LE TESSITORE
Ai primi di Novembre del 18..., la casa di maestro Cecco muratore in via dell’Ariento era tutta sotto-sopra. La mobilia, parte nella strada e parte nel baroccio, doveva andare ad un secondo piano delle case-nuove sul Prato.[1]
Maestro Cecco, assistito da Michele e dall’Anna suoi figliuoli, sgomberava per dar luogo a’ nuovi pigionali venuti anch’essi col loro carico.
Il medesimo baratto di famiglie e di masserizie accadeva in molti luoghi del vicinato, come anche nel rimanente della città, sicchè figuratevi che via-vai, che tramenío, che casa del diavolo! I pigionali vecchi imbarazzati nello scendere dai pigionali nuovi solleciti di salire; i carretti o i barocci stracarichi di seggiole, d’arcolai, di trabiccoli inalberati alle gambe dei tavolini, si rintoppavano nei punti più stretti delle straducole: là una contesa tra gli sgomberatori; qui un tafferuglio tra il padron di casa e il pigionale minacciato del sequestro o del gravamento, e sfrattato per insolvente, ma che non vorrebbe andarsene, perchè non sa dove; qua un rammarichìo di donne per qualche attrezzo smarrito e barattato o per qualche mobile fracassato; e per tutto il polverone che acceca e la spazzatura tra’ piedi: peggio che peggio se il cattivo tempo sopraggiunge ad accrescere lo sciupìo della roba, la fretta, il parapiglia, la confusione!
Ah sì, una sgomberatura è sempre un tracollo! E chi volesse meglio conoscere le più riposte miserie dei poveri, dovrebbe introdursi appunto allora ne’ fondacci de’ Camaldoli,[2] dove e’ si rannicchiano, perchè i vasti palazzi, i conventi sterminati, le case de’ ricchi o nuove o ampliate e gli stabili rimpasticciati alla moderna dagli speculatori, occupano le parti più centrali, più pulite, più ariose della città, e sempre più rammontano e ricacciano la così detta marmáglia e il cianùme[3] crescente ne’ luoghi bassi, infetti ed ottusi. Costì vedrebbe tra le altre quanto sia grande la tribolazione di non aver sotto i piedi quattro mattoni di suo in tutta l’immensità della terra, troppo angusta per alcuni e troppo spaziosa per altri; costì scorgerebbe più chiaramente che passa troppo grande differenza dalle suppellettili innumerevoli e sontuose venute di fuori via, dai rococò, e dai ninnoli comprati a peso d’oro, dalle voluttà della mollezza ostentate nei palazzi, ai tréspoli scarsi e fiaccati, ai cocci fessi, ai cenci luridi nelle soffitte afose o nei terreni umidi, buj, insalubri della povera gente. Il signore a cassetta d’una bella carrozza attraversa a caso un crocicchio di Camaldoli, incontra un uomo che trascina lentamente in bilico sul baroccio tutti gli averi d’una povera famigliuola: quella lentezza lo infastidisce; gli amici lo aspettano a un banchetto; ed ei fa chioccare la frusta dietro le nude spalle del pover uomo perchè si levi subito di mezzo; e tira via con l’aria minacciosa del Tribbia,[4] maledicendo l’importuno inciampo.... Ma se per disgrazia una seggiola fosse capitombolata fra le zampe dei focosi cavalli, e gli avesse fatti infuriare e scatenare a fuga precipitosa...? Oh, non pensiamo a disgrazie!
Io mi ricordo che in mezzo al diascolìo[5] delle sgomberature camaldolesi, tra il lezzùme d’una gente vilipesa e calunniata perchè vive senza sua colpa nell’ignoranza e nella rozzezza, ho pur visto molte povere creature dar prove d’affetti gentili e fare azioni caritatevoli e generose. Quella famiglia che va via dice addio con segni di commovente afflizione alle altre che rimangono, come se le non s’avessero più a rivedere; e da una parte hanno ragione, perchè il povero non può spendere il tempo nelle visite; e se un giorno ebbero che dire per qualche cosa, in quella espansione di cuore fanno monte di tutto, e se ne scordano per sempre; i nuovi pigionali, che nell’arruffío di mutar casa pajono mosche senza capo, trovano pronti i vicini a far loro tutti i servigi che in tali occorrenze sono tanto opportuni; e v’è chi li chiama a cena con sè e li fa dormire nel proprio letto, e non gli avrà mai conosciuti.... Ma, o che non siamo noi tutti fratelli? e non hanno essi un distintivo per esser riconosciuti ed amati addirittura, la povertà? Che se tra loro vi fosse un vecchio decrepito, un malato, una donna sopraparto, allora sì che le attenzioni crescono, e sono carità fiorite, carità benedette! Quelli non trovano un ricovero perchè non hanno da pagarlo quanto l’avidità del padrone di casa vorrebbe.... Dunque l’albergo della stella nelle notti di novembre?... Venite via; restate con noi; per qualche po’ di tempo faremo alla meglio: dopo le prime furie che non ha a rimaner libera una stanzuccia nel casone?[6] e quell’usuraio che farebbe pagar l’affitto ai topi, piuttostochè non ritirar nulla, si contenterà anche del poco. Quelli altri hanno mutato casa; ma quando viene la loro roba? Aspetta, aspetta, non si vede nulla; avevano sotto braccio due o tre fagottucci di cenci.... l’è tutta quella.... E il letto? A bujo accatteranno qualche covone di paglia.... Oh! ma se uno se n’avvede, è capace di dare in prestito a que’ meschini il suo saccone: tra poveri e poveri sono imprestiti che non fanno vergogna, mentre è delitto pei ricchi il non rimediare a quelle miserie.
Maestro Cecco non sgomberava perchè non avesse da pagare la pigione o perchè il padrone volesse mettere la martellina nello stabile o crescerne il prezzo d’affitto; ma due mesi addietro gli era morta di mal di petto la moglie!... Era dunque il dolore che lo faceva andar via da una casa da lui abitata fin da piccino.
La camera della defunta restò chiusa fino al giorno della sgomberatura, chè il povero vedovo il quale non trovava ben di sè dall’afflizione, non si potè risolvere a dormir nel suo letto senza la compagnia di quella coppa d’oro, che era stata con lui in santa pace trentacinque anni. Del letto poi e’ n’aveva già fatto un’elemosina alla famiglia più tribolata del vicinato; e cinque creature che da un pezzo s’accovacciavano tutte insieme sopra un canile, poterono almeno slargarsi e dormire sul morvido e nel pulito. Così anche il vestiario usato e varie altre bricciche e carabattole, fu tutta eredità dei più poveri. Tanto, non dubitate, al vedovo ed ai figliuoli rimanevano le memorie delle virtù e degli affetti coniugali e materni, senza che avessero bisogno d’andare a leggerle sopra una lapida in Santa Croce.
Inoltre maestro Cecco poteva dare ascolto alle ispirazioni della carità, perchè un uomo laborioso e onesto, un padre di famiglia economo e previdente non è mai povero. La moglie, buon’anima, s’era guadagnata il pane col tessere la seta; la figliuola faceva lo stesso; il maschio era servente nello spedale, e metteva in casa una buona parte della sua paga. Il babbo, sempre sano e robusto, benchè verso la settantina, riscoteva una giornata di circa tre paoli almeno, e di rado s’era trovato senza lavoro. Ponete che tre in famiglia guadagnino di ragguagliato cinque lire il giorno, si rivestano senza lusso, siano sobri, contentandosi dell’onesto vivere dei braccianti, si ristringano in poche stanze e dove le case costano meno, stiano sempre d’amore e d’accordo, e non facciano mai scialo nè per la gola nè per gli spassi, e vedrete che il bisognevole c’entra senza lasciarsi patire, e n’avanza da metterne in serbo, o da raccapezzare un po’ di corredo per una fanciulla.
Appunto l’Anna da un pezzo era dietro a farsi il corredo, e non le mancava neanche il damo, scelto col consenso della famiglia. Questo damo si chiamava Cintio, primo garzone d’un parrucchiere di baldacchino.
Ma la sgomberatura è finita, e la famiglia è sistemata a casa nuova sul Prato: andiamo dunque a ritrovarla colà, e avremo tempo di conoscerla meglio.
Già da quel poco che v’ho detto è facile immaginare le buone qualità del padre e dei figliuoli; e potrebbero farne testimonianza i vicini di via dell’Ariento che li portavano in palma di mano, e che a vederli andar via rimasero sconfortati come se avessero perduto il loro sostegno.
— Quello è un uomo di proposito! se non fosse stato maestro Cecco, cani e gatti in casa mia; ma ora non v’è pericolo.
— Oh! il mio marito non giuoca più, non mette più piede nella béttola; e tutto merito di maestro Cecco.
— O il mio? Quella praticaccia!... ve ne ricordate? I pianti ch’i’ non feci le son cose grosse! Ma benedetto maestro Cecco! Col Commissario[7] non si concludeva mai nulla; sì.... ogni po’ una chiamata, una lavataccia di capo; ma chè! Gli era lo stesso che pestar l’acqua nel mortaio. E’ ci messe le mani lui, e intrafine-fatto[8] la cosa morì lì senza tanto scalpóre.
— E quelle du’ saette scatenate de’ miei figliuoli? Io guà, povera vedova, i’ non sapevo proprio come cucinarmeli. Mi raccomando alla su’ donna buon’anima; e lei: sicuro! lo dirò a maestro Cecco.... Insomma e’ non occorre ch’i’ ve lo conti: e’ sono a bottega a salario, si portan bene.... e in casa, due pulcini e loro l’è tutt’una.
— Oh la si vuol piangere per un pezzo la morte di quella donna!
— I’ lo so io! quand’i’ feci il mio primo! Poverin’a me! senza neanche du’ stracci, senz’avere da mettere in pentola un po’ di carne.... basta, la ci pensò lei, e mi riebbe da morte a vita.
— E v’hanno portato buon augurio sapete? Roba che è stata addosso a que’ du’ angioli dell’Anna e di Michele!
— E ora... ch’e’ non s’abbiano a riveder più i’ la stiaccio proprio male! —[9]
Ma io voglio anche provarmi a darvi alla meglio un’idea delle fattezze dell’Anna, perchè a sentir parlare d’una ragazza che ha il damo, vien subito in capo che l’abbia ad avere un bel viso.... Come se una ragazza onesta e laboriosa non potesse trovar marito senz’essere un occhio di sole! Ho veduto che quando la Provvidenza assiste le fanciulle con la sanità e colla voglia di lavorare, le si possono facilmente imbatter bene, in un giovine di giudizio che guardi alla sostanza e non si curi poi tanto della mostra. Certo lo so anch’io, le bellezze danno nell’occhio, e sono subito corteggiate; ma così le fossero anche sicure da tanti pericoli! Perchè molti s’innamorano solamente del viso, e non sanno santificare l’amore con la religione della virtù, non considerano le buone qualità della donna, non si preparano a coltivarle, a farne prò per il bene della famiglia. E allora un affetto vano svapora presto, e diventa fredda abitudine o passione invereconda. Allora la donna si potrebbe rassomigliare ad un libro pieno di belle cose, ma dato in mano a chi non sa leggere.
L’Anna, volendo stare a rigore, non era bella; bensì era aggraziata e piacente, e di personale alto e dignitoso; aveva una bell’aria e gentile, un incarnato pieno di pudore, di serenità, di freschezza; la fronte spaziosa, i capelli neri e le ciglia grandi e bene inarcate; ma il naso era piuttosto aquilino, e il labbro inferiore della bocca un po’ troppo sporgente. In alcune fisonomie de’ nostri popolani[10] si trova talora qualche lineamento dell’Alighieri. Gli occhi però che danno vita al sembiante, gli occhi, nell’ampiezza delle nere pupille e nella movenza risoluta e vereconda, mostravano la bontà e la fortezza dell’animo e l’acume dell’intelletto; erano propriamente una luce benigna, che accendeva amore e incuteva rispetto. Il vestito di rigatino, il fazzoletto di cotone, il vezzo di corallo con una crocellina d’argento, che era già stata sul petto della mamma, le buccole di madreperla e il pettine di tartaruga: ecco le sue vesti ed i suoi ornamenti che facevano spicco per semplicità e per lindura.
Cintio, già amico del suo fratello, se n’era innamorato vedendola in San Lorenzo alla novena del Natale e le discorreva da qualche mese. Maestro Cecco avendo avuto buone informazioni di questo giovine (quantunque non gli andasse gran cosa a genio il mestiere che faceva), e scorgendo che la figliuola n’era molto invaghita, lo lasciò venire in casa, e l’assistè anzi di propria tasca, perchè si riscattasse dalla coscrizione.[11] Di che Cintio aveva mostrato riconoscenza, era stato puntuale a restituirgli a un tanto la settimana il denaro, e faceva i suoi conti di poter presto aprir bottega da sè con la riscossione d’un credito lasciatogli per eredità da uno zio. Intanto gli avventori ch’ei serviva a tempo avanzato gli davano buon guadagno; e ancora che la riscossione di quel credito dovesse andare in lungo, a motivo di certi ammennicoli del debitore, il principale che gli voleva bene, e che già per esser vecchio si riposava, era pronto ad assisterlo col suo credito e a dargli avviamento per la nuova bottega.
Nella casa di sul Prato l’Anna trovò subito compagnia di suo genio. Abitavano al primo piano una vedova e la figliuola, tutt’e due tessitore; la ragazza era stata alle scuole normali di San Paolo a tempo dell’Anna, e s’erano volute un gran bene. Quantunque le non si fossero più riviste da qualche anno, pure nell’atto si riconobbero con una festa da non si dire, e ristrinsero l’amicizia.
— Ma bene! — esclamava la Maria. — Chi poteva mai figurarsi che dopo tanto s’avesse a essere pigionali? Almeno si starà allegre insieme! S’ha a stare allegre, sai?
— Eh! me ne ricordo sì, con te non vi sono malinconie. Anche troppo brio qualche volta! Ma ora non siamo più bambine.
— Io poi, vedi tu? son sempre la stessa; sempre di buon umore. L’uggia non mi va a sangue. Povera, ma contenta; che vuo’ tu ch’i’ ci faccia? Gli è naturale.
— Meglio così, quando non vi son pensieri che affliggano.
— A dire! I pensieri? tu mi parli di pensieri? Me ne sono un po’ accorta, sì, appena che t’ho visto. Che c’è egli?
— Eh! tu puoi considerare! Di donne in casa son rimasta sola....
— A proposito! Tu hai ragione! Che disgrazia! — E intravvenuta da pochi mesi a questa parte! — Abbi pazienza! Sia fatta la volontà di Dio. Ci vuole rassegnazione! O io? Tre anni fa! Il mio povero babbo! Figurati che sebbene tu mi ritrovi allegra come alla scuola, i’ lo piansi, sai? I’ lo piansi giorno e notte. Ma poi.... Che ci si rimedia col piangere? Bisogna farsi una ragione: e per amor della mamma, che, poverina, il dolore la rodeva senza darle pace, i’ feci tanto di smettere. E allora, si sa, il naturale riprese il sopravvento. —
Questa ragazza leggiadra, briosa e faceta, pareva fatta a bella posta per sollevar l’animo di chi l’avesse angustiato da una disgrazia, di chi fosse un pochetto proclive alla mestizia. La conobbero anche maestro Cecco e Michele; fecero presto amicizia da buoni vicini con l’Elisabetta e con lei; e soprattutto al giovine piacquero così alla prima le grazie ingenue della fanciulla.
Il giorno dopo, entrando in discorsi più lieti, la Maria domandò all’Anna:
— Hai tu il damo?
L’amica rispose con un sorriso abbassando gli occhi.
— Già io me n’era apposta, — continuò la Maria, — e l’ho incontrato per le scale; e me ne rallegro davvero, perchè gli è anco un bel giovinotto!
— Bello poi! non lo so, e non importa. Il mi rallegro per questo non ci ha che fare: se tu dicessi che gli è un giovine di proposito....
— Tu hai ragione.
— E se Dio fa ch’e’ si mantenga....
— Io te lo desidero con tutto il cuore. Ma a quanto veggo, niente paura, Corbezzole! il damo in giubba?
— Gli è il mestiere, sai! E’ fa il parrucchiere.
— Ah! ora ho capito. Meglio così! Un mestiere che non fa venire i calli alle mani. E c’è dei parrucchieri che la ricavano molto bene.
— Del resto, la giubba non mi tirerebbe davvero!
— Perchè? Questo poi, scusa, ma gli è uno scrupolo senza sugo.[12] Io anzi, me ne terrei.
— A proposito! non per sapere i fatti tuoi; ma tu?
— Io? Oh! io non ci penso. Gli ha a passare qualche altro carnevale.
— Perchè?
— Figurati! figliuola d’una povera vedova. Senza aver potuto raccapezzare ancora una dote.... Chè, chè! E poi voglio stare allegra dell’altro.
— O che gl’innamorati non possono stare allegri?
— Quelli che ho visto io mi son parsi tutti rimmelensiti.
— Bisogna vedere con che sentimenti si mettono. Basta che l’amore non levi la dritta al giudizio. Animo, animo! tu hai un buon mestiere, e il marito ci dev’essere anche per te. Io te l’auguro, e presto. Oh! addio. Ecco l’avviatora:[13] andiamo a finir questa tela. —
E le due amiche si separarono. La Maria canterellando si pose al telajo, e l’Anna salì su pensierosa con l’avviatora.
Due o tre settimane dopo quel colloquio, Cintio andò in casa dell’Anna vestito con più eleganza del solito, e tutto giulivo. Questo giovine che aveva mostrato in principio buon naturale ed una certa sveltezza di modi franchi e sinceri, adagio adagio, a forza d’imitare le affettazioni della galanteria per rendersi ben accetto ai bellimbusti e alle damine che gli affidavano la loro testa, era divenuto lezioso, adulatore, loquace, voleva farla da faceto ma riusciva scipito, si dava aria d’importanza ma cadeva nel ridicolo. Il sorriso continuo, il passo scivolante, i gesti a scatti, gli occhi irrequieti lo facevano parere uno scimmiotto. Il capo che in conseguenza del mestiere doveva essere un capo-modello per la pettinatura, variava spesso di mostra, ora prevalendo la zázzera ricciuta come se i capelli fossero tanti cesti d’indivia, ora la zázzera liscia mozzata alla dirittura del mento che dà alla testa la forma d’un cappello di fungo, ora il ciuffo ritto a cetriolo; e tutte queste trasformazioni gli facevano variare fisonomia come avverrebbe di chi si mostrasse con una maschera oggi e con un’altra domani. Com’è dunque possibile che l’Anna, ragazza piuttosto seria e molto giudiziosa, continuasse a dar retta a un amante che diveniva così sguajato? Ricordiamoci che questo cambiamento era accaduto a poco per volta: e poi fosse accortezza o fosse abitudine, o piuttosto la soggezione che gli veniva dai portamenti dell’Anna, di suo padre e di Michele, quand’egli era con loro pareva un altro; tale quale un comico che sul teatro fa le parti di sciocco, ed in famiglia sa star sulle sue. E a volte la circospezione d’una fanciulla savia e l’oculatezza d’un padre prudente non sono rimaste deluse per qualche tempo dalle apparenze? Quel giovine in casa della fidanzata pare onestissimo, economo, mansueto, e poi riesce scostumato, sciupone, collerico. Quell’altro dava a divedere molto senno, e messo alla prova riesce uno stolido. Vero è che quest’inganni son più frequenti nei matrimoni dei ricchi, dove le parti interessate per altri rispetti, congiurano, si può dire, a danno del vero bene degli sposi inesperti; mentre quando non c’è bisogno di tante stampìte[14] gli spropositi saltano agli occhi più presto, e vi può essere il verso di rimediare in tempo.
— Buone nuove — diceva maestro Cecco.
— Per l’appunto — rispose Cintio.
— Buone nuove sicuro! I’ ho succhiellato una bella carta![15] Quella locanda nuova di Lungarno, lo sapete? c’è un cameriere mio amico, e tanto basta! Lì arrivano forestieri a tutt’andare; e i forestieri non hanno il granchio al borsellino.
— Eh allegri pure! I’ ho caro che tu cerchi d’avvantaggiarti. Ma bada veh! con questi forestieri ci vuol giudizio. Le grosse mance e straordinarie non sempre fanno prò quanto i guadagni discreti e consueti. E con la servitù che vien di fuori-via? Con quella sì, che bisogna stare all’erta! A volte ci s’imbatte in certi fior di virtù segnati e abboccati,[16] che sono avvezzi a fare d’ogni erba un fascio.
— Davvero! — esclamava l’Anna con apprensione.
— Ditelo a me! — aggiunse francamente Cintio. — I’ non son mica un ragazzo.
— Non te l’avere a male. Un po’ d’esperienza m’ha insegnato molte cose. Basta che quando hai fatto il tuo servizio...
— A bottega subito; s’intende! Non mi lascio infinocchiare,[17] no, io!
— E tutta questa gala — proseguiva l’Anna additando il vestito nuovo.
— Oio![18] stasera c’è appartamento[19] a Corte; e ho da pettinare due signore inghilesi che arrivarono jeri alla locanda nuova. Anzi, ci vorrà pazienza; i’ vi dico addio. Voglio esser puntuale. Con loro non si sgarra! — E dato un tenero sguardo alla fanciulla, se n’andò frettoloso.
Nella stanza di passaggio del piano di sotto, Cintio s’imbattè con la Maria che gli fece un garbato saluto. A quel saluto e’ rimase un poco sopra sè a guardarla piacevolmente, si pavoneggiò; e restituita la buona notte, proseguì pel fatto suo.
Intanto maestro Cecco esortava la figliuola a non stare in pensiero.
— Ho detto in quel modo, e quel che ho detto pur troppo è vero! Ma Cintio finora m’è parso non solo onesto, ma anche avvistato; ad ogni modo gli staremo alle costole noialtri, non dubitare. E se poi per disgrazia e’ si lasciasse metter su da certe amistanze... Di giovanotti non ce n’è carestia.
— Non lo dite nemmeno!
— Aspetta ch’egli abbia potuto aprir bottega da sè. Allora col lavoro delle parrucche e dei fintini e col bisogno di badare allo sportello, gli avrà meno occasione di bazzicare per le locande. — Ciò detto andò a cena; e l’Anna che aveva premura di riportar presto la tela dal mercante, proseguì a far correre la spola.
D’allora in poi Cintio venne sempre in falda di panno fine e in corvatta bianca insaldata; e spesso prima di salir su faceva una fermatina al telaio della Maria, sebbene la Lisabetta sua madre, quando vi si trovava presente, sgridasse la figliuola e costringesse lui a girar di bordo.
— Ma che c’è ogni sera il baciamano a Corte e la pettinatura degl’inghilesi? — disse una volta l’Anna al suo damo nel mentre che stavano insieme alla finestra.
— Perchè?
— Sempre in lucco!
— Oh bella! quel che ci va ci vuole. Sulle locande che ho a essere da meno degli altri?
— La pulizia, son con teco.
— Se tu vedessi come vestono i servitori dei milordi! Ci sarebbe da sbagliarli co’ padroni.
— Ma tu non sei obbligato a far tutto come loro.
— Guarda guarda! — e le additava un cameriere francese di sua conoscenza. — Eccone uno là che torna dalle Cascine. — Il cameriere lo riconobbe, lo salutò, e fece una scappellata svenevole alla ragazza, benchè la si fosse subito tirata indietro. Allora Cintio guardandole con un certo rammarico il vestito di rigatino:
— Anzi — soggiunse — questa robuccia ruvida e ordinaria non istà bene neanche a te. Chi ti vede meco...
— Oh lasciami portare il rigatino quando non vi sono nè macchie nè tane!
— Tu mi fa’ ridere! E quando saremo marito e moglie?
— Mia madre, buon’anima, s’è vestita sempre da sua pari; e tu sai se il babbo avrebbe potuto metterla in seta! Ma gnornò: Chi fa la seta, la mi diceva, si deve contentare di portarla al mercante.
— Codeste sono idee stantìe. Guarda l’altre ragazze, tutte le ragazze che hanno il damo.
— Giusto quelle, dovrebbero mettere il cervello a partito. Aspetta ch’i’ abbia bell’e preparato tutto il corredo della biancheria, e poi se c’entra qualche altra cosa ne discorreremo. Vuo’ tu ch’i’ non ci abbia gusto anch’io a mettermi d’intorno un bel capo di roba e a fartene onore?
— Dunque no’ siamo d’accordo.
