NOTE:

[1]. Gaillard, tom. II, pag. 217.

[2]. Lib. XIV.

[3]. Cronaca di Antonio Grumello, cittadino pavese. MS. Belgioioso.

[4]. Nec parvi momenti apud Leonem Carolumque ea ratio fuit, quod Sfortiarum nomen in magna gratia esse apud omnes fere populares Mediolanensis ditionis constabat, quorum studium ad bellum conficiendum magno usui fore non dubitabatur. Quibus rebus proponendis et commemorandis Hieronymus Moronus civis Mediolanensis, vir magni consilii et auctoritatis, per litteras et nuncios principes italicos ad bellum pro Francisco Sfortia, cujus erat valde studiosus, suscipiendum e Tridento cohortabatur: Mediolanenses vero ut a rege Gallorum, cui Moronus erat infensus, deficerent, cunctis rationibus sollicitabat. — Johannis Genesii Sepulvedae Cordubensis Opera cum edita tum inedita, accurante Regia Historiae Academia. — Matriti, ex Typographia Regia, anno 1780.Vol. I, pag. 124 et 125.

(Nè di poco vigore fu presso Leone e Carlo quella ragione, che il nome degli Sforza si sapeva essere in gran favore presso tutto quasi il popolo della giurisdizione milanese, del quale non dubitavasi che l'attaccamento sarebbe il grande aiuto per la guerra che fare dovevasi. E a proporre e rammemorare queste cose contribuiva Girolamo Morone, cittadino milanese, uomo di alto consiglio e di grande autorità, il quale con lettere e con avvisi da Trento esortava i principi italiani ad intraprendere la guerra per Francesco Sforza, al quale era molto attaccato. I Milanesi poi con tutti gli argomenti esortava il Morone a staccarsi dal re dei Francesi, al quale egli era avverso. — Opere di Giovanni Genesio Sepulveda, di Cordova, tanto edite, quanto inedite, pubblicate per cura della Regia Accademia di Storia. — Madrid, dalla Regia Tipografia, 1780.)

[5]. Gaillard, tomo II, pag. 209.

[6]. Così dice Gaillard, tomo II, pag. 209. Il Guicciardini dice più di centocinquanta fanti, lib. XIV. Mi attengo al francese, perchè l'esatta relazione sarà stata data anzi al re, che al governatore di Reggio.

[7]. Lib. XIV.

[8]. Guicciard., lib. XIV.

[9]. Cronaca di Antonio Grumello. MS. Belgioioso, foglio 102, tergo.

[10]. Descrizione di Milano, tomo IV, pag. 444.

[11]. Guicciard., lib. XIV.

[12]. Guicciard. — Gaillard. — Sepulveda. — Cronaca Grumello, foglio 106, tergo.

[13]. Guicciard., lib. XIV.

[14]. Gaill., tomo II, pag. 234.

[15]. Cronaca Grumello, f. 103.

[16]. Grumello, fogl. 104.

[17]. Tomo 2, pag. 217.

[18]. Anche Francesco Sforza, che seguitato era da seimila tedeschi, giunse a Milano con singolare rallegramento della città, (e ne adduce il motivo) perchè era uomo della cui cortesia, temperanza e giustizia, grande era l'opinione nel popolo.

[19]. Così il Guicciard., lib. XIV.

[20]. Grumello, Cod. MS. Belgioioso, fogl. 112.

[21]. Vedi Gaillard, tomo II.

[22]. Avendo adunque comandato lo Sforza a tutto il popolo di pigliare le armi, menò fuori seimila armati e così pure quattrocento cavalli, e con questi fermossi alla Bicocca, sulla strada che conduce a Monza.

[23]. Sepulveda, pag. 131.

[24]. Grumello, Cr. MS. Belgioioso, fogl. 115.

[25]. Guicciard., lib. XIV.

[26]. Gaillard.

[27]. Le date le attesta Burigozzo.

[28]. Lib. XII. — Gaillard lo nomina Andrea de Ferrara, tomo II, pag. 286.

[29]. Veggasi il MS. del senatore Visconti nella Collezione Belgioioso d'Este, pag. 181 e 195. Nella Collezione medesima, MS. Miscellanea, tom. I, num. 21, si legge il contratto per la somministrazione del sale fatto fra il duca e Domenico Saule, genovese. Ogni anno s'introducevano circa staia 330 mila sale, metà rosso e metà bianco, di Tortosa a soldi 20 lo staio posto alle gabelle. Col ducato a lire 5 potrà il Sauli estrarre 6000 some metà frumento e metà riso fatto, e ciò gratis. Pagherà il Sauli al duca per onoranza annue lire 25 mila; le tratte però non siano libere, se non sinchè il frumento non passi nel prezzo lire 5. 10. Se il Saulo da Venezia farà consegnare st. 150 mila sale di Cipro, sarà tenuto in computo di quelle di Genova, e similmente pagato.

[30]. E far possa tutto ciò che sarà d'equità e di giustizia.

[31]. Brantome, Vie de François Premier, dice che Saint-Blançay en paya la menestre per après, car il fut pendu a Montfaucon.

[32]. Brantome, Hommes illustres.

[33]. Essendo i custodi in parte consunti da malattia, in parte sfiniti per tedio della lunghezza e per inopia dei cibi.

[34]. Pag. 139.

[35]. Vie de l'amiral Bonnivet.

[36]. Veggansi Guicciard., lib. XV. — Burigozzo. — Sepulveda. — Gaillard, tomo III.

[37]. Guicciard., lib. XV. Gaill., tom. III.

[38]. Lib. XV.

[39]. Gaillard, tom. III, pag. 102.

[40]. Burigozzo.

[41]. Guicciard., lib. XV.

[42]. Gaillard, tom. III, pag. 113.

[43]. Sebbene Gaillard, tom. III, pag. 117, dica seguita la morte di Prospero Colonna il 30 dicembre, io credo al Burigozzo, che vivea allora in Milano, e la dice seguita il 28.

[44]. Guicciard., lib. XV.

[45]. Gaillard, tom. III, p. 136. — Guicciard., lib. XV.

[46]. In questa ritirata morì in un fatto d'armi fra Gattinara e Romagnano il cavaliere Bayard, illustre per la magnanimità, per la fede e per il valor suo. Di esso molto parlano le storie di quei tempi.

[47]. Burigozzo.

[48]. MS. Belgioioso, fogl. 129.

[49]. Sfortia ipse cum Mediolanensium non contemnenda manu. Expugnatoque ponte quo Ticinus ad Abbiagrassum committitur (nam et hic gallico praesidio tenebatur), oppidum ipsum magno impetu oppugnare aggreditur, captumque, deleto praesidio, militibus diripiendum permisit, atque ea victoria laetus, Mediolanum cum praeda magna quidem, sed Mediolanensibus perniciosa revertitur; pestis enim, quae Abbiagrassum afflixerat, Mediolanum ex contagione tam vehementer invasit, ut supra quinquaginte hominum millia ex hac urbe, grassante morbo, absumerentur. — Sepul., pag. 149.

(Lo Sforza medesimo con uno numero non ispregievole di milanesi. Ed espugnato il ponte che trovasi sul Ticino presso Abbiategrasso (perciocchè anche questo tenuto era da presidio francese), quel borgo stesso con grande impeto si accigne ad assalire, e preso avendolo e distrutto il presidio, ai soldati ne concedette il saccheggio; e lieto di quella vittoria, torna a Milano con grande preda bensì, ma ai milanesi perniciosa; perciocchè la peste, che Abbiategrasso aveva afflitto, invase Milano con un contagio di tale veemenza, che più di cinquantamila uomini di questa città, imperversando quel morbo, perirono.)

[50]. Che più di cinquantamila uomini nella città perirono, oltre innumerabili altri che mancarono nei villaggi.

[51]. Lib. IV, pag. 175.

[52]. Milan n'étoit plus cette ville florssante, qui suffisoit autrefois à sa defense, et dont les bourgeois étoient autant de soldats. Les ravages qui y avoient été faits par la peste l'avoient changée en un vaste désert. Gaill., tom. III, pag. 184.

[53]. Ce fut luy seul qui conseilla au roy de passer les monts, et suivre monsieur de Bourbon, ayant lassé Marseille, non tant pour le bien et service de son maître, que pour aller revoir une grande dame de Milan, et des plus belles, qu'il avoit faite pour maitresse quelques années devant, et en avoit tirè plasir, et en vouloit retaster. J'ay ouy dire ce conte à une grande dame de ce tems-la, et mesme qu'il avoit fuit cors au roy de cette dame (qu'on dit que s'appelloit LA SIGNORA CLERICE, pour lors estimée des plus belles de l'Italie), et luy en avoit, fait venir l'envie de la voir, et coucher avec elle: et voilà la principale cause de ce passage du roy, qui n'est à tous connue. Ainsi, la moitiè, du Monde ne sçait comment l'autre vit; car, nous cuidons la chose d'une façon, qui est de l'autre. Ainsi, Dieu qui scait tout, se mocque bien de nous.

[54]. Veggasi l'opera di Francesco Tegio, fisico e cavaliere, stampata in Pavia per Giovanni Andrea Magri, 1655, intitolata: Pavia assediata da Francesco I Valois, re di Francia.

[55]. Le date sono del Burigozzo: del rimanente vedi Gaillard, tom. III, pag. 184.

[56]. Vix dum erant Caesariani Mediolano per portam quae Romana dicitur, ordine servato, ne profectio similis fugae videretur, digressi, cum per Ticinensem et Vercellensem Galli succedebant; nec tamen rex ipse Mediolanum est ingressus, sed, imposito praesidio, quod arcem simul obsideret, paucis diebus ante novembris kalendas exercitum, oppugnandi gratia, Papiam inducit. Sepulveda, pag. 153 e 154.

(Appena erano usciti i Cesariani da Milano per la porta che si nomina Romana, mantenendo buon ordine, affinchè l'andata loro simile non sembrasse ad una fuga, che per la porta Ticinese e Vercellina sottentrarono i Francesi; nè tuttavia il re stesso entrò in Milano, ma postovi presidio, che al tempo stesso assediare dovesse il castello, pochi giorni avanti le calende di novembre l'esercito, affine di combattere, condusse a Pavia.)

[57]. Tegio.

[58]. Pag. 153.

[59]. La Cronaca di Martino Verri dice che nello stesso giorno in cui il re passò il Tesino dalla parte d'Abbiategrasso, gl'imperiali lo passarono alla Stella sul Pavese.

[60]. Lib. XV.

[61]. Secondo Gaillard il duca di Ferrara somministrò polvere pel valore di ventimila fiorini d'oro, e cinquantamila ne somministrò effettivi. La Cronaca del Grumello dice che vennero sotto la scorta del Bonneval trasportate cento some di polvere da Ferrara al campo del re. Il Sepulveda dice: Alfonsus Æstensis, Ferrariae dux, ad Papiae commodiorem expugnationem petenti regi amicitiae gratia ex maxima scilicet copia submittebat. Alfonsus enim tormentis fabricandis oblectabatur, atque ejus artificii scientissimus erat. (Alfonso d'Este duca di Ferrara, alfine di espugnare più comodamente Pavia, al re, che ne lo richiedeva, in virtù dell'amicizia, in grandissima quantità (polvere da cannone) somministrava. Perciocchè Alfonso dilettavasi di fabbricare cannoni, e in quel genere di artifizi era sapientissimo.)

[62]. Tegio.

[63]. Tegio; e il Sepulveda dice: Ter milites irrumpere jussi, conatique, ter a Caesarianis, magno accepto detrimento repulsi. (Tre volte i soldati ricevettero l'ordine di assalire, e fecero i loro sforzi; tre volte dai Cesariani furono con grande perdita respinti.)

[64]. Tegio.

[65]. Hoc oppidum Antonius Leiva custodiendum susceperat, ibidem Germunorum qui agmen nostrum subsequebantur ad quinque millibus, Hispanisque circiter quingentis et quadringentis equitibus retentis. Ita cum hum quoque Caesariani pleraque tormenta et plurimum bellici apparatus contulissent, recepta Papia, bellum confectum fore rex sibi persuadebat. Sepulveda.

(Questa città aveva preso a difendere Antonio Leiva, ritenuti avendo colà circa cinquemila dei Tedeschi, che l'esercito nostro seguivano, e circa cinquecento Spagnuoli e quattrocento cavalli. Così avendo anche colà i Cesariani trascinati molti cannoni e grandissimo apparato di guerra, il re persuadevasi che, ottenendo egli Pavia, la guerra sarebbe finita.)

[66]. Gaillard, tom. III, pag. 204.

[67]. Germanos qui erant in Papiae praesidio, quamvis obsidionis initio oppidanorum sumtibus alerentur, stipendium tamen efflagitare, urbem, nisi sibi satisfiat, hostibus sese tradituros minitantes. Sepulveda, pag. 156.

(I Tedeschi che erano nel presidio di Pavia, sebbene al cominciare dell'assedio fossero nutriti a spese dei cittadini, lo stipendio tuttavia con istanza chiedevano, minacciando di cedere la città ai nemici, se non accordavasi la loro domanda.)

[68]. Accepta excusatione, parvâque pecuniâ, aequo animo ad bellum confectum stipendii solutionem expectarunt, praesertim post ipsorum praefecti mortem, qui per eos dies ardentissima febri correptus, nec sini veneni suspicione interiit: Sic enim increbuit Antonium hac ratione voluisse sine tumultu ancipiti moto mederi, eo scilicet sublato de medio, qui seditionis auctor fuisse putabatur. Sepulveda, pag. 158. Il Bugatti nella Storia Universale, libro VI, con indifferenza uguale, dice: Havendogli rimediato la subita morte del loro colonnello, tolto di mezzo destramente, per essere il primo in sospetto di tradigione.

(Ammessa avendo la scusa e ricevuto un poco di danaro, di buon animo accordansi ad attendere il pagamento dello stipendio alla fine della guerra, massime dopo la morte del loro prefetto, il quale in que' giorni, assalito da ardentissima febbre, morì non senza sospetto di veleno; perciocchè così la voce si sparse che Antonio avesse voluto in quel modo rimediare a un doppio male senza tumulto, cioè togliendo di mezzo quello che autore della sedizione riputavasi.)

[69]. Perciò mi maraviglio grandemente che il chiarissimo conte Pietro Verri nella sua recentissima Storia milanese, abbia insegnato, non essere quei monumenti di alcun giovamento a tessere la storia di quelle età: il che veramente tanto strano mi sembra, che costretto sono a confessare di non sapere quello che il chiarissimo autore intenda sotto il nome di Istoria.

[70]. Lettere di messer Bernardo Tasso. Venezia, presso Lorenzini da Turino, 1561, pag. 4.

[71]. Lib. XV.

[72]. Lib. XV.

[73]. Per vessarli da prima col timore e coll'agitazione; quindi, dopo che essi si sarebbero colla consuetudine spogliati di quel vano timore, offenderli con maggiore sicurezza, allorchè fosse sembrato opportuno assalire i nemici con vera battaglia.

[74]. Sepulveda, pag. 166.

[75]. In Pavia mancava la polvere. Perciò i cesarei staccarono sessanta cavalieri spagnuoli, ciascuno dei quali portava all'arcione un sacchetto di polvere. Questi, incamminatisi verso Pavia, caduti in mezzo ai francesi, dieder loro a credere d'esser del signor Gian Giacomo Medici; al che venne prestata fede, e così portarono quel soccorso a Pavia. Le truppe del Medici servivano la Francia, come presentemente farebbero lo truppe leggeri di ussari, croati, ulani, calmucchi, cosacchi; e, poco avvezze alla militare disciplina, erano sconosciute all'esercito, col quale guerreggiavano colle scorrerie, anzi che colla riunione in un solo corpo d'armata. Il Medici, ferito d'archibugiata in una coscia il 20 febbraio, mentre cercava di rappresagliare alcuni pavesi, fu trasportato a Parma per essere medicato, e così evitò fortunatamente il destino della battaglia 24 febbraio (Cronaca di Martino Verri, e Tegio).

