Descrizione del Tempio.
Venendo ora a parlare del Tempio di Salomone, dobbiamo avvertire anzitutto essere cosa quasi impossibile il darne una descrizione esatta: inquantochè siano assai incomplete le nozioni che ci vengono somministrate dal primo libro dei Re, e dal secondo delle Cronache; e non si accordino totalmente quelle che troviamo nei libri di Geremia e di Ezechiele. È bensì vero che ne troviamo una bellissima descrizione in Giuseppe Flavio, ma essa è più probabilmente la descrizione dei Tempio di Erode che non quella del Tempio di Salomone. Ad ogni modo noi ci studieremo di dare qui quei dati, che a noi paiono i meno incerti.
Tutto l'edificio, che era disegnato sul modello del Tabernacolo fatto erigere da Mosè nel deserto, tranne nelle dimensioni che erano in proporzioni assai maggiori, si componeva del Tempio propriamente detto e di due cortili.
Il Tempio fabbricato in pietra era intieramente coperto [pg 93] di legno di cedro, aveva 60 cubiti di lunghezza, 20 cubiti di larghezza e 30 cubiti di altezza. Innanzi all'entrata del Tempio, all'Est, si trovava un portico detto ulam, la lunghezza del quale copriva tutta la larghezza dell'edificio. Innanzi a questo portico, si posero due colonne di rame vuote al di dentro, ciascuna delle quali aveva l'altezza di 18 cubiti con 12 cubiti di circonferenza. Lo spessore del metallo era di 4 dita. La colonna che guardava al mezzodì ebbe il nome di Iachin, e quella che guardava il Nord portava il nome di Booz. Queste due colonne unitamente a tutti gli altri oggetti in rame, furono lavorati sotto la direzione di un artista fenicio nomato Hhiram, chiamato espressamente da Tiro, e che era figlio d'un Tiro e di una donna ebrea, della tribù di Neftali. Il portico e le due colonne formavano la facciata del Tempio. Ai due lati e al di dietro dei muri del Tempio, cioè a nord, mezzodì e ovest si addossarono tre piani composti di camere che comunicavano tra loro per mezzo di porte. Questi piani erano destinati al tesoro e alle provviste del Tempio.
Il Tempio era diviso in due parti. La parte anteriore ricevette il nome di Hechal (palazzo) e la parte posteriore ricevette il nome di Debir (Tempio) o Kodesc akodascim (santo dei santi). Quest'ultima parte di forma cubica situata all'occidente, misurava la terza parte dello spazio compreso dal Tempio. Per tutto il tempo che durarono i lavori, 7 anni, non si sentì a battere nè martello nè chiodo entro il Tempio (nel § delle Arti se ne troverà la spiegazione). Tutto il materiale necessario all'edificio veniva preparato altrove nella giusta misura. L'intonaco di legno di cedro che copriva i muri era scolpito di cherubini, di rami di palmizio, di coloquintida e di fiori sbuccianti. Il soffitto era pure fatto intieramente in legno di cedro e il pavimento in legno di cipresso. Tanto l'intonaco che copriva i muri quanto il pavimento erano coperti di una tenace e spessa indoratura. Sopra la parete d'occidente, la quale separava il luogo santo dal santo [pg 94] dei santi, vi era un ornamento d'oro fatto a catena. L'intonaco, gli ornamenti e le indorature del Debir non differenziavano in nulla da quelli dell'Hechal tranne nel pavimento che era in legno di cedro.
L'entrata del Debir era chiusa da una porta a due battenti e fatta di legno d'olivo selvaggio, scolpita ed indorata come l'intonaco dei muri. Una porta uguale chiudeva l'entrata dell'Hechal però in questa i soli battenti erano di legno d'olivo: le tavole erano di legno di cipresso e ciascuna banda era formata di due pezzi che si ripiegavano e si volgevano sopra arpioni d'oro massiccio.
