Antichità Politiche.

Forma di Governo.

Dopo d'avere parlato nei mesi precedenti della società civile degli antichi Ebrei, tratteremo in questo mese e nei seguenti delle loro antichità politiche ovverosia della forma del loro governo, dei magistrati, dei re, e finalmente delle leggi penali e della loro applicazione.

La sola ragione basta ad insegnare che il governo paterno fu primo d'ogni altro, posciachè la famiglia fu la primiera delle società. L'aumento delle famiglie non [pg 182] isciolse dapprincipio l'autorità di quegli che ne era il capo naturale; e alla morte del padre o in sua assenza il maggior dei figli potè mantenere una certa autorità sui minori, ma poco a poco questa dominazione dell'età e della esperienza dovette andare menomando di forza, ed alcune famiglie cominciarono a dichiararsi indipendenti. Tale stato di cose ingenerando anarchia e disordine fece presto palese la necessità di un capo comune senza pregiudizio all'autorità dei loro capi particolari. Ecco pertanto le autorità che dovettero costituire il primitivo governo dei popoli; e che quantunque fossero tutte indipendenti nei loro rispettivi uffizi, pure erano insieme collegate da un interesse generale.

E questo sistema naturale di governo è quello appunto che noi scorgiamo funzionante presso gli Ebrei, sin da quando essi trovavansi in Egitto: poichè tutto ci lascia credere che quantunque essi fossero sotto la dipendenza di quei re, nullameno erano pure governati dai loro proprii capi. Le tribù, ch'erano in numero di dodici, secondo i nomi dei dodici figli di Giacobbe, pare che fossero divise in famiglie le quali avevano ciascuna il proprio Zakén (anziano). A capo di ogni tribù vi era il Nassi (principe) che avevano ai loro ordini i Soterim. Quando Dio incarica Mosè di presentarsi al re d'Egitto onde intimargli di lasciare partire Israele dal suo paese gli impone di «fare radunare gli anziani di Israele e di manifestare loro ch'era giunto il tempo in cui Dio stava per adempire la promessa fatta ai loro patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, cioè di trarlo da quella dura schiavitù e condurlo in un paese colante latte e miele». Mosè arrivato in Egitto comunica al fratello Aronne l'alta missione di cui fu incaricato, e uniformandosi agli ordini di Dio si affretta a fare radunare gli anziani, e accompagnato da questi e dal fratello si presenta a Faraone. E allorquando costui respinse sdegnosamente tale richiesta e furioso inveì contro gli Ebrei appellandoli pigri, e con una dissennatezza pari alla crudeltà ordinò ai suoi servi di aumentare la somma [pg 183] dei lavori di quei miseri schiavi e di esigerne l'esecuzione col massimo rigore; noi troviamo menzionati certi officiali ebrei sotto il titolo di Soterim[93] la cui autorità era sicuramente sanzionata dal Governo Egiziano, verso il quale erano personalmente responsabili dei carichi imposti alla colonia; perchè si fecero interpreti delle lagnanze del popolo presso il re stesso per tale rigore: e uscendo inesauditi dal suo cospetto e incontratisi con Mosè ed Aronne, rivolsero loro acerbe parole perchè la loro missione aveva sortito un effetto contrario a quello che avevano fatto sperare al popolo.

Quantunque noi non conosciamo precisamente le attribuzioni nè l'autorità degli anziani e dei soterim, dobbiamo credere che tali primitive instituzioni, che noi chiameremo patriarcali, presentassero molti inconvenienti trattandosi di applicarli ad una nazione numerosa e che si voleva unita e forte. Vediamo infatti che appena arriva Ietro suocero di Mosè all'accampamento ebraico, si inizia immediatamente una riforma. Da quanto si rileva Mosè solo giudicava allora il popolo, e Ietro trovando un tale sistema faticoso per Mosè e incomodo pel popolo che doveva attendere lungamente prima di essere giudicato, gli suggerisce di dividere il popolo in migliaia, poscia suddividere queste in centinaia e le centinaia in cinquantine e in decine. Uomini segnalati per dottrina e per probità, dovevano essere posti a capo di ciascuna di queste divisioni, incaricati di rendere giustizia al popolo e di consigliarlo nelle cose meno gravi; riserbando a sè e dopo lui al capo della repubblica, la decisione dei casi più difficili. E Mosè riconoscendo la sapienza di tale consiglio lo attuò immediatamente lasciando alla nazione stessa la nomina dei suoi capi.

Noi non ci fermeremo ad esaminare quale titolo convenga [pg 184] meglio al governo instituito da Mosè: se cioè esso si debba definire per aristocratico, democratico o teocratico, perchè ci impegnerebbe in una quistione lunga, difficile e niente adattata all'indole del nostro lavoro. Infatti quale importanza può avere il nome? Badiamo piuttosto agli elementi di cui si componeva, e del modo pratico con cui funzionava e se questo esame ci persuaderà che esso fosse, come era veramente, una garanzia d'ordine e d'equità, una sicurezza per la persona, e la sostanza d'ogni cittadino, che importa che gli si debba applicare un nome piuttosto che un altro?

