NOTE:

[1]. Cassone ecc. Agli uomini, così fossero prudenti! Matteo Visconti, vicario e rettore, o sia capitano, al podestà, ai sapienti ed anziani, ai consiglieri, ai consoli, al consiglio, al comune della città di Milano, e a Galeazzo, Luchino, ec.

[2]. E per questo tu, Matteo Visconti, e voi altri come sopra nominati, se non vi emenderete delle predette cose, scomunichiamo in perpetuo, anatematizziamo, e priviamo di qualunque commercio umano, della ecclesiastica sepoltura e dei sacri ordini.

[3]. Corio all'anno 1314.

[4]. Flamma, Manipul. Fior., et Annales Mediolan. ad ann. 1317.

[5]. Flamma, Manipul. Flor., ad annum. 1313.

[6]. Di pessimi delitti e di eresia, benchè non fosse colpevole.

[7]. Bonincontrus Morigia, lib. 3, cap. 2.

[8]. Villani, Ughelli e Buonincontro Morigia.

[9]. Raynaldus, ad an. 1317, n. 8.

[10]. Bonincont. Morigia, lib. 2, cap. 27.

[11]. Raynald., num. XI, ad annum. 1320.

[12]. Idem, num. X, ad an. 1320.

[13]. Lib. IX, cap. 108.

[14]. Flamma, Manipul. flor.

[15]. Tom. X, pag. 547.

[16]. Tanto perchè il giudizio o la punizione del reato di sacrilegio spettano al foro ecclesiastico, quanto ancora perchè, nella vacanza dell'Imperio, come ancora al presente si riconosce vacante, a noi ed alla apostolica sede appartiene il reprimere l'ardire di questi facinorosi che nell'Imperio si trovano, il togliere di mezzo l'oppressione, e l'amministrare la giustizia agli offesi ed agli oppressi.

[17]. Il profano ed empio autore di grandi sceleratezze e di delitti, Matteo Visconti di Milano, rabbioso devastatore delle parti della Lombardia, ec.

[18]. Ughelli, Ital. Sacr., tom. IV.

[19]. Ughelli, col. 206.

[20]. Fece portare il vessillo della Chiesa sopra il tetto della casa, e colà fu proclamato che qualunque uomo o donna seguitare volesse quel vessillo, affine di distruggerò il detto Matteo e i di lui fautori, libero e mondo sarebbe tanto da colpa quanto da pena.

[21]. Chronic. Astens., cap. 103.

[22]. Pronunziando sentenza di scomunica, coi tesori della Chiesa aperti, e da qualunque parte arruolando soldati agli stipendi contra il predetto signor Matteo e i suoi seguaci e quelli della sua stirpe fino al quarto grado.

[23]. Edizione in quarto. Milano, 1771, pag. 29.

[24]. All'anno 1332.

[25]. Certamente consta che i censori della fede, nel condannare per titolo di eresia alcuni Ghibellini, indotti furono oltremodo dallo spirito di partito.

[26]. Raynald. ad annum 1341.

[27]. Trovato abbiamo essere iniquamente fatti i processi e le sentenze suddette, per certe ragioni legittime e giuste che in essi abbiamo ravvisate, e col consiglio del fratelli nostri e coll'autorità apostolica, dichiariamo iniquamente fatti e nulli ed irriti gli stessi processi e i giudizi, fatti e pronunziati dai prefati arcivescovo, Pasio, Giordano, Onesto e Barnaba, e da ciascuno di essi intorno alle predette cose, in comunione o separatamente, contra i predetti Giovanni e Luchino (erano allora que' due figli di Matteo signori tranquilli di dodici città) e tutte le cose che sono seguite in forza di que' giudizi o per cagione di quelli.

[28]. Ughelli, tom. IV, in Archiep. Mediol., ubi de Johanne Vicecomit.

[29]. Che gli altri tutti in probità superava.

[30]. Pag. 36.

[31]. Bonincontr. Morigia, lib. III. cap. 21.

[32]. All'anno 1323.

[33]. Non mancavano tuttavia a Lodovico molti argomenti di ragione coi quali, presso il maggior numero delle persone, scusare si potessero le cose da esso fatte; la controversia con Federico austriaco intorno all'Imperio, già decisa colla spada: Milano poi difesa, non affine di assistere l'eretico Galeazzo, ma di rivendicare a sè stesso i diritti dell'Imperio, e di impedire che occupata fosse da Roberto re di Sicilia un'amplissima provincia dell'Imperio, che non mai forse si sarebbe ricuperata. Non però da que' motivi di ragione fu Giovanni rimosso dal meditato disegno.

[34]. Raynald. ad ann. 1323, cap. 29 et 30.

[35]. Intorno alla di cui morte nulla si sa di certo.

[36]. Pag. 70.

[37]. Lib. III, cap. 37.

[38]. Anecdot., tom. II, pag. 301.

[39]. Molto dal vero si allontana.

[40]. Bonincontr. Morigia, R. I., tom. XII, col. 1750 D; — e la cronaca d'Azario, pag. 54.

[41]. R. I., tom. X, col. 901 B. — Martene, Thesaur. nov. Anecdot., tom. II. — Cod. Italic. Lunig.

[42]. Pietro tornato in sè, disse: Venne l'angelo del Signore, e ci liberò dalle mani di Erode e di tutte le fazioni de' giudei.

[43]. Gio. Villani, Storia, lib. X, cap. 71. — Albertino Mussato, R. I., tom. X, col. 774 C.

[44]. Med. Æv., tom. VI, col. 186.

[45]. Giorno e notte gridavano a vitupero del Bavaro: O Gabrione, ebrione, bevi, bevi, ho, ho, Babii, Babo.

[46]. R. I., tom. XII, col. 1001.

[47]. Villani, cap. 289.

[48]. Messale ambrosiano, stampato l'anno 1475 in Milano da Antonio Zarotto; e Breviario, stampato dal medesimo, l'anno 1490.

[49]. Tom. X, pag. 482.

[50]. Vita di Giotto, tom. I, pag. 95.

[51]. Ivi, pag. 46.

[52]. Lomazzi, Arte della pittura, pag. 35.

[53]. Giulini, tom. X, pag. 332.

[54]. Gio. Villani, lib. XII, cap. 37.

[55]. Giulini, tom. X, pag. 410.

[56]. All'anno 1348.

[57]. Aveva la predetta signora Elisabetta, di lui moglie, fatto voto di visitare la chiesa di San Marco in Venezia, come essa diceva. Al quale viaggio acconsentì il signor Luchino. E, fatta una comitiva di molti grandi dell'uno e dell'altro sesso, si pose in cammino, e come una imperatrice, e con grandissime spese e corte bandita, fu ricevuta dal signor Mastino in Verona. E compiè il suo viaggio, e si narra che anche la sua volontà compiesse intorno a carnale congiungimento, e le altre di lei compagne delle primarie della Lombardia fecero la cosa stessa. Per questo nacquero di molti scandali. Ma perchè l'amore e la tosse non si possono nascondere, nè tanto è occulta alcuna cosa che non si riveli, tornata essendo la medesima, il signor Luchino seppe ed udì quello che avvenuto era. Pure, siccome sapiente, pensò a dare le disposizioni per la vendetta. E perchè disse un giorno, che in breve era per fare in Milano la giustizia più grande che mai fatta avesse, con bellissimo rogo, la predetta di lui moglie ben si avvide che essa era l'oggetto di quella giustizia. Essa altronde, che ben conosceva il commesso delitto con tale persona, scusare non potevasi delle cose predette, siccome altra volta erasi scusata. In qual modo andasse quella faccenda si ignora, nè viene agli scritti confidato. Ma il signor Luchino non potè compiere quella vendetta per essere egli stesso mancato di vita.

[58]. Petri Azarii, Notarii Novariensis, Syncroni author. Chronicon... Mediolani, 1771, pag 93.

[59].

«Non nuoce aver taciuto, ma parlato».

[60]. Uomo era austero nell'aspetto e nell'opere, parco nel promettere, largo nell'attendere.

[61]. Mostrava prendersi cura di poche cose, ma di molte curavasi.

[62]. Che il prefato magnifico ed eccelso signor Giovanni, figliuolo del fu signor Matteo de' Visconti di buona memoria, e dopo la morte di quel signor Giovanni, nello stesso modo, qualunque altro maschio discendente per linea mascolina e di legittimo matrimonio dal prefato fu signor Matteo de' Visconti, sia e sieno a perpetuità vero e legittimo e naturale padrone, e veri e legittimi e naturali padroni della città e di tutto il distretto e della diocesi e della giurisdizione di Milano.

[63]. Matteo Villani, lib. I, all'anno 1350.

[64]. Raynald. ad ann. 1330, n. VII.

[65]. Matteo Villani, lib. I, all'anno 1351.

[66]. Georg. Stellae Ann. Genuens., ad ann. 1354.

[67]. Tutta poi trovo la valle del Reno abitata da coloni mandati da Augusto; questa mutazione però di sedi non cambia punto la patria alla quale si va, ma coloro che vanno. Adunque e i Galli andati nell'Asia, Asiani, e gli Italiani andati nella Frigia, Frigii, e questi, dopo l'eccidio di Troia tornati nell'Italia, di nuovo diventarono Italiani. Così i nostri, trasportati nella Gallia o nella Germania, s'imbevettero della natura di quelle parti e de' costumi barbarici, e i Milanesi, stabiliti dai Galli, e Galli una volta, ora come uomini dolcissimi, non serbano alcun vestigio della vetusta loro origine; così da forza celeste sono modificati gli umani ingegni.

[68]. Francisci Petrarchae V. C. contra cujusdam Anonymi Galli calumnias, ad Ugutionem de Thienis Apologia, tom. II, pag. 1083.

[69].

«O caro al cielo, e per illustre schiatta

Venerato dai popoli superbi,

Almo fanciullo, a te dolce la vita,

E sia vivace nell'infanzia il brio!

Lieto t'innoltra, o lungamente atteso,

Dono alla patria, ai padri ed a noi tutti;

E di vita il cammino astri felici

T'additin certo tra secondi eventi!

Te il Po signore attende...»

[70].

«Ma all'egregio garzon, già grandicello,

Questa coppa si doni, e ad essa accosti

Le rosee labbra; a' piccioli conviene

Picciolo dono: minimo son io;

Ei massimo; ma ancor l'etade è scarsa;

Appena egli apre a nuova luce gli occhi,

E trepido lo sguardo al ciel rivolge.

All'età s'offron, non al grado, i doni.

Giuoco or farà del nitido metallo,

Che altero sprezzerà d'anni più grave,

Qualora ei sappia che lucente feccia

Dalle profonde viscere si tragge

D'alpestre terra; ma a lui forse grati

Saranno allor miei carmi, e, rileggendo,

Rammenterà ch'io lo levai dal fonte.

Tanto onor mi concesse il genitore».

[71]. Francisci Petrarchae Florentini V. C. operum, tom. III, pag. 113.

[72]. La città di Milano, capitale dei Liguri e metropoli, sin quasi all'invidia ignara tuttora di queste calamità, e per la salubrità e dolcezza dell'aere, e per la frequenza del popolo gloriosa, nell'anno sessantesimoprimo deserta rimase e squallida.

[73]. De Rebus Senilibus Epistolar., lib. III, epist. I ad Johannem Bocatium.

[74]. Benaglia, Del magistrato straordinario, cap. 12.

[75]. Tom. XI, pag. 426.

[76]. Tom. VII, pag. 392.

[77]. Giulini, tom. XI, pag. 32.

[78]. Cioè, di pane di frumento buono e ben cotto e bianco, e di vino buono e puro in quantità sufficiente; e di capponi, uno cioè intero per ogni due persone, e di carne di bue e di porco con buone salse di pepe, cioè un frammento o un pezzo di carne di bue, competente e buona per ogni due; ed un altro frammento o un pezzo di porco con buone salse di pepe per ogni due; ed un frammento o un pezzo di carne porcina fritta o arrostita col pane gratuggiato per ogni due; e tutte queste cose, secondo che è convenevole, appresti in ciascun anno a sufficienza.

[79]. Tom. VIII, pag. 653.

[80]. Ora però nell'età presente, agli antichi costumi molte cose si sono aggiunte, come irritamenti a danno delle anime; perciocchè le vesti preziose sono da ogni parte coperte di superflui ornamenti: nelle stesse vesti, tanto degli uomini, quanto delle donne, si inseriscono l'oro, l'argento, le perle. Larghissimi fregi si sovrappongono alle vesti. Bevonsi vini forastieri e delle parti oltramarine; tutte le vivande sono sontuose, ed in grandissimo prezzo si tengono i maestri dell'arte della cucina.

[81]. R. I., tom. XII, col. 1034.

[82]. Che il luccicare degli specchi superavano. Perciocchè i soli fabbri delle corazze montano a parecchie centinaia, senza contare innumerabili operai ad essi subordinati.

[83]. Perciocchè gli stessi mercatanti scorrono la Francia, la Fiandra, l'Inghilterra, comperando lana fina, colla quale in questa città si tessono panni fini in grandissima quantità, che si tingono in qualunque sorta di colore e che si portano per tutta Italia.

[84]. R. I., tom. XI, col. 1320.

[85]. Giulini, tom. VII, pag. 65.

[86]. Giulini, tom. XI, pag. 149, 167, 475, 497 e 502.

[87]. MCCCLXXXVIII nel giorno XXII di luglio. Dai signori vicario e XII di Provvisione del comune di Milano, e dai sindaci del detto comune eletti furono gli infrascritti cittadini di Milano, che sono e s'intendono di essere il consiglio dei DCCCC del comune di Milano.

[88]. Med. Æv. Dissert. 38, pag. 815.

[89]. Signorol. Omodeus, Cons. XXII.

[90]. Giulini, tom. XI, pag. 514.

[91]. Il detto, tom. XI, pag. 119.

[92]. Decreta antiqua, pag. 51.

[93]. Siccome ancora si fanno estorsioni di diversi modi dai gabellieri della dogana delle bestie grosse e minute del detto vostro contado.

[94]. Vogliamo bensì che agli impresari dei dazi del detto nostro comune si mantengano i loro patti.

[95]. Decreta antiqua, pag. 50.

[96]. Ibid., pag. 173.

[97]. Giulini, tom. XI, pag. 118 e 557.

[98]. Cardinali della santa chiesa milanese.

[99]. Giulini, tom. VII, pag. 196.

[100]. Una pelliccia di coniglio, coperta di violato, ed altre due... cioè una di volpe, coperta di scalfanio (specie di panno), ed altra di fianchetti, coperta di saglia bruna, e... il mio cappello grigio, coperto di saglia nera, ed il mio copertorio e la sorada o la mia veste doppia... la mia cappa turchina, la mia cappa di mantellato... cinque cucchiai d'argento, e il mio mantello foderato di zendado... il mio vestito violato.

