebbi certezza piena dal volto della fanciulla. Bisogna proprio dire che quando un figliuolo parla con amore e con riconoscenza di colei che gli ha dato la vita e l'educazione, e' diviene eloquente. Le donne rimasero infatti molto commosse dalle mie parole, e noi ci ritrovammo senza accorgercene alla porta di Firenze.

Costì v'era un vecchio che pareva aspettasse da lungo tempo. Venne alla carrozza, e mentre i gabellieri frugavano il mio fagottino e la valigia delle donne, il vecchio fece loro tante affettuose feste ch'io non so dire; ed esse con tenerissima gratitudine le contraccambiavano. Io non udii il colloquio animato che ebbero tra loro, e dopo del quale il vecchio entrò tutto consolato in carrozza. Ma seppi dipoi che egli era stato fin da ragazzo a servizio del conte; che per le disgrazie della famiglia cagionate dai vizi di quel marito libertino, il buon vecchio aveva perduto il pane; e avrebbe dovuto mettersi a chiedere l'elemosina, se non avesse avuto un nipote amoroso che lo ricoverò subito, e prese ad assisterlo. Allora lo zio potè industriarsi col mestiero del sarto, che aveva imparato ed esercitato per sè e pei padroni nelle ore di riposo del suo servizio, e gli riuscì di metter su casa e bottega. Egli aveva saputo ora della gita della contessa a Firenze, era venuto a incontrarla alla porta, e l'aveva aspettata fino a tardi per pregarla ad accettare ospitalità nella sua casetta, dove già erale preparata una buona e pulita stanza.

Ripensando io a ciò che mi era intravvenuto di sapere e vedere in quel mio viaggetto, ne trassi questa semplice riflessione: che cioè il male è mescolato col bene; che bisogna saper sostenere quello e approfittarsi di questo e andar sempre innanzi col coraggio della speranza. Non mi spaventarono dunque i sinistri prognostici del ciarlone di Pontedera, e mi proposi di aver fiducia nel procuratore al quale il signor Damiano mi aveva raccomandato. Perchè poi non mi accadesse d'esser punito, come a Pisa, della smania di veder subito la famosa cattedrale di Firenze, almeno di fuori e al lume di luna, mi feci accompagnare dal vetturino a una locanda, ma non di quelle ove concorrono i viaggiatori facoltosi. E appena fui solo nella mia camera, volli, innanzi d'andare a letto, scrivere di me a mia madre; a questo mi consigliava l'amor filiale che aveva bisogno di sfogo da tanto tempo, e anche il proverbio: Chi ha tempo non aspetti tempo; del quale, miei cari nipoti, vi raccomando aver sempre memoria. La lettera fu lunga; e soltanto dopo averla scritta, potei fare una bella dormita.

XIV. La Tentazione.

Essendomi recato un giorno nello studio d'un giovine pittore mio amico, lo trovai a disegnare una testa di moribondo, tenendo a modello un accattone, tanto rifinito dagli stenti della povertà, che davvero il suo volto pareva quello di un uomo in agonia.

Poichè il pittore uscì fuori a procacciarsi non so che, ed io rimasi in compagnia dell'accattone, egli stesso rammaricandosi meco dello stato deplorabile in cui si trovava mi diede animo a domandargli per qual trafila di disgrazie e di errori si fosse ridotto a così mal partito. «Ah!» risposemi egli sospirando, «la sarebbe troppo lunga la storia delle mie disgrazie; ma vi racconterò solamente che cosa m'intravvenne da ragazzo, perchè se forse non avessi dato retta allora ad una certa tentazione, chi sa? non mi ritroverei da tanto tempo a questi ferri.

«Mio padre, buon'anima, ch'era il fiore dei galantuomini, lavorava un podere alle due miglia fuori di città. Mi tirava su con gli altri figliuoli maggiori di me per aiutarlo nelle faccende; mi dava sempre dei buoni avvertimenti, e mi voleva un bene dell'anima, perchè, non fo questo per dire, ma i' ero sottomesso e obbediente, e il lavoro mi garbava. Un giorno, agli ultimi di aprile, viene da me tutto allegro, e mi dà un panieretto di fichi primaticci che a forza d'industria gli era riuscito di far maturare sul pedale dopo gli stridori d'una rigida invernata. — Va', e portagli subito al palazzo — mi dice, — il padrone non se l'aspetta davvero unguanno questa delizia. S'i' non andassi zoppo (s'era ferito un piede col pennato), glieli vorrei consegnare da me. — Ed io piglio il paniere, e vo via. Arrivato alla porta, ecco subito addosso i gabellini; scopro il paniere, e quelli restano a bocca aperta a vedere i be' fichi quando nessuno se li sognava; poi vengono gli stradieri, le ambulanze, i soldati, le spie; mi domandano che e come, e quanto n'avrei fatto pagar la voglia a chi avesse avuto l'estro di comperarli; e chi me ne leva di sotto uno, chi due.... Alla fine liberandomi a mala pena da quel parapiglia: — Non li vendo, li porto al padrone, risposi. — Dagli retta! — gridò allora un di costoro — e' vuol far altro che portarli al padrone; gli avrebbe del grullo. Anderà in mercato, lui! e buscherà quanto vuole. — Io non ne potevo più dalla stizza; ravviai i fichi rimasti e le foglie che li coprivano, e volevo rizzar su baracca; ma come si fa con tanti e tutti d'accordo? Mi chetai, e mi feci una ragione, che di quelle scenate ne avevo viste più volte. Intanto dalla porta al palazzo c'era un bel tratto, e delle triste parole del tentatore non ne avevo lasciata cascar una: un po' me l'ebbi a male, un po' ci risi sopra; ma sempre mi ribollivano; rallentai il glasso, stetti un pezzo in tra due ruminando la tentazione, e quasi senza volere, mi trovai fuor di strada nella dirittura del mercato. Vidi un fruttaiolo di quei più grossi, e allora feci come la volpe al pollaio; entrai quatto quatto in bottega, e mostrai i fichi; in quattr'e quattr'otto fu concluso il negozio. — Me li pagò un testone[34]. Povero me! non avessi mai ingannato mio padre in quel modo! Non l'avessi mai presa quella moneta! Avrò avuto quattordici anni; ma era la prima volta che io mi trovavo in tasca tanti quattrini: mio padre non era uomo da lasciarmi mancar nulla, ma danari non me ne dava; e che cosa avrei dovuto farmene dei danari? Quella moneta mi parve un tizzo di fuoco; mi pentii, ma troppo tardi. Tornando indietro mi pareva di vagellare come un briaco, e d'aver perso inclusive il lume degli occhi. Mi venne anche l'ispirazione di confessare ogni cosa a mio padre, ma poi non mi diede l'animo di farlo. In quella vece studiai le scuse, una peggio dell'altra, e mi preparai a spiattellare una bugia, l'andasse come l'andasse. Mio padre, pover uomo, che mi teneva per un santificetur, quando gli ebbi detto che i fichi gli aveva avuti il cuoco del padrone, non mi domandò altro e non badò che mi fossero salite le fiamme del rossore fin sopra gli occhi.

