Dai tempi di Mosè sino a Saulle l'organizzazione militare dovette essere molto imperfetta; e sono assai poche le nozioni che a tale riguardo ci vengono somministrate dai libri santi. Sappiamo soltanto che erano sottoposti alla milizia tutti i maschi dall'età dei 20 anni in su; che la milizia non si componeva che di fanti; che tutti i militi di una stessa tribù marciavano uniti sotto lo stesso vessillo; che l'apertura della guerra si faceva allo suono di trombe; che i sotérim facevano le proclamazioni da noi già sopra dette, prima dell'attacco, per fare sortire dalle file gli esentati dalla legge. Alcune disposizioni riguardanti la pulizia delle truppe dimostrano evidentemente che nel campo degli ebrei doveva regnare la proprietà e i buoni costumi.
Saulle fu il primo a dare l'esempio di truppe stanziali. Dopo la sua proclamazione a re d'Israele sul Ghilgál scelse tremila uomini: duemila li tenne sotto i suoi ordini immediati, e pose gli altri mille sotto gli ordini di Gionata suo primo figlio. I Filistei già prostrati da Samuele erano ridivenuti tanto insolenti, e facevano pesare sugli ebrei tale servaggio, da proibire loro la fabbricazione di qualunque specie di utensili di ferro: motivo per cui questi erano costretti a provvedersi presso i loro dominatori, persino gli [pg 223] strumenti agricoli. Ciò nullameno per un atto eroico di Gionata e del suo scudiero, Saulle ottenne su quelli una vittoria segnalatissima, che servì a consolidare il suo trono e ad umiliare la baldanza dei Filistei. Ma dovendosi aspettare improvvisi loro attacchi, quantunque la storia non ne faccia nissun cenno, dovette certo mettersi in misura di respingerli tenendo sotto le armi un buon numero di truppe sperimentate, sotto la direzione del valoroso Abner; poichè la storia c'informa ch'egli «combattè intorno contro tutti i suoi nemici in Moab, nei figli di Amon, in Edom, e nei re di Sovà, e nei Filistei, negli Amaleciti ed ogni dove si dirigeva egli dava sconfitte».
Davide, guerriero in tutto il senso della parola, chiamato a succedere a quel valoroso quanto infelice monarca, inebbriato dai suoi successi dimenticò che un re ebreo doveva limitarsi a conquistare e a difendere il territorio che Dio aveva assegnato al suo popolo, si lasciò dominare dall'ambizione e compose una vera armata regolare.
Cominciò col circondarsi di una numerosa guardia reale probabilmente composta di soldati stranieri; poscia compose un corpo di milizia di 285 mila soldati diviso in dodici corpi ciascuno di ventiquattromila uomini, che dovevano restare in servigio un mese dell'anno nei dintorni della Capitale. Queste truppe venivano esercitate per turno sotto gli occhi stessi del re da abili capitani, da lui nominati e scelti fra i suoi trenta eroi.
Salomone completò l'opera del padre colla formazione di un corpo di cavalleria, e colla provvista di carri da guerra, ch'egli distribuì in diverse piazze forti: non pare però ch'egli abbia dovuto servirsene, perchè il suo regno fu pacifico per eccellenza. Più tardi noi troviamo in ambidue i regni armate perfettamente organizzate, particolarmente sotto Assà, Giosafatte, Amasia, Ozia e Gioacaz. Nell'esercito si distinguevano tre divisioni principali: l'infanteria, la cavalleria e i carri. Questi portavano, oltre al conduttore, parecchi combattenti. L'armatura sola faceva certo distinguere il soldato dal semplice borghese, perchè noi [pg 224] non troviamo traccia di uniforme fra le truppe ebree. Ogni corpo d'armata si componeva, di parecchie legioni di mille uomini, suddivise in bande di cento e di cinquanta. Il generale in capo detto sar ahháil o sar assavà, oppure il re quando prendeva il comando in persona, aveva sotto i suoi ordini i generali comandanti le divisioni, ed era seguito da uno scudiero o portatore d'armi detto noscè chelim. A quanto pare i carri formavano due divisioni, di cui ciascuna aveva il proprio capitano. Gli ufficiali superiori formavano un consiglio, che in tempo di guerra si erigeva a tribunale per giudicare gli accusati di delitto politico. Probabilmente fu un consimile tribunale che fece gettare Geremia in un pozzo contro il volere del re stesso, perchè predicava al popolo l'alleanza coi Caldei. Il mantenimento dei soldati era a carico delle loro proprie famiglie; e dal fatto di Barzilai bisogna convenire che i ricchi proprietarii erano larghi di provvisioni alle truppe che militavano presso i loro possedimenti.
Le armi che adoperavano gli ebrei erano come quelle degli altri popoli di due specie difensive ed offensive. Quali armi difensive noi troviamo menzionate le seguenti: 1º Il Sinnáh o il grande scudo, il quale probabilmente aveva la forma ovale e copriva tutto il corpo; 2º Il maghén, il piccolo scudo di forma tonda e che copriva il ventre. Quest'arma è molto più antica del Sinnah perchè mentre questa la troviamo menzionata ai tempi di Abramo, non troviamo traccia dell'altra sino dopo l'epoca di Davide. Da un passaggio d'Ezechiele risulta, che queste armi erano in legno, coperte di una pelle che talvolta veniva unta d'olio. Ciò non toglieva però che se ne fabbricassero anche in rame, e che Salomone ne avesse parecchie d'oro sospese alle pareti del suo palazzo quali ornamenti. 3º Il Kóvanh (elmo) ordinariamente di rame. 4º Il Sirion corazza di rame fatta a scaglie. 5º Il Mishhà gambale di rame menzionato una sola volta nella descrizione della armatura di Golia, epperciò forse non in uso fra gli ebrei.
Di armi offensive ne troviamo pure diverse: 1º Il hhérev [pg 225] (coltello o spada) chiuso in una fodera thàar e attaccato a una cintura particolare; 2º differenti specie di lancie, e di dardi designati colle parole: rómahh, hhanid, hhídon, hhess; di cui è difficile precisare le forme; 3º Késced (arco) ordinariamente di rame, colle freccie che si portavano in un turcasso sulle spalle; 4º Kélan (fionda), che era a dir vero un'arma pastorale, ma convien credere che se ne servissero anche nelle guerre perchè la Bibbia registra che la tribù di Beniamino contava «settecento giovani scelti mancini, i quali tutti miravano colla fionda ad un capello e non fallivano».
Per completare queste nostre nozioni, dovremmo discorrere delle macchine da guerra che erano di un'immensa importanza nello assedio delle città, e nella loro difesa. Ma sono pochissime le nozioni che ci sono somministrate dalla Scrittura a questo riguardo. Nel secondo libro dei Paralipòmeni leggiamo che Ocozia re di Giuda, fece fabbricare in Gerusalemme mai più vedute hhissevonóth, per metterle sulle torri e sugli angoli delle mura a lanciar dardi e grosse pietre. Ora tali macchine non potevano essere che catapulte e baliste e fors'anche arieti il cui nome proprio carim, e l'appellativo mehhí kobél (percottente di faccia) sono adoperati in Ezechiele. Di fatti la catapulta era un grande arco che si stendeva e lanciava molto lontano freccie, giavellotti pesantissimi ed anche travi; e la balista teneva luogo di grande fionda gittando sassi a grandi distanze.
Ma le più micidiali fra tutte le macchine da guerra erano i così detti carri falcati, che la Scrittura distingue in due specie: gli uni servivano solamente per condurre i principi o generali; gli altri armati di ferro si spingevano contro la fanteria e menavano grande strage. I primi carri bellici di cui ci si parli, sono quelli condotti da Faraone contro gli ebrei dopo la loro uscita dell'Egitto, e che vennero sommersi nell'Eritreo in numero di sei cento: ma Mosè non dice se erano armati o semplici carri da corso. I Cananei, i Filistei e i Sirii ne facevano grande uso, perchè [pg 226] Sìssera si portò a combattere contro Debora con settecento carri di ferro, ma non scorgesi che i re ebrei siansene mai serviti.
Tre vocaboli sono adoperati in ebraico per designare le insegne militari, cioè déghel, oth e ness. È impossibile determinare con certezza la differenza degli oggetti indicati con tali nomi. Molti interpreti però credono che il vocabolo ness si adoperasse per designare un piuolo o pertica alla cui sommità attaccavasi una striscia di stoffa od altro che sventolasse, e che si ergeva sulle colline quale segnale o punto di convegno; che il vocabolo oth significasse l'insegna particolare di ciascuna tribù; e che il déghel, distinto dagli altri due pel colore della stoffa, fosse l'insegna comune di ogni corpo d'armata composto di tre tribù.
Secondo i Rabbini le dodici tribù d'Israele formavano quattro corpi colle seguenti insegne. Giuda, Issacar e Zebulun portavano sulla loro bandiera un lioncello con queste parole: Kumà adonaî véiafússu oievéhha ecc. (Sorgi o Signore! e saranno dispersi i tuoi nemici e fuggiranno i tuoi avversarii dal tuo cospetto); Ruben, Simeone e Gad portavano sulla loro bandiera un cervo colla leggenda Scemáh Israel ecc. (Ascolta Israele l'Eterno Dio nostro è Dio unico); Efraim, Manasse e Beniamino avevano un fanciullo ricamato col motto Vaanán adonaï aleém iomám (e la nube di Dio era sopra di loro nel giorno, nel loro partire dall'accampamento) e finalmente Dan, Asser e Naftali avevano un'aquila collo scritto Suvvà adonai rivevóth alfè Israél (Ritorna o Dio fra le migliaia d'Israele!),
Giunti oramai al compimento del nostro lavoro, e rincrescendoci di separarci dai lettori che ebbero la gentilezza di seguirci sin qui, coll'argomento che la disposizione della materia ci obbligò a trattare per ultimo; ci sia permesso che ci accomiatiamo da loro coll'esprimere un voto che parte spontaneo dal nostro cuore: ripetendo qui le parole colle quali il profeta Isaia e Michea, vaticinarono l'epoca [pg 227] beata che immancabilmente dovrà sorgere per l'umanità. «Popoli numerosi si porranno in cammino, e diranno: «Venite, andiamo al monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe; perchè c'insegni alcuni dei suoi dettami, in guisa che possiamo seguire le sue vie». Imperocchè da Sionne uscirà ammaestramento, e la parola del Signore da Gerusalemme. Egli giudicherà tra le nazioni, e pronunzierà sentenza a popoli numerosi, i quali quindi spezzeranno le proprie spade per farne delle marre, e le proprie lancie per farne falci; una nazione non alzerà più contro l'altra la spada, nè altri più si eserciterà nell'arte della guerra.... Gli stranieri poi aggregatisi al Signore per prestargli Culto, e per amare il nome del Signore, ed essergli servi.... Io li condurrò al mio sacro monte, e li rallegrerò nella mia Casa d'orazione; i loro olocausti ed altri sacrifizii saranno graditi sul mio altare: perciocchè il mio Tempio si chiamerà Casa d'orazione di tutti i popoli».
In Oriente, come diremo altrove, le case erano ordinariamente
e sono tuttavia in gran parte di un sol piano oltre il piano terreno;
e sono coperte non da tetti a tegole come da noi, ma bensì da terrazzi
di cui spiegheremo l'uso a suo tempo.
Le parole saà e sanhtà interpretate nei libri rabbinici per ora,
probabilmente non furono in principio adoperate se non nel senso di momento,
istante, derivando esse dal verbo saà che vale: gettare uno sguardo.
Prima della schiavitù babilonese non si trova nei libri santi veruna
menzione di nomi speciali dati ad angeli, ma bensì il nome generico
di malach adoperato indistintamente per significare: angelo,
messaggiere, inviato. Difatti con questo vocabolo troviamo designati i
messaggieri che Giacobbe inviò ad incontrare il fratello Esaù; l'angelo
che impedì ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco; l'uomo apparso
a Gedeone per consigliarlo ed incoraggiarlo a prendere le armi per
liberare la sua patria gemente sotto l'oppressione straniera; Mosè redentore
d'Israele; gli uomini mandati da Mosè al re di Edom ecc.
Invece in Daniele, che scrisse all'epoca della schiavitù Babilonese, gli angeli
assumono nomi proprii: Michæl che sta alla destra dell'Eterno,
Gabriele che sta alla sinistra di lui, Raffaele, Uriele ecc.; e Schammaele,
e Sàtana quali angeli cattivi.
Questo vocabolo viene dai commentatori diversamente interpretato,
perchè, come vedremo in seguito, ricorrono in tale mese gli anniversarii
di parecchi fatti importantissimi: quali quello della creazione
del mondo, quello della nascita dei patriarchi, quello della nascita di
Samuele ecc. Però il suo significato più probabile e letterale è la sua
derivazione dalla radice adà venire, essendo il mese in cui si raccoglievano
nei granai tutte le specie dei prodotti campestri. (Lib. vocabolo
Edan).
