Della Palestina.

§ 1.—Limiti, montagne e fertilità della Palestina.

La Palestina è una piccola contrada della Siria in Asia. La parola Palestina, presa nel suo senso ristretto, significa il paese dei Filistini o Filistei, che stendesi lungo il mare mediterraneo da Gazza al sud, fino a Lidda, al nord. In un senso più esteso, s'applica a tutto il paese di Canaan detto anche terra promessa o terra d'Israele, situata fra il mediterraneo, chiamato nella Bibbia iam agadol (mare grande), il mare morto iam amelahh, ed il Giordano.

[pg 22] Quando Abramo entrò nel paese di Canaan, lo trovò abitato da dieci popoli che traevano il loro nome dagli undici figli di Chanaam figlio di Hham.

La Palestina è paese montuoso; due catene di montagne l'una al di qua del Giordano, l'altra al di là di questo fiume, stendonvisi per traverso dalla Siria all'Arabia, e sono interrotte da molti piani.

Le principali montagne della Palestina sono:

1º Il Libano, che si compone di due catene nel cui mezzo sta la gran valle detta dagli antichi Celesiria. Egli è su questa montagna che una volta crescevano in abbondanza i magnifici cedri tanto celebrati nella storia, e più particolarmente nella Sacra Scrittura.

2º Il Carmelo, catena di monti coperti da boschi di quercie e di abeti. Le valli che vi stanno frammezzo ombreggiate da lauri ed olivi ed irrigate da molti ruscelli, formano un paese deliziosissimo[12].

3º Il Thaborre, monte rotondo e sublime nella Galilea. Fu su questo monte che la profetessa Debora levatasi, come Ella stessa dice nel suo stupendo canto, a madre d'Israele, eccitò Barak a raccogliere un dieci mila uomini della tribù di Naftali e di Zebulun; e messasi ella stessa alla loro testa sfidò e vinse Sissera generale del re Iavin che da vent'anni opprimeva Israele.

4º Le montagne d'Israele dette anche monti di Efraim, catena aspra ed ineguale che sta in faccia alle montagne di Giuda, il cui suolo invece è molto fertile. Nel Deuteronomio ed in Giosuè si fa menzione dei monti Ebal e Garizim, posti l'uno al nord, l'altro al mezzodì di Sichem.

A queste montagne bisogna riferire il famoso monte [pg 23] Moria ove Abramo erasi portato per sacrificare l'unico suo figlio, ed ove Salomone fece erigere il più maestoso Tempio, che l'uomo abbia innalzato ad onore dell'unico vero Iddio; e il monte Sion ove era la città di Davide.

Le montagne di Galaad, poste al di là del Giordano. A questa lunga catena appartiene il monte Nebo ove salì Mosè per contemplare la terra promessa avendogliene Dio impedito, colla morte, di entrarvi. Il Sinai e l'Oreb, il primo famoso perchè fu su d'esso che Dio proclamò il Decalogo: il secondo perchè fu su d'esso che Dio apparve a Mosè nel roveto ardente, e lo decise alla grande impresa della redenzione d'Israele; si trovano nell'Arabia Petrea fuori della Palestina.

Capitale del regno sotto Davide e Salomone, del regno di Giuda dopo il distacco delle dieci tribù dalla dinastia davidica, e di tutto il lungo periodo che durò il secondo Tempio, fu Gerusalemme. Più avanti si troverà la descrizione di questa città cotanto celebrata nella storia e la descrizione del tempio di Salomone. Non taceremo che vi furono alcuni scrittori, i quali, giudicando lo stato antico della Palestina da quello che presenta attualmente, dissero: che Mosè ingannò gli Ebrei quando promise loro un paese «colante latte e miele, e prodigiosamente fornito di ogni cosa per trarre la vita in continua abbondanza»; per poi dare loro un paese montuoso ed arido. Ma così non è: poichè, oltre alla storia biblica che ad ogni passo ci fa fede della prodigiosa fertilità di quel paese, come proveremo innanzi, abbiamo pure la testimonianza degli storici profani, quali Ecateo contemporaneo di Alessandro il Grande, Tacito, Ammiano, Marcellino e Plinio.

Se ora quel paese è sterile, ne sono causa le devastazioni successive dei Babilonesi, Egiziani, Sirii, Romani, Saraceni, Arabi[13], ecc. e l'attuale mancanza di coltura.

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§ 2.—Dell'agricoltura e suoi Strumenti.