Mastruca, come porta l'originale, è veramente pelliccia, e non solamente quella de' Sardi, come opina il Du Cange. Trovansi nei codici del medio evo altre vesti e pelliccie di fianchetti, fatte forse di pelle dei fianchi. Il mantellato era pure una specie di veste e di panno.

[101]. A tutti poscia i cherici proibiamo le vesti rosse o di diverso colore, gialle e verdi.

[102]. Sormani, Gloria de' santi milanesi, pag. 211.

[103]. Vesti vergate, o bianche e nere per metà, o listate, o con fregi, o con bottoni d'argento o di alcun altro metallo.

[104]. Non portanti cappucci alla maniera dei laici.

[105]. Giulini tom. VIII, pag. 642 e 644.

[106]. Conviene però sapere che il giudizio del ferro rovente nella città nostra non si ammette, sebbene altrimente si osserva in alcuni luoghi posti sotto la giurisdizione del signor arcivescovo.

[107]. Lib. V, cap. 81.

[108]. Raynald. ad annum 1356, num. 30.

[109]. O monopolisti delle granaglie, o uomini nutriti del sangue del popolo, non aspettate il giorno del giudizio?

[110]. Predicando egli, dicesi che propalasse i peccati occulti di quelli della famiglia Beccaria, che ad esso erano stati narrati nel sacramento della penitenza, e specialmente del signor Castellino disse tali cose, che tutto il popolo sedusse ed animò all'esterminio di tutti i Beccaria, e della prole e discendenza loro e de' loro amici, e alla ruina e al saccheggio delle loro case. Ed allora tosto, sena premettere alcun avviso, tutte le case, abitazioni e palagi di essi e dei seguaci loro fece atterrare, e portar via le pietre e venderle, promulgando che ciascun Pavese tenere dovesse quelle pietre sotto il capezzale e a capo del letto, a perpetua memoria, delle furfanterie commesse dai Beccaria.

[111]. Petri Azarii Chronic., pag. 237.

[112]. Perciocchè dal carroccio, nel quale spesso era portato (e beato colui che poteva toccare quel carroccio, coperto di panni per il di lui uso!) cominciò a predicare ed a sgridare gli uomini e le donne, perchè dovevano evitare i lacci mondani, cioè le vesti lussuriose e sontuose, le masserizie d'argento e le gemme preziose, e gli ornamenti... e per esecutore fece eleggere un ufficiale, che io vidi a tagliare le grandi maniche dello guarnaccie, tessute con lavoro frigio, od ornate d'oro e d'argento, e a tagliare le cinture, se qualche cosa preziosa intorno ad esse trovavasi.

[113]. Fece pubblica giustizia col taglio della testa... Vendute avendo adunque le cose predette, l'oro, l'argento, le gemme, i diamanti e le pietre preziose fino a Venezia.

[114]. Che non dubitasse della mancanza delle vettovaglie, sapendo esso (perciocchè così asseriva) per mezzo della orazione... che avrebbe impetrato che la manna simile a quella data a Mosè nel deserto, sarebbe caduta in sufficiente quantità.

[115]. Erasi pigliata cura degli altri, non di si stesso, siccome sempre allegava nel predicare.

[116]. Veggasi l'Azario, dalla pag. 235 sino alla pag. 241.

[117]. Raynald. ad ann. 1362, num. 12.

[118]. Non sai, poltrone, che io sono papa ed imperatore, e signore in tutte le mie terre.

[119]. Esso signor Barnabò ai suoi giorni ebbe in odio gli uomini scienziati, laici, cherici e prelati, e qualunque uomo virtuoso; e sempre elevò sublimemente gli idioti, i crudeli, gli uomini vili, infami ed omicidi.

[120]. Annal. Mediol., pag. 799.

[121]. Annal. Mediol., cap. 147 in fine. — Gattari, Storia padovana, R. I., tom. XVII.

[122]. Matteo Villani, lib. XI, cap. 41.

[123]. Perciò il Signore ti distruggerà finalmente, ti svellerà e farà esule te dal tuo tabernacolo, e la progenie tua dalla terra dei viventi.

[124]. Annal. Mediolanens., cap. 147 in fine.

[125]. Raynald. ad ann. 1364, § 3.

[126]. Idem, A. 1368, § 2.

[127]. Raynald. ad ann. 1372, num. I.

[128]. Codice A, MS., nell'archivio del R. castello di Milano.

[129]. Azario, pag. 282.

[130]. Considerando noi i tempi di sterilità e le calamità delle guerre.

[131]. Decreta. Antiqu. Mediol. Docum., pag. 54.

[132]. Corio all'anno 1374.

[133]. Senza altra determinazione nè difesa antecedente, comandò che un suo famigliare partisse per espresso colle sue lettere, dirette al podestà di Bergamo, affinchè egli, quelle vedendo, facesse impiccare per la gola il detto Antoniolo, sotto pena di essere impiccato il podestà medesimo. Il quale podestà, sebbene di malavoglia, fece impiccare il detto Antoniolo nel palazzo di Bergamo, senza frapporre alcuna dilazione, se non finchè confessato si fosse al sacerdote.

[134]. Azario, pag. 275.

[135]. Annales Mediol., ad ann. 1366.

[136]. Idem, ad ann. 1370.

[137]. Ibidem, ad ann. 1381.

[138]. Tom. XI, pag. 360 e 376. — Anche Matteo Villani nelle istorie R. I., tom. XIV, pag. 370, scrisse Come i Visconti fecione contro i prelati de Santa Chiesa. Avvenne in questi dì (cioè verso il maggio del 1357) che il papa mandò un valente prete in Lombardia a predicare la croce, guardandosi i maggiori prelati di non volere la grazia di quell'uffizio, e la croce si bandiva e si predicava, come è detto, contro al capitano di Forlì e al signore di Faenza; il valente sacerdote se ne andò a Milano, e, ivi favoreggiato dal vescovo di Parma, cominciò sollecitamente a fare l'ufficio che commesso gli era dalla Santa Chiesa. Come metter Barnabò ebbe notizia di questo servigio, senza vietarglielo o ammonirlo che questo fosse contro alla sua volontà, il fece pigliare, e ordinata per lui una graticola di ferro, tonda, a modo di una botte, con manichi da voltarla, dentro vi fece mettere il sacerdote, e accesovi sotto il fuoco, come si fa a un arrosto, e facendolo volgere, crudelmente il fece morire.

[139]. L'Azario, pag. 310. — Annal. Mediol. R. I., tom. XVI, col. 740. — Chron. Placent., R. I., tom. eod., col. 510, E. — Veggasi anche la Cronaca di Bologna.

[140]. Tom. IV, pag. 100.

[141]. L'intenzione del signore è che dei capi traditori si incominci il castigo a poco a poco. Il primo dì, cinque tratti di curlo (probabilmente di corda); il secondo si riposi; il terzo dì, similmente cinque colpi di curlo; il quarto si riposi; il quinto giorno, similmente cinque colpi di curlo; il sesto si riposi; il settimo, similmente cinque colpi di curlo; l'ottavo si riposi; il nono si dia loro a bere acqua, aceto e calcina; il decimo si riposi; l'undecimo dì, similmente acqua, aceto e calcina; il duodecimo si riposi; il decimoterzo giorno si taglino due correggie di pelle sulle spalle, e si lasci sgocciolare sopra (forse acqua od olio bollente); il decimoquarto si riposi; il decimoquinto giorno si levi loro la pelle della pianta di ciascun piede, poi si facciano camminare sopra i ceci; il decimosesto si riposi; il decimosettimo camminino sopra i ceci; il decimottavo si riposi; il decimonono si pongano sopra il cavalletto; il vigesimo si riposi; il vigesimoprimo si pongano sul cavalletto; il vigesimosecondo si riposi; il vigesimoterzo giorno si tragga loro un occhio dal capo; il vigesimoquarto si riposi; il vigesimoquinto si tronchi loro il naso; il giorno vigesimosesto si riposi; il vigesimosettimo si recida loro una mano; il ventesimottavo si riposi; il ventesimonono si tagli loro l'altra mano; il trentesimo giorno si riposi; il trentesimoprimo si tagli loro un piede; il trentesimosecondo si riposi; il trentesimoterzo si tagli loro l'altro piede; il trentesimoquarto si riposi; il trentesimoquinto si recida loro un testicolo; il trentesimosesto giorno si riposi; il trentesimosettimo si recida loro l'altro testicolo; il trentottesimo si riposi; il dì trentesimonono si tagli loro il membro virile; il quarantesimo si riposi; il quarantesimoprimo siano attanagliati su di un carro, e poscia si pongano sulla ruota.

[142]. L'esecuzione di quelle pene fu compiuta riguardo a molte persone negli anni 1372 e 1373.

[143]. Petri Azarii Chronicon, pag. 301.

[144]. Corio, all'anno 1369.

[145]. Dato nel castello nostro Zoloso.

[146]. Giulini, tom. XI, pag. 294.

[147]. La quale casa (dice Azario), cogli ornamenti e le pitture e le fontane, oggi non si farebbe con trecentomila florini.

[148]. Pag. 283.

[149]. Pag. 269.

[150]. Siton. Monum. Vicecomit., pag. 21.

[151]. R. I., tom. XVII.

[152]. Di questi tempi è un ducato d'oro di Siena colla biscia, che possedo nella mia collezione.

[153]. Ma certamente con vana credenza noi stessi deludendo, ci ingannavamo, persuadendoci che quello potesse esser fedele, che stato era tanto sleale nepote e genero e fratello, verso lo zio, il suocero e i fratelli, e del quale tante volte ed a noi e ad altri era stato provato non avere la fede alcuna costanza, se non che in questo solo che le cose promesse mai non manteneva... Noi però, cambiando la sorte delle cose, dichiariamo la guerra al tiranno della Lombardia, che cerca di farsi re, e di farsi ungere come tale.

[154]. Lettere de' principi, stampate in Venezia, 1374.

[155]. Il detto signor conte, egli stesso a chi gli piaceva, conferiva tutte le dignità e i benefizi ecclesiastici dei paesi di dominio dello stesso signor conte che conferire dovevansi, e il detto signor papa confermava i detti benefizi e le dette dignità a tutti coloro che il detto signor conte aveva eletti.

[156]. Ad annum 1381.

[157]. Annal. Mediol. ad ann. 1398.

[158]. Si leghi con catena di ferro ad una colonna, con un anello di ferro che giri all'intorno, e col quale possa girarsi all'intorno l'uomo medesimo, la quale catena sia quanto più potrà farsi lunga, cosicchè soffra una morte più dolorosa; colà tuttavia sia abbruciato in modo che muoia.

[159]. Ad an. 1395 in fine.

[160]. Ecco, testimonio ai popoli e precettore alle genti, io ho dato lo stesso duce. — Venerabili padri e spettabili signori miei, assai giustamente venerabili, tutta la patria dei Milanesi può domandarmi con eguale premura. — Di', te ne prego, o vescovo novarese, quali motivi indussero il sacro cesareo animo ad accordare al nostro comune l'onore sublime del ducato? — Alla quale io rispondo: — la quadruplice situazione delle cose; la provvida benignità del Re Eterno; la conformità cortese di un atto degno di un congiunto; la obbediente fedeltà della casa Viperea; la congruente utilità di tutta la plebe.

[161]. Celebre potenza di valido vigore; nobile prosapia di fulgido decoro; ilare clemenza del placido donatore.

[162]. La prosapia della famigia, molto raggiante; la bellezza del corpo, molto speciosa; la tranquillità dell'animo, assai virtuosa.

[163]. L'orazione può leggersi nella biblioteca Ambrosiana, nel codice MS segnato B. N., pag. 116.

[164]. Corio, all'anno 1395.

[165]. Le misure che io assegno al Duomo sono diverse da quelle che si leggono presso gli autori. Io le ho fatte verificare. Il Morigia, il Lattuada e il Sormani danno la lunghezza di braccia 300, ed errano di cinquanta braccia. Il Morigia lo fa largo braccia 145; il Sormani 150; il Lattuada 151. Il Torri dà la lunghezza di braccia 260, ed erra di braccia 10 1⁄2. Il Bugati s'accosta più degli altri alla verità ed assegna lunghezza braccia 250, col piccolo errore di mezzo braccio; e larghezza braccia 130, la qual misura è prossimamente quella della croce, se si voglia ommettere lo sfondato delle cappelle. L'autore del Distinto ragguaglio dell'ottava maraviglia del mondo, ossia della gran metropolitana dell'Insubria, volgarmente detta il Duomo di Milano, malgrado l'ampollosità del frontispizio, fa la lunghezza minore della vera, fissandola a braccia 248, e la larghezza braccia 128, misura parimenti minore del vero. Nella pianta pubblicatasene coi funerali di Carlo VI augusto, risulta ancor più erronea la lunghezza stabilitavi di braccia 243; la quale comunemente, e per tradizione, si crede la vera misura, anche da chi ha ingerenza nella fabbrica del Duomo, sebbene manchi dal vero braccia quattro e mezzo. Questa nota può dare un'idea della poca esattezza dei nostri scrittori, e del tedio che ho dovuto soffrire per rintracciare il vero in quest'opera. Non sarà, credo, spiacevole ai lettori il paragone fra le misure del Duomo e quelle di San Paolo di Londra e di San Pietro di Roma. Le misure di San Paolo di Londra le ho estratte del The Foreigner's guide, or a necessary and instructive companion Both, for the Foreigner and native in Their Tour through the Cityes of London and Westminster — London — the fourth edition 1763, pag. 73. Le misure di San Pietro le ho ottenute da Roma, e sono fatte dall'attuale architetto di quella basilica, il signor Simonetti.

San Paolo è lungo 500 piedi d'Inghilterra, largo piedi 249; e la cupola è d'altezza piedi 340; alla sommità della quale evvi la croce di altri 10 piedi; onde l'altezza somma è piedi 350.

San Pietro è lungo 829 1⁄2 palmi romani; alla croce è largo palmi 615; e dal pavimento sino alla sommità della croce sopra il lanternino, è la somma altezza palmi 593.

Il piede inglese è once sei, punti uno, atomi otto e 4⁄5 d'atomo del braccio nostro. Il palmo romano è quattr'once, sei punti 33⁄100 d'un atomo del nostro braccio.

Ridotto il paragone a braccio milanese

Altezza Lunghezza Larghezza
Duomo 180— 249 1⁄2 148 1⁄8
San Paolo 174— 236— 127 1⁄2
San Pietro 222 1⁄2 311 1⁄3 230 3⁄4

Il Duomo di Milano supera San Paolo di Londra nell'altezza e nella larghezza; ma è 42 braccia meno alto, 61 5⁄6 braccia meno lungo, e 82 5⁄8 braccia meno largo di San Pietro.