[76]. Brantome, Hommes illustres, art. Bonnivet.

[77]. Stor. Univ., lib. VI, pag. 778.

[78]. Brantome, Hommes illustres, art. La Palice.

[79]. Sepulveda, pag. 168.

[80]. Tegio, pag. 64.

[81]. Stor. Univ., lib. VI, pag. 779.

[82]. Bugati (lib. VI, pag. cit.) dice che il d'Alençon, giunto di lungo in Francia, convinto di malvagio animo contro il suo re, gli fu poi tagliata la testa. Il che è dimostrato falso dai Maurini: Art de vérifier les dates, pag. 573, i quali scrivono che nel tempo della prigionia del re Francesco I il conte d'Alençon, Carlo Borbone, avo di Enrico IV, fu capo del Consiglio di Reggenza nella Francia.

[83]. Brantome e Sepulveda.

[84]. Tegio.

[85]. Fogl. 143, tergo.

[86]. All'anno 1525.

[87]. Lib. VI, pag. 779.

[88]. Non soffrì che gli si facesse pubblicamente, secondo il costume, alcuna congratulazione, nè egli si abbandonò all'allegrezza, ma la gioia moderatamente sostenne colla sua gravità.

[89]. Sepulveda, pag. 171.

[90]. Grumello, fogl. 142 e 143.

[91]. Ann. d'Ital., tom. XIV, pag. 212.

[92]. Grumello, fogl. 143, tergo.

[93]. Pag. 174 e 210.

[94]. Per cagione dell'ingiuria della figlia negletta, la quale essendo stata promessa a Carlo, non ancora giunta a legittima e matura età, egli realmente non trascurò, ma per giuste cagioni pospose ad Isabella, figliuola di Emanuele re di Portogallo.

[95]. Che non ricusi di dare alcuna fede, alcun giuramento, alcun numero di ostaggi, purchè in libertà possa ricuperarsi; perciocchè facilmente potrà impetrare l'assoluzione del giuramento del pontefice massimo, capo della congiura, il quale ultroneamente egli stesso quell'assoluzione concederà.

[96]. Pag. 173.

[97]. Guicciard., lib. XVI, fogl. 473, tergo.

[98]. Pag. 177. Sibi esse in animo, si qua ratione iniri possit, Italiam a crudeli dominata et intolerabili avaritia Barbarorum in libertatem asserere; de quorum in Italos anime, fideique eorum in se opinione, si non aliunde Marchio didicisset, lamen domestico, suoque exemplo potuisse nuper edoceri, cum de transvehendo in Hispaniam Gallorum Rege tam diligenter fuisset a Carolo Caesare celatus, propter suspectam ipsius, ut caeterorum Italorum, fidem. Qua Barbarorum suspicione Itali, si qua ratio dignitatis haberetur, satis sui officii admoneri possent; nam cui dubium esse suspicionem illum ex timore barbarorum ortam, ne Itali resipiscant aliquando, et vires suas orbi reliquo, adsit modo concordia, non tolerandus agnoscant, et memores veteris majorum glorias, unanimes ad arma concurrant, et Italiam, ab ipsis Barbaris servitute oppressam, vindicent in libertatem?

(Avere in animo, se in qualche modo far si potesse, di liberar l'Italia dalla crudele dominazione ed intollerabile avarizia de' Barbari; del cui animo contro gl'Italiani e della opinione che quelli avevano della loro fede, se il marchese non ne fosse altronde ammaestrato, avrebbe potuto con domestico ed anzi suo proprio esempio recentemente istruirsi, quando fu così diligentemente tenuto al buio da Carlo cesare intorno al trasportare in Ispagna il re di Francia, a motivo della sospettata fede di lui e degli altri italiani. Dalla qual sospezione de' Barbari gl'Italiani, se alcun riguardo di dignità si avesse, sarebbero abbastanza avvertiti del dover loro, imperocchè a chi poteva esser dubbio nascere quella sospezione dal timore concepito dai Barbari che gli Italiani non faccian senno una volta e conoscano essere le proprie forze, perchè siavi fra loro concordia, irresistibili al resto del mondo e memori dell'antica gloria dei maggiori, corrano unanimi all'armi, e rivendichino in libertà l'Italia, oppressa dal servaggio degli stessi Barbari?)

[99]. Praemium suae virtutis, consensu Italiae, regnum Neapolitanum accepturus: (Che ricevuto avrebbe, col consentimento dell'Italia, in premio del suo valore il regno napoletano): Sepulveda, pag. 178. Notisi che il Pescara era italiano bensì, ma la casa d'Avalos, originaria di Catalogna, era spagnuola, stabilita in Napoli dagli avi suoi sotto Alfonso I, avanti la metà del secolo XV.

[100]. Lib. XVI. pag. 447.

[101]. Gaillard, Vie de François I, tom. III, pag. 317.

[102]. Il pontefice, con alcuni argomenti fallaci, ma dedotti da una specie di diritto, si sforza di persuadere al marchese, che piamente e santamente poteva da esso commettersi quella sceleratezza.

[103]. Sepulveda, pag. 181.

[104]. Guicciardini, lib. XVI, pag. 476, tergo.

[105]. Grumello.

[106]. La risposta di Cesare a Catilina, che lo invita ad associarsi a lui, è nobilissima: Je ne peux le trahir, n'exige rien de plus. — Catilina, de M. de Voltaire, acte II, sc. 3.

[107]. Sepulveda, pag. 181.

[108]. Intentatis tormentis, conjuratorum consilia plenius et apertius indicata. (Adoperati i tormenti, conosciuti più ampiamente e chiaramente i disegni de' congiurati). Sepulveda, pag. 182.

[109]. Guicciard., lib. XVI, pag. 473. — Gaillard, tom. II, pag. 299.

[110]. Il duca Francesco II in un suo editto si doleva nel seguente modo delle proprie sciagure: Franciscus Secundus Sfortia Vicecomes, Dux Mediolani, etc. Posteaquam Divina Clementia, et sacratissimi Caroli Caesaris auxilium ad avitum paternumque Mediolanense restituti fuimus Imperium, tanta nos temporum calamitas et bellorum vis undique afflixit, ut difficile hactenus dijudicare possimus plus ne felicitatis in adipiscendo Statu, an eo jam adepto miseriae simus assecuti. Nam post Status recuperationem singulis annis renovato ab hostibus nostris bello, et quidem semper graviori atque acerbiori, perturbati adeo et vexati sumus, ut de nostra ac subditorum salute saepe numero fuerit pene desperatum; et ne ullum nobis respirandi tempus reliqueretur, accessit pestis post hominum memoriam saevissima, etc. (Francesco II Sforza Visconti, duca di Milano, ec. Poichè per divina clemenza e per l'aiuto del sacratissimo Carlo cesare fummo ristabiliti nell'avito e paterno milanese dominio, tanto ci afflisse da tutte le parti la calamità dei tempi e l'impeto delle guerre, che difficilmente finora possiamo giudicare, se maggiore felicità conseguita abbiamo nell'acquistare lo Stato, o maggior miseria dopo l'acquisto ottenuto. Perciocchè, dopo di avere recuperato lo Stato, rinnovata essendo ogni anno dai nemici nostri la guerra, e sempre ancora più grave e più acerba, per tal modo fummo turbati e molestati, che più volte si perdette quasi la speranza della salute nostra e di quella dei sudditi; ed affinchè alcun momento di respiro non ci fosse conceduto, si aggiunse una peste la più crudele che mai a memoria di uomini si provasse, ec.) Passa indi a dire che, dovendo egli sborsare all'imperatore Carlo V la tassa per l'investitura del ducato, quindi impone che ogni feudatario o possidente fondi donati dal sovrano paghi il frutto di sei mesi del suo feudo o podere (MS. Belgioioso, Miscellanea, vol. I, num. 4). Dalla carta poi num. 6 dello stesso codice vedesi che impose anche un testone, ossia un zecchino per focolare, et le subventione quale intendemo ne facciano tutte le persone ecclesiastiche del dominio nostro, eccettuati li reverendissimi cardinali.

[111]. Sepulveda, pag. 183.

[112]. Grumello e Burigozzo.

[113]. Annali, l'anno 1526, pag. 213.

[114]. Annali al 1526, pag. 215.

[115]. Du Mont, Code diplomatique.

[116]. Sepulveda, pag. 191.

[117]. Grumello e Burigozzo.

[118]. Lib. VI.

[119]. Pag. 86.

[120]. Nella qual cosa, affinchè, forse trattenuto dalla religione, troppo timidamente non si conducesse, egli da quel giuramento, se alcuno per avventura dato ne aveva a Carlo per assicurare la sua fede, coll'autorità apostolica lo scioglieva; e quindi non altrimente che se la cosa fosse intatta, non dato alcun giuramento nè alcuna fede, con fermezza stabilisse intorno agli affari suoi. Molte cose aggiunse inoltre in questa sentenza, non meno al diritto delle genti che al divino contraria, co' suoi mandati per lettere, tutti raccogliendo gli argomenti coi quali sembrava potersi indurre a trascurare il diritto delle genti ed a mancare di fede.

[121]. Che neppure il re francese ottenesse alcun dominio su gli Italiani, ma contento fosse degli annui tributi dei cinquantamila ducati d'oro, che pagati ad esso sarebbono dal duca di Milano, e di altri settanta che pagati sarebbono dal re napoletano, da eleggersi coi suffragi degli Italiani.

[122]. Sepulveda, pag. 188.

[123]. E mandò altra lettera più equitativa e più moderata, che in pochissime parole racchiudeva un eguale sentimento, ma tolte di mezzo in parte le calunnie.

[124]. Pag. 193.

[125]. Guicciardini, lib. XVII, pag. 18.

[126]. Dopo la vittoria di Pavia il Borbone erasi recato a Madrid. L'imperatore voleva alloggiarlo con distinzione, e chiese al marchese di Villena il suo palazzo per l'alloggio di quel principe. Il marchese rispose: Non posso ricusar cosa veruna alla Maestà Vostra: unicamente la supplico di concedermi, che, sloggiato che egli ne sia, io l'abbruci, come luogo infetto di perfidia e indegno d'essere abitato da uomini d'onore. Gli Spagnuoli generalmente così giudicavano del contestabile duca di Borbone.

[127]. Guicciardini, lib. XVII, pag. 18, 19 e 20.

[128]. Guicciardini, luogo citato.

[129]. Sepulveda, pag. 201.

[130]. Sepulveda, pag. 215.

[131]. Borbonius, posteaquam nec a militibus ut ab incepto itinere ac proposito desisterent impetrare, nec eos, ut erat, stipendio non suppetente, praecarius imperator, coercere posset, non putavit nec ad suum officium et dignitatem, nec ad Caroli Caesaris rationes interesse ut ipse quoque ab exercitu discederet, ne si tanta multitudo sine imperio ferretur, obvia quaequae devastans atque diripiens, in omnem injuriam et maleficium intolerantius irrueret, et pontificiae ditionis populis, contra inducias factas et Caroli Caesaris voluntatem, longe gravius noceretur. Sepulveda, pag. 215.

(Il Borbone, poichè non potè impetrare dai soldati che dall'intrapreso viaggio e dal disegno proposto desistessero, nè credette di poterli costringere, essendo egli precario comandante, mentre non correano le paghe, nè giudicando che fosse convenevole al suo ufficio e alla sua dignità, anzi importante per i diritti di Carlo Cesare, che egli ancora dall'esercito non si partisse, affinchè una truppa così numerosa, rimasta senza comando, non si portasse a devastare i luoghi che incontrava, o facesse qua e là irruzione in modo più intollerabile, rubando con ogni sorta d'ingiustizie e di malvagità, e si nuocesse così assai più gravemente, malgrado la tregua stabilita e la volontà di Carlo Cesare, ai popoli della giurisdizione pontificia, ec.)

Ritrovandosi il Borbone di pessimo animo per non haver da dar paga allo exercito di Cexare, corno più et più fiate li avea promisso, hebe deliberato di levar suo exercito de la Romandiola et pigliar il camino di la città di Florencia, pensando di aver danari da essa Repubblica. Grumello, fogl. 163.

[132]. Continuatore della Stor. Eccl. del Fleury, tom. XIX, lib. 131, § 10, pag. 211.

[133]. Memorie storiche di Monza e sua corte, del canonico Antonio Francesco Frisi, tom. I, cap. XVII, pag. 198, e tomo II, docum. 254, pag. 230.

[134]. Vedendo il duca di Borbono non essere alchuno rimedio di aver danari da essa città, per dar paga allo exercito cexareo, affamato et quasi perso, hebbe facta deliberatione di pigliar il cammina di Roma. Così Grumello, al luogo citato.

[135]. Fogl. 163 tergo.

[136]. Cronaca MS di Martino Verri.

[137]. Pag. 263. e segg. — Sono esse le seguenti: «Franciscus Rex Gallorum Carolo Romanorum imperatori designato Hispanorumque regi, salutem.

Renuntiatum mihi est a legatis quos ad te de pace misi, le, conditiones aequissimas aspernantem, excusationem attulisse, quod ego istine violata fide profugerim; quamobrem ut meae famae consulam, quae falsis a te obtrectationibus et calumniis graviter impetitur, hanc ad te provocandi causa epistolam mittere constitui. Nam licet nemo cui sint custodes impositi, data fide teneatur, qua ratione id meum factum vel sola purgari posset; tamen meae famae consultum esse cupiens, cuius magnam semper habui habeboque dum vita supererit rationem, ut hominum de me opinioni satisfaciam, sic tecum agere decrevi. Si me fidem datam violasse jactasti, vel jactas, aut contempta fama quidquam fecisse quod virum nobilem, bonae famae studiosum non deceat, te turpiter mentiri dico, et quoties dixeris mentiturum. Quoniam igitur falso meam famam laedere conatus es, nihil amplius mihi scribas, sed locum certamini idoneum, tutumque deligito; ego arma utrique deferam. Ac ne a quid posthac temere in meam contumeliam voce vel scripto jactes, Deum hominesque testor per me non stare quominus inter nos controversia singulari certaminus dirimatur. Vale. Lutetiae, quinto kal, aprilis, Anno MDXXVIII».

«Carolus Romanorum imperator designatus, Germaniae Hispaniarumque Rex, Francisco Gallorum Regi S. D.