È probabilmente all'assemblea dei deputati della nazione che vanno attribuiti i vocaboli kaál o edà (assemblea o adunanza) che con tanta frequenza si riscontrano nel Pentateuco e i cui membri appellati keriè aedà o keriè moéd venivano sì spesso convocati da Mosè per trasmettere i suoi ordini al popolo, non potendosi ragionevolmente ammettere ch'egli s'indirizzasse a poco meno d'un milione d'uomini alla volta.

Il Dio vero ed unico, creatore e conservatore di tutte le cose, è il Capo Supremo della repubblica ebraica, alla quale in segno di compiacenza e di predilezione egli affida la sua religione e il suo culto. Mosè e i suoi successori non erano che organi, luogotenenti e mediatori tra questo Dio-re ed il suo popolo. Nè l'instituzione della monarchia alterò questa disposizione, imperocchè l'elezione del primo re si fece per via della sorte, onde Dio stesso indicasse il nome di colui ch'egli voleva designare a suo luogotenente.

Si è per questa ragione che l'idolatria non era considerata empietà, ma atto di ribellione contro il legittimo sovrano e punita di estremo supplizio; che il tabernacolo non era considerato soltanto come un luogo comune di preghiera, ma quale abitazione del re. Il suolo era di assoluta proprietà del re; la tavola coi pani di proposizione era la tavola reale: pertanto i sacerdoti ed i leviti ministri e servi del re si cibavano di questo pane, riscuotevano le decime e le primizie delle produzioni del suolo, [pg 185] il riscatto dei primogeniti degli uomini, e il riscatto o i primi nati degli animali che erano devolute al proprietario.

Soddisfatto per tal modo al primo bisogno che sente un popolo di avere un Capo supremo a cui dirigersi in qualunque difficile emergenza, vediamo ora l'esplicazione del sistema di governo e pel quale i funzionanti che emanavano da questo centro quali raggi dal globo solare erano chiamati a provvedere alla conservazione e al benessere della nazione, alla esecuzione delle leggi e alla amministrazione della giustizia. Non possiamo però esimerci dal notare precedentemente colle parole dell'abate Guéné che «i pubblici impieghi non costituivano, fra gli ebrei, titoli di esazioni nè posti di stipendi e propine, poichè tutto si esercitava gratuitamente». A questa verità aggiungeremo noi che fu col suo proprio esempio che Mosè dimostrò agli ebrei come il potere debbasi usarsi al benessere del popolo e non rivolgersi a strumento di tirannia, nè a fonte di lucro: poichè egli resse per quarantanni il suo popolo colla stessa pazienza, collo stesso amore che non conosce sacrifizi con cui «un aio porta in seno il bambino affidato alle sue cure».

§ 1.—Gli Anziani.

Presso gli Ebrei come presso tutti i popoli antichi gli Anziani zechenim[94], esercitavano una grande autorità ed erano oggetto della massima venerazione: «Alzati innanzi ad un capo canuto, disse il Legislatore, e dimostra il più alto rispetto al volto d'un vecchio». Più tardi il vocabolo anziano non fu più che un semplice titolo di riverenza dato a coloro che per la loro nascita, per la fortuna, [pg 186] o per le doti intellettuali seppero porsi alla testa della loro città o della loro tribù.

Noi abbiamo già notato l'importanza degli anziani presso gli Ebrei in Egitto: noi li ritroviamo nel deserto al festino dato da Mosè a Ietro suo suocero quando gli ricondusse la moglie e i figli: noi li troviamo in tutte le epoche della storia nostra sempre circondati del più alto rispetto e di una autorità incontestabile.

Pare che gli anziani delle città formassero una specie di Consiglio municipale e talvolta anche un giurì per gli affari criminali; e gli anziani della nazione, che forse erano scelti tra i principali fra gli anziani delle diverse città del regno, formassero una specie di Consiglio di Stato, un tribunale supremo della nazione, un moderatore delle usurpazioni a cui poteva trascendere il potere supremo. Noi troviamo spesso questo Corpo in diretti rapporti col Capo dello Stato, al quale talvolta consiglia e tal'altra impone misure governative. Tanta era la loro autorità che Mosè al momento di una ribellione vi fece appello per sostenere la sua vacillante. Giosuè angosciato ed atterrito da una disfatta che se era d'un'importanza si può dire di nessun conto per se stessa, ne assumeva però un'altissima e suprema morale perchè scoraggiava Israele, nel mentre che lo spogliava al cospetto delle nazioni Cananee del prestigio della sua invincibilità per la protezione divina, si prostra innanzi all'Arca in mezzo agli anziani del popolo[95]. Sono gli anziani che domandano a Samuele [pg 187] di rassegnare il suo potere ed eleggere per loro un re, e sono anziani quelli che più tardi danno la sovranità a Davide, e che lo ristabiliscono sul trono dopo la sua fuga da Gerusalemme in seguito alla ribellione del figlio Assalonne.

Questi esempi basteranno a farci capaci dell'alta influenza che gli anziani dovevano avere sul popolo, e quale potente ausiliario o avversario temuto potevano essere in gravi momenti, pel potere esecutivo.

§ 2.—I Capi delle tribù e delle famiglie.

