V. — Un lunedì in Camaldoli.
Il Canarino.
Un lunedì mattina, levatomi presto, passeggiando bel bello, arrivai in Camaldoli. Appena entrato in una via delle più popolose, odo un frastuono di risate, d’urlacci, di batter di mani e di fischi; e vedo ragazzi col loro pezzo di pane sotto il braccio, uomini con gli arnesi del mestiere, donne scapigliate e in ciabatte accorrere ed affollarsi davanti una casa, e bambini e fanciulle alle finestre, e tutti fare un tafferuglio, uno schiamazzo da disgradarne la fiera dell’Impruneta;[252] e guardavano e accennavano un tetto che poteva essere dominato in parte anche dal mezzo della strada. Su quel tetto v’erano una donna e un fanciullo che parevano forsennati, ballonzolando la tarantella. A un tratto anch’io fui mosso alle risa; ma tosto me ne uscì la voglia, pensando al loro pericolo, ed accorgendomi che facevano la caccia ad un povero canarino scappato di gabbia. Le fischiate erano pei loro inutili tentativi di chiapparlo; gli evviva pei voli dell’innocente bestiolina, quasi fosse diventata il Pagliaccio di monsu Guerra,[253] allorchè ad ogni salto mortale,
Dell’attonita gente i magni spirti
Accendeva di bella emulazione,
Ed in mezzo agli applausi iva l’eroe
Con la patria nel petto a far più grande
D’essa il nome, ed il suo....
Fatto sta che il misero animaluccio, stordito dagli urli, spaventato dai suoi persecutori, che per affetto sviscerato lo volevano rimprigionare, alla fine tentò un volo più ardito, ma non lo resse, e precipitò sulla folla, allora cento mani si contesero il protetto amico della libertà; ma l’infelice pagò troppo cara la protezione, perchè morì soffocato da chi avea tanto zelo per la sua salvezza. Intanto i suoi tiranni rimasero sul tetto, delusi e segno alle beffe ed alle fischiate della marmaglia; ed o fosse l’impeto dello sdegno, o la fretta di rifugiarsi nell’abbaìno, venne giù un tegolo smosso, e spaccò la testa a un ragazzo. Allora un prorompere in osceni improperj, e uno schiamazzare più strepitoso che mai, finchè non scaturirono dalle vicine botteghe due o tre uomini armati di bastone o di nerbo a dar la caccia ai monelli, tempestando bòtte alla cieca e facendo piazza pulita in un attimo. Il corpo dell’estinto ebbe tosto sepoltura nel ventre d’un gatto.
Tutto ciò poteva dirsi un’inezia, se non fossero stati gli strapazzi patiti dal canarino prima di morire, e le dolorose conseguenze che derivarono dalla curiosità di chi accorse a vedere e ad accrescere lo scompiglio. Non dirò le inimicizie e le contese dei padroni del canarino col vicinato: non i lividi, le paure e i pianti dei bambini lasciati soli e ruzzolati a terra dal letto, non le prede dei gatti rimasti padroni delle cucine.... Le grida disperate che uscivano da una casa della strada contigua mi spinsero ad entrarvi con gli altri: «M’è affogato il figliuolo! Ajuto! Oh Vergine! urlava una donna spenzolandosi al pozzo, e strappandosi i capelli; e la gente affollata, sbigottita, non sapeva che cosa farsi; quand’ecco un giovine, ratto come il baleno, aprirsi la via, ghermire la fune, annodarla che non scorresse e calarsi nel pozzo; e un uomo accorrere con una scala, e in men che il dico ricomparire salendo per essa il giovine coraggioso con in braccio un bambino di forse quattro anni. Non dava segno di vita; e la madre, più forsennata di prima, a stringerlo al seno, a baciarlo, a brancicarlo piangendo. Ma l’uomo cavatoglielo dalle mani: — Potrebbe darsi che non fosse morto, — diceva — aspettate; — e presolo pei piedi lo capovolgeva per fargli vomitar l’acqua secondo il comune errore. Allora mi feci avanti, e: — Se v’è speranza di salvarlo, — esclamai — per carità non fate così. Via subito a chiamare un medico; — e il giovane a corsa pel medico. E intanto feci stendere supino il fanciullo sul letto, e scaldare quanti panni si poteva..., e pregai che la folla facesse posto. Per buona sorte un medico era vicino, e tosto venne.
Postosi attorno al fanciullo, bisognò respingere a forza i curiosi, altrimenti non avrebbe avuto campo di fare il suo ufficio. È una crudele stoltezza affollarsi attorno un disgraziato per vedere, senza dare ajuto, facendogli respirare un’aria cattiva e impacciando coloro che lo assistono. Io trassi in disparte la madre per frenare le sue smanie e la sua impazienza, e intanto udiva il cinguettìo delle donnicciuole: — Già non concluderanno nulla.... Pretendono di resuscitare un morto.
— Le sono minchionerie; tempo perso!
— È tanto bracona quella benedetta Geltrude, che si lascierebbe bruciare la casa per andar dietro a’ fatti degli altri.
— Dacchè il suo marito sta con l’Ebreo ha la sperpetua in casa. —
Come se il servire onestamente, e senza rinnegare la fede, un Turco o un Ebreo, fosse peccato!...