Epistolam tuam, cui dies erat adscriptus ad quintum kal. aprilis, mihi reddidit Gienna, caduceator tuus, sexto, idus junii, longo scilicet intervallo, ad quam eadem fere quae eidem caduceatori dixeram, rescribam. Quod legatis et caduceatoribus quos ad me de pace misisti, quaedam ad tuam contumeliam pernitentia me tibi, purgandi causa, jactasse scribis, ego nec caduceatorum tuum quemquam vidi praeter cum, qui Burgos ad me venit ut tuis verbis bellum nobis indiceret, nec erat cur me tibi, quem nunquam per injuriam offenderam, purgarem; te autem si nihil aliud, tua certe ipsius culpa accusat et condemnat. Quod autem fidem quam mihi dederas me requiere dicis, est, ut ais: requiro enim illam quam mihi Madritii foedere dedisti, te in meam potestatem, ut meum capitivum, justo bello captum, rediturum nisi, liberatus, pacta conditionesque foedere acceptas perfecisses, ut scriptura publica tuaque manus testimonio est. Me vero jactasse te contra fidem datam ex custodia profugisse commentitium est; non ego in hoc tuam perfidiam esse dico, sed in eo quod foedus non servas, et jusjurandum fallis, in quo nulla est necessitatis execusatio: quam enim quisque fidem hosti dederit, temporibus adductus, hanc ut praestet jus gentium esse constat, et proborum hominum consuetudinem, qua sublata, tollitur ratio bella semel confiata sine summa hominum pernicie dissolvendi. Quod vero si te dico aut dixero fidem datam violasse aut contemta fama quidquam fecisse quod virum nobilem et bonae famae studiosum non deceat, me turpiter mentiri, et quoties dixero mentiturum, ego, quam sis coeteris in rebus quae ad me non pertinent boni nominis studiosus et officii cultor, non laboro: illud citra mendacium affirmo, quod fidem quam mihi Madritii tum publice, palamque, tum privatim separatimque dedisti, fallas, quod pacta foederaque et jusjurandum violes, te nec boni viri, nec generosi munere fungi; hoc si tu verum esse negabis, scriptura publica tuaque manu redarguente, non ego tuam illiberatem, vixque gregario milite dignam orationem imitatus, te turpiter mentiri dicam, quamquam hoc, me tacente, res ipsa loquitur, tuumque tibi factum, plurimum ab oratione discrepans, aperte dicit: profiteor autem me, ut caeterorum Christianorum sanguini parcatur, tecum de veritate armis viritim disceptaturum et controversias diremturum, ad quod dumtaxat te, qui cum meus captivus sis, pugnare cum altero praeter meam voluntatem communibus legibus prohiberis, idoneum reddo. Quod me amplius ad te scribere vetas, sed aequum tutumque pugnae locum praebere, teque dicis arma utrique deportaturum; patiaris oportet haes ad te scribi, tuaque malefacta, dum res postulat, memorari. De loco certaminis conditionem accipio, daboque operam, quantum erit in me, ut loco injuria omnesque absint insidiae. Erit autem idoneus locus, ut jam nunc nobis condicatur, in confinio regnorum nostrorum ad parvum sinum qui est inter Fonterabiam et Andajam, qua parte, et qua ratione inter nos convenerit, et ad parem conditionem tutamque ab insidiis rationem pertinere visum fuerit; quem locum nihil est quod recuses, cum ibidem et tu dimissus fueris, et filios foederis obsides tradideri; quo ex utraque parte viros nobiles et rei militaris peritos mittere licebit, quorum judicio omnia quae ad parem pugnandi conditionem pertinebunt, et utrius sit arma utrique deligendi, quod ego potius meum esse dico quam tuum, et dies pugnae et caetera quae ad negotium conficiendum faciant, constituantur. Tuum igitur erit ad haec primo quoquo tempore respondere; quod si ultra quadragesimum quam tibi haec epistola reddita fuerit distuleris, jam omnes intelligent per te stare quominus singulari praelio decernatur. Vale. Ex Montisone, pridie nonarum julii, Ann. Christi nati MDXXVIII».

(Francesco, re de' Francesi, a Carlo destinato imperatore dei Romani e re di Spagna, salute.

Dai legati che a te ho spedito intorno alla pace, mi è stato riferito che tu, sprezzando le più eque condizioni, hai addotto la scusa che io di costà, violando la fede, sia fuggito; per la qual cosa, geloso di provvedere alla mia fama, gravemente da te attaccata con falsi rimproveri e calunnie, ho stabilito di mandarti questa lettera provocatoria. Perciocchè, sebbene alcuno al quale sono date guardie per custodirlo, non sia tenuto alla data fede, per la quale ragione, anche sola, quello che da me fu fatto potrebbe purgarsi da qualunque taccia, tuttavia, bramando di meglio provvedere alla mia fama, della quale ebbi sempre ed avrò, finchè vita mi rimanga, grandissima cura, ho stabilito di agire teco in questo modo, affinchè all'opinione pubblica intorno alla mia persona soddisfaccia. Se tu ti vantasti, oppure ti vanti ch'io violata abbia la fede data, o che, sprezzatore della fama, alcuna cosa io abbia fatto che non degna sia di uomo nobile e della buona fama curante, dico che turpemente tu menti, e mentirai qualunque volta tu lo dicessi. Poichè adunque falsamente la mia fama ti sei sforzato di offendere, più non iscrivermi alcuna cosa, ma scegli un luogo al certame idoneo e sicuro; io porterò le armi per ambidue. E affine che più in avvenire di alcuna cosa non ti vanti temerariamente a mia contumelia, in voce nè in iscritto, chiamo in testimonio Dio e gli uomini, che da me non dipende che la controversia tra noi diffinita non venga con singolare certame. Sta sano, Parigi, il quinto giorno delie calende di aprile dell'anno MDXXVIII.

Carlo, imperatore dei Romani designato, re della Germania e Spagne, a Francesco, re de' Francesi, salute.

La lettera tua, colla data del quinto giorno delle calende di aprile, recommi Gienna, araldo tuo, il dì sesto degl'Idi di giugno, dopo cioè un lungo intervallo, alla quale le stesse cose a un dipresso risponderò che già dette aveva allo stesso araldo. Quanto a quello che tu ora scrivi, che cogli ambasciatori e cogli araldi che a me mandasti intorno alla pace, io mi sia vantato di alcune cose che tornavano a tua contumelia affine di scusarmi, io nè mai vidi alcun tuo araldo, fuorchè quello che venne da me in Burgos, affinchè colle parole a noi la guerra intimasse, nè ragione vi aveva che io mi scusassi con te, che mai ingiustamente offeso non aveva: quanto a te, se pure niun'altra cosa, certamente la tua stessa colpa ti accusa e ti condanna. Quanto poi alla fede che data mi avevi, e che tu dici che io ora reclamo, la cosa è come tu dici; perciocchè reclamo quella fede che a me con un trattato desti in Madrid, che tu esistente in mio potere, come mio prigione, pigliato in giusta guerra, saresti tornato, qualora, fatto libero, non avessi adempiuto i patti e le condizioni in quel trattato accettate, come lo attestano la scrittura pubblica e la soscrizione fatta di tua mano. Che io poi mi sia vantato che tu fossi dal carcere fuggito contro la data fede, ella è una pretta impostura: non dico io già che in questo consista la tua perfidia, ma bensì in quello soltanto che il trattato non mantieni, ed il giuramento hai violato; nel che addurre non si può alcuna scusa per titolo di necessità: conciossiachè quella fede che chiunque data avesse ad un nemico dalla necessità de' tempi indotto, questa certamente egli dee prestare per diritto delle genti e per la consuetudine degli uomini probi, tolta la quale si toglie ancora la ragione di troncare le guerre una volta insorte, senza grandissima strage degli uomini. In quanto poi a quello che tu dici, che io villanamente mentisca, qualora io dica o pure dirò che tu hai violata la fede data, o che, sprezzando la fama, hai fatta cosa indegna di uomo nobile e della buona fama sollecito, e che tante volte mentirò, quante volte il dirò; io non mi curo punto che tu sii in tutte le altre cose che a me non appartengono, studioso del buon nome e adempitore del dovere; quello bensì senza alcuna menzogna affermo, che tu manchi alla fede che mi desti in Madrid, tanto in pubblico ed in palese, quanto privatamente ed in separato colloquio; che tu violi i patti e i trattati e il giuramento, ed in questo non ti mostri nè uomo onesto nè generoso: se tu negherai che questo sia vero, la scrittura pubblica e la tua mano deponendo contra di te, non imiterò già io la tua maniera di parlare illiberale e degna appena di un fantaccino, dicendo che tu menti turpemente, sebbene questo, anche in mezzo al mio silenzio, viene annunziato dalla cosa medesima, ed il tuo fatto, troppo dissonante dal tuo parlare, apertamente lo dichiara; professo tuttavia la massima che io, affinchè si risparmi il sangue degli altri cristiani, teco verrò su la verità delle cose a discutere colle armi, e a definire le controversie; al che solamente, essendo tu mio prigioniero, e quindi dalle leggi comuni impedito dal pugnare con alcuno senza mio volere, ti rendo e ti dichiaro idoneo. Siccome poi mi vieti di scriverti più oltre, ma m'inviti ad assegnare un luogo convenevole e sicuro alla pugna, e dici che tu le armi per l'uno e per l'altro porterai, è d'uopo che tu soffra che queste cose ti si scrivano e si rammemorino, mentre la cosa stessa il richiede, le tue azioni sconvenevoli. Io accetto la condizione relativa al luogo del duello, che, per quanto da me potrà dipendere, procurerò che riparato sia da qualunque offesa, e che lontane sieno tutte le insidie. Sarà poi idoneo il luogo, a ciò che da noi venga fin d'ora stabilito, sul confine dei regni nostri, in quel piccolo seno che è situato tra Fontarabia e Andaia, da quella parte e in quel modo che tra noi si converrà, e che sembrerà appartenere all'eguaglianza delle condizioni e alla sicurezza delle insidie. Il qual luogo tu non puoi in alcun conto ricusare, giacchè colà tu fosti lasciato libero, e i figliuoli dèsti in ostaggi del trattato: in quel luogo dall'una e dall'altra parte sarà lecito il mandare uomini nobili e periti delle cose militari, al di cui giudizio si rimetteranno tutte le cose appartenenti alla parità delle condizioni nella pugna, e da essi saranno scelte le armi per ciascuno, il che a me piuttosto che a te si apparterrebbe, e stabiliti saranno il giorno della pugna e le altre cose tutte che servire possono alla conclusione di questo affare. A te dunque tocca il rispondere quanto prima a queste domande; che se ritarderai oltre il quarantesimo giorno dopo che questa lettera ti sarà rimessa, intenderanno tutti da te solo dipendere che in singolare certame non si definisca la controversia. Sta sano. Da Montisone il giorno avanti le none di luglio dell'anno della natività di Cristo MDXXVIII.)

Il re Francesco non volle accettare la lettera, dichiarando che nessuna risposta avrebbe ricevuta, se non conteneva le uniche parole del luogo e del tempo pel duello.

[138]. Sepulveda, pag. 281.

[139]. Lib. XVIII, pag. 70 e 71, e Cronaca MS. del Burigozzo.

[140]. Grumello, fogl. 181.

[141]. Guicciardini, lib. XIX, pag. 85, e seg.

[142]. Guicciardini, lib. XIX, pag. 97.

[143]. Fogl. 159, all'anno 1526.

[144]. Pag. 286.

[145]. Per dare un'idea del merito di Girolamo Morone trascriverò alcuni squarci delle lettore di lui, che tuttora ai conservano manoscritte. Nel 1507 il Morone vegliava su quanto facevasi in Costanza, acciocchè gli Svizzeri non ascoltassero le proposizioni dell'imperatore Massimiliano, ma perseverassero nella fede col re di Francia, duca di Milano. Su di ciò scrisse al gran maestro, Carlo d'Amboise, luogotenente e governatore: «Fuit conventus Constantiensis acriter perturbatus ambigua subdolaque Helvetiorum responsione, nullamque eorum rationem habendam censuit: dissimulandum tamen judicavit, ne eo magis Regi jungantur, quo se ab Imperio neglectos perspiciant. Sed jam dissimulatio ipsa dissimulari amplius non potest, innotuitque omnibus Helvetiis nullam Caesarem in eis fidem reponere, nec stipendia eis daturum, et quando Caesaris legati capitaneos, vexilliferos, peditasque Helvetiorum conscribunt, risum jam omnibus parant. Nec tacent pueri, illos descriptos quidem esse, stipendiatos minime, igitur quod Helvetios attinet, res in tuto est; habebimus eos, si voluerimus, supra spem numerosiores et fideliores. At inter principes legatosque Germaniae eo usque deventum est, ut promiserint Caesari subministrare stipendia semestria octo millium equitum et viginti quinque millium peditum in Italicam expeditionem traducendorum, quam in mensem februarii differendam censuerunt, ut interea pecuniae, arma, et caetera ad bellum necessaria parari possint. A principibus illis quos noris, certior factus sum opera sua dilationem interpositam fuisse, quod eam putent rebus regiis valde profuturam: pollicitique sunt se curaturos, quod milites nec eodem tempore convenient, nec de bello gerendo concordabunt, sed alius alium longo intervallo sequetur, contrariisque sententiis inter se dissidebunt, et potius ad servandam formam, quam ad bellum Regi inferendum progredientur; laudantque ut in claustris Italis praesidia ponantur, cum non dubitent Caesaris exercitum, si aliquantisper in montanis oris arceatur, brevi dilapsurum. Haec illi; sed isthaec ex eorum parte incerta sunt, ex nostra autem sine Venetis haud fieri possunt. Quare repeto quod Rex Venetos adsciscat oportet. Vale. Turregi, IV Idus augusti MDVII».

(Fu il concilio di Costanza gravemente turbato dalla risposta ambigua e maliziosa degli Svizzeri, e fu d'avviso che non se ne dovesse tenere alcun conto: giudicò tuttavia che fosse d'uopo di simulare, affinchè al re tanto più non si unissero, quanto più si vedessero dall'imperio negletti. Ma già non è più possibile il dissimulare la stessa dissimulazione; e a tutti gli Svizzeri noto si rendette, che niuna fede cesare in essi ripone, nè è disposto ad accordare ad essi stipendi; ed allorchè i legati di cesare scrivono i nomi dei capitani, de' vessilliferi e dei fanti elvetici, muovono a tutti il riso. Nè tacciono i fanciulli medesimi, che quelli sono bensì coscritti, ma non stipendiati. Per quello adunque che appartiene agli Elvezi, la cosa è al sicuro; gli avremo se pure li vorremo, oltre ogni speranza, numerosi e fedeli. Ma tra i principi e legati della Germania si è venuto fino a questo punto, che a cesare promisero di fornire i semestrali stipendi di ottomila cavalli e venticinquemila fanti che passare potessero nella spedizione italica, la quale furono d'avviso di differire sino al mese di febbraio, affinchè intanto preparare si potessero i danari, le armi e tutte le altre cose necessarie alla guerra. Da quei principi che tu conosci, sono stato informato che per opera loro è stata interposta la dilazione, perchè la reputano agl'interessi del re assai vantaggiosa, ed hanno promesso altresì di procurare che i soldati nè allo stesso tempo si riuniranno, nè andranno d'accordo sul modo di fare la guerra, ma gli uni seguiranno gli altri con lungo intervallo, e con opposti pareri verranno tra di loro a discordia, e si avanzeranno piuttosto per una certa formalità che per muovere la guerra al re. Lodano pure e approvano che nelle gole dell'Italia si pongano presidii, non dubitando essi che l'esercito di Cesare, qualora respinto venga, anche debolmente, nelle gole de' monti, in breve si scioglierà. Queste cose dicono essi, ma queste dalla parte loro sono incerte, e dalla nostra poi non possono farsi senza i Veneti. Laonde ripeto che il re dee far di tutto per attaccarsi i Veneti. Sii sano. Zurigo, il quarto giorno delle idi di agosto, MDVII.)