Nelle sue antichità giudaiche, Giuseppe Flavio racconta alcune
curiose particolarità su Mosè, che noi crediamo utile di riportare compendiandole;
poichè nel Pentateuco si riscontrano effettivamente nella
vita di Mosè certe lacune o allusioni a fatti che non vennero in esso
registrati, perchè onninamente personali al suo autore e non richiesti
da nissun vero interesse storico.
Dopo di avere quindi descritto le doti fisiche di cui Mosè era ornato
e dettolo di una bellezza mirabile e divina, nota che la sua intelligenza
era talmente sviluppata e superiore alla sua età, che la sua madre addottiva
Thermutis, che i nostri dottori cambiarono in Bitià, presa per
lui di un'affezione talmente viva, all'età di tre anni lo presentò al
proprio padre onde volesse dichiararlo suo erede presuntivo qualora
non fosse favorito di prole maschile. Espone in seguito come gli Egiziani
atterriti da un'invasione di Etiopi furono costretti a nominare
Mosè loro capitano, malgrado le vivissime opposizioni di molti suoi
nemici e particolarmente di quelle che gli venivano fatte dai Sacerdoti;
i quali invidiosi della sua straordinaria sapienza paventavano che la corona
dei Faraoni dovesse veramente cingere la fronte di uno straniero.
Mosè preso dunque il comando diede battaglia ai nemici del suo re,
li ruppe completamente: anzi assediò e prese Saba (Méroé) loro capitale,
e sposò Tharbis (forse la donna mora, Cussid, accennata nel Pentateuco
e che diede motivo a mormorazioni contro Mosè per parte di
Aronne e Marianna?) figlia del re che erasi perdutamente invaghita
di lui.
Racconta poscia un breve episodio il quale quantunque concordi nel
fondo coll'esposizione fattane pure dai nostri dottori, ciò non pertanto
diversificando nei particolari, noi crediamo bene di attenerci a questa
seconda: e tanto maggiormente perchè essa serve a dare una ragione
plausibile di un difetto organico di Mosè. Ecco il fatto:
Un giorno che Faraone teneva nelle sue ginocchia il bambino Mosè,
questi gli tolse la corona dal capo e se la cinse egli stesso. I maghi
di Faraone, che avevano già in lui pronosticato un futuro salvatore
d'Israele, dissero a Faraone: «Bada che costui non abbia ad essere
il tuo nemico e rivale: mandalo a morte».
Ietro, presente a quel barbaro consiglio, s'interpose a favore del bambino,
dimostrando che il solo lucicare delle pietre preziose lo avevano
allettato ad afferrare la corona; e per meglio persuadere i suoi opponenti
propose la seguente prova: «Si presenti, disse egli, a questo
bambino un bacile con sopravi la corona e una brace ardente; e si
esperimenti se è la vivacità della luce o un interno presentimento di
futura grandezza che lo abbia spinto a quell'atto.»—La prova è
accettata: il bambino ha davanti agli occhi una brace lucidissima e
una corona. Senza esitare egli stende la mano alla corona; ma un angelo
scende dal cielo gli sospinge la mano a dar di piglio alla brace.
Il bambino mette un grido, porta alla bocca la mano e il fuoco, la
lingua ne fu scottata, rimase balbuziente, ma fu salvo.
Nelle riluttanze spiegate da Mosè nell'Oreb, quando a più riprese
cercò di sottrarsi a tale missione altissima, giustificando il suo rifiuto
colla tardità di sua favella, dice a Dio: «anche da quando tu parlasti
al tuo servo». In tali parole i nostri Dottori trovarono una prova che
già precedentemente a quell'avvenimento Iddio aveva parlato a Mosè su
tale proposito.
La rivelazione, che contiene tutta la filosofia, e più che la filosofia,
così espresse la definizione di Dio: «Io sono colui che sono». Definizione
stupenda, che quando fu promulgata non sarebbe potuta essere trovata
dal discorso degli uomini, e che congiuntamente alle altre dottrine
dei libri mosaici, non potendo aversi per un parto naturale di quei
tempi, accusa un'origine divina.
Gioberti, Teorica del Sopran.
Nel nostro libro di Morale pratica, pag. 89, abbiamo inserito una
quistione storico-politica ricavata dal Talmud e suscitatasi tra gli Ebrei
e gli Egiziani all'epoca in cui Alessandro Magno vinto Dario re di Persia
aveva esteso il suo dominio in gran parte dell'Asia e dell'Egitto, e la
quale serve a spiegare questo fatto che da troppi scrittori venne preso
a pretesto di ignobili accuse e basse insinuazioni contro l'onestà di carattere
del popolo nostro.
L'Egitto fioriva da antichissimo d'una prosperità materiale, e consideravasi
come il paese della ricchezza e della scienza. Colà viaggiò
Abramo spintovi dalla carestia; e i libri sacri, come vanto della sapienza
di Salomone, dicono che vinceva quella degli Orientali e degli Egizii.
C. Cantù, Docum. alla sua St. Un.
Dissero i nostri Dottori che il sasso prodigioso che forniva acqua
al popolo nel deserto era merito speciale di Marianna: per cui essa
morta, cessò il prodigio.
Furono gli stessi componenti le suddette tribù che trovandosi
possessori di numerose greggie, e riconoscendo come quel paese presentava
grassi pascoli, pregarono Mosè di concederglielo loro in eredità.
Mosè aderì alla loro domanda colla condizione che tutti gli uomini
atti alle armi passassero il Giordano, e aiutassero i loro fratelli a conquistare
la terra che Dio aveva loro promessa.
Questa condizione fu scrupolosamente osservata. Fabbricate fortezze
a difesa delle loro donne e dei loro figli, tutti gli adulti si portarono
col resto del popolo al di là del Giordano; e non ritornarono in seno
alle loro famiglie se non quando vennero congedati e benedetti da
Giosuè stesso, dopo le vittorie da lui riportate sui 31 re che dovette
combattere.
Un viaggiatore così termina la sua breve descrizione delle valli
del Carmelo nella Revue britannique: «Codesto quadro, malgrado la
sua tristezza, non risponde all'idea che si fa della desolante sterilità
della Palestina. Alla ricchezza della vegetazione si può giudicare che
se questa terra fosse coltivata con cura, essa sarebbe come altra volta
il giardino del Signore».
Gerusalemme fu presa e saccheggiata 17 volte, dice Chateaubriand:
nessun'altra città provò simile sorte.... Quella contrada divenuta preda
del ferro e del fuoco, i campi inculti perdettero la fertilità ecc.
Itineraire, tom. 2.
Il Celeberrimo Maimonide nel suo Morè nebohhim dimostra luminosamente
come questa e tantissime altre consimili espressioni bibliche
quali: il braccio dell'Eterno; odorò Iddio; discese Iddio per vedere, non
intendano di materializzare Iddio in nissun modo; ma siano adoperate
esclusivamente per addattarsi al nostro intendimento. La parola dell'uomo
si trova impotente a esprimere convenientemente gli ineffabili
attributi di Dio, e le inesplicabili vie per le quali si conduce colla umanità;
per darne un'idea si è costretti a servirsi delle espressioni con cui
si rappresentano le cose materiali e i loro attributi.
Non possiamo astenerci di rapportare il seguente aneddoto Talmudico
relativo al soggetto di cui stiamo intrattenendoci:
Un ateo s'imbattè un giorno in un Rabbino e gli disse: «Nella vostra
legge si nega la previdenza al vostro Dio: poichè nel fatto del diluvio
sta scritto: «e il suo cuore ne fu addolorato» Perchè creare l'uomo
per poscia pentirsene e addolorarsene?».
«Mio caro, rispose il dotto rabbino: Non fosti mai padre?»—«Si»—«Ebbene!
non sapevi che tuo figlio dovrà sostenere fatiche e dolori per
poscia morire? Perchè il procreasti e festeggiasti la sua nascita?»—«Penso
e spero che potrà anche essere felice, darmi care soddisfazioni
ed essere il sostegno e il conforto di mia vecchiaia»—«Così
Iddio che creò l'uomo per la felicità, ritiene che mercè la carità e la
giustizia, potrà raggiungere quella mêta assegnatagli malgrado la veemenza
delle sue passioni che spesso lo fanno deviare dalla virtù e dalla
rettitudine».
Anche nel castigo meritato dai tristi geme la divina misericordia.
Dissero i nostri Dottori che quando gli Egiziani stavano per essere sommersi
nel mare Rosso gli angeli intuonarono il cantico. «Come! disse
Iddio, le mie creature affogano nel mare e voi intuonate il cantico!».
Si ricava dalla Bibbia che i nomi imposti in quei tempi ai bambini
si riferivano o a qualche speciale incidente occorso alla madre prima o
all'atto dello sgravio; o valevano a rappresentare qualcosa relativa al
bambino stesso; o servivano a commemorare qualche luttuosa circostanza
pubblica o privata o la speranza di vedere compiuto qualche
desiderio. Egli è per questo che la nascita di quel bambino avvenuta
in tempi assai tristi fu salutata dal padre, Lemehh, augurando agli uomini
un più lieto e riposato vivere, epperció chiamò il suo nome Noahh (da
nahhà riposare o da nahham consolare) con dire: Questi ci sarà di conforto,
in mezzo al nostro lavoro, ed al travaglio delle nostre mani, proveniente
dal terreno che il Signore ha maledetto».
Mosè distingue gli animali in puri ed in impuri. Sono da lui dichiarati
puri quelli della cui carne ci è permesso di cibarci, impuri tutti gli
altri. In quanto agli uccelli Mosè non ci somministra veruna indicazione
per distinguere gli uni dagli altri, ma specifica nominatamente egli stesso
gli impuri quali: l'aquila, il nibbio, il corvo, lo struzzo, il falcone, ecc.;
in quanto ai quadrupedi dichiara soltanto puri quelli forniti di unghia
fessa e che sono ruminanti: e in quanto ai pesci dichiara puri solamente
quelli che hanno pinne e squamme.
Quantunque non sia nostra intenzione di entrare in disquisizioni
filosofiche o filologiche, che in questo lavoro sarebbero affatto inopportune,
tuttavia noi teniamo a dare nel modo più semplice e breve, che
per noi si possa, la ragione o la dilucidazione di alcuni pochi fatti o
precetti, che giudicati superficialmente possono parere molto oscuri. Daremo
ora pertanto alcuni schiarimenti sul fatto della longevità, constatata
dal Pentateuco, di parecchi uomini antidiluviani e che fu oggetto
di tante controversie tra i dotti.
Il celebre Maimonide nel summentovato Morè nebohhim, dopo d'avere
dimostrato insussistente la teoria di quanti vollero sostenere, che
gli anni d'allora fossero di una durata assai più breve degli attuali;
stima che la longevità antidiluviana non fosse generale, ma individuale
ai pochi uomini nominati nel Pentateuco: e ciò per divina parzialità
verso di loro in premio del loro tenore di vita morigerato e virtuoso.
Abrabanel, seguendo l'opinione del Nahhmanide, respinge questa spiegazione.
Ritiene invece generale la longevità negli uomini antidiluviani,
attribuendola: 1º Alla differenza degli alimenti di cui si cibavano allora
e che appartenevano esclusivamente al regno vegetale; 2º alla vita
morigerata e virtuosa delle prime generazioni umane; 3º alla purezza e
soavità dell'atmosfera straordinariamente alterata e guastata dal diluvio
e dalle morbose esalazioni di tanti residui animali corrotti; 4º alla necessità
di popolare la terra con maggiore sollecitudine; e finalmente al
vantaggio che tale longevità procurava alle arti e alle scienze appena
nascenti, poichè moltiplicava gli ammaestramenti della esperienza. In
quanto al braccio che servì di misura per l'arca, lo stesso Abrabanel
opina che effettivamente fosse più lungo del nostro, e che in media
equivalesse a sei braccia di un uomo pos-diluviano.
«Però fortemente, dice altrove il Legislatore, tu devi astenerti
dal mangiare il sangue, perchè il sangue è elemento di vita: e tu non
devi mangiare la vita (ciò che dà la vita) colla carne. Non devi mangiarlo,
ma versarlo in terra come acqua. Non mangiarlo; e così, facendo
cosa grata al Signore sarai felice, e lo (saranno) i figli tuoi dopo di te.
Il su citato Abrabanel con chiare e convincentissime ragioni
sostiene e dimostra la verità della su espressa opinione contro le argomentazioni
di parecchi altri commentatori, i quali s'appoggiano oltre
al fatto di Davide al primo paragrafo della lezione di Chi tissà, e col
quale si obbligano i futuri numerandi del popolo a versare un mezzo
siclo d'argento al tesoro del Tempio quale offerta di espiazione.