Dopo due ore di tentativi e di cure, dopo una buona cavata di sangue ed altre opportune cautele, l’abile medico con grande maraviglia di tutti e con indicibile consolazione della madre, aveva richiamato in vita il fanciullo. Esaminando allora in che modo e’ fosse caduto nel pozzo, fu visto ch’ei doveva essere salito da una seggiola sopra la madia, posta con poco senno presso la finestra del pozzo, e che questa finestra era stata scapatamente lasciata aperta dalla madre per accorrere fuori; il bambino, o volesse guardare il fondo, o baloccarsi con la fune, s’era spenzolato tanto da precipitare laggiù. Fortuna che la cucina era a terreno, e il pozzo poco profondo! La madre incolpandosi, giurando di non lasciar più solo il figliuolo, di chiudere sempre il pozzo, e tuttavia piangendo dirottamente, ringraziava Dio, il medico e il giovine, il quale, senza curarsi di ringraziamenti o di lodi, già se n’era andato pel fatto suo. Aveva una buona fisonomia tutta serenità e schiettezza, le vesti da bracciante[254] ma pulite, gli sguardi pieni di fuoco; ed era intrepido e risoluto negli atti. Seppi che faceva il trombaio; e tutti lo tenevano per giovine onesto, laborioso, abile e di buon cuore.
La Protezione.
Batteva il tacco innanzi a me un uomo attempato e grassotto; aveva il codino, i calzoni corti e le fibbie alle scarpe. Quel vestiario antiquato mi dette nell’occhio, e accostatomi un po’ più, vidi una di quelle facce rubiconde e gioviali che fanno consolazione e mettono proprio di buon umore. A un tratto mi parve che incominciasse a rattenersi o a camminare di malincorpo, come chi teme il passo di Malamocco. Ora si fregava il mento con la mano storcendo la bocca, ora si rosicchiava le unghie, stabaccava, o faceva la rassegna dei suoi bottoni. Ma finalmente, squadrata ben bene una casuccia, e scossa la testa, si piantò nel rigagnolo a gambe larghe e con le braccia incrociate sul petto, alzò il capo facendo rizzare all’improvviso il codino sul bavero lumacoso della giubba, e chiamò con quanto fiato aveva — Giovann’Antonia! — Una vecchia impresciuttita e rubizza apparì a scatto di molla alla finestra dell’ultimo piano, esclamando: — Oh! mamma delle poerine! gli è proprio lui!
— Volete voi far motto a capo scala, Giovann’Antonia?
— Gaudeamus![255] — rispose ella; e in un batter d’occhio scese le scale, appuntandosi un fazzoletto bianco, buttato alla peggio per pudicizia sopra un collo color di nocciòla e grinzoso come quello delle testuggini. — Che Dio vi dia bene! — esclamò tutta gioconda ed a mani giunte; — chi non muor si rivede! ogni cent’anni una volta! Animo, passate; almeno per riposarvi.... Non degna più vosustrissima?
— Non ho tempo.
— No’ siamo alle solite! Sempre le furie. Che cosa vuol dire eh non esser più dell’erba d’oggi, maestro Jacopo? Ma!... scordarsi proprio di tutto!....
— Il tempo passa, Giovann’Antonia! —
E la temuta loquacità della vecchia, incominciava a fargli perdere la pazienza.
— Lo so che il tempo passa — rispose ella ponendo le mani sui fianchi, — ma eh? quarant’anni fa non avreste parlato così; salmisia![256]
— Insomma! — esclamò Jacopo, uscendo de’ gangheri, — o chetatevi o me ne vado.
— Sì, starò zitta. — Soggiunse allora colei strillando meno. — Dite voi; in che cosa posso servirvi?
— Dov’è Matteo? Sempre a gironi? Ha egli messo giudizio? Ho bisogno d’un lavorante. Quasi quasi mi arrischierei a metterlo in fabbrica un’altra volta.
— Dio facesse! — esclamò con fuoco; — mi sono raccomandata tanto nelle mie orazioni! volevo ben dire che vo’ ci avessi abbandonati per l’affatto, a questi lumi di luna!
— In conclusione, c’è egli?
— Ora come ora.... ve la dirò giusta giusta.... — e con voce supplichevole — gli è a caccia; ma, non dubitate....
— Con quel solito signorino? con quel protettore spiantato? Ho capito! Buon pro gli faccia! — E si voltava risoluto per andarsene.
— Per l’amor di Dio, sentite — diceva la vecchia tutta umile e addolorata, scongiurandolo a trattenersi. — Domani va lassù il prete; gli mando a dire che torni subito....
— Figliuola mia, non s’è fatto nulla; finchè Matteo farà il secutus[257] a quello sdolcinato ganimede, a quel vagabondo pieno di boria e di debiti, può girar largo. Per me, lo sapete, voglio gente che stia al sizio: i signori nei palazzi, e i braccianti a bottega.
— Ma che cosa volete ch’i’ ci faccia io, povera madre? E’ non aveva lavoro.... Quando stette con voi la prima volta stentava tanto a guadagnare....
— Perchè aveva poca voglia di durar fatica; perchè stava dietro a tutte le festicciuole.... E poi, si sa, bisogna fare il noviziato; e se avesse avuto pazienza, a quest’ora potrebbe riscuotere un buon salario. Ma se crede di passarsela meglio a baloccare il signorino, padrone, si serva....
— Oh che dite voi? figuratevi! e’ c’è andato per non disgustare la casa.... Le son persone che ci possono fare del bene....
— Sarà....
— Fate conto che qualche cosa casca sempre. Non foss’altro gli avanzi di cucina....
— Oh! su questo poi, state zitta! buona roba!... me ne ricordo.... la grazia di Dio andata male.... Sciatterìe, golaggini da far rivoltare lo stomaco.... un companatico da aver bisogno del medico e dei purganti.... Vuol esser pane, maestrina!... La si vede la bella cera della vostra nuora e della sua povera creaturina che ingojano quei veleni! Pane, pane!...
— O gli spogli?... li contate voi per nulla?
— Sciala! uno straccio di falde all’inghilese, e i pantaloni bianchi ragnati.... per far venire la voglia della giannettina e del sigaro! Vuol esser lavoro, e rivestirsi a modo suo, e non portare la livrea di nessuno. A rivederci; ho fatto tardi.