Il Moroni era affezionato al re Lodovico XII, dal quale senza ch'ei vi pensasse era stato collocato nella importante carica di avvocato fiscale. Era stato discepolo di Giorgio Merula. Descrivendo egli in una sua lettera a Giacomo Antiquario, del 1.º novembre 1499, la sua sorpresa nel vedersi fatto avvocato fiscale, prosiegue così: «Quare si quid huius muneris assumptione peccatum est, vides non consulte, nec mea voluntate, nisi coacta, factum, et potius fatorum necessitati, quam ambitioni, aut culpae tribuendum est. At quaeso videamus quid sit hac in re non probabile; an illud ipsum quod Gallis inserviam? Quasi non oporteat ut omnes illis serviamus, aut quasi caeteri cives, etiam primates, munia etiam majora ab eisdem non ambiverint, et Sfortianam memoriam non abjecerint etiam ii de quibus Sfortiani meritissimi sunt, et qui summis magistratibus et honoribus, auspiciis eorum, functi sunt. An vero forte ipsa officii vis, et fiscalia jura tuendi necessitas, suapte natura odiosa, te commovit? Sed age; nosti mores meos ad obsequendum pronos; nosti illam quam in me admirari soles vim, maledicta de me refellendi, consilia et gesta mea justificandi. Dabo operam ut plurimum prosim, nemini obsim, et si cui nocendi necessitas fuerit, minus laedam, quam alius quilibet fecisset, haeque ratione efficiam, ut ille, quasi modeste et necessario damnificatus, beneficium abs me propterea accepisse putet. Quod si vereris ne a forensi exercitatione repente nimis discesserim, scito magnam esse hujus muneris cum illo similitudinem, majoremque exposci ab advocato Fisci quam ab aliis proptitudinem et rerum copiam, quod plerumque de subitis et insuetis casibus extempore sibi disserendum est, et quo magis excelso ipse loco eminet, auditoresque sunt illustriores, eo magis ornate facundoque colloquio declamare orareque eum oportet; ob id, vel invitus, cogor longa majorem operem rhetoricae studiis navare, quam si inforo cum Bartolis et Baldis permansissem. At non videris rebus Gallieis diuturnitatem polliceri, durumque mihi fore auguraris, cum magistratus fastum gustavero, privatam vitam agere, et quasi ad forensem formulam redire. Ædepol! Non licet mihi pronosticari, neque Italica libertas quando vindicari possit divinare; veruntamen Venetorum, Helvetiorum foedera, quae Regis arbitrio pendere accepi, multum mihi ad longinquitatem facere videntur; nec, si vera loqui fas est, conjectura in praesentiarum assequi licet, quibus Galli viribus aut quando Italia pelli possint. Sed sit breve, quantum lubet illorum imperium; talem me ostendam in magistratu virum, tantum in communi prodero, tantumque Gallis ipsis dominis fidem praestabo, quod successor, quicumque fuerit, et bene de me concipiet, et obsequia mea non aspernabitur. Ubi vero aut temporum qualitas, aut dominantis mores me a republica amoveant, non erit mihi grave, praestantissimorum virorum imitatione, quibus idem contigit, ad honestum me otium convertere, et ad prima studia redire; domesticoque tuo et parentis mei exemplo utar, qui cum ritus et instituta Sfortianorum, in quibus educati estis, jamque obdurnistis, exuere et commutare nequeatis, laudatissimam tamen et jucundissimam vitam in otio ducitis, tantasque praecedentia dignitatis reliquias retinetis, ut pauci sint qui praesenti gloriae vestrae non aemulentur etc.»

(Per la qual cosa, se l'assumere questa carica si è in alcun modo peccato, tu ben vedi che non è a bella posta nè per mia volontà, se non forzata, che questo si è fatto, e piuttosto attribuire dovrebbesi ad una fatale necessità, che ad ambizione o a colpa manifesta. Ma vediamo di grazia qualcosa v'abbia in questo che approvare non si debba; forse quello stesso titolo che io servo ai francesi? Come se necessario non fosse che tutti ad essi servissimo, e come se tutti gli altri cittadini, anche primari, maggiori cariche ancora da essi non avessero ambite, e la memoria degli Sforza postergata non avessero anche coloro dei quali gli Sforza sono sommamente benemeriti, e che sotto i loro auspici hanno esercitate altissime magistrature e goduti sommi onori! Forse che la stessa gravità dell'ufficio e la necessità di difendere i fiscali diritti, odiosa di sua natura, ti commuove? Ma via: tu conosci i miei costumi inclinati all'ossequio; tu conosci quella forza che in me stesso suoli ammirare, di respignere le censure che contra di me si lanciano, di giustificare i miei consigli, le mie azioni. Io mi studierò di fare che molto giovamento io possa arrecare, non nuocere ad alcuno; e se pure sarò costretto a nuocere, meno il farò di quello che qualunque altro fatto avrebbe, ed in questo modo operando, farò sì che quello, siccome danneggiato con moderazione e per la sola necessità, credasi di avere da me ricevuto beneficio. Che se tu temi che troppo repentinamente io mi sia allontanato dall'esercizio forense, sappi che con quello la nuova mia carica ha grandissima simiglianza, e che maggiore prontezza ed erudizione si richiede dall'avvocato del fisco, che non dagli altri, perchè ben sovente trattare egli dee estemporaneamente di casi subitanei ed impensati, e quanto più eccelso è il luogo in cui egli splende, quanto più illustri sono gli uditori, tanto più è d'uopo che egli declami e perori con facondo ed ornato sermone; per questo, anche a mio malgrado, forzato sono ad attendere maggiormente agli studii della rettorica, che se nel foro rimasto io mi fossi coi Bartoli e coi Baldi. Ma tu non sembri promettere una lunga durata al regime dei Galli, e mi predichi che grave mi riuscirà, dopo di avere gustato il fasto della magistratura, menare una vita privata, e quasi tornare alle formule forensi. Per verità a me non è lecito il pronosticare, nè l'indovinare quando mai possa rivendicarsi la libertà italica: tuttavia i trattati coi Veneti e cogli Svizzeri, che ho udito pendere interamente dall'arbitrio del re, mi sembrano molto contribuire alla diuturnità; nè, se è lecito dire il vero, si può al presente conoscere per congettura, da quali forze i Francesi, o in qual tempo dall'Italia possano essere cacciati. Ma sia quanto si vuole breve il loro dominio, tale io mi dimostrerò nella magistratura, tanto in generale io gioverò, tanta fedeltà serberò agli stessi padroni francesi, che il successore, qualunque egli fosse, buona idea di me concepirà, nè sprezzerà i miei ossequi. Qualora poi, o la qualità dei tempi, o i costumi del dominante, me dalla gestione della cosa pubblica allontanassero, grave non mi riuscirà, ad esempio de' chiarissimi uomini ai quali toccò una sorte uguale, il passare ad un onesto ozio, il tornare ai primi miei studi; e mi gioverò del familiare tuo esempio e di quello del padre mio, i quali lasciare non potendo nè cangiare i riti e le istituzioni degli Sforza, nei quali siete stati educati e già indurati, tuttavia una vita onorevolissima e giocondissima nell'ozio conducete, e sì grandi reliquie ritenete della precedente dignità, che pochi sono i quali non portino invidia alla vostra gloria presente, ec.)

In una lettera che il Morone scrisse il 17 dicembre del 1499 a Girolamo Varadeo, si vede con quanta chiarezza e verità conoscesse gli affari pubblici, e prevedesse l'esito infelice, che ebbero poi i tentativi immaturi di Lodovico il Moro per discacciare Lodovico XII dal milanese: «Equidem in bonam partem accepi quod ad me scripsisti, ne tanta rerum Gallicarum fiducia ducar, quod Sfortianos contemnam, de quibus feliciora eventa sperari ais; neque enim pro tua in me benevolentia quodpiam mihi suaderes quod e re mea fore non existimares, nec pro tua prudentia vanis rumoribus aut figmentis fidem adhiberes. Ego etiam ea Thoma fratre nonnulla acceperam de Ludovici Sfortiae et amborum cardinalium motibus, quodque propediem novum et magnum exercitum contracturi sunt, cataphractos scilicet Germanos, Burgundosque conducturi, et peditum Helvetiorum delectum in civitato Coriae facturi; jamque machinas et caetera ad usum belli quam maximi paravere: et quod suspicionem auget, ipse frater, me insalutato et quidem inscio, Mediolano excessit, et ut audio, ad eos pergit, futurus eis in omni fortuna comes: quod utique facinus hoc tempore non commisisset, nisi aliqua intellexisset, quae eum in meliorem spem erexissent. Veruntamen, quaeso, pro tua sapientia et rerum usu cogita et diligentius mente revolve quem exitum sit habiturus hic, quem diximus, Sfortianorum motus, quem sententia mea tumultuarium esse oportet. Peculium Ludovici et Ascanei perexiguum est, si rem et gentem illam respicis; quod provincia ardua est, locaque sunt expugnanda situ atque arte munitissima, quibus adversarius Gallorum rex, potens et ferox, non facile, nec brevi tempore pelli poterit; exercitusque Germanorum, cessantibus forsan stipendiis, vix durare poterit. Spes autem quae de habendis suppetiis a civibus et populis haberi videtur, semper mihi vana et periculosa visa est, quod ut plurimum privata comoda publicis anteferre, et ad tributi nomen obdurescere consuevimus. Caesar non multam opem ferre potest, eamque etiam in praesentia praestare non licet per inducias quas cum Gallis fecit, et in kal. junii duraturas. Helvetii nuper foedere Gallis obstricti sunt, quod eos tam repente violaturos minime crediderim, et quoscumque ex iis Sfortiani contraxerint collectitios et profugas esse oportet. Praeter hos, nullos habent Sfortiani fautores, adversarios vero et hostes plurimos; Venetos in primis, eo formidabiliores quod sunt viciniores, auxiliaque eorum in promptu sunt; praeterea Alexandrum, Florentinamque rempublicam et Jannensem, ac Bononiensem, Lucensem, Pisanum, Senensemque regulos, Gallis amicos et auxiliares fore nemo ignorat. Ipsos etiam Ferrariae ducem et Mantuae Marchionem, quorum alter Ludovici socer, alter sororius est, cum rege conspirare intellexi. Quid igitur? Profecto videntur mihi Sfortiani provinciam viribus suis longe imparem aggredi, atque immature nimis belli fortunam tentare, etc.»

(Io veramente pigliai in buona parte quello che a me scrivesti, affinchè guidato io non sia da tanta fidanza delle cose francesi, che gli Sforzeschi disprezzi, dei quali tu dici sperarsi più felici eventi: nè certamente per la benevolenza colla quale mi riguardi, alcuna cosa tu potresti persuadermi che non reputassi alla mia situazione convenevole, nè per la tua prudenza fede presteresti a vani rumori o a finzioni. Io ancora dal mio fratello Tommaso alcune cose udite aveva intorno ai movimenti di Lodovico Sforza, e dell'uno e dell'altro dei cardinali, e che ben presto erano per riunire un nuovo e grande esercito, per arruolare cavalli di pesante armatura, tedeschi e borgognoni, e per formare uno stuolo di fanti svizzeri nella città di Coira, e già prepararono le macchine e le altre cose tutte che fanno d'uopo per una grandissima guerra; e quello che mi accresce il sospetto è che lo stesso fratello mio, senza congedarsi da me ed anche all'insaputa mia, partì da Milano, e, come mi si dice, da essi se ne va onde rimanere loro compagno in qualunque fortuna; la quale stravaganza egli non avrebbe commesso certamente, se udite non avesse alcuno cose che a migliore speranza sollevato lo avessero. Ora però ti prego che colla tua sapienza e colla tua pratica delle cose vogli più diligentemente rivolgere nella mente, e considerare quale esito sia per avere quel movimento degli Sforzeschi del quale abbiamo parlato, e che a mio avviso debb'essere tumultuario. L'erario di Lodovico e di Ascanio debb'essere poverissimo, qualora tu riguardi la cosa in sè stessa, e tutta quella gente di cui abbisognano: più ancora osserva che la provincia è ardua, ed espugnare si debbono luoghi per la loro situazione e per le opere dell'arte munitissimi, dai quali l'avversario loro, re de' Francesi, potente e feroce, non facilmente nè in breve tempo potrà essere cacciato, e l'esercito dei tedeschi, mancando forse gli stipendi, appena potrà mantenersi. La speranza poi che sembra aversi di ottenere soccorsi dai cittadini e dai popoli, mi è paruta sempre vana e pericolosa; perchè più sovente i privati comodi si antepongono ai pubblici, e al nome di tributo siamo accostumati a indurire i cuori nostri. Cesare non può recare loro molto aiuto, nè questo al presente potrebbe nè pure prestare, per la tregua che conchiuse coi Francesi, e che durare dee fino alla calende di giugno. Gli Svizzeri di recente si sono legati in alleanza coi Francesi, la quale alleanza io non crederei che essi fossero per violare sì repentinamente, e tutti quelli tra essi che arruolati si fossero dagli Sforza, essere non potrebbono se non soldati collettizi e disertori. Fuori di questi, altri fautori non hanno gli Sforzeschi, ma hanno bensì moltissimi avversari e nemici; prima di tutti i Veneti, tanto più formidabili, quanto più sono vicini, e che pronti sono i loro aiuti; inoltre Alessandro, la repubblica fiorentina e la genovese, ed i regoli di Bologna, di Lucca, di Pisa e di Siena, i quali, amici dei Francesi, non può dubitarsi che saranno ausiliari loro. Anche lo stesso duca di Ferrara e lo stesso marchese di Mantova, dei quali l'uno è suocero, l'altro cognato di Lodovico, io ho udito che col re di Francia cospirino. Che dunque? A me sembra certamente che gli Sforzeschi un'impresa assumano di gran lunga sproporzionata alle loro forze, e che troppo immaturamente vogliano tentare la sorte dell'armi, ec.)

[146]. Coronatorum noningenta millia intra decennium. Sepulveda, pag. 291.

[147]. Guicciardini, lib. XIX.

[148]. Paolo Giovio, nella Vita Alphonsi ducis Ferrariae.

[149]. Lib. III, fogl. 70, tergo.

[150]. Lib. VI.

[151]. Lib. IV, fogli 73 e 74.

[152]. Bened. Giovio, Hist. Patr., lib. I, in fine. — Galeazzo Capello, de bello Mussiano, lib. II.

[153]. Burigozzo, lib. IV, fol. 78 e 79.

[154]. Muratori, all'anno 1533, pag. 280.

[155]. Tom. I, pag. 69 di quest'edizione. — È ovvio il comprendere che ivi si parla del cavaliere Alessandro Verri, fratello dell'autore. (Il Continuatore).

[156]. In Milano trovasi anche al presente una contrada che porta il nome di questo casato, come lo sono altre, dette dei Visconti, degli Stampi, dei Moroni, Porrotti, Resta, Piatti, Medici, Bigli, ec.

[157]. Trattano di questo fatto Montaigne, Essais, lib. I, cap. 9 des Menteurs. — Il du Bellay, Mémoires, lib. IV. — Arnold. Ferron., lib. VIII. — Valois e Beaucaire, lib. XX, num. 50, e Gaillard, Vie de François I, tom. IV, pag. 246, da cui viene citata la lettera scritta su tal proposito da Francesco I al suo ambasciatore d'Inghilterra, del 16 luglio 1533.

[158]. Annali, al 1534, pag. 285. — Vedi Tatti, Annali di Como, decade III. — Giulini, Annali d'Alessandria. — Cicereio, Epistolae, tom. II, pag. 123, e un MS. presso il signor don Carlo Trivulzi, intitolato: Memorie Fossane.

[159]. Lib. IV, fogl. 82-85.

[160]. Ercole Gonzaga.

[161]. Guicciardini, lib. XX. — Muratori, Annali, 1534, pag. 287.

[162]. La morte del duca Francesco II Sforza viene fissata dai Maurini (Art de vérifier les Dates, pag. 840) al giorno 24 di ottobre del 1535; dal Bugati, pag. 827, nel fine di ottobre; dal Morigia (Storia di Milano, pag. 105) all'ultimo di ottobre, e finalmente da altri, il 2 novembre. Sebbene io non creda di tanta importanza per il progresso delle umane cognizioni il dilucidare simili oggetti, quanto per avventura lo crede il signor canonico Lupi di Bergamo, che in un volume in foglio stragrande ha fatto conoscere d'aver consunta la sua vita, e adoperata la sua inesausta pazienza per indovinare simili punti, realmente indifferentissimi per conoscere bene la storia, nondimeno, per trovare la verità con minor tempo e pena possibile, ho fatto ricerca nell'archivio arcivescovile, ed ivi nel diario A del 1534 al 1580, al fogl. 36, tergo, ho trovata l'annotazione che il duca Francesco II morì il giorno 1.º di novembre 1535. Se il signor canonico avesse ben intesa la pag. 57 ch'ei cita del mio primo volume (pag. 93-94 di questa edizione), e se egli distinguesse la cronologia della storia, non si sarebbe fatte le meraviglie ch'egli, innocentissimamente, si è fatte alla colonna 1040 del suo immenso tomo. Il Muratori, padre e maestro della erudizione d'Italia, pubblicò nella sua opera Rerum Italicarum Scriptores i materiali per la storia italiana, e non sono della specie di quelli che vorrebbe il chiarissimo signor canonico ch'io trovassi buoni a tal uso. Se mai alcuno leggerà l'opera del signor Lupi, sappia che altra storia di Milano, ch'ei mi pone in confronto, è stata da me donata alla biblioteca Ambrosiana, dove ciascuno che il voglia potrò profittarne.

