Abitazioni degli antichi Ebrei.
Fra le nozioni delle antichità sacre, le più importanti a conoscersi sono, a nostro avviso, quelle che riguardano la composizione della famiglia, le basi su cui essa era fondata e i reciproci rapporti che ne univano i componenti. Però sia per l'importanza che hanno le abitazioni sull'igiene e sui costumi della famiglia stessa, e sia perchè la cognizione delle medesime serve per comprendere parecchie descrizioni degli autori sacri; crediamo indispensabile farvi appunto precedere un breve cenno sulle primitive abitazioni degli uomini: vale a dire sulle caverne, sulle capanne e sulle tende, per poscia parlare dei villaggi, delle città e delle case.
§ 1.—Delle Caverne.
In sulle rive del mare Rosso e del golfo Persico, nelle montagne dell'Armenia come nelle isole Baleari e nell'isola di Malta, alcuni popoli non avevano altra dimora [pg 35] che antri scavati nel sasso onde furono detti Trogloditi, parola che deriva dal greco e che significa: «quelli che s'ascondono nelle caverne[23]». Le montagne dell'Arabia, della Giudea e della Fenicia, erano in gran parte piene di tali sorta di caverne; che per essere molto ampie potevano dar ricetto a buon numero di persone. Maundrel nel suo Voyage de Jerusalem (pag. 198) ci da la descrizione d'una caverna scoperta nei dintorni di Sidone, e tanto ampia da essere divisa in circa dugento camere ciascuna di dodici piedi in quadrato. E la Bibbia ci porge anch'essa parecchi esempi di tali abitazioni: È in una caverna che Loth si rifugiò colle figlie onde scampare all'eccidio di Sodoma; è in una caverna che si rifugiarono i cinque re inseguiti dai soldati di Giosuè dopo la totale disfatta dei loro eserciti; sono pure caverne le abitazioni che si procurarono gli Ebrei angariati ed oppressi dai Madianiti affine di salvare sè stessi e nascondere i raccolti dei loro campi; e finalmente è in una caverna ove Davide riparò coi suoi quattrocento soldati per isfuggire dalle mani di Saulle. Queste caverne dopo d'avere servito di usuali abitazioni e di rifugio ai perseguitati, divennero in processo di tempo depositi di morti, e asilo dei ladri.
§ 2.—Le Capanne.
Per utili che fossero le caverne, presentavano però inconvenienti per molti riguardi; il principale dei quali era la difficoltà di ridurle accomodate ai bisogni della vita. Per questo motivo esse dovettero ben presto venire sostituite dalle capanne sucoth, le quali vennero riconosciute tanto comode e vantaggiose in quei paesi caldi, che non andarono affatto in disuso anche quando l'arte ebbe inventate abitazioni più perfette e più sicure.
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§ 3.—Le Tende.
Per l'inconveniente che presentavano le capanne di non potere essere trasportate con facilità dalle popolazioni nomade, si dovette ben presto pensare a sostituirvi le tende hóel, che serbando l'identica forma della capanna, presentavano il vantaggio di essere trasportabili. Primieramente le tende venivano fatte con pelli d'animali, ma poscia s'impiegarono per esse tessuti di lana o di tela che stendevansi su pertiche, tenacemente conficcate al suolo col iadéth (cavicchio), affinchè potessero resistere all'impeto del vento. Quantunque la S. Scrittura ci faccia sapere che i patriarchi vivevano in tende, ci fornisce però pochissime nozioni su tal sorta di dimore. Dalle descrizioni che alcuni viaggiatori moderni ci fanno delle tende degli Arabi, che da quanto si può presumere sono modellate su quelle dei più antichi loro padri, pare che le grandi tende fossero divise in tre parti: La prima parte che si trova alla stessa entrata è occupata dagli schiavi; la seconda è assegnata agli uomini; e la terza che ne forma il fondo, è riserbata alle donne. Quest'ultima parte è detta dagli arabi alcobbah, che indubbiamente corrisponde al vocabolo kubbà ebraico adoperato nel Pentateuco per designare la camera cubicolare. L'abitudine e l'amore alla indipendenza d'una vita errante e campestre, aveva reso tanto famigliare agli antichi questa maniera di vivere sotto le tende, che la continuarono ancora molti secoli dopo che l'arte aveva inventate le case. Così fece Abramo quando entrò nella terra di Canaan quantunque il paese fosse pieno di città; così fece Giacobbe al suo ritorno dalla Mesopotamia presso la città di Salem; così fecero gli Ebrei in Gàlgala dopo entrati nella terra promessa; e così fanno oggigiorno diversi popoli dell'Oriente.