Si vedrà più lungi che dopo di avere lasciato all'altare e ai sacerdoti
la parte ad essi assegnata dalla legge sui sacrifizii; il resto, cioè
il più, serviva ad alimentare le turbe.
Il vocabolo ebraico Hhorì (libero) è indubitatamente adoperato per
indicare una tribù Troglodita inquantocchè la radice di questa parola
sia hhor che significa: foro, caverna.
Questo vocabolo indica spesso il vuoto della porta e talora anche
la città intiera o i cittadini o i magistrati suoi. Così il vocabolo pedahh
che preso da taluni nel senso dell'uscio, non ne indica che l'ingresso o
il limitare.
Questo precetto di Mosè parimenti a quello del Sissith che doveva
applicarsi ai quattro angoli degli abiti, e dei Tefilin che si portavano
al capo e al braccio sinistro tutto il giorno, e attualmente nel
tempo della preghiera mattutina, hanno uno scopo solo: quello di
mantenerci costantemente virtuosi impedendoci di dimenticare neppure
un istante la presenza di Dio, e il dovere che abbiamo di non posporre
all'interesse o ai diletti del senso i suoi sacrosanti ordini di lealtà e
di purezza. Quanti peccati e diremo anche quanti delitti di meno
avrebbe a deplorare la società qualora tutti gli uomini si ricordassero
sempre ed ovunque che all'occhio di Dio nulla sfugge, e che per ripetere
l'espressione di Davide, «le più fitte tenebre sono per lui luminose
come il giorno!». Il timore di Dio purifica il cuore e lo fa forte contro
le tentazioni. Non ci pare fuori di posto il seguente racconto:
Un dottore stava per morire. I suoi discepoli che muti e tristi ne
circondavano il letto colsero un istante in cui pareva che i suoi dolori gli
concedessero una tregua, e lo pregarono di volerli benedire. Voglia
Dio, rispose il dottore, che il di lui timore sia nei vostri animi tanto
efficace, quanto è efficace il timore di un uomo. A questa benedizione
i discepoli fecero tali atti di stupore che non poterono sfuggire al moribondo,
il quale soggiunse: O figli miei! Non vi paiano strane o prive
di valore le mie parole. Ditemi in grazia! Qual'è il pensiero che più
preoccupa un uomo quando sta per commettere un'azione riprovevole?
Di non avere testimoni che possano accusarlo; pensiero che fu espresso
da Giobbe colle parole: «e l'occhio del malfattore attende la notte dicendo
fra se stesso: non mi potrà scorgere occhio umano». Ora, se il
timore di Dio parlasse altrettanto forte nel suo pensiero si lascierebbe
egli trascinare al peccato?
Morto Giosuè e tutti i suoi coetanei, che erano stati testimoni
dei grandi fatti operati da Dio in favore di Israello; sorse una nuova
generazione la quale lasciandosi adescare dagli ignobili e sensuali allettamenti
dei riti del paganesimo, abbandonò prestamente la legge di
Mosè, e contrasse matrimonii con donne straniere.
In punizione della sua ingratitudine, Dio dava il suo popolo in
balìa delle nazioni che Giosuè non ebbe tempo di vincere, e che ne
facevano aspro governo. Ma quando angosciato e pentito, si rivolgeva
a Dio supplicandolo di perdono e di soccorso; egli allora commovendosi
alle sue miserie, inspirava qualche coraggioso cittadino a farsi
suo difensore.
Questi uomini vengono distinti col nome di sciofethim (giudici) quantunque
fossero in fatto veri dittatori nominati talvolta da una sola tribù
e talvolta da tutto il popolo intiero. Il primo di tali sciofethim, che vinse
Cussan re di Aram, fu certo Othniel il figlio di Chenaz fratello minore di
Caleb. Ma dopo quarant'anni di pace, gli Ebrei ritornarono da capo ai loro
traviamenti; e Dio permise che fossero di nuovo angariati per diciotto anni
da certo Eglon re di Moab. In capo a questo tempo Iddio inspirò certo Aód
di salvare i suoi fratelli. Ed ecco come avvenne il fatto. Costui fu incaricato
di portare al re un presente, che probabilmente non era altro
che una quota di tributo. Compiuta la sua missione e congedato il suo
seguito, disse al re di avergli a confidare qualcosa d'importanza. Il re
fece allontanare immantinenti tutti i suoi servitori, e scese dal trono.
Convien sapere che il re era assai pingue e Aód mancino. Quando
questi due uomini si trovarono di fronte, con un rapido movimento
Aód estrasse un lungo coltello che teneva celato dal lato destro, e lo
conficcò sino al manico nel ventre del re che cadde al suolo esanime.
Aód uscì dalla camera chiudendo l'uscio dietro di sè; e arrivato nel
monte di Efraim raccolse alcune migliaia di soldati: affrontò i Moabiti
che presi alla sprovvista e mancando di direzione, vennero trucidati
in numero di dieci mila. Questa vittoria apportò ottant'anni di pace.
Decalogo è voce greca, che significa dieci parole ed è la esatta
traduzione dell'espressione ebraica Ascered adevarim o Ascered adiberoth.
I nostri dottori sempre solleciti a valersi di qualunque fatto
da cui si potesse ricavare qualche morale insegnamento, fecero rimarcare
la predilezione che ha Dio pei deboli e modesti dal fatto, che per
dare la legge al suo popolo, Egli scelse il Sinai ch'è una delle più basse
montagne dell'Arabia.
In altro luogo si troveranno schiarimenti su questa espressione,
quantunque nel mese precedente a questo, abbiamo già riportato le parole
di un nostro illustre filosofo su tali espressioni bibliche, che prese
letteralmente parrebbero umanizzare Iddio, cosa questa che sarebbe
in perfetta contradizione collo spirito che informa tutta la legislazione
mosaica.
Nelle nozioni archeologiche che daremo sulla famiglia saremo necessariamente
portati a parlare della schiavitù presso gli antichi ebrei;
e dalle nostre parole risulterà con evidenza che se Mosè non l'abolì
pienamente di fatto, ciò fu per una concessione a certe idee o bisogni
affatto temporanei come avvenne per la poligamia e pei sacrifici: ma
che tale concessione fu da lui subordinata a tante restrizioni da renderne
l'applicazione assai più apparente che reale.
Naturale conseguenza della unità della razza umana proclamata
dal Genesi e confermata dalle scoperte dei secoli posteriori. Perchè,
domandano i nostri dottori, fu creato un sol uomo ad essere padre di
tutte le generazioni della terra? Per darci due ammaestramenti. Il
primo è che chi uccide un uomo è come distruggesse un mondo, e
chi salva un uomo è come salvasse un mondo; il secondo è per mantenere
la pace fra l'umana società, affinchè una generazione non possa
dire all'altra: «il padre mio fu più grande del tuo».
La infinita misericordia di Dio si è rivelata, mediante questo testo
all'umanità nel più sublime dei suoi aspetti. Niuna mente umana avrebbe
potuto concepire ed esprimere la distinzione tra gli effetti del
bene e quelli del male. Appena, adesso, dopo il tesoro raccolto di
secolari minutissime osservazioni fisiologiche, morali e metafisiche, la
scienza umana è giunta a constatare la verità di questa Bibblica dottrina,
che, cioè, i risultati delle opere malvagie cessano prestamente
alla terza e quarta generazione che vi perduri, perchè il male distrugge
sè medesimo, ma il bene reca frutti perpetui che non cessano per
volgere di secoli, e determinano il perfezionamento umano e la umana
felicità.
Mortara. La Religione Israelitica, pag. 160.
Se Abramo tolse Agar, ciò fu per consiglio della stessa sua moglie
Sara oltremodo addolorata di non avere prole; e se Giacobbe ebbe quattro
mogli ciò è da attribuirsi intieramente alle circostanze speciali che ne
lo obbligarono.
Un passo del Pentateuco piuttosto oscuro lascierebbe supporre
che precedentemente a Zeffora Mosè avesse sposato una donna mora
Cussid. Più avanti nella vita di Mosè si troverà qualche schiarimento su
questo fatto.
È quasi superfluo che noi facciamo riflettere che in quel clima
caldissimo lo sviluppo fisico dell'uomo era, ed è, assai più precoce che
nei nostri paesi.
La formula di cotest'atto detto chedubà (scrittura) è certamente
dei tempi dei Talmudisti. Pensiamo non essere fuori di posto il darne
qui la traduzione.
Il giorno..... della settimana, alli..... del mese... dell'anno... dalla
creazione del mondo, in questa città..... posta presso al fiume.....
Isacco figlio di..... disse a Rebecca figlia di..... sii mia sposa secondo
la legge di Mosè e di Israele. E io prometto di provvedere ai tuoi
materiali bisogni secondo l'uso dei mariti ebrei, che condegnamente
provvedono i necessari alimenti ed indumenti alle loro mogli. Oltre
a ciò ti prometto l'amicizia coniugale cosa comune a tutti i popoli
della terra. Rebecca consente a divenire moglie d'Isacco e gli porta in
dote la somma..... alla quale lo sposo aggiunge la somma... onde essa
abbia in totale..... Questa dote e donazione lo sposo garantisce e assicura
sui suoi beni presenti e futuri. E noi testimoni accertiamo ecc.
«Onde non venga cancellato il nome suo in Israele» dice il testo:
ciò che prova che esistevano fra gli ebrei tavole genealogiche nelle quali
s'inscrivevano tutti i padri di famiglia. Un regolamento particolare
esentava il re dal dovere del levirato onde non esporlo alle umilianti
conseguenze del rifiuto. Il sommo pontefice ne era escluso di diritto
essendogli per legge proibito di sposare una vedova.
Per farsi un'idea giusta di quest'atto che a molti parrà strano e
spregevole, bisogna considerare che esso veniva compiuto da una donna
che oltre all'affronto personale che riceveva con tale rifiuto, vedevasi
tolta per esso la protezione e l'appoggio del fratello del proprio marito,
vale a dire di colui che la natura e la legge avevano designato per
primo suo amico e difensore.
Opinano taluni commentatori, che l'uomo che si rifiutava a sposare
la cognata e quindi a perpetuare il nome del fratello, perdeva
il diritto di perpetuare il suo, che più non compariva nei registri: e
la sua discendenza portava il nome non di famiglia del tale, ma sì di
famiglia d'un anonimo, nota soltanto sotto l'ignominioso nome di:
«scalzato».
Vedete, dissero i dottori, quanto torni cara a Dio la concordia
domestica, che per ricondurla in una famiglia permise che il santissimo
suo nome fosse cancellato nell'acqua.
Il divorzio non viene ammesso dalle nazioni cattoliche perchè
contrario ai loro principii religiosi. Vi fu solo introdotta la separazione
dei coniugi. Non è nostra intenzione l'enumerare gli inconvenienti di
tutt'altra specie, ma a parer nostro senza dubbio maggiori, che presenta
questa legge su quella mosaica. Ci limiteremo solo a constatare che non
solamente vi furono altravolta autorevoli giureconsulti e scrittori di vaglia
che propugnarono la instituzione del Divorzio; ma che progetti di
legge furono presentati in questi ultimi tempi alle assemblee nazionali
di Francia e di Italia a tale scopo: e che in ambidue i paesi si tengono
pubbliche conferenze per dimostrare che colla sua adozione non solamente
sarebbero resi alla felicità molti sventurati, ma che sarebbe ridotto
d'assai il contingente delle prigioni e dei bagni.
È probabilissimo che nella mente di Mosè l'espressione ervath
davar stesse per qualificare l'adulterio. Certo nei tempi posteriori quando
la religione, e con essa, la virtù perdettero d'efficacia e la licenza ebbe
il sopravvento nel popolo, il divorzio prese maggior estensione. Si fu
allora che le due scuole di Hillel e di Sciammaï disputavano sui
motivi che potevano legittimare tale atto, patteggiando la prima anche
per motivi meno gravi. Dobbiamo però affrettarci a soggiungere, che
erano tanto complicate e minuziose le formalità che si richiedevano
per quest'atto: erano tali i consigli che il magistrato era in dovere di
porgere all'offeso marito, da disporlo sicuramente a più miti pensieri
ove non fosse stato indotto a tal passo da motivi seriissimi, o da invincibile
incompatibilità fisica o morale.
Questa trascuranza non provenne sicuramente che dalla fretta
di Mosè di adempire al mandato che ebbe da Dio di portarsi da Faraone
o dal timore che il bambino avesse a correre qualche pericolo nel
viaggio.