[163]. Tom. II, pag. 142 e 143 di quest'edizione.

[164]. Lib. IV, fogl. 89 e 90.

[165]. Lattuada, Descrizione di Milano, tom. IV, pag. 7.

[166]. Lattuada, tom. III, pag. 98.

[167]. All'anno 1535, lib. IV, fogl. 86.

[168]. Morigia, nella di lei Vita.

[169]. Morigia, Storia di Milano, pag. 103.

[170]. Lib. V.

[171]. Tom. IV, pag. 273 e seg.

[172]. Burigozzo, lib. IV, fogl. 92 e 93.

[173]. Su di ciò veggansi Beaucaire, lib. XXI, num. 22 e seg. — Sleidan, Commentar., lib. X. — Mémoires de Langey, lib. V. — Gaillard, tom. IV, pag. 305 e seg.

[174]. Burigozzo, lib. IV, fogl. 92.

[175]. Lib. V.

[176]. In mezzo a intollerabili dolori di un morbo miserando, con tutte le membra contratte e totalmente assiderate.

[177]. Veggansi le Mémoires de Bellay, lib. VIII. — Sleidan, Comment., lib. X. — Mémoires de Langey, lib. VII. — Beaucaire, lib. XXI. num. 52. Gaillard, Vie de Franc. I, tom. IV, pag. 449 e seg.

[178]. Du Mont, Corps Diplomat.

[179]. Burigozzo, lib. IV, fogl. 102.

[180]. Bugati, lib. VII, pag. 866.

[181]. Du Mont, tom. IV, part. II, pag. 200. — Appartiene a quest'anno la seguente memoria che leggasi scolpita in marmo in Vermezzo, terra del Milanese: MDXL. Annus hic bisextilis fuit, et luminare majus fere totum eclipsavit. A septimo idus novembris ab septimum usque aprilis idus nec nix nec aqua visa de coelo cadere: attamen praeter mortalium opinionem, Dei clementia, et messis et vindemia multa. (MDXL. Quest'anno fu bisestile e il luminare maggiore quasi tutto si eclissò; dal settimo giorno delle idi di novembre fino al settimo delle idi di aprile, nè neve, nè acqua si è veduta cadere dal cielo. Tuttavia contra l'opinione de' mortali, per clemenza di Dio, e la messe e la vendemmia furono abbondanti.) L'ecclissi seguì il 7 aprile e fu centrale; come può vedersi a suo luogo nella grand'opera intitolata: L'art de vérifier les Dates; ma il totale ecclisse fu visibile soltanto verso il polo artico. Una simile siccità avvenne dall'ottobre del 1733 fino al maggio del 1734, a segno che le sorgenti ed i fiumi si disseccarono, e si penava a macinare il grano: e tuttavia fu abbondante il raccolto. Poi, dal 30 novembre 1778 fino al 3 maggio 1779, non cadde mai neve nè acqua, e, malgrado questi cinque mesi di aridità, il raccolto fu egualmente copioso. Pare adunque che la siccità del verno giovi alla feconda vegetazione delle nostre terre.

[182]. Burigozzo.

[183]. Robertson, Storia di Carlo V, tom. II, pag. 293.

[184]. Bellati, Serie de' governatori di Milano, pag. 2, nota 3.

[185]. Somaglia, Alleggiamento dello Stato di Milano, articolo Mensuale, pag. 160.

[186]. Somaglia, Alleggiamento, ec; Relazione del Censimento del 1750, cap. II. e IV.

[187]. Veggasi la di lui vita, scritta dal suo segretario Goselini.

[188]. Ripamonti, pag. 118. — Casati, Annotationes ad Epistolas Francisci Cicerei, tom. II, pag. 25.

[189]. Lunig. Codex Italiae diplomat., tom. I, sect. II, class. I, cap. 1, num. 51 e 52. — Gaillard, Vie de François I, tom. V, pag. 399.

[190]. Stor. Univ., lib. VII, pag. 960.

[191]. Vedi il tom. I, cap. I, pag. 52.

[192]. Bugati, Storia Universale, lib. VII, pag. 970 e 971. — Lattuada, tom. IV, pag. 452.

[193]. Bugati, Stor. Univ., lib. VII, pag. 994.

[194]. Quest'insigne deposito è disegno dell'immortale Michelangelo Buonarroti, eseguito da Leone Aretino, milanese, e da esso terminato nel 1564 al prezzo di settemila ed ottocento scudi d'oro, oltre le sei colonne donate da Pio IV. Ciò rilevasi dall'istrumento di convenzione per questa grand'opera, seguita il 12 settembre 1560, tra il cardinale Moroni e Gabrio Serbellone a nome di Pio IV, e Leone Aretino, figlio di Giovanni Battista, milanese, della parrocchia di San Martino in Nosigia. Così nell'archivio di casa Medici, cartella segn. C. I., num. 8. — (Nota dell'abate Frisi).

[195]. Dumont, Corps diplomatique.

[196]. Camillo Sitoni in Chronic. Coll. Judic., citato dal Lattuada, tom. IV, pag. 10.

[197]. Saxius, De studiis mediolanensibus, cap. XI, col. 48.

[198]. Lattuada, tom. V, pag. 441.

[199]. Bugati, Storia Universale, lib. VII, pag. 965.

[200]. De mutatione nominis, oratio etc. coram senatu habita; Mediolani, 1541 e 1547, in 4.º — Argellati, Bibl. Script. Mediol., tom. II, col. 839 e seg.

[201]. Lattuada, Descrizione di Milano, tom. V, pag. 170.

[202]. Pei quali, mentre li possedeva, insigne, e dopo averli rinunziati più ancora insigne egli fu.

[203]. De vita et rebus gestis Caroli S. R. E. cardinalis tit. S. Praexdis, archiep. Mediol., libri VII. Carolo a Basilica Petri, praeposito gen. Congr. Cler, Reg. S. Pauli, auctore. Ingolstadii, ex officina Davidis Sartorii, 1592, lib. I, pag. 25 e 26.

[204]. Lattuada, tom. III, pag. 197.

[205]. Bescapè, Vita citata, p. 27.

[206]. Idem, luogo citato.

[207]. Oltrocchi, nelle note alla versione latina della Vita del cardinale Borromeo, scritta da Gio. Pietro Giussani; Milano, 1751, lib. I, col. 51, nota b, e col. 52, nota d. Ecco letteralmente il testo: Eadem qua Carolus tegebatur umbella Gubernator ad Antistitis laevam impari gressu equitans, ut medius ex umbella postrema equus extaret. Ita scribit Carolus ad Cardinalem Novocomensem... Et fusius ad Altempsium Cardinalem triduo post in hanc sententiam scripsit: «... Me praecipue Gubernatoris religio et pietas sibi devinxit; quem mei et Pontificis observantissimum nactus summopere recreor» (Sotto il baldacchino medesimo dal quale Carlo era coperto, il governatore, a sinistra del prelato, cavalcava con minor passo acciò la metà del cavallo rimanesse fuori per di dietro dal baldacchino. Così scrive Carlo al cardinale di Como.... E più copiosamente scrisse tre giorni dopo al cardinale Altemps in questi termini: «... Sopratutto la religione e la pietà del governatore a lui mi strinse, il quale sommamente rallegromi aver trovato di me e del pontefice devotissimo».). Indi conchiude l'annotatore: Tanta itaque fuit omnium Ordinum in eo excipiendo pompa, ut Hieronimus Vida, invidiosa ferme sententia, testatum fecerit biduo post in epistolas «tanta Borromeum celebritate exceptum, ut vix a reguli pompa differret» (Tanta fu dunque la pompa di tutti gli ordini nell'accoglierlo, che Gerolamo Vida, certo con invidiosi termini, attestò in una lettera data due giorni dopo, con tanta celebrità essere stato accolto il Borromeo, che appena si distingueva da una regia pompa.).

[208]. Storia di varii conclavi, cominciando da quello del 1522, in cui Adriano VI fu dato successore a Leon X, fino al conclave del 1592, in cui fu eletto Clemente VIII: Manoscritto esistente presso il signor principe di Belgiojoso d'Este.

[209]. Lattuada, tom. IV, pag. 7, e tom. V. pag. 261 e 433. — Giussani, Vita di S. Carlo, lib. III, cap. I.

[210]. Bescapè, opera citata, pag. 56, e gli altri storici contemporanei.

[211]. Oltrocchi, nelle Note alla Vita latina di S. Carlo, lib. II, cap. XIV, col. 144, nota d.

[212]. Praesidiis ante paratis, si quis forte promulgationi vellet resistere (Predisposti i mezzi pel caso che alcuno volesse per avventura resistere al bando.): Bescapè, pag. 55.

[213]. Res longe gravissima iis (Praepositis) videbatur ex eo statu quem sibi proposuerant cum ei se Ordini addixerunt, ademptis beneficiis quae consueta coeterorum via obtinuerant, tantis detractis commodis et facoltatibus, ad eam vitam compelli, in qua et tenue esset quo quis uteretur, et idipsum non esset proprium, quaeque severis altis contineretur institutis. Nihil enim minus sive ipsi, sive parentes iis dignitatibus quaerendis fortasse spectaverant, quamvis spectare debuissent, quam monasticam coenobiticam disciplinam. Sed quemadmodum vulgo de aliis fieri solet sacerdotiis quae legibus eiusmodi coenobiticis libera sunt, id sibi suisque comparare plerumque studuerant, quod vitae commoditati nobilitatique sustentandae deserviret. Cognati quoque ipsi, qui Praepositorum opes ad familiae suae splendorem pertinere videbant, casque ad juniores eiusdem familiae deinceps transferendas sperabant, sancitas leges, quantum poterant, dissolvere conabantur (Sembrava loro (a' Proposti) cosa eccessivamente gravosa che da quella condizione la quale si era proposta quando abbracciarono quell'ordine, tolti loro i benefizi, che avevano per la consueta via di tutti gli altri ottenuti, e levati loro tanti commodi e facoltà, fossero ridotti a quella vita in cui e tenue era ciò che da ciascuno doveva usarsi, e quest'esso non proprio, e la quale veniva raffrenata da altre severe istituzioni. Imperocchè a nulla avevano, sia essi che i loro parenti, mirato meno nel ricercare queste dignità (benchè avessero dovuto mirarvi) che alla monastica cenobitica disciplina. Bensì come suole comunemente avvenire rispetto agli altri sacerdozi, che da siffatte cenobitiche leggi sono liberi, avevano per lo più posto la mira a procacciarsi tal cosa che giovasse a sostentamento dei comodi della vita e della nobiltà. I congiunti altresì, che le ricchezze dei proposti vedevano rivolte allo splendore delle loro famiglie, e speravano quelle trasferire in appresso ad altri più giovani delle stesse famiglie, sforzavansi di mandare a vuoto, per quanto potevano, le stabilite leggi). Bescapè, pag. 56. — Vedansi anche il Bossi, Vita latina di San Carlo, lib. II, cap. XIV, col. 145-146, e Bugati, Storia Universale, lib. VIII, pag. 1079.

[214]. Bescapè, pag. 40.

[215]. Idem, pag. 42 e 49.

[216]. Idem, pag. 65, 66 e 68.

[217]. Tiraboschi, Vetera Humiliatorum Monumenta, tom. I, dissert. VIII. De Humiliatorum extinctione, pag. 416.

[218]. MS. esistente nella cospicua collezione del signor principe Belgioioso d'Este, che ha per titolo: Processo per la coniura fatta dai frati Umiliati, ec.

[219]. Il vescovo di Lodi, delegato pontificio per il processo della archibugiata, fu Antonio Scarampi, e parte dell'esame fatto dal cardinale Borromeo venne pubblicata dal P. Branda nella Confutazione de' Ragionamenti apologetici del dottore Baldassare Oltrocchi. Pavia, 1755, alla pag. 245.

[220]. Manoscritto citato.

[221]. At fuere etiam, qui dum cauti atque intelligentes videri perverse vellent, in maximum inciderent temeritatem Caroli id fuisse artificium ut sibi opinionem quaereret sanctitatis. (Ma furonvi anche di quelli i quali, nel voler apparire perversamente acuti ed intelligenti, caddero nella massima temerità di pensare, questo essere stato un artificio di Carlo per acquistare riputazione di santo.) Bescapè, pag. 77.

[222]. La bolla d'abolizione è nel Bollar. Roman., tom. II, foglio 328. Vedansi Bescapè, pag. 87. Lattuada, tom. V, pag. 260 — Tiraboschi, tom. I, dissert. VIII, pag. 427.

[223]. Bescapè, luogo citato.

[224]. Oltrocchi, nota b alla Vita latina di S. Carlo, lib. II. pag. 210 — Lattuada, tom. I, pag. 190 e seguenti.

[225]. Art de vérifier les Dates, art. Philippe II.

[226]. Bescapè, pag. 202 e 203. — Lettera del cardinale di Como all'arcivescovo Borromeo, che leggesi nella Confutazione de' Ragionamenti apologetici pubblicati dal dottor Baldassare Oltrocchi, pag. 436.

[227]. Cronaca del marchese Lorenzo Isimbardi, di varii successi dal 1569 in avanti: MS. presso la casa Isimbardi in Pavia.

[228]. Bescapè, pag. 224.

[229]. Vedi Gaspare Bugati, Fatti di Milano al contrasto della Peste. — Giacomo Filippo Resta, Vera narrazione del successo della Peste. — Cicerei, Epist., tom. II, pag. 248.

[230]. Bugati, Aggiunta alla sua Storia Universale, Milano, 1571, pag. 167.

[231]. Pag. 145, 146, 147 e 173.

[232]. Bescapè, pag. 145. — Lattuada, tom. III. pag. 122.

[233]. Vedi gli storici della sua vita, e specialmente il Bescapè, pag. 193, 194, 195, 290 e 363; e inoltre il Lattuada, tom. IV, pag. 47, 68, 212, 318, e tom. V, pag. 111, 262, 407; e il Bugati, Aggiunta, ec., pag. 143.

[234]. Lettera 4 luglio 1579, tra le Lettere del glorioso arcivescovo di Milano S. Carlo Borromeo, cardinale di Santa Prassede. Lugano, per l'Agnelli, 1762.

[235]. Cronaca citata, all'anno 1580.

[236]. Sotto il contestabile di Castiglia fu stampato, nel 1597, il libro: Quaderno de varias escrituras en las deferencias de Jurisdiciones ecclesiastica y real del estado de Milan.

[237]. Atti della visita del cardinale Federico Borromeo del 1608.

[238]. Bianconi, Guida di Milano, pag. 122 e 157.

[239]. Lattuada e Bianconi, pag. 79.

[240]. Lattuada, tom. V, pag. 284.

[241]. Fr. Cicereji, Opera, tom. II, pag. 183.