Nulla sappiamo di positivo relativamente alla disposizione del portico. Abbiamo detto che il Tempio era circondato da due cortili o atrii. Quello interno, il solo menzionato nel primo libro dei Re, era circondato d'un muro di tre piani di pietre d'intaglio sormontate da una balustra di legno di cedro. Le sue dimensioni non ci sono note: probabilmente era una specie di rettangolo che circondava tutto il Tempio; ma che era assai più inclinato verso l'Ovest che all'Est.
La parte anteriore di tale atrio doveva essere vastissima, per poter contenere gli oggetti che in esso si trovavano deposti. Nel secondo libro delle Cronache viene chiamato l'atrio dei sacerdoti, appunto perchè i sacerdoti vi esercitavano le loro funzioni; e in Ezechiele si menziona pure una corte grande ossia un atrio esterno che circondava l'atrio interno. L'entrata dei due atrii era chiusa da porte coperte di rame. In questo stesso atrio noi troviamo più tardi parecchie porte in diverse direzioni, e un gran numero d'appartamenti destinati al tesoro, ai sacerdoti e ai leviti di servizio. Una parte di queste porte e di questi appartamenti rimontavano indubbiamente alla costruzione primitiva di Salomone; specialmente poi un portico verso l'Oriente chiamato più tardi: il portico di Salomone.
In mezzo all'atrio interno vi era il grande altare di rame. Il bacino che si trovava al S. O. dell'altare in grazia della [pg 95] sua immensa grandezza, fu chiamato il mare di rame, e riposava sopra dodici buoi egualmente di rame. I fianchi del bacino erano lavorati a forma di calice di fiori di giglio e ai suoi orli correvano due ordini di coloquintida.
Oltre a questo bacino immenso, ve n'erano dieci altri di dimensioni minori che dovevano servire a lavare le differenti parti dei sacrifici, ed erano posati sopra piedistalli di rame ornati di figure di leoni, di buoi e di cherubini.
Nell'Hechal innanzi all'entrata del santo dei santi si trovava l'altare degli incensi, in legno di cedro coperto di lamine d'oro. Il candelabro a sette bracci, e la tavola dei pani di proposizione occupavano il posto identico a quello che tenevano nel Tabernacolo di Mosè, colla differenza che qui si avevano per ciascun lato cinque altri candelabri e cinque altre tavole parimenti d'oro, con sopravi gran numero di tazze, di molle, di pallette, di vasi e di varie altre suppellettili tutti d'oro massiccio.
Entro al Debir non v'era altra cosa all'infuori dell'Arca santa, che probabilmente poggiava sovra un piedistallo, e nella quale stavano racchiuse le tavole della Legge. Due cherubini di legno d'olivo selvaggio coperti d'oro, venivano a congiungersi nel mezzo dell'Arca partendo dalle due sue estremità. Ciascuno d'essi aveva dieci cubiti di altezza, e colle loro ali occupavano tutta la larghezza del Debir e coprivano l'Arca santa. Questa veniva così nascosta a tutti gli sguardi, ed anche quando veniva aperta la porta del Debir non potevasi discernere veruna delle sue parti tranne le estremità delle sbarre che servivano a trasportare l'Arca, e la cui lunghezza superava l'ampiezza della tenda.
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ELLUL (Agosto-Settembre).
Nulla di veramente importante registra la nostra storia in questo mese, se si esclude il fatto del compimento delle mura che dovevano cingere Gerusalemme attuato dai reduci della cattività babilonese. Com'ebbimo a dire nel [pg 96] mese scorso per l'erezione del Tempio, il cui lavoro fu più volte interrotto per l'opposizione dei popoli circostanti che lo avversavano accanitamente, considerandolo, come lo era infatti, un primo passo verso il riacquisto della primitiva indipendenza; lo stesso dobbiamo ripetere ora relativamente all'erezione della muraglia di cinta. Ma grazie alla protezione divina, e alla energia e costanza degli stessi Ebrei, codesto lavoro fatto sotto la direzione del principe Zorobabele ebbe il suo termine ai 25 di questo mese. Non passeremo sotto silenzio che anche in questa occasione tornò indispensabile la validissima cooperazione prestata dal profeta Nehhemia, il quale per l'instancabile operosità, per le abnegazioni e pei sacrificii d'ogni genere di cui fu esempio, acquistò un titolo immortale di patria benemerenza.
