II. — Il giorno dopo Capo d’Anno.
Il giorno dopo, maestro Giuseppe alle nove precise era nell’anticamera del Commissario.[231] Il suo stesso cognato cursore, il quale jeri s’era lautamente pasciuto in casa sua, per vendicare la sorella di certe busse toccate dal marito la sera del banchetto, aveva staccato e portato da sè medesimo il precetto.[232]
Il falegname aspettò due ore prima di poter passare. Sventuratamente accade che nei giorni i quali precedono le solennità si trova, per cagione dei vanesj e degl’intemperanti, maggior folla nei botteghini del giuoco, ai fondachi, ai vinaj, ai pasticcieri, e nei giorni susseguenti sono piene le udienze dei commissarj e le carceri: gli effetti tengono sempre dietro alle cagioni. Ma il povero maestro Giuseppe che aveva sempre la testa invasata dal vino, con una bella dormita si liberò dalla noja dell’aspettare. Finalmente fu svegliato, andò a udienza, vide l’aspetto minaccioso del Commissario, udì le accuse, i rabuffi, e.... per mala sorte, scordandosi dove e con chi era, rispose a traverso, volle fare alto là, e la cosa divenne seria. Il pasticcio e le bottiglie, come potete immaginarvi, erano stati la pietra dello scandalo; ma non potendosi mettere in carcere nè i pasticci nè le bottiglie, toccò a lui ad andarsene in gabbia. Se avesse avuto il tempo di smaltire la balla,[233] questo non sarebbe accaduto; ma il cognato fu troppo sollecito, e il Commissario non sapeva o non pensava di parlare con un fiasco e non col cervello d’un uomo.
Quando la moglie seppe che il marito era al bujo,[234] disperata e invelenita venne ad aspra contesa col fratello; e dopo un casa del diavolo da non si dire, non fu cercato altro ripiego che quello d’ungere il chiavistello della segreta, supponendo che si potesse aprire innanzi il tempo senza fare strepito.[235] Ma ancora che questa supposizione fosse stata ragionevole, non si trovò chi potesse prestare un soldo; tutti s’erano ridotti al verde. Il povero maestro Giuseppe dovè battere i denti tutta la nottata; la moglie abortì pel rimescolamento e per l’arrabbiatura; il figliuolo ebbe una colica d’indigestione e una malattia di venti giorni; i creditori, dubitando che lo sventurato falegname navigasse per perso, vollero esser pagati addirittura per non rimanere al naufragio; sicchè il cappello nuovo, la giubba, e inclusive certe poche masserizie di casa andarono in fumo. Dopo qualche mese la disgraziata moglie aveva preso il suo posto a chiedere l’elemosina sotto le loggie dell’Annunziata, e Giuseppe, di maestro divenuto garzone, stentava un meschino salario.
Dalla casa di faccia ecco uscire il giovine Nisio, e i suoi vecchi e la Maria dirgli addio anche dalla finestra.
— A Pasqua d’Uovo!
— Sì, a Pasqua d’Uovo, — ripeteva egli camminando lentamente; e durò un pezzo a camminare lentamente, perchè gli dispiaceva di separarsi tanto presto dai genitori. Ma alla fine, quando ebbe fatto qualche passo fuori di porta, riflettè che stando lontano da casa sua procacciava il sostentamento di chi gli aveva dato la vita, e allestì il passo, e tornò contento a fare il proprio dovere.
Dopo due anni il suo principale burbero ma onesto, sentendosi fiacco per la vecchiaja, lasciò a lui tutta la direzione della fabbrica, assegnandogli un buono stipendio e una partecipazione agli utili. Sicchè Nisio potè aprir casa in quel paese, condurvi i suoi genitori per non doversene più separare, prendere per moglie la buona Maria ricompensandola dell’amorosa assistenza fatta ai suoi vecchi, e potersi dire pienamente contento.
III. — La vigilia dell’Epifania.[236]
Era la vigilia dell’Epifania, e in varie strade di Camaldoli vedevasi un viavai di ragazzi e di giovinastri con torce e granate accese e fumanti, e udivansi un tafferuglio, un risuonare di strane vociacce, un rimbombare di stridule trombe, e per tutto conciliaboli e spauracchi, quasi la sognata ribaldaglia delle streghe fosse venuta a trescare in quel luogo.
— Stasera — diceva Gigi merciajo a un rivenditore nel chiudere la bottega — stasera Camaldoli è divenuto proprio una casa del diavolo. Ma anche tu, Cencio mio, mescolarti in queste ragazzate! Mi fa specie davvero, che un uomo che ha moglie e figliuoli....