[242]. Il seguente avviso fu dal vicario di Provvisione distribuito agli eletti per l'entrato della regina: «Volendo questa città di Milano ricevere con tutti questi segni di riverenza e d'onore che si devono la serenissima principessa, moglie del principe nostro signore, la cui venuta in breve s'aspetta, ha stabilito, fra le altre cose, che si eleggano ducento e più cavalieri nobili, di età di quattordici anni in su, che vadino ad incontrarla, vestiti a spese loro, tutti di seta bianca ed oro come meglio a ciascuno parerà, purchè habbino calze abborsate con tagli, et calzette di seta bianca, berretta di velluto nero solio con piume bianche, spade, pugnali et azze dorate in spalla, ogni cosa guernita di velluto solio bianco, et scarpe di corame bianco. E perchè fra queste si trova eletta la persona di V. S., d'ordine anche di sua eccellenza, l'avvisiamo di tale elezione, assicurandoci che per servire al proprio signore e principe naturale e alla patria insieme, per i quali è tenuto ogni persona a spendere non solo le facoltà, ma il sangue e la vita ancora, ella accetterà volontieri questo carico e onore, col provvedersi dei vestimenti et ogni altra cosa necessaria, nel modo che di sopra si è detto di qua alli 25 di novembre presente, al più tardi, acciocchè quando giungerà sua altezza, la quale si ha nuova certa che di già è partita, si trovi V. S. pronta insieme con gli altri a fare il suddetto compimento. Avvisandola che sua eccellenza ha dichiarato il signor marchese di Caravaggio capo di questi nobili, e avvertendola che contra gli inobbedienti ha ordinato che si proceda alla pena di cinquecento scudi, e maggior pena ancora all'arbitrio suo, alla quale saranno tenuti i padri per i figliuoli. Nè si admetterà alcuna escusazione, perchè S. E. così comanda. Anzi ha ordinato che quelli che sono uomini di arme, entrano in questo numero, esentandoli da quel carico per adesso. E per rispetto delle azze potrà V. S. far ricapito dal spadaro al segno del Leon d'oro nella contrada dei Spadari.

Et inoltre sarà S. V. contenta di ritrovarsi in casa del suddetto signor marchese martedì prossimo, che sarà alli 3 del presente mese, dopo il desinare, per intendere quanto se le vorrà dire in questo particolare.

In Milano, alli 2 di novembre 1598.

Sott. Il vicario e dodici di Provvisione
eletti dai signori Sessanta, ec.

Gio. Jacomo Chiesa».

[243]. Le grazie d'Amore, di Cesare de' Negri, milanese, detto il Trombone: Milano, presso Ponzo e Piccaglia, 1604 in fol., pag. 12 e seg.

[244]. Libro citato, pag. 35.

[245]. Opera citata, pag. 13.

[246]. Pag. 25.

[247]. Trattato di Scientia d'arme, con un dialogo di filosofia, di Camillo Agrippa, milanese: Roma, presso Antonio Blado, stampatore apostolico, in 4.º

[248]. Negri, opera citata, pag. 14.

[249]. Pag. 287.

[250]. Siècle de Louis XIV, cap. XXV.

[251]. Stato della repubblica milanese l'anno 1610, MS. del citato senatore, esistente nell'archivio dell'illustre casa Belgioioso d'Este; Cap. dei Governatori, fog. 331, tergo. — Di quest'opera dà conto l'Argellati nella Biblioteca degli scrittori milanesi.

[252]. .... Ut aditus et reditus a justitia ad clementiam facillimi certissimique paterent, viam hanc e Regia ad praetorium aperuit.

[253]. Philippo III, Hispaniarum Rege potentissimo, imperante D. Petrus Enriquez Azevedius, Fontium Comes, externi belli victor domestici extinctor invictus, dextra amabilis, sinistra formidabilis.... carcerum fores regiae curiae objecit, ut principis advigilantis oculus fidissima est jusitae custodia.

[254]. Lattuada, tom. V, pag. 26 e seg.

[255]. MS. del senator Visconti, fol. 279.

[256]. Visconti, MS. citato, fol. 337.

[257]. Philippo III, Hispaniarum et Indiarum Rege, Mediolani Duce, Regnante, D. D. Petrus de Enriquez Azevedius, Provinciae Mediol. Gubernator et Fontium Comes, opere hoc praeclare Verbani et Larii huc deductas aquas irriguo navigabilique Ticino ac Pado immiscuit, ubertatem et jucunditatem agrorum, artificum studia, publicas ac privatas opes accessu et commercio facili amplificando.

[258]. Visconti, MS. citato, fol. 284, tergo.

[259]. Detto MS.

[260]. Quanto quis servitio promptior, opibus et honoribus extollebatur.

(Quanto più pronto era taluno alla servilità, più era innalzato di ricchezze e d'onori).

[261]. Visconti, nel citato MS. fol. 349.

[262]. MS. suddetto, fol. 350.

[263]. Caterina Medici, che viene chiamata «impurissima femmina, strega e fattucchiera funestissima, avvelenatrice inumanissima; che da quattordici anni, abbiurata la religione cristiana, e obbligatasi al principe delle Tenebre, ha frequentato i luoghi infernali e i conciliaboli dei demonii, li ha nefandamente adorati, e danzato, mangiato e giaciuta con essi, e con arti diaboliche e veneficii ha tratto o procurato di trarre molti uomini ad amarla, ed ha affascinati ed uccisi molti bambini col sottrarre dai lori corpicelli il vital sangue; e finalmente tali e tanti delitti ha commesso, che il senato, nell'udirne il racconto, inorridì. Perciò statuitole un termine alla difesa, e fatta difendere d'ufficio (poichè nessuno si presentò per farlo), questa sacrilega detestabil donna fu condannata, previo la tortura ad arbitrio della curia per la manifestazione d'altri delitti e dei complici, ad essere, con mitra in capo, avente l'iscrizione del reato, e cinta di figure diaboliche, condotta al luogo del pubblico patibolo sopra un carro, percorrendo le vie principali della città, tormentata, durante il cammino, con tenaglie roventi, e per ultimo bruciata. E avendo la detta strega confessato molte cose pertinenti all'ufficio della Santa Inquisizione, il senato ordinò che fusse prima consegnata al rev. padre inquisitore, il quale, compite le cose da compirsi, l'abbia a riconsegnare all'egregio capitano di giustizia». Così nella sentenza, di cui ecco il tenore: Retulit in Excellentissimo Mediolani senatu egregius capitaneus justitiae longam atque integram seriem et processum causae instructae adversus impurissimam foeminam, Catharinam Mediceam, Papiensem, strigem lamiamque leterrimam, et veneficam immanissimam, quae ex pluribus et perspicuis inditiis ac testimoniis atque ex propria confessione cognita es, jam supra annos quatuordecim cristianam fidem ejurasse, seque principi Tenebrarum devinxisse, tartarea loca, daemonum conciliabula una cum alijs strigis et lamiis frequentasse, eos nefarie adorasse, et cum eis saltasse et comessatam fuisse ac concubuisse; multosque homines diabolicis artibus st veneficiis in sui amorem traxisse, vel certe trahere studuisse; multos item infantes, subtracto e corpusculis vitali sanguine, fascinasse atque necavisse... Demum tot ac tanta scelera patrasse, ut senatus ipsa audiendo cohorruerit. Retulit pariter idem capitaneus statum fuisse praedictae mulieri aliquod spacium ad se defendendum, quo in tempore cum nihil egerit, curiam de ea in suffragium ivisse, sententiamque suam protulisse, quam ibidem recitavit, judicioque eiusdem excellentissimi ordinis submisit. Qui misertus ac pertaesus harum calamitatum artiumque infernarum, quae passim jam per Urbem hanc et Provinciam universam grassantur, statuit ad exemplum et ad terrorem huiusmodi monstrorum maxime pertinere ut huic sacrilegae et detestandae mulieri digna malefactis suis suplicia erogentur. Omnibus igitur et singulis rebus suprascriptis diligenter ac mature perpensis, censuit praedictam Catarinam Mediceam, denunciata morte, super aliis criminibus et criminum sociis torquendam arbitrio Curiae, habitaque pro repetita et composita seu confrontata.... plaustro imponendam, mitratamque ad infamiam, cum inscriptione criminis, ac figuris diabolicis redimitam, ad locum pubblici patibuli trahendam esse per regiones Urbis insigniores, atque interim pluries forcipe candenti.... vellicandam donec eo pervenerit, ibique demum flammis concremetur.... Verum quia praedicta Lamia multa fassa est quae ad cognitionem Sanctae Inquisitionis Officii pertinent, censet idem Senatus eam prius tradi debere rev. P. inquisitori, ut prefectis perficiendis ipsam egregio capitaneo justitiae restituat. — Signat. Io. Baptista Saccus. Questa sentenza fu eseguita il 4 marzo 1617, e, avendo essa la data del 4 di febbraio, è da credere che il mese che trascorse prima dell'esecuzione siasi consumato presso il Santo Officio. Il fatto è il seguente.

Nell'autunno del 1616 il senatore Melzi si ammalò con dolore allo stomaco: non aveva febbre, ma inappetenza, poi dimagrò e perdette il sonno. Il medico che lo assistiva, era il fisico collegiato Giacomo Angelo Clerici, ma vennero consultati anche i due fisici di collegio Lodovico Settala e Giambattista Selvatico. Erano passati due mesi da che languiva per quest'incomodo il senatore, quando venne, verso la metà di dicembre, a visitarlo il capitano Vacallo, il quale, vedendo che il senatore aveva per cameriera Caterina Medici, da lui altre volte conosciuta, avvertì il senatore essere quella una famosissima strega, e la peggiore che si potesse trovare, poichè aveva maleficiato lui mentre stava in sua casa. Due figlie del senatore, monache in San Bernardino, informate di questo, si fecero mandare i cuscini del di lui letto, e vi trovarono dei nodi di piume e filo con carboni e pezzetti di legno, i quali, portati al curato di San Giovanni Laterano, ch'era esorcista, furono tosto giudicati opera diabolica di stregheria. Si venne in formalità ad abbruciarli nella stanza del senatore cogli esorcismi, e mentre si bruciavano crebbero i dolori allo stomaco dell'ammalato. Allora il dottor collegiale Lodovico Melzi, figlio del senatore, imprigionò in una stanza di casa Caterina Medici, e le disse che si sapeva già ch'ella aveva maleficiato il senatore, e che o lo disfaccia; se no, per giustizia si sarebbe fatta abbruciare. Ed a principio negò essa Caterina..... Il processo non dice con quai terrori venne poi costretta quell'infelice ad accusare sè medesima, ma si vede che si accusò prima che fosse posta in prigione. Si pretendeva che fosse marcata diabolicamente sulla schiena, ed ella asserì che potevano essere state le coppette tagliate. Il curato di San Giovanni Laterano venne a due ore di notte, e, dopo di averla esorcizzata, la obbligò a stendersi per terra, ed ei, calpestandola, le pose un piede sul collo, e, in quella positura, l'obbligò a rinunciare alle supposte promesse fatte al diavolo.

Il motivo per cui il capitano Vacallo si credeva maleficiato fu perchè, avendo in sua casa questa Caterina Medici, n'era innamoratissimo, onde si consigliò col P. Scipione Carrera, col P. Albertino e col signor Girolamo Omati, e mi levarono di casa la Caterinetta, et la menarono nel refugio: et le notti seguenti vuolsi morire di spavento, de tremori et de passione di cuore, et gridava che pareva mi fosse strepato il core, et così penai tutta la notte. Et la mattina seguente andai dal curato di San Giovanni Laterano et li confessai guanto passava, et lui, dopo havermi letto ed esorcizato, mi disse che ero malamente maleficiato; et venne a casa mia, et nel letto et piumazzo trovò molte porcarie, et fra le altre cose un filo lungo al circolo del mio capo con sopra tre nodi distinti, uno stretto, l'altro meno e il terzo più vano, et mi disse detto curato che se il terzo nodo si stringeva più, sarei stato sforzato a sposarmi con detta Caterina o morire. Et veramente a me pareva che se avessi havuto tutto il mondo da una parte, et dall'altra la detta Caterina, havrei pigliato lei et lasciato tutto il mondo. Egli se ne partì da Milano per andare in Ispagna, e mentre andavo a Genova per andare a Spagna, pareva che io fossi menato alla forca, et colà mi venne tentazione di gettarmi nel mare, et mi venivano certe passioni di cuore come fossi stato per morire.

Mentre la Medici stava rinchiusa in una stanza nella casa del Melzi, e assediata da una moltitudine di domestici e famigliari, venne forzata a insegnare il modo per guarire il senatore, ed ella disse: che bisognava tor una fascia nuova et con essa misurare il signor senatore per larghezza et per lunghezza et farli porre tre volte le braccia in croce prostrato prima in letto con la pancia in giù; et che lei lo avrebbe levato dal letto facendoli dire in quell'istante tre Pater et tre Ave Maria da duoi figliuoli vergini a onore della Santissima Trinità, et che lei nell'atto che havesse levato il senator dal letto con la fascia sotto la pancia avrebbe detto: — Chi leva Senic et chi la sanità: — et che in tal modo il maleficio restava disfatto, et il signor senatore sarebbe guarito.

Il medico Lodovico Settala, esaminato il giorno 28 dicembre 1616, avendo egli circa sessantaquattr'anni, espone così: «Io più d'una volta ho sentito dal signor senatore che pativa dolori di stomaco stravaganti; che all'improvviso sopragiungevano et all'improvviso si partivano, restando libero come se non avesse avuto male, e che pure non vi dava alcuna occasione; per la qual cosa domandò aiuto e a me e a al signor medico Clerici, perchè s'andava ogni giorno smagrendo e consumandosi. Facessimo colleggio dieci o dodici giorni fa, nel quale, sebbene attentissimo alla cura come a male naturale, restassimo però con qualche maraviglia della maniera dei dolori; poichè, sendo così stravaganti, ci pareva esservi dentro cosa che ben bene non si poteva ridurre a soli principii naturali; sendo ancora che lui non haveva mai avuto febbre. Ma da pochissimi giorni in qua mi fu detto che si era scoperto quella malattia havere origine da causa sopranaturale, sendosi scoperta in casa sua una donna sospetta di strega. Per il che subito me ne andai dal detto signor senatore per intendere i particolari e certificarmi della verità di questo, confermandomi nel mio dubbio primiero delle stravaganze de' passati accidenti, potendoli ridurre a questa causa sopranaturale delle malìe, tanto più avendone visto molti altri esempi in questa città, ne' quali essendoci noi affaticati invano con rimedii naturali, scoperti poi esser causati da malìe, si rendevano curabili con esorcismi soli, e intesi come questa donna aveva confessato la verità di aver fatto i maleficii a questo signore. Anzi di più, sendosi trovato presente alla mia visita un religioso esorcista di molto valore, mi disse havere scoperto questa donna essere strega famosa e professa, anzi essere delle segnate e marcate dal demonio, e però non mi maraviglio che il male del dotto signor senatore non cedesse». Lo stesso medico Settala, in altro esame, così disse: «Considerando io la qualità de' dolori che ha il detto signor senatore, la continuità loro, la parte offesa che è tutto il ventricolo, parte principalissima che comunica col cuore, ch'è destinata dalla natura ad uso necessariissimo, cioè alla preparazione e digestione de' cibi, dico tale infermità esser tale, che senza dubbio alcuno era per apportar la morte per la veemenza de' dolori, per l'impedimento delle azioni e per l'impedimento del dormire; che già si vedeva per il principio della magrezza e della consumazione della carne. Anzi credo io certo questi maleficii non esser fatti ad amorem, come spesse volte si fanno, ma ad mortem, come sogliono le maghe promettere al diavolo tanto l'anno; perchè, per la lunga esperienza che ho avuto in varii casi occorsimi, i maleficii ad amorem portano accensione di spiriti, commozione di sangue, passione di cuore, alienazione qualche volta di mente, con desiderii carnali, et in particolare con rabbiosi affetti verso alcuno; non dolori di stomaco, non simili accidenti, in tutto contrari, se non qualche volta per errore fatto da qualche maga non esperta, come non è verisimile esser costei; havendo inteso dall'esorcista che con lei a lungo ha trattato, costei essere strega pratica et professa et marcata, che vuol dire esser dottorata in simil arte. E perciò concludo tali maleficii più tosto esser stati ad mortem, come sogliono, come ho detto, fare e promettere in grazia del demonio. E questo è quanto posso dire, colto dall'esperienza e pratica che ho avuto in simili casi, e per quello che ho letto ne' gravi scrittori che di questa materia trattano».