Dopo gli anziani noi troviamo i dodici nessiím (principi) o Capi delle dodici tribù, che certo erano gli uomini più distinti delle loro rispettive tribù. La loro nomina era elettiva come quella dei capi delle famiglie detti ross-bethav, i quali erano sotto gli ordini dei primi, e tanto gli uni quanto gli altri erano incaricati della tutela degli interessi particolari delle famiglie e delle tribù da essi rappresentate.

Dobbiamo avvertire che tanto le cause giudiziarie quanto le contrattazioni civili, si dibattevano sulla pubblica piazza alle porte della città, nei luoghi cioè più frequentati onde il popolo vi potesse assistere. Quest'uso non era particolare agli Ebrei, ma generale fra i popoli antichi, e non v'ha dubbio che oltre ad essere una delle più valide barriere contro la corruzione dei giudici, sostituiva la redazione degli atti. Infatti è bensì vero che in Geremia si parla della redazione d'un atto sottoscritto da testimonii, quando cioè quel profeta comperò dallo zio Hhanamél figlio di Salum un campo situato in Anadód, ma ciò fu per dimostrare al popolo la propria fiducia nelle divine promesse [pg 188] di ricostituire Israele a nazione indipendente; perchè il profeta raccomanda a Baruch, suo segretario, di chiudere quel documento in un vaso di creta onde potesse conservarsi a lungo: ma veramente Mosè non parla della redazione di nessun atto giuridico tranne quello relativo al divorzio, e in tutta l'epoca biblica non ne troviamo altro cenno. Abramo compera la grotta di Macpelà per seppellire la moglie, ne pattuisce e ne sborsa il prezzo alla presenza dei cittadini d'Ebron; Sichem signore di Salem, desiderando di sposare Dina figlia di Giacobbe, fa radunare i suoi cittadini alla porta della città e quivi li arringa e li persuade della convenienza che essi avevano di farsi circoncidere per potersi imparentare con quella potente e ricchissima famiglia; Booz con dieci anziani della sua città sale nel fabbricato che trovavasi presso la porta per fare valere i suoi diritti di parentela con Noemi e colla vedova di Maclon.

§ 3—I giudici.

Mosè ordinò al suo popolo di eleggersi giudici e soterim in tutte le città. Nella scelta del giudice dovevasi badare anzitutto alla onestà del carattere e alla sua posizione sociale che lo dovesse rendere indipendente, imparziale ed incorruttibile.

Accadendo che un magistrato fosse dubbioso sul senso della legge o sulla sua pratica applicazione, o che qualcuna delle parti contendenti non si tenesse soddisfatta della sentenza da essi emanata, i primi erano obbligati di ricorrere, e i secondi erano in facoltà di appellarsi al Capo dello Stato, ai leviti e ai sacerdoti, o al tribunale supremo sedente in Gerusalemme.

I giudici formavano una classe di cittadini che era tenuta in altissima considerazione poichè il Pentateuco li designa col titolo di Eloím (dii o uomini divini).

§ 4—I Soterim.

Attaccati ai nesíim stavano i Soterím, ovvero gli ufficiali del potere esecutivo. Costoro sopraintendevano alla [pg 189] levata delle truppe; nel fare le proclamazioni prescritte dalla legge prima dell'entrata in campagna affine di fare uscire dalle file coloro che venivano da essa esentati dal servigio[96] e nel fare conoscere all'armata gli ordini del capitano nel corso della campagna.

L'arte dello scrivere non essendo allora molto estesa fra gli ebrei, le funzioni di Soter facendo supporre un alto grado d'istruzione, essi venivano tenuti in un concetto assai onorevole, ed erano ammessi nelle assemblee dei rappresentanti della nazione.

§ 5.—Capo dello Stato.

Alla testa dei poteri summenzionati si trovava il Capo della repubblica il quale era rivestito del potere esecutivo per tutto ciò che concerneva l'interesse comune di tutte le tribù riunite in corpo di nazione, e considerato quale luogotenente di Dio, il re invisibile. Questo capo doveva essere nominato direttamente da Dio, per via di sorteggio come avvenne per Saulle, o per mezzo di un suo profeta come per Davide e parecchi altri, o eletto dalla volontà del popolo per organo dei suoi legittimi rappresentanti. Era consacrato dal sommo pontefice colla imposizione delle mani, o colla unzione dell'olio santo; e nelle gravi circostanze doveva rivolgersi allo stesso pontefice per la sua qualità di primo ministro del re supremo, Dio, per interrogarlo mercè gli Orim e Tumim[97]. Mosè non fissa [pg 190] veruna disposizione riguardo all'elezione di un capo temporaneo che appella Sofet nè riguardo all'ipotetica elezione e successione dei re. Conviene però dire che non avendo appunto ammesso che quale ipotesi la nomina di un re, si può pertanto ragionevolmente conghietturare che il suo desiderio fosse che il popolo continuasse a reggersi a repubblica; e che seguendo il suo esempio, ogni Sofet nominasse egli stesso il proprio successore. I fatti ci provano che in realtà l'organizzazione delle tribù era tanto semplice che, tranne in casi eccezionali, lo stato poteva funzionare benissimo senza un capo permanente. Così vediamo da una parte che senza alterare l'armonia dello stato una tribù sola o associandosi ad altra faceva la guerra per l'interesse suo proprio locale senza consultare la nazione; e d'altra parte vediamo la nazione intiera commoversi [pg 191] all'annunzio dell'orrendo misfatto commesso sul territorio della tribù di Beniamino, e senza esservi obbligata dall'ordine espresso di un capo supremo sorgere «come un solo uomo» per ottenerne la riparazione.