[166]. Corio, all'anno 1391.

[167]. A coloro che veramente saranno penitenti e che fatta avranno la loro confessione.

[168]. Giulini, tom. XI, pag. 651.

[169]. Libero e mondo sia tanto dalla colpa, quanto dalla pena.

[170]. Mendacemente simulano queste facoltà non vere da essi pretese, mentre ancora per picciolissima somma di danaro (per servirci delle loro parole) non già i penitenti, ma coloro che il velo di una mentita assoluzione studiansi di apporre con trista coscienza alla loro iniquità, ed egualmente assolvono dagli atroci delitti senza alcuna vera contrizione, e non precedendo alcuna debita forma, o condonano le cose mal tolte, certe ed incerte, non esigendo (il che assurdissimo fu in tutti i secoli) alcuna previa soddisfazione.

[171]. Raynald., ad ann. 1390, num. I.

[172]. Roberto di Baviera, per la grazia di Dio re dei Romani e conte Palatino del Reno. A te, Giovanni Galeazzo, milite milanese, comandiamo in via di precetto, che tu debba restituire e riconsegnare a noi, cui spetta il governo dell'Imperio, per elezione canonicamente fatta nella persona nostra in imperatore dagli elettori dell'Imperio, tutte le città, i castelli, le terre e i luoghi appartenenti al Romano imperio ed alla nostra giurisdizione, che indebitamente occupati ritieni nell'Italia; altrmente ti diffidiamo come invasore delle terre e della giurisdizione del sacro Imperio, e nostro nemico e ribelle.

[173]. A te, Roberto di Baviera, noi Giovanni Galeazzo Visconte, per la grazia di Dio, e del serenissimo signor Venceslao re dei Romani e di Boemia, duca di Milano, ec., e conto di Pavia e delle Virtù, colle presenti rispondiamo che qualunque città, castello, terra o luogo possediamo in Italia, lo riteniamo e lo possediamo per autorità del prefato serenissimo signor Venceslao re dei Romani, e canonicamente investito del governo del sacro Imperio, e tutti quei luoghi intendiamo certamente difendere contra di te, invasore dell'Imperio, e manifesto nemico del predetto signor Venceslao e di noi, e te, manifesto nemico dello stesso Imperio e del signor re Venceslao e nostro, diffidiamo, se mai tu presumesti di invadere il nostro territorio.

[174]. Corio, all'anno 1401.

[175]. Tom. XII, pag. 54.

[176]. Briani, Storia d'Italia, tom. II, pag. 475, ediz. Venet. 1623. — Morigia, Storia dell'antichità di Milano, pag. 644, ediz. Venet. 1392.

[177]. Veggasi il Poema del P. Enrico Barelli, De Alberico VII, in Milano presso Marelli, 1782.

[178]. Rer. Ital., tom. XVI, colum. 1021 et sequ.

[179]. Il nostro duca impose taglie, convenzioni e prestiti così grandi e continui ai sudditi suoi entro il suo dominio, che forzati erano essi ad andare vagando in terre straniere, capaci non essendo a sostenere quei pesi, e si udirono gli urli delle vedove e degli orfani e degli altri singoli, e grande strepito degli inferiori, ed immense crudeltà. E coloro che pagare non potevano, ritenevansi prigioni, e i loro beni usurpati erano dagli stipendiati.

[180]. Annal. Mediol., ad ann. 1401.

[181]. De Monet. Ital., tom. III, pag. 59.

[182]. Giulini, tom. XI, pag. 521.

[183]. All'anno 1387.

[184]. Andrea Biglia, lib. 2, col. 29. — Corio, all'anno 1406.

[185]. Tom. VII, pag. 612.

[186]. Contra di molti adoperò quel genere di nefanda strage che si eseguiva aizzando ai cani, tanto sitibondo di sangue, che, senza spargerlo, non lasciava un solo giorno passare.

[187]. R. I., tom. XIX, col. 32 E.

[188]. All'anno 1409.

[189]. E non molto dopo Facino viene chiamato a Milano, cosicchè nulla più ad esso mancava al dominio dell'una e dell'altra città se non che il solo nome; tutti obbedivano ad un solo, le cose tutte a norma del di lui comando stabilivano, non lasciandoci nè pure per le spese dei giovani quanto bastasse al sostentamento della vita.

[190]. Rer. Ital., tom. XIX, col. 34 E., 33 A.

[191]. Giulini, tom. XII, pag. 611.

[192]. Corio, all'anno 1397.

[193]. Il volgo veramente (dice il Biglia) allettato era dall'abbondanza delle vettovaglie; ma gli altri tutti che passare potevano per buoni cittadini, aggravati erano da tributi intollerabili... Molti uccisi furono per effetto di pubblica e di privata licenza.

[194]. Al giovane diedero questi avvertimenti (dice il Biglia), che la moglie, se non pure repudiata, tenesse certamente come già da esso separata.

[195]. Rer. Ital., tom. XIX, col. 44 e sequ.

[196]. All'anno 1418.

[197]. Decembrio, cap. 68; e Stella.

[198]. Quest'Alberico aveva per suo avo l'altro del quale ai fece menzione alla pag. 127. Si era confederato col duca; e siccome con ciò egli esponeva le proprie terre della Romagna (come in fatti vennero poi conquistate dalle armi pontificie), così Filippo Maria gli diede la signoria e contea di Belgioioso col castello, pro aliquali rependio, come leggesi nel diploma. Per assicurarsi poi che i Barbiani non ricuperassero i loro Stati, il papa investì della contea di Lugo la casa d'Este, già dipendente pel marchesato di Ferrara. Chi ha considerata la concessione di Belgioioso come una beneficenza del duca Filippo Maria, non ha posto mente a questo fatto. Pur troppo è vero che il duca non beneficò mai costantemente un uomo di merito.

[199]. Donato Bosso, all'anno 1444.

[200]. De studiis Mediol., cap. VIII, pag. 34.

[201]. Biblioth. Script. Mediol., ubi de Philippo Maria Vicecomite.

[202]. Nè sprezzò egli, nè tenne in onore e in pregio gli uomini addottrinati negli studi delle lettere e delle scienze, e maggiormente ammirò, di quello che ei coltivasse la loro dottrina.

[203]. Decembrio, cap. 42 et seg.

[204]. Salve, o viaggiatore, vedi, qui sta l'imagine somigliantissima di quel papa Martino, quinto nelle serie, che, buon pastore per indole, resse la Chiesa a te Roma, ec... Autore di questo carme è Giuseppe Brivio, ordinario, dottore di gius canonico e maestro di sacra teologia, ec.

[205]. Ma l'autore di questa insigne immagine fu Giacobino di Tradate, profondo nell'arte che io ardirei dire non minore, ma bensì maggiore di Prassitele.

[206]. Tom. XII, pag. 438.

[207]. Di mirabile furberia faceva uso nello scegliere i consultori che nominati sono consiglieri; perciocchè eleggeva uomini probi ed illustri per sapere; ed a questi dava per colleghi uomini scandalosi, affinchè nè quelli potessero appoggiarsi alla giustizia, nè questi sviluppare la loro perfidia, ma egli prevenuto fosse di tutto, per la continua discordia che tra di essi regnava.

[208]. Decembrio, cap. 34.

[209]. Tanto arrossì della sua cecità, che fingeva di vedere chiaro, avvertendolo segretamente i suoi camerieri.

[210]. Cap. 36.

[211]. Oratio super populum — Praetende, quaesumus, Domine, famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti dexteram coelestis auxilii ut te toto corde perquirant, et quod digni postulant, assequantur. Per etc... — Super Syndonem — Fac, quaesumus, Domine, famulas tuus Blancham Mariam et Agnetem toto corde semper ad te accurrere, et tibi subdita mente servire, tuamque misericordiam suppliciter implorare, et tuis jugiter beneficiis gratulari. Per etc... — Super Oblata — Propitiare, Domine, supplicationibus nostris et has oblationes famularumque tuarum Blanchae Mariae et Agnetis, quas tibi pro incolumitate earum offerimus, benignus assume, et ut nullum sit irritum votum, nullius vacua postulatio, praesta, quaesumus ut quod fideliter petimus, efficaciter consequamur. Per Dominum, etc... — Praefatio — Aeterne Deus, in te sperantium consolator, et subditorum tibi mentium custos, inclina aures misericordiae tuae ad praeces humilitatis nostrae, et famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti propitius adesse dignare. Veniat super eas spiritualis a te benedictionis ubertas, ut pietatis tuae repletae, muneribus in tua gratia, et in tuo nomine laete semper exultent. Per Christum, etc... — Post Comunionem — Da, quaesumus, Domine, famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti in tua fide, et sinceritate constantiam, ut in charitate divina firmatae, nullis tentationibus ab earum integritate evellantur. Per etc...

(Orazione sopra il popolo. — Stendi, o Signore, te ne preghiamo, la destra del celeste aiuto alle tue ancelle Bianca Maria ed Agnese, affinchè a te con tutto il loro cuore aderiscano ed ottengano quello che degnamente ricercano; per, ec. — Sopra la Sindone. — Fa, o Signore, te ne preghiamo, che le tue ancelle Bianca Maria ed Agnese sempre con tutto il cuore loro a te ricorrano e a te servano con mente devota, e la tua misericordia supplichevolmente implorino, e possano un giorno mostrarsi grate coi cuore ai tuoi benefizi; per, ec. — All'Offertorio. — Mostrati, o Signore, propizio alle nostre suppliche, e benigno ricevi queste obblazioni delle tue ancelle Bianca Maria ed Agnese, che a te offeriamo per la loro salvezza; ed affinchè irrito non sia alcun voto, nè vana la preghiera di alcuno, concedi, te ne preghiamo, che quello che fedelmente chiediamo, efficacemente possiamo ottenere; per il Signore, ec. — Prefazio. — Eterno Dio, consolatore di coloro che in te sperano, e custode delle menti a te devote, piega le orecchie della tua misericordia alle preghiere della nostra umiltà, e degna di mostrarti propizio alle tue ancelle Bianca Maria ed Agnese. Venga sopra di esse la dovizia della spirituale tua benedizione, affinchè, colmate dei doni della tua pietà, liete sempre esultino nella tua grazia e nel tuo nome; per Cristo, ec. — Dopo la comunione. — Accorda, o Signore, te ne preghiamo, alle ancelle tue Bianca Maria ed Agnese la costanza nella tua fede e nel sincero tuo servigio, affinchè, confermate esse nell'amore divino, smosse non sieno giammai per alcuna tentazione dall'integrità di que' proponimenti, per, ec.)

[212]. Che dirò di Milano, potentissima città d'Italia e metropoli della Gallia Cisalpina, nella quale tanto numerosi sono, e tanto diversi i generi degli artefici, tanto grande è la frequenza del popolo, che di là ebbe origine il volgare proverbio: Chi volesse ricomporre l'Italia, dovrebbe distruggere Milano.

[213]. Kloch, de Ærario, lib. 2, cap. 36, pag. 598. Norimbergae, 1671.

[214]. Cosicchè facilmente si reputa che in quella città possano armarsi più di trentamila uomini.

[215]. R. I., tom. XIX, pag. 105.

[216]. Meraviglioso è a dirsi che quello i soli Milanesi osarono promettere, che a stento in que' tempi fornito o fatto avrebbono Firenze e Venezia. Sì grande è in questa età la popolazione di una città sola, sì grande la consuetudine di trafficare nel paese e nelle straniere regioni.

[217]. Rer. Ital., tom. XXII, col. 939.

[218]. Rer. Ital., tom. XXII, col. 956.

[219]. Archivio di città, registro A, foglio 40.

[220]. Nell'archivio di città al registro B leggonsi: 17 agosto 1447, ordine dei signori vicario e XII di Provvisione per adunare il consiglio dei novecento, onde prestino il giuramento i consiglieri che non aveano giurato. Foglio I, tergo. Altro dei medesimi vicario e XII, perchè niuno ardisca di rompere le conche sopra i navigli o lo steccato di Cusago, del 23 agosto 1447. Registro B, foglio 10, e sotto la data medesima, v'è altro editto de' suddetti sulla macina del grano, che proibisce a' mugnai la compra: pure il 24 agosto, altro simile editto del vicario e XII proibisce ai fornai di vendere a staio il pane di mistura; registro suddetto, foglio 2. Esso registro B è pieno di editti del tribunale di Provvisione, l'ultimo dei quali è al foglio 408, contenente una proibizione di ascendere sopra il tetto del Broletto, in data 10 febbraio 1450, sedici giorni prima che Francesco Sforza si rendesse padrone di Milano; dal che si conosce che la giurisdizione ordinaria del tribunale di Provvisione in quel tempo di repubblica, o anarchia che ella si fosse, rimase intatta e continuata. Lo stesso io trovo essere accaduto al magistrato Camerale, ossia ai Maestri delle entrate, che conservarono la loro giurisdizione; ed uno dei primi editti di quell'interregno è del 20 agosto 1447, col quale si comanda che ciascuno paghi il tributo sulle merci alle porte della città. Veggasi registro B, foglio 6. Altro del 22 detto per la propalazione dei beni del defunto duca. Veggasi registro B, foglio 8, tergo. Ne è pieno quel registro sino al giorno 7 gennaio 1450, in cui il magistrato Camerale ordinò che si pagasse il tributo della dogana, come dal citato registro al foglio 402.

[221]. Registro civico B, foglio 14, tergo, ove leggesi questa grida del 30 agosto 1447 per la demolizione e vendita del castello e delle gioie del duca.

[222]. Registro civico B, foglio 16, tergo, ove leggesi il proclama dei capitani e difensori della libertà, acciocchè ogni persona atta a portare le armi si presenti a servire sotto il comando del signor conte Francesco, capitano generale, in data 3 settembre 1447.