§ 4.—Villaggi e Città.
Essendo gli uomini socievoli per natura, non appena si moltiplicarono sulla terra dovettero provare un prepotente [pg 37] bisogno di abitare a poca distanza gli uni dagli altri, per potere più facilmente prestarsi mutuo soccorso nei loro reciproci bisogni. «O la società o la morte», disse il leggendario Onì.
La Bibbia ci somministra la prova di questo bisogno umano soddisfatto da Caino stesso, il quale fabbricò una città ir o kirià che chiamò hhanoch dal nome del figlio. Subito dopo il diluvio, gli uomini si occuparono nuovamente a edificare diverse città fra le quali Ressen la grande, che stava in mezzo alle altre due città Ninive e Cálahh.
Le descrizioni dei viaggi fatti dai patriarchi nella Palestina e nell'Egitto, ci fanno persuasi che esistevano in quei paesi molte città governate da capi detti melech re, aluf duce dominante, nascì principe.
Gli esploratori andati a visitare la terra di Canaan assicurarono il popolo d'Israele di avere trovate città assai grandi e fortificate; prima di passare il Giordano le tribù di Gad e di Ruben edificarono città e fortezze a difesa delle loro famiglie che lasciarono al di qua di quel fiume.
Non mancavano sicuramente i villaggi o borgate distinti col nome di migrasc, hhavà, chefar.
Le città principali venivano possibilmente edificate su qualche altura, e spesso cinte da doppio e triplice ordine di mura. Il muro principale detto hhomà era munito di tratto in tratto da alte torri, e aveva davanti un fosso profondo, oltre al quale era l'antimuro detto hhel.
Innanzi alle porte della città e talvolta anche nell'interno d'essa, esistevano piazze rehhovód, che servivano tanto ai pubblici mercati, quanto a luogo di residenza dei magistrati per l'amministrazione della giustizia. Mancando allora le botteghe, si capirà facilmente che le mercanzie si tenevano esposte all'aperto sotto tende o capanne.
§ 5.—Le Case.
All'ingresso degli Ebrei nella Palestina pare che trovassero le case baiith tutte di un solo piano, sormontante da un [pg 38] terrazzo che serviva non solamente per passeggiare e respirare aria più pura, ma ancora per farvi i pasti e passarvi le notti della state. Egli è per questo motivo che il legislatore ebreo, sollecito e tenero del bene del suo popolo, non trascurando neanche le cose di minor conto trattandosi di evitare loro un qualche pericolo, aveva imposto con prudente ordinazione di guernire l'orlo del tetto di un muricciuolo o parapetto maaké alto abbastanza per impedire le cadute. In processo di tempo gli Ebrei seppero fabbricarsi case ampie e alte particolarmente nelle grandi città, e decorarle non solamente con molto buon gusto ma con molto sfarzo, come avremo a convincercene quando discorreremo delle arti coltivate dai medesimi.
In quanto alla disposizione degli appartamenti, sembra che la maggior parte delle case grandi e ricche avessero quattro ale o divisioni formanti un cortile quadrato detto toch abaiith (corte interiore), e precedute da un cortile esterno detto hhasser, destinato a ricevere le persone che ordinariamente non venivano ammesse nell'interno della casa. È molto probabile che il quartiere delle donne fosse collocato nella parte la più remota, poichè quando Davide volle significare come si manifesti la benedizione di Dio su d'un uomo pio, si servì della seguente espressione poetica:
«La tua moglie sarà quale feconda vite beüarchethè bethécha (nella estremità della tua casa). I tuoi figli saranno quali giovani piante d'olivo, intorno al tuo desco»—Dalle profezie di Amos e di Geremia, si ricava che i ricchi avevano appartamenti distinti per l'estate e per l'inverno.