Fu dopo vent'anni dalla morte di Eli che il popolo minacciato da una invasione dei Filistei, tutto tremante si rivolse a Samuele; il quale presa la direzione del Governo, certo nell'interesse della nazione, intendeva farne una dignità ereditaria nella sua propria famiglia. Ma i suoi figli amarono i regali, commisero parzialità ed ingiustizie e suscitarono nel popolo il desiderio di un re. Abbiamo accennato or ora che questo caso fu preveduto dal Legislatore, il quale lo permise sotto alcune condizioni che erano le seguenti: Il re eleggendo doveva essere di origine ebrea, doveva serbare la semplicità dei costumi, non insuperbire della sua autorità; non doveva accumulare ricchezze, non doveva avere molte donne onde il suo cuore non fosse ammollito; non doveva avere molti cavalli nè provvedersene dall'Egitto; doveva considerare i suoi sudditi come altrettanti fratelli, e finalmente doveva scriversi una copia della legge di Dio, tenerla costantemente innanzi ai suoi occhi e leggerla di continuo, onde il suo cuore non avesse ad isviare dal retto cammino in essa tracciato, e potessero così prolungarsi i giorni del regno suo e di quello dei suoi figli nel mezzo d'Israele.

Diremo di passaggio che disgraziatamente questi savissimi consigli, furono in parte lettera morta anche pei re migliori, e che un lusso immoderato sottentrò alla primitiva semplicità sino dai tempi di Davide, perchè lo storico racconta che Adonia figlio dello stesso aveva «carri e cavalieri e cinquanta uomini che correvano innanzi a lui (al suo carro)».

Ma se anche nei re Ebrei, l'amore del lusso e l'ambizione ebbero attrative invincibili, dobbiamo però convenire che essi si diportavano verso i loro sudditi, in modo ben diverso degli altri re Orientali. Questi non intesi che ai sensuali piaceri si tenevano celati ai loro sudditi, [pg 192] mentrecchè quelli giudicavano personalmente il loro popolo[98], e si frammischiavano ad esso particolarmente in epoche di pubblica letizia. Il re aveva il diritto di dichiarare la guerra, di conchiudere trattati anche senza consultare il gran consiglio degli Anziani. La successione al trono toccava di diritto al suo figlio primogenito: se Davide non si uniformò a questa regola ciò fu per espresso ordine di Dio che gli impose di dichiarare erede Salomone. Trattandosi di un minorenne, la madre o l'avola del principe presuntivo governava quale reggente sotto il titolo di ghevirá. Si può però ritenere come cosa certa che la consacrazione sacerdotale non si praticava che pel capo della dinastia o per motivi affatto speciali, poichè la troviamo adoperata per soli quattro re (che furono) Saulle, Davide, Salomone perchè i suoi diritti potevano venire contestati da Adonia che era il primogenito e capo di un certo partito che lo preconizzava re d'Israele, e finalmente Gioas (unico fra i reali di Giuda) perchè abbisognava di questo prestigio onde potere con maggiori probabilità ricuperare il trono usurpatogli sette anni prima da Atalia sua avola.

La persona del re era oggetto di profondo rispetto ed inviolabile; poichè Davide si credette in diritto di mandare a morte il soldato che avea messo fine all'agonia di Saulle, da lui stesso pregato, per la sola ragione ch'egli aveva osato di porre la mano sull'unto di Dio.

I nomi adoperati dagli Ebrei per indicare il re sono: adón (signore) mélech (re) mescíahh adonai (l'unto dell'Eterno). Dovendogli dirigere il discorso lo si appellava semplicemente: o re, il re, oppure mio signore, il re. Nulla si trova nella Bibbia relativamente al trattamento [pg 193] o agli uffizi dei diversi membri della famiglia reale, tranne due passi: il primo dei quali in Samuele che appella Coaním (capi, ufficiali) i figli di Davide, e il secondo nei Paralipòmeni nel quale si legge: «che i figli di Davide erano i primi a fianco del re». Nella Bibbia non troviamo nulla di preciso sull'appanaggio del re, ma combinando tra loro certi passaggi, è facile capire che le loro rendite fossero assai considerevoli, e che derivassero dai cespiti seguenti: 1º I doni volontarii dei sudditi; 2º Le greggie e le produzioni dei campi, dei giardini, ecc. di loro esclusiva proprietà e che aumentavansi continuamente per le conquiste e per le confische nei delitti di stato; 3º Un tributo che esigevano; 4º Le spoglie più preziose dei popoli vinti e i tributi loro imposti; 5º I diritti esatti sui negozianti indigeni e stranieri.