In una famiglia nella quale tutto era stato savissimamente disposto
perchè rafforzando i sentimenti naturali l'amore vi regnasse sovrano,
qual bisogno di tracciare doveri tra padri e figli oltre quelli del rispetto
e timore dei secondi verso i primi? Su questo tema Salomon Fiorentino,
valente poeta nostro correligionario, dettava un magnifico sonetto
col quale, ricordando il fatto di Davide che piange amaramente
il tristo figlio che tento di rapirgli e regno e vita, termina colla seguente
terzina che ci piace di rapportare:
«Oh del figlio inuman se un padre ha cura
La legge parli minacciosa al figlio
Che dolce al genitor parlò natura».
Ecco come viene esposto questo fatto nel libro dei Numeri, che
per la sua imponenza merita di essere da noi raccontato:
Era già estinta tutta la vecchia generazione condannata a morire
nel deserto, ed era pertanto giunto il tempo prefisso all'ingresso
del popolo ebreo nella terra promessa, quando arrivato esso in un
certo posto detto deserto di Sin, venne a mancare affatto d'acqua.
Come al solito, esso mosse i più alti lamenti verso Mosè ed Aronne,
accusandoli di averlo tratto d'Egitto per condurlo a morire in un «luogo
cattivo, non atto a seminagione, sprovvisto di fichi, di viti, di melagrani
e persino d'acqua». La maestà del Signore si rivelò a Mosè e gli
ordinò di munirsi della verga che stava nel Tabernacolo, e accompagnato
da Aronne «parlare al sasso in presenza di tutto il popolo,
poichè da quel sasso sarebbero scaturite acque in tale abbondanza da dissetare
il popolo e il suo bestiame». Mosè fece adunare immediatamente
il popolo attorno al sasso indicato, e apostrofando il primo con poche
ma dure parole, che lasciano chiaramente indovinare non essere esse
che il principio di una vivace rimostranza che voleva dirigergli pel
modo indegno con cui si comportava verso Dio quando versava in
qualche momentaneo bisogno, battè due volte il sasso colla sua verga
e le acque sgorgarono in gran copia. Ma l'Eterno disse a Mosè ed Aronne:
«Giacchè non avete avuta fede in me per santificarmi alla presenza
dei figli d'Israele, perciò non condurrete questo popolo nella
terra che ho loro donato.
Interpretando letteralmente questo fatto, si dovrebbe conchiudere,
come si crede ordinariamente, che il peccato commesso da Mosè e da
Aronne abbia dovuto consistere nella mancanza di fede in Dio per
avere battuto il sasso invece di parlargli. Ma oltrecchè non si può
ragionevolmente ammettere che Mosè chiamato da Dio stesso «servo
fedele in tutta la sua casa» abbia dubitato di Lui, quale differenza può
farsi tra il parlare o il battere trattandosi di un corpo inanimato?
Forsechè il miracolo avrebbe scemato della sua importanza nel servirsi
d'un mezzo piuttostochè dell'altro? E poi a quale scopo Dio avrebbe
ordinato a Mosè di munirsi della verga se non avesse dovuto adoperarla?
Fra le diverse opinioni emesse dai commentatori su questo fatto, noi
riteniamo per la più accettabile quella del Rabbo
Mosè a-Coen Tedesco
e sviluppata da l'Illustre I. S. Reggio. Dice egli in sostanza: «che
Mosè afflitto e sdegnato della riprovevole condotta e delle incessanti
mormorazioni contro Dio per parte di un popolo tanto visibilmente da
Lui protetto, e temendo che Dio ne lo punisse aspramente come fece
altre volte pel fatto degli esploratori, per la sollevazione di Cora, per
l'adorazione prestata a Baal-Peor ecc.; quando si trovò presso al sasso
si lasciò vincere dalla collera e cominciò ad apostrofare il popolo con
tale veemenza che la commozione interna gli troncò la parola in gola;
per modo che dalle poche parole dette, il popolo fu quasi portato a dover
credere che questo miracolo dovesse attribuirsi precisamente a lui stesso
e al fratello, anzichè a Dio. Questa interpretazione si accorda benissimo
colle parole che denotano il motivo del castigo quello cioè «di
non avere essi santificato Iddio».
C'è chi crede che tale epiteto usato anticamente per significare
il maggiore, fosse semplicemente aggiunto al nome di Erode per distinguerlo
dall'altro Erode venuto dopo di lui e detto zeerà (il minore).
Ecco quale piccola causa, assegnano i nostri Dottori, alle prime
ostilità insorte tra gli Ebrei e i Romani.
Un cittadino di Gerusalemme aveva fra i suoi amici un tale che
portava il nome di Camzà, e un acerbo nemico che portava il nome
di Barcamzà (figlio di Camzà). Il cittadino di Gerusalemme, diede un
giorno un grande e sontuoso banchetto, a cui invitò i personaggi più
ragguardevoli della città. Nell'accennare al famiglio i nomi di quelli
che voleva fossero invitati, ricordò fra i primi il suo amico Camzà.
Per mala ventura il famiglio sbadato andò ad invitare Barcamzà.
Il padrone di casa vedendo costui a prender posto alla mensa con
voce minacciosa gli intima di uscire. Invano Barcamzà lo prega di riflettere
quanto sia grande la viltà di recargli così grave e pubblico
insulto, invano ei si offre di pagare del suo la parte del pranzo che farebbe
in casa sua: l'inesorabile rivale, non ascoltando che il suo odio, gli
intima di nuovo di uscire. Allora costui a cui cuoceva un tale atto,
si dispose di pagare la spesa della metà del banchetto, e finalmente
di tutto il banchetto: ma non ottenne che ripulse.
L'insultato Barcamzà sortì da quella casa colla rabbia nel cuore, e
giurò di vendicarsi aspramente del suo rivale, e di quei tanti ragguardevoli
personaggi, che rimasero spettatori indifferenti di quella triste
scena. Un infernale pensiero gli attraversò la mente, e vile quanto
scellerato, non esitò a coinvolgere la patria nella sua privata vendetta.
Si portò dall'Imperatore romano, e simulando uno zelo immenso per
lui, lo avvertì che gli Ebrei si preparavano nascostamente alla ribellione
e che già avevano fermo di non più obbedirgli. E per fare esperimento
delle sue asserzioni gli suggerì di mandare una vittima ad offrire nel
loro tempio.
L'Imperatore accetta quel consiglio, consegna a Barcamzà un giovine
vitello, e manda i suoi ordini agli Ebrei per mezzo di alcuni suoi famigli.
Cammin facendo il maligno calunniatore, ben sapendo che gli
Ebrei si sarebbero rifiutati di sacrificare una bestia difettosa, ferì leggermente
in un occhio il povero vitello.
I sacerdoti indovinando fosse la maligna intenzione del traditore,
pensarono di offrirlo sia per atto di riverenza verso l'Imperatore e sia
per la salute del popolo. Ma contro questo savio e prudente consiglio,
sorse impetuosamente un certo Zaccaria figlio di Anchilas. Qualcuno
propose allora di ammazzare Barcamzà e l'animale, ma anche contro
questa proposta sorse con impeto Zaccaria.
I savi disapprovarono i soverchi scrupoli religiosi che fecero rifiutare
il sacrifizio, e che portarono conseguenze tanto luttuose pel popolo
d'Israele.
Non crediamo di privare i nostri lettori del seguente aneddoto, che
serve a dimostrare la profonda convinzione che avevano i nostri Dottori
sulla inutilità di qualunque umano intendimento, per iscongiurare
la tremenda catastrofe seguita; inquantochè Dio avesse decretata irrevocabilmente
la caduta del Tempio.
«Il generale che fu preposto all'esercito invadente la Giudea, nel secreta
della sua anima, sentiva una certa inclinazione per la sacra fede di quel popolo
contro cui si portava a combattere. Prima pertanto di intraprendere
qualunque atto ostile ricorse a una delle solite superstizioni pagane per
prendere augurio dell'avvenire e pronosticare l'esito della sua spedizione.
Scoccò nell'alto una freccia e questa cadendo si volse contro Gerusalemme.
Il generale si volge dall'altro lato, e scocca un'altra freccia:
ed anche questa va a cadere in faccia alla santa città. Ripetè tale esperimento
da tutte le parti del mondo, e sempre una forza misteriosa torceva
la freccia verso Gerusalemme. Il generale rimase attonito di questo
fatto e conchiuse tra sè che Dio stesso aveva decretato la rovina di Gerusalemme».
L'aneddoto termina dicendo che questo stesso generale si fece ebreo,
e che da quel nuovo stipite trasse origine il celebre Dottore Meir.
Simone Ben Iorà che occupava la città inferiore; Giovanni di Gìscala
che occupava tre fortezze della città alta; Eleazaro di Simone il
quale occupava il tempio e i luoghi più forti della città superiore.
Per dare un'idea della miseria estrema a cui giunse quella città,
che Geremia qualificò per «la grande fra le nazioni, la regina fra le
provincie»; diremo che una donna già ricca e di sangue illustre,
certa Maria figliuola di Eleazaro, e vedova di Doeg Ben Iosef di Betezob
nella Perea, condotta alla estrema miseria sbranò il bambino lattante, lo
fece arrostire e ne divorò le carni. Una parte la serbava onde pascersi
il giorno seguente, ma altri affamati sopravvennero allettati dal leppo di
quell'iniquo arrosto, e minacciando scannarla se non dava fuori quanta
cibaria ella si aveva annicchiato;—la donna delirante tra l'amore della
vita e il terrore del proprio misfatto, pose quel pasto esecrando sotto
gli occhi di coloro ai quali rimaneva ancora tanto senso umano che
inorridirono e frementi e tremanti si ritirarono.
Per l'esattezza storica non dobbiamo tacere che se le proposte di
pace vennero rigettate con disdegno, ciò è da attribuirsi quasi unicamente
all'uomo incaricato appunto di presentarle, vale a dire a Flavio
stesso, persona altamente invisa agli Ebrei che lo ritenevano traditore
della patria, perchè certamente non difettavano nè gli amici della pace
per sentimento naturale di un vivere quieto, nè gli uomini assennati, i
quali prevedendo la sorte infelice che sovrastava alla patria sarebbero
scesi volentieri a trattare col nemico. E quantunque costoro fossero persuasi
che con tale condiscendenza ribadivano sulla loro nazione, la
catena d'una completa dipendenza straniera, pure si confortavano pensando
che almeno non sarebbero allontanati dal patrio suolo. Spaventati
però dal destino toccato ai primi che osarono consigliare un accordo
cogli assedianti si tacquero, e patriotti sinceri e leali accettarono la causa
abbracciata dai loro fratelli per quanto la estimassero disperata, e la
difesero con tutto l'ardore di cui erano capaci i loro cuori nobilissimi.
Per persuaderci della possibilità di quest'asserzione, dobbiamo
fare le due seguenti riflessioni: 1º Che anche in tempi normali, Gerusalemme
era circondata da sobborghi, che potevano contenere un numero
di popolazione stragrande; 2º Che coll'avanzarsi del nemico una
folla innumerevole si chiuse nella Capitale, parte per aiutarne la difesa,
e parte per trovarvi un rifugio contro la crudeltà del nemico che
non la perdonava nè a età, nè a sesso.
Ecco una bella leggenda colla quale i nostri Dottori vollero constatare
la punizione che Dio inflisse ai distruggitori della sua Casa, e dipingere
l'orgoglio satanico di quell'uomo che colla più abbietta ipocrisia,
o per la sua morte a tempo (immaturamente) come vogliono
dottissimi critici moderni seppe ottenere un titolo tutt'altro che meritato.
Forse si saprà che esso morì all'età di 42 anni dopo due soli di
regno.
«Consumato l'eccidio della sacra città, che più non presentava all'occhio
attonito del pietoso viatore che un mucchio di ardenti rovine,
Tito esultante ed orgoglioso oltre misura entra nella nave che onusta delle
preziose e rare spoglie tolte alla già regina dell'Oriente, volge la prua
verso Roma. Erano passate poche ore dacchè quella nave solcava le
onde dell'Oceano allorchè il cielo si oscura improvvisamente, le onde
si accavallano furiose per lo imperversare di un vento impetuoso. In
mezzo allo scompiglio generale, Tito rivolgendosi ai suoi capitani così
dice in suono di scherno: «Ei pare, a dire vero, una cosa singolare
che il Dio di costoro (degli Ebrei), non abbia potere se non nelle acque.
Volle vendicarsi di Faraone e ne sommerse l'oste nel mare Rosso;
volle vendicarsi di Sissera e ne traboccò l'esercito nel torrente Chisson;
ora vuole probabilmente vendicarsi di noi, e minaccia di farci inghiottire
dall'Oceano. Venga in terra a provare la sua forza!» A queste
parole petulanti così suonò una voce dal cielo: «O empio uomo, rampollo
di empio stipite! (La tradizione rabbinica lo fa discendere da Esaù.)
Appena tu metterai il piede in terraferma, io farò ministro di mie vendette
la più piccola delle mie creature, così imparerai o stolto fin dove
s'estenda il mio dominio». Il mare si acquietò immantinenti come per
incanto».