— Ma prima l’essenziale. —
Questi medesimi discorsi ritornarono in ballo altre volte, perchè Cintio in cuor suo avrebbe preso che l’Anna si fosse messa alla pari di certe ragazzette sgargianti,[20] scolarine di crestaie e di sarte, vagheggiate e ganzate[21] da’ servitori e da’ padroni scapestrati. Anzi una domenica egli scansò d’andare a spasso con lei e con maestro Cecco prima di sera, perchè la ragazza non era agghindata a modo suo, ed il vecchio si manteneva sempre fedele ai calzon corti ed alle scarpe con le fibbie.[22] L’Anna se n’avvide, ne rimase afflitta, e vi fu un’ombra di dissapore; ma la n’era sempre tanto innamorata, che presto si riconciliarono; e, come suole accadere, dopo un breve adiramento, in lei almeno, si rinvigorì quell’affetto che per parte sua più grande non poteva essere. — Quando m’avrà presa, pensava tra sè, lo contenterò un pocolino sul principio, e poi, al primo figliuolo, addio grilli! Un babbo bracciante ha altro che pensare! I vestiti belli allora sono i figliuoli tenuti bene. —
Quasi tutti i venerdì, prima delle ventiquattro, la vecchia Lisabetta andava da sè sola, e come di soppiatto, verso il convento del Carmine,[23] e spesso si tratteneva fuor di casa fino a tardetto, fin dopo l’arrivo di Cintio; il quale trovando la Maria senza custodia, s’arrischiava allora a fermarsi con lei più del solito, per chiacchierare barzellettando del più e del meno. Il brio della povera tessitorina dava nel genio al parrucchiere galante, e in lei facevano breccia le falde, il cappello di felpa rasata, i guanti e le garbatezze affettate.
— Giovinottino, — la diceva sorridendo — vo’ fareste meglio a andare pe’ fatti vostri; questa non è aria per voi. La mamma ha ragione; e povera me se la capitasse qui all’improvviso!
— Vo subito via a gambe, vedete? Fo le scale in un attimo!
— Eh! lo veggo, sì; come il granchio.
— E da qui innanzi me ne vo ratto ratto senza neanche darvi la buona sera.
— Meglio così; tutto fiato risparmiato.
— E meglio sarebbe che voi vi trovaste una volta un po’ di damo anche voi. Allora chi s’è visto s’è visto.
— Oh! vo’ l’avete detta bella! I’ non vo’ cascamorti tra’ piedi.
— Anzi, i’ mi son messo in capo di trovarvelo io.
— Bravo! dunque di piantone a San Giovanni.[24]
— Perchè?
— Perchè ancora gli ha a nascere.
— Oh! lo vedremo!
— Lasciamo le celie. I’ ve l’ho detto e ridetto. Io degli uomini non ne vo’ saper nulla. Se la non vi piace sputatela.
— Vale e che[25] voi ci cascate più presto d’un’altra?
— I’ so dove metto i piedi, ragazzo mio!
— Chi biasima vuol comprare.
— Neanche un quattrin bacato. Oh, bene spesi per tribolare tutta la vita!
— Voialtre eh? Vo’ fate bene a metter le mani innanzi per non cascare.
— Noi, sempre confitte in casa a fracassarci il petto al telajo, ad assaettarci coi figliuoli... E voi, chiedete e domandate, tutti gli spassi son vostri.
— Gli è che anche a tenervi sotto chiave non basta.
— Come sarebbe a dire?
— Lo sapete com’è? Voi non potete soffrire gli uomini; e io lontano cento miglia dalle donne, e tutti pari!
— E’ si vede!
— Voi non direte così domani.
— Badiamo veh! da qui innanzi, passando per andar su, neanche la buona sera.
— Non vi sarà questo pericolo.
— E guardare in viso le donne....
— Mai!
— Bene chidem![26] E per far meglio vo’ vi dovreste cavare gli occhi.
— I’ li terrò sempre bassi.
— E a vederne spuntare una da una cantonata....
— Io torno subito addietro.
— E se ce n’è una anche dietro?
— Allora poi....
— Fate una cosa: mettetevi l’ale per camminare tra’ nuvoli!... —
Ma se questo cicaleccio era insulso per le parole, non così per gli atti e gli sguardi e i sorrisi, pieni di spensierato abbandono nella Maria, e d’artifiziosa audacia nel giovine. La qual cosa avrebbe dato molto da pensare a maestro Cecco, o avrebbe subito fatto conoscere all’Anna quanto pericolo v’era che si fosse ingannata nel mentre che ella, inconsapevole di tutto, stava su a tessere e ad aspettare il suo damo. E questi, svagato al primo piano, incominciava a trovare insipida la conversazione di quelli del secondo. Un amore soave, tranquillo, verecondo, un conversare onestamente piacevole, assennato e condito dalle paterne ammonizioni dell’esperienza, andavano perdendo per lui ogni attrattiva. Egli avrebbe preso che l’Anna fosse stata più docile a certe dimostrazioni d’amore fatte a modo suo, ma che non andavano d’accordo con la ritenutezza della modestia. Un giorno, per esempio, e’ s’ebbe a male che la fanciulla avvezza a ricusare ogni più piccolo regaluccio, non volesse prendere neanche una bella camelia.
— A me piacciono più le rose, — diceva l’Anna — le camelie son belle, ma non sanno di nulla. —
E chi le avesse detto che quel fiore era stato regalato a Cintio da una cameriera inglese? Nè il rifiuto veniva da scrupolo eccessivo! ma ella si ricordava che un’altra volta col pretesto di darle un mazzetto di viole mammole, ei s’era preso la libertà di stringerle la mano di nascosto a suo padre. Quando poi si tratteneva in casa il fratello, non toccandogli sempre la nottata allo spedale, passavano parte della veglia con un po’ di lettura; la fanciulla e il vecchio la gradivano perchè sempre bene scelta, istruttiva e piacevole soprattutto quando leggevano i Promessi Sposi del Manzoni; ma il parrucchiere avrebbe preferito le chiacchiere oziose o una partitina a briscola; insomma egli, arrivò a desiderare piuttosto cinque minuti di colloquio insulso colla Maria, che un’ora di lieta e morigerata conversazione colla sua ragazza. Inoltre gli dava molestia la vigilanza perseverante di maestro Cecco; non già che il buon padre dubitasse della sua onestà, chè allora non l’avrebbe ricevuto in casa; nè era custode sofistico, e anzi gli dimostrava tutto l’affetto e tutta la fiducia d’un futuro suocero; e poi sapeva bene che la figliuola poteva guardarsi da sè: ma quale uomo casalingo e padre veramente amoroso, il suo maggior gusto era quello di godersi la compagnia della famigliuola, e non s’era mai dato esempio che l’Anna fosse rimasta da sola a solo con Cintio, sebbene gli amanti avessero tutta la libertà di ragionare delle loro più liete speranze.
Ma una sera che maestro Cecco, volendo spiegar meglio a Cintio i regolamenti e i vantaggi delle Casse di risparmio era andato in camera a prendere il suo libretto di credito, l’audace parrucchiere in un batti-baleno[27] spiccò all’improvviso un lancio verso l’Anna, e con tutta la svenevole agilità del ballerino le impresse un bacio sopra la spalla. Essa fece subito il viso rosso come lo sverzino, e con la minaccia d’appiccicargli uno schiaffo, lo respinse da sè.
— Dunque tu non mi vuoi bene! — esclamò Cintio.
— E voi non sapete come si fa a voler bene a me.
— Tanto non dobbiamo essere marito e moglie?
— E però queste confidenze non le voglio.
— Tu mi fa’ ridere! Scommetto io che la Maria non sarebbe tanto schizzinosa. —[28]
Queste parole furono un rasojo al cuore della fanciulla; chinando il capo si lasciò cadere di mano la spola, e nel raccattarla dovè rasciugarsi una lagrima.
— Animo! — soggiungeva ridendo il parrucchiere.
— Ho detto per chiasso; ho voluto provare se tu eri gelosa....
— Non importa che vo’ facciate altre prove. Con questi sentimenti vo’ non fate per me!
— Così sul serio? I’ sarei capace di prenderti in parola, guarda! —
Il ritorno del padre troncò il dialogo, e l’Anna fece di tutto per nascondere l’afflizione. Di lì a poco venne anche il fratello. Cintio disse allora che aveva una chiamata alla locanda, e se n’andò via frettoloso. Ma invece d’incamminarsi alla locanda, prese per le mura[29] con l’animo turbato dalla stizza contro la severa virtù della buona fanciulla.
Strada facendo raggiunse due donne che passeggiavano, e tirò di lungo senza guardarle, ma potè udire queste parole:
— Sì, è lui; — e gli parve la voce della Maria, nel tempo che l’altra con premura strepitava:
— Ti vuo’ tu chetare, poco giudizio? —
Allora si voltò, le riconobbe, e si mosse verso di loro.
— Ecco, — proseguiva la Lisabetta sgridando la figliuola, — I’ ti levo di casa apposta per non far nascere scangei,[30] e lui anche per le mura! Oh! i’ sono stufa sapete?
— Zitta via! — interruppe la figliuola pacificandola. — Non abbiate paura. Cintio è un giovine di proposito; non è capace.... — E volgendosi a lui: — Che novità son queste? che cosa venite voi a far qui? a pettinare qualche albero? —
E intanto la vecchia proseguiva a strillare, a condurre indietro la figliuola, a guardare il giovine a stracciasacco, e ad imporgli ch’e’ se n’andasse pel fatto suo.
— Dunque, — rifletteva questi tra se e sè, — la Lisabetta ha qualche ragione per dubitare. Ho capito; sono a cavallo. — E poi esclamò a voce alta, ponendosi dalla parte della fanciulla: — Il fatto mio è questo. Appunto venivo a cercarvi.
Maria. Davvero? Perchè mai?
Elisabetta. Finiamola, e subito!
Cintio. Il male è che voi la pigliate in burla; ma i’ vi dico e vi giuro che se vo’ mi volete bene....; meno discorsi! l’Anna non è per me. Stasera ci siamo sciolti. —
E lo disse con tale veemenza, che le donne s’arrestarono stupefatte, senza rifiatare, a guardarlo con tanto d’occhi. Poi la Lisabetta tirando a sè la ragazza, con animo più risoluto:
— Vo’ siete spiritato — gridava. — Vo’ avete perso il giudizio. Già si sa; le solite cose. Oggi rotti e domani più cotti[31] che mai! Ma non istà bene motteggiar così con chi non pensa a voi nè punto nè poco. E se gli è vero che v’abbiate lasciato l’Anna, meglio per tutti; vo’ non avrete più occasione di venirci tra’ piedi; vo’ potete baciare il chiavistello del nostro uscio. —
La Maria stava zitta, e, forse per la prima volta in vita sua, divenne seria. Cintio spiegò quel silenzio a modo suo; e vedendo che la teneva gli occhi bassi e che non badava alle parole della vecchia, credette d’aver dato nel segno. Allora finse di volere obbedire alla Lisabetta, prese di furto la mano della fanciulla che non ebbe tempo di ritirarla, e dicendole sottovoce: — Se tu non vuoi la mia morte, hai capito! — proseguì a gambe verso la Fortezza.
A quella stretta di mano, a quelle parole da primo amoroso in tragedia, la Maria mandò un grido sommesso, rabbrividì tutta, e si lasciò trascinare verso casa dalla madre che non potè udire quel grido nè accorgersi dell’insolita commozione della fanciulla, perchè infatuata dalla collera continuava ad esclamare: — Vien via! Al suon d’un raglio non bisogna cetra.[32] Poerin’a me! a queste suzzàcchere[33] m’ho a ritrovare? Già l’ho detto veh! Tu gli hai dato troppo braccio. Oh! Ma i’ la finirò io; i’ glieli leverò io questi grilli del capo. Garbatino! mettersi oggi con una, domani con un’altra. Una bella moda gli hanno imparato questi arnesacci trincati![34] E po’ lui che pratica tanti be’ ciaccherini,[35] tanta signoria, e i cavalier serventi delle dame! Noe, noe! anco ch’e’ fusse novizio e’ non farebbe al caso per noi; e tu ne puoi far subito il pianto. Alla larga! S’i’ fussi!... Tu ci ha’ dato e non fo celia! Ma i’ mi farò sentire con una buona parlantina in grammatica a maestro Cecco e a quell’altra daddolosa![36] E’ se l’hanno a tener per se quel giojello. E se gli avessero a traccheggiare dell’altro, so io quel che va fatto! I’ cerco subito du’ stanzucce, chiama e rispondi, in via San Zanobi o in via de’ Pentolini....[37] Tu ha’ a dire ch’e’ venga lì con credendo d’appiccicarsi a noi! Prima di rivederlo tu vuo’ sentir sonare più d’un doppio. E in quel caso, a fin di giuoco, no’ ci riparleremo! I’ n’ho pochi degli spiccioli, veh io! Tu lo sai, non c’è bisogno che nissuno mi venga a insegnar cantare; i’ sono stata prima vin che aceto![38] E con questi due cernecchiucci[39] di capelli, bench’i’ sia povera e vecchia, quand’i’ mi sento arrugginire il sangue, mi basta l’animo di fare anche un ricorso al Commissario.[40] —
E di questo passo la vecchia, senza potersi attutire, tirava innanzi a sgridar la figliuola e a metter fuori proponimenti per troncar diviáto la tresca; finchè, entrata in casa, la ragazza si lasciò andar bocconi, sulla sponda del letto, e diede nel piangere.
La mamma, non avvezza a veder le sue lagrime, si lasciò intenerire, e non aperse più bocca. Su, al secondo piano, non si sentiva uno zitto; e anch’esse andarono chete chete a dormire, sebbene la Maria stentasse molto a chiudere gli occhi. Riflettendo a quella improvvisa risoluzione ed a certi discorsi fatti più volte da Cintio ne’ suoi rincontri alla sfuggita, la si convinse ch’e’ doveva essersi sciolto per davvero, e le parve allora d’aver corso un po’ troppo con le risposte. — Ma come fare? — diceva tra sè, — che l’ho a costringere io a pigliarla per forza? O se gli avesse conosciuto prima me?... Povero Cintio! Si vede proprio che gli aveva sbagliato.... E poi, e’ non si troverebbe mai d’accordo con Michele. Michele, sicuro, anche lui è un giovine di proposito; ma sempre serio, troppo sorniòne.... Chi sa che cosa sarebbe seguito con que’ due naturali così opposti fra loro! — E in fine, un po’ di vanità e un po’ di compassione la persuadevano che non avrebbe fatto male a dargli retta. Indi la s’affliggeva di questa tentazione, e poi la ritornava a compiacersene; e così fu quella in vita sua la prima notte vegliata nelle afflizioni. Anche l’Anna, quando fu rimasta sola, ebbe bisogno di piangere, anch’ella si trovò a contrastare fra due opposti sentimenti; ma presto il migliore prevalse; e col pensiero a sua madre, della quale ricordava sempre i consigli e i conforti, potè quetarsi nel refrigerio d’un sonno tranquillo.
Sperando intanto la Lisabetta che questa faccenda potesse morir lì come un capriccio che presto svanisce, non si volle confondere a parlarne con chicchessia, o pensò che fosse meglio aspettare l’occasione propizia. In una donna della sua indole il lasciar raffreddare il primo bollore era lo stesso che non far nulla, lo stesso che succiarsi una disgrazia come se ormai non vi fosse rimedio. Anzi pareva che al crescere del rischio la si studiasse più che mai di levarne il pensiero, non avendo coraggio di mettersi a repentaglio contro di esso.
La sera dopo, Cintio non si fece vedere nè su nè giù. Queste vacanze non erano insolite: un circolo a Corte, l’opera alla Pergola o qualche festa di ballo potevano tenerlo impelagato attorno alle signore fino a tardi; ma l’Anna s’era già messa in sospetto; e benchè deliberata a disfarsene, la non poteva fare a meno di non patirne; la spina era troppo confitta dentro. Intanto il parrucchiere che faceva la posta alla Maria quando andava dal mercante in Vacchereccia, la rintoppò in Parione allo sbocco del vicolo che mette in una stradella senza riuscita detta del Purgatorio. La ragazza, appena l’ebbe visto, avrebbe voluto tirar di lungo; ma come resistere a un’occhiata fulminante, a un viso pallido e costernato, a tutti gli artifizi d’un seduttore? E quelle parole «se tu non vuoi la mia morte» le erano rimaste tanto impresse nell’animo, che zitta zitta si lasciò condurre in disparte, ed eccoli proprio insaccati nella via del Purgatorio, dove senz’esser visti da alcuno potevano discorrere a loro bell’agio.
— I’ volevo ben dire che tu avessi il cuore di non mi mantener la promessa — incominciava Cintio.
— Che promessa? Adagio! — rispose la Maria turbandosi.
— Io son libero, — e all’improvviso si mostrò tutto rasserenato. — E’ me n’hanno fatte tante che alla fine son libero! Ma che libero? I’ son tuo; tutto tuo in sempiterno. Ora conosco che cosa vuol dire fare all’amore. Maria, tu eri nata per me. I’ ti cercavo per mare e per terra. Alla fine ti ho ritrovata. Chi ci volesse separare, sarebbe lo stesso che distruggere le leggi dell’universo. — E accompagnando con gesti enfatici questa tirata presa ad imprestito dal libretto dell’opera, si levava di dito un cerchiettino d’oro: — sia questo il primo pegno del nostro amore; e questo sarà il più bel giorno della mia vita! —
La Maria ritirava la mano, non voleva prendere l’anellino; ma fu impossibile, chè in quel mentre udendo i passi di qualcheduno, la cominciò a tremare come una foglia, e Cintio s’approfittò accortamente di questa improvvisa apprensione per indurla in fretta e in furia a promettergli corrispondenza. Il sì, in quel frangente, per un’anima debole era più pronto del no; e dall’averlo detto, quasi per ripiego con la paura d’esser trovata a discorrere nella strada con un giovinotto, facilmente si ridusse a desiderare di sostenerlo. — Se l’ha a esser questa la volontà del Cielo, facciamola; — ecco la sua conclusione; ecco il pretesto col quale cercò di nascondere il proprio rossore nel separarsi da Cintio. Ma gli è anche vero che le ci volle del buono e del bello prima di ritrovare la diritta via, prima di muovere il passo con tutta franchezza.
Il parrucchiere poi se n’andò baldanzoso e giulivo, e subito in cerca di maestro Cecco col quale di punto in bianco si pose a discorrere del poco fondamento che v’era nelle sue speranze sull’eredità dello zio per aprir bottega, rimbobolando[41] non so quante fandonie, e toccando ora un tasto ora un altro per coglier l’occasione di guastare i concerti.
— Che vuo’ tu ch’i’ ti dica? — rispondeva l’onest’uomo, sorpreso ma non imbarazzato da quello stravagante guazzabuglio di parole senza costrutto. — A tutto c’è il suo rimedio. E alle corte, tu sai com’i’ son fatto. La Provvidenza non m’abbandona; sarà il male d’aspettare un po’ più.
— Mi passa l’anima il pensiero dell’Anna. Se la faccenda va in lungo, se il diavolo ci mette la coda....
— In quanto all’Anna, figliuolo mio, l’Anna non avrebbe neanche tanta furia. Tu sai che non ci piace di far le cose alla peggio. E tu non ci scappi....
— Ma.... e poi ma.... — E a forza di ma il petulante venne fuori con tanti casimisdei,[42] che maestro Cecco non potendo raccapezzarsi dove e’ volesse andar a finire colla cantata, si sentì un certo bruscolo nell’occhio da inferirne assai male. Nondimeno la cosa giungeva tanto improvvisa, che per paura d’offenderlo con cattivi giudizi, non volle stringergli i panni addosso con qualche domanda più concludente, senza prima scandagliare l’animo della fanciulla. Sicchè Cintio, vedendo che non gli riusciva di far breccia, pensò meglio d’andarsene, sebbene con le trombe nel sacco, ma deliberato ormai di buttar giù buffa[43] senza tanti riguardi.
Infatti fece vacanza anche per quella sera; e maestro Cecco, passata che fu l’ora senza vederlo capitare, guardò in viso alla figliuola, e conobbe bene che la si sforzava di addimostrare tranquillità e indifferenza.
— Cattivo segno! — disse tra sè; — qui c’è del buio. Dio voglia ch’i’ non l’abbia indovinata. — Poi volgendole la parola: — E Cintio? Ma quanto durano le sfuriate del lavoro? Che siano arrivati molti forestieri? Che c’è appartamento?[44] Non ti disse nulla? Non mi rispondi?
— No, non mi disse nulla.
— E’ par giusto giusto ch’e’ non te n’importi.
— Se gli ha da lavorare, mi farò una ragione.
— Figliuola mia, ha’ tu nulla da confidare al tuo babbo? Ecco qui, no’ siam soli. Discorriamo un po’ tra di noi.
— Volentieri, babbo.
— Dimmi; che c’è stato qualche cosa? Che siete un po’ grossi? Io, sì.... lo confesso, i’ son piuttosto severo su questo punto. Ma via! se Cintio avesse il torto.... gli dirò il fatto mio: debbo farlo; ma poi so anche compatire; non aver paura.
— Che gli perdonereste, puta caso, un’impertinenza?
— Oh! qui poi ne lascerò giudicare a te.
— Io? io no! — E non resse alla pena: chinando il capo sul petto, e coprendosi il viso con le mani le convenne dar la via alle lagrime.
Il padre la lasciò piangere; e poi: — Tua madre avrebbe fatto lo stesso. Coraggio! Tu la somigli in tutto e per tutto. E la ti sente, sai? la ti vede, l’è qui a farti animo. Sì, no’ piglieremo consiglio da lei. — Datole il tempo di sfogare la commozione di quella memoria: — E ora, — riprese, — ora che tu ci avrai ripensato anche meglio, puoi tu dirmi se tu se’ sempre del medesimo sentimento?
— Sì, babbo; — e pronunziò quel sì senza piangere, con la fermezza della virtù che ha saputo resistere a tutte le seduzioni.
— E domani e domani l’altro? Anche s’e’ venisse qui pentito a confessare lo sbaglio, e a chiederti perdono?
— E perchè non è ancora venuto?
— Nondimeno aspettiamo dell’altro — concluse il vecchio. — Tutti possiamo sbagliare; e chi è buono, sa ravvedersi. — Ma in cuor suo aveva già immaginato che la faccenda fosse senza rimedio.
La sera dipoi aspettavano in silenzio la venuta del parrucchiere, quando Michele tornando a casa e trovandoli soli, domandò se Cintio s’era visto.
— Ancora no — rispose l’Anna tranquillamente.
Il padre gli fece cenno di stare zitto, e dopo alcune parole indifferenti, andò in camera dietro a lui. Costì Michele esclamò subito con risentimento:
— Dunque non ho sbagliato io! Vorrei un po’ sapere a che giuoco si giuoca!
— Perchè? di’ adagio.
— Dicerto era lui! Quando passavo dalla Vigna,[45] era lui sotto il lampione; ho buona vista veh io! a discorrere fitto fitto con la Maria.
— E anche se fosse vero?
— Se fosse vero? Corpo di bacco! — avviandosi minaccioso per uscire.
Maestro Cecco lo rattenne.
— Ma non ti riscaldare senza riflettervi. Poniamo che Cintio fosse capace d’un tradimento; allora dimmi un poco, il levarselo di torno che sarebbe perdita o acquisto?
— Senza fargliela pagar cara? senza empirgli il muso di ceffoni?
— Michele! con chi parlo io?
— Ma l’Anna che cosa dirà?
— L’Anna saprà rassegnarsi. La s’è già avvista di qualche cosa.
— E lo smacco? E i braconi subito pronti a pensar male delle fanciulle? Un giovinotto che ne pianti lì tre o quattro una dietro l’altra, riman sempre lo stesso; ma per loro è diversa.
— Lascia cantare. Chi ha bene in pratica la mia famiglia non piglierà la cosa a rovescio come tu credi. E poi tra due mali il peggiore sarebbe quello d’aver acquistato un cattivo parente. S’e’ non cerca più di noi, t’assicuro io che non avremo ragione di cercar lui.
— Se gli è un poco di buono, e’ non l’ha a passar così liscia.
— Non facciamo scalpóre quando c’è di mezzo la fanciulla. E scalpóre perchè? Bisogna anzi ringraziare la Provvidenza che ce l’ha fatto conoscere in tempo!
— Povera Anna! Dopo tante belle speranze! Dopo tante promesse!
— Ti ripeto che la l’ha capita da sè.
— E per l’appunto la pigionale!
— Lo vedi tu? Per conoscere un uomo bisogna provarlo nel cimento.
— Gli è che mi dispiace anche per la Maria! Dunque sarà ingannata anche lei! È egli possibile che l’abbia ad avere tanto poco giudizio?
— S’e’ ci si potesse rimediare!
— Proprio ingannata! Perchè i’ la conosco! So io! Gran disgrazia d’avere per madre...! Basta! s’e’ s’ha a lasciar correre, lasciamo correre; ma fate conto ch’i’ durerò una gran fatica a mandarla giù. Sì davvero!