[223]. I capitani e difensori della liberti dell'illustre ed eccelsa comunità di Milano. — Prudenti concittadini nostri carissimi. Poichè l'Onnipotente Iddio nostro, per il passaggio da questa ad altra vita dell'illustrisssimo principe e signor nostro Filippo Maria, di buona memoria, la grazia della libertà a noi liberalmente accordò, che noi stabilito abbiamo di ritenere e conservare in tutte le maniere e con fermo intendimento, di comune consenso abbiamo deliberato di abbruciare i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e le scritture dell'inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, delle bocche e dell'aggravio del sale e di qualsivoglia altro aggravio, e di dare così un segno per cui il popolo e la plebe intendano che quind'innanzi saranno immuni ed esenti da simili angherie e gravezze. E quindi concependo buona speranza dello stato della libertà medesima, e di questa nostra repubblica, si rallegrino e si congratulino, e le dovute grazie rendano per questo allo stesso Dio Onnipotente Signor nostro. Nè meno rafforzino l'animo loro, e dispongasi a volere in oggi spontaneamente e di buona voglia fare quello che altre volte loro malgrado e forzati facevano, cioè nel dar fuori, secondo le loro facoltà, il danaro, tanto per formare e compiere il tesoro del gloriosissimo sant'Ambrogio, patrono e protettore nostro, quanto per le spedizioni delle compagnie di armigeri della comunità predetta, per mezzo delle quali non solo la libertà nostra ritenere conservare possiamo, come è incominciata, ma ancora confermare, arricchire ed aumentare la repubblica, e sempre giornalmente in meglio ingrandirla e dilatarla, a confusione di tutti coloro i quali si studiano con ogni loro sforzo e con tutte le loro insidie di rivalizzare con questa inclita città. Vogliamo adunque che, fatta la elezione, a due dei vostri subito ordiniate che essi due insieme, dei quali si inseriranno più abbasso i nomi, ricerchino e si facciano consegnare tutti i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e tutte le scritture degli inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, della gravezza del sale e di tutte le altre gravezze di qualunque genere, specie e materia esse fossero. E questi documenti, bene rivoltati una e due volte, e visti e diligentemente esaminati, con ritenere quelli soltanto nei quali si riconosca qualche utilità della camera della predetta comunità e del territorio, ed anche di alcune singole persone; tutti gli altri predetti documenti facciano palesemente e pubblicamente dare ed abbandonare al fuoco, perchè siano abbruciati, colla quale specie di spettacolo il popolo stesso parimente e la plebe pigliandone gratissimo piacere, possano esultare e giubilare e tributare lodi al santo rammemorato, il quale quest'inclita città in felice e fausto stato sempre conservi e difenda.

Data a Milano, il giorno XXI settembre MCCCCXLVII. — Giovanni dei MantegaziiStefano dei GambaloitiCabriolo del ConteFederico del ConteGiovanni di FossatoFrancio di FiginoGiovanni GiussanoGiacomo di Cambiago Rafaele. — Su la coperta. Ai nobili e prudenti cittadini carissimi nostri, i dodici delle Provvisioni dell'eccelsa comunità di Milano.

[224]. Registro civico A, foglio 44, editto del 5 ottobre 1447.

[225]. Registro delle gride dal 1447 al 1450, nell'archivio civico, volume B, foglio 142, 212 e altrove, come dalle gride 30 agosto 1448 e 21 gennaro 1449, nella seconda delle quali si ricorre a ripartire i carichi per focolare.

[226]. I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa comunità di Milano. Diletto nostro. Affine di consolidare, aumentare, condecorare questo desiderabile stato della libertà che abbiamo ricevuta, reputiamo non tanto convenevole, quanto necessario, il coltivare il decoro delle virtù, l'abbominare le brutture dei vizi; perciocchè in questo modo e grati ci mostreremo a Dio del ricevuto donativo, e della di lui onnipotenza sperare potremo più liberale accumulamento di grazie. Riflettendo noi adunque quanto sporco e detestabile, quanto orrendo sia il delitto da non nominarsi della sodomia, e reputando che la impunità genera un incentivo, e i già infetti di quel vizio suole rendere peggiori, deliberammo e confermammo di nostro avviso con durevole decreto, di non volere più in alcun modo tollerare questo esecrabile e rovinoso eccesso. Sebbene adunque sembri che a ritrarre da questo sceleratissimo delitto coloro che macchiati ne sono, ed a fare che più in avvenire non cadano in simile delitto, bastare dovrebbe la pena del fuoco stabilita dalle leggi santissime e dagli statuti di questa città, che come cosa divulgatissima ignorare certamente non debbono; tuttavia, affinchè la loro infame turpitudine si renda totalmente inescusabile, vogliamo, e a te espressamente comandiamo, che, alla ricevuta delle presenti lettere, patentemente e pubblicamente colla voce del banditore tu faccia divulgare per i luoghi consueti di questa città: che quind'innanzi qualunque persona, di qualunque stato e condizione essa sia, o del territorio, o forestiera, o stipendiata, o godente alcuna provvigione, ed in generale chiunque sia, si guardi e si astenga totalmente da quel delitto, nè ardisca commetterlo in qualunque modo, sapendo e tenendo per certo che se si scoprirà che in quel delitto sia caduto, irremissibilmente sarà punito colla pena del fuoco, a tutto rigore di legge. E tu poscia dovrai adoperare ogni studio e diligenza e cura ad investigare e ricercare questi scelerati, e dovrai procedere contra qualunque tu scoprissi in avvenire avere commesso questo delitto: punendolo a tenore di diritto e col mezzo dello giustizia. Nella qual cosa quanto maggiormente sarai vigilante ed accurato, tanto più avrai servito al dovere ed all'onore, e meglio avrai secondato la nostra intenzione. Ed affinchè gl'inclinati al male da questi delitti si astengano, o vogliamo che agli accusatori o denunziatori di quegli stessi delitti, però con di buoni indizii, si accordi un premio per ciascuna volta, e si tengano segreti, il quale premio sarà di dieci ducati d'oro da levarsi su le facoltà del delinquente, la quale prestazione vogliamo che debba farsi da te e da' tuoi successori, rimossa qualunque eccezione e contraddizione. Scriviamo pure intorno a questo al signor Bartolommeo Caccia, capitano di giustizia di questa città, col quale vogliamo che tu proceda d'intelligenza nel fare eseguire le predette proclamazioni. — Milano, il giorno XVIII di ottobre, MCCCCXLVII.

[227]. I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa città di Milano. — Veduta la richiesta dei barbieri di quest'inclita città, perchè sia confermato certo loro statuto ed ordine; la quale petizione è del tenore seguente: Magnifici ed eccelsi signori di quest'inclita città; i barbieri tanto guidati dalla retta coscienza, quanto ammoniti principalmente dai religiosi confessori e consultori delle loro animi, deliberarono di celebrare i giorni festivi, e di astenersi dalle opere nei tempi illeciti, proponendo, con licenza e consenso della vostra magnificenza, l'ordine stabilito e l'editto, che è dell'infrascritto tenore. Riverentemente adunque supplicano che ad esso, siccome salutifero e commendevole, come sembra, vi degniate d'interporre l'autorità vostra, e di confermare, convalidare e comandare che osservato sia e messo ad esecuzione, con lettere patenti questo statuto, e la relativa ordinazione, comandando altresì a qualunque giusdicente e agli ufficiali di Milano, ai quali in appresso si ricorresse, che a qualunque richiesta dell'abate del Paratico dei detti barbieri intorno all'osservanza ed all'esecuzione di quello statuto, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno. Così adunque stabilirono ed ordinarono che lecito non sia ad alcun maestro della detta arte, abitante nella città o nei sobborghi di Milano, lavorare nè far lavorare di quell'arte, nè nella bottega o nella casa di sua abitazione, nè al di fuori, in alcun giorno festivo, ordinato da celebrarsi dalle istituzioni della Santa Madre Chiesa, tanto Romana, quanto Ambrosiana, e nè pure nelle vigilie di quelle feste, qualora le vigilie trovinsi stabilite nei giorni di sabbato dopo l'ora vigesimaquarta di quella vigilia o del sabbato, sotto pena di lire due delle nuovissime (il testo dice nuperiorum, ma forse dee leggersi imperialum), per ciascuna volta in cui si contrafacesse, e nella pena medesima incorra qualunque domestico o lavoratore della detta arte, il quale, senza licenza e contra la volontà del suo maestro, lavorasse in contravvenzione a questo statuto, e che tale domestico o lavoratore della detta arte non debba nè possa in alcun modo esercitare la detta arte nella città stessa e nei sobborghi, se prima non avrà pagata la stessa multa, ed avanti quel pagamento non debba alcun maestro della stessa arte accordargli alcun aiuto, nè alcun favore sotto la medesima pena; se però avvenisse che alle ore ventiquattro del detto sabbato o di una vigilia come sopra, alcun maestro o lavoratore avesse tra le mani alcuno già ricevuto nella bottega avanti quell'ora, in quel caso possa proseguire sopra quell'individuo che avesse da prima ricevuto impunemente l'opera sua e finirla senza incorrere in alcuna pena; e di tutte quelle pene la metà si applichi alla fabbrica della chiesa maggiore di Milano, e dell'altra metà due parti se ne dieno al Paratico degli stessi barbieri, e l'altra terza parte all'accusatore che denunziata avesse la contravvenzione. Possono altresì l'abate della detta arte ed i suoi ufficiali che saranno a quel tempo, mancando nelle premesse cose le opportune prove, affine di far emergere nelle medesime la verità, forzare qualunque maestro e lavoratore al giuramento, se e come sembrerà convenevole. E avendo noi considerata in questo la devota e lodevole disposizione dei detti barbieri, ed avendo considerato lo statuto stesso che ancora facemmo diligentemente esaminare degli spettabili signori consiglieri di giustizia della predetta comunità, e vedendo che la richiesta dei petenti sembra tendere a cosa onesta ed alla osservanza della fede ortodossa nostra e dei comandamenti della Chiesa, volendo annuire benignamente alla richiesta dei predetti, col tenore delle presenti, anche per certa scienza, quello statuto, che comandiamo e vogliamo sia inserito e scritto anche nel volume degli altri statuti ed ordini del comune di Milano, come grato a noi riconoscendo, approviamo e confermiamo, comandando per questo ai vicari e ai XII delle provvisioni, e agli altri ufficiali della predetta comunità presenti e futuri, ai quali spetta o potrà spettare che, qualora per l'osservanza del detto statuto ad essi si ricorresse, facciano inviolabilmente osservare lo statuto medesimo e le sue disposizioni, e a qualunque richiesta dell'abate del Paratico degli stessi barbieri, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno per l'osservanza di questo statuto, e per la dovuta esecuzione verso i contravventori; e questo purchè nulla si faccia o avvenga in conseguenza contro la disposizione degli altri statuti ed ordini della predetta comunità e in detrimento dei medesimi. In fede di che abbiamo comandato che si facessero e si registrassero le lettere presenti, e si confermassero col munirle del sigillo della predetta comunità. Dato in Milano, il giorno decimosesto di aprile MCCCCXLVII. Sottoscritto — Ambrogio.

[228]. Tomo I, pag. 234.

[229]. 1448 die martis nono Januarii. — Notitia sia a ciascuna persona como li illustri capitanei et difensori della illustre ed eccelsa nostra libertà vogliano dare via le borse de la ventura, le quale borse sono septe, della quale la prima harrà dentro ducati trecento contanti, la seconda ducati cento, la terza settantacinque, la quarta cinquanta, la quinta trenta, la sesta venticinque, la settima venti, e vogliono darle via a la ventura in questa forma, cioè: ciascuna persona de qual conditione, stato e grado voglia se sia, tanto forestiero come cittadino o contadino, et tanto clerico come layco, et maschi et femine, possono portare quelli ducati che loro parirà o uno o due, come loro vorranno al banco de Xphôro figliuolo di messere Stefano Taverna banchero, quale è stato lo inventore di questa cossa, el qual banco è per mezzo li ratti fuori del Broletto, lui ne farà nota nel suo libro fatto solo per questo, cioè a dì tale, la tal persona ha portati tanti ducati, uno o duy quelli che saranno, per volere guadagnare per ciascuno ducato una delle sopra scritte borse, secondo che Dio li darà buona ventura, e così farà nota de tutti quelli che portaranno infina alla prima domenica di febraro prossimo, quale è il dì deputato a dare via le borse, in quello dì serano domandati tutti quelli averanno messi li denari per guadagnare le borse, et si serà fatto tanti scritti per ciascuno quanti ducati haranno messo, li quali scritti haranno suso il nome loro, e questi tal scritti serano messi in una corba suso una baltresca la quale sara posta su la piazza di Sancto Ambrosio onde è usato stare el banco di frate Alberto, acciocchè ciascuno persona possa vedere mettere li scritti tutti in la corba, e vederli voltare tutti sotto sopra per lo dicto Xphôro thesaurario, deputato a questo, ovvero per persona fidata electa per li illustri capitanei, poi sarà tolto una altra corba, nella quale corba saranno messi altrettanti scritti bianchi senza scrittura alcuna, salvi che in quelli sara sette scritti, che l'uno harrà scritto suxo la borsa trecento, l'altro la borsa de li ducati cento, e l'altro de la borsa de' ducati settantacinque, l'altro la borsa de li ducati cinquanta, l'altro la borsa e li ducati trenta, l'altro la borsa de li ducati venticinque, e l'altro la borsa de li ducati venti. Et questi scritti serano voltati molto bene sotto sopra tutti cum quelli non serano scritti. Poi el dicto Xphôro ovvero li deputati per l'illustri capitanei stando di sopra la baltresca, vedando ogni persona, domanderà un qualche bono homo, metterà la corba ne la quale haverà dentro li scritti de li huomini che harranno messi li denari de la mane dritta, e l'altra corba ne la quale serano gli altretanti scritti bianchi, et quelli sette de le borse metterà da la mane sinistra. E poi quello bono homo torrà suso alla ventura duy scritti, cioè l'uno fora de una corba con una mane, e uno fora dell'altra corba cum l'altra mane, tutti duy li scritti ad un tratto, e drieto a questo bono homo seranno due altre fidate persone electe da li illustri capitanei e non suspecte a persona alcuna l'uno de la mane dritta, l'altro da la inane sinistra, li quali torranno quelli duy scritti quali quello bono homo harà tolto suxo ogniuno da la sua parte, e il lezeranno, odando ogni persona quelli tali scritti, verbi grazia l'uno scritto dirà Gioanni da Como, e l'altro nagotta, o vero bianco, quello tale Gioanni da Como per quello scritto serà fora di ventura da havere le borse, et serà infilzato, quello scritto che non avrà suxo nagotta, che sera bianco, sera scarpato; poi quello bono homo ne torrà suxo duy altri scritti in quella medesima forma, et quelli duy leveranno verbi gratia l'uno scritto dirà Antonio da Pavia, l'altro serà bianco, similmente sera facto de questi duy, cioè l'uno infilzato e l'altro scarpato. Et così andara quello bono homo tollendo suxo duy scritti per volta, tanto che torrà suso uno de li scritti de le borse; verbi gratia avrà tolto uno scritto che dirà Petro da Lecco farè, l'altro dirà lo borsa di trecento ducati, quello Petro da Lecco avrà guadagnato quella borsa de li ducati trecento, la qual borsa subito in presentia de tutti sarà data per lo dicto Xphôro Taverna al dicto Petro da Lecco. Poi quello bono homo anderà tolendo suxo le scritte a duy a duy in fino che saranno tolti fora tutti quelli sette scritti delle borse et a chi toccarà la ventura, si sarà date le borse, come è dicto de la prima.

