Il sepolcro di Mosè.

Fu consiglio di divina provvidenza il nascondere ad ogni occhio mortale il sepolcro dell'uomo di Dio.

La rovina del sacro tempio, il lungo esilio d'Israello stavano già innanzi d'allora, al previdente consiglio di Dio.

Quando Israele prostrato sul sepolcro di Mosè, e bagnando di pianto quelle sacre zolle, avesse supplice invocata la potente intercessione del santo uomo presso la Divina Giustizia, affinchè il tremendo destino fosse mutato, come avrebbe potuto la stessa Divina Giustizia respingere quel santo intercessore?

Quando sul popolo errante nel deserto, la vendetta Divina aveva decretato l'abbandono e la morte, solo Mosè bastò a disarmarne la collera.

E i giusti, cari a Dio in vita, gli sono doppiamente cari in morte.

L'empio impero persiano volle un giorno scoprire il sepolcro del grande Legislatore.

Una numerosa schiera dei suoi satelliti si reca al monte cerca, fruga, sale, discende, e lo percorre da tutti i lati.

Fuvvi un momento in cui, giunti al culmine del monte e gettando in giù lo sguardo, s'immaginarono d'avere laggiù in fondo scoperto il cercato sepolcro.

Si slanciano precipitosi alle falde del monte, girano lo sguardo intorno, sollevano lo sguardo in alto. O stupore! il sepolcro di Mosè si presenta ai loro occhi in sull'alta vetta.

Confusi, sbalorditi, si dividono in due schiere, di cui l'una si ferma ai piedi, l'altra alla cima del colle.

«Eccolo, gridano dall'alto, eccolo, l'avete a voi vicino». [pg 214] Perocchè il sepolcro di Mosè si presentava agli occhi loro presso la schiera disotto.

«È trovato, è trovato, gridava questa invece alla compagna; voi ci siete presso». Perocchè il sepolcro di Mosè si presentava ai loro occhi presso la schiera che era in alto.

E il sepolcro non fu trovato mai.

Il secondo avvenimento di cui dobbiamo parlare è quello che diede origine alla festa di Purim (delle sorti), festa dedicata intieramente all'allegria e al piacere. Ecco in breve il riassunto storico di tale avvenimento.

Noi abbiamo già avuto occasione di parlare del profeta Neemia e della parte importantissima da lui avuta nella rifabbricazione del secondo tempio, come ebbimo pure a parlare di Alessandro Magno, delle sue vittorie in Asia, della sua entrata in Gerusalemme e delle sue larghezze usate verso gli Ebrei sia per esser stato colpito di rispettosa venerazione al cospetto del loro Pontefice che si portò ad incontrarlo, e sia per compensarli della loro fedeltà. Or bene tra la morte del primo alle conquiste del secondo passò un periodo di circa un secolo; nel corso del quale probabilmente non avvenne nulla di notevole agli ebrei; perchè tanto in Flavio quanto nei libri santi esiste un'ampia lacuna, se si esclude la così detta meghilà (storia) di Ester.

Chi fosse l'Assuero (Ahhassveross nome indubbiamente persiano) di cui si parla in questo libro è disputa fra gli eruditi. Nella Scrittura troviamo dato questo nome ad un re che è sicuramente Cambise, ad un altro che debb'essere Astiage ed all'Assuero di Ester che non può essere nè l'uno nè l'altro di quei due re. Giuseppe crede che fosse Artaserse Longimano, altri, e sono i più, credono riscontrare molte somiglianze fra il carattere di Assuero e quello di Xerse celebre per l'infelice esito della sua spedizione nella Grecia, altri ritengono che fosse un re dei Medii, ed altri ancora, fra cui il celebre I. S. Reggio, ritengono che fosse Dario Istaspe.

Chiunque fosse questo Assuero sappiamo che aveva il dominio su uno esteso impero di centoventisette provincie, [pg 215] cioè da Oddu (l'India) sino a Cuss (l'Etiopia). Nel terzo anno del suo regno diede ai grandi della sua corte una serie di festini per cento ottanta giorni consecutivi, chiusa da sette altri giorni di festini continui dati a tutti gli abitanti della Capitale (Susa).

Or avvenne che nel giorno settimo in cui il re aveva bevuto oltre il convenevole, volendo presentare all'ammirazione dei suoi cortigiani la regina Vasti, dotata, secondo lui, di maravigliosa bellezza, mandò ad invitarla al festino.

Non si sa per qual motivo, ma probabilmente per un naturale e lodevole sentimento di pudore, la regina rifiutò d'intervenirvi. Il re oltremodo adirato, chiese ai sette suoi principali ministri che lo circondavano quale pena era dovuta alla regina per la sua disobbedienza, e dietro la proposta di un certo Memuhhan, Vasti fu tolta da regina (uccisa o relegata nell'Arem).

Per surrogarla vennero incaricati dei commissarii di fare la scelta delle più belle ragazze dello stato per essere inviate all'Arem reale di Susa. Fra le donzelle raccolte si trovava un'ebrea chiamata Adassà (mirto) o Ester (astro in lingua persiana). Rimasta orfana di padre e di madre era stata adottata a figlia da un suo cugino, certo Mardocheo della tribù di Beniamino, abitante in Susa. Ester presentata al re seppe conquistarne il cuore e fu assunta a regina nell'anno settimo del regno di Assuero: senza che questi pensasse neanche d'informarsi di quale famiglia essa si fosse, e a quale popolo appartenesse. Mardocheo, che sicuramente aveva un uffizio nel servizio del palazzo reale, potè scoprire una congiura che erasi ordita da due eunuchi contro la vita di Assuero: col mezzo di Ester il complotto fu sventato e puniti i colpevoli.