— Michele — e lo guardava con attenzione — i’ t’ho per un figliuolo prudente. S’e’ si può impedire il male di quella ragazza, facciamolo. Ma la faccenda è delicata; e questo tuo calore.... Sbaglierò.... Ma bada!...
— Dio voglia che se Cintio è un cattivo soggetto non la faccia capitar male. Non dirò altro. E maledetto il primo giorno ch’i’ gli parlai.
— No, figliuol mio, il maledire sta sempre male. Ritorna in te. Prudenza, e pensiamo all’Anna. Intanto dammi retta. Doman l’altro la riporta la tela al mercante.... S’e’ non ci sarà nulla di nuovo.... Mi dispiace che per l’appunto ora i’ non posso lasciar la fabbrica! Basta, tu piglierai un calesse e l’accompagnerai lassù a Malmantile a casa della mia cognata. E’ s’era detto di farlo anche dopo la disgrazia della mamma; e per cagione di colui ne levammo il pensiero. Quella buona creatura v’aspetta a braccia aperte. Che cosa ne dici tu?
— La mi par pensata bene.
— O andiamo di là; ad ogni modo il tempo darà consiglio. —
Le donne, in molte cose, e massime se si discorre d’affetti, sogliono avere penetrazione più squisita degli uomini; ed i giovani, sempre più fervidi degli uomini fatti, non sanno contenere quanto bisogna gl’interni moti dell’animo. È meglio questo che una studiata posatezza, la quale nell’uomo onesto può essere prudenza opportuna, ma nel giovine può facilmente diventare simulazione. Perciò l’Anna capì subito il motivo dell’insolito colloquio tenuto in camera tra il padre e il fratello; e questi, suo malgrado, le diede a conoscere che la non s’era ingannata. Anzi, ella fece presto un’altra scoperta; e le bastò di non trovare secondo il solito la Maria al telajo quando scendeva le scale per andar fuori, e di non si veder salutata lietamente a viso aperto come prima dalla Lisabetta. Ebbe poi piena conferma delle sue congetture, se non fosse bastata l’assenza di Cintio, nell’andare col fratello a Malmantile.
Il cavallo, povera bestia, giacchè da un pezzo aveva perso il brio e il vigore della gioventù, non s’era trovato mai a camminare così a bell’agio come in quel giorno. Appena furono fuor di porta, le guide sempre ferme, e la frusta sempre zitta.
— Tu hai un bel dire, quel che è stato è stato, — cominciò allora Michele — ma i’ ho paura che tu te ne voglia ricordare per un pezzo.
— Sì, come quello che s’è visto cascar la saetta accanto senza rimanere incenerito.
— Dio faccia che la tua salute non ne risenta. Tu t’affatichi a fare l’indifferente....
— Che ti pensi tu? l’ho pianto sai? Dell’ore da piangere ce ne sono state, e dimolte!
— Ed io avrò sempre il rimorso....
— Di che? se mai, i’ mi ricordo che tu non eri po’ poi tanto contento. Ma che cosa occorre tornar sul passato? Se tu ti affliggi di questo, per carità, non lo fare. Gli è che.... Michele, nessuno ci sente. I’ non vorrei che questa disgrazia ne tirasse dietro un’altra. Ma che cosa dico disgrazia! Per me la sarà stata una fortuna. Ma se colui si mettesse dintorno.... Dimmi, ti se’ tu avvisto di nulla?
— I’ stavo zitto io, perchè.... Ma tanto, prima o poi, tu l’avresti a sapere anche tu.
— Dunque non ho sbagliato.
— I’ stavo zitto per via di te.
— Per via di me? Figúrati! I’ penso a quella povera disgraziata io! Se la non arriva a conoscerlo in tempo! S’e’ sa fingere con lei come gli ha fatto con me!
— Che vuo’ tu ch’i’ ti dica? Suo danno!
— E ora, anche tu mi vien fuori con l’indifferenza. Come s’i’ non mi fossi accorta d’ogni cosa!
— Ma insegnami il rimedio, se ti riesce! E poi, oramai, no! Ora è finita! Anco se la l’avesse guardato in viso una volta sola!...
— Michele! questo è troppo! La non sapeva nulla: pensaci bene! La non ha esperienza. I’ non dirò che tu facessi male ad aspettare, per conoscerla meglio; questo sì; ma ora la va compatita.
— Gli è inutile!
— No, Michele! tu mi daresti davvero un gran dolore. Guarda, ora i’ ci vo a mal’in gambe in campagna. Se potessi, tornerei addietro. Ma tu, oh! tu m’hai a promettere....
— Io? i’ non ci penso più, te lo giuro.
— E per l’appunto perchè tu lo giuri, i’ non te lo credo. Se c’è verso, te lo chiedo in carità, fa’ di tutto. No’ siamo ancora in tempo. Se non per te, almeno per lei. Ricordati che l’è mia amica.
— Ancora? Dopo quello che la t’ha fatto?
— E vorresti tu darne tutta la colpa a lei? I’ non credevo che tu fossi ingiusto come tanti altri. E’ ce li fanno far loro gli spropositi, e poi non ce li vogliono perdonare.
— Dunque se la Maria si ripentisse?
— Dio lo volesse! Centomila perdoni. E poi ho già perdonato, mentre considero che la sia stata messa in mezzo.
— E lui?
— Di lui non ne parlo.
— Dunque compatisci anche me.
— Oh! ma la cosa è troppo diversa. E’ mi discorreva da un pezzo; e lei, poveretta, la non si sarà neanche arrischiata a figurarsi che un giorno o l’altro tu avessi potuto.... I’ la conosco: con la sua allegria la par franca; ma non è vero; e tu le davi soggezione!
— Ma levare il damo a un’amica! Senza franchezza non si fa davvero! anzi, ci vuole sfacciataggine.
— No’ siamo al solito. O tu non mi capisci, o tu fa’ le viste!
— Non t’inquietare: i’ vedrò meglio come sta la faccenda; e poi, giacchè tu me lo consigli....
— I’ te lo consiglio, e mi raccomando.
— Farò una prova; ma ci spero poco. —
E le medesime cose, con altre parole, ridissero più d’una volta, venendo sempre alla medesima conclusione, finchè non furono arrivati alla Lastra a Signa, dove il marito della zia, era giorno di mercato, gli aspettava, perchè maestro Cecco gli aveva già mandato scritto ogni cosa.
Sandro, con la sincera cordialità d’un onesto campagnuolo, fece ai nipoti un visibilio di feste, montò sul suo cavallo, e presero insieme la strada di Malmantile, discorrendo lietamente del più e del meno. Arrivati presto alla salita, anche l’Anna volle scendere di calesse; e allora i modi gioviali di Sandro e la vaghezza del luogo la distrassero alquanto da’ suoi dolorosi pensieri.
La strada, serpeggiando lungo un torrente, saliva su ripida ripida, framezzo ad amene collinette, in parte coltivate a vigneti, in parte rimaste selvatiche. Dopo un bel tratto di verdeggiante e popolata pianura, quel luogo svariato, un po’ solitario ed alpestre, diveniva anche più gradevole; e il cielo sereno, l’aria purissima, la fragranza delle piante aromatiche, le ginestre e le scope fiorite accrescevano la bellezza della campagna e il diletto di passeggiarvi.
Dopo aver salito alquanto, ecco l’orizzonte a poco per volta farsi più largo; e a destra, sull’opposta riva dell’Arno, sorgere in lontananza le pittoresche cime d’Artimino, di Pietramarina e di Montalbano; a sinistra i gioghi della Romola, e di faccia di quando in quando il castello di Capraja, o la veduta dell’Arno, o una porzione della pianura Empolese. Dove la campagna montuosa apparisce meno fertile e meno coltivata, in quella vece fanno più spicco le collinette scoscese, e le fettuccine di terreno verdeggiante messe a frutto più qua e più là dall’industria; e l’occhio è ricreato grandiosamente dalle vedute di molte miglia di paese lontano, dallo spettacolo delle boscaglie di pini che incoronano i monti slanciando le folte chiome nell’azzurro del cielo, e dai gioghi maestosi dell’Appennino che in maggior lontananza incorniciano il quadro.
— Beato voi, — esclamava Michele verso lo zio — beato voi che vi godete quest’ameno soggiorno lavorando la vostra terra! Noi altri sempre laggiù in quel catino, imprigionati fra le case, spesso affogati nella nebbia, e poi e poi.... non vo’ dir altro! No’ siamo proprio disgraziati!
— Eh giovanotto mio, — rispose il contadino con un sorriso — tu’ di’ bene, ma questa bell’aria costa dimolti sudori per chi deve campare della propria fatica.
— L’è la vostra salute.
— I’ vorrei che tu fossi quassù a’ solleoni per le faccende, o agli stridori del verno, o quando tira la tramontana, che ci rammonta la neve sull’uscio e ci leva di peso dal focolare.
— Vo’ ci siete avvezzi; e se vo’ aveste a lavorare la terra di un padrone, forse direi!... ma per il vostro poderetto dove nissun altro comanda, tutte le intemperie si possono tollerare più volentieri.
— O rimediala quando l’annata va a traverso! E che dopo esserci sbonzolati,[46] bestie e cristiani, su per que’ greppi, un alidore brucia le grasce in erba, o, arrivati alla falce, un diluvio ce le atterra; quando una percossa di grandine ci sperpera l’uva, o quando un turbine di vento ci porta via l’ulive bell’e annerite! Avendo da rifarsi con altre terre, pazienza; ma chi ha solamente quattro zolle?...
— Niente paura! Dopo il cattivo ne viene il buono. Un’annata d’abbondanza vale per tre di penuria.
— Ma voialtri non avete questi timori: il lavoro a chi sa fare e a chi ha voglia non manca mai; ed ogni sabato vi viene snocciolato il vostro salario.
— S’i’ mi lamentassi per me, mi parrebbe di mormorare della Provvidenza; ma gli è anche vero che la legatura perpetua non conferisce, e dà più fastidio di tutte le stravaganze delle stagioni. Io, vedete, i’ starei a patto di non toccar mai la palla d’un quattrino,[47] purchè la zappa e la vanga mi dassero il campamento all’aria aperta.
— Vuo’ tu fare a baratto?...
— Insomma, — interruppe l’Anna ridendo — vo’ mi volete far credere anche voialtri che in questo mondo non ci sia bene per nessuno. Io poi, ve l’ho a dire? mi ricordo delle parole del babbo: Chi si contenta del proprio stato sta bene per tutto.
— E ha ragione! — risposero gli altri ad una voce.
Del resto, nessuno de’ due interlocutori era indiscreto, nè avrebbe osato rammaricarsi sul serio. Ma è troppo naturale al cittadino innamorarsi delle bellezze campestri, e al campagnuolo vagheggiare i comodi della città; perchè, lasciando stare tante altre ragioni, chi visita per poco o quella o questa, ne vede solamente il meglio. Nondimeno i’ mi sarei messo dalla parte di Michele a preferire la campagna e l’agricoltura. La semplicità del vivere che molto giova ai buoni costumi, per dirne una, vale assai più di tutte le agiatezze cittadinesche che sì facilmente li depravano.
Già erano pervenuti i nostri viaggiatori sotto la diroccata bicocca di Malmantile, resa tanto celebre da quel bizzarro ingegno del Lippi,[48] quando videro venirsi incontro tutte giulive la moglie di Sandro e le sue figliolette. Figuratevi le accoglienze amorose, gli amplessi ed i baci! Le donne non s’erano viste da molto tempo, e quello sfogo d’affetti veniva propriamente dal cuore. Attraversando alcuni campi, giunsero a casa dov’era già apparecchiata la mensa. Michele si trattenne quanto occorreva per rifocillarsi e per far riposare il cavallo, e poi gli convenne tornare sollecitamente a Firenze. Nè le istanze di tutti, perchè si trattenesse dell’altro, nè le seducenti bellezze della campagna, valsero a fargli scordare il proprio dovere.
In quel luogo ameno e tranquillo, in compagnia di gente proba, lieta, operosa, l’Anna avrebbe potuto riaversi; e chi l’avesse vista corrispondere con serenità alle attenzioni degli zii e delle cugine, avrebbe creduto che il suo animo fosse privo d’afflizioni. Ma vo’ potete immaginarvi se v’era da starsene alle apparenze! Come dimenticare così subito un affetto nutrito per lungo tempo, sebbene la cagione di levarselo dal cuore così all’improvviso non fosse stata sua? E quante dolci speranze perdute a un tratto? E che rammarico doloroso d’un inganno durato tanto! Poi la passione de’ pericoli ai quali si trovava esposta la sconsigliata amica, e più che altro il considerare il dispiacere del fratello che vedeva andare in fumo una cara speranza. Che anzi le bellezze della campagna, la contentezza che traspariva dai volti de’ parenti affettuosi, e la grata vista d’una famiglia governata dall’amore, e nella quale la temperanza, la semplicità e la voglia di lavorare producevano beni molto preferibili alle ricchezze; tutto ciò produceva nell’Anna un doloroso contrasto col suo stato presente. Quante volte la s’era figurata anch’essa di dover godere della medesima pace, di vedersi crescere d’intorno una famigliuola sua propria, e d’accogliere in seno affetti nuovi e puri e soavi e costanti!
Ora non più! Tutto sparito come sogno. Sicchè dopo i lavori e le ricreazioni della giornata, quando la rimaneva sola nella sua cameretta, affacciandosi alla finestra per godere la vista del firmamento, le venivano giù in gran copia le lagrime, rattenute a forza per tante ore; ed il sonno non era più un dolce riposo per lei, ma il languido assopimento di chi è stanco di soffrire.
A Firenze v’è chi ride; ma quante volte il riso d’una persona è più lagrimevole del pianto d’un’altra! La Maria aveva dato facile ascolto a tutte le fandonie inventate da Cintio per dissipare i suoi scrupoli; ormai s’era abbandonata per l’affatto alle seduzioni della vanità e dell’amore capriccioso; non si saziava di giubbilarne; tutto le compariva color di rosa. Ma la mattina, appena albore, ed essendo sempre tra il sonno e la veglia, le s’affacciava un rimorso, come se l’Anna fosse apparita lì per rimproverarla d’un tradimento. Tutta rimescolata, — Io? — balbettava — non ci ho colpa, veh, io! Gli è stato il caso; e poi, tu non dovevi licenziarlo. Tu gli ha’ dato lo sfratto; ora tant’è che sia io od un’altra. Non mi guardare in quel modo; tu mi fa’ paura. — E riscossa e svegliata con la ricordanza confusa di quel breve farneticare, la si confortava, rammentandosi che la pigionale era fuori di casa, e dicendo con un sorriso: — Manco male, l’è andata via! —
Cintio poi trovava alla fine tutto il suo pascolo nell’aver per dama una fanciulla ghiribizzosa,[49] di bellezza appariscente, dedita a fare spocchia[50] di belle vesti, poco austera negli atti e nelle parole; e godeva più che altro di non ritrovarsi a quella suggezione d’un padre autorevole ed accorto e d’un fratello assennato. V’era la Lisabetta; ma come volete voi che la povera vecchia con tutte le sue sfuriate di chiacchiere non si lasciasse prendere il sopravvento da un appaltone[51] inforestierato? L’ebbe un bel dirgli e ripetergli: — Badiamo bene! prima di lasciarvi discorrere con la me’ figliuola i’ vo’ sapere che intenzioni siano le vostre! Che vo’ non vi crediate d’aver che fare con una milensa; qui vo’ non troverete il terreno morvido come su. I’ non son maestro Cecco io; quando nacque il suo diavolo, il mio andava a processione.[52] In primis[53] e’ s’ha a fissar bene; e’ voglian esser patti chiari; e promettere e mantenere. In casa mia s’usa così. Nissuno vi ci ha chiamato.... — e via discorrendo. Promettere? E che cosa costa far credere il panno largo, ed obbligarsi anche a faccia fresca per iscrittura a chi s’è fatto spergiuro con un’altra? a chi non si ricordava d’aver visto morir contenta una madre colla speranza che fosse assicurato il buono accasamento della figliuola? E dopo le promesse ed i giuramenti, la povera vecchia si diede maggiormente pace, vedendo che i pigionali stavano zitti, che l’Anna se l’era battuta, che Cintio non rifiniva a regali; inoltre ogni repugnanza svanì addirittura quand’ebbe scoperto in esso una segreta passione, che per lei era buon requisito, la passione vo’ dire del giuoco del lotto. Con una terzina battezzata per sicura, con una cabala da tirar fuori la vincita, Cintio poteva comandare a bacchetta.
Poco ci volle a Michele per accorgersi di questa conformità degli animi; e per quanto se ne addolorasse molto, e propendesse ad obbedire alle raccomandazioni della sorella ed ai suggerimenti del proprio cuore, nondimeno si trovò legate le braccia, e dovè concludere che il caso era proprio disperato.
Nel medesimo tempo la sorella, benchè sempre distratta dalle amorose attenzioni de’ buoni parenti, non poteva più sopportare di trovarsi lontana dalla casa paterna; ed il non saper nulla di quello che Michele avesse potuto risolvere le dava molto martòro. Dopo una ventina di giorni maestro Cecco era andato lassù coll’intenzione di farle solamente una visita e di lasciarvela stare dell’altro, se la zia, come poteva figurarselo, si fosse opposta alla sua partenza; ma e’ conobbe che non v’era da farlo, che non conveniva prevalersi d’un’obbedienza forzata, e che d’altronde la rassegnazione della fanciulla non era più da mettersi in dubbio.
Vi lasciò considerare se con tutto ciò l’Anna rimanesse intenerita dalla sincera afflizione che gli zii e le cugine mostrarono nel separarsi da lei! Per istrada non s’arrischiò ad interrogare il babbo su quello che le premeva tanto di sapere; e come a sfogo di gratitudine verso i parenti, non fece altro che raccontargli le loro affettuose garbatezze: ma appena rivisto il fratello, non indugiò a leggergli in volto lo scoraggiamento di chi non ha potuto superare gli ostacoli d’un’impresa troppo difficile.
— E proprio non c’è speranza? — gli disse quando furon soli.
— Tu lo vedrai anche da te. Perchè non se’ tu rimasta in campagna?
— In questo caso sarebbe meglio ch’i’ non ci fossi neanche andata, o che piuttosto tu vi potessi passar tu una ventina di giorni.
— Anch’io so rassegnarmi.
— Non mi pare; tu se’ andato a male, sai, in questo po’ di tempo!
— Eh giusto! sarà il dispetto; perchè.... perchè non si può veder di peggio. E non so chi mi tenga dal non rompergli il muso a quello sciagurato!
— Ho io ragione? Abbi pazienza, ma bisogna che tu mi dia più retta. I’ non vo’ più sentire questi discorsi. Una bella rassegnazione codesta!
— E s’i’ ti dicessi ch’e’ par giusto giusto che gli abbiano ragion loro! ch’e’ non si riguardano di farsi vedere, di salutarmi come s’e’ non fosse accaduto nulla, come se dopo un tradimento come questo s’avesse a essere più amici di prima!
— Compatiscili: e’ saranno più disgraziati che mai. Quand’uno ha perso la bussola, non sa più quel ch’e’ si faccia. E poi, non dubitare, se gli è uno sproposito, verrà anche il ravvedimento.
— Venga pure; ma per me l’ha indugiato troppo! —
Anche l’Anna potè convincersi poco dopo che Michele non aveva esagerato nel darle ragguaglio del loro contegno. L’accecamento durava sempre; e perchè l’amica tradita non ebbe cuore, al primo incontro casuale con la Maria, di farle il viso dell’arme, questa riprese animo; credette che la generosa compassione e la benignità della virtù soccorritrice fossero invece indizio di sommessione, e godè in cuor suo di poter liberamente vantare a’ suoi occhi un malaugurato trionfo.
Nel mentre che l’Anna ritornava premurosa al telaio per allestire il nuovo lavoro e ricattare il tempo perduto in campagna, la Maria e la Lisabetta inciambellate[54] da Cintio, andavano ogni sera a spasso, e qualche volta anco al teatro; e per questi svaghi fu necessario buttar via de’ quattrinelli in fronzoli e sciupar delle ore per metterseli dintorno. Quindi tra i molti divertimenti co’ quali il parrucchiere infatuato volle ganzare[55] la nuova dama, vi fu quello d’una merenda alle Cascine in comitiva d’alcuni servitori di forestieri. Anch’essi avrebbero condotto le loro donne; e volevano fare, per dirlo con parola barbara più imbarbarita che mai, un picchinicche[56] appunto come facevano i loro padroni con grande scialacquìo di vivande, con sfarzo di vestiario, e perfino colla scarrozzata, pigliando a nolo due o tre fiaccherre. Figuratevi se Cintio si sbracciò a far l’impossibile perchè la Maria e la Lisabetta fossero della brigata, e non scomparissero a petto alle altre! Ma ci voleva il vestito di seta, ci volevano le gioie, e tutto all’ultima moda, e tanto per la vecchia che per la giovane! La spesa era molta e gli assegnamenti mancavano. Per combinazione, una tra centomila, il giuoco del lotto venne improvvisamente a fargli crescere quella smania. Gnorsì, dacch’e’ faceva all’amore con la Maria s’era messo a giocare disperatamente da sè ed a mezzo con la Lisabetta, studiando la cabala degli autori[57] di grido, e dando retta alle più scempiate stregonerie, che l’ignoranza del gonzo tiene quali articoli di fede e che l’iniquità dell’impostura fomenta per assassinarlo. Pochi giorni innanzi a quello che era stato fissato per la merenda, eccoti la vincita, una gran vincita veh! quella d’un ambo. Avevano già speso più del doppio di quel ch’e’ riscossero; ma che cosa volete? l’immaginazione de’ giocatori di lotto, si sa, al primo barlume di fortuna, si riscalda, s’infiamma, come quella d’un cortigiano che precipitandosi in terra per baciar le impronte delle pedate del principe abbia potuto una volta metter le labbra anche sopra una cócca del manto reale.
— C’è ella la Provvidenza? — esclamò la vecchia tutta ringalluzzata, appena vide Cintio dopo la famosa consolazione.
— O andate a dire ch’i’ non l’azzecco!
— Sempre voi! Come il cacio su’ maccheroni.
— Eh figliuolo! — e gli si accostava all’orecchio perchè neanche l’aria la sentisse — I’ non ci vo per nulla laggiù, voi mi capite! sulla piazza del Carmine![58]
— Un viaggio e due servizi — diceva allora tra sè il parrucchiere pensando alla Maria lasciata sola. — E questo gli è anche un buon augurio — soggiunse forte. — E’ si vede bene che la Maria era destinata per me.
— Sicuro! quando vo’ mi dite che alle mani di maestro Cecco non c’era verso di giocare? Vecchio trullo![59] Per onestà e’ sarà un uomo da mettergli il capo in grembo. Dio l’abbia in gloria! ma se gli ha a noia il lotto, e’ mi dà in ciampanelle,[60] e’ patisce nel comprendonio. Lo vedete voi? gli è inutile confondersi, nondimeno per la povera gente non c’è altro rinfranco!... Che pretende di saperne più lui di chi l’ha inventato? Basta darci dentro e saper capire l’autore! Oio![61] a quest’altra girata s’ha a raddoppiare la posta; e i numeri ci sono, da fare un bello sdrucio, di quelli di sott’il banco; e gli ho già messi in prova.[62] Eh! v’insegnerò io il segreto per tenere la strada aperta alla fortuna. Chi la dura la vince. —
Ma Cintio allora le dava poca retta, perchè l’essenziale consisteva nel preparare l’occorrente per la merenda.
Presto, con la sua tessitorina, dalla sarta e dalla crestaia; il lavoro è di furia; i denari lì, uno sopra l’altro; dunque da parte i vestiti delle signore; e poi chi direbbe di no all’accorto e piacevole parrucchiere che sa guadagnarsi la protezione delle sue ricorrenti, che può avere ordinazioni co’ fiocchi e ordinazioni per forestiere, sempre ricche sfondate?[63]
Poi andarono sul Ponte Vecchio, entrarono in una delle botteghe più in giorno con la moda, e l’orefice penò poco ad avvedersi che si trattava d’innamorati e di quattrini vinti al lotto. La vecchia che non aveva mai visto un gruzzoletto di plurimi[64] ballanti e sonanti, facilmente si diede a credere ch’e’ fosse la miniera del monte gaio, e che prima di vederne il fondo la potesse lasciar andare la briglia a que’ due capi sventati. E se v’è un giuocatore che dopo la più meschina vincita non si figuri d’aver acciuffato pe’ capelli la fortuna, e non si creda di poter subito rinnocare,[65] e non pigli la rincorsa verso il precipizio che l’aspetta, segnatelo col carbon bianco.
Finalmente arrivò la domenica del picchinicche;[66] il tempo era bellissimo: due fiaccherre si fermarono dinanzi al marciapiede delle case-nuove. Colui che poco prima aveva paura che la sua bella dovesse far poco spicco, ebbe la soddisfazione di vederla superare in leggiadria e in lusso tutte le compagne.