— Ohimè, vo’ siete diventato aspro davvero! Ma via!... voglio darvi la ragione; e sapete? da povera madre, gliel’ho dette anch’io queste cose. Ma noialtri, mi risponde, noialtri non possiamo fare superbia....
— Superbia! superbia! Eh, Giovann’Antonia, i’ vi compatisco io!... L’onore, dico, l’onore.... Quando s’ha un par di braccia e un mestiere alle mani, e voglia di lavorare, non è superbia se ci teniamo di campare da braccianti, ma a casa nostra, e senza strascicarci dietro agli sfaccendati per aspettare che caschi qualcosa, per aver protezione, e bisognando, esser costretti a tener di mano.... lasciarsi disonorare.... Basta, non ho più tempo da perdere. — E se n’andava pieno di dispetto.
— Oh Vergin santa! dico che avete mille ragioni;... ma io....
— Sentite — ritornando un po’ indietro e parlandole nell’orecchio. — Quando quello svenevole dicesse: «Matteo, va’, trovati una bottega; ti darò del lavoro.... te ne farò avere da’ miei amici.... Ecco, ti compro gli arnesi: mi renderai i denari a suo tempo....» Oh! allora crederò al bene ch’e’ dice di volergli; allora benedite la sua carità.... Già, me l’aspettava, sapete, questa notizia! Ma per farvi vedere ch’i’ sono sempre il maestro Jacopo di quarant’anni fa, i’ era venuto prima a cercar di lui. Ora ho fatto il mio dovere; non occorr’altro. —
La povera vecchia non aveva più parole; un nodo le serrava la gola; implorava misericordia con le mani giunte, e con le lagrime grondanti sotto le ciglia canute. Maestro Jacopo che non era un orso, abbassando il capo come per guardarsi le fibbie delle scarpe:
— Chetatevi! — disse con la voce commossa; — Giovann’Antonia, chetatevi! Ci penserò meglio; vedrò; ma non gli mandate a dir nulla.... Lasciate che si diverta, che si sfoghi. Quando ritornerà, se ne avrà voglia, ci sarà da lavorare anche per lui.... La Provvidenza mi assiste.... Sì, mandatemelo a bottega.... Po’ poi, la colpa non è tutta sua.... è traviato, e potrebbe darsi che una volta si ravvedesse. Mettiamolo daccapo alla prova.... E quella disgraziata della sua moglie, come se la passa?
— Eh! che cosa volete? — ripigliando tutto il suo animo e rasciugandosi le lacrime col grembiule. — La non si può dar pace.... E’ la fa stentare.... e così sopra parto.... Volete voi che la chiami?
— No! — con una risoluzione che sarebbe parsa crudele, se la voce non fosse venuta come un gemito dal fondo del cuore; e poi, nel pigliare la mano alla vecchia per dirle addio, le lasciò una moneta di dieci paoli![258] e, senz’altro, pigiandosi il cappello sugli occhi, andò via.
La Giovann’Antonia proferì qualche parola di ringraziamento, si fermò sulla soglia dell’uscio a guardargli dietro, e poi, quando l’ebbe visto scantonare, baciò due o tre volte quella moneta, e adagio adagio cominciò a salire le scale. — Questi sono uomini! — diceva tra se e sè. — Che sbaglio fece mia madre, Dio la perdoni, a non volermi dare a lui, perchè era nocentino![259] Nocentino o no, aveva un buon mestiere e buone intenzioni; e un cuore di Cesare! Quel che diceva, lo manteneva. Era colpa sua, poverino, se non conosceva nè babbo nè mamma? A me non importava; conoscevo lui, e tanto basta.... Mio marito, buon’anima.... uh! il cielo mi guardi dal dirne male! era una perla.... ma con tanto voler fare le cose alla grande.... ecco qui.... e’ ci ha lasciati come Tenete.[260] E quel benedetto ragazzo tirerebbe da lui! e’ si vergogna di portare il grembiule.... Vuol bazzicare i signori.... Oh! ma starò a vedere io, se questa volta lascierà l’arrosto pel fumo. Eh, eh! non sono ancora sottoterra, no, io! — E così dicendo arrivò al pianerottolo, riprese fiato, e andò a consolare la povera nuora, che pallida, a capo basso, logorata dal crepacuore, cullava il figliuolo di un padre senza giudizio; un bambino macilento, nutrito col latte del dolore, e più avvezzo a veder le lagrime che il sorriso d’una madre sventurata ridotta a patire ed a piangere per le insensatezze del marito traviato e per le insidie del protettore libertino.
I Compagnoni.
Tra la tenerezza e il rammarico di ciò che io aveva visto e saputo, mi posi dietro a due calzolaj che s’incamminavano con poca sollecitudine verso la bottega. Uno di essi aveva l’aspetto sereno ed un buon colorito, e avresti detto che andasse adagio per far piacere al compagno; il quale col viso giallo, col sigaro in bocca e gli occhi smarriti, pareva malato. — Animo! — dicevagli dolcemente l’altro, allestisci il passo, che è tardi.
— Oggi non c’è bisogno di furia, — rispose. — È lunedì. Tutti se la sbirbano.
— Oh! un bel discorso codesto! Par che sia obbligo seguire il mal esempio degli altri, sciupare il tempo, i denari e la salute perchè è lunedì. D’avanzo chi ha poco giudizio si rovina le domeniche! E tu lo sai, figliuolo. Credevo d’averti persuaso; ma si vede che per tua disgrazia non vuoi darmi retta. Guarda se quelli che si potrebbero spassare più di noi, nemmeno ci pensano! Il nostro principale s’è fatto un patrimonio, ma non smette mica di lavorare; e lavora tutti i giorni, e dalla mattina alla sera. E nella sua gioventù era un povero garzone come noialtri. E il signor Andrea che conosci anche tu, con un’entrata di dieci paoli il giorno, e poca famiglia, potrebbe darsi buon tempo.... gnornò; e’ lavora sempre! Conosco un magnano che ha una villa con tre poderi; nonostante va a bottega, e non fa vacanza nè anche le mezze feste!... — Il compagno rispose:
— Sicuro! loro hanno già fatto i quattrini; e chi più ha, più vorrebbe avere.