E pertanto anche pare che a chi sia possibile da mettere uno ducato fuosse poco savio a non metterlo, peroche una persona ricca a mettere uno ducato o duy o dece poco li serà sebene no avesse la ventura, avendola tanto migliora una persona mezzana, el simile a una persona povera che in estremo non fusse miserabile seria piuttosto da mettere che li altri, perochè per uno ducato che metta serbandolo in capo dell'anno non se ne accorgerà, a tanto in za come in la li bisogna stentare et lavorare, et se per ventura Dio li presentasse la grazia che avesse una de quelle borse, massime la magiore, non stentereve mai più, si che chi è savio porterà dinari, avisando tutti che li denari che avanzeranno et che se haveranno saranno della comunità nostra, si che quelli che non avranno la ventura delle borse, potranno far rasone averne donati a la comunitate uno ducato, el quale se po appellare averlo donato a se medesimo.

Et se fosse alcuna persona che non intenda bene vada al banco del dicto Xphôro Taverna tesaurario a questo, che in breve gliel darà ad intendere a bocca. — Innocentius Cotta Prior — fu pubblicato questo avviso da Antonio di Areno tubatore. — Gride dal 1447 al 1450, volume B, foglio 65 tergo.

[230]. Giornalmente sempre più ammirava tanto la di lui prudenza, la facondia e gli egregi costumi, quanto la bellezza della persona e la maestà del volto e del portamento.

[231]. Simonetta, lib. 2, colonna 202. R. I. tom. XXI.

[232]. Vedi Simonetta, Vita di Francesco Sforza, Rer. ital., tom. XXI, lib. I, col. 183.

[233]. Il citato Simonetta, lib. I, col. 187, dice: Quo nuntio Franciscus gravissime affectus, dolorem immensum per summam constantiam supprimit, seque a lachrymis singultibusque continet. Sed quod maxime expediebat, suos a pugna, rejectis hostibus, revocat. (Dal quale avviso gravemente afflitto Francesco, con somma costanza l'immenso dolore comprime, e dalle lagrime e dai singhiozzi si rattiene. Ma i suoi soldati, il che era la cosa più importante, respinti essendo i nemici dalla pugna richiama.)

[234]. Di quei disordini così parla il Decembrio: — [235]Interea Mediolanenses varie inter se fluctuabant. Quidam, victoria elati, Franciscum ad astra praecipuis laudibus ferebant; alii verbis dumtaxat libertatem praedicabant, veram impense onus curamque detrectabant. Erant quibus servitus libertate potior videretur esse... Quibus autem vivendi cum principe consuetudo inerat, quo in numero vir insignis Petrus Pusterla et alii fuere, Franciscum, veluti Philippi filium et afflictis rebus succurrere potentem, magnopere laudabant. E contra, quibus mercatorum familiaritas et usus aderat, quorum minima pars fuit, Venetos, ut divinos quosdam homines, praeponendos dictitabant. Nihil in medium consulebatur; sed, ut vulgo mos est, studia in contraria incerte scindebantur. Sic, confusis civium voluntatibus, plebs omnium ignorans, libertatis dumtaxat nomen sibi adsciverat, et nullo salubri consilio perducta, in optimum quemquam ferebatur, etc. — Rer. Italic. Script., tom. XX, column. 1040, cap. XXXV. Decemb. Vita Franc. Sfortiae.

[235]. Intanto i Milanesi variamente nei loro avvisi ondeggiavano. Alcuni, gonfi per la vittoria, con grandissime lodi Francesco agli astri sollevavano; altri con parole soltanto la libertà proclamavano, ma qualunque peso e cura avevano sommamente a schifo. Eranvi di quelli ai quali la servitù migliore sembrava della libertà... Coloro poi che consueti erano a vivere famigliarmente col principe, nel di cui numero erano l'insigne uomo Pietro Pusterla ed altri, Francesco grandemente esaltavano, siccome figliuolo di Filippo, ii solo che soccorso prestare potesse in mezzo al disordine delle cose pubbliche. All'incontro coloro che famigliare consuetudine ed uso avevano coi mercadanti, i quali formavano la minima parte, andavano dicendo che i Veneti, come uomini in qualche modo divini, preferire dovevansi. Non si trattavano gli affari in adunato consiglio, ma come à costume del volgo, incerti i cittadini dividevansi in partiti gli uni agli altri contrari. Per tal modo, confuse essendo la volontà dei cittadini, la plebe, che tutto ignorava, il nome solo della libertà adottato aveva e non guidata da alcun salutare consiglio, portavasi contro qualunque ottimo, ec.

[236]. Novariam, Parmam, Dertonam, Alexandriam, aliasque urbes ditioni suae subdit. — Decembr. Vita Franc. Sfortiae, Rer. Ital., tom. XX, column. 1041, cap. XXXVI.

(Alla sua giurisdizione assoggettò Novara, Parma, Tortona, Alessandria ed altre città).

[237]. Il proclama è il seguente — 1448 dies XVI novembris. (1448, il giorno XVI novembre.) — Li illustri signori capitanei et difensori de la libertà de la illustre ed excelsa comunità di Milano. Considerate le summe et excelse virtute, probitate et magnanimitate et firma constantia d'animo, la experimentata et inconcussa fede et la longa experentia de le cose bellice et mestiero de arme, et lo braxado amore et admirabile devotione che porta et ha portato et demonstrato con admirabile opere et experientia infinite a questa illustre et excelsa comunità de Milano lo illustre et magnifico messere Carlo da Conzaga cavallero et marchese etc. degnamente l'anno constituto deputato, et electo capitano del popolo de questa illustre città, e de la libertate nostra gloriosa, acciocchè possa provvedere et ordinare tutte quelle cose che siano a salute, tutela e conservazione del dicto populo et de la sancta libertà nostra. Il perchè si ha facta publica crida per parte de li prefacti signori capitani per notitia et mandamento a ciascheduno de quale grado, stato et conditione voglia se sia in la dicta città et borghi in li lochi consueti debia obedire a li commandamenti del prefacto messere Carlo in tutte quelle cose che concernano il bene, l'honore, conservazione, tutella et augumento de la dicta comunità de Milano, et libertà, sotto pena pecuniaria et personale usque ad ultimum suplitium inclusive (fino all'ultimo supplizio inclusivamente), secondo si contiene ne la lettera del dicto capitaneo ad esso messere Carlo concessa per li prefati signori, ed ulterius (ed ulteriormente), sotto pena all'arbitrio de li prefacti signori capitanei a chi contrafarà a questa soa crida et intenzione — Joannes de Meltio prior — Raphael — Cridata ad scalus palatii et per loca solita civitatis per Bertolium de Forlivio trombettam, die Jovis 14 novembris, sono tubarum et pifferorum praemisso. (Giovanni di Melzo priore — Raffaele — Promulgata alle scale del palazzo, e per i soliti luoghi della città, da Bertolio da Forlì, trombetta, il giorno di giovedì 14 di novembre, premesso il suono delle trombe e dei pifferi.) Gride dal 1447 al 1450, vol. C, foglio 151 nell'archivio della città.

[238]. In Milano le cose erano in cattivo stato. Non si può meglio conoscerle che dalle carte autentiche di quei tempi; e tale è la lettera di Giovanni Teruffino ai signori Rafaele e Barnaba Adorni, genovesi, che ritrovasi nell'archivio di città — Codice C, fogl. 69. — Essa così dice: Magnifici Majores honorandissimi. (Magnifici maggiori onorevolissimi.) — Quamvis altro di nuovo non me occorra, tamen acciò non vi maravigliate che niente scriva, scriverò poco da poi le altre lettere a voi scritte. Io non sono andato dalla excellentia del conte, tum perochè essa se lungo da qui, tum per la novitate de Francesco Piccinino occorse, ma avuto Maragnano, che spero con la gratia de Dio sera in fra pochi dì, delibero di andare a la excellentia sua, tam per lo compromesso de Zenovesi ad Galeotto, quam per altro, e sono certo che la disposizione sua sia eadem. Io desidero che si manda ad executione lo facto de Bosco, secundo che altra volta ne dicesti. Li facti di Milano breviter hanno questa conditione. Frumento ghe pochissimo et hanno vetato quelli signori che pane di frumento non se ne venda, perciocchè quello poco frumento lo quale gli è restato voleno per li soldati, ma non gli può bastare per dexe; di segale e di miglio hanno per tutto il mese che viene. Dapoi sette di che Francesco Piccinino e lo fratello andero a Milano non gli hanno dato dinari, eccetto che due mila ducati de molti promissi. Appropinquandosi apresso Milano la excellentia del conte come se bene, havuto Marliano, verosimile è che Milano non se tegnerà quindici dì per mancamento e de victuaglie, et de dinari, et de strame, e per infinita gente malcontenta. Dio governa la cosa in modo che questa nostra provincia habbia quiete. Bene valete — Dat. Papiae, die XXVIII aprilis 1449. — Vester famulus Teruffinus — a tergo: Magnificis Majoribus honorandis Domini Raphaeli et Barnabae Adornis et Petro Spinulae etc. (Dato in Pavia, il giorno XXVIII di aprile 1449. — Vostro servo Teruffino. Su la coperta: Ai magnifici maggiori onorevoli i signori Rafaele e Barnaba Adorni e Pietro Spinola, ec.)

[239]. Sei giorni prima che Milano accogliesse Francesco Sforza, Gaspare Vimercato uscissene dalla città con apparenza di volersi abboccare con Pandolfo Malatesta, comandante delle truppe di Venezia, e probabilmente concertò in vece la dedizione al conte. Il passaporto che gli consegnò trovasi nel codice C, foglio 135 tergo, nell'archivio di città, e dice:[240] Per illustres dominos Capitaneos et defensores libertatis Illustris et Excelsae Comunitatis Mediolani concessa est licentia strenuo Gaspari de Vimercato exeundi hanc Civitatem cum famulis suis ad numerum usque octo, suisque valixiis, bulgis, rebus et bonis, et hoc tute, libere et impune, omnique reali et personali impedimento prorsus amoto, dummodo se non conferat ad partes hostiles, et vadat ad illustrem dominum Sigismundum Pandulphum de Malatestis Ariminensem ac illustrissimi dominii Venetorum, etc. Capitaneum Generalem. Ambrosius Prior — Antonius, MCCCCL, die XX februarii.

[240]. Dagli illustri signori capitani e difensori della libertà della illustre ed eccelsa comunità di Milano viene conceduta licenza al valoroso Gasparo di Vimercato di uscire da questa città con i suoi domestici fino al numero di otto, e con sue valigie, bolge, cose e beni, e questo sicuramente, liberamente ed impunemente, rimosso qualunque impedimento reale e personale, purchè egli non si rechi alle parti dei nostri nemici, e vada dell'illustre signore Pandolfo dei Malatesta riminese, e capitano generale dell'illustrissimo dominio dei Veneti, ec. Ambrogio Priore. — Antonio, MCCCCL, il dì X febbraio.

[241]. 1449, die 27 mensis decembris. (1449, il dì 27 del mese di dicembre.) Al nome del Omnipotente et Eterno Dio et del gloriosissimo nostro patrone sancto Ambrosio deliberando li illustri signori capitanei et difensori della libertate che ciascuno quale metta la persona sua a pericolo per farne uno relevato servitio a tutta questa nostra patria, la quale è indegnamente afflicta da li nostri nemici, ne abbia merito e premio qual sia certo grande et honorevole, fanno noto a ciascuna persona di qualunque stato, grado et conditione se sia, che chi ammazzerà il perfido conte Francesco Sforza, overo ferirà mortalmente, guadagnerà ducati dece millia d'oro, e dece millia in possessione, quali instantemente gli serano numerati cotanti, et dati; et se quella persona sera rebelle o bandezata sarà cavata de ribellione et de bando, et restituiti il soy beni, et havere li dicti premii, et se quella persona sera squadrero o conductero de gente d'arme o di majore conditione, ultra li dicti premii, gli sera duplicata la conducta. Et sel serà soldato di menore conditione, ultra li dicti premii, gli sere duplicata la conducta ut supra. Et appresso a questo se la cadesse alcuno mandare ad executione alcuni de li sopradicti partiti et per quello venisse ad esser morto, serano dati li dicti premii a suoi filioli o a suoi heredi indubitatamente, li quali seranno sempre ben veduti et ben tractati da questa prefata comunitate. Et sel fosse persona alcuna quale dubitasse de conseguire li dicti premii, o venga, o manda uno suo fidato secretamente da li prefati signori capitanei, gli sera facta tal chiarezza et segurezza chel sera ben certo e securo de conseguire li dicti premii, rimossa ogni minima dubitazione — Petrus Prior — Cridata ad scalas palatii et super platea arenghi per Antonium de Arezio Tubetam, die sabbati 27 suprascripti mensis decembris, sono tubarum praemisso. (Pietro Priore. — Promulgata alle scale del palazzo, e sopra la piazza dell'arringa da Antonio di Arezzo trombetta, il giorno di sabbato 27 del soprascritto mese di dicembre, premesso il suono delle trombe.) Gride dal 1447 al 1450, vol. C, foglio 121, archivio civico.

[242]. Vol. C, gride dal 1447 al 1450, foglio 107.

[243]. Codice C, foglio 113.