Le finestre del vicinato messo a rumore erano affollate di gente per vederla salire in carrozza col suo milordino; e i cavalli a chiocchi di frusta condussero via gloriosa e trionfante la comitiva. E nella strada un bairamme:[67]
— A voi! — diceva una ragazza in un capannello di donnicciòle in sacchino e rete[68] — la l’ha trovato il verso di fare spocchia!
— Sì, che la duri! — soggiunse una donna attempata.
— Ma quello non era il geo[69] della pigionale?
— Gli è quel ch’i’ dico; e la non può andare a finir bene. Con l’asino che non trova basto che gli entri, si fa poca strada.
— Io resto della vecchia!
— E’ l’ha saputa infinocchiare perbenino con le sue pastocchie.[70]
— Chi di venti non n’ha, di trenta non ne aspetti.
— Bellina, strascicata[71] anche lei!
— E com’e’ s’impancano[72] al fumo de’ signori!
— Per farsi mettere in favola e in canzona!
— Qui poi, adagio a dire. Puta caso[73] noialtri poveri non potremo spasseggiare tra’ lustrissimi? Che siam concio noialtri? che perderanno uno spicchio di croce?
— I’ son con voi: l’è giusta: il mondo è di tutti e i’ so andar sempre dove mi par’e piace; ma da povera! I’ lascio il guardinfante[74] e l’alluminìo[75] a chi n’ha bisogno; e non ho gusto a entrar nella calca per farmi pigiare.
— Che t’anderebbe a’ versi a te quello spaccone[76] tutto razzimato e liscio liscio com’un subbio?
— Figurati! sapone e muffa![77]
— I’ ho più a noia le falde... e quelli che parlano in quinci e quindi!
— Hai tu visto eh! E dacchè gli ha piantato il bordone al primo piano, la strada non mette erba.
— Una bella cosa! tutti patatucchi impacciosi, prepotenti e impertinenti da perderci anche la riputazione!
— Ma intanto la va oltre in contegno, e non v’è carestia di spassi nè di regali!
— Ch’e’ se li tengano per le donne del loro paese!
— Ma il vestito di quella bellezza patita gli è una maraviglia da maledetto senno!
— Ma la scimmia anche vestita di seta è sempre scimmia. E badate ch’e’ non le abbia a costar troppo caro!
— Bisogna vedere chi spende!
— Ragazze, non pensate a male. Io credo ch’e’ sian quattrini del lotto.
— Bene spesi davvero!
— Questo gli è un altro conto. —
E lì, e più lontano, il bisbiglìo e il cinguettìo durarono un pezzo. Una vecchia strucia,[78] più meschina e più tribolata di quante ve n’erano sulle case-nuove, che seminava cirindelli[79] da tutte le parti, che non s’arrischiava a mescolarsi nel cicaleccio con le altre, che sapeva pur troppo, per propria e dolorosa esperienza, a qual misero fine conducano gli spropositi della gioventù inesperta, guardò con lungo sospiro la coppia baldanzosa; e zitta zitta tentennando la testa si pose a passeggiare sotto gli alberi del prato.[80] L’Anna in quel tempo era a vespro, e pregava Dio per la prosperità del padre e del fratello.
Ora non vi starò a raccontare se la pappata dei servitori fu riboccante di squisite vivande! proprio da far gola ai più ghiotti parassiti dei loro padroni. Avevano fissato di gozzovigliare a bocca e borsa;[81] ma il vincitore dell’ambo volle metterci di suo la coda, una coda più lunga di quante e’ n’aveva pettinate a’ suoi giorni.
Dopo avere speso l’osso del collo, dopo essersi impinguati d’intingoli e di boria, tutta roba troppo indigesta, massime per chi non ci è avvezzo, i nostri amanti finirono la loro comparsa sull’imbrunire della sera. Vi sarebbe stata la voglia di far la chiusa col teatro o col ballo; ma era giocoforza sottomettersi ai doveri del proprio stato. E Cintio doveva lasciare la bella nella casipola del telaio, e levarsi i guanti bianchi per impugnare il pettine in un palazzo o in una locanda, e lisciare con la pomata i fintini delle signore anziane o le trecce delle novizie; gli altri erano aspettati chi dalla spazzola in guardaroba, chi dai cavalli nella scuderia. Già se la Maria avesse dovuto rimanere più a lungo striminzita[82] nel busto e fra i gangheri, si sarebbe svenuta. Inoltre le vivande rimpasticciate, i vini forestieri e artefatti, il caldo della stagione e la polvere avevano fatto impallidire il suo incarnato, e messole un’arsione da aver la lingua a mezzo la gola, con un frizzìo doloroso negli occhi. La vecchia.... Oh meschina! portatela a letto; vo’ non vedete come l’è sbalordita e rifinita dalla strepitosa scorpacciata? E poi nella quiete della sua cameretta nessuno vada a vederla quando non sia per porgerle assistenza, chè se lo strapazzo della gioventù malcapitata riempie l’anima di mestizia, la vecchiaia che si lascia trascinare dove non è chi sappia rispettarla, diviene anche ributtante. Dopochè la fanciulla si fu sciolta di quelle pastoie, ebbe bisogno di sdraiarsi sopra una seggiola. Costì fu presto travagliata dai languori di stomaco, da lunghi sbadigli, da giramenti di capo, e poi assalita da sonnacchioso sbalordimento; e allora le sopravvenne una confusa ricordanza dell’accaduto: messa da parte l’ambizione di comparire insignorita agli occhi delle vicine, e di esser da più delle commensali, la ritornò con la fantasia agli atti e ai discorsi di Cintio e dei servitori. Le sue orecchie avevano sentito come venisse straziato da costoro il dolce linguaggio nativo, e la verecondia le aveva fatto salire spesso sul volto le vampe del rossore. Per lungo tempo fu un delirio tra la sorpresa e il pentimento, un chieder perdono a Dio dell’aver sorriso come gli altri alle bestemmie, agli sfacciati equivoci, agli osceni racconti di quanto può inventare la feccia d’ogni paese a scapito dell’onestà e della modestia. E sempre più la postema cresceva! La non ebbe neanche fiato di moversi dalla seggiola; e il sonno era interrotto, soffocante, convulso, pieno di spasimi e di visioni. Ora le pareva di veder Cintio, con la faccia strafigurita e con orrido ghigno pigliarsi gusto di strapazzarla e d’incolpare lei sola de’ suoi proprj traviamenti; ora di comparire dinanzi a uno specchio e di ritrovarsi scarna, lividosa e nuda bruca mendicando misericordia in mezzo a una strada, senza potersi scansare dalle ruote di una carrozza o dalle zampe dei cavalli, e senza un filo di voce per chiedere soccorso. In quelle smanie una sola apparizione pietosa veniva di quando in quando a sorreggerla: il personale e i modi parevano quelli dell’Anna; ma il viso era coperto da un velo bianco, e se spirava un alito di vento per sollevarlo, i suoi occhi non potevano stare aperti: ma intanto l’enorme peso che le piombava sullo stomaco diveniva più leggiero, la saliva era meno amara, il respiro non tanto affannoso. In questo modo passò tutta la notte quant’ella fu lunga senza trovar mai pace di sè, e allo svegliarsi era pallida, rifinita, milensa. La fiaccona e la svogliatezza durarono più giorni; il buon umore, le ciarle e i progetti di Cintio non bastavano a darle sollievo; ma cominciando egli a mostrarsene infastidito ed a rampognarla, bisognò che almeno la facesse le viste d’essere allegra. Col fingere, a poco per volta la riprese il solito brio, e la giovinezza le tornò a rifiorire le gote.
Del resticciòlo della vincita non ne fu fatto quell’uso che la vecchia e la Maria s’erano figurate. Chi si mette addosso gli ori e la seta non la finisce più; improvvisamente scappa fuori il bisogno di tante altre brìcciche[83] da far seguito; chè dopo la prima spesaccia non siamo a nulla. Come quello che principia a murare in sull’angolo d’una casa: È stato fatto il più; si può fare il meno, e spesso il meno, alla fin de’ conti, viene a costare il doppio del più. — Ormai il vestito c’è: che s’ha a buttar via? L’ho portato una volta che non ha a veder più lume? E’ direbbero ch’e’ non era mio, o che non l’avessi pagato, o che il Presto[84] ci servisse di guardaroba. Dunque tiriamo via. Quel che ci va ci vuole; e’ s’intende! la casa coll’orto.[85] — Ma il più essenziale, che sarebbe il giudizio, non è mai messo in capo di lista: e’ viene in ballo al tirar delle tende, quando s’arriva all’ergo di pagare; ma allora è tardi, ed è seguito dal pentimento che è una compagnia bella e buona per chi può scialare, non già per quelli che non hanno da rifarsi. Nello stesso tempo la fanciulla, per quell’impasto di vanità, di buon cuore e d’inesperienza che l’aveva fatta capitar male, s’assuefece a vedere con meno ripugnanza i compagnoni di Cintio. Inoltre quelle persone che a prima vista non ci vanno a’ versi, a forza di machia,[86] di baciabassi,[87] di studiate cortesie, di sfrontatezza e d’elogi smaccati, adagio adagio entrano in grazia a chi non ha esperienza de’ loro costumi e a chi si lascia infinocchiare da’ loro ammennicoli. E poi, lasciate fare alla servitù vagabonda di certi forestieri libertini ed oziosi, che si danno l’aria di signori splendidi e ragguardevoli scialacquando nei vizi i doni della Provvidenza; che presumono d’arricchire un paese spargendovi oro, mal esempio e debiti! Questa servitù, con l’arroganza dello schiavo che si rende necessario al padrone e che si sottomette volontariamente a’ suoi capricci, con la finzione che pare sincerità, con certa insensibilità ciarliera che passa per tenerezza di cuore, s’invernicia l’anima come le scarpe dall’aver di continuo sott’occhio quell’artefatta gentilezza, colla quale sanno mascherarsi i padroni per usurpare la stima dovuta al merito di coloro, chè senza dubbio ve ne sono, i quali anche fuor di patria sanno farsi onorevoli con la virtù, con l’ingegno e col buon uso della ricchezza. Chè anzi la povera Maria, credula alle immaginazioni di Cintio, il quale si figurava di doversi acquistare riputazione e ricchezza bazzicando le locande e stando dietro ai servitori di piazza, si compiaceva di quest’abiezione del suo amante. Nello stesso modo la vanità e la bassezza d’animo conducon talora anche le persone, così dette, d’alta sfera,[88] a passar coi forestieri i limiti dell’ospitalità doverosa, corteggiandone l’albagía ruvida o raffinata, imitandoli a guisa di scimmie in tutto e per tutto, rinnegando perfino i costumi, le inclinazioni e la lingua del proprio paese, quasichè si vergognino d’appartenere a una patria, della quale, operando così, senza dubbio diventano indegni.
Questa correntezza trascinò la sconsigliata tessitorina sull’orlo d’un precipizio, dal quale per buona sorte scampò come per miracolo, senza che la s’accorgesse nè punto nè poco della grandezza del rischio. Più di tutti gli altri faceva premure, feste e finezze tragrandi agli amanti un certo cameriere, non saprei di qual nazione, perchè taluni a forza di mutar padroni e usanze e paesi perdono ogni vestigio della loro origine. Costui era uomo di età matura, si dava l’aria di protettore e d’uomo che la sa lunga, aveva sempre in bocca il risettino obbligato, era il caporione e l’oracolo d’ogni comitiva, e pareva un fior di senno; vestito con molta lindura, in giubba nera e in corvattone: anelli massicci alle dita, catena d’oro, ripetizione e occhialetto; e sempre gaia la borsa, da fare alla palla delle monete.
Il suo linguaggio era un guazzabuglio di parole prese da un visibilio di paesi, ricucite a modo suo, da muovere spesso alle risa o piuttosto a dispetto; sgranava una guardatura fissa e penetrante, ma sempre a sghimbescio, e gli atti poi erano melati, svenevoli, seducenti, come di coloro che si pigliano gusto di mostrar la luna nel pozzo a’ gonzi. Un giorno volle regalare alla Maria due paia di guanti sopraffini. La non gli avrebbe voluti; ma Cintio, considerando a parer suo che si trattava d’un uomo di proposito, non ci trovò alcun male, e la obbligò a prenderli; e così d’alcune altre bazzecole di minor conto. Parlavano con lui del loro futuro matrimonio, ed egli voleva esser uno dei testimoni, far tutte le carte, e con un sorriso misterioso dava a divedere che avrebbe preparato un regalo co’ fiocchi. Venne il tempo delle corse degl’Inglesi alle Cascine. L’espettativa e i preparativi dei forestieri e de’ giovani eleganti del paese per quello spettacolo, il chiacchierìo che ne facevano i servitori e i cocchieri degli uni e degli altri, la curiosità degli sfaccendati e del popolo invogliarono anche la Maria ad andarvi; e il cameriere, come se avesse indovinato il suo desiderio, non richiesto le portò due nomine per salire col damo sopra un palco. Ma come fare ad approfittarsene senza potervi condurre la Lisabetta? Inoltre, e per l’appunto quel giorno, Cintio aveva avuto una chiamata da una signora forestiera in campagna, tre miglia fuor di porta. V’erano anche delle altre difficoltà, perchè la Maria non aveva così subito la roba da rivestirsi di tutto punto.... Insomma il donativo delle nomine riesciva inutile. Allora il cameriere messe innanzi un ripiego. E’ doveva condurre a veder le corse una sua zia, donna rispettabile al servizio d’una gran signora; e avrebbe avuto il comodo della carrozza. Dunque ecco la compagnia per la fanciulla, ecco levato di mezzo il maggiore intoppo. Pel vestiario ci voleva poco: la stagione permetteva un abbigliamento semplice; con piccola spesa e in un batter d’occhio era provvisto a ogni cosa. La Maria, sebbene smaniosa di veder quelle corse, nondimeno aveva una certa repugnanza a cedere a questi accordi. Ma Cintio messe in campo tante ragioni, che gli riuscì di persuaderla a fare a modo suo e dell’amico. Quindi se n’andò in campagna che già la fanciulla era vestita, e aspettava il cameriere con la zia e con la carrozza. Ma aspetta aspetta, nissun venne. Passò un’infinità di carrozze, di gente a cavallo, di curiosi; furon fatte le corse, tutti tornarono dalle Cascine; e infine anche Cintio tornò dalla sua gita in campagna. Appena la Maria e la Lisabetta gli ebbero fatto sapere come colui avesse mancato di parola, Cintio che era trafelato, e aveva un diavolo per capello, raccontò come dopo aver fatto a gambe tre buone miglia fuori di porta, e aver girato non so quanto per que’ dintorni in cerca della villa, nissun gliel’avesse saputa insegnare, e alcuni a vederlo così sperso, sbalordito, come uno venuto di Val di Strulla,[89] e con quella eleganza tutta malconcia dalla polvere e dal sudore, avessero malignamente preso a canzonarlo. E come raccapezzarsi in questa faccenda? Il parrucchiere andò subito alla locanda, e seppe allora che quel cameriere ed il suo padrone erano spariti, e che la polizia era in cerca di loro, ma troppo tardi; e correva voce che nella notte passata, in un palazzo dove si teneva occultamente un gioco rovinoso, quello stesso forestiere avesse fatto una vincita esorbitante e sospetta. Cintio sbigottito cercò di mostrare indifferenza a questa notizia, perchè altri non ricavasse cattive induzioni dalla sua amicizia col cameriere; ma almeno qualche beffa anche per questo gli venne addosso. Poi ripensando tra sè e sè ai regali, alla villa negli spazj immaginarj, alla finta zia, alle corse, dubitò dell’orribile tradimento che gli poteva essere stato tramato da quel ciurmadore, se la necessità di affrettare una fuga non l’avesse per avventura mandato a vuoto; e gli convenne intanto almanaccare una filastrocca di fandonie per levar di sospetto la Maria. Il giorno dopo ne seppe dell’altre, che gli fecero conoscere con più evidenza il pericolo che aveva corso; ma credete voi che questa lezione gli servisse? Ahimè! Diciotto di vino,[90] diceva il lanzo:[91] e quand’uno ha perduto la bussola e s’è lasciato abbacinare gli occhi dalle apparenze, è molto difficile che si ravveda. Infatti presto dimenticò l’accaduto; proseguì a praticare i soliti gabbatori, che per lo meno si burlavano poi della sua vanità e delle sue baggianate; e intanto veniva l’inverno e crescevano le conoscenze per l’aumentata affluenza degli stranieri, e con esse le occasioni di nuovi spassi e di nuove spese, prima ch’egli avesse pensato con fondamento a metter su bottega e ad accasarsi, non ostante le esortazioni della giovane e della vecchia. E’ badava a traccheggiare e a mandarla in lungo con un’infinità d’inciampi inventati, di pretesti, di scuse; e assicurandosi sempre sopra mille speranze senza fondamento, gli riusciva di trattenere la loro impazienza e di far chetare la Lisabetta quando voleva dir qualche cosa fuor de’ denti.
Tra’ signori arrivati a Firenze da ogni parte della terra in quell’anno, ve ne fu uno spropositatamente ricco, e quanto mai si può dire pazzamente prodigo e dissipato. Costui mutando in veleno per gli altri i doni gettati nelle sue mani dalla fortuna, conduceva seco per istrascico una ciurma di mangiapani, un branco di bestie e di servitori d’ogni razza e d’ogni paese, come quando il turbine mena seco la spazzatura a mulinello ne’ crocicchi delle strade. Qualche migliaio di poveri schiavi s’arrapinava tutte le ore del giorno in mezzo agli stenti per riempirgli ogni mese lo scrigno, e cento paia di granfie di libertini tornavano ogni mese a vuotarlo. — Ecco una provvidenza, — dicevano coloro che vivendo la maggior parte dell’anno in ozio vituperevole aspettano il tempo dei facili e spesso illeciti guadagni.... — Beata la città che gode di queste grasse entrate! — Ma Giotto, Brunellesco, Michelagnolo e cento poi, non crearono tante maraviglie di belle arti perchè i posteri ne facessero mercimonio col mostrarle ai vagabondi che non le intendono o che le sbeffano; bensì le lasciarono a testimonianza della magnanimità d’un popolo libero e vigoroso, che sapeva arricchirsi con nobili industrie, onorare di generosa ospitalità gli stranieri amici, e difendere i costumi e le mura di casa sua dalle pessime usanze o dalla mala signoria de’ nemici. Nè voi, patrie colline, di tanta vaghezza vi rivestite sotto l’azzurro d’un cielo sereno per divenire raddotti di lascivie per lo straniero!
Cintio ebbe subito che fare con alcuni del seguito di costui; e gli parve d’esser saltato a piè pari nel paese della Cuccagna.
Un vasto palazzo, di bella architettura, casa una volta di rinomata famiglia spenta con la Repubblica,[92] bastò appena a contenere tutta quella corte babilonica; e subito sotto gli occhi dell’usuraio, che se l’era acquistato chi sa come, le pareti splendide d’antiche e di gloriose pitture, adorne di venerate immagini o d’arazzi maravigliosi furono qua e là sfondate con barbarica furia, o imbrattate coi moderni frastagliumi d’un’arte bastarda, per adattare al gusto ed agli usi del forestiere una dimora ch’egli avrebbe abitato per pochi mesi. I vecchi ma suntuosi mobili adoperati dai padri della patria, le tele che sotto la polvere de’ secoli nascondevano bellezze squisite non conosciute, le statue di maestri celebri e di scolari più celebri dei maestri, ai quali forse mancò solo il testimonio d’un artista intelligente per meritare onorato posto nelle pubbliche gallerie, le pergamene ed i libri rimasti in preda dei tarli e dei topi, ma forse ricchi di sapienza e di storia, tutto ciò insomma che vi poteva essere di più venerando fu cacciato e ricacciato alla rinfusa in oscuri ripostigli; le stanze consacrate agli affetti di famiglia divennero luogo di profanazione; e i terreni e le loggie dove un tempo il cittadino ragguardevole discuteva le pubbliche faccende sotto gli occhi del popolo, o mercatava le ricchezze dell’Oriente e dell’Occidente, furono imbrattati dalla greppia e dallo strame dei cavalli, dai covili dei cani, dalle ruote delle carrozze. Forse una zampa ferrata percoteva sciupando quel pavimento dove uno dei Ghirlandai si prostese a disegnare con la brace le prime ispirazioni dei suoi dipinti, o dove Dante sedette a colloquio, non già per servile diletto del ricco padrone, come fecero molti poeti di tempi più corrotti, ma per isvolgere ed invigorire in esso le virtù del cittadino. Così uno sbruffo d’oro gettato con alterigia nelle mani dell’ingorda ignoranza bastava a convertire in bordello un tempio, dove i secoli accumularono le reliquie della gloria nazionale. Invano ne muovon lamento o rimprovero il dotto che le tiene in venerazione conoscendone l’importanza, l’artista che sa pregiarle e valersene pe’ suoi studj, il poeta che ne trarrebbe magnanime ispirazioni: la loro voce non suona come lo scrigno impinguato dalle ricchezze d’un nuovo mondo che gl’Italiani aprirono e donarono ad altri popoli; e la santa verità degli affetti che cosa vale dirimpetto agli argomenti inumani dell’avarizia?
Uno de’ primi regali del ricco straniero fu la festa di ballo in maschera con apparecchio d’inaudito sfarzo, con profusione di rinfreschi e di vivande, e con larghissimo invito. Già gli sfaccendati che erano accorsi a strisciargli la riverenza avevano ammirato le sue carrozze, le magnifiche pariglie, i tanti servi riccamente vestiti, il perpetuo va e vieni di signori, di negozianti, d’artefici al suo palazzo; i parassiti più allupati con la consuma in corpo e l’acquolina in bocca,[93] i più solleciti ad apparecchiare su tutte le prode, facevano la posta ai cuochi sul canto di mercato, e ronzavano leccandosi le basette[94] intorno alle finestre della cucina, tirati dall’odore come i corvi alla Sardinga;[95] e insomma il negozio[96] di quella festa faceva strepito dappertutto, ed era la più valida ragione messa fuori da alcuni per dare ad intendere che la città ricavava gran guadagno dall’oro de’ forestieri. Ma le spese fatte per insulsi godimenti e per ogni altra cosa superflua non accrescono la ricchezza d’un paese, poichè allora si tratta per lo più di consumare senza conclusione, vale a dire senza riprodurre. Lasciamo stare i danni che dai lucri troppo facili e inaspettati derivano spesso alla morale degli artigiani, quando non tutti resistono alla tentazione di abusare della larghezza di chi spende, assuefacendosi così alla malafede, e sdegnando poi le mercedi moderate secondo giustizia; e alcuni dopo le furie d’un lavoro abborracciato e ricompensato profumatamente, s’infingardiscono, scialacquano, e in poco tempo, o con desiderj smoderati o con svaghi intemperanti, sciupano il loro guadagno; lasciamo stare il mal esempio che i dissipatori vanno seminando col lusso sfrenato, con le mollezze fatte palesi a chi deve scoprirne per necessità del mestiere tutti i segreti; lasciamo stare l’insolente arroganza di chi ha il solo merito del denaro in casa d’altri, chè spesso ricchezza e sopruso sono fratelli. Ma pigliando solamente ad esaminare l’uso materiale della ricchezza, vedete prima quanto tempo perduto in opere infruttifere da chi si diverte a quel modo, e da chi deve preparare que’ divertimenti! E il tempo è il capitale che ha più valore di tutti gli altri. A ogni modo i mestieranti lavorano, voi dite, e saranno pagati; ma dal lavoro che hanno fatto, che costrutto ne ricava il paese? Un bel vestito che pe’ suoi guarnimenti avrà richiesto tre o quattro giornate di lavoro, e che dopo la festa di ballo non è più portabile, gioverà egli alla prosperità dell’industria quanto un arnese perfezionato per qualche manifattura utile a tutti? Le torme de’ servitori guadagnano e consumano; ma il tempo speso nello stare in un’anticamera o dietro una carrozza, e le forze adoperate per lisciare uomini, bestie, legni e pavimenti, producono certamente meno del tempo e delle forze che il contadino spende nel lavoro della terra. I molti cavalli destinati a trascinare un uomo solo danno guadagno ai mezzani e ai mercanti che li vendono; ma le loro forze, giacchè, povere bestie, sono condannate a servirci, darebbero qualche utilità, quando piuttosto fossero moderatamente usate a movere una macchina. Nella stalla d’un ozioso vi saranno più pariglie ben pasciute e oziose come il padrone, mentre un povero somaro scoppierà dalla fatica sul podere lontano, perchè il contadino che ci somministra il vitto non può mantenere altro che un povero somaro. Le carni, le droghe, i condimenti comperati per apparecchiare un sontuoso banchetto impinguano le casse de’ macellari, de’ negozianti, de’ pizzicagnoli; ma dopo molto strazio di roba per rendere più squisiti i sapori e più sostanziosi i sughi, ne escono pochi intingoli da stuzzicare un tardo appetito, e il resto satolla l’ingordigia dell’ozio subalterno, o va nelle fogne; mentre una povera madre non potrà allattar bene il figliuolo per mancanza di nutrimento sano, o l’infermo in uno squallido tugurio morirà senza che una stilla di gelatina abbia potuto bagnarli le labbra riarse. Ecco là un branco di cani ben cibati e bene alloggiati: che ci danno forse la lana come le pecore?... Dunque su questa terra non vi sono più poveri, e potremo moltiplicare senza bisogno le razze degli animali che non producono nulla, e dare ad essi il pane e le carni avanzate alle mense? Ah! finchè le migliaja patiranno la fame ed il freddo, finchè non sapremo procacciare il lavoro a chi lo chiede, o educare al lavoro chi vi repugna, i godimenti superflui e l’impiego dei capitali in que’ godimenti saranno spese contrarie alla prosperità d’un paese, perchè, dopo aver somministrato un guadagno passeggiero, inaridiscono la sorgente de’ salari. Il cattivo uso della ricchezza è sempre un delitto contro l’umana famiglia e contro la Provvidenza divina.