Venne la domenica; dopo vespro mi accompagnai con tre o quattro dei più bighelloni del popolo. Se non avessi avuto il testone non l'avrei fatto, perchè sapevo che con loro non si faceva di noccioli: o il giuoco o la bettola. Ma disgraziatamente m'era subito entrata addosso una certa smania di provare che gusto ci fosse a bazzicar l'osteria. Detto fatto: sull'imbrunire, un passo chiama l'altro, c'entrammo. Nel popolo accosto a noi v'era stata una gran festa, e l'osteria era piena. Pareva la casa del diavolo: chi ha bociato vuol bere: e il vino li faceva bociare dell'altro, ma non più salmi o litanie: erano discorsacci da sfrontati, risa smascellate, mormorazioni, bestemmie da farmi raccapriccire. Se fossi stato solo, me ne sarei andato nell'atto; ma i compagni mi tirarono dietro in un orticello, e fecero venire il fiasco; uno si levò di tasca le carte, e cominciarono a succhiellare. Io che non avevo giocato mai, stetti prima a vedere. Un poco dopo mi venne a noia, ed avevo addosso la tremerella che mio padre non mi cercasse. I' avevo proprio fatto conto d'andarmene alla chetichella, tutto pentito della scappata, quand'uno dei giuocatori ebbe che dire con gli altri: si presero a parole; dalle parole vennero subito ai fatti, e si fecero del male; accorse l'oste, accorsero i famigli, ed io che volevo scappare fui arrestato il primo sull'uscio. Per farla più spicciativa, mi toccò a comparire al tribunale, e andare in carcere e alla seduta. Mi ritrovai con gente che aveva fatto d'ogni erba un fascio; e vidi e seppi cose che mi messero una malizia da farmi divenire malvagio. Un delitto addosso me lo sentivo pur troppo, e la coscienza mi rimordeva, ma fui punito per l'appunto di quello che non avevo commesso. Pensate il dolore di mio padre! Peggiorò della ferita nel piede, gli fece cancrena, e morì. Il padrone che aveva saputo ogni cosa, fece dire a' miei fratelli che mi mettessero fuori di casa pigliando invece un garzone, o che lasciassero addirittura il podere, perchè non voleva più aver che fare con gente poco fidata nè con discoli. Detto fatto; e mi toccò andare a gironi, perchè non ebbi faccia di accostarmi ai poderi del vicinato. Imbattei male, e alla fine de' conti mi ridussi per disperazione a ingaggiarmi fra' coloniali[35]. Allora sì che non ebbi carestia di cattivi esempi! e attaccandomi sempre al peggio diventai proprio uno scellerato. Finito il tempo del servizio mi ritrovai senza salute e senza voglia di lavorare.... Ho toccato la carcere dell'altre volte.... Ora lo vedete da voi com'i' son ridotto. Piango sempre i miei peccati, ma troppo tardi; e quando mi ricordo di quelle triste parole del tentatore.... Basta.... Io non dovevo dar retta alla prima tentazione. Tocca a Dio a giudicare di queste cose.» E chinando la testa sul petto, con un fremito misto d'ira e d'affanno, ghermì il lembo della sua logora gabbanella per asciugarsi le lacrime e per nascondersi la faccia.

[ INDICE]

[La presunzione di sapere]Pag. 7
[Fiducia nella Provvidenza]15
[La buona e la cattiva compagnia]18
[La buona figliuola]29
[Il buon esempio]42
[La vera beneficenza]53
[Il dottor Paolo]63
[La ricompensa]86
[I Racconti della Milla]100
[Riguccio]104
[L'amico sin dall'infanzia]164
[Giovanni Fantoni e il suo calzolaio]176
[La mala prevenzione]185
[Il primo viaggio di un giovinetto]206
[La tentazione]254