— O che non possiamo mettere in serbo qualche soldo anche noi? Basta cominciare. Io, tu lo sai, ho il mio libretto della cassa di risparmio. Quel che avrei speso in merende, in sigari, in divertimenti, tutto lì; e ancora non son morto ch’i’ non diventi qualche cosa più di garzone. Per carità, Sandro mio, ti voglio bene, e vorrei....
— Po’ poi io non ho famiglia; posso scialare un altro poco.
— O io che l’ho? E poi quando si fa l’uso alla scioperatezza e all’ozio, è più difficile ravvedersi.... E’ viene lo scoraggiamento. —
Intanto un altro giovinotto fischiava a una casa, di dove ne uscivano due, e tutti insieme fermarono i calzolaj, facendo loro le feste. Il fischiatore zelante:
— Animo! — disse — figliuoli; oggi ci sono le corse degl’Inghilesi alle Cascine; bisogna andarci. Il ritocchino[261] lo pago io. Ho sempre un resticciòlo della vincita del terno. Gli hanno a andare tutti pel medesimo verso. Si deve stare allegramente. Venite, venite. — Il calzolajo svogliato, che era per cedere alle buone ragioni dell’amico giudizioso, non potè resistere a quest’invito. Due lo presero nel mezzo a braccetto, e all’amico non riuscì di trattenerlo. Anzi n’ebbe le beffe, perchè ricusò di seguirli; ma anche da lontano s’affaticava a dir loro:
— Date retta a me.... finitela questa storia.... Verrà il tempo che ve ne pentirete.... — Non gli badarono; e canterellando disoneste canzoni s’avviarono alle Cascine.
I Giuocatori.
Riflettendo passo passo alle triste conseguenze della scioperataggine a cui s’abbandonano il lunedì alcuni mestieranti della città, mi trovai di faccia ad una prenditoria di lotto.
I GIUOCATORI
V’era la folla a leggere l’estrazione di Roma. Anch’io mi fermai; nessuno degli affollati, uomini o donne, era lieto: chi si grattava il capo, imprecando alla fortuna o al libro de’ sogni; chi si rammaricava di non aver saputo levare i numeri; chi era disperato per aver impegnato senza costrutto ogni cosa; e i mariti se ne tornavano a casa a sfogare la loro collera contro le povere mogli. Grande schiamazzo faceva un pollajuolo per aver avuto due numeri accanto: — O va’ a riscoterli! — dicevano gli altri beffandolo. Egli impermalito rispondeva con oscene parole, senza curarsi delle fanciulle e dei ragazzi che udivano. Due donne erano per accapigliarsi, sostenendo l’una d’aver fatto la giocata a mezzo con l’altra, e richiedendo in conseguenza la metà della messa;[262] ma sarebbe stata capace di negare la metà della vincita, se la fortuna le avesse assistite. Una pinzochera battipetto narrava i suoi sogni, le diverse spiegazioni di essi, citava le cabale, portava le ragioni del non aver vinto nè ella nè la tale nè la tal’altra che avevano avuto i suoi numeri; e non era scoraggiata, ma si sdegnava della poca accortezza dei giocatori, delle malìe fattele per invidia, e dava consigli e avvertimenti per l’avvenire. Aveva un’udienza numerosa, e i balordi le davano ragione; ma non tutti. — Gracchia meno![263] — esclamava con acerbo rammarico una donna rovinata per averle dato retta. — Intanto il tuo marito è allo spedale e il figliuolo in prigione, precipitàti dal tuo poco giudizio.
— E non va mai a vederlo quel pover’uomo, — soggiunse un’altra. — Non v’è pericolo che la gli compri una beuta.[264] Tutti nel giuoco. Quando venne la Misericordia a pigliarlo, l’era nel botteghino.
— Io poi non mi lascio infinocchiare dalle sue frottole — riprese una che aveva l’aria di donna savia. — Il giuoco non mi gabba: non passo mai la lira...; raddoppio la posta quando c’è la Gogna,[265] e basta....
— E io — scappa fuori una serva — giuoco solamente quando qualcheduno ne fa delle belle. Mi sa mill’anni che segua una rissa, un rubamento o un incendio; allora soltanto ricavo i numeri. Ho visto che i più sicuri si ricavano sempre dal fuoco.
— Me la fareste dir bella, donne senza cuore e senza giudizio! — esclamò un ortolano che passava di lì col suo carretto. — C’è più conclusione negli orecchi del mio somaro, che in tutte le vostre zucche arruffate.
— Aspetta ch’io compri l’insalata da te, villanaccio! — rispose indispettita una donna.
— Non m’importa; tanto con chi giuoca non ho mai fatto un pasto buono. Arri là, Bartolo! che sta’ tu a fiutare? Non senti che è tutto puzzo di miseria? —
Intanto la pinzochera se n’andava dicendo: — Maria benedetta! è tardi.... Mi toccherà a perdere la messa; e a quest’ora il confessore se ne sarà andato.... — E così mischiando il giuoco e la religione, ella andava a profanare il tempio co’ voti colpevoli di un turpe vizio. Ecco dall’altra parte correre furiosamente un omaccione in maniche di camicia, scalzo, ansimante; aprire con impeto la folla, quasi ebbro di giubbilo, ma ritenuto ancora dall’incertezza; guardare, e sbirciare con ansietà l’estrazione; s’accosta di più, ma tremando; e poi fatto certo dell’inganno, si morde le labbra divenute bianche, si caccia disperatamente le mani entro i capelli, e imprecando con orribili grida, ritorna indietro.