Con un monumento che sussiste ancora (l'arco di Tito); con medaglie
su cui sta effigiata una donna dolorosamente piangente al piè di una
palma, col motto IUDAEA CAPTA; con festeggiamenti straordinarii,
(i quali ci dimostrano appunto la grandissima importanza che attaccarono
i Romani a quella vittoria); Roma si prepara a ricevere il vincitore
della Giudea.
Tito scende dalla nave tra gli applausi frenetici della moltitudine, ma
appena il suo piede calca le prime zolle della spiaggia, il più minuto
moscerino gli si introduce nelle narici e su su ne va direttamente al
cervello, della cui sostanza nutrendosi vive colà sette anni consumando
la vita del suo ospite. Inenarrabili ed incessanti erano gli spasimi di
Tito. Parendogli un giorno di ricevere qualche sollievo sentendo a battere
un martello su di un'incudine mandava tutti i giorni per un fabbro
onde ripetesse quell'esercizio. Se l'operaio era pagano riceveva una
mancia generosa, ma se per caso era un ebreo, Tito gli diceva: «Vattene,
a te deve bastare la gioia di vederti tanto vendicato».
Si crede comunemente, che questo nome gli sia stato dato più
tardi per la non riuscita della sua magnanima quanto ardita intrapresa;
però contro questa opinione, troviamo un passo nel Talmud, ove quest'uomo
viene così chiamato dal celebre Rabbino Akibà suo partigiano
entusiasta e devotissimo, e che contribuì immensamente a fargli trovare
credito e favore presso il popolo, dichiarando essere esso precisamente
la stella vista da Balaamo, che doveva fare trionfare la causa
d'Israele.
Tale vocabolo è composto delle lettere iniziali delle quattro parole:
tekià, scevarim, teruà, tekià, e che significano quattro diverse
modulazioni di voci.
Di questo diritto fu esclusa la tribù di Levi, onde le occupazioni
materiali non la distogliessero dal servizio divino e dallo ammaestramento
del popolo a cui fu consacrata.
Più tardi vedremo che la legge ne la compensava esuberantemente
col prodotto delle decime e dei sacrifizii, e coi non rari doni dei privati.
E che gli Ebrei abbiano profittato delle raccomandazioni di Mosè,
noi non possiamo neanche dubitarne. A conferma della prodigiosa fertilità
della terra promessa, che come dicemmo viene messa in dubbio
da quanti si fermano alle desolanti descrizioni che di quel paese ci
danno gli scrittori moderni senza por mente agli sconvolgimenti cui
andò soggetto, noi non rapporteremo quanto vi si trova nella Scrittura e
in Giuseppe Flavio onde non si creda che in noi parla la passione, ma
bensì la testimonianza di scrittori pagani.
Dopo che Plinio chiamò Gerusalemme «la città la più celebre, non
solamente della Giudea, ma dell'intiero Oriente»; dopo ch'ebbe dato descrizioni
favorevolissime della Giudea e delle sue produzioni in generale;
dopo ch'ebbe vantato la flessibilità del legno del terebinto, la sua lunga
durata e il suo colore di un nero splendissimo; dopo ch'ebbe fatto notare
l'importanza della resina e del miele d'olivo (specie questo di una manna
che si raccoglieva sulle foglie di quegli alberi); si ferma pia particolarmente
sulle palme e sulla pianta del balsamo. Ecco le sue parole dalle quali
possiamo desumere quale caso si facesse allora di quella produzione: «Il
balsamo sdegna di crescere altrove (così credeva anche Flavio: Ora
però cresce in Arabia) e il liquido che se ne estrae, e che viene preferito
a qualunque altro profumo, la Giudea è il solo paese del mondo
al quale la natura lo abbia accordato. Gli Imperatori Vespasiano e Tito
furono i primi che mostrarono in Roma ed abbiano portato nel loro
trionfo questo prezioso arboscello, divenuto tributario del nostro impero,
come la nazione che il coltivava».
Tacito ne parla in questi termini: «Questo paese confinante all'Oriente
coll'Arabia, al mezzodì coll'Egitto, a ponente colla Fenicia
e col mare; dal Nord si estende in lontanza verso la Siria. Gli uomini
sono sani e robusti, le pioggie rare, il suolo fertile; esso dà le stesse
produzioni del nostro paese, colla stessa abbondanza, e in dippiù il
balsamo e le palme: le palme, alberi alti e belli; il balsamo, arboscello
il di cui succo s'impiega utilmente nella medicina».
Un romano orgoglioso e poco favorevole agli ebrei, poteva forse lodare
meglio la Giudea che paragonarla alla gentile e fertile nostra patria,
dando la preferenza alla prima?
Alle testimonianze di questi due scrittori tutt'altro che parziali pel
popolo nostro, possiamo aggiungere quella di un gran numero di medaglie
fatte incidere dai Greci e dai Romani nelle occasioni delle loro
vittorie sugli ebrei, e che certo non era nella loro intenzione di fare
cosa gradita ai vinti lusingandone l'amore patrio. Queste medaglie rappresentano
tutte la fertilità del paese, poichè in certune d'esse la Giudea
viene rappresentata gemente all'ombra di una palma; in altre offre i
suoi olivi e il suo balsamo; una rappresenta covoni di grano, in altra
vedonsi tre spicche di grano uscenti da un sol gambo; in questa smisurati
pampini d'uva, e in quella corni colmi di parecchie specie di frutti.
Per dare una prova dell'alta importanza che attaccavano i Profeti a
questa disposizione, comecchè interessasse una delle più importanti prerogative
di ogni cittadino «la libertà individuale», perchè la legge sanciva
allo schiavo liberato la immediata restituzione dei diritti civili e politici;
noi trascriveremo qui alcuni versetti che coll'animo traboccante di indegnazione,
Geremia ne apostrofava i trasgressori: «Dice così il Signore,
Dio d'Israele: Io imposi l'obbligo ai vostri padri allorchè li trassi dalla
terra d'Egitto, dov'erano schiavi con dire: «In capo a sette anni rilascerete
ciascheduno il vostro fratello ebreo, che vi si fosse venduto,
ed avessevi servito sei anni; e lo rimanderete da voi in libertà. E i
vostri padri non m'ascoltarono.....».—«E voi in oggi vi emendaste,
e faceste ciò che piace ai miei occhi, proclamando l'uno all'altro libertà;
e ne faceste solenne promessa innanzi a me........».—«Ma poi,
pentiti, profanaste il mio nome, e faceste tornare ciascheduno il
proprio servo, e ciascuno la propria serva, che avevate rimandati
in balia di sè, e li sforzaste ad essere a voi schiavi o schiave.
Perciò dice così il Signore: «Voi non mi avete obbedito di proclamare
l'uno all'altro libertà; ecco ch'io sono per proclamare contro di voi
libertà, dice il Signore, alla spada, alla peste e alla fame; e renderovvi
oggetto d'orrore a tutti i regni della terra. E darò quegli uomini che
contravvennero alla fattami promessa....... in mano dei loro nemici e
di quelli che cercano d'impossessarsi delle loro persone».
Non possiamo proprio passare sotto silenzio la raccomandazione
che Mosè indirizza al suo popolo a questo rapporto, esternando un nobilissimo
pensiero: «Bada bene che non ti entri nel cuore un malvagio
pensiero, cioè: «S'avvicina l'anno settimo, l'anno della remissione—e
tu divenga avaro verso il tuo fratello bisognoso, e non gli
dia; nel qual caso egli si lagnerebbe contro di te al Signore, e tu incorreresti
in peccato. Ma dagli, e non ti dolga il cuore nel dare a lui;
poichè in premio di questa cosa il Signore, Iddio tuo, ti benedirà in
ogni opera tua, ed in tutto ciò, a cui porrai mano».
Ci dovremmo allungare di troppo se noi volessimo passare in rassegna
tutti i precetti, che forse non ebbero altro motivo oltre quello
di abituare Israele alla mitezza, a sentimenti di pietà, di amore e di
gentilezza verso tutti gli uomini. Il seguito di questi nostri studi ci
dimostrerà in modo indubitabile che il terreno, cioè il popolo, era veramente
adattato a ricevere e a fare crescere rigogliosi quei nobili semi.
Ci contentiamo pertanto a segnalarne alcuni: La raccomandazione di
alzarsi al cospetto d'un vecchio; di non cibarsi del sangue degli animali;
di non fare cuocere il capretto nel latte della madre; di non
uccidere il bue o l'agnello nello stesso giorno in cui si uccide il loro
figlio; di non mettere la musoliera al bue quando batte il frumento;
di non serbare rancore verso il prossimo nè trar vendetta delle sue
offese; di non restare testimone indifferente del pericolo dal prossimo;
di non maledire al sordo, nè mettere inciampo al piede del cieco ecc.
Cadendo in acconcio e persuasi di fare cosa grata ai nostri giovani
lettori inseriamo il seguente aneddoto col quale i nostri Dottori vollero
appunto dipingere l'indole gentile e pietosa del nostro Legislatore.
«Mosè pascolava le pecore di Ietro suo suocero. Un giorno che
trovavasi verso l'Oreb, luogo arido e deserto, volgendo l'occhio attorno
vede una pecora che si sbranca, e va e va, e s'allontana dalle compagne.
Il buon pastore le tiene dietro: la pecora affretta il corso, e scorre per
vaste pianure finchè si arresta presso ad uno zampillo d'acqua.
Mosè la raggiunge, s'arresta anch'esso, la guarda mestamente e dice:
«Mia buon'amica! era dunque la sete che ti spingeva a lasciarmi e
sfuggirmi! ed io non me ne era accorto. Poveretta! come devi essere
stanca e affaticata! Come potrai raggiungere le tue compagne?»
Come la pecora ebbe terminato di bere, Mosè se la trasse sulle spalle,
e curvo sotto quel peso, ripiglia il suo cammino alla volta della greggia.
Mentre Mosè camminava con quel peso sulle spalle, una voce dal cielo
suonò in queste parole:
«Tu che hai tanto amore, tanta pietà per la greggia degli uomini,
meriti bene di essere chiamato a pascolare la greggia del Signore!»
Mosè aveva formalmente proibito ai giudici di accettare regali,
inquantocchè secondo la sua espressione; «i regali acciecano i chiaroveggenti
e pervertiscono le parole dei pii». Questa raccomandazione
non fu soltanto seguita alla lettera dai nostri Dottori rivestiti della
qualità di giudici, ma troviamo anzi che parecchi d'essi ne spinsero la
pratica esecuzione ad una scrupolosità diremo quasi esagerata, come ce lo
dimostrano ben chiaramente i due seguenti esempi che noi presentiamo
ai nostri lettori e che sono spigolati da un campo ben provveduto:
Rabì Samuele tragittava un'acqua sur una barchetta. Giunto alla
riva un uomo gli porge la mano per aiutarlo a scendere. Lo stesso
uomo gli presenta poscia una causa per farlo giudice tra lui e il suo
avversario. «Amico, gli dice il Dottore, io non posso essere tuo giudice
perchè ho ricevuto da te un servigio».
Un altro Dottore, certo Rabì Josè, si faceva portare dai suoi campi
ogni venerdì un cesto di frutta dal proprio fattore. Una volta questi
gli si presentò il giovedì col solito cesto di frutta. «Per qual cagione
hai tu oggi anticipato?» gli domandò il padrone. «Signore! rispose
il gastaldo, ho una causa qui in città, e dovendomivi recare, ho pensato
profittare del viaggio per portarvi dei vostri frutti. Di grazia! ecco
il tenore della mia causa: spetta a voi darne sentenza. «Amico! risponde
il Dottore, tu mi hai fatto una cortesia, io non posso più essere
tuo giudice»: e delegò due savii a fare le sue veci.
Dalle parole che il servo di Saulle indirizzò al medesimo quando
gli propose di portarsi da Samuele onde avere notizie delle asine smarrite
dal padre di lui, e da un passo relativo ad Eliseo, parrebbe che
i consigli dati dai profeti fossero corrisposti con regali di danaro o di
qualche genere alimentario; però dalle prove di disinteresse date da
questi due profeti, e particolarmente dal primo d'essi, del quale parleremo
in seguito, e che furono gli unici dei quali si faccia menzione
sotto questo rapporto, noi abbiamo fondati motivi a credere che quei
regali quando venivano da essi accettati, lo erano a solo titolo di atti
di beneficenza verso i loro alunni poveri.