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Persuasi di fare cosa nonchè utile, ma altresì grata ai nostri giovani lettori, alla continuazione degli studii di Archeologia biblica, noi facciamo precedere alcuni schiarimenti sull'uso che tuttavia si segue in questo mese di suonare lo sciofar, e poichè ci troviamo sull'argomento aggiungeremo alcune parole sui diversi motivi che inspirarono a Mosè le due notevolissime instituzioni dell'anno sabbatico e dell'anno del Giubileo; per la cui solenne e pubblica annunciazione si faceva appunto uso di quello strumento musicale.
Lo sciofar si suona in tutti gli Oratorii e in tutti i giorni di questo mese tranne i sabbati, dopo l'orazione mattutina, tefilà, e in certe località anche dopo l'orazione antivespertina, minhhà. Tale suono viene limitato a quattro sole voci (tekiód) distinte colla parola tasrad[57].
Per insegnamento tradizionale noi sappiamo che questo uso deve la sua esistenza al pensiero di commemorare la [pg 97] seconda ascensione sul Sinai fatta da Mosè per prendere le seconde tavole della legge: importantissimo avvenimento che si vuole successo appunto il primo giorno del mese di Ellul. Forse non si ignora che le prime tavole della legge, che per ordine di Dio Mosè salì a prendere immediatamente dopo la proclamazione dei 10 comandamenti, furono da lui stesso spezzate in un istante di giustissima ed irrefrenabile ira, quando cioè disceso dal monte vide gli insani tripudii del popolo intorno al vitello d'oro fatto da Aronne. La tradizione crede adunque che prima di assentarsi di nuovo per quaranta giorni, Mosè edotto dalla esperienza della leggerezza ed incostanza del popolo abbia voluto rendernelo avvisato facendo suonare lo sciofar, e ridisceso il dieci di Tisrì, abbia consacrato quel giorno alla penitenza e al perdono, chiamandolo ìom achipurim (giorno dell'espiazione o del perdono). Secondo questa credenza la tekià, o le tekiód, secondo l'usanza delle Comunioni, che chiudono quel santo giorno, sarebbero state stabilite in memoria appunto del suono dello sciofar, che Mosè fece ripassare nell'accampamento quello stesso giorno per annunziare al popolo il suo ritorno.
Vedremo in seguito quanto fossero famigliari agli Ebrei il canto e la musica: diremo qui che lo sciofar tradotto dalla Vulgata in buccina, nella Bibbia viene pure appellato keren aiovèl espressione che a detta dei Rabbini significa corno di montone, locchè ci può fare convinti che questo istrumento era fatto effettivamente con un corno di montone, o ne aveva almeno la forma.
Nella Scrittura si parla spesso di codesto istrumento musicale, che si adoperava specialmente nelle guerre e per annunziare pubblicamente l'anno dell'iovel (Giubileo). È cosa probabilissima che la denominazione data a quell'anno abbia avuto origine dall'istrumento che era adoperato per annunziarlo solennemente. Per dovere di esattezza dobbiamo però aggiungere, come taluni opinino invece che la parola iovel derivi dalla radice iaval che significa apportare; perchè tale anno apportava ad ogni [pg 98] cittadino la gioia di rientrare in possesso dei beni forzatamente alienati, e ad ogni schiavo una libertà completa. Ecco come si esprime la legge sul modo di annunziare tale anno alla nazione e sulle importanti specialità che lo distinguevano: «Numererai poi sette ebdòmade di anni (cioè) sette anni sette volte; e quando il corso delle sette ebdòmade di anni ti avrà dato quarantanove anni, nel mese settimo ai dieci del mese suonerai buccina clamorosa; nel giorno dell'espiazione suonerete la buccina in tutta la vostra terra. Consacrerete l'anno cinquantesimo e proclamerete franchigia nel paese a tutti i suoi abitanti. Quello sarà per voi giubileo (iovél), e ciascheduno di voi farà ritorno alla sua possessione, e ciascuno tornerà alla propria famiglia».