— Madonna santa! — esclamarono le donne atterrite — or ora si butta in Arno!
— Gli hanno dato ad intendere che aveva vinto — disse uno sopraggiunto di fresco. — Ha messo tutto il suo sopra un numero, e per un punto ha perduto. — E seguitò a narrare la celia ordita per fargli credere la vincita.
Il peggio si è ch’egli sfogò la sua collera sulla sventurata famiglia; e il frenetico, arrestato pe’ suoi disordini, dovè andare a scontarli in una prigione. Dopo questi fatti mi parve di scorgere sul volto di alcuni un rammarico, una specie di ravvedimento, e tutti se n’andarono costernati. In terra, di faccia alla prenditorìa v’era la fiorita dei biglietti stracciati. Parevano sangue mischiato di lacrime e di veleno, e che ne uscissero sospiri, pianti ed alti guai!
La Gogna.
La gente se n’andava alle sue faccende. Scoccavano le dieci; ed ecco il suono lugubre della campana del Bargello che incomincia a percuotere l’aria. Il bisbiglio rinasce. Uno, due, tre.... escono dalle case, dalle botteghe, e via a corsa verso il Bargello[266] e non solamente uomini, ma ragazzi, e donne e fanciulli. Pur taluno proseguiva pel fatto suo, e allestiva il passo, e sospirando si chiudeva gli orecchi. Udii un bambino domandare alla mamma che cosa volesse dire quella campana e quel correre della gente: — Raccomandiamolo a Dio, — gli rispose; — suonano per uno che ha fatto del male. — E s’affrettava per chiudersi in casa.
Ma gli altri: — Vieni tu? Animo, si fa in un momento.
— Oggi ce ne sono tre.
— Sì, bisogna vederli.
— Sventurati! — esclamò un sacerdote, che forse era il parroco, — sventurati loro, e voi più di loro! E avrete il cuore di lasciare le vostre faccende per vedere l’infamia e il gastigo dei vostri fratelli? La giustizia umana avrà forse bisogno di questi tremendi esempj; ma voi, perchè, trascurando il proprio dovere, abbandonate la bottega o la famiglia per sì crudele curiosità? Quei meschini son lì perchè hanno trascurato il proprio dovere.... pensateci! E se la disperazione non gli avesse accecati, o se avessero avuto la fortuna meno avversa, forse non sarebbero nè anche colpevoli. Compiangeteli piuttosto, e pregate Dio, affinchè possano sopportare con pazienza il loro gastigo, e ravvedersi. —
Alcuni tornarono indietro; e il buon parroco accompagnatosi con essi, strinse affettuosamente le loro mani, li condusse in un oratorio vicino, e fatta insieme una breve orazione a Dio, implorò perdono e misericordia pe’ traviati. La sua voce era commossa e, qualche lagrima cadde dagli occhi di coloro che lo avevano seguìto.
La Bettola.
Verso il mezzogiorno incominciò l’affluenza alla bettola, sebbene vi entrasse meno gente del solito, perchè essendo giorno di lunedì, molti dei suoi avventori erano per le osterie di campagna. Intanto dal terreno di una casuccia poco distante dalla bettola uscivano le dolorose querele d’una donna.
— Ecco qui, — diceva ella ad una sua vicina, che le aveva portato per carità una minestruccia fatta sull’acqua, — lui all’osteria, ed io a patire. Dio ve ne renda merito! Se non foste voi, oggi sarebbe stato digiuno rigoroso. Finchè non posso riportare quella po’ di seta non si mangia. Ma eh? che mariti! Hanno la casa aperta, e la moglie che gli aspetta: ma no! all’osteria per ispendere il doppio, e ubriacarsi, e non esser più buoni a lavorare nel resto della giornata. E per soprappiù anche il giuoco! Si comincia dal fiasco, e si finisce col perdere la camicia. Ma! è toccata a me questa tribolazione.... Benedetto il me’ cognato: guadagna poco! non potrà comperarsi la carne tutti i giorni; ma quel poco lo mangia con la moglie, sempre in pace, sempre di buon umore. E la Geppa? ha il marito che lavora fuori di porta; ma e’ torna a bella posta in Firenze per pigliare un boccone[267] con la famiglia. E l’osteria l’avrebbe accanto; ma che! una volta ch’è una volta non c’è entrato. Quelli son uomini! E senza debiti, e pieni di salute loro e i figliuoli; perchè lì non si trangugia pane e afflizione. —
La vicina, confortatala ad aver pazienza, andò via. Poco dopo sopraggiunse il figlioletto della sventurata; ed ella rasciugandosi una lagrima e composta a serenità la sua faccia, si pose a mangiare con lui la minestra. Quindi il fanciullo si provava a rodere un tozzo di pane scuro e risecchito; ma la madre, levandoglielo di mano, diceva: — Aspetta, bambino mio, è troppo duro cotesto. — E andò a cavare da un ripostiglio una fetta di pane bianco involtata in uno straccio di tovagliolo, e glielo dette senza pigliarne un boccone per sè. — Ma bada, sai? che il babbo non lo risappia. Povera me, se arrivasse a scoprire che ho da comperarti una libbra di pan bianco! Ah Cencio, Cencio! Quando mi facevi l’innamorato, a detta tua dovevo trovarmi a stare come una regina; non mi sarebbe mancato nulla; e sempre insieme.... E allora tu eri un giojello! Il primo sempre a andare a bottega; tutto pace, e buono come un angiolo.... Ora, dacchè tu pratichi tanti capitalacci, e bàzzichi le osterie e i biliardi, sei diventato un demonio. Carlino! tu piangi!.... che hai?