Tutti i commentatori si accordano a riconoscere in questo precetto
una raccomandazione altamente morale. Ed ecco in sostanza il
senso che gli attribuiscono: «Questo comando per una parte ha
lo stesso valore di quello che proibisce di fare cuocere il capretto nel
latte della madre, vuole cioè allontanare gli ebrei da qualunque azione
che possa esercitare sulla loro immaginazione e sul loro cuore un'influenza
meno che pietosa; e per altra parte include un delicato pensiero
di misericordia, che è il carattere speciale della Legislazione mosaica,
verso quella povera madre che dovrebbe assistere alla morte dei
suoi figli e allo sperdimento delle sue uova: inquantochè anche gli animali
irragionevoli soffrano immancabilmente vedendo straziati i loro nati, non
dipendendo l'amore materno da causa intellettuale, ma bensì dalla immaginazione
e dall'istinto pari nell'uomo, come in tutte le altre creature.
Persuasi che verranno letti con interesse e soddisfazione, noi non
possiamo resistere alla tentazione di inserire qui due Sentenze ed un
esempio, spigolati nel vastissimo campo della carità Israelitica. Non
isfuggirà certo alla penetrazione dei nostri lettori l'alta importanza della
prima Sentenza per la tolleranza religiosa di cui ci dà bella prova.
«È legge di pace l'obbligo di soccorrere i poveri di qualsiasi nazione
in un coi poveri d'Israello, di assisterne gli infermi, di seppellirne
i morti».
«L'infelice che geme nella povertà è talvolta condotto dai suoi dolori
a mormorare della Provvidenza. Egli pensa tra se stesso: «Non
sono anch'io una creatura di Dio? Perchè tanta differenza da me a quel
ricco? Egli dorme tranquillo i suoi sonni nella casa che è sua, ed io
giaccio in questo tugurio non mio. Ei dorme su soffice letto ed io sul nudo
terreno. L'uomo benefico, colla sua carità, calma il fremito del povero
e ne fa tacere le mormorazioni. Iddio dice a quest'uomo benefico: «Colla
tua carità tu riconcilii quel poveretto con me; tu ci metti in pace».
«Un personaggio di distintissima famiglia teneva corteggio principesco,
ma colpito da gravi disgrazie, si vide in pericolo di cadere dalla sua
grandezza e di dovere abbandonare quella pompa che s'addiceva al
suo nome ed alla sua famiglia.
L'infelice confidò le sue strettezze a Rabì Illel, e caldamente gli si
raccomandava.
Fra le solite pompe di costui era questa la più costante, di percorrere
le vie della città montato sur un superbo cavallo, e preceduto da
uno schiavo che gli correva davanti.
Rabì Illel fece per qualche tempo le spese del cavalle e dello schiavo.
Una volta non trovò uno schiavo che accondiscendesse a prestare
tale uffizio; e il buon rabbino si offrì egli stesso, e corse davanti al
cavallo per ben tre miglia».
I nostri Dottori dissero: che nel giorno di Chipur non ottengono
il perdono di Dio oltre agli impenitenti, le seguenti due classi di persone:
La prima comprende quegli stolti che facendo troppo a fidanza coll'indulgenza
di Dio dicono fra se stessi: «Pecchiamo pure senza ritegno nè
timore: Verrà il giorno di Chipur e noi otterremo egualmente il perdono».
La seconda classe comprende quegli uomini che contriti e pentiti pei
peccati commessi verso Dio, non si danno alcun pensiero di ottenere
il perdono delle colpe commesse verso i loro simili e di risarcirne, possibilmente,
il danno arrecato.
Su quest'argomento è da notarsi, pel fine eminentemente morale, che
lo ispirò, il seguente caso di coscienza proposto dagli stessi Rabbini:
«Ove l'offeso, dicono essi, fosse morto prima di concedere il perdono al
suo offensore, oltre al risarcire i danni materiali, se ve ne sono, agli eredi,
il colpevole è obbligato di farne pubblica ammenda sul suo sepolcro,
pronunziando le parole seguenti alla presenza di dieci testimonii, la vigilia
del giorno di Chipur: Io fui colpevole verso il Dio d'Israele,
e verso costui».
Carattere speciale delle nostre preghiere è quello di essere tutte in
numero plurale. Idea sublime! che ci rappresenta incessantemente il
nodo di fratellanza che unisce tutti gli uomini, e per conseguenza il dovere
di amare e di cercare con sincerità ed efficacia il bene di tutti,
implorando per tutti, come per noi, la protezione divina.
L'instituzione dell'aftarà (che consiste in un capitolo dei Neviim
Storia e Profeti, e che per lo più ha una diretta analogia colla parassà),
si crede tragga origine da una fiera persecuzione sofferta dagli Ebrei sotto
l'Imperatore Adriano. Come vedemmo nel mese precedente, costui aveva
proibito agli Ebrei sotto pena di morte, l'esercizio di qualsivoglia atto del
loro culto, e lo studio religioso. Gli Ebrei non volendo per un lato trasandare
i doveri che imponeva loro la religione, che secondo il celeberrimo
dottore Akibà è il loro elemento di vita, ma temendo per l'altro
lato di esporsi ai gravi pericoli che erano loro minacciati dal prepotente
dominatore; si studiarono di praticarli circondandosi di ogni precauzione.
Perciò in luogo di leggere la lunga lezione sabbatica del Pentateuco,
vi sostituirono una lezione brevissima scelta nei Profeti e che
avesse con essa la maggiore possibile analogia. Cessata la persecuzione
si credette opportuno di continuarne la lettura dopo la lezione del Pentateuco,
sia in memoria dei pericoli che dovettero sfidare i nostri padri
per mantenersi fedeli alla loro religione, e sia in omaggio a Dio che
pensando la loro costanza sventò i tristi calcoli dei loro avversarii.
La tradizione lascia supporre, che ove il Pontefice fosse stato trovato
al cospetto di Dio macchiato di peccati talmente gravi, da essere divenuto
immeritevole di coprire un posto tanto eminente ed importante,
moriva appena entrato nel santo dei santi; e se ne estraeva il cadavere con
una catena di argento che in precedenza si legava al piede di ogni Pontefice.
A prova di tale credenza si constata dai nostri dottori, che di tutti
i pontefici che ufficiarono nel secondo Tempio, quando cioè quella dignità
era divenuta un mercimonio dei dominatori stranieri e concessa
al migliore offerente senza riguardo ai meriti personali dei candidati e
per conseguenza caduta nella disistima del popolo, tre eccettuati uno
dei quali il pio Simone, che pontificò per quarant'anni, tutti gli altri non
compirono l'anno nell'altissimo ufficio.
Alla sera nell'atrio delle donne si faceva una gran luminaria che
tramandava il suo splendore su tutta Gerusalemme; ivi adunavasi gran
gente, i leviti suonavano i loro strumenti musicali e le persone le più
serie e le più divote, pigliavano faci in mano ed intrecciavano una danza
religiosamente simbolica durante la quale oltre agli inni che venivano
cantati, sembra che si gettassero faci in aria per riceverle di nuovo in
mano; e come una prova di singolar destrezza si narra che Simone figliuol
di Gamaliele e Nassì (principe presidente) del Sinedrio, danzasse
con otto faci in mano e le gettasse in aria senza lasciarne cadere a
terra neppure una.
Certamente in memoria della libazione delle acque che si faceva nel
Tempio onde invocare la prosperità delle pioggie, che nella Palestina
cominciavano d'ordinario col susseguente mese di Merhhasvan.
Anche senza tenere conto degli atti di beneficenza che derivavano
da questa instituzione, noi siamo persuasi che sarà di leggieri riconosciuta
ed ammirata la sapienza politica che l'ha inspirata. Per essa
tutte le forze vive della nazione venivano a riunirsi, a conoscersi, ad
affratellarsi nella comune capitale; per essa si stringevano quei vincoli
di amore e di fedeltà che necessariamente debbono legare ogni singolo
cittadino al suo governo, alla sua religione e alla sua patria; per essa
ogni cittadino veniva tre volte l'anno a fare atto di ossequio al suo Dio
e al suo re, e nella comune letizia apprezzando i supremi benefizii della
concordia e della pace, riconosceva il suo imprescindibile dovere di
concorrere con tutti i suoi mezzi alla gloria della religione, e all'indipendenza
della patria.
Posciacchè noi riteniamo essere utile ripetere le cose di grande
importanza perciò non ci stanchiamo di dire che: come Mosè fu il più
umile di tutti gli uomini, così ne fu il più nobilmente disinteressato.
Avrebbe potuto farsi re del popolo che aveva redento e nol volle, poteva
lasciare il principato ai suoi figliuoli ed invece scelse a suo successore
un estraneo alla sua casa e alla sua tribù. Non toccò la terra
promessa; e dopo che Dio miracolosamente gliela fece vedere dal vertice
del Nebo, fu contento di spirare alla vista di quel fertile paese,
ove quel popolo che amò d'un amore immenso avrebbe dovuto dimostrarsi
grande delle più nobili delle grandezze, la sapienza e la virtù;
avrebbe dovuto essere ammirato dagli altri popoli per la pietà e la
giustizia; e ciò che più importa, avrebbe condotto una vita tranquilla
e felice mantenendo il suo patto.
«L'esistenza di tale uomo, dice C. Cantù nei documenti alla sua
Storia Universale, sarebbe il maggiore dei portenti, s'egli non fosse
inspirato».
Questi fu Aristobolo giovine di 17 anni: di fattezze avvenenti,
grande, bello e ben fatto della persona; che tenne brevissimo tempo il
pontificato, e che era tanto idolatrato dal popolo quanto ne era esecrato
Erode. E fu appunto l'ammirazione e l'entusiasmo ch'egli destò
nel popolo nella prima grande solennità nella quale pontificò, che fu
causa della sua morte. Oltremodo spaventato dal favore popolare che
si ridestava veemente pel discendente di tanti eroi, Erode ricorse al
delitto, e lo fece affogare in un lago che abbelliva il parco del reale
palazzo di Gerico.
L'indole del nostro lavoro non permettendoci di narrare la vita agitatissima
di questo re, tanto fortunato nei suoi ambiziosi disegni di
potenza quanto sfortunato nelle sue pareti domestiche; e che se fece molto
male compì opere grandiose e fu per natura o per calcolo, munificentissimo;
aggiungeremo qui solamente ch'egli fece perire, a 22 anni,
l'infelice Marianna sua moglie sorella del suddetto Aristobolo, donna
celebrata per venustà di forme, per religione e pudicizia e da lui
idolatrata. Questi due fatti ci spiegano l'odio invincibile che trovò
sempremai nel popolo malgrado le sue larghezze, le città rifabbricate
o abbellite, e la sontuosa riedificazione del Tempio.
Al ritardo dello sviluppo delle mediche discipline vollero forse
alludere i nostri Dottori quando appoggiandosi a testi biblici, dissero: che
sino al patriarca Isacco nessun uomo si accorse di avvicinarsi alla morte
per indebolimento delle sue forze naturali; che sino al patriarca Giacobbe
nissun uomo si ammalò prima di morire; e che sino al profeta Eliseo,
nissun uomo guarì di una malattia precedente a quella a cui dovette
soccombere.
Un autore Egiziano (El-Makrisy traduz. de M. Etienne Quatremère)
racconta i seguenti fatti: «l'anno 791 e i seguenti, i vermi che attaccano
le stoffe di lana si moltiplicarono d'una maniera prodigiosa a
qualche distanza dal Cairo. Un uomo degno di fede mi assicurò che
quegli animali gli avevano rôse 1500 pezze di stoffa. Meravigliato di
un fatto tanto straordinario, io presi, secondo la mia abitudine, tutte
le precauzioni possibili per assicurarmi della verità; e riconobbi coi
miei proprii occhi che i danni causati da quei vermi non erano stati
esagerati».... «Nell'anno 821 essi attaccarono i muri delle case e rosero
talmente i travicelli che formavano i pavimenti, che essi rimasero
assolutamente vuoti. I proprietarii si affrettarono a distruggere gli edifizii
che i vermi avevano risparmiati per modo che quel quartiere fu
quasi distrutto intieramente».
Questi fatti ci spiegano le disposizioni date da Mosè, relativamente alla
comparsa delle così dette da lui piaghe di lebbra nei muri delle case.
G. Flavio crede che il nome di questo profeta fosse Iadon, ma probabilmente
egli lo confonde con Iedò o Iudò menzionati nel secondo libro
delle Cronache.
Il vocabolo navì in ebraico non corrisponde sempre all'idea che
esprime la parola profeta (ossia colui che predice l'avvenire) con cui
viene tradotto in italiano. Questo vocabolo deriva dalla radice niv che
vale articolazione, parlare, pronunziare; motivo per cui il titolo di navì
veniva applicato indifferentemente tanto ai profeti decisamente tali nello
stretto senso della parola, ossia quegli uomini che per inspirazione divina
preannunziavano il futuro, quanto ai poeti, agli oratori e ai pubblici
parlatori. Dippiù troviamo che questo epiteto viene dato indifferentemente
tanto a quegli animi eletti per dottrina e per pietà, e che o inspirati
direttamente da Dio, o da un ardente patriottismo non aspiravano
che al bene della patria; quanto a quei tristi che adoperavano la
loro facilità di eloquio e le loro doti intellettuali ad adulare i principi,
e a corrompere sempre più il popolo, trascinando e questi e quelli nell'idolatria
e nella schifosa e ributtante immoralità che ne conseguiva.