I principali motivi che inspirarono le due istituzioni dell'anno sabbatico e dell'anno del giubileo furono i seguenti: 1º Il progresso dell'agricoltura; 2º l'inalienabilità dei possedimenti prediali; 3º la libertà degli schiavi. Quantunque le disposizioni di cui noi parliamo non si accordino guari colle idee perdominanti ai giorni nostri sia sul commercio, quanto sulla proprietà e sulla agricoltura; pure non furono solo possibili allora, ma altamente commendevoli. E la prova si è che non fu solo Mosè che concepì l'idea della parità di averi per ogni cittadino, e per conseguenza della inalienabilità delle terre. Però è per noi gradito dovere quello di potere asserire colla testimonianza della storia, che fra quanti antichi Legislatori tentarono d'incarnare tale concetto, nessuno seppe concepire un piano tanto semplice, e di così facile attuazione quanto quello ideato dal Legislatore ebreo.
Intimamente persuaso Mosè che la durata e la felicità delle nazioni dipende dalla bontà delle istituzioni che la reggono, dall'abbondanza d'annona e dal forte vincolo che lega il cittadino al patrio suolo, più che da estese relazioni commerciali che spesso apportano la corruzione col lusso e colle ricchezze, o dalle imprese guerresche e dalle micidiali conquiste che spandono bensì sprazzi di [pg 99] luce viva ed abbagliante, ma quasi sempre passeggiera e d'una utilità piuttosto apparente che reale; dopo di avere dati al suo popolo un codice di leggi «giuste e rette», cercò d'inspirare nei loro animi il massimo amore per le due innocenti ed utilissime professioni dell'agricoltura e della pastorizia. A questo fine cominciò a nobilitarle cogli esempi dei patriarchi e suoi, poscia annunziò al suo popolo che esso non era il vero proprietario della terra, ma niente più di un semplice vassallo e coltivatore a cui Dio assegnò una parte del suo terreno affinchè la custodisse e la coltivasse con amore. «La terra è mia, dice il Signore, e pertanto non sarà definitivamente venduta. Voi non siete con me se non forestieri ed abitanti».
Stabilita questa premessa, dopo di aver dichiarato che i componenti la sua repubblica erano tutti eguali al cospetto del Signore, perchè tutti «suoi figli e suoi servi che trasse dalla schiavitù d'Egitto», doveva naturalmente conseguire un diritto indiscutibile per ciascuno di essi di partecipare nella stessa misura al suolo da conquistarsi[58]. Ma oltre alla sanzione della perfetta eguaglianza di tutti i cittadini in faccia alla legge, è fuor di dubbio che tale disposizione, serviva mirabilmente ad inspirare in ciascuno d'essi un fortissimo amore di coltivare bene, e di difendere strenuamente quei campi e quelle case a cui erano legati da tante care memorie e dai più gentili affetti; e che come formarono il patrimonio dei loro padri, così dovevano venire tramandati ai loro figli; com'è fuor di dubbio che la parte toccata in eredità a ciascun cittadino, doveva bastare ad assicurare un vitto abbondante alla propria famiglia. «Quando voi sarete in possesso della terra che Dio promise ai padri vostri, dice il Legislatore, voi la [pg 100] dividerete col mezzo della sorte, per famiglia e per tribù, per modo che ciascuno abbia la sua parte conveniente; dando (cioè) una porzione più grande a quelle (tribù o famiglie) che saranno in numero maggiore, e una porzione più piccola a quelle che saranno in numero minore».
Uniformandosi a questa prescrizione, dopo le sue splendide vittorie, Giosuè invitò l'assemblea del popolo raccolta in Silo, a scegliere tre uomini abili per ciascuna tribù, di dare loro l'incarico di percorrere il paese in tutti i sensi, tracciarne il piano e dividerlo in porzioni.
E a questo proposito non possiamo trattenerci di fare rimarcare il seguente fatto degno di nota. Ammettendo anche inesatta l'opera di quegli uomini, non ci deve recare meno stupore la considerazione che 3500 anni fa, al loro ingresso nella terra di Canaan, gli Ebrei abbiano già potuto avere ciò che i popoli più inciviliti ottennero da non molti anni, con grandi sforzi e gravi dispendii, il piano cioè del loro paese, il cadasto della proprietà pubblica.