— Mamma, questo pane non lo posso buttar giù, se non ne mangiate anche voi. — La povera madre, rimproverandosi d’aver dato sfogo al suo dolore senza più ricordarsi che era presente il figliuolo, prese ad accarezzarlo e baciarlo, quando a un tratto fu scossa da uno scroscio di risa sgangherate. Il pane bianco scappò di mano al fanciullo, ed ella tutta sgomenta lo raccattò, corse a rimpiattarlo, e poi ricoverò il figliuolo tra le ginocchia. Ecco il marito in compagnia d’un altro sciagurato. Pareva che non potessero salire lo scalino dell’uscio; ma traballando passarono; e narrarono con risa scempiate, che il cammino dell’oste avea preso fuoco; polli e frittura, tutto sciupato dalla fuliggine; ma che essi a buon conto qualche cosa avevano in corpo, e che approfittandosi dello scompiglio erano venuti via senza pagare. Volevano godersi sotto la Fortezza[268] i denari non spesi all’osteria; e invitavano anche lei a fare scialo con essi alla barba dell’oste.
— O perchè non ajutarlo a spengere? — diss’ella.
— Cospetto! — rispose il marito, cadendo di scoppio a sedere sopra la panca — che bruci lui con tutti i libracci dove ha scritto il mio nome! Ci fa pagare l’osso del collo; e noi ci dobbiamo sbracciare per lui?
— O perchè ci andate? e lasciate le povere mogli a casa a patire?
— Chétati! — alzandosele contro furioso. — Ti conduco a far merenda sotto la Fortezza, e tu mi vieni fuora con questi discorsi?
— Per carità, — esclamò la sventurata buttandosegli a’ piedi — non fare strepito!
E il fanciullo piangendo stava tra mezzo, con le mani giunte verso quel padre spietato. Ma intanto l’amico, che non poteva più stare alle mosse lo tirò via con sè, e andarono barcollando sotto la Fortezza. La moglie rimase lì a piangere; e tanto ella che il figliuolo non poterono più accostarsi il pane alla bocca in tutto quel giorno.
L’Innamorato.
Verso sera mi ritrovai in fondo a una strada solitaria e vicina alle mura della città. Vidi aperta la finestra terrena dell’ultima casipola, e ne usciva un dolcissimo canto. Era la voce di una fanciulla, e le parole cantate mi parvero queste:
Su, notturni viandanti,
Su, movendo i passi lieti,
Oda il Cielo i nostri canti
Nella sua serenità:
Forse un coro d’Angioletti
A cantar con noi verrà.
Della Luna il bianco raggio
Inargenta omai la Terra;
Ci accompagna per viaggio,
E consola i nostri cor.
Duri eterna l’ora santa
Della pace e dell’amor.
In quella povera stanza vedevasi un letto, ed in esso una donna malata, col volto pallido e magro, ma sereno. La figliuola vereconda e leggiadra, forse di diciotto anni, con vesti povere ma linde, stavasi accanto al capezzale della madre; e allora faceva la calza; ma presso la finestra v’era un telajo da ricamare. Vedendo la madre sorriderle per la dolcezza del canto, tutta consolata continuava:
Presto andiamo; in sulla via
Sorge un piccolo tugurio
Che l’immagin di Maria
Col suo tetto coprirà;
Della luna il bianco raggio
La sua lampada sarà.
Protettrice delle mèssi
Tra la siepe in mezzo ai fiori,
Quante volte genuflessi
L’han baciata i pii cultori,
Invocando pei figliuoli
La gran madre del Signor!
— Vien qui! — disse l’inferma, e le chiese un bacio. Allora la giovinetta giubbilando si chinò sul suo volto, e le ne diede due.
— E ho finito la calza — disse poi con un sorriso di contentezza.
— Hai fatto presto! e’ mi pare di non aver male con questa figliuola accanto. Ce n’è più della canzoncina?
— Sì, mamma; ecco il resto:
Oh! per quante rimembranze
Sacro è a noi quel monumento!
Di conforti, di speranze
Taciturno donator.
Quante lagrime vi han sparse
E la gioja ed il dolor!
— Non t’ho sentito cantare mai tanto bene! Mi passano tutti i dolori.... — Indi, come se un pensiero molesto le fosse balenato alla mente, si turbò all’improvviso, strinse la mano della figliuola, e guardandola con occhi supplichevoli, disse: — Ma!... non le darai retta eh? a quella signora che ti lodò tanto, e che ti vuole per cameriera. È vero; ti promesse tante belle cose, ma....
— Mamma mia! che cosa dite? Perchè affliggervi dubitando ch’io possa lasciarvi nè anche un giorno? Già vo’ lo sapete; ancora che fossi certa che non vi poteste più ammalare, starei sempre con voi, ancora che non dovessi più pensare a Beppe.... — E nel proferire quel nome, il volto le si copriva d’onesto rossore.
— E poi, tu hai l’esempio della povera Lisa — riprese la madre.
— Eh lo so, poverina! non ha un momento di bene..., par tisica; lavora come un martire, e la sua padrona non è mai contenta; le fa fare e disfare le cose due o tre volte, e non ha riposo nè anche la notte. Poi.... Oh! povera Lisa!... la mi disse piangendo che l’aveva anche certi altri dispiaceri più grandi.... tanto grandi, da non potermeli raccontare. Nè io mi curo di sapere i fatti suoi quando non abbia modo d’ajutarla. Almeno, diceva potessi uscire! Ma no! e’ la tengono, si può dire, per forza.
— Che peccato! Lo vedi dunque? non ti lasciar mettere su da nessuno.