Intanto e pel forestiere che dava la festa, e pel suo corteggio e per gl’invitati padroni e servitori, i negozianti, le sarte, le crestaje si prepararono a far conti e a segnare spese e fatture su’ libri; gli usurai levarono da’ nascondigli i loro sacchetti per imprestar quattrini col pegno in mano e con mallevadoria più che sicura a chi ne avesse bisogno; e un visibilio di salari, d’elemosine, di pensioni, di lavori campestri, e via discorrendo, rimasero arretrati, perchè tutti non possono fare due spese in una volta; e poi, cava e non metti ogni gran monte scema. Lo credereste? anche Cintio che aveva già tuffato il romajòlo in quel calderone, e sperava a suo tempo maggiori bocconi,[97] anche Cintio trovò il modo di condurre a una festa di ballo la povera tessitorina.
I subalterni di seconda tinta, quelli senza titolo di barone o di cavaliere, servi anch’essi del ricco forestiere, ma non di camera nè di stalla, gente insomma di confidenza minuta, senza nome e giornaliera, avendo non poco braccio nelle faccende di quella baraonda, vollero dare una festa anche per loro e pei loro amici. Presero a pigione la sala d’una locanda, e l’addobbarono con lusso; dipoi una bell’orchestra, uno squisito banchetto, e suono a raccolta di tutto il fiore del servitorame. Cintio fu tra’ primi e de’ più desiderati, perchè valente ballerino e perchè aveva da condurre una bella compagna. Così la Maria, già da lui istruita nel valzer e nella quadriglia, avrebbe potuto una volta sfogarsi. Ma al solito, bisognava che la non fosse da meno delle altre nell’eleganza del vestiario; e questa volta mancava la vincita dell’ambo. S’erano industriati, è vero, e coi numeri della gogna,[98] e con quelli de’ più accreditati autori di cabale, e col libro de’ sogni, e con le visitine alla piazza del Carmine[99], e con le fattucchierie, e coi denari presi dall’usurajo bacchettone, ma non poterono cavar costrutto da nulla. Che cosa si stilla? Nè la sarta nè la crestaja voglion più fare a credenza. Inoltre la ragazza non sarebbe andata alla festa senza la compagnia della mamma, e così cresceva la spesa per mettere in ghingheri anche la vecchia. Cintio ebbe un bel dire, e portare esempi e stampar compensi; la Maria in questo tenne fermo. Pur troppo una benda funesta le s’era messa davanti agli occhi da un pezzo! Ma il naturale sentimento della propria onestà le incuteva sempre un utile ritegno, mantenuto anche dalla presenza de’ virtuosi pigionali, da quella generosa compassione di chi non cova rancore nè pensa a vendicarsi delle ingiurie, ma invece, se non può far di meglio, le dimentica e le perdona; di chi non mortifica con disprezzo, nè ammonisce con presunzione i traviati, ma piuttosto li richiama e li commove con l’esempio. La virtù dell’Anna era per la Maria un modello divenuto ormai troppo difficile ad imitare; ma avendolo sempre davanti, non poteva fare a meno di conoscerne la bellezza. Così il rozzo montanaro, che anch’esso ha avuto dalla natura occhi e affetto per ammirare la perfezione delle sue opere, sebbene gli manchi l’arte per ricopiarle, pur le contempla volentieri sulle tele e ne’ marmi, e gode in segreto che altri ve le abbia sapute ritrarre sì bene. Forse talvolta la Maria tornata in sè con lucido intervallo, ponendo il proprio stato a paragone di quello dell’Anna, e travedendo i pericoli a’ quali era esposta, si sarà abbandonata a quello scoraggiamento che ci fa dire: — Ormai non v’è rimedio; non si torna più indietro; nasca quel che sa nascere,[100] i’ voglio andar sino in fondo; — ma a vedere che i pigionali incontrandola a caso, non la scansavano con dispetto sprezzante nè con alterigia, le tornava allora un po’ di forza per cercare di ravvedersi. Spesso l’intolleranza che pretende distruggere il vizio a furia di flagelli non produce altro che dispetto e ostinazione, come quel maestro di scuola che volendo educare con la sferza i discepoli, provoca l’audacia ribellantesi apertamente contro ogni legge, o suscita l’ipocrisia peggior d’ogni vizio. Ma invece, quante volte un colpevole, volgendo lo sguardo, nella quiete d’una notte serena, alle maraviglie del firmamento, si sarà inginocchiato da sè nella polvere per adorare uno Dio misericordioso, e chiedergli perdono con le lacrime del contrito!
Nondimeno il parrucchiere venne a capo di far fare alla Maria e alla Lisabetta un altro passo falso. La vecchia aveva ancora un vezzo di perle scaramazze,[101] il miglior capo del suo corredo, il solo assegnamento che le fosse rimasto per dare un po’ di dote alla figliuola. Cintio lo sapeva, e cominciò a dire che le perle non usavano più, che quelle essendo così disunite e anche giallognole, non erano da mettersi al collo d’una sposa giovane, d’una sposa cittadina; che quanto a lui sarebbe stato inutile di serbarle;.... e, per fare il discorso corto, quel vezzo fu bacchettato nell’atto, e convertito in tante calìe[102] nè più nè meno come i quattrini dell’ambo.
Così la vigilia della festa la fanciulla era all’ordine per andarvi abbigliata di tutto punto, quand’ecco un altr’inciampo inaspettato; perchè la Lisabetta, che già pativa d’alcuni dolorucci reumatici, peggiorò a un tratto per la rigidezza della stagione, e in guisa da non potersi reggere in gambe. Allora la ciarla del parrucchiere fece nuovi sforzi per ismovere la Maria dal proposito di restare in casa.
— Non dobbiamo noi essere marito e moglie? Per una volta, che male sarà uscir fuori senza lo strascico[102a] della mamma? Riguardatevi, Lisabetta, riguardatevi a questi stridori di freddo. Io.... come si fa egli? Ormai ho promesso. No’ abbiamo speso.... Voi non avete bisogno di nulla; basta che stiate calda; domani non sarà altro. —
E seguitando di questo passo, egli arrivò perfino alle minacce di piantar la ragazza, se non facevano a modo suo. Che cosa volete ch’i’ vi dica? A queste minaccie la povera vecchia s’arrese, e gli sposi andarono da sè soli.
Per la Maria, che non aveva mai veduto una festa di ballo in una gran sala, con profusione di addobbi, di lumi, di rinfreschi, tra una matta allegria, in mezzo allo strepito dell’orchestra, poco ci volle perchè si abbandonasse tutta al suo brio spensierato. Cintio a metter su e dirigere le quadriglie, ballerino agile, elegante, fanatico, faceva la prima figura tra i giovani; e pensate voi se mancarono adulazioni a lei, sempre bella, in gran gala, pettinata stupendamente dalle mani di Cintio, e presto sfranchita nel ballo per la sveltezza e la grazia del personale! Quella festa e quella gozzoviglia durarono fino a tardi; gli sposi furono degli ultimi a uscire; e la Maria, che per la novità dello svago non aveva potuto scorgere quanta licenza vi fosse, andò via desiderando nell’anima che le si desse presto l’occasione di ritornarvi.
Ragionando lietamente di ciò che avevano visto e di quanto s’erano divertiti, giunsero sul Prato, apersero l’uscio, salirono le scale, e costì fecero adagio per non isvegliare la vecchia, immaginandosi che fosse a letto. Ma appena messo piede sulla soglia, sentirono una zaffata puzzolente che pareva sito di cenci bruciati. Ratta la Maria corre in camera: un denso fumo annebbiava la fiaccolina del lume a mano: il fetore mozzava il fiato. — Vergine santa! Dov’è la mamma? — La povera vecchia era sdrajata sopra una seggiola, era basita[103] da quel fumo, da quella peste.[104] Guardano meglio, e s’avvedono che il veggio aveva dato fuoco alla sottana, e su su, fino a bruciare le carni. Il riscontro dell’uscio aperto fece rilevare la fiamma! La Maria, forsennata, perso il lume degli occhi, tremando tutta, si dà a scoter la mamma e a urlare quanto n’avea nella canna:
— Oh Dio! è morta! —
A quelle grida i pigionali si svegliano, e senza metter tempo in mezzo scendono giù. Per buona sorte v’era anche Michele. Vista la disgrazia, manda l’Anna a prendere olio, lardo, cotone; fa correr Cintio in cerca d’un medico, e insieme col babbo si mette a spogliare, e a stracciare le vesti di dosso alla vecchia; poi sdruce la materassa, per adoperarne in compenso la lana, e versato sulla carne l’olio del lume a mano, comincia a ungere e a coprire le bruciature; piglia il cotone del baulino dove pochi giorni avanti stava il vezzo di perle, poi adopera quello che l’Anna era corsa a prendere in casa, e prosegue a spalmare con olio e con lardo e a metter cotone finchè bisogna. Allora fece aprir la finestra, e la sventurata incominciò a dar segno di vita. L’Anna assisteva la Maria, che pel disperato dolore s’era svenuta. Il medico venne subito, esaminò lo stato della malata, conobbe che Michele aveva fatto quel meglio che si poteva; ma ci volle anche una cavata di sangue. Dopo due ore di terribile ansietà, poterono avere un po’ di speranza. Ma le bruciature erano affondate e si distendevano per tutta la gamba e fin sopra il ginocchio. Se il soccorso avesse indugiato, chi sa? e’ l’avrebbero trovata stecchita. Dopo la partenza del medico la Maria sciolse un pianto dirotto e convulso, e ci volle tutta la pietosa misericordia dell’Anna per racchetarla. Cintio se n’andò avvilito e confuso. Maestro Cecco e Michele vegliarono in sala tutto il rimanente di quella notte, e l’Anna non uscì di camera.
La medicatura richiedeva molta diligenza e molta pratica, e la guardaroba ben provvista. Michele esperto infermiere si pose spontaneamente ad ajutare il medico; e l’Anna.... Che cosa volete? le cencerìe[105] di moda che la Maria possedeva non erano neanche buone per far le fasce; e avendo strutto nel lusso tutti i quattrini, non le era riuscito ancora di mettere insieme un correduccio di biancheria; sicchè l’Anna che lo aveva bell’e preparato da un pezzo, chiese e ottenne dal babbo il permesso di adoperarlo in servizio della povera Lisabetta. Allora dovè rifarsi da una parte, e ogni giorno bisognava dar sotto a qualche capo di roba; ogni giorno la Maria, maravigliata di tanta generosità, diceva e diceva.
— Ma zitta! — rispondeva l’Anna, — non ci pensare; lo fo volontieri, sai? Non siamo amiche? non siamo prossimo? Sì, quando potrai, penseremo a rimettere in essere il consumato. Po’ poi tu avresti fatto lo stesso con me.... —
E maestro Cecco e Michele ripetevano su per giù le medesime cose, con quella sincera benevolenza che non umilia chi ha bisogno del soccorso degli altri.
Ma alla mancanza di guadagno per aver trasandato il lavoro, alla pigione, ai debiti.... a tutto questo i pigionali non potevano riparare. Allora Cintio, che non sapeva più dove si battere il capo, consigliò la Maria a mettere in ipoteca que’ ciondoli di valore che erano stati comperati a contanti. Un usurajo de’ più sordidi fu subito pronto, uno di quelli che appena si contentano di prendere un quattrino il giorno sopra ogni francescone,[106] prestando la quarta parte del valsente del pegno, e facendo anche con orribile sacrilegio qualche pia invocazione, per battezzare quale atto di carità l’assassinio. Portati a costui gli orecchini, la collana, gli smanigli, a stento s’appagò di quelle minuzzaglie costose per la fattura e di poco valore intrinseco; ma lo scioperato parrucchiere stretto dal bisogno si lasciò sgozzar dall’usura come chi piglia un cavallo morto oggi per rendere un barbero a San Giovanni.[107] Così la Maria si trovò presto spogliata, e quasi senza costrutto, di tutte quelle cose che non s’addicevano al suo stato. Ma questo non le importava, purchè la mamma guarisse. E infatti per le sue cure e per quelle de’ pigionali, la povera vecchia a poco a poco si riebbe e andò migliorando.
Intanto s’appressava quel giorno nero in cui non vi sarebbe più stato nulla da mettere in pegno; e per soprappiù era imminente il mese della pigione. Cintio, curandosi poco di queste angustie, faceva l’uomo franco, e al solito metteva in campo la sue speranze spallate[108] per tirare in lungo più che e’ poteva. Ma le chiacchiere e le apparenze co’ padroni di casa non contan nulla; e appunto avevano da fare con un uomo che già li minacciava di spogliarli di tutto, e di non aver compassione della povera vecchia inferma, pur di non perdere neanche un picciolo: sicchè o l’anticipato o la disdetta. L’Anna se ne accorse, ne tenne discorso col babbo e col fratello, i quali erano pronti a fare tutto quel bene che avessero potuto, e poi trovatasi da sola a sola con l’amica:
— Maria, — le disse — tu m’avevi dato parola di confidarmi ogni cosa; ma ho paura che tu non voglia farlo quando sarebbe forse più necessario. No’ siamo amiche; le disgrazie non fanno vergogna....
— Credi tu ch’i’ non m’accorga che le mie son disgrazie meritate?
— Diciamo che sia vero, benchè i’ direi più che altro che fosse colpa di poca esperienza; ma questi discorsi ora non ci hanno che fare. A ogni modo, se vi fu inconsideratezza tu l’hai scontata cara anche troppo. Ora vien qui, torniamo a quel ch’i’ dicevo dianzi. Vuo’ tu confidarmi?.... O piuttosto, hai tu gli assegnamenti per pagare la pigione? Scusa.... non te n’offendere; sa’ tu dove rivolgerti se mai ti mancassero? —
La Maria si diede a piangere, senza poter mettere assieme quattro parole di risposta. L’altra, confortandola, aspettò un poco; e alla fine:
— Sta’ quieta; domani il babbo va a pagare la pigione per sè, e ha già pensato per quella via di far un viaggio e due servizi col levarvi questo pensiero. Poi, a vostro comodo, senza stare a dire nè quando nè come....
— Ma questo è troppo! — esclamò allora con trasporto di tenerezza la Maria; — dopo tanti benefizi pagarci anche la pigione! Piuttosto, ecco fatto, ajutatemi a cavar dalle mani dell’ipotecario quelle po’ di gioje, giacchè i’ voglio credere che a venderle vi sia da ricavare....
— Bada, Maria, i’ ho sentito sempre dire che quando si va a vendere certe cose col bisogno alle spalle, e’ si perde ranno e sapone.[109] E poi non ci pensar più, non ti confondere con l’ipotecario, scordati del passato. Oh quanto pagherei a rivederti, come quando si diventò pigionali col tuo vestito di rigatino, attenta al telajo, senza metterti dintorno quello che non ci conviene! E’ si pena poco:[110] un fiore costa un quattrino, ma non sta bene a tutti. Per me tu sei la medesima d’allora, e io ti vo’ bene come prima; e quand’i’ ti veggo afflitta non ti so dire se ci patisco; ma credilo! se tu hai perduto la pace, la contentezza, io la do a quella smania.... tu m’intendi. E sai? A non sapersene liberare v’è anche il pericolo di sentirsi tirar fuori cattivo nome. —
A questo discorso la Maria fu tanto commossa, che non potette fare a meno d’abbracciare l’amica esclamando:
— Tu dici bene! la m’era venuta anche a me quest’idea; mi mancava il coraggio; tu me l’hai dato! —
E corse alla cassa, frugò in fondo sotto un fagotto di cenciucci, bellini all’occhio ma tutta tela di ragno, e cavò fuori il vestito di rigatino, dimenticato laggiù per tanto tempo.
— Sì, — diceva — con questo mi sentirò meglio. E’ mi par d’essere un’altra; questo, sempre questo! Benedetta te, che non hai messo da parte il rigatino! —
E si stringeva al seno quel modesto vestito, come si farebbe d’una cara persona che non si fosse rivista da qualche anno. Ma nello scoterlo cadde in terra un libricciòlo che v’era tramezzo. La Maria non seppe raccapezzare a un tratto che cosa fosse, e andava per raccattarlo; quando, riconosciutolo, e fatto il viso di mille colori, si rattenne stupefatta e quasi paurosa.
— È un libriccino.... — diceva l’Anna, — lo raccatterò io. —
E lo prese, e guardatolo bene, capì il motivo di quella temenza.
Michele, sui primi tempi che furono pigionali, lo aveva letto alle ragazze, ed era tanto piaciuto alla Maria, ch’esso glielo aveva regalato.
— Prendilo, è tuo; perchè non t’arrischi?
— Oh avess’io dato retta, — e si copriva il volto con le mani, — avess’io dato retta agli avvertimenti che sono in cotesto libro! Ma! gli andò in dimenticanza con quel vestito! Mi sta il dovere.
— Tu se’ sempre a tempo. Rileggilo; rileggiamolo insieme. E ricordati che ad ogni cosa c’è il su’ rimedio. Eccolo qui; i’ lo poso sul vestito: gli stanno bene assieme. Su quel che ho detto dianzi ci siamo intese. Il babbo penserà a tutto. Ora poi tu mi devi fare un servizio. Il mercante m’ha messo furia per la tela, e io avrei da cucir subito una mezza dozzina di camicie da donna. I’ non ho potuto dir di no. Figurati: e’ m’hanno fin dato i quattrini anticipati per obbligarmi a pigliarle. Tu non hai nulla in telajo, la mamma sta benino.... E poi, per queste non v’è tanta furia. Dunque intanto poss’io far capitale di te?
— Che discorsi! Ma i’ ho paura di non esser capace....
— Eh via! Che son le prime? Tu cuci veramente bene!
— Le saranno di suggezione....
— No; una cucitura liscia liscia.... Da donna, tu puoi considerare. Anzi le sono bell’e tagliate. Or ora te le porto giù. Eccoti intanto i quattrini della fattura.
— No davvero! Vi sarà tempo.
— Quest’è bella! I’ gli ho avuti; il lavoro lo fai tu; dunque son tuoi. Animo! E più qua, se t’avanzerà tempo, ce ne saranno dell’altre. Addio. — E se n’andò frettolosa, posando i quattrini sul pancone[111] del telajo, senza lasciarle il tempo di ringraziarla.
La Maria, rimasta sola, benedì quell’angiolo, benedì la Provvidenza che per sua mano le mandava lavoro e un guadagno propriamente opportuno; e poi si messe addosso il vestito di rigatino, prese in mano quel libricciòlo, e s’inginocchiò a piè del letto. Le parole, i conforti e i soccorsi dell’amica, il distacco da quelle vanità che l’avevano fatta traviare, e più che altro la contrizione di cuore, le fecero tanto bene, che le parve proprio d’esser rinata. Poco dopo l’Anna riscese con le camicie tagliate, e trovandola con quel vestito e col volto più sereno:
— Così va bene, — le disse — quando c’è il coraggio, c’è ogni cosa.... — In questo mentre sentiron gente che saliva le scale. Tutt’e due riconobbero il passo; l’Anna, senza turbarsi:
— Ti lascio, perchè ho da fare — e andò via; l’altra sospirando non ebbe ardire di trattenerla; fece due passi verso l’uscio, e si trovò Cintio a fronte.
— Che novità è ella questa? Così presto non t’aspettavo davvero!
— Chi è uscito di qui?
— Tu puoi figurartelo!
— E chi t’ha messo in capo di ripigliare il rigatino? Perchè venir fuori con quest’anticaglia?
— Così non l’avessi lasciato mai!
— Ho capito! Or ora anche il casacchino e la rete, — e scosse il capo con un sorriso dispettoso e maligno.
— Del resto, la novità.... Ma ormai pur troppo l’è cosa vecchia. Quel figuro del padron di casa è duro come un masso. Non vuole aspettar nemmeno qualche giorno di più. Pochi giorni bastavano, perchè tra pochi giorni!...
— Oh! tra pochi giorni più panìco o meno uccelli![112]
— Che c’è di nuovo?
— Tu lo saprai allora; ma intanto, bisognerebbe vedere di rimediarla in tutt’i modi. Voglio parlare a tua madre.
— La dorme.
— Dov’è quel libro?
— Che libro?
— Il libro de’ sogni, non mi capisci?
— Cintio, non ti rovinar più che mai; affidati piuttosto nella Provvidenza....
— Sì! la ti calerà il panierino co’ quattrini bell’e involtati in una foglia di fico. L’è una bella parola la Provvidenza!
— Per amor del Cielo, non dir resìe![113]
— Con quell’omaccio non c’è Provvidenza che tenga.
— E io t’assicuro che tu non avrai bisogno di lambiccarti il cervello per la pigione.
— Perchè?
— Perchè domani sarà pagata.
— Ma come?
— Sarà pagata, e tanto basta. Non ci pensar più, e non mi domandare altro. E questo è lavoro. Vedi tu? Intanto che aspetto la tela, ecco un po’ di guadagno per tirarsi ’nnanzi. Ora c’è ella la Provvidenza? —
Cintio l’affissava, come smemorato, senza rifiatare; e poi guardando il fagotto delle camicie tagliate, vi scorse accanto quel libricciòlo.
— O questo?
— È mio; l’avevo da tanto tempo!...
— Non te l’ho mai visto. —
E lo prendeva e lo strappava di mano alla ragazza. Quindi scartabellandolo più qua e più là s’imbattè in un punto dove il libro ammoniva le persone, e soprattutto i poveri, a non s’inviziare nel giuoco del lotto. Allora lo gettò via con disprezzo, dicendo:
— Voglio sapere chi te l’ha dato.
— Che c’è qualcosa di male?
— Obbedisci!
— Cintio, oggi tu mi fai paura. Mi merito io forse d’esser trattata così?
— O io? che cosa t’ho io fatto che tu abbia da venirmi fuori con de’ segreti?
— Per carità, non cominciamo co’ rimproveri! Stiamo zitti, che sarà meglio per tutt’e due.
— Dacchè ho messo piede in casa tua non me n’è andata una bene! E ora che sarei, posso dire, a cavallo,[114] peggio che peggio! —
La Maria piangeva; un nodo le serrava la gola...
— Ma ho capito tutto; e so io come regolarmi. Se la mamma dorme, ci vorrà pazienza; la sveglierò. — E indispettito si moveva per entrare in camera.
La ragazza, non potendo articolar parola, tanto era lo spasimo de’ singhiozzi, gli si messe davanti ginocchioni per trattenerlo. Cintio, o che ne fosse davvero intenerito, o che fingesse; — Sta’ zitta! — disse con dolcezza, rizzandola. — I’ non posso patire che tu pianga per cagion mia. Quel che t’avrai fatto tu, starà tutto bene. Sì, ringraziamo la Provvidenza. E anch’io, vedi tu? appunto venivo per combinare qualche cosa del nostro matrimonio, perchè, com’i’ ho detto, da qui innanzi le mie faccende spero che piglieranno buona piega. Bisognava levar di mezzo questa seccata della pigione; e giacchè non ci devo pensare, tanto meglio! Allora lasciamola dormire. Ci rivedremo stasera. — E con simulata dolcezza e serenità se n’andò via, lanciandole uno di quelli sguardi che l’avevano ammaliata. La Maria non ebbe tempo di trattenerlo; non ebbe ardire d’insistere nelle sue domande; e pigliando per sincera quell’espansione di cuore, tornò a rinvigorirsi nell’affetto per lui, si scordò di tutta l’amarezza del discorso tenuto innanzi, e non le rimase altro pensiero che quello di poter concludere presto il matrimonio.