I re portavano vestimenti particolari che li distinguevano da tutte le altre persone. Sulla mitra adattavano il loro diadema detto nézer che vale segno di distinzione, e la atarà (ornamento cingente o corona) che portavano in ogni tempo unitamente alla collana e ai braccialetti. Il trono chissé aveva precisamente la forma di un seggiolone, ma alto in modo che i piedi bisognavano di un appoggio che chiamavasi adóm (sgabello); lo scettro scéveth (verga o bastone), viene spesso adoperato dagli autori sacri per simbolo della dignità reale o dell'esercizio del potere supremo.

§ 6—Del Senato o Sinedrio.

«Fammi radunare settanta uomini tra i più vecchi d'Israele, i quali tu conosci che potranno essere gli anziani del popolo ed i suoi soterim, disse Dio a Mosè, ed io separerò una porzione dello spirito ch'è sopra di te; e lo compartirò sopra loro, così essi correranno teco a portare il carico del popolo, e non avrai a portarlo tu solo». Al tempo dei Maccabei questo supremo tribunale della nazione sedente in Gerusalemme fu appellato Sanedrím (sinedrio) dal Greco Synedrion che significa un'assemblea di gente assisa.

[pg 194] Secondo i dottori l'assemblea eleggeva il suo membro più autorevole per innalzarlo alla presidenza. Egli rappresentava Mosè. Alla sua destra eravi l'ab-beth-din, e alla sua sinistra siedeva una specie di vice-presidente detto Ehhahham (il sapiente). Gli altri senatori si siedevano in semicircolo secondo l'ordine della loro nomina. Gli scribi o segretarii avevano i loro posti particolari.

I voti venivano raccolti talvolta dal presidente e talvolta dal membro più giovane, nell'intento che nessun senatore avesse ad influenzare sui voti che dovevano essere motivati.

Per le quistioni di pubblico interesse richiedevasi l'unanimità dei voti, ma per le quistioni secondarie bastava la maggioranza d'un voto solo.

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SCEVATH (Gennaio-Febbraio).

Questo mese non presenta alla nostra meditazione oltre a due episodii e di una semplice importanza morale. Il primo si rapporta a una visione del profeta Zaccaria avuta verso la fine dei settant'anni della cattività babilonese. Egli racconta di avere udito un angelo che indirizzava a Dio una pietosa interrogazione sul quando egli si moverebbe a misericordia degli infelici ebrei, già da circa settant'anni gementi in terra estrania; e sin quando la loro antica patria resterebbe covo di animali selvaggi. Iddio risponde all'angelo «parole buone, parole di conforto». Egli si dice pieno di tenerezza verso il suo popolo sconsolato, e fortemente adirato contro quelle nazioni che fatte ministre di sue vendette oltrepassarono la misura del male. Che però era appunto arrivato il tempo della redenzione d'Israele, e l'epoca da lui stabilita per la riedificazione della sua casa in Gerusalemme, città di sua eterna predilezione.

Il secondo episodio è quello della ripetizione della legge fatta da Mosè stesso. Era il primo giorno dell'undicesimo mese dell'anno quarantesimo, dall'uscita d'Egitto: il popolo [pg 195] d'Israele trova vasi nel paese conquistato a Moab vicino al Giordano allorchè Mosè «si compiacque di spiegare (ripetere) tutti i principali avvenimenti loro successi dalla proclamazione del Decalogo, sino a quel giorno, e pressochè tutte le prescrizioni e i riti i meglio importanti contenuti nei quattro libri precedenti». Tale riassunto forma l'ultimo dei cinque libri di Mosè e viene chiamato séfer adevarím (Deuteronomio).

E posciachè l'argomento ce ne porge l'opportunità noi ci fermeremo talpoco ad esaminare le varie parti di cui si compone la Bibbia e daremo un brevissimo cenno sulla compilazione della Misnà e della Ghemarà di cui ebbimo occasione di parlare tante volte in questo nostro lavoro.

La Bibbia si divide in tre grandi parti che sono: 1º La legge di Dio (Thorà); 2º I profeti primi e secondi (Neviim); 3º Gli Agiografi (Cheduvim).

La Thorà è divisa in cinque libri. Il primo è chiamato Genesi (Berescid) principio. In esso si racconta la storia della creazione del mondo, quella dei primi uomini, delle prime invenzioni, dei primi abitatori della Cananea, sino alla morte del patriarca Giacobbe avvenuta in Egitto ove erasi recato colla famiglia[99].

[pg 196]

Il secondo libro viene detto scemod (Esodo o uscita). I principali fatti che si narrano in questo libro sono: la schiavitù d'Egitto, la liberazione d'Israele e la proclamazione del Sinai.

Il terzo vaikrà o Levitico viene così chiamato perchè contiene più particolarmente le attribuzioni dei sacerdoti e dei leviti, e le norme relative ai sacrifizii.

Il quarto Bamidbár (numeri) viene così chiamato perchè comincia coll'ordine dato da Dio a Mosè nell'anno secondo dopo l'uscita d'Egitto di numerare il popolo che risultò composto di 603,550 uomini capaci alle armi, ossia dalla età di 20 anni in su. In questo calcolo non venne [pg 197] compresa la tribù di Levi esente dal servigio militare perchè, come dicemmo, particolarmente dedicata al servizio del Tempio e all'istruzione del popolo. Numerata pertanto separatamente essa diede la cifra di 22 mila maschi da un mese in su. Questo libro finisce colla esposizione delle vittorie riportate da Mosè sui Moabiti e Madianiti i cui paesi confinavano col Giordano, e che oltre al negargli il chiesto passaggio attraverso il loro territorio, colla seduzione delle loro donne avevano indotto molti Ebrei ad abbracciare lo strano e sconcio culto di Baal peór che causò la morte a 22 mila persone.