Questa infelice doveva avere circa quarantaquattro anni quando fu giuridicamente assassinata. Ella era nata in Brono da Giovanni de' Medici, maestro di scuola. Da principio negli esami si dichiarava innocente, poi venne tormentata, e il decreto del senato fu: 1617 die decima januarii. Senatus mandavit ad relationem Egregii Capitanei Justitiae dictam Catharinam Torturae subjici debere, adhibita ligatura canubis ac etiam taxillo, arbitrio curiae, pro habenda ulteriori veritate, ac etiam super aliis; (1617, il dì 10 gennaio. Il Senato, per relazione dell'egregio capitano di giustizia, comandò doversi sottoporre alla tortura la detta Caterina, adoperando la legatura di canape ed anche il randello, ad arbitrio della Curia, per avere l'ulterior verità, ed altresì sopra altre cose.) e nel giorno stesso 10 gennaio esaminata, negat scire quid sit ludum vulgo Barilotto, negat etiam scire formam liberandi D. Senatorem a praedicto maleficio. Negat che il demonio fosse assistente, ec. Redarguta, perseverat in negativa.... Tunc fuit ei comminata tortura ad formam, ec. ubi non dicat veritatem.... Respondit non ho fatto altro.... et cum propterea fuerit ei funis brachio dextero applicata, et jam stringeretur, dicit: Dirò la verità, fatemi desligare; et sic soluta, ec...... (Nega sapere che cosa sia il gioco volgarmente detto Burilotto; nega pure di sapere il modo di liberare il signor senatore dal predetto malefizio. Nega che il demonio fosse assistente, ec. Redarguita, persiste nella negativa.... Allora le fu minacciata la tortura nella forma, ec., quando non dica la verità.... Rispose, non ho fatto altro.... ed essendole perciò applicata la fune al braccio destro, e già strignendosele, disse: Dirò la verità, fatemi desligare; e così sciolta, ec.) e allora recitò una lunghissima fila di Barilotti e maleficii i più pazzi e strani.

[264]. Bianconi, Nuova Guida di Milano, pag. 258.

[265]. Bosca, De origine et statu Bibl. Ambr., lib. II, pag. 566. — Saxius, De studiis literariis Mediol., cap. XII, col. 54. — Lattuada, Descrizione di Milano, tom. IV, pag. 94.

[266]. Sopra un volumetto che contiene gli atti dell'indicata controversia, prezioso MS. esistente nella biblioteca Ambrosiana, trovasi scritto di mano propria del cardinale Federico: Questo libro costa centomila scudi; con che è venuto egli a dichiarare le spese fatte per venire a capo della concordia. — (Nota del canonico Antonio Francesco Frisi).

[267]. La consulta è del 9 agosto 1618, ed ha questo principio: Cum ecclesiastici paulatim, unus post alium adversus impositionem onerum pro parte colonica bonorum Ecclesiae insurgerent, comminando e promulgando censuras contra deputatos, consules et syndicos Communitatum... et cum parochi ecclesiarum recusarent Sanctissima Sacramenta Deputatis ministrare, Episcopi verò absolutionem a Censuris denegarent nisi refectis damnis... et nisi praestita cautione quod in futurum ab ea abstinuissent; senatus, omnibus denuo attente consideratis, pro eo quod pertinet ad Justitiam, licet non desint qui Ecclesiae partes tueantur, cognovit tamen veriorem et magis receptam sententiam hanc esse, ut possit princeps Collectam exigere a colonis Ecclesiae pro valore fructuum ad eos spectantium, et ita servari in aliis provinciis: immo vero ita jamdiu servatum fuisse in multis huius Dominii partibus, et in omnibus a multis annis citra. Sed vidit etiam episcopos et ipsum summum pontificem ita persistere in censuris, ut neque per nos ab eis removeri possint ullis rationibus, neque nobis remedia ulla supersint, quibus defendere ab illis valeamus laicos in exactione onerum perseverantes, neque nostram quasi possessionem in qua sumus, satis tueri, ec... (Essendochè gli ecclesiastici a poco a poco, un dopo l'altro, contro l'imposizione degli aggravii per la parte colonica dei beni della chiesa insorgevano, minacciando e promulgando censure contra i deputati, consoli e sindaci della comunità... ed essendochè i parochi delle chiese ricusavano di amministrare i Santissimi Sacramenti ai deputati, e i vescovi poi negavano l'assoluzione delle censure, se pria non erano risarciti i danni, e se non si prestava sicurtà che in futuro di quella sarebbono astenuti; il Senato, ogni cosa di nuovo attentamente considerata per quello che appartiene alla giustizia, benchè non manchino di quelli che difendono le parti della Chiesa, riconobbe tuttavia essere più vera e più assentata questa sentenza che possa il principe esigere la colletta dai coloni della Chiesa pel valore dei frutti loro spettanti; e così essere l'osservanza in altre provincie, che anzi così essere stata già da lunga pezza la pratica in molte partì di questo dominio, ed in tutte molti anni addietro. Ma vide altresì che i vescovi ed il sommo pontefice stesso così persistono nelle censure che nè si possono per noi rimuovere da esse con veruna ragione, nè a noi rimedio alcuno sopravanza col quale possiam difender da quelle i laici perseveranti nell'esazione degli aggravii, nè difendere abbastanza il nostro quasi possesso in cui siamo, ec.) e termina quindi concludendo: Reliquam est ut Majestas Vestra, re tota intellecta, quit nobis inter has angustias agendum sit praescribere dignetur. (Rimane che la Maestà Vostra, ogni cosa considerata, si degni prescrivere che cosa dobbiamo fare fra queste angustie.)

[268]. Ripamonti, De Peste, ec., pag. 20.

[269]. Ibid., pag. 41, e annotazioni MS. a un vecchio Diutile presso la casa Verri.

[270]. Rivolta, Vita di Federico Borromeo, lib. V, cap. XXI, p. 168.

[271]. Ripamonti, pag. 50 e seguenti. Nel citato Diutile, scritto da un medico chirurgo, essendovi notate le visite di Santa Corona, leggesi MS. quest'annotazione: «1629, 7 novembre. Nel bettolino di San Francesco sul corso di porta Comasina, passato il Carmine, morì improvvisamente uno venuto da luogo infetto. Non si conobbe ch'ei fosse morto di peste. Fra alcuni giorni l'oste e garzoni s'ammalarono e morirono».

[272]. Si fecero giuochi, tornei, allegrezze grandi. Si cantò il Te-deum a Santa Maria presso San Celso. Sulla piazza del Duomo si diede un fuoco artificiale stupendo, che rappresentava il monte Etna. Il ragguaglio ed il disegno della macchina sono stampati. Il gesuita Emanuele Tesauro, celebre maestro di eloquenza in quei tempi, recitò la orazione; e per dare un'idea del suo modo di scrivere, ne riporterò alcuni tratti. Fra le altre cose disse: Ma che in questi anni, meglio che in altri, sia la fortuna appassionata per questa casa reale, facciane fede, non altri, l'abbattuta eresia della Germania, sopra cui, passando la ruota dell'austriaca fortuna, hormai le ha frante le armi e tolto il fiato. O giustissimi sdegni e trionfali vendette della zelante fortuna! Tempo fu che, ritardato il valor della doglia, assai più attese la fortuna dello Impero a medicar le ferite de' suoi con la prudenza, che a ferire i rubelli con la spada: a guisa di perita nocchiera, che, non potendo correre un vento intiero, corre una quarta. Ma ora al prospero soffio dell'austro gonfia tutta la vela, scorrendo liberamente, non pure il Reno e il Danubio e l'Albi, ma il gelato mare di Dania; anzi ne' monti ongarici et boemi per un mar di sangue rubello felicemente veleggia (pag. 12). Egli, lodando il conte d'Olivares, dice che trasse il nome dagli olivi, perchè ne' consigli di guerra et di pace dell'una et dell'altra Pallade merta l'oliva. Finalmente del nato bambino, ei narra ch'è figlio delle Grazie, candidato dei paterni regni, gemma incomparabile della maggior corona del mondo, fondamento delle speranze, speranza et voto dei popoli, humano angioletto et mortal Dio. Il panegirico è pieno di passi d'Orazio, di testi di Platone, di allusioni alle favole, di esagerazioni e adulazioni, e, sebbene recitato in San Celso, non vi è tratto veruno nè del candore evangelico, nè perfino di religione.

[273]. In una patente del tribunale di Sanità, sottoscritta dal presidente Giovanni Sfondrati e dal cancelliere Giacomo Antonio Tagliabò, del 20 maggio 1632, che conservavasi presso de' padri Cappuccini di quel convento, si legge che il padre Felice Casato, guardiano, comandò nel Lazzaretto per commissione del tribunale di Sanità, e cominciò alli 30 marzo con carico di reggente e governatore di detto Lazzaretto, con ampia autorità concessagli da questo tribunale di comandare, ordinare, provvedere e fare tutto quello che dalla singolare sua prudenza fosse stimato necessario.... havendo avuto sotto il suo governo et comando tal'hora più di sedicimila anime, et governato nel detto spatio di tempo centomila persone e più, ec.

[274]. Così il conte Verri verso il fine del § II dell'opera intitolata: Osservazioni sulle torture, e singolarmente su gli effetti che produsse all'occasione delle unzioni malefiche, alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l'anno 1630. Questo scritto, ch'era rimano inedito per riguardi di famiglia onorevoli all'autore, fu per la prima volta pubblicato come un'appendice alle Opere Economiche del conte Pietro Verri, nella Raccolta degli Scrittori Classici Italiani di Economia politica, Parte moderna, tom. XVII.

[275]. Memorie delle cose notabili successe in Milano intorno al male contagioso l'anno 1630, ec., raccolte da D. Pio La Croce, pag. 54. Un fanatismo simile a questo si vide in Mosca, allorquando, l'anno 1771, la pestilenza recatavi dalla guerra co' Turchi desolava quella città. Il popolo si pose alla mente che un'immagine miracolosa dovesse liberarlo, e la folla del concorso comunicò la pestilenza ai sani, e accrebbe la sciagura. L'arcivescovo di Mosca, uomo illuminato e umano, che avea sottratto l'immagine al popolo, dovette nascondersi per schermirsi dal suo furore; ma le turbe forzarono il monastero ov'erasi ricoverato, e lo trucidarono. — Veggasi Levesque, Histoire de Russie, tom. V, Paris, 1782, pag. 133.

[276]. Pestilentia vim, et nomen, et regnum verè suum obtinuit, lib. VI, pag. 67.

[277]. Ragguaglio dell'origine e giornali successi della peste di Milano, dal 1629 al 1632, di Alessandro Tadino, ec., lib. II, cap. 15 e 30, pag. 57 e 100.

[278]. Ripamonti, pag. 112.

[279]. L'editto, pubblicato dal Lattuada (Descrizione di Milano, tom. III, pag. 322), è il seguente: «Avendo alcuni temerari o scellerati avuto ardire di andare ungendo molte porte delle case, diversi catenacci di esse e gran parte dei muri di quasi tutte le case di questa città con unzioni, parte bianche e parte gialle, il che ha causato negli animi di questo popolo di Milano grandissimo terrore e spavento, dubitandosi che tali unzioni siano state fatte per aumentare la peste che va serpendo in tante parti di questo Stato; dal che potendone seguire molti mali effetti et inconvenienti pregiudiziali alla pubblica salute: a' quali dovendo li signori presidente e conservatori della Sanità dello stato di Milano per debito del loro carico provedere, hanno risoluto, per beneficio pubblico e per quiete e consolazione degli abitanti di questa città, oltre tante diligenze sin qui d'ordine loro usate per mettere in chiaro i delinquenti, far pubblicare la presente grida, con la quale promettono a ciascuna persona di qualsivoglia grado, stato e condizione si sia, che nel termine di giorni 30 prossimi a venire dopo la pubblicazione della presente metterà in chiaro la persona o le persone che hanno commesso, favorito, aiutato, o dato il mandato, o recettato o avuto parte o scienza, ancorchè minima, in cotal delitto, scudi ducento de' denari delle condanne di questo tribunale; e se il notificante sarà uno de' complici, purchè non sia il principale, se gli promette l'impunità, e parimente guadagnerà il suddetto premio. Et a questo effetto si deputano per giudici il signor capitano di giustizia, il signor podestà di questa città et il signor auditore di questo tribunale, a' quali o ad uno di essi averanno da ricorrere i propalatori di tal delitto, quali, volendo, saranno anche tenuti secreti. Dat. in Milano 19 maggio 1630.

Firm. M. Antonius Montius Praeses.

Sott. Jacobus Tagliabos. Cancellar.»

[280]. Veggasi la citata opera del conte Verri: Osservazioni sulla tortura, ec.

[281]. Ripamonti, pag. 64.

[282]. Darò qui la studiata e non inelegante iscrizione latina che leggevasi scolpita in una gran tavola di marmo, e il faccio ancor più volentieri perchè nella prima edizione della citata opera Sulla tortura, contro la manifesta intenzione dei tre superiori magistrati che sancirono quel legale assassinio, è mancante de' loro nomi, e così mutila fu poscia ristampata.

Hic vbi haec area patens est
svrgebat olim tonstrina
Jo. Jacobi Morae
qui pacta cvm Gvlielmo Platea pvb. sanit. commissario
et cvm aliis conspiratione
dvm pestis atrox saeviret
laethiferis vngventis hvc et illvc aspersis
plvres ad diram mortem compvlit
mos igitvr ambos hostes patriae ivdicatos
excelso in plavstro
candenti privs vellicatos forcipe
et dextra mvlctatos manv
rota infringi
rotaeqve intextos post horas sex jvgvlari
combvri deinde
ac ne qvid tam scelestorvm hominvm reliqvi sit
pvblicatis bonis
cineres in flvmen projici
senatvs jvssit
cvius rei memoria aeterna vt sit
hanc domvm sceleris officinam
solo aeqvari
ac nvmqvam in postervm refici
et erigi colvmnam
qvae vocetvr infamis
idem ordo mandavit.
procvl hinc procvl ergo
boni cives
ne vos infelix infame solvm
commacvlet
m dc. xxx. kal avgvsti.

R. justitiae capitaneo
Jo. Batt. Vicecomite.

Praeside senatus ampliss.
Jo. Babt. Trotto.

Praeside pubblico sanitatis
Marco An. Montio.

(Nel luogo di questo spazio
Sorgeva altre volte la barbiería
Di Giovan Giacomo Mora
Il quale con Guglielmo Piazza pubblico Commissario di Sanità
E con altri avendo conspirato
Mentre imperversava atroce pestilenza
Con venefici unguenti qua e là applicati
Molti a cruda morte spinse
Entrambi pertanto nemici della Patria giudicati
Comandò il Senato
Che sopra di un elevato carro
Abbrostiti da prima con tanaglia rovente
E mutilati della mano destra
Colla ruota fossero infranti
E nella ruota intrecciati dopo sei ore scannati fossero
E quindi abbruciati.
Ed affinchè nulla rimanesse di uomini tanto scelerati
Confiscati i beni
Volle che le ceneri gettate fossero nel fiume.
Della qual cosa onde eterna sia la memoria
Questa casa, officina di sceleratezza
Lo stesso Ordine decretò
Che adeguata fosse al suolo
Nè mai potesse in avvenire rifabbricarsi
E si ergesse una colonna
Che detta fosse infame
Lungi adunque, lungi di qua
O buoni cittadini
Affinchè l'infelice infame suolo
Non vi contamini.
M. DC. XXX.
Alle calende di agosto

Essendo

R. capitano di giustizia
Gio. Batt. Visconti.

Presid. ampliss. del senato
Gio. Batt. Trotti.

Pubbl. presid. della sanità
Marco Ant. Monti.)

[283]. Memorie, ec., di D. Pio La Croce, di sopra citate, pag. 51.

[284]. Coniectura tamen aestimatioque communis fuit, centum quadraginta milia capitum fuisse quae perierunt, reperique ita prescriptum in tabulis rationibusque iisdem, unde haec mihi petita sunt omnia quae retuli. (Fu tuttavia congettura ed opinione comune, che centoquarantamila anime fossero perite, e così trovai registrato nelle tavole e conti medesimi dai quali trassi tuttochè ho riferito.) Ripamonti, lib. IV, pag. 228.