Nella sera medesima l’Anna, parlando con Michele fece cascare il discorso sulla Maria, e gli raccontò l’accaduto della mattina.
— E’ mi pare un buon principio, io l’ho detto sempre; il ravvedimento è sicuro; sta’ a vedere com’e’ si regola quell’altro. — Michele stava zitto e sopra pensiero, baloccandosi con un rocchetto che aveva lì tra’ piedi. Poi disse:
— Non andar tanto in là con le congetture.
— Che ti dispiacerebbe?
— No! gli è forse il troppo desiderio, che non mi lascia dar la via alla speranza.
— Ma a pensare al peggio v’è sempre tempo.
— Anche l’ingannarsi riesce duro; e tu lo sai quanto me.
— Per questo, prima di dirti rincòrati, i’ ci ho voluto pensar bene.
— Intanto son passati dei mesi....
— Ma che la medicina opera subito? Qualche volta la guarigione apparisce quand’uno men se l’aspetta.
— Non ne discorrere con me di medicina e di guarigione! Disgraziatamente i’ veggo ogni giorno come vi sia da attaccarsi poco a queste cose.
— Gli è che anche tu se’ malato; e allora come vuo’ tu giudicare della salute degli altri? E poi, lasciamelo dire, la gioventù, a questi lumi di luna, ha troppo cattiva opinione di noialtre ragazze....
— Qui poi non mi mettere in un mazzo con gli altri!
— No davvero!
— Gli è che tutte non somigliano te.
— Che cosa c’entro io? Tu devi dire piuttosto che a forza di gridarci la croce addosso, anche in barzelletta, i giovani s’assuefanno a pensare sempre a male! Lo senti tu? Lupus est in fabula;[115] senti tu nella strada il vendistorie? Le malizie delle ragazze per imbrogliare i giovinotti! Le son queste le belle storie ch’e’ vanno stampando! E girano per tutto, e molti le comprano, e ci ridono sopra. I’ vorrei sapere se la povera Maria e un’altra persona ch’è qui hanno tirato a imbrogliare.... Basta! Al più piccolo sbaglio subito la condanna; e il perdono.... signor no, il perdono non vien mai. Bisognava che tu l’avessi vista! I’ scommetto io che se tu fossi stato ad uno spiraglio dell’uscio, a quest’ora tu saresti più persuaso di me! —
Il giovane, commosso dallo zelo della sorella, rasserenò la faccia con un sorriso, ed esclamò: — Sì! tu hai ragione; tu m’hai consolato; i’ la pensavo come te; solamente mi dava noja l’indugio....
— Da cosa nasce cosa, e il tempo la matura. E se tu mi parli di prudenza, i’ son con te: ma non mi fare lo spericolato; non cerco d’altro. —
Michele alzò gli occhi al cielo, sospirando e toccandosi il cuore, e andò in camera, perchè aveva bisogno di star solo. L’Anna si rallegrò tutta, perchè quello, secondo lei, era buon segno; e chi sa fin dove l’affettuosa immaginazione allora la trasportasse!
I loro animi erano rimasti in tale stato di speranze, quando maestro Cecco tornando a cena la sera dopo, restituì all’Anna una parte di que’ denari che aveva presi seco la mattina per pagar la pigione de’ due piani: — Non ce n’è più bisogno; tu li puoi rimettere insieme con gli altri già assegnati per rifarti il corredo. — I figliuoli rimasero stupefatti.
E Michele: — O come va la faccenda?
E l’Anna: — Forse che da un momento all’altro la Maria ha potuto pagarla da sè?
— Cintio ha disdetto la casa.
— Possibile! Si vede che ancora non sapeva nulla....
— Anzi, lo sapeva. L’ha disdetta stamani; ed ha avvisato il padron di casa che badasse bene di non pigliar quattrini da me.... E qualche altra cosetta poi.... ma.... non ci va badato. Il fatto è ch’i’ non ho potuto insistere.... Che cosa volete voi? Alla fine io non saprei costringere chi si sia a ricevere da me un servizio per forza. —
Questa notizia per l’Anna fu una saetta a secco. Michele con le mani incrociate sul petto la guardava in silenzio. E lei non potendo sostenere i suoi sguardi, quasi fossero un rimprovero per le parole del giorno innanzi:
— Quei quattrini — esclamò tutta contristata — non li ripiglio davvero! Fatene voi quel che volete; fatene un’elemosina. I’ non vo’ più pensare a corredo. La cena è pronta; v’aspetto di là. — E andò via, nascondendo il viso nel grembiule.
— Che cos’è stato? — disse maestro Cecco al figliuolo.
— Vo’ conoscete il suo buon cuore; non dico altro.
— Eh! tu puoi credere se anch’io ci patisco. Ma no’ siam lì: quando proprio non vogliono! Quando se n’offendono! Ora mi dispiace doverglielo detto. I’ non credevo che la se n’avesse ad affliggere tanto. Gli è vero che l’erano amiche.... Sta tutto bene.... Ma, vedi, con te posso andar franco; tu devi essere spassionato.... Quel ragazzo, per non dir altro, ha fatto un diavoleto, una dicerìa contro di noi, come se no’ volessimo, che so io? metter su la fanciulla a dargli licenza.... E guarda con chi è andato a sfogarsi! Col padron di casa, che non gl’importa nè punto nè poco di queste ciance! Si può egli avere meno giudizio? T’assicuro io che ho durato fatica a non uscire da’ gangheri![116] E quasi quasi ho gusto che se ne vadano. Tanto, secondo quel che ha detto colui al padrone di casa, presto si mariteranno. Almeno quella povera ragazza non sarà più menata per bocca dal vicinato. E può darsi che a lui, dopo averla presa, ritorni quel po’ di giudizio che aveva prima che imparasse a conoscerla.
— Speriamolo!
— Dunque, senza stare a dir tutto alla tua sorella, tu vedi quanta prudenza ci vuole! Quel che si poteva fare noialtri, l’abbiamo fatto, mi pare. Nondimeno, quand’occorra son qua. Troppo sarebbe se in questo mondo si dovesse far servizio solamente a chi lo merita! Bisogna compatire l’ignoranza, l’inesperienza, e badar sempre che il giusto non ne soffra pel peccatore. —
Figuratevi se Michele era spassionato come credeva suo padre, e se quelle parole gli arrivarono all’anima! Nondimeno e’ fece di tutto per non gli dare a trapelar nulla, e tornò a nascondere in seno quel segreto che da un pezzo era solamente palese alla sua sorella. Questa giudicò subito che Cintio avesse fatto ogni cosa di proprio arbitrio, e diede nel segno. Sebbene accortamente ammonita da Michele a regolarsi con molta cautela, tuttavia si propose di cogliere la prima occasione che si fosse offerta per tentar di nuovo l’animo dell’amica. Passarono cinque o sei giorni senza che il caso le facesse incontrare insieme. In questo tempo Cintio concertò molte cose con la vecchia; scovò un ingarbugliatore,[117] un mezzano di scrocchi, per vendergli a pochi soldi le sue ragioni su quel meschino assegnamento lasciatogli dallo zio; e parendogli allora d’esser ricco, fece animo anche alla Maria, sicchè la non ebbe più ritegno a rimettersi in lui in tutto e per tutto. Sbrigatasi a cucir le camicie, le riportò all’amica in tanta fretta, che questa non ebbe tempo d’entrare in discorso di nulla; ed appena la vecchia potè fare due passi, Cintio condusse lei e la figliuola a veder la casa che aveva scelto per loro. Il quartierino era già spigionato; la vecchia ne rimase contenta, e in quattr’ e quattr’otto[118] messero mano a sgomberare.
L’addio tra le fanciulle in apparenza fu freddo; ma l’Anna era piena d’afflizione, e le pareva che la sventurata andasse proprio a precipitarsi senza che a lei rimanesse alcun verso per soccorrerla. La Maria non aveva parole fatte, in parte per essersi abbandonata alla speranza di diventar presto moglie di Cintio, giacchè quella volta sembrava ch’e’ dicesse davvero; in parte per quel rammarico quasi superstizioso che nasce quando si va via da una casa dove abbiamo passati molti anni, gli anni più belli della vita, come se quel cambiamento ci dovesse portare disgrazia, o fosse un distacco dagli affetti dell’età innocente, un oltraggio alle dolci ricordanze che ci vengono anche dalle nude pareti. Le fanciulle si diedero un bacio, ma i’ non vi so dire che cosa le provassero in quel momento! La vecchia non rifiniva di ringraziare; e, poveretta, sebbene mal prevenuta contro i pigionali, chi sa da quali fandonie di Cintio, pure i suoi ringraziamenti erano sinceri ed affettuosi, e le fecero spremere qualche lagrima. Michele e maestro Cecco dissero poche parole nel momento della separazione; quasi punte quando furono rimasti soli. In seguito ognuno si diede a mostrare scambievolmente d’aver dimenticato le pigionali, ma non era vero. E Dio volesse che i loro taciti voti fossero poi stati esauditi!
Dopo quella separazione, le giovani tessitore non s’incontrarono più neanche dal mercante; e solo in capo a qualche settimana Michele seppe che la Maria era stata sposa di Cintio, e non si curò d’altro, nè di parlarne all’Anna. Ma lei ebbe la stessa notizia dall’avviatora; e di più questa donna con la lingua affilata bene, con una chiacchiera da tenere addietro un avvocato:
— Per una certa congiuntura gli avranno avuto fortuna — aggiungeva, — ma che import’egli? e’ si son fatti anche scorgere nondimeno!
— Basta che gli abbiano avuto fortuna, come vo’ dite; non m’importa del resto.
— Uh! che male fo io a dirvi come l’è andata? E’ non c’era principio di conclusione; sempre il casetto per tirare in lungo; ma tutt’a un tratto, vo’ l’avrete sentito dire anche voi, una signora, per non so che festa, dà la dote a due ragazze, ridete! a patto che le si maritino per l’appunto in quel giorno. E lui, subito a metter di mezzo persone da ogni banda per fare aver questa dote alla Maria: e vi riescì, e stiacciò tutto l’affare[119] così su due piedi. Oh! con le su’ spacconate da bravazzone, col su’ baco[120] di grandezza e di lusso, un bell’onore! E poi un desinare spropositato, in campagna, con l’invito a una tregenda[121] di que’ soggettini che vo’ sapete, e scialo di vestiti, di svaghi alla smargiassona.... Insomma il lupo perde il pelo, il vizio mai; di lì a pochi giorni s’era ridotto al verde, dopo aver fatto più spropositi che non ha foglie maggio; sicchè la dote.... mi spiego? — soffiando sulla palma della mano — tabula rasat. Ecco il bel frutto d’una carità estrosa come quella. Una dote, non dico.... l’è sempre una carità fiorita; ma vedete voi che razza di matrimonio per godersi que’ pochi! Un giorno contenti come pasque, e poi alla fin del salmo, le tenebre per casa, e più tribolati di prima; un branco di figliuoli come le dita e rilevati male; punto giudizio, che dovrebb’essere il capo essenziale; litigi un dì sì e un dì sì, e tutto a traverso. L’è pure la gran passione, figliuola! Io per me, se fossi una signora che volessi dare la dote, invece di quattrini, una botteguccia, un telaio, o qualche altro arnese da mestiere; e poi gli sposi meschinelli, i’ li vorrei prima conoscere ben bene da me; e dare il tempo di concertar le cose con garbo perch’e’ non avessero a metter le mire troppo alte quando la scala non v’arriva. Ormai, i’ n’ho visti tanti di questi matrimoni abborracciati con gli assegnamenti che non servon neanche a mezza via! Come l’Ammannato «i quattrini son finiti, e il tempo è avanzato.» E poi chi li leva dagli stenti? Oh! s’e’ ne va uno bene gli è proprio miracolo!... —
L’avviatora voleva riportare altre chiacchiere o esagerate o false, un guazzabuglio dal quale veniva anche intaccata l’onestà di Cintio e forse quella della sua moglie; ma l’Anna le troncò le parole in bocca, ammonendola a non credere poi tanto al male che si dice di questo e quello, ed a non spandere le ciarle a danno del prossimo.
— Io li conosco bene tutt’e due.... — soggiungeva.
— Sie guà! ditelo a me! E dopo l’azione ch’e’ v’hanno fatto, i’ mi maraviglio che vo’ la ripigliate per loro. Quando la bontà passa la parte, i’ la chiamerei buaggine,... a casa mia.
— Appunto per questo; s’i’ non li conoscessi bene non fiaterei. Ma la verità sempre a suo luogo: se v’è del guaio e’ dipende tutto da inconsideratezza e dal bazzicar male, e non importa andare a dirlo al popolo ed al comune. E poi, le cose sapute in iscorcio, vo’ non dovete mai correre a crederle, e molto meno a raccontarle se anche le fossero da potersi dire senza far pregiudizio al terzo ed al quarto. D’avanzo no’ siam menati per bocca da chi ha sulla cuccuma i poveri,[122] da chi non vorrebbe confinare con noi! La sarebbe agra ch’e’ ci si avesse a dar l’asce su’ piedi[123] da noi medesimi!
— V’avete ragione; la mi torna, anche a me mi piace d’essere schietta, e non mi voglio aggravar l’anima. Oh! prima di buttar fuora una proposizione ci penso, sapete? E so ch’i’ so che se mettiamo la mano al petto, anche noi la si leva lebbrosa. Nulladimeno ognuno è figliuolo delle sue azioni; e bisogna poi vedere di chi si parla. Sicuro, di voi e de’ vostri uomini com’essere, che vo’ siete benedetti, non c’è da dirne altro che un mar di bene!
— I miei uomini hanno giudizio....
— E buon cuore; e vo’ tirate da loro, e tutti lo sanno, sapete? E ben vi sta, che vo’ non abbiate astio a una regina. Benedetta quella mamma che v’ha fatto!
— I’ ho avuto l’esempio in casa, è naturale ch’i’ cerchi di fame pro.
— Badiamo veh! L’esempio sempre non basta. E ognun ch’è ritto può cadere. Che v’è egli da dire della Teresa mia cognata? La si strascica un po’ troppo per le chiese, a dirvela tonda tonda, ma poi l’è una coppa d’oro. Nulladimeno quella pettegola muffosa[124] della su’ figliuola.... quando la mamma non è in casa, non passa una mosca che la non sia subito alla finestra; e spesso fuori a giostroni[125]....
— Ma fatemi il servizio; non toccate più questi tasti.
— Insomma è una stirpaccia....
— E con tanto ciambolare[126] vi verrà troppa sete.
— Sie! che bocio come s’i’ fussi in pulpito? Gli è che vo’ non volete sentir tagliare i panni addosso[127] a nessuno.
— Giacchè vo’ l’avete detto da voi, scusate, ma l’è così.
— E io son del medesimo sentimento.
— Allora tanto meglio.
— Ma zitta come un olio, non mi riprometto davvero! Quando mi sento sollevar la bile non mi posso tenere. I’ sare’ ita in convento, s’i’ avessi voluto gastigarmi la lingua.
— O che non si può discorrere senza impacciarsi de’ fatti degli altri, e senza scoprire le magagne del prossimo?
— Provatevi, se vi riesce! Povera fanciulla! Vo’ siete tanto buona voi! I’ vi compatisco! Lasciatemi dire, tanto son sicura che le rimangon morte qui. Vo’ non sapete quanto il mondo sia sconsagrato in oggi! Voltatevi di qua, voltatevi di là, per tutto c’è il baco.... Proprio, quando ci penso, i’ non vi so dir le pene ch’io provo! E’ me ne va il sangue a catinelle! Girate un poco e specchiatevi. Un diluvio di rompicolli oziosi, bighelloni, sfacciati, caparbi...; e i ragazzi imparano, e vengon su sgloriati e monelli peggio di loro; e prima d’aver rasciutto il latte su’ denti, non apron bocca se non per dire delle cosacce.... Ma i’ non l’ho con loro io; i’ l’ho con le mamme, che della pasta di quelle di prima, se ce ne sono, le si contan proprio a dito.... Questo poi sì! Chi si sente scottare gridi ohi! Ma viva la faccia della verità! I’ la dico e posso dirla, perchè non porto la livrea di nessuno. E benchè povera, quand’i’ n’abbia tanti da campare col mi’ lavoro, per me gli è tutto quel del mondo.... E ora ch’i’ mi sono un po’ sfogata, seguitate voi, s’e’ vi garba.
— Vo’ la conoscete, non è vero, l’Assunta di via Gora?[128] Quella che incanna l’orsoio?[129] la moglie del ciaba?[130]
— S’i’ la conosco! da cima a fondo. Ch’ha ella fatto? Qualche sproposito? Di lei poi mi parrebbe impossibile, perchè, a dirla giusta, l’è una buona creatura.... povera sì, e dimolto, ma buona; e anche il su’ marito.... gli stanno bene insieme. Già i tribolati nelle barbe[131] che male volete voi ch’e’ ci facciano?
— Or bene; con tutta la miseria che hanno addosso, vedete? gli hanno preso per figliuola quella povera creaturina che, due mesi fa, restò senza babbo e senza mamma....
— I’ ho capito. A dire eh? O come fann’eglino a camparla, se gli hanno un dicatti[132] di mangiar pane e coltello?
— Eppure ci riescono! A forza di lavoro, tutt’e due la rimediano. L’imbroglio stava nel vestiario, perchè la piccinuccia, poveretta, era proprio nuda bruca come un vermine, senza neanche un brincelluccio[133] di camicia. Dunque, e’ non avevan mai chiesto una capocchia di spillo a nissuno; ma per amor di lei, che cosa volete! Uno spoglio da quella, un cencio da quell’altra, gli hanno trovato da rivestirla di tutto punto, e la mandano pulita, ravvìatina che la pare un giojello. E tutta roba di poveri. O andate a dire!
— Per codesto i’ n’avrei da contare anch’io delle belle! Naturale![134] Troppo sarebbe che tutti gli avessero a essere a un modo! Dianzi, che cosa credete voi? i’ ho detto per dire. Quando vedo certe cose.... basta! mi sento arrugginire, e gli metto tutti in un mazzo. Ma poi, i’ son ragionevole. Anzi bisognerebbe che vedessero, quelli che non la perdonano a nessuno, quelli che ci vorrebbero vedere sterminati, noialtri poveri, bisognerebbe che vedessero le cose ch’i’ ho visto io con quest’occhi!... Oio![135] quelle du’ maestrine che stanno in Palazzuolo![136] oh quelle sì, benedette loro, che le fanno una carità fiorita! Come? I’ non ve l’avevo mai detto? State a sentire, veh! Le son povere la su’ parte anche loro! E’ si può credere quel che le guadagnano a tenere a scuola una ventina di bambine! Chi dà sei crazie il mese, chi un giulio,[137] e gala se qualche mamma un po’ meno in miserie l’arriva fino alla lira;[138] e poi, da certe famiglie, tribolate come don Vincenzio che sonava la messa co’ tegoli, non c’è da ricavare neanche un sospiro. E per questo? O che quelle povere piccine dovrebbero rimanere nel mezzo della via? Padrone d’andare a scuola; e la stessa assistenza per tutte; e spesso e volentieri, se le v’entran digiune, le ritornano a casa satolle. Dunque, ora viene il meglio; e io lo so perchè in quella casa avvìo due telaja; queste maestrine le seppero di due signore di loro conoscenza che erano ricadute al basso....[139] il perchè, se fosse vero! volete voi ch’io lo dica?
— Che sarebbe cosa di male?
— Piuttosto! Conseguenza di poco giudizio.
— Dunque chetatevi.
— Tanto la non è certa. Ma insomma, finchè uno ha denti in bocca, non può saper quel che gli tocca, le non avevano da pagar la pigione nè da sdigiunarsi; e, meschine loro, per chi non è nato di povera gente, per tutti veh! ma per loro poi, l’andare a parar mano è cosa troppo dura. I signori, o in auge[140] o ricaduti, so com’e’ pensano; i’ n’ho praticati a barche! Sicchè, per tornare a bomba, le maestrine che cosa ti fanno? Alla meglio d’un letto le ne stampan due; una materassa per loro su quattro legnucci, e una materassa col saccone e le panchette per le signore. E poi le vanno a profferirlo, così per poco tempo, tanto che le possano provvedersi di meglio; ma il poco tempo è diventato dimolto. Intanto le maestrine a mendicar lavoro uscio a uscio per le signore, a riscoter per esse perchè le non dovessero rinchinarsi a nessuno; insomma le si riebbero da morte a vita, sapete? e le vi son sempre; e sempre le vi staranno, perchè le si vogliono un bene dell’anima. E poi si dirà che tra donne e donne non ci troviamo mai d’accordo? Lo vedete voi? Inclusive tra quelle di nascita differente!...
— Lasciamo stare la nascita; no’ siam tutti figliuoli dello stesso Dio. Gli è che quando si sta insieme per ajutarci l’un con l’altro, per lavorare, per essere onesti, il baco della discordia non c’entra, ve lo dico io! State a sentire d’una donna che ho conosciuto in via dell’Ariento, dove si stava di casa tempo fa! La si chiama Brigida; vedova d’un cenciajuolo. Una donna di un cuore tanto fatto, vedete!... e’ ce ne può essere poche! Basta, vi dirò solamente questo: rimasta vedova, e campucchiando alla meglio col fare i servizi, ma senza voler mai dormire in casa d’altri!... Gua’, i’ la compatisco.... l’ha caro di dormire nel su’ letto; con tutto questo, quando la vedde che una famiglia di tribolati vicino a lei s’era ridotta a non aver altro che un po’ di paglia per dormire, una sera la prese il suo caro saccone di foglie, e ratta ratta la lo portò in quel tugurio: «Animo! dormite qui sopra. Almanco vo’ starete meno sul duro. Sie, sie! vo’ me lo renderete a vostro comodo!» La l’ha ancora a riavere. Ma aspettate; la non è finita qui. Poco dopo, una sua compagna che non sapeva nulla del saccone, la va a raccomandarsi: «Meschina me! la mi’ figliuola, povera ragazza, la s’è strutta com’una candela; il medico l’ha spedita per tisica, e non vuole ch’i’ dorma più seco. E’ dice bene lui; ma e’ non considera ch’i’ non ho altro che una materassuccia di capecchio. E lui, bada a battere,[141] e vuole obbligarmi a mandarla allo spedale. Allo spedale poi non la mando davvero! piuttosto dormirò in terra.» E la Brigida: «Vi par egli? i’ vi presterò la me’ materassa.» «Eh giusto!» risponde quell’altra: «i’ non sono così indiscreta. Prestatemi ’l saccone finch’io non possa avere un lettuccio della Congregazione di San Giovambatista,[142] chè il priore spera bene.» E la Brigida: «Fate a modo mio, pigliate la materassa; i’ l’ho più caro.» «Allora poi,» rispose quell’altra,» che volete voi ch’i’ vi dica? I’ farò a modo vostro.» E così la Brigida rimase anche senza la materassa per parecchie sere, e nel cuor dell’inverno; e nessuno trapelò nulla, altro che quando la si fu ammalata. Allora qualcheduno le rese il bene che l’aveva fatto.
— E io m’appongo[143] chi glielo rese, quel bene: vostro padre.
— Oh! come se in quella strada non ci fosse stato altri che lui!
— No’ ci siamo intesi. E’ non se ne trova de’ su’ pari. So io!...
— Ma assicuratevi che della buona gente ce n’è più di quel che vo’ non credete. —
Intanto l’avviatora aveva finito di ripulire e aggiustare tutte le fila dello strigato, e se n’andò senza pensar più, almeno per quella giornata, nè agli spropositi di Cintio e della Maria, nè alle ciarle che correvano sul conto loro. Anzi, alle altre tessitore che vide dipoi, andò ripetendo invece i racconti delle carità fatte da maestro Cecco e di quelle che aveva risaputo dall’Anna.
Inoltre, avendo potuto a poco per volta raccapezzare pel su’ verso quasi tutto quel che era passato di grosso tra le due fanciulle tessitore, il tradimento della Maria, il perdono generoso dell’Anna, la sua assistenza alla vecchia anche a costo di rimetterci il corredo, e via discorrendo, ne tenne discorso per filo e per segno a una tessitora riposata, moglie d’un onesto magnano, e alla presenza del suo marito e del suo figliuolo, giovine di venticinque anni, onesto, abile nel mestiere del babbo, e già capace di fare il maestro di bottega.
Quando l’avviatora se ne fu andata pe’ fatti suoi, il giovine, che si chiamava Nanni, infiammato dalla passione per la virtù:
— Questa, s’i’ me la potessi meritare, questa — esclamò verso la madre — la sarebbe una moglie da somigliar voi!