Il primo che abbia parlato di cucina propriamente detta, è il profeta Ezechiele.
Tanto le città quanto le case avevano porte sáar[24] di una [pg 39] o di due imposte. La porta formata di un'imposta sola si diceva deleth, e quella formata di due imposte delathaim. L'architrave si chiamava mascof e gli stipiti mezuzoth. Certo si sa per insegnamento ricevuto sino dai più teneri anni, che questa parola fu traslativamente appropriata ad indicare un piccolo rotolo di carta pecora, rinchiusa in una canna o vetro, e contenente i due primi paragrafi del Schemanh e che si pone nello stipite dell'uscio delle case dal lato diritto di chi vi entra. Sul di dietro di questa pergamena sta scritta la parola sciaddaï che deriva dalla radice sad mammella, e viene tradotta in italiano per: prima causa d'ogni cosa, onnipotente, provvidente[25].
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Le porte si chiudevano con sbarra o chiavistello detto beriahh. Quantunque nella Bibbia non si trovi una parola che si possa veramente tradurre per serratura poichè la parola manùl derivando da naál (calzare, chiudere), probabilmente voleva indicare non una serratura ma un legaccio o una catena a cui si attaccava il beriahh; ciò nullameno rileviamo da Giuseppe che esse erano conosciute.
Ed a parere nostro è probabilissima tale opinione, poichè nel racconto della morte d'Eglone ucciso da Aód[26] si dice che i servi di questo principe presero un mafteahh (chiave), per aprire l'uscio che s'era chiuso dietro di sè l'uccisore.
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I mattoni sono designati nella Sacra Scrittura col vocabolo levenim da lavan, bianco, perchè fatti di argilla bianca comunissima in Oriente. È singolare che il procedimento di formare e cuocere i mattoni, sia attualmente eguale alla breve descrizione dataci da Mosè nella Genesi.
I legni che venivano adoperati principalmente negli edifizii erano il sicomoro, l'acacia, il palmizio, l'abete e l'olivo. Il cedro molto più prezioso di tutti questi s'adoperava soltanto negli edifici sontuosi. Nella descrizione della balaustrata fatta costrurre da Salomone, e che dal suo palazzo conduceva al Tempio, si parla d'un legno detto almugghim o algummim. Isaia parla pure del legno teascur, tradotto per bosso, ma che forse non era che una specie di cedro. Le case d'avorio di cui si parla nel libro dei Re e nelle profezie di Amos, venivano così dette per la grande copia di lavori d'avorio che le decoravano.
§ 6.—Mobili.
Le nozioni che ci vengono somministrate dalla Bibbia relativamente ai mobili sono assai scarse. Nella descrizione dei sacri arredi del Tabernacolo non troviamo menzionati che gli specchi maròd (fatti con rame lucente), la tavola sciulhhan, le caldaie assirod, i bacini mizrecód, le forchette mizlegod, le palette mahhtod, la lampada a più becchi menorà, il bacile kearà, e la conca chior.
E così quando all'epoca dei re una signora di Sunem propone al marito di fare allestire una camera appartata pel profeta Eliseo, non troviamo menzionata che una tavola, una menorà, una mità (letto) e un chissé (sedia). Ciò nullameno è indubitato che sino dai tempi di Abramo, i ricchi dovevano avere mobili quali potevano venire suggeriti [pg 42] dal bisogno e dal lusso, poichè le arti avevano già fatti progressi tali da occuparsi in oggetti di puro lusso per ornamento muliebre quali orecchini, anelli e smaniglie.
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SIVAN (Maggio-Giugno)
Coll'intervento divino manifestatosi coi grandi prodigi di cui noi parlammo nel mese di Nissan, Israele infrange le sue ritorte; con mano alta esce da quella terra che fu tanto inumana per lui, e si accinge a conquistare il paese di Canaan promesso ai suoi antichi patriarchi, che già avevano avuto in esso lunga dimora.
Ma colla libertà è indispensabile a tutti i popoli una educazione religiosa, civile e politica atta ad illuminare la mente di ogni singolo cittadino, e a fortificarne il cuore: onde quella stessa libertà, ch'è il più caro tesoro dell'uomo, non degeneri in licenza alterando il morale equilibrio della società e preparandole spensieratamente disordine e rovina.