— Che cosa vuoi che ti dica? È un uso antico; vo dietro alla corrente io. E poi non fanno la Befana anche quelli della Pergola?[237]
— E se non hanno giudizio loro, lo volete perdere anche voialtri? E poi quello è uno stillo[238] de’ coristi per far quattrini o per gozzovigliare a spese degli altri; e voi sciupate senza sugo que’ po’ di soldi che vi costano tanti sudori! Codesta granata per esempio, non sarebbe meglio serbarla per dare una buona spazzata alla tua bottega? E quel povero ragazzo del tuo figliuolo con quella tromba alla bocca si logora i polmoni e va a rischio d’allentarsi. Un buon medico che pratica molto per questi luoghi e vuol bene alla povera gente, mi diceva che le chiassate delle rificolone e delle befane,[239] a motivo dei fischi, degli urlacci e delle trombe, fanno venire l’ernia a una quantità di persone....
— Tu dira’ bene; ma ormai sono in compagnia, ho promesso; e se manco, domattina mi fanno martire.
— Perchè s’accorgeranno che hai avuto più giudizio di loro. Guarda che premura stasera di mantenere le tue promesse! Fa’ a modo mio: o non v’andare, o provati a dissuadere anche loro....
— Oh sì! e subito mi darebbero retta! Anderei a rischio d’essere canzonato pel dì delle feste!
— E per fare una buon’azione tu hai paura delle beffe?
— Ormai ho pagato la mia crazia[240] ogni settimana per la spesa del carro e della cena, e giacchè sono in ballo voglio ballare. Tanto, se non ci vo, non mi rendono mica i quattrini.
— Meglio perderli e perdere la cena, che andare a rischio di capitar male in cattiva compagnia, d’ubriacarsi, e qualche cosa di peggio! Ecco! per le scioccherie i quattrini si trovano, e per farne buon uso non si sanno mettere insieme. Se tu avessi portato quelle craziuole[241] nella cassa di Risparmio; o se.... c’intendiamo....
— Oh, i conti addosso poi non li voglio! — E se ne va tutto stizzito, serrando la bottega in fretta e furia, e correndo col figliuolo alla bettola, dov’era un ritrovato di bighelloni per accompagnare la più sciatta befana che mai fosse andata a zonzo per Camaldoli.
Intanto una povera tessitora, mamma senza cervello, rimpinzava di fave cotte il corpicciuolo d’una sua bambinella di quattro o cinque anni, dicendo: — Mangiane dell’altre, piccina mia, mangiane dell’altre, sennò la befana stanotte viene a bucarti il corpo con lo stidione. E sai? non servirebbe ch’i’ ti mettessi addosso il tagliere o l’asse del pane.... Le senti tu le trombe? Eccola, eccola! vieni alla finestra a vederla passare.
— Mamma, ho paura!
— Vien via, grulla! Vedrai domani quante chicche vi saranno nella tua calzina.[242] Oh! svoltano in via dell’Ariento.... Che peccato! Ma più tardi passeranno anche di qui. Eh la Befana non manca!
— Che viene anche quando si dorme?
— Di buona ragione! Se tu vedessi! Col capo tutto imbacuccato, col viso nero, zitta zitta, le braccia lunghe che non finiscono mai....
— Picchiano, mamma! — esclama la bambina tutta spaurita, acciuffandola per la sottana.
— Animo! Che geate[243] son queste? Va’ a vedere chi è.
— Non mi lasciate al bujo! — e piangeva.
— Di che ha’ tu paura? della gatta ignuda? Chétati, o ti sculaccio. Se ti sente la Befana! non ti porta nulla, o t’empie la calza di carboni presi dal fondo dell’Inferno. Animo! vien meco. E ora? lo vedi? per pigliarti in collo mi s’è spento il lume!
— E’ picchiano daccapo, sentite?
— Andiamo ad aprire.
— Al bujo?
— Oh, non sarà il Lupo mannaro,[244] nè lo Smisurato, nè l’Orco che vengano a portarti via! —
La madre scende le scale con la bambina che trema come una foglia; apre, ed è la vecchia Liberata che le chiede il piacere di un po’ di fuoco pel veggio, dicendole: — Fatemela voi questa carità. Tutte le botteghe sono chiuse, con questa miseria delle befane!
— Qua il veggio. Aspettatemi costì. Uh, questo veggio pesa che gli spiomba! Che diascolo ci avete vo’ messo, maestrina?
— Un quattrin di brace, ed è pochina bene. A mala pena mi potrò scaldare il letto, col vento che tira stasera. —
Mentre la Brigida, con la bambina in collo, mette il fuoco nel veggio della vecchia: — Ecco fatto! — esclama — il fuoco s’attacca alla paletta. Ci mancava ora che venisse questa strega a farmi restare al bujo. Era meglio che la fosse andata a ballare co’ diavoli sotto il noce, se la voleva scaldarsi bene. Vien vien, bambina, andiamo a portarglielo subito questo benedetto veggio: il lume l’accenderò dopo; non mi par vero di levarmela di torno. Ma sentite che peso! Scommetto io che in questo veggiaccio vi sono tutti i denti della Versiera! — Prima di scendere mette la granata alla finestra, e poi va all’uscio, e non vede più la povera vecchia. — L’ho detto io? Era venuta a stregarmi la figliuola! Vecchia perfidiosa! Ho messo la granata, e se l’è battuta. Va’ via anche tu! — E scaraventato il veggio nel mezzo di strada, fa un’usciata che ne tremano i vetri delle finestre, e torna su con la bambina tramortita dalla paura.