Ma se queste prescrizioni erano di tale natura da fare avvanzare l'agricoltura[59], non valevano tuttavia ad [pg 101] assicurarne una fertilità duratura; inquantochè la terra possa isterilirsi tanto per l'indolenza e l'incuria del proprietario, quanto per la sua insaziabile ingordigia. Prevenuto il primo di questi due pericoli conveniva pensare a scongiurare il secondo. Oggi giorno si usa di alternare le seminagioni: ma allora o non si conosceva questo sistema o non si credeva bene di praticarlo. Aggiungeremo ancora, che per motivi che qui non occorre cercare, Mosè proibì la simultanea mescolanza dei vegetabili nello stesso campo. Occorreva dunque cercare uno spediente; e fu egregiamente [pg 102] trovato coll'istituzione dell'anno sabbatico, che era un anno intiero di riposo alla terra. Ecco come si esprime la legge a questo riguardo: «Sei anni coltiverai il tuo campo, e sei anni poterai la tua vigna, e ne ritirerai il prodotto. Ma nell'anno settimo la terra avrà sabbato di riposo, sabbato ad onore del Signore: il tuo campo non seminerai, e la tua vigna non poterai. La raccolta che ti nascerà spontanea (dai grani caduti), non mieterai; e l'uva delle tue viti incolte non vendemmierai: egli sarà per la terra un anno sabbatico. Il (prodotto del) sabbato della terra sarà vostro da cibarvene: tuo (cioè), e del tuo schiavo e della tua schiava, e del tuo mercenario, e del tuo avventiccio, dimoranti teco. Ed (anche) al tuo bestiame, ed alle fiere esistenti nel tuo paese, sarà lasciato mangiare ogni suo prodotto».
E quasi superfluo che noi facciamo notare, come il Legislatore ebreo non siasi lasciato sfuggire neanche questa occasione onde disporre il cuore del suo popolo alla bontà e alla misericordia. L'avvicinarsi dell'anno settimo poteva impensierire i meno abbienti pel timore di mancare del necessario; ed ecco il Legislatore che anticipatamente viene in loro soccorso, li libera di un pensiero angoscioso, prescrivendo che i prodotti spontanei di quell'anno fossero lasciati a loro favore. Solenne prova di un cuore nobilissimo e di un sentimento squisitamente gentile!
La terra abbandonata a se stessa pel corso di un anno riparava alle sue forze stremate pei sei ricolti consecutivi: e le numerose mandre che ricondotte dal deserto vi pascolavano in libertà, ne aumentavano d'assai la fertilità.
E posciacchè questa istituzione potrebbe sollevare qualche difficoltà nell'animo dei nostri lettori, non sapendosi rendere ragione che uno stato possa seriamente rinunciare all'intiero raccolto di un'annata, e particolarmente poi in quei tempi che presentavano tanti ostacoli a provvedersene altrove per la difficoltà di comunicazione; noi rapporteremo le parole colle quali Mosè rassicurava il suo popolo a questo riguardo: «E se voi mi chiederete, cosa [pg 103] mangeremo noi nell'anno settimo, se non faremo seminagioni, e non potremo perciò raccogliere verun prodotto?»—«Io comanderò su voi la mia benedizione nell'anno sesto, e la terra vi darà un prodotto bastevole per tre anni». Ma senza pregiudicare minimamente questa divina promessa, subordinata alla osservanza delle sue leggi; non v'ha dubbio che questa instituzione serviva altresì a inspirare e a sviluppare in loro il sentimento della previdenza e dell'economia. Le terribili carestie dei tempi d'Abramo e di Isacco ci fanno fede che i mezzi di conservare i generi alimentarii erano affatto sconosciuti o assai negletti. Invece per questa legge gli Ebrei erano appunto obbligati ad inventare ed a perfezionare diversi mezzi per conservare il grano, le frutta, il vino e l'olio; e ad abituarsi a sagaci approvigionamenti. Con queste lodevolissime precauzioni essi venivano a premunirsi contro il flagello delle carestie che in quei tempi erano tutt'altro che rare, e che ancora più che dalla inclemenza delle stagioni, erano prodotte dalle guerre comunissime allora e di carattere selvaggio.