— E sì ch’i’ conosco maestro Cecco, — rispose il padre con un sorriso di compiacenza. — Ci siamo ritrovati più volte a lavorare sulle medesime fabbriche. E di certo, alle mani di quel galantuomo di ventiquattro carati[144] i figliuoli hanno a venire su bene; sì, e’ posson portare la testa alta; i’ non stento punto a credere che l’avviatora abbia detto il vero. Nanni mio, tu sai se no’ desideriamo di vederti accompagnato meglio che sia possibile. Eccoci qui tutt’e due vicini a batter l’ultima capata.[145] La Provvidenza, grazie a Dio, ci ha assistito. I’ ti lascio una bottega bene avviata e un buon nome. Tu non avrai a sgomentarti pel campamento della famiglia; e i’ te l’ho già detto più volte di sceglierti una ragazza a tuo modo, perchè no’ siamo sicuri che tu saprai sceglier bene. Eh? che cosa ne dite voi, Maddalena?
— Che domande! Potre’ io morir contenta senza vederlo ammogliato? — E si rasciugava una lagrima.
Allora Nanni: — Per carità, non m’addolorate con questi discorsi, se vo’ volete ch’i’ pensi alla moglie!
— Figliuolo mio! — soggiunse maestro Antonio, — le son cose di questo mondo; bisogna prepararvisi tutti. Iddio ci dà i genitori, i figliuoli, tutti gli altri beni, e ce li leva secondo la sua volontà. Quaggiù, dove noi siamo di passaggio, gli è come a dire un imprestito, per vedere se sappiamo farne buon uso. Vien poi ’l tempo d’andare a rincalzare i cavoli,[146] e chi s’è visto s’è visto. Ma per imparare a vivere, massime chi si pone nel caso di mettere al mondo dell’altre creature, credilo a me, bisogna ch’e’ conosca a puntino in che cosa consiste questa vita. E quella del saper sopportare le disgrazie, che spesso vengono all’improvviso, l’è la migliore scuola per tutti. Ma basta così: discorriamo solamente dell’Anna. L’ispirazione è buona, e più bel principio di questo non vi sarebbe. Ma a quante cose, Nanni mio, bisogna pensare! Vo’ non vi siete mai visti nè conosciuti. La ragazza, che s’è imbattuta tanto male la prima volta, poveretta, i’ la compatirei se l’andasse a rilento. La vorrà pigliare quelle cautele che la prudenza consiglia. Insomma,... la faccenda può essere scabrosa, e tu non ti devi mettere in capo di riuscirvi, se prima non ci si para davanti qualche buon fondamento.
— Davvero sai? — aggiunse la madre; — che tu non t’avessi ad accorare per un sogno di fantasia.
— V’avete ragione; e per me, come se non avessi fiatato. I’ starò al mio posto, fermo com’un piloto.[147] Fate voi, babbo; mi raccomando a voi. E quando vo’ mi direte: «Fatti conoscere; se tu piacerai alla ragazza, il parentado sarà fattibile,» io, state pur sicuro, i’ non guarderò più in là. Che la ragazza debba piacere a me non vi sarà dubbio, perchè io, lo sapete, non cerco bellezze. E poi, ancorchè l’avviatora non avesse detto che l’è sana, che l’ha un bel personale, che l’è piacente, e’ mi basterebbe d’aver saputo quel che i’ ho saputo. Non avrei altra paura che quella di non la meritare, come v’ho detto dianzi. — E andò via, perchè doveva tornare a bottega presto.
I genitori, rimasti soli, si confortarono del savio pensare del figliuolo, e poi maestro Antonio disse sottovoce alla moglie che s’era messa in qualche apprensione per le dubbiezze del progetto:
— Rincòrati, perchè tu hai da sapere intanto; questo non gliel’ho voluto dire, e non glielo dirò prima d’aver parlato con maestro Cecco; tu hai da sapere che quel buono omaccino lo conosce il nostro figliuolo; e lo conosce per un fatto, che, sta’ pur certa, non gli uscirà mai dalla mente. A te allora non volli raccontarlo per non ti metter paura. Tempo fa, maestro Cecco era meco a visitare i lavori di risarcimento a un mulino e alla pescaja. Noi due di sopra nella barca, e un bardotto[148] con la stanga a condurla; a un tratto la stanga riman confitta giù in fondo; e’ fa uno sforzo per cavarla fuori, ma invece gli scivola un piede, e dà un tuffo; intanto la barca per quell’urto rimane spinta nella corrente del callone[149] a rischio di farci precipitare nel tònfane.[150] Io afferro quell’altra stanga, ma era troppo tardi; mi trovo perso, e m’entra la tremerella per l’amico; quand’ecco Nanni accorre di sulla schiena della pescaja, afferra la barca alla punta davanti, e la leva di pericolo; e poi si butta a nuoto per dare ajuto al bardotto, che sbalordito dal tuffo non si poteva reggere tanto da arrivare alla panchina. Insomma, in un batter d’occhio e’ salvò la vita a tre persone. E poi, tu sa’ bene come gli è fatto: quando si fu rasciugato alla meglio, se ne andò zitto zitto per non avere altri ringraziamenti. Allora tra me e maestro Cecco entrammo in discorso di lui; e io, figùrati s’i’ avevo da lodarmi del nostro figliuolo! Per quella via maestro Cecco mi ragionò del suo, che davvero non fa astio a Nanni, e poi si venne alla ragazza; e ti so dir io che se la non aveva cominciato giusto allora a discorrere con quella coltrice,[151] il pateracchio[152] era bell’e fatto! Dunque che cosa te ne pare?
— Tu mi dài una gran consolazione!
— E io mi sento rinverzicolire![153] Or ora, se non ci bado, divento più infatuato di lui. L’amore, sì, l’amore e l’inclinazione devono andare innanzi a molte cose! Ma i’ mi ricordo che spesso, a tempo nostro, dicendola qui che nessuno ci sente, i parentadi si concludevano anche sulla sola riputazione de’ padri e de’ figliuoli. Ed era un buon fondamento anche quello, sai? Anzi, senza di quello non c’era amor che tenesse. E noi, se tu ti ricordi....
— Gli è vero; noi ci si discorse solamente un mese prima.
— E subito d’accordo.
— E sempre, tu devi dire.
— E Iddio benedisse il nostro amore con la provvidenza di questo figliuolo.
— Come benedirà anche il suo. È tanto tempo che non fo altro che raccomandarmi alla Vergine!...
— Dunque speriamo bene. —
I buoni vecchi alzarono insieme verso il cielo la loro fronte veneranda e serena, e insieme sparsero qualche lagrima per la dolce speranza di ritrovarsi finalmente a godere la maggior consolazione che rimanga ai vecchi su questa terra.
Maestro Antonio, senza dare a divedere nè alla moglie nè al figliuolo tanta premura, se ne andò diviato[154] in cerca di maestro Cecco; e subito, tra loro non v’era bisogno di preamboli, incominciò col dirgli la cosa come la stava.
— Allora fu un sogno, se tu te ne rammenti; posto preso; ma oggi come oggi, gnorsì, i’ vorrei che questo sogno si avverasse da un momento all’altro.
— Per me gli è bell’e avverato, non foss’altro perchè i’ posso dire, me ne ricordo sempre, sai? i’ posso dire d’esser vivo per dato e fatto del su’ coraggio. — E s’abbracciavano stretti stretti. — Ma se lei non fosse proprio contenta!...
— Di mio genio; e amici più di prima. Nondimeno, se è possibile, cose leste!
— A tutto ci vuole il suo tempo.
— Naturale![155]
— I’ te lo dico, perchè, non lo prendere in mala parte, ma i’ t’ho conosciuto qualche volta un po’ troppo precipitoso.
— Va bene! e io ti davo la quadra[156] per la tu’ flemma; gnorsì, me ne ricordo. Ma ora gli è un altro par di maniche. Gli anni e l’esperienza ci mettono i piè di piombo, fratello mio!
— A te non tanto!
— E bada a battere![157] Bisognerebbe che tu avessi sentito il discorso ch’i’ feci a quel figliuolo!
— Bene, via! Uomo avvisato è mezzo salvo. Zitto, finch’i’ non ti do una risposta.
— Non si moverà foglia senza di voi. — E con una stretta di mano lasciò maestro Cecco, sgambettando lesto lesto, benchè più vecchio di lui, fino a bottega, dove chi l’avesse visto lavorare, comandare a’ garzoni e dirigere i lavori, l’avrebbe preso per un giovinotto, o per un uomo, come si suol dire, di ferro. I molti anni non l’avevano fatto incurvare nè ammencire:[158] diritto come un fuso, impresciuttito, ferrigno; con poche grinzoline tirate sulla faccia rubizza, coi capelli proprio d’argento e con l’occhio sempre vivace. E il figliuolo tirava da lui. Un giovinotto svelto, di temperamento sanguigno, di bella presenza, tutto fuoco nelle parole e negli occhi. Ma nel tempo stesso non v’era pericolo che l’ardore della gioventù gli facesse commettere un’imprudenza. In una congiuntura poi tanto seria come quella, sebbene tutt’e due fossero smaniosi di vederne la fine, pur seppero contenersi in tal modo, che per loro, bisogna dirlo, v’era dell’eroismo.
Intanto maestro Cecco, sempre avvezzo a andar cauto, per non avere a rifare la strada due volte, e nondimeno, tanto è vero che la prudenza non è mai troppa! s’era trovato a sbagliarla con Cintio, volle prima avvisarne Michele per maturare insieme il disegno; e com’era naturale, si trovarono presto d’accordo nel riconoscerne la bontà; se non che avevano ragionevolmente paura che l’Anna, quando anco lo sposo le andasse a genio, non si volesse risolvere con quella sollecitudine che gli altri desideravamo.
In que’ giorni l’Accademia delle Belle Arti era aperta al pubblico per l’esposizione dei quadri, delle sculture e delle opere dell’industria. Maestro Cecco e Michele vi condussero l’Anna, e dopo avere ammirato i dipinti e le statue, passarono nella stanza delle manifatture. Quivi l’artigiano che vedeva i prodotti della sua fatica accolti ed esposti nello stesso luogo in cui il genio delle arti faceva di sè bella mostra, si sentiva crescere l’amor del lavoro e il coraggio, e meglio riconosceva la dignità del proprio stato. Ed è ben giusto che il grembiule sia onorato al pari della tavolozza e dello scarpello; essendochè il sudore sparso dall’uomo nelle officine giova alla prosperità della patria, come alla sua gloria provvedono le opere degli artisti eccellenti. Perciò tu vedevi più che altrove affollati in quelle stanze i buoni artigiani, giovani e vecchi, a esaminare e giudicare con lieta compiacenza i più bei lavori de’ loro compagni; e faceva consolazione il sentire le schiette lodi, che senza ombra d’invidia distribuivano a questo e quello. La maggior parte degl’intelligenti ammirava certi serrami da usci e da finestre immaginati con nuovo congegno, con molta semplicità, con eleganza, e condotti a pulimento stupendamente, sicchè per tutti questi pregi il manifattore aveva meritato il premio della medaglia d’oro.
— Eccoli qui, — diceva un vecchio magnano al suo figliuolo, — eccoli qui i lavori di Nanni. Guarda che diligenza, guarda che lima! Spècchiati,[159] figliuolo mio. E anche lui è giovane, tu lo sai.
— E neanche gli pesa la fatica — rispose un altro; — i’ lo so io che l’ho visto lavorare.
— E che buon figliuolo che gli è! Già senz’essere buon figliuolo e buon cittadino le non si fanno le belle cose, veh? E’ ce lo mettono sott’occhio gli esempi di chi ordinò e di chi seppe costruire quella maestosa cupola, che si vede appena usciti fuori da questa strada.[160]
— Beato dunque il babbo del nostro Nanni!
— Già, buona pianta fa buon frutto; quando c’è la probità e la voglia di lavorare ogni cosa riesce bene.
— La medaglia d’oro? bravi! e’ se la merita davvero! Guardate che fior di lavoro! Si può egli vedere di meglio?
— Io gliel’avrei data solamente per il buon figliuolo che gli è!
— Felice la compagna che gli ha scelto o che gli sceglierà — diceva tra sè l’Anna, tutta intenerita da quelle lodi unanimi, e che si potevano dire pubbliche, e proferite da gente che non sa fingere, che sa ben valutare le qualità dell’artigiano onesto e del figliuolo virtuoso.
Uscendo dalle Belle Arti passarono dalla bottega di maestro Antonio; e maestro Cecco accennando da lontano alla figliuola un giovinotto che stava lì assiduo a lavorare:
— Guarda, gli è quel Nanni — le disse — che ha avuto il premio della medaglia d’oro. —
La fanciulla lo vide di profilo, ma tanto che le bastasse per avere un’idea delle sue fattezze; e tirarono di lungo senza fare altri discorsi. Intanto all’Anna quella fisonomia era andata a genio; e più che altro le faceva piacevole sensazione il riflettere che quel giovine stava lì al sizio in maniche di camicia e in grembiule tal quale come i suoi garzoni, mentre là, in quella sala, tra tanta gente di stocco portavano in palma di mano il suo nome, e additavano con bella compiacenza il premio meritato della medaglia d’oro. E’ le parve di vedergliela luccicare sul petto in mezzo alla fuliggine della fucina, ma nel tempo stesso la modestia del giovine le compariva molto più splendida della sua medaglia.
A desinare incominciarono a discorrere delle Belle Arti, e ritornando con la mente sulle cose vedute, arrivarono col discorso fino ai lavori del magnano premiato.
— Io lo conosco bene quel giovine, — diceva maestro Cecco — e sono amico di suo padre. Quello, vedi, sarebbe stato una buona occasione per te! Dicerto i’ non avrei il rimorso d’averti fatto incontrare tanto male alla prima.
— Voi? Che rimorso? Per carità, non dite questo. Anzi, vo’ avete sempre avuta l’intenzione di farmi felice. Se non ci siete riuscito per quel verso, la colpa non è vostra.
— Ma quella fissazione di non voler più marito, mi aveva fatto star male, sai? Ora mi rincoro, pensando alla tua promessa!
— Io son figliuola, e tanto basta. Nondimeno ci sarà tempo.
— E ci sia! Ma se ti capitasse un giovinotto come Nanni?
— I’ non la vo’ credere cosa tanto difficile, perchè de’ giovinotti per bene ce ne sono — e guardava Michele; — ma intanto, prima ch’e’ si presenti!...
— Ma, dico io, s’e’ si fosse presentato?
— I’ vi posso rispondere come dianzi.... E lui ha egli incontrato bene?
— Chi lui?
— Quel Nanni.
— Quel Nanni è sempre scapolo.
— Ma non gli mancherà la dama.
— Anzi e’ non l’ha, e so ch’e’ vuol moglie. E appunto gli premerebbe d’incontrar bene. —
A queste parole l’Anna abbassò gli occhi, e non rispose. Maestro Cecco, ridendo soggiunse:
— Dunque, dimmi un poco; tanto si fa per discorrere; dianzi tu l’ha’ visto. Che cosa te n’è parso?
— Ma oggi vo’ mi fate certi discorsi!
— I’ ti vorrei veder felice, figliuola mia!
— E intanto vo’ pensereste a levarmi di casa? — E quasi le usciva una lagrima.
— Oh! per darti marito che ci separiamo? E se tu sposavi Cintio, non sarebbe stata la medesima cosa?
— Se almeno Michele non si ostinasse a rimanere scapolo! Che cosa vorreste fare, voialtri due, senza una donna in casa? —
E Michele:
— Anna, questo discorso non c’entra; tu lo sai quanto me; e ora non ne voglio far mistero nemmeno col babbo. Se fosse stato possibile, a quest’ora, chi sa? Quella disgraziata della Maria....
— Credi tu ch’i’ non me ne fossi avvisto un po’ poco? Ma ora non usciamo del seminato. Figliuola mia, senza tanti discorsi, a noi tu non ci devi pensare. A tutto c’è il suo rimedio. Nanni è figliuolo unico; della sua indole tu n’hai saputo abbastanza. Suo padre e sua madre, basterebbe che tu li vedessi; e poi i’ non ti direi queste cose a rischio di fare un buco nell’acqua o qualche cosa di peggio. La lezione del passato è stata tremenda! Solamente vorrei sapere da te, se a caso mi fosse fatta qualche domanda, com’i’ dovrei contenermi: o levar di speranza addirittura, o aspettare.... Pensaci bene, piglia tutto il tempo, e non istarò a dirti altro, finchè tu non sia la prima a discorrerne.... Starai tu zitta? E ogni cosa rimarrà seppellita qui.
— Babbo, questo sarebbe troppo. Quel che vo’ farete voi, sarà ben fatto.
— Davvero? Dunque sappi che tu se’ chiesta.
— Da Nanni?
— Da suo padre, a nome di Nanni; ma ancora, sta’ pur certa, non son corse altre parole che un semplice proviamo. Nanni non t’ha vista....
— O come ha egli fatto a pensare a me?
— Questo poi.... Tu hai pur detto dianzi che, secondo te, dei giovinotti perbene ce ne deve essere. Anche lui ha questa buona opinione delle ragazze: e’ conosce i fatti tuoi più che tu non credi....
— Anche dell’occasione ch’i’ avevo?
— Soprattutto di quella.
— E nondimeno mi chiederebbe?
— E sa del bene che tu facesti alla povera Maria....
— Ma chi gli ha detto tutte queste cose?
— L’avviatora. Ha ella fatto male?
— I’ non so più cosa mi dire. Compatitemi.
— Ma bada; tutto questo sarebbe come non detto, se tu ci avessi la più piccola difficoltà.
— Ho io a rispondere per te? — aggiunse il fratello. — Se sbaglio, correggimi. Difficoltà non ve ne possono essere. Nanni sarà tuo sposo. Ho io sbagliato? —
L’Anna era tanto commossa, che non potendo rattenersi abbracciò suo padre, e gli disse: — Vo’ m’avete detto ch’i’ sono una figliuola obbediente. Se questa è la vostra volontà, i’ la considero come quella di Dio.
— E allora, — esclamava il padre intenerito quanto lei — allora abbi da sapere che tu mi dài la più gran consolazione ch’io potessi desiderare! Si vede proprio che Nanni era destinato per te. E’ sarebbe già tuo marito, se non v’era di mezzo quell’altro. Sì, figliuola mia, questo Nanni salvò la vita a tuo padre!
— Che cosa mi dite voi?
— E al suo nel tempo stesso, perchè s’era tutt’e due nel medesimo precipizio.... E poi un ragazzo.... Basta, i’ ti racconterò ogni cosa con più comodo. Ora tu hai bisogno di riposarti.
— No! fatemi questa grazia; ditemi tutto ora subito. Non dubitate, i’ sto bene; i’ patirei troppo se dovessi aspettare. —
E infatti a quella notizia l’Anna parve ispirata da tutto l’ardore dell’affetto e della riconoscenza. Gli occhi le scintillavano con le lagrime in pelle in pelle; il volto era acceso; le labbra aperte ad angelico sorriso; e rattenendo il fiato, la pendeva immobile dalla faccia del padre, mentr’ei le raccontò minutamente il fatto che noi già sappiamo.
— Figurati dunque — concluse il padre — s’i’ mi rodevo dentro a pensare che pochi giorni prima tu eri libera! e che a quest’ora!...
— Oh! a quel che è stato non ci pensate più. Dio voglia ch’i’ possa farvelo dimenticare per l’affatto!
— Sì, figliuola mia, i’ vedo che la Provvidenza ci ha rimessi davvero in quella via che la ci aveva aperta innanzi. Nonostante tu sarai sempre in tempo a rifletterci meglio. Domattina, prima di rivedere maestro Antonio, sentirò te. — E datole un bacio, la lasciò con Michele per andare in camera sua.
I fratelli per un poco si guardarono in silenzio con quell’aria di compiacenza che apparisce sul volto a chi ha già fatto un proposito buono; quindi l’Anna disse ridendo a Michele: — Ora capisco perchè in questi giorni tu m’hai parlato tante volte di matrimonio! Sai tu che quasi quasi me n’era nato qualche sospetto? Bravi! tutt’e due d’accordo! Ma tu pensi agli altri; e per te....
— Non lo dire. Quel giorno, e ormai secondo me gli è venuto, quel giorno ch’i’ ti vedrò con uno sposo a modo, tutte le mie malinconie saranno finite. Credilo! il Cielo m’ha dato molto, quando m’ha dato una sorella come te! — E veramente nel dirle queste parole e’ mostrava un giubbilo che l’Anna non aveva più visto in lui da molto tempo. Quello solo sarebbe bastato per darle animo a seguire la volontà del padre e gl’impulsi del cuore. Dormendo le comparve in sogno la madre, non più come altre volte in sembianza di vecchia; ma pareva che la fosse della medesima età della figliuola, e vestita da nozze, e tutta ridente di letizia di Paradiso. L’augurio era buono, e v’assicuro io che allo svegliarsi la non l’aveva dimenticato.
Maestro Cecco non volle più mettere tempo in mezzo, e trovò appunto per istrada il compagno che andava a bottega un po’ più tardi del figliuolo. — Che fa’ tu in questi mari?[161] — disse maestro Antonio; — se non è per venire da me, gira largo. A forza d’aspettare, or ora non ne posso più.
— Ma lasciami dire. Bisogna che tu sappia che questa volta, a dispetto della mia flemma, come tu la chiami, i’ son diventato più impaziente di te. Sì signore, i’ non ho potuto stare alle mosse quant’i’ volevo.
— Dunque la conclusione? Sbrighiamoci!
— Una volta entrato su questo particolare, la fu finita; bisognò andare fino in fondo. E’ mi pareva d’esser diventato un altro maestro Antonio.
— Ma tu mi fai struggere. Io vo’ sapere la conclusione, t’ho detto.
— E ancora tu non hai indovinato?
— Che storia! I’ non la posso indovinare altro che a un modo.
— E sarà quello.
— Sonate campane![162] — E i due vecchi brillando dal contento s’abbracciarono stretti stretti nel mezzo di strada, come se fossero stati in casa da solo a solo.
— Nondimeno — soggiungeva maestro Antonio — tu mi vien fuori col sarà; i’ voglio che tu mi dica gli è!
— Aspettiamo ch’e’ si conoscano! —
Nanni che di sulla bottega aveva visto suo padre abbracciare quel vecchio, s’appose al vero, e corse verso di loro, e li sorprese quando maestro Cecco proferiva queste parole; e subito:
— Intanto i’ la conosco! — esclamò; — i’ l’ho vista.
— Com’hai tu fatto?
— Maestro Cecco deve compatire un innamorato. Vo’ sapete che per un innamorato non vi sono nè usci nè finestre....
— Ma, dico io, — interrompeva maestro Antonio — questi non sono i patti!
— Oh non dubitate ch’io abbia commesso imprudenze! I’ ho detto così per dire. Del resto, in questi giorni la non doveva uscir mai di casa? E non bastava che il babbo m’avesse dato, non parendo suo fatto,[163] un’idea della vostra fisonomia? I’ sapevo che vo’ state di casa sul Prato; e domenica, così alla lontana.... Eh! quest’occhi tiran di molto sapete? Nulladimeno, vi chieggo scusa d’esser venuto qui all’improvviso; e se quando la vedrà me, i’ non avessi la fortuna d’incontrare, eccomi rassegnato senza pretendere di far violenza a nessuno.
— Sì, vo’ me la fate violenza, giovinotto mio, vo’ me la fate, e l’ho caro. Nonostante vi piglio in parola quanto alla rassegnazione, perchè, figliuolo, le combinazioni son tante, che non è mai male abbondare di cautela. Ma che cosa volete? ora come ora, la mi parrebbe crudeltà a non dirvi che la v’ha un po’ visto anche lei...:
— Davvero?
— E il resto? — disse subito maestro Antonio.
— Per quel ch’e’ si può giudicare dall’averlo visto passando di qui, da bottega....
— L’è passata di qui?
— Lascialo dire!
— E’ v’è da sperar bene!
— Dunque sposi addirittura!
— E quando fu che passaste di qui? Ditemi, com’andò ella? E lei sapeva nulla?
— Vi pare? nemmen per sogno: e’ s’era andati alle Belle Arti, e s’era visto i vostri lavori. Quelli, vedete? que’ bei lavori, e i nostri compagni che dicevano di voi ogni bene, mi risparmiarono i primi discorsi. Voce di popolo voce di Dio! La buona riputazione, figliuolo, può far miracoli. —
Nanni per modestia non rispondeva, e suo padre guardava ridendo ora l’uno ora l’altro. — E tu, — proseguì maestro Cecco voltando la parola all’amico — tu non m’avevi detto nulla nè di que’ lavori nè della medaglia d’oro....
— Cospetto! se gli era de’ mesi che non ci si vedeva!
— Non aver paura; e’ mi parrebbe che ora si fosse trovato il modo di rintopparci[164] più spesso! I’ ti darò la figliuola, ma i’ voglio esser sempre su’ padre, hai tu capito?
— Che discorsi! sempre insieme!