Il quinto ed ultimo libro è appunto il Deuteronomio che finisce colla benedizione di Mosè.

I neviím comprendono tutta l'epoca storica del popolo nostro, dalla morte di Mosè all'esilio babilonese; e constano del libro di Giosuè, di quello dei giudici, dei due libri di Samuele, dei due Re, degli immortali scritti dei tre profeti maggiori Isaia, Geremia ed Ezechiele vissuti alla fine del primo Tempio e al principio della cattività babilonese, e dei frammenti rimastici di dodici profeti minori (così chiamati per distinguerli dai primi).

I Cheduvím (agiografi o scritti santi) comprendono: 1º I salmi di Davide che oltre alla sublimità poetica che raggiungono molti d'essi, inspirano tutti tanto viva ed efficace pietà religiosa, contengono in sì grande copia precetti morali che giustamente vennero adottati a far parte di alcune nostre preghiere, sia nelle liete come nelle luttuose circostanze; 2º I proverbi di Salomone che sono una raccolta di ammaestramenti esposti ai giovani con singolare semplicità e maestria, e che dipingono con una ammirabile fedeltà e vivezza i danni della ignoranza e di una sregolata condotta: e viceversa i pregi della sapienza e i beni ch'essa procura a coloro che l'amano. Questo libro finisce colla descrizione della donna forte (ésced hhail) che per una pia usanza si canta tuttora nelle famiglie al venerdì sera al ritorno dal Tempio; 3º Il libro di Giobbe stupendo lavoro che in seguito a intelligentissimi studii [pg 198] venne attribuito a Mosè; 4º Il Cantico dei Cantici scir ascirím di Salomone, nel quale molti commentatori credettero di trovarvi simboleggiato Dio (lo sposo) e la nazione d'Israele (la sposa), che si esprimono la loro ardente e reciproca tenerezza; 5º Un frammento storico del Tempo dei Giudici (Ruth) che ci descrive i pietosi avvenimenti della virtuosa e pia bisavola di Davide e dichiarato da Goeth il più bell'idilio che esista scritto; 6º L'Ecclesiaste attribuito a Salomone, esame a tinte oscure, e fors'anco esagerate in parte, dei diletti materiali e delle improbe fatiche che sostiene l'uomo per procurarseli, per quanto in realtà siano tutte vanità delle vanità; 7º La storia d'Ester di cui parleremo nel mese venturo; 8º I treni innarrivabile lavoro del profeta Geremia che piange sulle fumanti rovine della sua patria; 9º I preziosi frammenti storici di Daniele, di Esdra e di Neemia contemporanei della schiavitù babilonese, e come dicemmo altrove i due ultimi d'essi strenui propugnatori della riedificazione del secondo Tempio; 10º I due libri delle cronache (divrè aiamím) rapido riassunto di tutti i libri santi.

Non v'ha dubbio che molti nostri scritti dovettero andare smarriti sia per l'incendio ordinato dal dissennato Califfo, della famosa biblioteca di Alessandria, e sia per le tante peripezie sofferte dal popolo nostro, posciachè nella Bibbia noi troviamo menzionate parecchie opere che non possediamo. Si parla a mò d'esempio d'un libro intitolato «delle guerre di Dio»; d'un altro delle «cronache dei re di Giuda e d'Israele»; di un terzo intitolato «della rettitudine» che non è certo il libro che nella letteratura nostra si conosce sotto tale titolo, e finalmente di tre importantissimi lavori del re Salomone, il primo dei quali era una diffusa storia sui regni animale e vegetale, il secondo una cantica di mille e cinque (soggetti o capitoli), e il terzo una raccolta di tre mila proverbi o favole.

La legge orale (torà scebèal-pè) non è che una spiegazione, un commento, un'amplificazione alla legge scritta; [pg 199] e in molti casi incontestabilmente necessaria per la retta intelligenza di molti riti involti in una certa oscurità o appena in quella accennati[100].

Secondo la tradizione, questa spiegazione della legge scritta fu da Mosè stesso insegnata oralmente a Giosuè, il quale, a sua volta, la trasmise agli anziani. Questi poi la insegnarono ai profeti, e da questi venne trasmessa ai membri della grande Assemblea. Il provvido e coraggioso Rabbì Jeudà, chiamato per antonomasia «Rabenu akadoss» (il nostro Maestro santo), nell'anno 180 dell'êra volgare la raccolse in un volume detto Misnà (ripetizione o studio), poichè per la perdita della politica indipendenza, per la dispersione d'Israele nei quattro angoli della terra, e pel conseguente decadimento della letteratura nazionale, entrò nell'animo degli uomini religiosi e pii la tema che col volgere degli anni potesse andare alterata o dimenticata.