[244]. 1450, die 23 febbruarii. (1450, il dì 23 febbraio.) — Se in ogni tempo debbe cadauno voglia essere chiamato fidele e devoto cristiano guardarse da fare contro li comandamenti del nostro Signore Dio, molto più è necessario emendare la vita nel tempo della tribulazione et afflictione per impetrare gratia et misericordia da la divina bontà. Intendando aduncha li illustri signori capitanei et deffensori de la libertà nostra prohibire quanto sia possibile, etiam mediante le pene et punitione temporale, la disonestà et detestabile vita de quelli tengano femine a soa posta, et etiandio alcuni quali non temendo il juditio divino, presumano biastemare Dio e la sua gloriosa Madre et li suoi sancti et sancte, li quali duy gravissimi peccati grandemente et pubblicamente si commettono in questa città et in li borghi soi, non senza evidentissimo pericolo de provocare majore ira de Dio contra de noi tutti, denno fare crida et bando che niuno de qualuncha stato, grado, o conditione voglia se sia dal majore al più minimo ardisca ne presuma in questa città borghi et jurisdictione soa tenire in casa sua ne fora de casa femine o sia concubina a soa posta per qualuncha modo se sia, imo cadauno l'havesse o tenesse fra tri dì proximi li debbia avere cazate da se, et esse femine et concubine debiano levarsi et aut spazare la città, aut redurse in loco honesto et tale se intenda che facciano bona, et correcta vita, sotto pena irremissibile de fiorini venticinque a cadun uomo quale sera trovato contrafare, tante volte da essere pagati, quante volte contrafarà, et a cadauna femina contrafaciente, da essere scovata pubblicamente per tutta la città, e poi reducta al publico loco, o cazata fora de la città. Et similmente niuno, come è dicto, ardisca o presuma biastemare Dio, ne la sua gloriosissima Madre, ni etiandio sancto Ambrosio, nostro protectore et patrone, ni alcuno sancto o sancta sotto pena irremissibile, ultra le altre imposte altre volte, de fiorini vinti per cadauna volta a chi contrafarà, et a chi non potrà pagare o non pagarà la dicta pena infra tre dì sotto pena di sguasi tri di corda, vollero ancora et chiarisseno li prefati signori capitanei che cadauno non solo possa, ma etiandio debba accusare qualunque contrafarà li predicti duy casi; accusando, guadagni il quarto della dicta pena pecuniaria, l'altro quarto sia delli poveri de Cristo et la mità sia della comunità, ma chi non accuserà, et sappia chi abbia contrafacto in tenire et biastemare come è dicto, cada in pena per cadauna volta de fiorini cinque et cadauno possa questi altri accusare et della pena si faccia come è dicto, di sopra. Ancora perchè li prefati signori hanno ordinato et comandato che niuno debba zugare a zugo de dadi, tavole et cartexelle, ne lassare zugare in casa sua sotto la pena che contengono le cride fatte sopra di ciò; Adesso chiariscono et volleno che cadauno non solo possa, ma sia obbligato ad accusare qualunca contrafarà, ed accusando guadagni il quarto della dicta pena pecuniaria et de li altri tri quarti se dispona et faccia come è dicto di sopra; ma non accusando et sappiando chi vi abbia contrafacto, cada in pena caduna volta del quarto quale devria guadagnare, et cadauno possa questi altri accusare et della pena se faccia ut supra — Ambrosius Prior — Marcolinus — Cridata ad scalas palatii et per loca solita civitatis per Matteum de Arezio tubetam, die lunae XXIII febbruarii suprascripti (Ambrogio Priore — Marcolino — Promulgata alle scale del palazzo, e per i luoghi soliti della città da Matteo di Arezzo trombetta, il giorno di lunedì XXIII di febbraio soprascritto.) — Gride dal 1447 al 1450, vol. C., foglio 136, archivio civico.

[245]. Le cose dei Milanesi incominciarono ad andare al peggio. Perciocchè privi di duci, discordi essendo tra di loro i cittadini, giornalmente ripullulavano consigli peggiori dei primi. Non potevano le pubbliche gravezze del popolo convenevolmente governarsi; non potevano i ricchi sostenere i pesi; non poteva alcuno eseguire i comandi: ma come una flotta dispersa dalla procella, qua e là la plebe era portata dalle onde accavallate. Se alcun raggio di speranza splendeva tuttora nei soldati che rimanevano, turbato era dall'ambizione di Carlo Gonzaga, il quale dominio del popolo ingiustamente aspirando, tutte le cose con lungo sospettare intralciava. Per la qual cosa tutto era squallido per il timore e per la disperazione. Inoltre le congiure da alcuni tramate maggiori angustia ai singoli cagionata avevano. Conciossiachè presi furono ed al supplizio condotti molti nobilissimi cittadini. Ma nè pure colla morte loro raddolcire potevansi l'atrocità della sciagura... I buoni inoltre, privati degli uffizi, incapaci a recare giovamento a sè stessi e agli altri, languivano nel silenzio; la plebe poi, situata tra la speranza ed il timore, il peso tollerava, esultando per il nome solo di dominio.

[246]. Vita Franc. Sfortiae, cap. XXXVII; Rer. Ital., tom. XX, col. 1041.

[247]. Macchiavelli, sulla prima Deca di Tit. Liv., libr. I, cap. XVII, pag. 87.

[248]. Nel fabbricar la casa de' signori Delfinoni vicino alla colonna di porta Nuova scavossi nel 1774 un sasso, su cui leggesi: Franciscus Sfortia Vicecomes, dux, et animo invictus et corpore, anno MCCCCL a IIII Calend. Martias hora XX dominio urbis Mediolani potitus. (Francesco Sforza Visconti, duca, invitto d'animo e di corpo, l'anno MCCCCL il giorno IV avanti le calende di marzo all'ora vigesima s'impadronì del dominio di Milano.)

[249]. Questo è il giorno che il Signore ci ha dato; esultiamo e rallegriamoci in esso.

[250]. All'archivio pubblico può esaminarsene da chi lo voglia l'originale.

[251]. Osservando come tutti i solenni ingressi e dei duchi e dei governatori e degli arcivescovi si fecero sempre dalla porta Ticinese, mi sembra probabile che quest'usanza discenda sino dai tempi de' Longobardi, quando Pavia fu la capitale e la città regia; e forse l'arcivescovo, dopo d'essere stato riconosciuto dal sovrano o suo luogotenente in Pavia, di là spiccavasi per la pubblica cerimonia. Quando s'assoggettò la chiesa milanese a Roma, e l'elezione e consacrazione si trasferirono in Roma, tutto cambiossi, fuori che questa avvertenza non s'ebbe di farlo entrare per la porta Romana.

[252]. In quei contorni trovasi una via che oggidì pure conserva il nome de' Piatti.

[253]. I due soli però imminenti alla città furono perfezionati.

[254]. Histoire de François I, roi de France, dit le grand roi et le père des lettres. Par M. Galliard de l'Accadémie des Inscriptions et Belles lettres. — A Paris, chez Saillant et Nyon, tome I, page 105.

[255]. Alloggiarono nel palano altre volte del conte Carmagnola, ora detto il Broletto, in cui si radunano i corpi municipali.

[256]. Rivolto essendosi quindi all'ornato pubblico della città, e con arena e mattoni riparate avendo le strade, volle con somma magnificenza che dai fondamenti si erigesse il castello della porta di Giove, atterrato da prima per popolare tumulto. La corte altresì dei primi duchi, già cadente per vecchiezza, non solo ristabilì, ampliò ed arricchì di ornamenti. Comandò ancora che, scavandosi il terreno, dall'Adda si derivasse per venti miglia un acquedotto, per mezzo del quale i campi vicini fossero irrigati, e al popolo non mancassero le derrate necessarie.

[257]. Decembrius, Vita Franc. Sfortiae, cap. XL; Rer. Ital., tom. XX, colonn. 1046.

[258]. Dalla provincia della Martesana, per cui passa, detta forse anco dal dio Marte.

[259]. Veggasi il Benaglio, Relazione istorica del magistrato, che riferisce il decreto del duca Francesco, che è il seguente: — [260]Franciscus Sfortia Vicecomes, dux Mediolani etc. Papiae Angleriaeque comes ac Cremonae dominus. Cum pro beneplacitis nostris et subditorum nostrorum comoditate fieri debere ordinaverimus Navigium discensarum ex Abdua ad anc inclitam Civitatem nostram Mediolani, deputaverimusque nobilem virum Ruffinum de Prioris, aulicum nostrum praeclarissimum Commissarium, qui cum avisamentis ac partecipatione Bertolae de Novate, dilecti Civis nostri Mediolani, habeat omnia expedire et expediri facere quod ad dicti Navigii perfectionem attineat, eligendum duximus. Indi destina un tesoriere separato per quest'opera, a cui dalla ducal Camera debbasi sforzare illimitatamente qualunque somma. Dat. Mediolani, die primo julii 1457. (Date in Milano, il dì primo di luglio 1457.) Veggasi pure il Settala, Relazione sul navilio della Martesana, ediz. del 1603, pag. 59.

[260]. Francesco Sforza Visconti, duca di Milano, ec., conte di Pavia e di Angera, e signore di Cremona. Siccome per il nostro buon piacere e per il comodo dei nostri sudditi avevamo ordinato che si dovesse fare un naviglio che discendesse dall'Adda fino a quest'inclita città nostra di Milano, ed avevamo deputato il nobile Ruffino dei Priori, nostro illustrissimo commissario di corte, che col consiglio e colla partecipazione di Bertola di Novate, diletto nostro cittadino milanese, debba spedire e fare tutto quello che appartiene alla perfezione del detto naviglio, abbiamo giudicato di dover eleggere, ec.

[261]. Così Paolo Frisi, nel secondo tomo delle sue opere stampato in Milano dal Galeazzi 1783, pag. 465. L'immatura perdita che abbiamo fatto di qust'illustre nostro concittadino, mentre era nel pieno vigore della sua mente, ha privato noi e i posteri di maggiori ammaestramenti ch'egli ci avrebbe lasciati. Cessò di vivere il giorno 22 novembre 1784 per una cancrena procuratagli da un taglio, al quale sconsigliatamente venne sottoposto. Morì colla tranquillità d'un'anima virtuosa, e presentò all'avversa fortuna, come in vita così in morte, una virile costanza. L'uomo e l'autore in lui furono allo stesso livello. Il chiarissimo autore fece erigere a sue spese all'illustre matematico e filosofo Frisi, suo amico, un elegante monumento in marmo carrarese con iscrizione latina, nella chiesa di Sant'Alessandro de' cherici Reg. di San Paolo di questa città; valendosi a questo effetto dell'opera del celebre scultore Franchi. (Nota del Continuatore).

[262]. Tutto ciò più esattamente può leggersi nell'opera del citato Frisi, libro terzo, capo terzo de' canali navigabili.

[263]. Nei registri civici delle lettere ducali del secolo XV, foglio 223, leggesi la concessione fatta dal ducal magistrato il 10 decembre 1471 di una bocca d'acqua del naviglio della Martesana da estraersi vicino al Redefosso, in benificio dell'Ospedal grande e dei consorti Ghiringhelli, Bossi e Rebecchi, essendo commissario del naviglio l'ingegnere Pietro da Faino del Malpaga. Altre concessioni poi si trovano nei libri dell'ufficio Panigarola, registro E, foglio 265. Vedesi accordata di più l'acqua al convento de' frati di Santa Maria degli Angioli, l'anno 1468, per ducal concessione. Il che mostra come sin d'allora entrasse l'acqua del naviglio in Milano. Nell'ufficio degli statuti Panigarola trovasi pure il decreto di Bianca Maria, vedova duchessa e tutrice del duca Gio. Galeazzo, fatto il settembre 1467, che invita ad acquistare dalla ducal camera l'acqua del naviglio della Martesana.

[264]. Simonetta, nella vita di Francesco Sforza, lib. XXXI, Rer. Ital., tom. XXI, col. 778, così dice:[265] Ea autem utebatur ingenii acrimonia, ac gravitate, prudentia, atque consilio, ut nihil neque in urbanis rebus iniret umquam quod minus fuisset diligentissime antea metitus, omnemque prospexisset eventum, et quod decreverat innata, quadam animi magnitudine et incredibili celeritate conficiebat. Mirum dictu est quam abstineret illecebris, humanisque voluptatibus, atque cupiditatibus: et quod rarissimum in aliis invenies, cum neque in rebus adversis, si qua iniquitate fortunae acciderunt, deprimebatur animo, ita ne secundis quidem efferebatur. Quin potius, sicuti in adversis non frangebatur, ita etiam in prospera fortuna modestissimus semper fuit; et alios ab omni contumelia injuriaque continebat. Et ne id quidem mirum, cum omnibus de se praestaret exemplum, qui cum maxime vinceret, ultione non utebatur.

[265]. Era poi dotato di tale penetrazione d'ingegno, di tale gravità, prudenza e avvedutezza, che nulla intraprendeva giammai nelle cose tanto militari, quanto civili, che diligentissimamente, benchè fosse piccola cosa, non avesse da prima considerato, e tutto ne avesse pronosticato l'evento; quelle cose poi che determinato erasi di fare, compieva con una certa innata grandezza d'animo e con incredibile celerità. Mirabile è a dirsi quanto lontano si tenesse dalle seduzioni e dalle umane voluttà e cupidigie, a quello che rarissimo troverassi in altri siccome nelle avversità, se mai alcuna per iniquità di sorte ne incontrava, non perdevasi di spirito, così nè pure nelle prospere punto non insuperbivasi. Che anzi, siccome nelle cose avverse non si avviliva, così ancora nella prospera fortuna fu sempre modestissimo, e gli altri tratteneva da qualunque ingiuria o contumelia. Nè questo in vero è estrano, mentre a tutti egli stesso porgeva l'esempio, e avendo questo grandissima forza, d'uopo non era che facesse uso di gastighi.

[266]. Ma oserei certamente affermare che, dopo Giulio Cesare, nissun uomo troverassi avere avuto l'Italia, che a buon diritto si potesse col solo Francesco Sforza paragonare. Il quale per verità, vinto avendo sempre, nè mai essendo stato vinto, finì i suoi giorni in modo che a tutti non meno lasciò un vivo desiderio, che un retaggio di lagrime.

[267]. Rer. Italic. Script., tom. XXI, col. 779.

[268]. Corio.

[269]. Nella mia raccolta ho alcune monete di Milano che portano il nome d'entrambi.

[270]. Francisci Cicerei Epistolar., vol. II, pag. 174, Mediol. 1782, stampa dell'Imp. Monast. di sant'Ambrogio.

[271]. All'anno 1469.

[272]. All'anno 1473.

[273]. Gli scrittori oltramontani conservano una memoria favorevole del re Mattia I. È da essi risguardato come un principe generoso, guerriero, politico, religioso, amico delle belle arti, uomo colto; ed a lui si attribuisce la biblioteca di Buda, corredata dei migliori libri greci e latini. Il Corio però narra avvenimenti accaduti ai suoi tempi e pubblici.

[274]. Di questo Cola Montano si trova nell'archivio pubblico un contratto ch'ei fece l'anno 1473 il 6 d'agosto, rogato dal notaro Antonio Zunico. Il contratto è con uno stampatore tedesco di Ratisbona chiamato Cristoforo, ed ha per oggetto una società per istampare. Si vede che Cola Montano era figlio di Giacomo, ed abitava sotto la parrocchia di San Rafaello; ma non si dice che fosse bolognese.

[275]. La duchessa Bianca Maria prudentemente gli richiamò.

[276]. Eterna vivrà la fama di sì gloriosa impresa.

[277]. L'anno seguente si ribellarono di nuovo; poi un'altra volta nel 1488 si assoggettarono.

[278].

Mentre bramo salvar la patria e il duce,

Da scaltri traditor son tratto a morte.