La pastorizia e l'agricoltura, furono i due rami d'industria ai quali primamente si dedicarono gli uomini, chiamativi dalla necessità di soddisfare i materiali loro bisogni. Iddio pose Adamo nell'Eden, non perchè vi conducesse una vita di contemplazione oziosa, ma affinchè lo custodisse e lo lavorasse. I due figli che egli procreò dopo il suo fallo, si dedicarono appunto uno alla pastorizia, l'altro all'agricoltura: e all'agricoltura troviamo dedicato Noè appena uscito dall'arca. Desiderando Mosè che il suo popolo si dedicasse particolarmente all'agricoltura, la favorì in tutti i modi. Nel corso di questo lavoro, noi avremo occasione di parlare di parecchie sue opportune e savissime disposizioni prese a tale riguardo, fra le quali primeggiano quella della partizione del territorio nazionale, e quella dell'anno sabbatico. Riserbandoci di esaminare i diversi motivi che dettarono queste due disposizioni, diremo intanto che la prima tendeva a riparare diverse piaghe dell'agricoltura che si possono riassumere nelle tre seguenti: 1º Le grandi proprietà, che in mano di uomini potenti e sensuali sono cariche di sontuosi edifizi, di eleganti giardini, di deliziosi boschetti. 2º Il continuo succedersi dei coloni. La mancanza di una cognizione vera ed esatta del terreno che si deve coltivare ha un'importanza massima sul successo dei ricolti. 3º Le spese e i lavori ai quali si è spesso obbligati per migliorare il terreno, e a cui difficilmente vi si assoggetta, colui a cui manca la sicurezza di un lungo possesso.

Gli strumenti che in principio si adoperavano per arare i campi, dovettero essere molto semplici, consistendo probabilmente in soli bastoni aguzzi. Nel Deuteronomio si parla d'uno strumento, con cui gli ebrei dovevano fare un buco nel terreno fuori del campo pei loro bisogni naturali; e questo arnese detto Iathed probabilmente era una specie di vanga o di pala che serviva anche ai lavori di terra. Però nel primo libro di Samuele si fa menzione [pg 25] di vari strumenti aratorii, quali sono: mahharesced vomere, eth zappone, kardom scure, mahharesciâ sarchiello. Il malmed era lo stimolo dei buoi.

§ 3.—Suoi Prodotti.

Sono menzionati nella Bibbia i seguenti cereali: dagan grano, hhittà frumento, nisman dohhan miglio, cussémed spelta, seorà orzo.

I legumi od erbaggi venivano detti con nome generico jarak (da ierek verde) od oróth. Erano tali: il pol fava, gli adascím lenti, i kisciuím cetriuoli, gli abbatihhím poponi, i bessalím cipolle, il hassir porro, lo scum aglio.

S'incontrano pure i nomi di parecchi fiori e di molte specie di alberi fruttiferi ed infruttiferi. Lo sciuscian viene interpretato pel giglio, la hhabasseleth per rosa. Il vocabolo dudaim, col quale si sottintende il frutto della mandrágola, probabilmente era qualche fiore d'amore derivando dal vocabolo dud. Il karkom indica lo zafferano, la laanà, l'assenzio, e l'ezov trovandosi spesso contrapposto all'erez, cedro, fa credere che fosse una pianta piccolissima.

Fra gli alberi fruttiferi sono nominati il thappuahh melo, il thamar palmizio, il rimon melagrano, il theenà fico, il zaid olivo, il sciacked o luz mandorlo, e l'egoz noce.

La vite ghefen fu in ogni tempo coltivata con grandissima cura. Molte viti avevano il loro ceppo abbastanza alto perchè si potesse starvi sotto comodamente, onde la frase che s'incontra spesso nella scrittura: essere assiso sotto la sua vite e sotto il suo fico, per significare il godimento di una vita fortunata e tranquilla.

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IIAR (Aprile-Maggio).

«Ed il Signore si pentì d'aver fatto l'uomo in terra e ne ebbe il cuore addolorato[14]». Con queste parole, premesse alla narrazione del diluvio universale, Mosè fece manifesto il corruccio provato da Dio nel riconoscere come quella creatura fatta a sua immagine e somiglianza s'ingolfasse in ogni sorta di brutture; contaminasse nel fango di ignobili passioni la sua anima immortale; e costringesse Lui, il sommo bene e la somma misericordia, a dovere usare il massimo rigore annientandola[15].

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Nella universale corruzione un uomo solo, Noè[16], seppe mantenersi giusto e pio: e il Signore lo destinò a ripopolare la terra. Gli ordinò quindi di fabbricarsi un'arca ove riparare colla moglie, coi figli, e colle nuore, e con una coppia di ogni specie di animali, fatta eccezione pei quadrupedi ed uccelli puri[17], dei quali doveva accoglierne sette coppie.