Il Talmud o Ghemarà diviso come la Misnà in sei trattati, oltre alle sentenze, ai racconti, alle leggende religioso-morali che contiene in gran copia; oltre alle preziose nozioni di storia contemporanea e scene della vita domestica e sociale tanto del popolo nostro quanto delle altre nazioni con cui avevano relazioni; è poi un diffuso e minutissimo commentario della Misnà. In esso vengono scrupolosamente registrate tutte le discussioni, che si può dire sopra ogni articolo della Misnà, fecero le più famose accademie di Terra Santa e di Babilonia fino al secolo V. Questa raccolta immensa fu compilata dai Rabbini Ravena e Rav-assè.

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Archeologia.

Termineremo ora la nostra breve rassegna delle leggi giudiziarie mosaiche col ragionare delle leggi penali e della loro pratica applicazione.

Le leggi penali di Mosè hanno per carattere generale l'espiazione e il compenso. Un dotto rabbino diceva, che il mondo poggia su tre basi: la verità, la giustizia e la pace. È per questa ragione che un delitto di qualunque specie esso sia intacca l'equilibrio morale del civile consorzio, il quale non può essere ristabilito che in seguito a una condegna riparazione data alla società offesa mercè la giustizia, il cui còmpito è appunto quello di ricondurre la pace ove fu turbata. Ma posciachè non tutti i delitti portano un uguale sconcerto nell'armonia del sociale consorzio, ne deve conseguire che la riparazione va graduata al male fatto. La suprema riparazione reclamata dalla società terribilmente offesa da un suo membro, è quella di respingerlo assolutamente dal suo seno condannandolo alla morte. Nella legislazione mosaica la morte veniva applicata in tre modi diversi: 1º Colla lapidazione (sekilà), che secondo la tradizione consisteva nel gettare il paziente dall'altezza di un palco che distava da terra l'altezza di due uomini, e poscia soffocarlo sotto un mucchio di pietre che gli venivano gettate addosso; 2º Coll'abbruciamento (serefá) sull'applicazione del quale son diverse le opinioni. Taluni vogliono che tale abbruciamento si consumasse sul cadavere dopo la lapidazione, e altri credono che si strangolasse il paziente con un drappo, e poi gli si colasse in gola del piombo fuso che gli bruciava gli intestini. Secondo Giuseppe parrebbe che il paziente si abbruciasse vivo, perchè egli sostiene che una figlia di Sacerdote che avesse mancato ai suoi doveri d'innocenza, veniva abbruciata viva; 3º Colla spada (éreg) la cui applicazione ci è affatto ignota. I nostri Dottori ne aggiungono una quarta, la strangolazione (hhenek) della quale non ne troviamo traccia nella Bibbia.

Dopo la pena di morte viene il così detto Careth (distruzione [pg 201] o stralciamento). La massima parte dei commentatori, ritengono che questa pena non consistesse che in una divina minaccia, di colpire con una morte immatura il trasgressore di qualcuna fra le leggi cerimoniali. Altri ritengono invece che si sott'intendesse una specie di morte civile, vale a dire la privazione dei diritti di cittadino per un tempo determinato.

Vengono in terza linea le pene corporali, consistenti in colpi di bastone che il paziente riceveva disteso boccone in terra. Tali pene, che nelle nostre contrade vennero abolite ovunque (tranne in Inghilterra per l'indisciplina militare), perchè ripugnanti alla nostra indole; non avevano invece nulla d'umiliante presso gli antichi Ebrei, poichè secondo i Rabbini lo stesso pontefice dopo d'avere ricevuta una di tali pene per la sua trasgressione di qualche legge cerimoniale, rientrava nelle sue altissime funzioni senza che la sua dignità ne soffrisse minimamente.

Un'altra specie di pena viene da taluni classificata, impropriamente, in questa categoria. Tale pena sarebbe quella risultante dal così detto: diritto del talione, che preso alla lettera, consisterebbe effettivamente nel fare subire al colpevole la mutilazione di quel membro che deliberatamente troncò o rese inservibile al suo simile. Ma tale interpretazione è insussistente affatto, perchè i nostri Dottori affermano concordemente, che il legislatore non volle indicare per nissun modo una vera amputazione nel corpo del delinquente, cosa questa che non avrebbe avuto altro effetto oltre quella di dare una barbara soddisfazione, ove fosse stato capace di provarla, al povero mutilato; ma vi sott'intese invece un risarcimento materiale del danno presuntivamente risultato, ciò che doveva recare al danneggiato una soddisfazione di ben diversa natura!

Vengono poscia l'ammenda, che serviva all'espiazione di certi delitti involontarii; e che variava secondo la loro gravita: e i sacrifizii d'espiazione, che non erano altro che pene disciplinari ecclesiastiche, a cui veniva [pg 202] sottomesso colui i cui peccati non erano di competenza giuridica[101].