Il profetismo, nel suo lato buono veniva ad essere una scuola di iniziati,
di uomini virtuosi e santi per costumi e disinteresse; di patriotti
intemerati ed ardenti, che spesso sotto la sorveglianza diretta di un profeta
di grido venivano ammaestrati nella scienza religiosa, nella letteratura
e nella eloquenza; onde col fascino della facilità di eloquio,
colle doti della mente e più cogli esempi di una vita virtuosa, s'incaricassero
di fare trionfare in Israele la giustizia, la carità e l'amore.
Per poco che si sia studiata la Bibbia non si possono ignorare il famoso
apologo di Natan a Davide onde rimproverargli la morte di Uria;
la predizione di morte fatta da Michea ad Acabbo in pena del vigliacco
assassinio commesso con ipocrito zelo religioso sull'infelice Naboth;
le apostrofi veementi di Elia allo stesso re e ad Ocozia quando gli rimprovera
i suoi delitti e gli predice che, «non scenderebbe più dal letto
in cui sali in principio del suo malore» ecc. Questi esempi basteranno
a convincerci che nessuna considerazione personale, nessun timore era
accessibile al cuore adamantino di quegli uomini egregi, che accettavano
il grave, uggioso e pericoloso compito di proclamare la verità, di
patrocinare la causa del debole, di difendere l'oppresso.
Parecchi commentatori fra i quali Ionathan Ben-Uzièl, Rascì e Radak,
si accordano nel ritenere che il profeta di cui si tratta nello storico episodio
sopraddetto, e costantemente designato col nome di anavi azaken
(il vecchio profeta), fosse un profeta falso malgrado la divina inspirazione
ch'egli ebbe sedendo a mensa.
G. Flavio dice nelle sue antichità Giudaiche: Che avendo Adamo
profetizzato che la terra sarebbe stata un giorno giudicata col fuoco o
coll'acqua, i figli di Seth che avevano già rinvenuto parecchie scienze,
fra cui l'astrologia, alzarono due altissime colonne, una di mattoni e l'altra
di pietra e scrissero in amendue le nozioni delle scienze imparate e le
scoperte da essi fatte: coll'intendimento che, ove la colonna di mattoni
fosse atterrata dalla forza delle pioggie, restasse sempre quella di pietra
per indicare a qualche superstite i progressi fatti nelle industrie e nelle
scienze.
Siamo persuasi di fare cosa sommamente grata ai nostri lettori
inserendo qui la bizzarra «leggenda di Salomone» che si rapporta a
questo fatto. Crediamo che non sarà difficile capirne l'allusione delli
«versi strani»:
Il sapientissimo re al quale era stato affidato il glorioso incarico di
fabbricare la Casa Sacra, turbato dall'ordine divino che il Sacro tempio
non fosse tocco da ferro, non sapeva trovare modo di compire la grande
impresa. Come infrangere enormi massi di marmo e fare a pezzi durissimi
legni senza aiuto di ferro?
Chiamati a sè i suoi ministri ed esposta loro la cagione del suo turbamento,
uno dei più sapienti così rispose: «Gran re! L'ultimo giorno
della creazione in sull'imbrunire il Creatore, diede la vita ad un vermicello
chiamato shamir, il quale possiede la singolare virtù di tagliare
i marmi più duri col solo suo tocco. Dove questo vermicello annidi non
seppe mai mente umana».
Ma il re sapientissimo, a cui era stata data piena signoria su tutti
gli spiriti, chiamò a sè due scedim (spiriti, che avevano molta affinità
cogli uomini, perchè la credenza popolare riteneva che come questi si
nutrissero, vestissero abiti e si propagassero ecc.) ed impose loro di
indicargli il luogo ove il shamir si nascondeva. Questi tremanti dichiararono
che quel segreto era solamente noto al loro re Asmedai. Interrogati
ove quel principe avesse sua dimora risposero: Egli abita sulla
vetta di un monte di qui assai lontano, e dentro al monte egli ha scavato
una profonda pozza che ha riempito d'acqua, e che chiuse con
un gran masso attaccato al terreno colle impronte del suo suggello, e
ogni mattina prima di salire al cielo ed ogni sera nello scendervi, esamina
attentamente i noti segni, beve e riposa. Salomone licenziò gli
spiriti e chiamò a sè il suo prode capitano Benajà; gli porse una catena
con sopravi impresso il santo nome di Dio, e un gran numero di
fiaschi di vino e lo incaricò di condurgli Asmedai.
Benajà si avviò alla grande opera e dopo molti giorni di viaggio arrivò
al monte designato. Cominciò collo scavare un largo fosso ove fece
scorrere tutta l'acqua della pozza, e poscia ne scavò un altro più sopra
e pel quale versò nella pozza tutto il suo vino. Nel cadere della notte
Asmedai, sceso dal cielo, si avvicinò alla pozza, ne esaminò il suggello
e lo trovò intatto, sollevò il masso e vi sprofondò dentro. S'accorse
del cambiamento e temendo di qualche insidia si propose di non bere,
ma straziato da ardente sete tracannò ingordamente una quantità di
vino e venne colto da profondo sonno.
Benajà che stava alle vedette si slanciò frettolosamente sul dormiente
e gli girò intorno al collo la sacra catena. Asmedai si svegliò e accortosi
della catena che lo serrava si dibattè disperatamente e mandò urli
spaventevoli; ma poscia accorgendosi dell'inutilità d'ogni suo tentativo
si acquetò e seguì Benajà.
Giunti alla presenza di Salomone questi gli fece manifesto il suo desiderio
ed Asmedai così gli rispose: Il shamir fu confidato al re del
mare; e questi l'ha confidato al gallo selvatico, e col più terribile dei
giuramenti l'ha stretto a conservarlo inviolato e sempre. E il gallo
selvatico ha posto il suo nido in un alto monte nudo e deserto e mai
se ne diparte che non porti seco il suo deposito.
Salomone chiamò di nuovo il suo fedele Benajà e lo mandò alla scoperta
del gallo selvatico. Il prode guerriero s'avviò al disimpegno del
suo incarico e dopo lungo cammino gli riescì di scoprire il nido del
gallo selvatico. Attese che il gallo vi uscisse, chiuse il nido con una
campana di vetro e poscia si nascose e aspettò.
Ritornò il gallo selvatico e corse al suo nido a portare l'imbeccata
ai suoi pulcini; trovò il vetro e vi si arrestò sopra; girò intorno, sparnazzò
colle ali, spinse e picchiò, ma invano. I pulcini intanto chiamavano
e piangevano. Finalmente ricorse al prezioso deposito per infrangere il
vetro; trasse di sotto le ali il shamir e l'accostò.... Ma in quel punto
Benajà uscì dal suo nascondiglio e mandò un grido terribile: il shamir
cadde a terra, e Benajà ebbro di gioia lo raccolse avidamente e fuggì.
Il povero gallo selvatico, disperato del violato giuramento si diede
la morte.
Salomone volendo rappresentare quel senso di disgusto e di ripugnanza
che si prova nel vedere un oggetto prezioso e pregiato ornare
una persona deforme, paragonò una donna bella e gentile ma priva
di senno, a un nézem d'oro pendente dal naso di un maiale.
A quest'uomo che risuscitò la legge quando stava per estinguersi,
si attribuisce la fondazione della Chenesced Aghedolà (la grande Accademia
o Sinagoga), cioè di una assemblea di Dottori della quale egli fu
il primo Presidente e Simone il Giusto l'ultimo, i quali dovevano conservare
e spiegare la legge e tramandarsi di uno in altro le tradizioni
orali che la completavano. (Come diremo più estesamente altrove, queste
tradizioni e spiegazioni furono poi raccolte dal Rabbino Giuda sopranominato
akadoss (il santo) nella Misnà, e dai due Dottori Ravà e
Rav-Assè nel Talmud o Ghemarà).
A lui si attribuisce l'invenzione dei punti vocali, degli accenti e della
màsora o critica filologica del testo biblico; a lui si attribuisce la compilazione
delle orazioni quotidiane, e oltre al libro che porta il suo nome
e che si crede scritto da lui, gli sono attribuiti anco i due libri de'
Paralipòmeni. Vuolsi pure che il libro di Malachia (l'ultimo dei profeti
canonici) appartenga altresì a lui, e che abbia occultato il suo vero
nome sotto questo, che vale angelo o messo.
Natinei vale dati, votati, e probabilmente erano prigionieri di
guerra che avevano adottato la religione di Mosè, e che secondo il libro
d'Esdra furono consacrati da Davide e dai suoi Capitani al servizio dei
leviti, ad imitazione di ciò che fece Giosuè dei Gabaoniti. Non crediamo
fuori di luogo di raccontare questo brano di storia sulla conquista della
Palestina, che servirà pure a ristabilire un fatto, che a torto viene interpretato
in modo sfavorevole al popolo nostro.
Finito il lutto per la morte di Mosè, il popolo ebreo mosse verso il
Giordano, che, come dicemmo altrove, passò a piedi asciutti. Pervenuta
la notizia di questo fatto, della presa di Gerico città importantissima
munita di alte mura e forti torri, della espugnazione di Ai alle orecchie
dei Gabaoniti; questi nella speranza di stornare dal loro capo la sorte
esiziale da cui erano minacciati ricorsero ad uno strattagemma. Scelti
tra loro parecchi individui li ammaestrarono sul da farsi, li provvidero
di indumenti vecchi e logori, di pane ammuffato, d'otri di vino secchi
è screpolati dal tempo. Godesti uomini si portarono al campo degli
Ebrei, si presentarono a Giosuè e agli anziani, si finsero venuti da
paesi lontanissimi inviati dai loro anziani e concittadini a domandare
la loro alleanza e ad implorarne l'amicizia, in causa dell'onnipotenza
dimostrata dal loro Dio coi grandi miracoli operati in loro favore in
Egitto e nel deserto. A conferma delle loro asserzioni presentarono il
pane muffato e che assicurarono essersi preso dietro appena tolto dal
forno; mostrarono gli abiti indossati, a loro dire, nuovi e logoratisi pel
lungo cammino. Giosuè e i principi si lasciarono ingannare da tale racconto
menzognero e senza consultare Iddio conchiusero seco loro l'invocata
alleanza; ma dopo tre giorni si venne a conoscere la verità. Il
popolo alzò gravi querimonie contro la precipitazione dei principi. Ma
il fatto non potevasi oramai revocare, l'alleanza era stata giurata nel
nome dell'Eterno e non si poteva violare; quindi Giosuè volendo dare
soddisfazione al popolo e nello stesso tempo mantenere la fede giurata,
destinò i cittadini di Gabaon ai grossi servizii del Tempio.
Oltre alle precise istruzioni date da Mosè nel condurre l'assedio di
città lontane o non appartenenti alle nazioni votate a morte pei loro
peccati; oltre alle storiche assicurazioni che constatano come Davide e
Salomone abbiano vinti e resi tributarii parecchi popoli senza distruggerli;
l'esistenza stessa dei Natinei è una prova convincente che Mosè
non aveva imposto agli Ebrei di sterminare senza pietà tutti i popoli
della Palestina, come erroneamente o maliziosamente pretesero parecchi
scrittori. La totale distruzione era stata decretata solamente per sette
popoli o tribù le cui opere erano talmente nefande «che la terra, dice
Mosè con una figura espressiva, stomacata e polluta li vomitava dal
suo seno». Anzi i nostri Dottori dicono che prima di accingersi alla
conquista della Terra Santa, Giosuè mandò nella Palestina tre proclami
così concepiti: «1º Chi vuole sancire con noi un punto di pace sarà
accettato; 2º Chi vuoi sottrarsi all'eccidio esca volontariamente dalla
Palestina; 3º Chi vuole guerra avrà guerra».
I Gabaoniti accettarono il primo; la popolazione Gersunita si uniformò
al secondo; 31 principi mossero guerra e soggiacquero.
L'epiteto fariseo passò quale sinonimo di falso religioso, di vilissimo
ipocrita, quantunque tale designazione non sia sempre assolutamente
esatta. Egli è per questo che noi crediamo bene di trascrivere le
seguenti linee del celebre S. D. Luzzato, nelle quali ci viene spiegata
l'origine del fariseismo e il significato di tale denominazione.