Egli è per questo che quasi appena data la libertà al suo popolo, Iddio stesso volle proclamare al suo cospetto, i principii fondamentali di quel codice eterno che col mezzo del suo servo fedele, Mosè, intendeva elargirgli.
Ed ecco come avvenne questo fatto grandioso.
Correva il terzo mese dacchè Israele era uscito dall'Egitto, ed era precisamente il giorno sesto di Sivan, quando frammezzo a spessa nuvola, preceduto ed accompagnato da spaventoso fragore di tuoni e da terribili lampi; Iddio stesso proclamava sul Sinai il Decalogo[27]: compendio [pg 43] religioso-morale non solo d'Israele, ma della intiera umanità; inquantocchè esso racchiuda i principali e massimi doveri che la religione e la morale reclamano imperiosamente da ogni individuo. Il solo primo di questi precetti ha un carattere tutt'affatto speciale verso al popolo d'Israele; perchè con esso Iddio, si dichiara tale per lui, per averlo tratto dalla schiavitù d'Egitto.
Preparato tre giorni innanzi a santo raccoglimento con corporali astinenze purificatrici del corpo e dello spirito, il popolo intiero, uomini, donne e fanciulli furono testimonii di questo grande avvenimento. «Domanda alle generazioni che furono, dice Mosè a Israele, dall'una all'altra estremità della terra, dal dì che Dio pose l'uomo sulla terra sino al giorno d'oggi, se mai abbia avuto luogo ciò che successe a te; che Dio stesso siasi rivelato ad un popolo intero circondato da un fuoco avvampante ed abbia proposto direttamente a lui le basi del suo patto![28]» È Dio stesso che col primo precetto abolisce in massima ogni sorta di schiavitù[29] e di caste[30]; proclama colla sua Unità la eguaglianza fra tutti gli uomini componenti l'Assemblea di Giacobbe, perchè tutti indistintamente trasse dall'Egitto da casa di schiavi. «Presso di loro (gli Ebrei), [pg 44] dice a questo proposito l'abate Gúenée, nissuna di quelle ingiuriose distinzioni di casta stabilite presso gli Egiziani ed i Romani; nè quell'oltraggiante disdegno d'un ordine di cittadini per l'altro; nissuna di quelle barbare istituzioni che altrove riuniscono in una parte della nazione i privilegi e l'autorità.... Tutto conduceva all'eguaglianza naturale». E D. Calmet diceva a questo proposito: «Tutta la legge è nell'interesse della nazione intiera, e non del tale o tal altro privato. Le distinzioni sociali non possono essere basate che sull'utilità comune».
Col secondo precetto Iddio raccomanda di non adorare idoli, di non fare immagini nè figure di qualunque oggetto esistente nel cielo, nella terra e nelle acque; poichè egli, Dio geloso, punisce i peccati dei padri sui figli sino alla terza e quarta generazione, ed usa con benevolenza coi suoi amici sino alla millesima generazione. Come! esclamarono in ogni tempo ed esclamano tuttavia i detrattori della Bibbia. Il Dio di Mosè partecipa dunque a tutte le umane passioni? Sente gelosia, serba rancore, prova il bisogno di vendetta? Nè basta ancora che punisce i figli per le colpe dei loro padri e dei loro avi?—Eppure niente di più erroneo di questo ragionamento. Dopo la fatta proibizione di tracciare immagini, che per le impressioni portate seco dall'Egitto e per l'esempio di tutte le nazioni da cui erano circondati sarebbero stati immancabilmente condotti ad adorarle; Iddio proclama una verità naturale, un fatto che si rinnova ogni giorno[31]. Daltronde la Bibbia intiera [pg 45] protesta contro una tale supposizione. Ne citeremo alcuni esempi: Tra i consigli e gli ordini che Mosè stesso impartisce ai giudici onde non si lascino influenzare da verun sentimento di debolezza verso il potente, di commiserazione verso il povero ecc.; troviamo la seguente raccomandazione: «Non saranno fatti morire i padri per i figli nè i figli per i padri: il colpevole solo sarà fatto morire». Ed è inspirato a questo principio di giustizia che Ezechiele rivolge le seguenti parole agli abitanti della terra d'Israele: «Che andate voi ripetendo questo proverbio: i padri mangiarono l'agresto e i denti dei figli sono allegati? L'uomo giusto vivrà; se il figlio è tristo, quel figlio morrà; se il figlio d'un uomo tristo non imita il padre vivrà sicuramente. La probità del giusto starà sopra di lui, e la malvagità dell'empio sopra di lui resterà. Quando il giusto si ritrarrà dalla sua probità e commetterà inique azioni, egli perirà a cagione di quelle. E quando l'empio si ritira dalle malvagità che commetteva e pratica giustizia ed umanità, egli si procura la vita».