— Figuratevi! E se Beppe potesse immaginare che ho parlato con quella signora, e ch’ella mi fece quei discorsi, Dio guardi!
— Sì, sì, non ci va pensato.
— E non mi date più il dolore di dubitarne. Non vi lascerò mai; e se Beppe vorrà la mia mano, giacchè non ha nessuno, deve prima promettermi di star sempre con voi. Oh! lo farà dicerto. Intanto bisogna raccomandarsi a Dio che abbia il premio al concorso di meccanica, perchè il suo maestro di bottega gli ha promesso di crescergli il salario se ha questo premio.
— Oh! gli toccherà, ne son certa.
— Ma chi lo sa? diceva sospirando la giovinetta.
— E se non lo avesse quest’anno? pazienza! — riprese tosto la madre, confortandola. — A buon conto lavora bene, ha giudizio; e anche senza il premio, se il principale è giusto....
— Lo so; ma si potrebbe accorare e perdere d’animo....
— Eh via, non aver paura! Beppe non è più un ragazzo. Animo! canta un altro poco. — E la fanciulla, piena di fiducia, ricominciava a cantare:
Della luna il bianco raggio
Inargenta omai la terra;
Ci accompagna per viaggio,
E consola i nostri cor.
Duri eterna l’ora santa
Della pace....
E interrompendo il canto, si pose in orecchi. La madre si voltò a guardarla; ed ella con timido sorriso: — M’era parso.... avrò sbagliato....
— E tu credi che stasera venga presto? Ha finito forse di lavorare intorno al modello?
— Non lo so, perchè su questo non mi ha voluto dire mai nulla....
Duri eterna l’ora santa
Della pace e dell’amor.
Intanto s’accostava alla casuccia un giovine frettoloso. La fanciulla balzò alla finestra, lo riconobbe, e dopo avere avvisato la mamma, corse ad aprire. Quel giovine era più lieto del solito; ella se ne accorse appena gli ebbe rivolto un’occhiata amorosa; e battendo le mani: — Buone nuove! — disse alla mamma.
Beppe era un artigiano, non bello, ma d’aspetto sereno, piacevole, sincero e dignitoso; era vestito con semplicità e lindura. Le parole e gli atti manifestavano la bontà del cuore, un affetto virtuoso e una buona educazione. Dopo aver salutato l’inferma, zitto zitto e sorridendo prese il lume, s’accostò al letto, e si trasse di tasca una lucida medaglia. Le donne la guardarono con subita maraviglia.
— Michelangiolo! — esclamò la fanciulla, leggendo il contorno. — È il premio? Così presto! Davvero? — Beppe guardando il cielo, e accostandosi la medaglia al petto, esclamò:
— Dio m’ha assistito!
— Ma tu non me lo dicesti — soggiunse la Nina — che il giorno dei premi era così prossimo!
— Se non mi fosse toccato...! — rispose Beppe — chi sa quante ore di penosa incertezza per voi. — La povera inferma piangeva dalla consolazione, abbracciava ora il giovine, ora la figliuola, e giugnendo le mani, invocava su loro la benedizione del Cielo. Immaginiamo le venerate e severe sembianze del Buonarroti, i volti lieti, l’amore, le speranze ed il giubbilo di chi le contemplava, e lasciamo quella coppia felice a godersi i piaceri d’un amore virtuoso.
Presa la via delle mura, mi trovai alla porta delle Cascine. Vidi un chiarore insolito, e la gente accorrere ed affollarsi; e finalmente ecco le torce e la compagnia della Misericordia ed il cataletto. Portavano allo spedale un disgraziato giovine calzolajo, il quale, per ribadarsi[269] da un soldato a cavallo, che faceva largo alle corse degl’Inghilesi, era rimasto sotto una carrozza, e s’era rotto una gamba!
Il Teatro.
Era già bujo, e il cielo rannuvolato minacciava un rovescio. Passando di Via Palazzuolo, udii più qua e più là ragionare di commedia e dello Stenterello che recitava nel vicino teatro di Borgognissanti;[270] ma quasi tutti rattenuti dal cattivo tempo dicevano esser meglio di stare in casa, di risparmiare quel mezzo paolo,[271] e per minor consumo di lume, andarsene a cena e a letto. — Vi lodo; — diceva un uomo ad alcuni giovani artigiani — tanto il teatro non è necessario; e poi in oggi non rappresentano altro che scempiaggini, e si va a rischio di impararvi piuttosto il male. Lo Stenterello si butta a fare solamente scioccherie o sconcezze, e tutti spettacolacci d’assassini, di spiriti folletti.... È una vergogna. Andateci di rado, o soltanto allorchè siete certi che la commedia sia buona, non scipita nè immorale; e quando tale non fosse, meglio sarebbe sempre starsene a casa a far qualche briccica o a leggere qualche libro utile. Soprattutto poi badate bene di non vi condurre ragazzi! Lasciamo stare che le scelleratezze o le inezie indecenti, dannose a tutti, per loro sono pessime; ma la platea! Oh che poca educazione! quante magagne, che licenza, figliuoli! A tempo mio.... non dirò.... gl’imprudenti vi sono sempre; ma ora.... che si fa celia? Si parla di tutto, si sparla, si dà noja.... Insomma io sono rimasto scandalizzato.... E credo che questo dipenda appunto dalle cattive lezioni che vi si danno. Chè se la commedia fosse come m’intendo io, gli spettatori si comporterebbero altrimenti. Ma.... che cosa volete? Gli ostacoli per avere un buon teatro sono troppi! So io quel che dico.... — Pareva che quei giovani gli menassero buone le sue querele. Uno di essi che si allontanò prima degli altri, appena ebbe scantonato[272] videsi venire incontro una povera vecchierella. E’ la conosceva, e le domandò: — Come sta egli oggi Tonino?