Quantunque dalla storia di Giuseppe risulti chiaramente che in Egitto erano in uso le prigioni quale pena afflittiva, [pg 203] ciò non pertanto in tutta la legislazione penale mosaica non ne troviamo fatto cenno, forse perchè esse presentavano due gravi ostacoli per una nazione eminentemente agricola quale era l'ebraica. Il primo era l'area occupata da quei luoghi di pena, che veniva sottratta al lavoro e per conseguenza al comune interesse; il secondo era la spesa ingente richiesta per la custodia e pel vitto dei detenuti. Si riscontrano però nel Pentateuco due esempii di detenzione preventiva: il primo in odio di un individuo della tribù di Dan, nato da un'ebrea ammogliatasi ad un egiziano, che [pg 204] litigando con altro ebreo aveva bestemmiato e maledetto il santissimo nome di Dio; e il secondo verso di un altro che profanò il sabbato portandosi a raccogliere legna; ma si capisce facilmente che ciò avvenne nel solo intendimento di sapere da Dio, quale doveva essere il castigo proporzionato alla loro diversa prevaricazione.

In processo di tempo essendosi fatta strada la corruzione e con essa i delitti, che ne sono la conseguenza diretta, anche le prigioni trovarono il loro posto come si può riconoscere dal fatto di Acabbo, il quale stando per intraprendere una guerra, ordinò di incarcerare il profeta che gli predisse la sua morte sulle alture di Galaad, luogo ove aveva fatto assassinare l'innocente Naboth; e dalla storia di Geremia tenuto in prigione perchè consigliava al popolo l'alleanza col re d'Assiria, contro la volontà dei grandi dignitarii dello stato.

Non è nostro intendimento di passare in rassegna tutto il sistema penale mosaico, perchè ci obbligherebbe ad allungarci oltre al nostro proposito. Daremo soltanto alcune considerazioni generali che secondo noi basteranno a dimostrare con esuberanza, che se tale sistema era giustamente severo era però ben lontano di essere inumano come si pretese da taluni, che lieti di poter affilare le loro armi contro Mosè, si fermarono all'apparenza e trovando spesso ripetute le parole di morte, di sarà tagliato da mezzo il suo popolo, gridarono alla barbarie.

Faremo notare anzitutto, che il parricidio non fu previsto da Mosè sia perchè un delitto cotanto snaturato gli pareva forse impossibile, e sia perchè aveva già stabilito la pena di morte per colui che avesse soltanto battuto uno dei genitori.

La pena di morte era stabilita, come dicemmo, per l'idolatria; per chi si dava alla negromanzia; pei violatori del sabbato; per l'omicida; per chi commetteva certi atti contro natura; per chi rubava un uomo e lo vendeva per ischiavo e per quel giovane che manifestava istinti cotanto malvagi, da costringere i suoi stessi genitori di deferirlo ai tribunali.

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Quando un uomo veniva condannato a morte per omicidio nissun asilo serviva a sottrarlo al rigore delle leggi. Ecco come si esprime la legge stessa a questo proposito: «Quando un uomo avrà ucciso con premeditazione un suo simile, da sopra il mio stesso altare lo prenderai per farlo morire, perchè la terra contaminata dal sangue (innocente) versato su d'essa, non può essere perdonata (purificarsi) se non col sangue di chi lo versò».

Ma la lodevole severità della legge verso quei feroci che per malvagio istinto si bruttavano le mani nel sangue dei loro simili, non escludeva tutte quelle garanzie che reclama da un lato l'umanità, e dall'altro la facilità di essere tratto in errore da una prima dolorosa impressione di una sventura irreparabile, o dall'orrore istintivo che si prova all'annunzio di una morte violenta. Un malaugurato accidente non può forse cangiare in omicida l'uomo dotato di un cuore il più sensibile e il più nobile? Ecco un esempio con cui Mosè dimostra la possibilità di tale evento deplorevole: «Può succedere, dice egli, che un uomo si porti alla selva per tagliare legna. Alza con forza la scure contro l'albero, ma il ferro gli sfugge sventuratamente dalla mano e va a colpire un suo compagno e lo uccide. Costui non può ritenersi reo di omicidio perchè Dio stesso permise che tale morte avvenisse per sua mano». Ed ecco il provvedimento col quale egli viene in soccorso dell'omicida involontario.

Conviene sapere che ai tempi di cui parliamo esisteva, ed esiste tuttavia presso gli Arabi, e presso parecchi altri popoli Orientali, un uso che obbligava il parente d'un assassinato a vendicarne il sangue uccidendo a sua volta l'assassino. Il parente su cui incombeva tale dovere, nella Bibbia viene designato col nome di goel adam (redentore o vendicatore del sangue): e qualora vi avesse derogato veniva ritenuto come un uomo senza onore.

Non potendo forse abolire quest'uso inveterato e universalmente praticato, Mosè ne prevenne saggiamente i molti abusi a cui poteva dare luogo. Egli stabilì sei città [pg 206] (tre per caduna estremità dello stato) che chiamò aré amiclath (città di rifugio), onde accogliere l'omicida supposto involontario e proteggerlo contro il goel adam. Tutte le città del regno dovevano avere una strada che tendesse ad una d'esse. L'omicida veniva poscia deferito ai tribunali: se risultava colpevole veniva consegnato nelle mani del goel adam onde gli desse la morte; ma se risultava innocente doveva restarsene nell'asilo che la legge gli assegnava, sino alla morte del sommo sacerdote allora in uffizio; trascorso il qual tempo egli poteva ritornare alla sua città in tutta sicurezza, perchè il goel aveva perduto ogni suo diritto.