Ma celebrar lui debbe immensa lode,

Che, per serbar la fe, sprezzò la vita.

[279]. Rogato dai notai Francesco Bolla e Candido Porro.

[280]. Vedi Apostolo Zeno, Dissertazioni Vossiane, vol. II, art. Bernardino Corio. (Il Continuatore).

[281]. Queste nozze erano già state concertate undici anni prima, cioè nel 1480, mentre la sposa, figlia d'Ercole d'Este, aveva sei anni.

[282]. Risplendenti di toghe purpuree e di scarlatto.

[283]. Coi petti ritagliati al disotto delle mammelle, e col pallio alla maniera gabina, scendendo dall'omero destro al lato sinistro.

[284]. Con moderazione e venustà.

[285]. Il Corio dice: Lodovico Sforza, già inducto da Hercule Estense e da la mugliere, in tutto cominciò aspirare alo intero governo dil Stato; all'anno 1489. Rispetto poi alle rivalità dice, all'anno 1491, Quivi tra Isabella mogliere dil duca e Beatrice, per volere ciascuna de loro prevalere al altra tanto di loco et ornamento quanto in altra cosa, una tanta emulazione e sdegno cominciò tra ambe due, che finalmente, come sarà demostrato nella parte seguente, sono state causa de la totale eversione dil suo imperio.

[286]. Il Corio lo attesta all'anno 1493; il che conferma quanto antecedentemente accennai sullo venuta di Galeazzo Maria dalla Francia a Milano, cioè che vi fossero stazioni regolate pel cambiamento de' cavalli.

[287]. Antonio Grumello, nella cronaca MS. che ritrovasi presso il signor principe Alberigo di Belgioioso d'Este al foglio II, disse: Ritrovandosi il gallico re in la città de Pavia et intexo Jo. Galeaz. Sforzia, ducha di Milano, esser gravemente inferma di una febbre tossichata, vuolse sua maestà vederlo: et prelibato ducha umanamente salutando sua maestà, et re gallico confortandolo a la salute, et che sua maestà mai hera per mancharli. Vedendo Jo. Gz. Sfortia esser al fine di sua vita, ricomandato el suo unigenito figliolo Francesco Sfortia, conte di Pavia, al gallico re, pregando sua maestà lo voglia aceptare per suo figliolo et con humanissime parole fu acceptato da esso re gallico, et non dubitasse che mai hera per mancarli et mantenerlo in stato felicissimo.

[288]. Il prefato Giovanni Galeazzo riconobbe dal popolo milanese il ducato stesso e la contea, il che tornò in grandissimo pregiudizio dell'Impero, e perchè è di consuetudine del sacro romano Impero di non mai investire alcuno di qualche Stato da esso dipendente, se questo egli usurpò col fatto, e da altri lo abbia riconosciuto.

[289]. Il Corio gli dà per extensum all'anno 1494.

[290]. Cambiata, l'anno 1783, per servire al monte di Santa Teresa, recentemente collocatovi. E qui vuolsi notare che gli scudi in bianco marmo rappresentanti i duchi di Milano, che servivano di ornato alla facciata di questa casa, furono preservati dal nostro storico, e collocati in ordine nel primo cortile della sua casa paterna, ivi dicontro. (Il Continuatore).

[291]. La chiesa della Madonna di San Celso è veramente il primo monumento e il più antico di esatta architettura. La facciata dell'arcivescovado e il palazzo dell'arcivescovo si formarono dall'arcivescovo Guido Antonio Arcimboldi. Il claustro di Sant'Ambrogio si fabbricò dal cardinale Ascanio Sforza. Veggasi il Lattuada, Descrizione di Milano, tom. IV, pag. 308. Due altre chiese si fabbricarono in que' tempi, cioè la Rosa e la Passione, meritevoli di essere osservate. Anche la cupola delle Grazie è di quei tempi, e si assomiglia alla prima maniera della casa Marliani.

[292]. Vedi Raccolta milanese stampata presso Antonio Anelli 1756, 2 vol. in 4.º Nel primo volume, dal foglio 2 fino al 22, trovansi parecchi sonetti di messer Gaspare Visconti, con alcune notizie intorno all'autore. (Il Continuatore).

[293]. Di questi broccati pesantissimi se ne veggono tuttora in un vecchio paramento che conservasi presso i Domenicani delle Grazie. La statua di Beatrice d'Este, che è nella Certosa di Pavia, ci mostra la ricchezza e il peso di quei vestiti di allora. L'immagine di Beatrice vedesi pure in un quadro della scuola di Lionardo a Sant'Ambrogio Ad nemus. Ella vi è in ginocchio coi due suoi figli Massimiliano e Francesco, e collo sposo Lodovico il Moro.

[294]. Queste poesie furono da me copiate da un antico codice manoscritto originale dell'autore medesimo, il quale si custodisce fra molti altri manoscritti nella pregievolissima collezione del signor principe Alberico di Belgioioso d'Este. In esso leggonsi più centinaia di sonetti ad imitazione del Petrarca. Leggesi pure una commedia in ottava rima dello stesso Visconti; poesie, a dir vero, di poco valore.

[295]. L'autore Gaspare Visconti mori all'età d'anni 38, il giorno 8 di marzo l'anno 1499. Vedi Argelati, Biblioth. Scriptor. Mediolan., tom. II, parte prima, col. 1604.

[296].

«Sparsi i campi al veder d'armi e d'armati,

Scossa, tremò tua pace, o Lodovico,

Sorgi, a me disse, tutt'intorno suona

Il ferro ostil, e me cacciata in bando:

L'armi dispon chi mi ripose in seggio.

Pei santissimi dritti ora te invoco

Del veneto senato, e me del sommo,

Se il puoi, periglio a liberar t'appresta.

Risposi allor: No, non temere, o Diva,

Lodovico t'adora, e del tuo Nume,

Più ancor di quel di Giove, egli gioisce.

Nè già guerre temer, che ne son queste

Sol le sembianze e i simulati giuochi:

Nè qui armeggiar, se non a pompa, lece.

Or dunque vanne, e abbandonando il cielo,

Orna la terra, o almen, poichè tue veci

Compier questi sol può, se in l'alte sedi

Ami recarti, in terra e in mar difendi

Gli Sforza fidi, in guerra e in pace egregi».

[297]. Tomo II, delle Opere. Milano, presso Galeazzi 1783, pag. 468.

[298]. Tutte queste notizie sono tratte dal vol. I, num. 17 della collezione illustre del signor principe Belgioioso d'Este. Quell'antico MS. contemporaneo dice di quest'ultimo segretario camerale: se faceva per esso secretario uno quaterneto de tutti li salariati, quale se faceva sottoscrivere da l'excelentia del duca, insieme con un rotulo, che se domandava la lista grande de li salariati, in la quale, per via de summario, era descripto tutta la spesa del Stato, la quale se mandava inclusa in una lettera ducale expedita per el dicto secretario alli magistri de le intrate ordinarie et thesaurero, commettendoli che facesseno fare la expeditione de li pagamenti secundo era annotato in esso quaterneto et lista alli tempi debiti et secundo l'ordine de la corte; e così si faceva.

[299]. Il Prato asserisce che le entrate ducali ascendessero, nel 1499, a ducati ossia zecchini settecento ottantamila. Il Corio, all'anno 1492, dice seicentomila. Da un MS. gentilmente mostratomi dal chiarissimo signor presidente conte Carli, le ducali entrate allora erano zecchini 424,472; io mi sono attenuto al Corio, supponendo che il minor calcolo comprenda le sole entrate ordinarie. Paragonata poi l'estensione dello Stato d'allora, le opere grandiose che si intraprendevano, con seicentomila ducati, se ne dedurrà una nuova conferma di quello che in più luoghi ho indicato, cioè sul valore de' metalli nobili maggiore assai in que' tempi che non lo è ai giorni nostri. Un uomo con cent'once d'oro oggidì è meno ricco di quello che lo fosse allora uno che ne possedesse cinquanta.

[300]. Vol. I, Miscellanea, num. 14.

[301]. Oltre il Corio, veggasi Gaillard, Histoire de François Premier. — Edizione seconda di Parigi, presso Saillant et Nyron 1769, tom. I, pag. 137.

[302]. Il tesoriere era allora il presidente della camera, e cotesto Landriano, che adulò il duca, fu il medesimo che nel consiglio ducale lo fece acclamare, ad esclusione del legittimo successore.

[303]. Veggasi la Cronaca di Antonio Grumello pavese. MS. del signor principe di Belgioioso d'Este, foglio 19, tergo, e foglio 20.

[304]. MS. di Antonio Grumello, pavese, presso il signor principe di Belgioioso, fogli 22 tergo.

[305]. Dove oggidì stanno i Teatini.

[306]. Quaranta damiselle milanesi, non già dell'inferiore: così il Prato.

[307]. Giovanni Andrea da Prato è l'autore che io scelgo per guida, or che il Corio cessa di raccontare. Da esso Prato, che conservo manoscritto, ho tratti i minuti avvenimenti che ho creduto di non omettere, poichè mostrano il carattere di quel buon principe.

[308]. Perpetuo edicto et inviolabili decreto... statuimus, ordinamus, et lege perpetuo valitura stabilimus.

(Con perpetuo editto e decreto inviolabile... stabiliamo, ordiniamo e vogliamo, con legge che debba valere in perpetuo.)

[309]. Damus et concedimus per praesentes potestatem seu auctoritatem decreta nostra ducalia confirmandi, et infirmandi, dandi omnes quascumque dispensationes, Statutorum et ordinatorum confirmationes, ec. E rispetto alle concessioni del re medesimo dice: Nisi prius fuerint in dicto senatus nostro praesentatae, interitanae, et verificatae, nullius firmitatis, effectus vel momenti esse poterunt; easque, tam concessas quam concedendas, decerminus per praesentes irritas et inanes.

(Diamo e concediamo, colle presenti, podestà o sia autorità di confermare e di annullare i nostri decreti ducali, di concedere ogni qualunque dispensa, di confermare gli statuti e le ordinazioni, ec...... Se da prima non saranno nel detto senato nostro presentate, interinate e verificate, non potranno essere di alcuna forza, effetto e conseguenza; e colle presenti dichiariamo irrite e nulle, tanto le già concedute, come quelle che potessero concedersi.)

[310]. Proruppe in ira così grande, che sembrava avere perduta tutta la prudenza... E tardi conobbe che, tumultuando il popolo, più vantaggiosa riesce l'umanità e la mansuetudine, che l'arroganza.

[311]. Tres vultus Trivultio. — (Tre volti ha il Trivulzio).

[312]. Egli era al servigio degli Aragonesi in Napoli, mentre essi minacciavano Lodovico Sforza: quando poi Carlo VIII conquistò quel regno, il Trivulzio si pose allo stipendio della Francia, e molta parte ebbe nell'aprire il varco al re nei passi di Fornuovo alla Val di Taro.

[313]. Corio, all'anno 1499.

[314]. Del Corte così scrive il Guicciardini al lib. IV, raccontando il prezzo ch'egli ottenne; ma con tanta infamia, e con tanto odio, eziandio appresso ai Francesi, che, rifiutato da ognuno come di fiera pestifiera, e abominevole il suo commercio, e schernito per tutte dove arrivava con obbrobriose parole, tormentato dalla vergogna e dalla coscienza, potentissimo e certissimo flagello di chi fa male, passò non molto poi per dolore all'altra vita.

[315]. Tom. II, pag. 22.

[316]. Quod ad Rempublicam attinet, jam licet omnibus intueri quod in magno omnia ancipiti, seu potius praecipiti pendent. Sfortianos constat sexdecim milium peditum delectum ex Elvetiis fecisse, milla cataphractos ex Germania Burgandiaque contraxisse, tormenta aenea, machinas, pilas, pulveresque coemisse, atque comunis opinio est quod medio januario superatis Alpibus Gallos invadent, atque eos pellere aut profligare conabuntur. E contra comes Lignyaci, cujus in ire bellica auctoritas suprema est (licet proregie nomen Jo. Jacobo Trivultio datum sit) omnes cataphractos apud Comum cogit.... E continua a spiegare le disposizioni per la difesa che facevasi dai Francesi; cuius exitum utinam Mediolanenses (quae foret insolita eorum prudentia) expectarent! At plurimi sunt, maxime ex Gibellina factione, qui, more impatientes, jamjam civitatem scindere, amicos, affinesque unire, armaque capere non dubitant, quod dicant memoratum Trivultium statuisse capita ipsius Gibellinae factionis perdere, alios obsides in Galliam mittendo, alios proscribendo, alios in custodiis habendo; dicentes propterea se, armatos, vim vi repellere velle, hujusmodique armis non in regis perniciem aut damnum, sed tuitionem et salutem, si expediat, se usuros jactantes. Huic quasi seditioni fomentum non exiguum praestant memoratus Lignyaci comes et Lucionensis episcopus, Senatus Cancellarius et justitiae, ut ajunt, caput; qui ambo, ut sunt Trivultii aemuli, aegre ferunt quod apud eum remaneat illud nudum proregis nomen; sperantque hac ratione Regem coactum iri ut Trivultium deponat, cum intelliget, eo etiam solam sceptri imaginem retinente, seditionem extingui minime posse: iique ambo, quasi fatentes eam esse pravam et subdolam Trivultii mentem in Gibellinos, quam ipsi verentur, nec affirmantes longe alienam esse regis voluntatem, qui nullo discrimine omnes Gibellinos Guelfosque habet, non reprehendunt, sed quadam taciturnitate probant, Gibellinosque armari, ac stipari, seditionem in dies magis et magis augeri; quum et Trivultius et omnes fere Guelfi partes ejus secuti, non minus quam Gibellini, se muniant clientibus et armis, et vim nedum repellere, sed etiam inferre parent. Prosiegue antivedendo i mali, che ne nacquero in fatti, e conclude la lettera così: tunc, inquam, cognosceremus quanto subjectir populis salubrius sit contendendibus de imperio principibus, spectatores, quam auxiliatores esse.