Più tardi avendo il re elevato un certo Amano alla più importante carica di Corte ordinò che i sudditi avessero ad inginocchiarsi al suo cospetto. Fosse per scrupoli religiosi o fosse per altri motivi, su cui tace il testo, Mardocheo non volle mai piegare il ginocchio quando gli avveniva d'incontrarlo. Il superbo Amano altamente indispettito [pg 216] risolse di perdere con lui tutta la nazione alla quale apparteneva. Presentatosi pertanto al re disse che come il popolo ebreo, era distinto da tutti gli altri per proprii costumi e leggi, così era insubbordinato verso i magistrati e trasgressore delle leggi del regno; e dando cattivo esempio agli altri popoli parevagli necessario di farlo totalmente distruggere. Il re senza informarsi di nulla diede il suo assenso, ed Amano giubilante estrasse colla sorte il giorno da stabilirsi per la distruzione degli Ebrei. Il numero estratto segnò il giorno tredicesimo del mese duodecimo.

Si capirà facilmente che la pubblicazione di tale decreto portò la costernazione fra gli Ebrei. Mardocheo ne trasmise copia alla regina Ester sollecitandola ad intercedere pel suo popolo presso il monarca. Ester esitò dapprima ad accettare tale incarico, temendo di esporsi a certa morte presentandosi non chiamata nell'appartamento particolare del re, ma poi vi accondiscese facendo ordinare agli Ebrei di Susa un digiuno di tre giorni. Al terzo giorno ella si presentò al re il quale l'accolse con tutti i segni del maggiore affetto, e con tutti i riguardi dovuti al suo grado. Ester lo pregò di accettare in compagnia di Amano un pranzo nel di lei appartamento in quello stesso giorno. Il re vi aderì; e a metà del banchetto domandò alla regina quale causa l'avesse decisa a quell'insolito invito. La regina rimandando al giorno seguente la manifestazione del suo desiderio, invitò nuovamente lui ed Amano a pranzo presso di lei. Amano fiero del grande onore ricevuto dalla regina, fu maggiormente ferito dal disdegno dimostratogli da Mardocheo che ebbe ad incontrare sui suoi passi; ed essendosene lagnato colla propria moglie, questa, gli suggerì di domandare al re l'autorizzazione di fare appiccare Mardocheo l'indomani, al quale uopo fu nella notte alzato un patibolo nel suo cortile istesso.

Ma arrivò che in quella stessa notte Assuero non potendo dormire, si fece leggere gli annali del suo regno; e ripresentatasi così l'occasione di richiamarsi alla memoria il benefizio ricevuto da Mardocheo, domandò se già [pg 217] gli fosse stato corrisposto il premio meritato. Alla risposta negativa Assuero si rivolse ad Amano che gli compariva in quel punto, e gli domanda: quale cosa dovessesi fare ad un uomo ch'egli desiderava onorare pubblicamente. Nel suo sterminato orgoglio Amano suppose che il re avesse l'intenzione di onorare lui stesso; epperciò lo consigliò di fare vestire quell'uomo del manto reale, di farlo montare sul cavallo che montò il re stesso il giorno della sua incoronazione, e farlo quindi girare per le vie della città col cavallo condotto a mano da un principe obbligato a gridare di tratto in tratto «così si fa all'uomo che il re desidera di onorare». Il consiglio piacque al re, il quale incaricò Amano stesso di eseguirlo alla lettera.

Questo fu il preludio della punizione dell'alterigia vincolata alla tristizia e il trionfo dell'innocenza. Eseguito quello per lui ben penoso incarico e intervenuto al festino della regina questa, lui presente, chiese grazie al re per sè e pel suo popolo. Si aggiunga poi che un eunuco certo Hharvonà, raccontò al re come Amano avesse fatto alzare nel suo cortile un patibolo per farvi appiccare Mardocheo. A quest'annunzio l'ira del re scoppiò terribile e ordinò che Amano venisse immediatamente appeso a quello stesso patibolo.

Conviene sapere che i decreti dei re Persiani non potevano venire revocati per niun motivo; epperciò Mardocheo chiamato dalla fiducia del re, a succedere nella carica d'Amano, con altro decreto reale dovette autorizzare gli Ebrei a prendere le armi per difendersi dai loro nemici nel giorno che era stato fissato pel loro eccidio. Con tale autorizzazione egli sperava probabilmente di intimorire i mali intenzionati e di risparmiare l'effusione del sangue; ma pochi nemici acerrimi degli Ebrei non avendo voluto desistere dai loro sanguinarii progetti a cui li autorizzava tuttavia il decreto d'Amano assalirono gli Ebrei. Ma questi aiutati dalle autorità, che dovevano prestare loro mano forte, li vinsero facilmente. Noi pensiamo che la cifra dei nemici uccisi dagli Ebrei nel giorno 13 e 14, registrata [pg 218] nel libro d'Ester sia stata esagerata: quantunque non si debba obbliare l'ampiezza del regno che constava, come dicemmo, di 127 provincie.

Questi due giorni miracolosamente cangiati, come si esprime il testo: «dall'afflizione al gaudio, dal lutto all'allegria» furono consacrati alla gioia da Mardocheo e da Ester per tutti gli Ebrei; raccomandando ai contemporanei e alla loro posterità di volerli solennizzare in ogni anno facendosi: «reciproci regali e largheggiando verso i poveri».