— Al solito, figliuolo, al solito, — rispose sospirando.
— E poi, con la povertà addosso....
— Tieni, avevo fatto conto d’andare al teatro; ma è meglio che l’abbia lui. — E ciò dicendo, le donò un mezzo paolo e la buona notte.
La vecchia: — Dio ve ne renda merito! — esclamò. — Già lo sapevo che voi siete un giovine perbene. — E allestì il passo, perchè principiava a piovigginare.
In quel mentre escono da una casipola un uomo e una donna; quello in giubba nera ed in guanti bianchi, questa col vestito di seta e una penna al cappello e la mantiglia ricamata. Infine parevano due signori; ma le esclamazioni poco scelte che fecero accorgendosi della pioggia, non andavano d’accordo con l’apparenza delle vesti. Poi nacque un diverbio, perchè l’uomo riprendeva la donna d’aver indugiato a vestirsi, e questa lui di non essere andato più presto alla crestaia, e si rammaricavano di dovere stare tutta la sera col fradicio addosso, e perdere forse l’introduzione dell’opera nuova. Cospetto! questi signori si sono ripicchiati[273] per andare alla Pergola! E non tornarono già indietro, sebbene la pioggia crescesse; ma aperto un ombrelluccio, si posero una pezzola bianca sopra i cappelli; l’uomo si tirò su i calzoni, la donna tutto il vestito; e saltellando per iscansare le grondaje e le pozze, andarono a gambe verso la Pergola. Questo signore era un gentiluomo caduto al basso, e la signora Maria, sua moglie, aveva chiesto in prestito la mattina stessa ad una buona vecchiarella che abitava una soffitta di quella casuccia la somma di quattro lire, appunto quante occorrevano per andare col marito all’opera nuova della Pergola. — Mi fate una carità fiorita — diceva ella, — perchè il signor Guidobaldo non ha potuto riscuotere ancora certi denari; e non vorrei far debito col macellaro nè col fornajo. Ce n’andrebbe del nostro onore. Sono uomini maldicenti, pieni d’insolenza; non sanno avere i debiti riguardi per le persone distinte al par di noi. Fra tre o quattro giorni vi restituisco tutto, non dubitate.... — E molte altre cose diceva, con voce quasi piangente.
E la vecchia confortandola:
— Glieli do volentieri, sa ella? Basta che la si ricordi che siamo vicini alla pigione: gli ho fatti col mio filato per pagarla.... — E consegnati i denari tornava su, tutta contenta d’avere asciugato le lagrime di quella signora. Dopo la sua partenza, le lagrime si mutarono in riso ed in beffe intorno alla credulità della vecchia che le aveva menato buono tutte le sue fandonie. La sera la moglie ed il marito si lisciano, pongono a letto un loro bambinello di tre o quattr’anni, e se ne vanno alla Pergola. Un’ora dopo, mentre la vecchia era per andarsene a letto, il bambino si riscuote allo scoppio d’un tuono; impaurito chiama la mamma; nissuno gli risponde, ed egli comincia a strillare. La vecchia l’ode nello spogliarsi, e rimane afflitta; ma pensandosi che sua madre troverebbe il verso di farlo chetare, se ne va a letto. Ma il pianto continua. — Meschina me! — esclama ella — o è seguita qualche disgrazia, o i suoi genitori sono fuori di casa. A questo tempo! Mi pare impossibile. Vo’ un po’ vedere se hanno bisogno di me.... — Si riveste, riaccende il lume, e va giù; si accosta all’uscio, e chiama; nessuno risponde; picchia, nessuno apre. Chiama più forte, e allora il bambino, udita la sua voce, va gridando che si è trovato solo, che ha paura, che non può dormire; ed ella a confortarlo, a promettergli che starà lì per fargli compagnia; e difatti corre a pigliare la rócca, torna giù, si pone a sedere sopra uno scalino, ed incomincia con lui un colloquio, poi gli racconta le novelle; e il bambino che per lo spiraglio dell’uscio vedeva un poco di lume, si riconforta, è contento; e dopo due ore, a mezzo di una novella, si raddormenta.
La vecchia quando lo ebbe udito russare ben bene, risalì nella sua soffitta, e andò a dormire, non senza prima durar fatica a sgranchiare le membra assiderate dal freddo. Tornarono i genitori fradici mézzi;[274] trovarono il figliuolo come lo avevano lasciato, e poco soddisfatti del loro divertimento, se n’andarono a riposare. Di levata il figliuolo narrò che gli era apparso in sogno la vecchia a liberarlo dai lupi che lo volevano sbranare ed a raccontargli novelle. Nè in quel giorno, nè in quello dopo, nè in altri si ragionò di restituire i denari alla vecchia. S’ella avesse avuto qualche altra lira da prestare, sarebbe stato un negozione. Ma la stentava il pane, poveretta! e i due malaccorti scialacquavano ridendosi di lei e del suo perpetuo filare. Venne il giorno della pigione; la vecchia si arrapinò, vendè, impegnò la sua robicciuola per non perdersi la soffitta. I signori buontemponi doverono sloggiare col danno e la vergogna, perchè era il secondo semestre che non pagavano. La vecchia, ricavando il campamento dalla rócca e dai fusi, morì in santa pace, e lasciò tanto da farsi suffragare l’anima e da rivestire di tutto punto tre suoi nipotini. I signori, quando non poterono più far le mode nè andare al teatro, al caffè o ai passeggi, nè giocare al lotto, nè mangiare a debito, nè trovare chi prestasse denari per fomento dell’orgoglio e dei vizj signorili, andarono miseramente a finire, il marito in Montedomini,[275] la moglie allo spedale. Il povero figlioletto era già morto dallo stento!