[285]. Descrizione di Milano, tom. II, pag. 66 e seg.

[286]. Si conosce il costume de' tempi e singolarmente l'orgogliosa opinione de' nobili, i quali si consideravano di natura diversa degli uomini della plebe, dal viglietto seguente, che il signor don Pietro Fossani ha ritrovato in sua casa, come originale di un simile che un di lui antenato scrisse a certo Paolo Besozzi: «Intendo andare attorno una scrittura data da ti Paolo Besozzi in confidenza ad alcuni pochi, alla quale non posso adequatamente rispondere per non essere arrivata alle mie mani. Pure, con quei dogmi che sono necessari alla gente vilissima e poco pratica delle corti e del trattare civile, ti dico che è solito de' buffoni e solo lor proprio privilegio farsi pari e superiori a' lor maggiori, lasciando di dargli i dovuti titoli, e presumendo di arrogarli alle loro vilissime persone, ma, inavveduti, si scordano di quel che veggono tutto di praticarsi, che, stanchi i maggiori delle loro buffonerie e arroganze, non per vendetta, ma con animo tranquillissimo li fanno ricordare; altre volle danno di mano ad un bastone per pigliarsi spasso delle loro carni. Il simile farò con te io infrascritto, non conoscendoti l'essere e il procedere tuo al merito, e nella qualità ed essere mio altra obbligazione. — 6 luglio 1649 — Antonio Francesco Fossani affermo, ec.» — (Nota del conte Verri).

[287]. Vedi la Verità Svelata, ec., edizione di Venezia, 1684, p. 70.

[288]. Storia d'Italia, lib. XVII, pag. 583.

[289]. Brusoni, Storia d'Italia, pag. 588.

[290]. Frisi, Tomo Terzo, ossia, Continuazione della Storia di Milano, MS. presso la casa Verri, pag. 336-339.

[291]. Ha per titolo: Il governo del duca d'Ossuna dello stato di Milano: in Colonia, appresso Battista della Croce, 1678, di pag. 125, in 12.º

[292]. Scudo d'argento. Vedi Carli, Neri, ed altri.

[293]. Allorchè fu qui soppressa l'Inquisizione, si trovò nell'archivio di essa la commissione data all'arcivescovo di Valenza, inquisitore generale in tutti i regni e dominii di Sua Maestà cattolica, all'inquisitore generale di Milano di ricevere il giuramento di questo governatore, come bargello maggiore (Alguazil mayor) del Santo Officio, e il processo verbale dell'esecuzione. Questo secondo documento, che può bastare ad un'erudita curiosità, è come segue: «Nella città di Milano, nel giorno 3 del mese di marzo dell'anno 1697, il rev. P. Maestro frà Prospero Leoni, inquisitor generale dello Stato e dominio di Milano, in virtù della commissione dell'eccellentissimo signor don frà Giovanni Tommaso de Rocaberti, arcivescovo di Valenza, inquisitore generale, ricevette il giuramento nelle dovute forme di giustizia da S. E. il signor don Diego Filippo di Gusman, duca di S. Lucar la Maggiore, affinchè bene, fedelmente e diligentemente sii per usare e per esercitare l'uffizio di barigello maggiore del Santo Ufficio dell'Inquisizione della città di Siviglia, nella quale è stato nominato dal detto eccellentissimo signor inquisitore generale, e che osserverà il secreto di tutto ciò che S. E. saprà, vedrà, intenderà e gli sarà conferito riguardo al Sant'Ufficio dell'Inquisizione, che esattamente si deve conservare, e che aiuterà e favorirà i suoi ministri; e promise di ciò fare e adempire, e fu avvisato delle pene e censure poste nelle lettere pubblicate dal Sant'Ufficio contro quelli che non osservano il secreto: e S. E. lo firmò, essendo testimonii don Giuseppe de Zambrana, cavaliere dell'ordine di San Giacomo, don Giovanni di Villamor e don Giovanni Saller, tutti tre abitanti in questa città.

Firm. Il duca di San Lucar,
marchese di Leganes.

Frà Prospero Leoni
inq. gen. di Milano, suo stato
e dominio.

Sott. Frà Angelo Battiani, vicario generale del Sant'Ufficio di Milano, in luogo di segretario del medesimo Santo Tribunale.

[294]. Il titolo è: Milano sempre grande, ec. Nella stamperia della R. ducal corte, in 4.º

[295]. Lattuada, Descrizione di Milano, tom. IV, p. 20.

[296]. Vita del presidente Arese. Colonia, 1681, in 12.º — Argellati, Bibl. Script. Med., tom. I, pars. II, col. 88 e seg.

[297]. Lattuada, tom. III, pag. 251.

[298]. Argellati, Biblioth., Script. Mediol., tom. II, pars I, col. 1322-1324.

[299]. Tomo II, col. 1230 e seg.

[300]. Verri, Osservazioni sulla tortura, ec., § 2.

[301]. Elogio del Cavalieri, dell'abate Paolo Frisi. Milano, 1779, in 8.º

[302]. Argellati, Biblioth., ec., tom. II, pars I, col. 1328 e seg. — Bosca, De origine et statu bibliothecae Ambrosianae, lib. V.

[303]. Brusoni, Storia d'Italia. Torino, 1680, lib. XXIX, pag. 724 e seg. — Bayle, Argellati, Mazzucchelli, Tiraboschi, ec.

[304]. Ottieri, Istoria delle guerre avvenute in Europa, ec., dal 1696 al 1725, tom. I. — Storia della Lombardia austriaca, MS. del conte reggente senatore Gabriele Verri, tomo IV. Frisi, Continuazione della storia di Milano, tom. III, MS. pag. 398 e seg.

[305]. Denina, Rivoluzione d'Italia, lib. XXIV, cap. I. — Voltaire. Siècle de Louis XIV, cap. XVIII.

[306]. Elogio dell'imperatrice Maria Teresa. Pisa, 1783, in 8.º

[307]. Muratori, Annali d'Italia, tom. XVI, all'anno 1735.

[308]. Il re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, ec. ec.

«Illustre Giunta di Governo: L'esecuzione degli articoli preliminari firmati in Vienna fra S. M. imperiale e S. M. cristianissima, il dì 3 di ottobre dell'anno scaduto, a cui abbiamo voluto dal canto nostro contribuire, portando ora l'evacuazione di cotesto ducato dalle armi alleate, eccettuatine il Novarese e Tortonese, che da' medesimi ci sono stati destinati pria che questa sortisca intieramente il suo effetto, onde abbia a sciogliersi questo consesso, che essendo stato da noi con singolare studio prescelto fin dal cominciamento per l'onorevole non meno che importante incarico del governo che gli avevano confidato, ha così lodevolmente corrisposto alla nostra aspettativa: vogliamo, per soddisfare a que' sentimenti di stima che nelle diverse occasioni ci ha dato un giusto motivo di concessione, assicurarlo de' medesimi, e del pieno nostro aggradimento per la servitù che ci ha resa.

Il zelo per una ben nota amministrazione di giustizia, ed il particolare interessamento che tutti e cadauno di voi ha fatto conoscere, non meno pel sollievo di cotesti popoli, che nel sostenimento de' loro giusti diritti e prerogative, avendo secondato le nostre mire, siccome eccitò in noi que' sentimenti, così ci lascia una grata rimembranza di quelle pubbliche cure e sollecitudini, che ad un tale oggetto avete impiegate. Di tanto noi stessi abbiamo voluto accertarvi, pregando di più il Signore che vi conservi e vi ricolmi delle sue benedizioni.

Torino, 1.º settembre 1736.

Segnat. C. EMANUELE.

Sott. Ormea».

[309]. Lattuada, Descrizione di Milano, tom. V, pag. 350 e 379. — Bianconi, pag. 74.

[310]. Muratori, Annali d'Italia, tom. XVI all'anno 1743.

[311]. Coxe, Storia della casa d'Austria, tom. VI, cap. CVI all'anno 1745.

[312]. Istoria politica, ecclesiastica e militare del secolo XVIII, dell'abate Francesco Beccatini. Milano, 1796, vol. II, lib. II, p. 167. — Bonamici, De bello Italico.

[313]. Muratori, Annali d'Italia, tom. XVI, all'anno 1747.

[314]. Sì questo che gli altri caratteri de' governatori, dati in questo capitolo, sono presi dalle Memorie del conte Verri.

[315]. Questo trattato leggesi non solo nelle Raccolte diplomatiche, ma anche nella citata Storia del secolo XVIII dell'abate Beccatini, vol. II, pag. 164 e 165.

[316]. Storia della casa d'Austria, di Guglielmo Coxe, tom. VI, cap. CIX.

[317]. Regia prammatica, 30 dicembre 1762; e reali dispacci, 3 agosto 1767 e 17 luglio 1769.

[318]. Real dispaccio, 30 novembre 1765.

[319]. Altro real dispaccio, 3 agosto 1767.

[320]. Altro del 30 settembre 1767.

[321]. Reali dispacci, 31 marzo e 23 giugno 1768.

[322]. Coxe, Storia della casa d'Austria, tom. VI, cap. CXVIII, in fine.

[323]. Bossi, Storia d'Italia, tom. XIX, pag. 364.

[324]. Gride 20 aprile e 17 settembre 1769, 24 febbraio, 28 settembre e 29 ottobre 1770.

[325]. Grida 17 febbraio 1768.

[326]. Gride 26 gennaio 1768, 28 gennaio 1769 e 16 febbraio 1771.

[327]. Regio dispaccio, 28 dicembre 1770.

[328]. Esposizione dell'Operato degli esecutori testamentari del principe Trivulzi, 31 marzo 1791, in-fol. — Sulla porta del pio albergo leggesi la seguente iscrizione:

Alendis . in . contvbernio . pavperibus
viribvs . senioqve . fractis
ANT. PTOLOM. TRIVVLTIVS
s. r. i. et . vallis . mesvlcinae princeps
aedes . has svas
vna . cvm . censv . et . praediis
regiae . clientelae . obonxiis
M. THERESIA AUG. annvente
svprema . volvntate . legavit
in viri . eidem . exeqvendae . delecti
piis . vsibvs . aptavervnt
MDCCLXXI.

(A nutrire in convitto i Poveri
Grami per età e di forze
ANT. TOLOMEO TRIVULZI
Del S. R. I. e della Valle Mesolcina Principe
Queste sua case
Insieme con capitali e poderi
Soggetti a regio feudo
Con assenso dell'AUG. M. TERESA
Legò per testamento
I quattro esecutori della sua ultima volontà
Ai voluti pii usi le adattarono
nel MDCCLXXI)

[329]. Cinque gride, tutte nella stessa data del 23 ottobre 1778, altre del 5 e 20 novembre e 13 dicembre dello stesso anno; 21 febbraio, 22 marzo, 23 aprile, 6, 8 e 22 giugno 1779.

[330]. Real dispaccio e relativo piano, 4 novembre 1773; altra grida 14 febbraio 1774.

[331]. Real dispaccio, 1.º novembre 1768.

[332]. Real dispaccio, 3 dicembre 1770.

[333]. RR. Dispacci, 22 maggio 1769 e 12 settembre 1771. — Grida, 1.º ottobre 1775.

[334]. R. Dispaccio, 2 dicembre 1776.

[335]. Vita dell'architetto Luigi Vanvitelli. Napoli, 1823, in 8.º, pag. 45 e 46.

[336]. Bossi, Guide de l'Étranger à Milan, ec., in più luoghi.

[337]. Paolo Frisi, Coxe, Bossi, Coppi, ec.

[338]. Martens, Recueil diplomatique, tom. III, pag. 732. — Coppi, Annali d'Italia, tom. I, pag. 152.

[339]. Coppi, luogo cit., pag. 133. — Editto 20 febbraio 1785.

[340]. Grida 17 febbraio 1767.

[341]. Grida 5 agosto 1771.

[342]. Grida 22 aprile 1772.

[343]. Coppi, Annali, tom. I, pag. 158.

[344]. Regio dispaccio 9 aprile 1781.

[345]. Regio dispaccio degli 8, e grida del 23 maggio 1781.

[346]. Grida 17 ottobre 1781.

[347]. Grida 8 ottobre 1781. Legge o costituzione sui matrimoni, 17 settembre 1784, e dilucidazioni 22 giugno 1785. Grida 26 novembre 1784, 21 gennaio e 11 febbraio 1787.

[348]. Regio dispaccio 9 maggio 1782, e grida 6 gennaio 1783.

[349]. Regio dispaccio 30 maggio 1782, e grida 20 febbraio 1783.

[350]. Piano 19 novembre 1784, regolamento 27 giugno 1786.

[351]. Regolamento 25 aprile e 27 dicembre 1785; 5 aprile e 11 giugno 1787.

[352]. Grida 18 aprile 1786.

[353]. Editto 26 settembre 1786.

[354]. Editto 24 dicembre 1786.

[355]. Piano 11 febbraio e grida 13 marzo 1786.

[356]. Codice dei delitti e delle pene; Vienna e Roveredo, 1787, parte I, § 20 e 53.

[357]. Ivi, §§ 25 al 27.

[358]. Ivi, § 16.

[359]. Ivi, §§ 42 e 46.

[360]. Ivi, § 24 e 39.

[361]. Ivi, § 30 e 32.

[362]. Codice citato, parte II, § 61.

[363]. Ivi, §§ 63, 72, 74, 76 e 80.

[364]. Ordini 24 gennaio 1786.

[365]. Risoluzione di S. M. 4 ottobre, ed editto 31 ottobre 1787; editti 30 luglio e 2 agosto 1788.

[366]. Grida 31 ottobre 1787.

[367]. Ordini 11 ottobre 1768, 30 dicembre 1778, 15 settemb. 1779.

[368]. Gride 31 marzo e 24 aprile 1787, 8 luglio 1788.

[369]. Gride 23 maggio e 25 settembre 1786.

[370]. Gride 26 gennaio 1768, 28 gennaio 1769, 15 febbraio e 30 dicembre 1771, 11 maggio 1775, 13 novembre 1781, 19 febbraio 1784 e 24 ottobre 1785.

[371]. Editto 9 dicembre 1786, regolamento e tariffa, ec. in-fol.

[372]. Ordini 2 e 22 dicembre 1786, 29 gennaio, 30 marzo 6 agosto e 19 ottobre 1787; 4 e 15 febbraio e 18 marzo 1788, 31 ottobre 1789.

[373]. Grida 4 aprile 1786.

[374]. Piano di regolamento per le farmacie della Lombardia austriaca: Milano, 1788, in 4.º — Piano di regolamento del direttorio medico-chirurgico, come sopra, in 4.º

[375]. Codice di S. M. l'imperatore Giuseppe II, tradotto dai tedesco da Bartolommeo Borroni; Milano, presso Galeazzo, 1787 e seg., vol. X, in 8.º

[376]. Coxe, Storia della casa d'Austria, tom. VI, cap. CXXIV.

[377]. Idem. Storia citata, cap. CXXVIII e CXXIX.

[378]. Real dispaccio 6 maggio 1790.

[379]. Real dispaccio 30 gennaio 1791, portante le sovrane Risoluzioni sulle domande de' pubblici, ec.

[380]. Citato real dispaccio 30 gennaio 1791; editti 30 gennaio e 23 luglio dello stesso anno.

[381]. Editto 20 marzo 1791; piano del magistrato politico camerale, ec. in-fol.

[382]. Grida 23 agosto 1785; decreto 24 gennaio 1791.

[383]. Veggansi la sua lettera circolare agli altri sovrani dell'Europa, in data di Padova 6 luglio 1791, e la sua dichiarazione fatta unitamente al re di Prussia, data in Pilnitz, il 27 agosto dello stesso anno. — Coxe, Storia ec., tom. VI, capitolo CXXXIII.

[384]. Coxe, luogo citato. — Bossi, Storia d'Italia, tom. XIX, p. 411.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.