— E lei, poveretta, se c’era una difficoltà, l’era quella di non potersi risolvere a lasciar soli noialtri.
— Ora pensiamo all’essenziale, e poi, non dubitare; i’ so io come va fatto. Un’altra cosa: i’ dico a voi, maestro Nanni: com’è egli possibile, che per riconoscermi v’abbiate avuto bisogno di contrassegni da vostro padre?
— Come sarebbe a dire?
— O che vi siete scordato di quella pescaja e di quel vecchio che era nella barca con vostro padre?
— Come! voi stesso?
— Sì, figliuolo; e io non lo dimentico, veh! E l’Anna l’ha saputo! Intanto vi basti questo, per non aver più nulla da temere! —
Maestro Cecco nel dir ciò si stringeva al petto la robusta mano del giovinotto, che a capo basso si lasciava condurre da lui verso bottega.
— Ma no, signori, — esclamò maestro Antonio pigliando a braccetto l’amico, e facendolo voltare all’improvviso con una stratta;[165] — e ora dov’andate voi? A casa subito! Vi par egli ch’io voglia aspettare un minuto a dar questa consolazione alla mia donna? E tu gliel’hai a dire con la tua bocca! Gnorsì, con la tua flemma tu gli hai a dir subito: «I’ sono il sòcero di Nanni,» e anche di sul pianerottolo, prima di salir su! E alza la voce, perchè povera vecchiuccia, l’ha ingrossato un po’ il timpano. — E così gongolando di contentezza, tra le espansioni di cuore e le facezie, fece allestire il passo a maestro Cecco, il quale da molti anni non aveva più fatto una marcia forzata come quella. Se la Maddalena fu lieta a sentirsi dire che maestro Cecco era suocero del suo Nanni, pensatelo voi!
Per quella via, giacchè i vecchi erano insieme, pensarono anche al rimanente, e siate pur certi che si trovarono d’accordo nell’atto. Se non che ragionando del giorno per le nozze, maestro Cecco avrebbe preso un tempo più lungo, e maestro Antonio a fatica gli dette un mese, perchè la moglie gli rammentò che a’ tempi de’ tempi era stato fatto così anche per loro.
— Codesto non importerebbe nulla — diceva egli; — e poi noialtri non ci s’era visti neanche alla lontana. Ma qui muta specie: questi figliuoli ormai si conoscono. Ma per non parere ostinato, pigliatevi un mese dal giorno dell’Esposizione, ecco fatto.
— Bravo! — rispose maestro Cecco ridendo, — allora non è più di qui a un mese. Tu me lo vuoi dare sbocconcellato. Ma sta’ zitto; i’ l’ho caro, perchè la ricorrenza di quel giorno è di buon augurio per un matrimonio. L’industria premiata e la stima de’ conoscenti.... i’ non cercherei altri testimoni per la scritta di nozze.
— Ehi! se s’avesse a pigliar regola da questo, gli anderebbe contato il mese dal giorno che l’avviatora venne qui a ragionarci delle virtù della vostra figliuola. —
La domenica dipoi era una giornata delle più serene che si fossero viste in quella stagione. La mattina presto, secondo il solito, maestro Cecco andò con la figliuola a sentir messa in santa Lucia sul Prato, e poi tornando a casa per far colazione vi trovarono anche Michele. Quel buon giovine, che era ben veduto nello spedale, poteva avere il permesso facilmente, quantunque non abusasse mai di questo favore a pregiudizio del proprio dovere nè dei poveri malati, che trovavano tanto sollievo nella sua prontezza amorevole e diligente. L’Anna, a vederlo in casa a quell’ora, vestito come quando egli andava a spasso, allegro e sorridente:
— Che novità è ella questa? Oggi che è giorno di scialo?
— Tu non lo vedi il bel tempo? Chi non anderebbe a spasso?
— Ma bene! Dunque tu verrai con noi! Anche il babbo ha intenzione di far due passi alle Cascine.
— Appunto i’ son qui per questo.
— E’ non mi par vero! il tempo è bene scelto; piuttosto ora che dopo desinare. Stamani non ci sarà quasi un’anima, e potremo goderci quella bell’aria con libertà, senza tanta signoria tra’ piedi, senza lo strepito delle carrozze, senza il pericolo che ci venga a ridosso il cavallo d’un milordino.
— E il fastidio di quelli scimuniti che ogni poco si voltano indietro tutti d’un pezzo a guardar le ragazze con l’occhialetto, e fanno mille sguajate svenevolezze. Al vestito parrebbe ch’e’ dovessero essere il fiore della civiltà, e poi non conoscono educazione, e dicono certe cose che farebbero vergogna alla vergogna stessa!
— Per codesti poi i’ potre’ dire d’esser cieca e sorda. I’ non ho mai visto nè sentito nulla. Solamente mi conviene qualche volta turarmi il naso, perchè ve ne son certi, che appestano l’aria come se tra que’ cespugli ci fossero tante serpi.
— Del resto, i’ credo che oggi no’ troveremo compagnia.
— Come sarebbe a dire?
— Ma non di quella! Una compagnia che ti deve piacere.
— Persone di nostra conoscenza?
— Anche! Non antica, almeno per te, ma che dovrà durare quanto la vita, e più. —
L’Anna capì subito, tanto più che era già stata avvisata, ma senza sapere il come nè il quando. Allora abbassò gli occhi, e fece il viso rosso.
— Ora dunque, — incominciò maestro Cecco, — tu m’hai a dire sinceramente se questa passeggiata ti va a genio. Se no, vi son tanti altri luoghi per passeggiare!
— Ma se gli è un fissato.
— Naturale![166]
— Allora — ella soggiunse ridendo — che vorreste mancar di parola? —
Maestro Cecco s’alzò nell’atto, la prese sotto braccio, e via per le scale. Scendendo sentì che l’aveva un po’ di tremito, e per la strada rallentò il passo, domandandole se il camminare le dava noja.
— No, — rispose — andate pure del vostro passo. Credete voi ch’i’ non venga volentieri a un fissato in vostra compagnia? —
L’Anna era vestita da festa con la semplicità delle giovani tessitore che serbavano l’usanza di qualche anno addietro: in zucca; le trecce fermate da un bel pettine di tartaruga; il vestito bianco accollato; il vezzo di perle della madre, e una bella cuffia di modano che le copriva le spalle. Suo padre in calzoni corti, in giubbone all’antica, il cappello di tesa larga, le calze bianche e le fibbie d’argento alle scarpe. Michele aveva la carniera[167] di velluto, quella carniera che alcuni hanno a noja, perchè disgraziatamente tra quelli che la portano vi son pur troppo dei capi scarichi, ma che può essere ed è un vestito da gente onorata al pari d’ogni altro, da non far vergogna a chi s’infilza il soprabitino. Anche Nanni andava in carniera, e tutt’e due seguivano tanto in quella come nel resto del vestiario la costumanza moderna,[168] ma senza le caricature, le legature, i ciondoli con cui gli zerbini la fanno essere ridicola e troppo incomoda per chi non è avvezzo a stare in ozio, per chi ha poco tempo da buttar via, e un po’ di robustezza nelle membra e un po’ di sale in zucca.
Passarono la porticciòla,[169] presero di sull’argine dell’Arno, e per quanto poteva tirare la loro vista, non videro un’anima. Il vecchio dopo aver fatto qualche cento di passi, dopo essersi voltato indietro due o tre volte, guardava in viso Michele senza far motto. L’Anna non aveva alzato gli occhi subito, ma pure gli alzò anch’essa, e non vide altro che gli alberi, la macchia, i fiorellini tra l’erba e i fagiani che svolazzavano terra terra. Invero quella dolce prospettiva a un’ora sempre freschetta, col placido scorrere dell’acqua, con un venticello che faceva tremolare le foglie luccicanti ai raggi del sole levato dietro le loro spalle, era proprio deliziosa; e il canto dell’usignuolo in que’ boschi, dove l’ingordigia e il trastullo degli uomini non gli muove guerra, accresceva il diletto del passeggiare. Ma come mai tanta solitudine? Stava bene esser soli a godersi quell’amena campagna, ma a volte il troppo è troppo!
E’ se n’andavano zitti zitti, almanaccando in vario modo sulla cagione dell’indugio degli altri, quando presso allo sbocco d’un viale nel mezzo al bosco odono la voce di maestro Antonio che diceva: — Ora vo’ vi siete riposata abbastanza; ora saranno per istrada; venite via; — ed eccolo scaturire snello come un frullino sopra la riva, mentre la Maddalena sorretta da Nanni s’alzava da sedere. Il rintopparsi tutti lì all’improvviso, l’esclamare ben venuti! a vicenda, il consolarsi de’ vecchi e de’ giovani pose tutti in una commozione da non si dire. Poichè ebbero fatto le presentazioni scambievoli, i due sposi furono messi in coppia innanzi a tutti; Michele profferse il braccio alla Maddalena; e i due vecchietti che nuotavano nel contento chiusero il corteggio andando con le mani di dietro, e col viso tutto ridente. Se non che maestro Cecco, sospirando talora in segreto, esclamava tra sè e sè: — Ah! perchè non è ella viva anche lei? —
E noi non saremo indiscreti da voler sentire le parole degli sposi. Già chi ha fatto con essi un po’ di conoscenza può immaginarsele. E chi volesse sapere la conclusione del loro colloquio, la domandi a coloro che si trovarono la domenica dopo in Santa Lucia sul Prato, dove, appena il Priore ebbe recitato il Vangelo, diede un’altra buona nuova che principiava con queste parole: Si denunzia per la prima volta ec. ec. Io non so se fosse immaginazione o altro: fatto sta che quando il sacerdote volse al popolo la veneranda faccia pronunziando a voce alta e commossa quelle parole e i nomi degli sposi, parve che quanti erano lì si rallegrassero, e che alcuni dicessero sottovoce al compagno: — Felice lei! la lo merita davvero! — e che poi, tralasciando di implorare grazie per sè invocassero la benedizione dell’Eterno su quel bene augurato matrimonio. E lo stesso, cred’io, sarà accaduto in Ognissanti, cioè nella cura[170] di Nanni: perchè il giubbilo degli onesti artigiani è giubbilo di tutti; un giubbilo sincero e veramente benefico, quantunque non sia stimolato con gli sfarzi e con l’oro, quantunque non faccia strepito tra la moltitudine pazza d’un’esultanza che spesso va a finire nel pianto di qualche famiglia, ma si ricoveri tranquillo nell’anima che non lo dimentica tanto presto, che lo ripone tra gli esempi della virtù premiata, per invigorire la virtù che non ha ancora nissuna ricompensa su questa terra.
Venne finalmente il giorno delle nozze. I primi raggi del sole appena appena indoravano il comignolo dei tetti. Una brigatella di poveri, ciechi e storpiati, era lì sulla piazzetta di santa Lucia; non già con molta speranza, perchè la figliuola d’un muratore e il figliuolo d’un magnano, quella uscita dal telajo per ritornare al telajo, quello con le mani incallite dal manico del martello e della lima, non possono farla da generosi. Ma non dubitate! Maestro Cecco d’amore e d’accordo con maestro Antonio hanno pensato a voi poveretti! E non solamente a voi che non potendo lavorare siete ormai avvezzi a stendere la mano al passeggiere; ma e’ si son ricordati che i poveri più infelici son quelli che non possono nè lavorare nè accattare, e tribolano in certi tugurj dove l’occhio della carità non penetra sempre quanto sarebbe necessario, perchè laggiù il bujo è troppo fitto e il tanfo[171] è troppo ributtante per certi stomachi avvezzi a godere l’aperta luce del sole e i profumi de’ giardini e delle pomate. Nondimeno e’ son braccianti, e non potrebbero sostenere due spese, quella del soccorrere i poveri e quella dello scialo di nozze. Or bene, delle due hanno scelto la prima: tanta era la dolcezza del loro cuore, che non pensarono nè punto nè poco a procacciarne anche al palato; e invece di mangiar troppo, a rischio di guadagnarsi un’indigestione, si contentarono del vitto consueto, e vollero piuttosto che il superfluo servisse a chi pativa del necessario.
Vedete ora gli sposi venire in chiesa, in mezzo ai vecchi genitori e agli altri parenti inteneriti fino alle lagrime, inginocchiarsi davanti al sacerdote, alzar l’anima ai pensieri di religione e d’amore, ai doveri di famiglia e di patria, e ricevere con quella di Dio la conferma di tutte le benedizioni, che accompagnano un sì proferito nel nome della virtù e della carità del prossimo. Pochi tra i popolani avevan saputo precisamente il giorno e l’ora dell’anello; ma bastò che due o tre vedessero gli sposi uscir di casa, e in poco tempo la chiesa divenne piena di gente. Era stata grande la contentezza comune alle denunzie degli sponsali, ma crebbe assai più nell’assistervi! Erano universali i mi rallegro agli sposi, al parentado, e tra l’uno e l’altro de’ conoscenti, come se si fosse trattato d’una fortuna per tutti.
La comitiva che era uscita di casa senz’altra accompagnatura, ritornò in casa in mezzo alla folla. Tra quella buona gente che s’abbandonava a così liete congratulazioni teneva il primo posto l’avviatora, invitata alle nozze, tutta in gala e infatuata, e senza poter riparare alle domande che le facevano le altre donne riguardo allo sposo e alla sua famiglia, giacchè le sapevano bene che l’andava a raccattar le brache di questo e quello per fargli poi i gazzettini[172] sull’uscio. Ma figuriamoci se in quel giorno che si dava bella occasione di parlar molto dei fatti degli altri, la si sfogò a dir bene del prossimo senza pericolo di metter fuori sfarfalloni! E il medesimo accadde coll’andar del tempo, giacchè divenuta sempre più intriseca d’ambedue le famiglie, che ormai si potevan chiamare una sola, furon palesi anche a lei le loro azioni, ed erano tali da poterle narrare con frutto di chi le udiva.
Ma l’Anna ebbe a rimproverarla più volte d’indiscretezza, e anche gli altri furon costretti a riguardarsi dalla sua smania di raccontare alle conoscenti il bene ch’essi facevano. Così le persone ciarliere fossero premurose di divulgare le azioni oneste, e non di riferire, spesso con aggiunte e scandalo e calunnia, le disoneste! La stessa riservatezza che ci voleva con l’avviatora, naturalmente era da essi tenuta con tutti; sicchè poche cose potrei aggiungere a questo racconto, se voi non vi contentaste di sapere che l’Anna in capo a un anno partorì felicemente un bel maschiotto; e che maestro Cecco e Michele, sebbene ogni poco fossero in casa degli sposi, tuttavia non furono contenti finchè non ebbero trovato un piano di casa da potervi abitare tutti insieme, con libertà scambievole e con risparmio.
Vorrei lasciarvi l’animo consolato proponendovi a immaginare da voi stessi le contentezze e la prosperità di quegli onesti artigiani, la buona riuscita, insomma, d’un matrimonio fatto con giudizio. Ma qui taluno s’aspetterà di vedere anche il rovescio della medaglia; e io, a dirla giusta, ho saputo molte cose; ma sarebbe questo un altro racconto così lungo e così doloroso, che ora non ho cuore di farlo. Lasciamo passare almeno un par d’anni; tiriamo un velo sulle imprudenze di quella sventurata, rimasta vittima più che altro de’ traviamenti di un vanesio, che inciampò in tutte le occasioni per divenire uno scellerato; non ci funestiamo con la descrizione de’ suoi errori; non torniamo a umiliar troppo l’ufficio del narratore accennando le sozzure de’ suoi male scelti compagni e de’ loro padroni; di quella funesta genìa di viziosi inculti e di viziosi culti, che tanto contaminano i costumi e la dignità de’ popoli ai quali appartengono, e di quelli tra’ quali vanno girovagando!
Contentatevi dunque di sapere che, in capo a poco più di due anni, Michele, essendo passato a migliore impiego, non solo per la sua capacità, ma più che altro pe’ suoi buoni portamenti, era nella farmacia dello spedale; e talvolta vi faceva di notte giorno per istudiare e guadagnarsi la matricola, o per adempiere sempre meglio il proprio dovere. In una di quelle nottate ecco il suono della campana della Misericordia che gli annunzia una disgrazia. Sebbene e’ fosse già avvezzo a questi casi pur troppo frequenti, nondimeno e’ ne rimaneva sempre afflitto, tanto più che qualche volta gli era accaduto di veder portare nel cataletto un suo conoscente. Quella volta poi, forse perchè nel silenzio della notte il suono lugubre della campana della Misericordia fa più specie, gli venne fatto uno scossone e un sospiro. Udito il secondo rintocco, e poi null’altro:
— È a caso, — disse fra sè; — poveretto! — Poi una voce vicino a lui gridò all’improvviso:
— A caso!
— Io son qui, — rispose Michele a quella voce, — presto sarà pronto ogni cosa secondo il bisogno.
— I’ vengo di fuori, e ho udito dire che si tratta di getti di sangue. —
— Uomo o donna?
— Donna. — E Michele si sentì un’altra stretta al cuore; s’alzò sollecito come se volesse accorrere a preparare qualche cosa, ma piuttosto per distrarsi da un abbattimento maggiore del solito; e l’altro: — Non c’è furia veh! Benchè gli abbiano a andare sulla piazza della Nunziata, se il male dice davvero bisognerà ch’e’ camminino come le formicole. — Il tempo che passò tra questi discorsi e l’arrivo della malata parve eterno a Michele. Infine ecco lo scoroncìo,[173] ecco il servo colle facciòle, ecco le vesti nere ed il cataletto; e subito la poverina più morta che viva fu posta in un letto caldo, e visitata dal medico astante. Ma pur troppo v’era da ordinar poco!
— Che cosa volete voi medicare, se l’è moribonda? — diceva sottovoce l’astante. — Una servente e il cappuccino.
— La servente eccola qua, — soggiunse un giovane praticante accennandola, e facendo posto anco ad una suora misericordiosa che era di guardia; e in quel mentre scòrse Michele appoggiato a un letto vicino, e quasi privo di sensi. Nel volto cadaverico dell’inferma egli aveva riconosciuto la povera Maria! Il giovine che si accòrse del suo abbattimento:
— Oh — disse forte ridendo — se ci fosse bisogno di medicine, lo speziale ci darebbe un bell’ajuto e non fo celia! E’ non ne può più dal sonno, e si direbbe che ci volesse l’olio santo anche per lui!
— Chetati! — esclamò allora Michele con sdegno represso; e ripigliando tutta la sua presenza di spirito: — Qui non v’è da ridere! Pensa a dare gli ordini per quello che occorre, e io saprò obbedire. — E si collocò a piè del letto di quella disgraziata.
— Corbezzole! — soggiunse l’altro sfuggendo lo sguardo fulminante di Michele, e andandosene con affettata indifferenza. Quindi s’allontanò anche il medico, dopo aver fatto quel più che v’era da fare in un caso disperato. Poco dopo venne il cappuccino coi soccorsi della religione. Anch’egli, quand’ebbe esaminato ben bene l’inferma, abbassò il capo sul petto, e si pose in orazione, aspettando che la si riavesse col riposo e coi ristorativi che le erano stati somministrati. Tanto il cappuccino che la suora erano rimasti uno di qua e uno di là al capezzale, finchè trascorsa una mezz’ora l’inferma aperse gli occhi a guisa di chi si sveglia da lungo sonno, si guardò attorno, ed esclamò delirando: — Dove sono?... Dov’è la mia creatura?... Rendetemi la mia creatura!
— Sì, poveretta! — disse subito il cappuccino. — Come vi sentite?
— Sto bene io; ma la mia creatura! Per l’amor di Dio, rendetemela subito! Non voglio, non posso morire senza rivederla!
— Ditemi dov’è? Chi ve l’ha presa? — esclamò Michele accostandosi e chinando il volto su lei. A quella voce la Maria rimase come impietrita, spalancò gli occhi, fece uno sforzo per alzarsi, ma ricadde subito, proferendo a mezza voce il nome di Michele! Quello sforzo cagionò un altro getto terribile che la ridusse agli estremi. Allora Michele, percotendosi la fronte, si buttò ginocchioni come forsennato, mentre il cappuccino le raccomandava l’anima. Pochi minuti d’agonia, e la sventurata era morta!
Michele non fu più in grado di rimanere nello spedale; si sentiva rodere il cuore dalla gran passione, e dall’impazienza di saper qualche cosa della creaturina che la moribonda chiedeva di rivedere. Uscì ratto ratto, e diviato sulla Piazza dell’Annunziata, e a girare in quei contorni, non sapendo che cosa si pensare, nè dove rivolgersi. Corse alla polizia, fece un visibilio d’interrogazioni, e non ebbe risposte che gli potessero dare qualche lume. Ma la mattina gli venne un pensiero. Corse di nuovo sulla Piazza dell’Annunziata; entrò nello Spedale degl’Innocenti, e a forza d’indagini gli venne fatto di raccapezzare l’origine della disgrazia. Un’ora prima che suonasse la campana della Misericordia era stato abbandonato nel finestrino de’ Nocentini[174] un lattante di pochi mesi; aveva al collo una crocellina involtata in un foglio. Michele riconobbe la crocellina che era stata un regalo dell’Anna all’amica, e lesse nel foglio il nome di Maria.
Con l’andar del tempo Michele potè venire in chiaro di tutto, e a noi basterà sapere che quella meschina, dopo la morte di sua madre, era stata condotta da Cintio fuori via, a Napoli. Quivi costui, dopo aver tentato invano d’indurla a secondare le sue prave intenzioni, prese l’iniqua risoluzione di legarsi le scarpe e fumarsela,[175] mutando nome e abbandonandola nelle stremezze[176] della povertà. La sventurata col suo bambino in collo, si trascinò a piedi, figuratevi con quanti strapazzi, fino a Firenze, dove la miseria, la vergogna e lo sfinimento l’avevano indotta a lasciare in quel modo il bambino, che non poteva più essere nutrito dal seno materno. Ma lo spasimo di quel distacco, dopo i sofferti patimenti, le fece scoppiare il cuore.
Il bambino fu presto levato dagl’Innocenti e preso per suo da Michele, il quale non avendo potuto salvare la povera Maria, volle almeno esser padre di quello sventurato figliuolo, e dargli il proprio nome e l’educazione e uno stato. Così il povero piccino trovò anche una madre, e voi avete già indovinato chi fosse: l’Anna lo tenne insieme coi suoi figliuoli, e senza la menoma parzialità lo assistè come quelli.
Il fanciullino era già arrivato all’età di cinque anni, allorchè un giovine medico, amico di Michele, e venuto su co’ medesimi sentimenti, ritornando da un viaggio fatto per suo studio nella Francia e nell’Inghilterra, lo incontrò con esso per mano.
— Oh! — disse il medico nel far le feste all’amico e accarezzando il bambino — mi rallegro davvero! Tu hai moglie; e che bel figliuolo!
— Eh! non ho moglie io! gli è adottivo — rispose Michele sottovoce; — ma gli voglio bene come se fosse mio.
— Lo credo! Poi seguitarono a passeggiare, e insieme tornarono col pensiero alle antiche ricordanze e a discorrere degli amici della prima gioventù. Allora il medico giugnendo le mani in atto di gran dolore:
— A proposito! sa’ tu chi mi toccò a vedere tra i galeotti nel bagno di Brest là in Francia? E sì che quando imparammo a conoscerlo pareva ch’e’ dovesse fare buona riuscita. Quel Cintio....
— Dio mio! zitto! — e non volendo, tirò a sè con una stratta[177] il fanciullo, che quasi impaurito: «Babbo!» esclamava «non ci sono carrozze!» L’amico, maravigliato: — Sarebbe mai?...
— Non lo dire a nessuno! Chè sebbene quest’innocente non sappia nulla, pure potrebbe un tempo.... chi sa?
— Tu hai ragione. Neanche all’aria! — E s’inchinava intenerito a dare un bacio al fanciullo. Poi Michele soggiunse:
— Disgraziato! E non vi sarebbe verso di far qualche cosa per lui? — L’amico, guardandolo con un’occhiata di rassegnazione compassionevole: — Al mio ritorno dall’Inghilterra era morto — articolò con le labbra; e coprendosi il volto andò via. Michele restò come tocco dal fulmine!
Il buon giovine voleva un gran bene al suo figliuolo adottivo; ma d’allora in poi l’affetto verso di lui fu anche maggiore, e Michelino seppe essergli riconoscente qual vero figliuolo.
Queste due famiglie d’onesti popolani solevano fare di nascosto delle elemosine a chi ne aveva proprio bisogno, e soprattutto quando ricorreva qualche solennità religiosa o qualche festa domestica. D’allora in poi ne fecero anche di più; e ogni volta che un infelice riceveva da essi la carità benedicendo i misericordiosi e ringraziando Iddio con le lagrime della riconoscenza, essi gli dicevano all’orecchio: — Pregate per l’anima di due nostri poveri amici! —