Nel libro dei re vediamo l'adozione pratica di questa equa disposizione. Il cronista sacro dopo avere raccontato come il re Amassià abbia punito colla morte gli uccisori del proprio genitore; aggiunge la seguente considerazione: «E i figli degli uccisori non fece morire, uniformandosi a quanto sta scritto nel libro della legge di Mosè comandata da Dio: «Non saranno fatti morire i padri pei figli nè i figli pei padri: il solo colpevole subirà la morte».
Col terzo precetto si proibisce di proferire il nome del Signore per cose vane. Quel santo nome che ci richiama [pg 46] alla mente quell'Essere infinito centro di ogni perfezione, amore e delizia di ogni anima pia; non può e non deve venire pronunziato che nelle nostre preghiere e per motivi gravi, e con quel rispetto e con quella venerazione che per noi si può maggiore.
Col quarto ordina la santificazione del sabbato in memoria della creazione del mondo. Conviene però avvertire che la santificazione del sabbato non consiste unicamente nel riposo fisico, che anzi questo non deve servire se non quale mezzo onde elevare a Dio il nostro cuore e la nostra anima mercè la preghiera, la vita in famiglia e l'istruzione.
Nella stessa guisa che dopo sei giorni di lavoro attivo il corpo necessita di un giorno di riposo, così l'anima dopo i pensieri che la tennero più che occupata, diremo quasi totalmente assorbita, negli interessi materiali per tutta la settimana; ha bisogno di un giorno di riposo, onde poterlo dedicare al suo perfezionamento ed acquistare la cognizione esatta dei proprii doveri religiosi e morali. È questo appunto il doppio benefico fine dell'instituzione del sabbato, assai bene definito dai nostri dottori colle parole: hhassì l'Adonai (metà a Dio per l'istruzione religioso-morale) vehhassì lachem (e metà a voi pel riposo del corpo e pei leciti passatempi).
Gli altri sei non sono che principii di morale e di giustizia e quindi universali per tutti gli uomini. Onora tuo padre e tua madre; non commettere omicidio; non commettere adulterio; non rubare; non attestare il falso; non desiderare cosa alcuna che appartenga al tuo prossimo.
Questo decimo precetto, dice il Medrass, controbilancia tutti gli altri. Il desiderio delle cose altrui, l'avidità di possederle è la principale sorgente di tutti i misfatti. Non rivolgiamo mai la nostra bramosia su qualsiasi oggetto che appartenga al nostro prossimo, siamo moderati nei nostri desiderii i quali non debbono mai oltrepassare la nostra possibilità di appagarli; padroneggiamo le nostre passioni e non lasciamole mai sortire dai limiti consentiti [pg 47] dall'onestà e dal dovere; contentiamoci dello stato in cui ci pose la Provvidenza: e collo spirito calmo, col cuore soddisfatto riconosceremo allora la profonda sapienza che dettò ai nostri dottori il seguente aforisma: «Essere vero ricco colui che è contento del proprio stato».
Fu appunto per solennizzare questa divina rivelazione che venne instituita la festa del mathan torà (proclamazione della legge) o savuod (delle settimane), perchè accade sette settimane dopo il primo giorno di Pasqua. S'intitola pure, iom abicurim (giorno delle primizie): poichè in tale giorno si rendevano a Dio solenni azioni di grazie per la messe con apposite offerte e sacrificii. Questa festa stabilita un sol giorno si portò a due pel motivo già indicato nella festa di Pasqua.