I nostri Dottori dissero: che Iddio ordinò a Noè d'impiegare 120 anni nella costruzione dell'arca, nell'intento che venendo egli interrogato dell'uso a cui essa doveva servire; Noè predicesse loro la catastrofe che pendeva sui loro capi e li esortasse al ravvedimento. Noè s'uniformò all'ordine di Dio: ma la tradizione nota che le di lui esortazioni non solo riuscirono vane, ma anzi, trattato da quegli empi quale pazzo, non riceveva in ricambio che dileggi e scherni.

L'esposizione biblica ci dice che Noè aveva 600 anni allorchè entrato nell'arca coi membri della propria sua [pg 28] famiglia, con tutte le specie di animali e con grandi provviste di viveri, le acque cominciarono a cadere.

L'arca era un immenso rettangolo col coperchio curvo per lo scolo delle acque. Spalmata di pece dentro e fuori per meglio impedire all'acqua di penetrarvi, essa misurava 300 braccia di lunghezza, 50 di larghezza e 30 di altezza. Non v'ha dubbio che o l'uomo antidiluviano aveva uno sviluppo fisico proporzionato alla sua longevità[18], e quindi assai superiore al nostro; o che il braccio che servì di misura all'arca dovette essere più lungo del braccio di un uomo comune. Altrimenti non si saprebbe comprendere come un'arca [pg 29] di così ristrette proporzioni abbia potuto contenere l'infinita varietà di animali che vi ebbero stanza, e l'immensa provvigione di viveri che Noè vi dovette introdurre, senza ricorrere al miracolo, comodo sistema, di alcuni commentatori per appianare qualunque difficoltà. Era pertanto il giorno diciasettesimo di Iiar quando le catteratte del cielo si aprirono; l'oceano furente uscì dal proprio letto e si riversò sulla terra; e un vento impetuoso che soffiò per 150 giorni, favorì il rigonfiarsi delle acque che superarono le cime dei più alti monti. Tutto fu distrutto: solo l'arca di Noè galleggiando sicura su quello sterminato oceano, portava nel suo seno i pochi avanzi della creazione. La colomba messa fuori da Noè; e a lui ritornata in sul far della sera portando in bocca una fresca foglia di olivo, lo avvertì essere la terra pressochè asciutta. È ammirabile l'insegnamento morale ricavato dai nostri dottori da questo fatto. Il corvo, spedito prima, tristo ed ingrato, abbandonò il suo benefattore, nè più ritornò nell'arca. La colomba innocente e pia vi faceva bensì ritorno, ma con una foglia di olivo in bocca. E perchè ella raccolse una foglia amara a preferenza di qualunque altra?—Per significare al suo ospite che per quanto ella fosse grata e sensibile ai benefizii che da lui riceveva con un vitto abbondante e gratuito, ad ogni modo vi preferiva di gran lunga un pane stentato e povero, ma fornitole dal proprio lavoro.

Il di 27 dello stesso mese, in cui era entrato un anno prima, Noè e tutti gli animali abbandonarono l'arca. Quali sensazioni di sgomento, di stupore e di dolore non avrà provato quella famiglia ricalcando la terra! Più nulla dava indizio di vita. Case, uomini, animali, vegetabili tutto era intieramente sparito, cedendo il posto ad un vasto ed orrido deserto. Ma a tali sensazioni penosissime, succedette ben presto il sentimento del dovere.

Noè fabbricò sollecitamente un altare e offrì olocausti al Signore. Il Signore gradì la manifestazione della sua riconoscenza, e gli promise che mai più avrebbe mandato [pg 30] un diluvio a distruggere la terra. Poscia benedisse lui e i suoi figliuoli, e permettendo loro l'uso di cibi animali, loro proibiva formalmente il sangue[19]. Sono significanti le parole colle quali condanna il suicidio, perchè prova non dubbia dell'immortalità dell'anima, di cui ragioneremo più diffusamente altrove, e che sono le seguenti:

«Farommi poi rendere conto dell'omicidio che attenterete sulle vostre stesse persone; farommene rendere conto dall'anima sua immortale[20]».

L'alleanza conchiusa tra Dio e Noè consistette nel dargli sette comandi, detti Noèchidi, e che sono puramente e semplicemente i più ovii principii della religione naturale. Eccoli quali ce li trasmise la tradizione: 1º Non professare un culto idolatra; 2º Non bestemmiare il santo nome di Dio; 3º Non commettere omicidio; 4º Non commettere adulterio; 5º Non commettere furti e rapine; 6º Osservare i principii fondamentali di giustizia; 7º Non cibarsi di un membro strappato o tagliato ad un animale vivo.