Ma i benefici effetti dell'anno sabbatico si estendevano pure alla derelitta classe degli schiavi. Parlando della costituzione della famiglia ebrea, noi ebbimo già occasione di constatare le sollecitudini di Mosè per quelle infelici creature, che la sventura o il bisogno assoggettava ai loro simili.
Nessun'anima gentile potrà non convenire con noi che al dissopra della triste condizione in cui lo schiavo gemeva giornalmente, era senza dubbio straziante il pensiero che gli fosse tolto definitivamente ogni speranza che ritornasse a rilucere per lui un raggio di libertà, che valesse a riabilitarlo nei suoi diritti di uomo e di cittadino. La schiavitù non gli presentava che un immenso ed indefinito orizzonte di sofferenze e di dolori che faceva capo alla tomba. Togliere questo strazio inesprimibile dal cuore dello schiavo ebreo, era una delle prerogative dell'anno sabbatico. «Quando tu acquisterai [pg 104] uno schiavo ebreo esso ti servirà sei anni, e nel settimo se ne sortirà liberamente[60]. Questa legge ammetteva però un'eccezione concessa per un lodevole sentimento di tenerezza supposto nello schiavo verso il proprio padrone, verso la propria moglie e verso i figli. Ecco come si esprime la legge a questo riguardo: «E se lo schiavo dirà: Io amo il mio padrone, mia moglie e i miei figli e non voglio andarmene libero»; allora il padrone lo farà presentare ai giudici, e questi lo faranno avvicinare ad un battente, o allo stipite della porta della città (luogo, come vedremo più innanzi ove risiedevano in quei tempi i tribunali composti ordinariamente dei vecchi della città, ed ove per conseguenza amministravano pubblicamente e gratuitamente la giustizia) e colà, lo stesso padrone, gli buccherà il lobo dell'orecchio..... e lo schiavo lo servirà leolàm, [pg 105] vale a dire sino all'anno del Giubileo, come intendono, tutti i commentatori.
I nostri Dottori interpretano così questo atto che sembra strano: «Per quale motivo la legge ordina di offendere l'orecchio a preferenza di qualunque altro membro?—Disse Dio: «Quell'orecchio che intese la mia voce sul Sinai, quando proclamai: che tutti i componenti l'Assemblea di Giacobbe sono ugualmente miei schiavi che trassi dalla terra d'Egitto, e ciò non pertanto si sottomise volontariamente al giogo d'altro schiavo, porti esso il marchio dell'ignominia e del disonore».
L'anno del giubileo differenziava dall'anno sabbatico per la prescrizione d'una libertà intiera, assoluta ed inesorabile per la terra e per tutti i suoi abitanti. Imperocchè, nella guisa istessa che nell'anno sabbatico s'era fatta un'eccezione alla legge relativa agli schiavi, così se ne ammise una riguardo alla legge sulla proprietà permettendone l'alienazione in dati casi. Ma questa concessione non era che temporanea anch'essa: inquantochè oltre al permettere al possessore stesso di ricuperare in qualunque momento la possessione alienata; oltre al raccomandare questo misero decaduto alla pietà dei suoi parenti, facendo loro quasi un dovere di ricuperare per lui la già sua possessione; statuì che in qualunque caso all'anno del giubileo, egli ritornasse di pien diritto al possesso dei suoi beni. I debiti di qualunque specie essi fossero venivano pure rimessi[61].
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Così ad ogni mezzo secolo tutto rientrava nell'ordine primitivo: lo stato ricuperava i membri per lui perduti nella schiavitù; e questi miserabili resi alla patria e ristabiliti nei loro fondi, riprendendo il titolo di cittadino si trovavano alla portata di adempirne le funzioni e di sopportarne i carichi.
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