La vecchierella, per timore d’esser buttata in terra da certi scioperati che berciando e barcollando pigliavano tutta la strada e non le avevano dato tempo di rifugiarsi nell’uscio, erasi rintanata nel vicino chiassuolo per lasciarli passare. Poi studiato un ringraziamento umile e cortese, perchè sapeva d’aver che fare con una donna bislacca e piena d’ubbìe, esciva dal suo nascondiglio, quando udì lo scoppio del veggio e il tonfo dell’uscio, e vide i cocci e la brace per terra. Povera Liberata! quella sera le toccò a tremare dal freddo, e a piangere il suo veggio che le costava molto, perchè era di quelli impiombati.
La notte s’inoltra; comincia a piovere e a tirar vento. Quando il fuoco s’attacca alla paletta, perchè il ferro tira l’umido, è segno di pioggia.
Torna a casa il marito della Brigida; ha le traveggole e sta male in gambe per essere andato anch’egli alla bettola a vuotare un fiasco ad onore della Befana. Inciampa ne’ cocci del veggio, perde l’equilibrio, stramazza per terra, e si spacca la testa. Il male non è grave, ma lo strepito e gli urli e le disperazioni della Brigida mettono a soqquadro la strada. Poi un litigio tra lei e il marito, e un rimescolamento maggiore nella bambina. Allora la madre è più che mai persuasa che la Liberata sia una strega, che abbia preso a perseguitarla, ed anche prima di fasciare la testa al marito che grondava sangue, si confonde a cercare nella cassa il ramo d’abeto per metterlo sulla soglia dell’uscio.
Alle due dopo mezzanotte si sente gridare: — Al fuoco! al fuoco! Brucia la bottega di Cencio rivenditore. — O ch’egli nella furia di chiuderla avesse spento male il lume o lasciato il veggio col fuoco sempre acceso accanto a’ suoi cenci, o che taluno avesse smorzato una torcia alle bande mezzo imporrate, fatto è che la bottega bruciava davvero. Il merciajo andando a letto tardi, perchè aveva voluto mettere in pari la sua scrittura, sentì il puzzo del fumo e scoperse il fuoco. Avvisò Cencio ed il vicinato, corse a chiamare le guardie del fuoco, dette mano a spengere, vigilò ogni cosa perchè Cencio era sbalordito dal vino e dalla paura; e presto cessò il pericolo, sebbene fosse grande, a motivo del vento che trasportava le faville per tutto.
Il giorno dopo, un visibilio di congetture sulla cagione del bruciamento; ma nessuno ne incolpò gli scompigli e le follìe originate dal baccano della Befana.
La Brigida cominciò a mettere in campo la vecchia Liberata, sospettando che essa sola fosse cagione di tutte queste disgrazie; e già tra parecchie altre donnicciuole si bucinava non so che di fattucchierìe e di stregature. Indi la figliuolina di quella sciagurata madre, per le paure sofferte, per un’indigestione di fave, di confetti e di panforte, s’ammalò, dette addietro in pochi giorni, e morì prima che fosse chiamato il medico a visitarla, e dopo aver preso qualche sciagurato intruglio di donnicciuole o di ciarlatani.
Allora ribollirono i sospetti contro la Liberata; le chiacchiere si moltiplicarono; il vicinato incominciò a vedere di mal occhio, a mortificare, a maltrattare la misera vecchierella, e la faccenda finì al Commissario con piati e precetti e carcerazioni e spese e discordie. Sicchè alla fine la Liberata, sebbene fosse stata difesa e assistita da Gigi merciajo, vedendo che quella non era più aria per lei, con santa rassegnazione lasciò la sua cameruccia e andò a ricoverarsi nell’ospizio dei poveri; ma il merciajo non lasciò di andare a visitarla tutte le domeniche, recandole quando una cosa quando l’altra per conforto della sua tribolata vecchiaja.
Questo medesimo uomo caritatevole e savio, trovato nel suo bilancio del mese un guadagno maggiore del solito, cancellò un debito stantìo del rivenditore che era rimasto brullo[245] pel bruciamento, e gli donò una cinquantina di lire per sostentare la famiglia finchè non si fosse riavuto. Cencio lo ringraziava di tanta carità; ma il merciajo: — Non voglio ringraziamenti — gli disse. — Tu mi devi soltanto promettere di badar meglio a’ fatti tuoi, e soprattutto nella vigilia di Befanìa. —