(Per quello che spetta alla repubblica, si può ora da tutti riconoscere, che tutte le cose pendono in uno stato dubbioso o piuttosto precipitoso. Egli è certo che gli sforzeschi hanno arruolato sedicimila fanti tra gli Svizzeri raccolti, mille cavalli, grave armatura dalla Germania e dalla Borgogna, comperati cannoni di bronzo, macchine, palle polvere, e la comune opinione è che alla metà di gennaio, superate avendo le Alpi, assaliranno i Francesi, e si studieranno di cacciarli o di sconfiggerli. All'opposto il conte di Ligny, che ha il supremo comando nelle cose militari (benchè il nome di vice-re sia dato a Giovan Giacomo Trivulzio), tutti i suoi cavalli di pesante armatura riunisce presso Como...... Il di cui esito volesse il cielo che i Milanesi (il che sarebbe una prudenza in essi insolita), aspettassero! Ma moltissimi sono, massime della fazione ghibellina, che, impazienti di ritardo, non dubitano già a quest'ora di dividere la città, di riunire i loro amici e congiunti, e di pigliare le armi, perchè dicono che il memorato Trivulzio abbia stabilito di rovinare i capi della stessa fazione ghibellina, mandandone altri ostaggi in Francia, altri proscrivendo, altri ritenendo nelle prigioni; soggiungendo per questo che essi, armati, respingere vogliono la forza colla forza, e vantandosi che di queste armi si serviranno non già a discapito o danno del re, ma qualora occorra alla loro difesa e salvezza. A questa specie di sedizione prestano non piccolo fomento il già nominato conte di Ligny ed il vescovo di Luçon, cancelliere del senato, e capo, come dicono, della giustizia, i quali, essendo l'uno e l'altro emuli del Trivulzio, mal soffrono che presso di esso rimanga quel nome nudo di vicerè, e sperono che per questa ragione il re sarebbe forzato a deporre il Trivulzio, qualora venisse a sapere che, ritenendo la sola immagine dello scettro, la sedizione non potrebbe estinguersi, ad essi, quasi confessando ambidue essere quella intenzione trista e subdola del Trivulzio contra i Ghibellini, la cosa che essi temono, nè asserendo molto lontana da quello la volontà del re, che tutti i Ghibellini e i Guelfi riguarda senza alcuna differenza; non riprendono, ma anzi con un certo silenzio quelle mosse approvano, e che i Ghibellini si armino e si rafforzino, e che la sedizione giornalmente a maggior grado si accresca; mentre anche il Trivulzio e tutti quasi i Guelfi seguaci del di lui partito, non meno che i Ghibellini, si muniscono di partigiani e di armi, e non solo si preparano a respignere la forza, ma anche ad adoperarla....... Allora dissi, conosceremmo quanto più salutare sia ai popoli suggetti l'essere spettatori che non ausiliari dei principi che dell'imperio contendono).

[317]. Vinto certamente dall'efficacia dell'argomento, prestò la mano; tuttavia, mentre mi congedò, conobbi che egli era quasi sdegnato; giacchè come tu sai, i principi quello che essi vogliono, sogliono volerlo di troppo, e ben sovente pongono mente piuttosto a quello che giova, che non a quello che conviene.

[318]. Così nella lettera 28 febbraio 1500, a Giovannangelo Selvatico.

[319]. Fra questi deve esser pure compreso l'illustre Guicciardini, lib. IV.

[320]. Veggasi lettera 30 aprile 1500 a Girolamo Varadeo.

[321]. Sè stesso non cessava di rimproverare, e di accusare la propria pusillanimità, nè ben sapeva a quale consiglio si appigliasse.

[322]. L'infelice Lodovico, che non aveva potuto cangiare i lineamenti del viso, nè l'aspetto della maestà che sempre ebbe nel volto, nè la sua figura principesca, benchè le vesti mutate avesse, conosciuto fu e preso.

[323]. Fatta all'istante un'irruzione.

[324]. Gli presentò sei vestiti, due di stoffa d'oro, due d'argento, due di seta con altrettanti giubboni, e paia sei calze di scarlatto, e dodici camisce di renso, con scarpe e berrette similmente d'oro. Queste minuzie, riferite dal Prato, danno idea del vestire di quei tempi, e fors'anco della cura maggiore che si aveva per l'apparenza, che per la mondezza, non frequentemente allora cambiandosi le vesti che immediatamente ci toccano.

[325]. Espugnata avendo Alessandria, distrutto l'esercito, caccia il duca Lodovico Sforza, e tornato presso Novara, lo sconfigge e lo fa prigioniero.

[326]. Avendo io fatte molte ricerche, anni sono, sulle regalie alienate dai sovrani di questo Stato, o donate ai sudditi, ho osservato che al tempo del duca Filippo Maria si cominciò a staccarle, ed ho trovate cinque vendite e quattordici donazioni. Quel principe, non avendo eredi, cominciò a largheggiare. Poi, sotto Francesco I, fu il più gran colpo di distacco, contandosi sedici vendite, e ben quarantaquattro donazioni di regalie. Anche sotto Francesco s'introdusse il patto di abdicare in alcune vendite di regalie, la ragione fiscale di ricuperarle al prezzo medesimo. Le donazioni non furono mai tante poi, quanto sotto Francesco, che doveva rendere accetta la signoria, che mancava in lui di legittima ragione; ma sotto Lodovico il Moro in vece grandiose furono le vendite, delle quali ne ho contate settantaquattro. Tutto il secolo XVI fu più moderato. Non è da maravigliarsi che il duca Filippo Maria, ultimo di sua casa, donasse largamente regalie annesse alla sovranità o destinate a sostenerla. Oltre quelle che, pel terminare delle famiglie, nel corso di tre secoli saranno rientrate nel ducale patrimonio, ne rimanevano tuttora in mano di privati quattordici, dieci anni sono. Nè vi è pure da maravigliarsi se dieci anni fa rimanessero ben quarantaquattro donazioni di regalie fatte da Francesco Sforza, che voleva appoggiare la sua donazione alla benevolenza ed al consenso de' popoli.

[327]. In porta Romana nella contrada della Ruga Bella.

[328]. Questo palazzo era dove ora trovasi la casa del marchese Litta in porta Vercellina.

[329]. Nella cinta del muro intorno alla chiesa di San Dionigi vi si pose una lapida con queste parole: Lodovicus, Galliarum rex et Mediolani dux, parta de Venetis victoria, hic equum ascendit, ut in urbe triumpharet. (Lodovico, re di Francia e duca di Milano, ottenuta avendo la vittoria su i Veneti, qui montò a cavallo onde nella città trionfasse.)

[330]. Murat. Annali d'Italia, A. 1509. — Du-Mont, Corp. Diplomatique.

[331]. Lib. IX.

[332]. Guicciard., lib. X.

[333]. Lib. X.

[334]. Lib. X.

[335]. Leggasi l'Apologia che ne ha fatta l'abate Francesco Murocchi nella tragedia intitolata: L'Avogadro.

[336]. Lettera del Cavalier Bayard a Lorenzo Aleman, suo zio, stampata in fine della tragedia del signor Belloy citata.

[337].

SIMULACRO DI GASTONE DI FOIX
CONDOTTIERO DEGLI ESERCITI FRANCESI
CADUTO NELLA BATTAGLIA DI RAVENNA NELL'ANNO
MDXII
ESSENDO NELLA RESTAURAZIONE DELLA CHIESA DI S. MARTA
DISTRUTTA LA DI LUI TOMBA
LE VERGINI DI QUESTO MONASTERO
ALLA IMMORTALITÀ DI SÌ GRANDE CAPITANO,
IN QUESTO LUOGO LO FECERO COLLOCARE
NELL'ANNO MDLXXIV.

[338]. Mathieu Skeiner, cardinal de Sion, le boute-feu de la Sainte Ligue, lui qui joua dans toutes ces guerres le véritable rôle de l'Alecto de Virgile; ce Prêtre sanguinaire eut la lâcheté de faire exhumer le Héros de la France, sous pretexte de l'absurde excommunication lancée contre les ennemis du pape. Les François et beaucoup d'Italiens, souhaitoient alors à Jules II et au cardinal Skeiner autant de droitur, de justice, d'honneur et de bonté, qu'en avoit eu le Prince, dont ils osoient ainsi damner l'ame et outrages les cendres. Belloy.

[339]. Et vous assure que de cent ans le royaum de France ne recouvrera la perte qu'il a faite.

[340]. Veggasi Guicciardini, lib. 4. — Muratori, Annali, all'anno 1512. — Istoria del dominio temporale della Chiesa sopra Parma e Piacenza, ediz. rom. pag. 122. — Du Mont, Code Diplomat., T. IV, P. I, pag. 137 e 173. — Angeli, Ist. di Parma, lib. V. — Alberti, Descriz. d'Ital., pag. 369.

[341]. Siccome può vedersi nel tomo II, Cap. XIII.

[342]. Lib. XI.

[343]. Gaillard, Vie de François Premier, roi de France, tomo I, pag. 140.

[344]. Guicciard., lib. XI.

[345]. Guicciard., lib. XI.

[346]. Prato.

[347]. Misero il paese il cui re è un fanciullo!

[348]. Beatissimo Padre. — Manifesta ed abbastanza nota è presso la Santità Vostra la smoderata ed eccessiva ambizione di dominare in lungo e in largo, e la cupidigia di usurpare indebitamente l'altrui del re de' Francesi, cosicchè non solo sembra aspirare con tutti i suoi desiderii al principato milanese, ma anche al soggiogamento di tutta l'Italia; (e conclude alfine) per la qual cosa io sono forzato di ricorrere alla Beatitudine Vostra, per cosa che caderà ad evidente vantaggio di tutta l'Italia, e a me provvederà in una così grande pubblica calamità; supplicando altresì affinchè, provvedendo alle premesse cose, la Beatitudine Vostra, coll'autorità apostolica della quale è investita, di moto proprio, per certa scienza e per pienezza della podestà anche assoluta, si degni di accordare licenza, podestà ed autorità di imporre in tutta la giurisdizione del ducato di Milano le predette aggiunte di trenta soldi per ogni staio di sale, ec.

[349]. Miscellanea MS., vol. I, num. 9.

[350]. Miscellan. vol. I, num. 3.

[351]. Il contratto di questa vendita, fatto il giorno 11 luglio 1515, trovasi nell'Archivio Civico, e si scorge che il reddito del Naviglio grande si considerò di non più che annue lire 1200.

[352]. Vedi Prato.

[353]. Ibid.

[354]. Miscellan., vol. I, num. 12.

[355]. MS. Miscellanea, tom. I, num. 12.

[356]. Lib. XI.

[357]. Prato.

[358]. Lo stesso Prato.

[359]. Havuto nova Maximiliano Sforza ducha di Milano, ed il cardinale elveticho del preparato exercito gallico et del preparato esercito veneto (dopo morto Lodovico XII) per la impresa de lo imperio Mediolanense; facto suo consulto de resistere a tanto impeto unito contra esso imperio, il cardinale, per levar ogni suspecto qual haveva a lo epischopo laudense Sforzescho, qual gubernava lo imperio Mediolanense, fece prendere esso epischopo et condurlo prigione nel castello di porta Giobia, dove subito posto alla tortura li fu dato squassi quattordici di corda et altro non poteno havere da esso epischopo. M. S. Belgioioso, fol. 79, tergo, e 80.

[360]. Gaillard, Vie de François Premier, tom. I, pag. 214.

[361]. Idem, ibidem, pag. 224.

[362]. Prato.

[363]. Prato.

[364]. Guicciard., lib. XII.

[365]. Guicciard., lib. XII.

[366]. Lib. XII.

[367]. Veggasi Gaillard, tom. I, alle pag. 270, 274.

[368]. Lib. I, f. 6. L'ingenuità di questa Cronaca appare dalla semplicità e barbarie medesima colla quale è scritta. L'autore era un merciaio, che, avendo bottega in Milano, si compiaceva di registrare gli avvenimenti del suo tempo. Corre manoscritta questa Cronaca di Gian Marco Burigozzo, e comprende gli avvenimenti nel 1500 al 1544. E curiosa la maniera colla quale termina: come vedrete nella Cronica de mio filiolo, imperciocchè per la morte che mi è sopragiunta non posso più scrivere. Queste parole verosimilmente vennero aggiunte dal figlio, il quale o non compose poscia la continuazione della Cronaca, ovvero se la compose ella non è giunta a mia notizia; di questa Cronaca mi accadrà più volle in séguito di servirmene.

[369]. Hyeronimo Morono dette zanze al gallico re d'andar in la citate de Brixio senatore, secondo la mente dil re, et stato alquanti giorni in la città Mediolanense, fa significato ad esso Morono dovesse pigliar il cammino de la Gallia transalpina ed andar al suo offitio, dove esso Morono, charichato sei cariaggi de le sue tutte bone robe, pigliò il cammino di lo Apenino. Gionto appresso allo Apenino pigliò il cammino de le montagne de Genovese et poi di Modena, et in quella fece dimora per alquanti anni, et il gallico re fu piantato dal Morono. Cronaca di Antonio Crumello, pavese. MS. Belgioioso, fogl. 83, tergo.

[370]. Veggasi Giovio, lib. VI, Storia. — Gaillard, Storia di Francesco I re di Francia, tom. I, cap. III. — Veggasi Prato.

[371]. Il re cristianissimo, volgendo nell'animo la fedeltà e la integrità che i cittadini milanesi mostrarono verso sua maestà, e i danni intollerabili che essi sopportarono, liberamente dona e concede alla predetta città la somma di diecimila ducati di rendita annua e perpetua, esigibili per mano del ricevitore della città dai gabellieri delle mercatanzie, la quale somma sia convertita soltanto ad utilità della città predetta, e non altrimenti.

[372]. Così nel libro di Carlo Pagano, stampato in Milano da Agostino Vimercato l'anno 1520, pag. 6.

[373]. Vedi Pagano suddetto.

[374]. Osservando e non osservando il diritto comune.

[375]. Essendo quell'uffizio cagione a tutti di terrore.

[376]. Arte del buono e del retto, e scienza del giusto e dell'ingiusto.

[377]. Questo accadde per disposizione data il giorno primo di luglio del 1518, come scorgesi alla pag. 30 della relazione MS. che l'erudito ed esatto abate Lualdi, prefetto dell'Archivio della città, ha presentata l'anno 1784 al Consiglio Generale.

[378]. Prato. — Burigozzo, lib. I, foglio 9 e 10.

[379]. Une très-belle et honeste dame que le roy aimoit, et faisoit son mary cocu, di lei dice Brantome nel discorso sopra il maresciallo di Lautrec.

[380]. Vedi Gaillard, tom. I, pag. 352.

[381]. Così Gaillard, tom. I, pag. 360.

[382]. Gaillard, tom. I, pag. 361.

[383]. CHI MAI NON RIPOSÒ, QUI RIPOSA. TACI.

[384]. Tom. II, pag. 202.

[385]. È da vedersi Apostolo Zeno, nelle sue dissertazioni Vossiane, tomo II, sul merito della storia del Corio, da molti a torto disprezzata. Così pure Justi Vicecomitis pro Bernardino Corio Dissertatio. Giusto Visconte è il finto nome del P. Mazzucchelli C. R. Somasco, il cui elogio trovasi nel Giornale de' Letterati di Italia.

Nota del Trascrittore

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