«A Esdra tenne dietro gran numero di soferim. Dei più antichi non si
conoscono i nomi, e questi innominati sono i veri fondatori del Rabbinismo,
gli autori di tutte quelle instituzioni che diconsi divrè soferim, o parole
degli scribi (il nome sofer significò poscia anche maestro di scuola ed anche
scrivano, copista). Col lasso del tempo vi furono dei falsi scribi, degli
scribi ipocriti, come vi furono nel primo tempio i falsi sacerdoti o i
falsi profeti. Questi falsi devoti furono detti per ischerno farisei, astinenti,
austeri; e quando la tendenza liberale e grecizzante formò un
partito sotto il nome di Sadducei, l'epiteto di farisei fu da questi dato
indistintamente a tutti i rigoristi, attaccati alle istituzioni degli antichi
scribi, sia che fossero veramente ipocriti, sia che fossero uomini d'una
sincera pietà».
A titolo di curiosità storica e per gli eccellenti ammaestramenti
morali che racchiudono, non vogliamo privare i nostri lettori delle
principali fra le dieci domande, che al dire dei nostri Dottori, Alessandro
Magno indirizzò ai sapienti d'Oriente e le risposte date dai medesimi:
e di un apologo sui viaggi e sulla straordinaria avidità di conquista
che teneva agitato lo spirito di quel monarca, e per la quale non si
peritava a gettare intiere nazioni in braccio agli orrori di guerre
funestissime.
Ecco le domande: «Misura forse maggiore distanza l'Oriente dall'occidente
o il cielo dalla terra?» I pareri furono discordi: chi opinava la
distanza essere pari e chi la voleva maggiore dall'Oriente all'Occidente.
«Nella creazione del mondo quale delle due cose ebbe la precedenza
tra il cielo e la terra?».—«Il cielo».—«Fu creata prima la luce
o l'oscurità?». Questa interrogazione non ebbe una risposta sicura. Ma
perchè obiettarono altri sapienti non gli si rispose «l'oscurità», poichè
effettivamente risulta dal sacro libro che essa dominava l'abisso? A
questa giusta osservazione venne risposto, che temendosi per parte di
quel monarca altre interrogazioni insolubili sull'eternità di Dio e sulla
fine del mondo, si preferì di interromperne il corso prendendo a pretesto
l'insufficiente capacità di poter soddisfarne il desiderio». Qual uomo,
ridomandò egli, puossi chiamare veramente sapiente?—«Il preveggente»—Quale
veramente forte?—«Quello che sa vincere le proprie
passioni»—Quale veramente ricco?—«Quello che è contento del
proprio stato».
Ed ecco ora l'apologo:
Alessandro seguendo la sua insaziabile bramosia di grandezze e di regni,
manifestò agli stessi sapienti il disegno di attraversare i monti delle
tenebre, e chiese loro consiglio sui mezzi da impiegarsi per riuscirvi.
Ottenutili e attraversati quegli orridi monti, giunse fino agli estremi
confini dell'Asia, e si trovò presso il paese delle Amazzoni, ove le
donne erano preposte al Governo, compievano gli uffizi guerreschi e
combattevano invece degli uomini. Queste gli mandarono un'ambasciata
di parecchie loro compagne, che gli tennero il seguente libero discorso:
«Sire! Se mediti di moverci guerra, tu tenti una folle impresa. Se
vinci, quale gloria d'avere vinto delle donne? Se sei vinto, quale
disonore d'essere vinto da donne?»
Alessandro persuaso da tale giudizioso discorso abbandonò l'impresa,
e dopo d'avere fatto incidere sovra un sasso queste parole: «Io Alessandro,
fin qui stolto e vano, appresi senno dalle donne»; volse la sua marcia
verso un paese dell'Africa. Il re di quello stato conscio della propria
debolezza e della potenza di Alessandro, gli aperse la città e la reggia
e lo invitò a pranzo. Tutto nella mensa era oro: pane, pietanze, frutti
tutto era d'oro. Alessandro altamente stupito rivolgendosi al suo ospite
gli chiese: «Che mangiate oro nel vostro paese?»—«Posso io credere,
rispose esso, che tu mova così lontano per nutrirti, come gli altri
uomini, dei prodotti del campo? Forsechè fanno essi difetto nel tuo
paese? Io m'immaginai che tu volessi oro, e ti presentai dell'oro».
Ritornato in Asia, Alessandro camminava un giorno per lo mezzo
di sterili deserti e d'inculti terreni, e capitò alfine presso un ruscelletto
le cui acque scorrevano con un mormorio così dolce e tranquillo, che
parevano invitare il passeggiero a sedersi sulle rive onde godervi riposo
e pace. Alessandro aderì a questo tacito invito, si sedette, bevve di
quell'acqua che trovò di un sapore delizioso, fece tuffare in essa
alcuni pesci salati di cui era provvisto, e sentì che mandavano una
fragranza soave. Fortemente maravigliato, gli balenò in mente il
desiderio di cercare il paese fortunato da cui quel ruscello traeva la
sorgente. A quell'uomo singolare bastava gli si suscitasse un desiderio
nell'animo, per volerlo immediatamente compiuto.
Risalendo a ritroso dell'acqua giunse alla porta del Paradiso. Picchiò,
ma gli venne negato l'accesso. Alessandro ripigliò colla sovrana
alterigia del suo focoso carattere: «Apritemi, ch'io sono Alessandro il
Grande conquistatore dell'Asia»—«No, gli fu risposto, questa è la
porta del Signore; e qui non possono entrare che i soli giusti che seppero
dominare le loro proprie passioni». Alessandro impiegò preghiere e
minacce per esservi ammesso; ma accorgendosi che tutto era invano,
così parlò al guardiano del Paradiso: «Dammi alcuna cosa che mostri
al mondo com'io son venuto colà, ove nessun mortale giunse prima
di me».
Una mano invisibile gettò allora disopra l'alta muraglia un piccolo
involto, che venne a cadere ai piedi di Alessandro. Questi lo raccolse
con avidità, e tornò frettolosamente alla sua tenda. Ma quale non fu
il suo stupore, allorchè aperto l'involto, vi trovò racchiuso un occhio
di morto. Furibondo lo gettò a terra. Ma un suo savio consigliere così
gli favellò: «Gran re! Non disprezzare questo dono, perchè se tu lo libri
coll'oro e coll'argento vi troverai in esso qualità straordinarie». Alessandro
ordinò di provare immantinenti. Si recò una bilancia; la reliquia
fu posta in un guscio, l'oro nell'altro; e con grande meraviglia di tutti
per quanto oro vi si mettesse, l'occhio traboccava sempre. «Non v'è
dunque contrappeso che valga a rimettere l'equilibrio, esclamò Alessandro?»
Altro che! rispose il savio, voi vedrete che basta assai poca
cosa»: e raccolto un tantino di terra ne coperse l'occhio, che subito si
sollevò nel suo bacino. «Se il puoi, spiegami immantinenti questo
fenomeno, gridò Alessandro»—«Eccomi a soddisfarti, rispose il savio
vecchio. Quest'occhio rappresenta la cupidigia insaziabile del cuore
umano. Finchè quell'occhio sta aperto non v'è nè oro, nè argento, nè
ricchezza che basti a soddisfarlo. Ma chiuso e coperto di terra, allora
si fa palese la vanità dei suoi ambiziosi progetti e dei suoi sconfinati
desiderii; e dei grandi della terra non avanza che la memoria del bene
o del male che fecero ai popoli confidati al loro governo.
Fu pure nel corso della persecuzione di questo tiranno, tanto tristo
quanto dissennato, che successe quel pietosissimo caso di sette fratelli
che subirono il martirio, piuttosto che cedere alla intimazione di cibarsi
di carne porcina o di fare atto di ossequio alle divinità greche.
Ecco come viene esposto nel Talmud questo fatto, che per una strana
confusione di data, venne registrato tra i luttuosi avvenimenti successi
all'epoca della distruzione del secondo Tempio.
Condotti questi sette fratelli al cospetto dell'Imperatore questi invitò
il primo a fare atto di adorazione al simulacro del suo idolo. Il fanciullo
rispose: Signore! Mi è impossibile ubbidirti, inquantochè sta
scritto nel sacro libro della nostra religione: «lo sono l'Eterno Iddio
tuo». Fu consegnato al carnefice e morì fra i tormenti. Venne introdotto
il secondo e all'identico invito fatto al primo rispose: Sta scritto
nella legge, «non sarà a te altro Dio al mio cospetto» e anche questo
incontrò la sorte del fratello. Il terzo rifiutò di obbedire appoggiandosi
al divino comando di «non inchinarsi a Dio straniero»; il quarto riferendosi
alla minaccia «di scomunica» comminata «a colui che sacrifica
a Dêi stranieri»; il quinto col proclamare l'unità di Dio espressa
nel primo versetto del Schemah; il sesto col ripetere un versetto del
Pentateuco concepito in questi termini: «E conoscerai oggi e serberai
in cuore che l'Eterno è (l'unico) Iddio nel cielo disopra e nella terra
dissotto e non ve n'ha altri» e come i due primi anche questi spirarono
fra atroci tormenti. Venne la volta del settimo, la cui gioventù
e bellezza disponendo in suo favore lo stesso tiranno, questi gli propose
di gettare in terra il proprio anello ch'egli dovrebbe inchinarsi a
raccogliere, lasciando supporre agli astanti un attestato di omaggio
verso l'idolo la cui immagine stava scolpita sull'anello. Ma l'eroico fanciullo
rifiutò con disdegno, e dichiarò attenersi strettamente vincolato
dal patto conchiuso tra Israele e Dio e pel quale il primo prometteva
di mantenersi fedele alla legge ricevuta, e il secondo di considerare
perpetuamente Israele per suo popolo peculiare. Intanto che anch'esso
era condotto a morte così pregò la povera madre; «Lasciate ch'io abbracci
ancora una volta il mio povero figliuolo». Il figliuolo le si getta
nelle braccia, e questa lo stringe teneramente al seno e lo bacia, e gli
dice: «figliuoli miei! andate in pace, e dite al Signore che il patriarca
Abramo erasi disposto a sacrificargli un solo figlio, ed io ne sacrificai
sette per la gloria del suo nome». E in così dire scoppiandolesi il
cuore per la insopportabile ambascia esalò l'eroica e desolata sua anima.
Sono moltissimi i passi biblici che ci autorizzano a questa opinione:
ne rapporteremo alcuni. Abramo essendosi rifiutato di accettare la
cortese offerta fattagli da Ebron l'Iteo di concedergli gratuitamente
la grotta di Macpelà per seppellire la propria moglie, glie ne pesò il
prezzo convenuto in quattrocento sicli d'argento correnti a mercanti.
I fratelli di Giuseppe riportando in Egitto il danaro ritrovato nell'imboccatura
dei loro sacchi, dichiararono al maestro di casa di averlo riportato
dello stesso peso di quello sborsato prima. Geremia comprando un campo
da Hhanamél suo zio gliene sborsò il prezzo di sette sicli e dieci monete
d'argento in peso, e finalmente troviamo nel profeta Amos che
volendo far palese la malafede di disonesti mercanti mette in loro
bocca le seguenti parole: «Vendiamo con false misure, e pesiamo con
false bilancie l'argento che ci viene dato».
Per l'esattezza storica non possiamo però esimerci dal fare riflettere
che nella Bibbia troviamo altresì la parola pesare adoperata all'epoca dei
Persiani, epoca in cui senza dubbio tale parola doveva avere il senso
di pagare poichè si aveva sicuramente l'argento coniato. Bœkh nelle sue
ricerche metrologiche dà per istorico ciò che racconta Erodoto VI, 127,
che cioè Fidone tiranno d'Argo abbia pel primo fatto battere moneta in
Grecia l'anno 750, avanti l'êra volgare, dietro un sistema di pesi e di misure
imparato dai Fenicii, ai quali parecchi autori Greci fanno risalire
l'invenzione delle monete, quantunque lo stesso Erodoto ne attribuisca
il merito ai Lidii. Ora gli Ebrei che avevano così frequenti relazioni coi
Fenicii non avranno forse creduto ancor più che utile, indispensabile l'avere
anch'essi moneta coniata?
Questa opinione è sostenuta da Bertheau nella 3ª edizione della sua
Archeologia d'accordo con parecchi altri autori.
Nella Biblioteca reale di Parigi si trovano 6 specie di tali monete,
tre d'argento e tre di rame. Le prime tre d'argento sono le seguenti:
1º Un siclo che porta impresso un vaso con sopra un'Alef (prima lettera
dell'alfabeto) adoperata certo come cifra significante 1º anno della liberazione—2º
Un mezzo siclo che porta un vaso eguale a quello del siclo
con sopra le iniziali Anno 2º—3º Una medaglia colla leggenda «lehherud
ierusaláim» (per la libertà di Gerusalemme) dall'uno lato, e dall'altro lato la
parola «Simeone»—4º Una moneta di rame colla iscrizione: «Simeone
principe di Israele» e intorno ad un gambo di balsamo che sta in una
delle sue faccio la leggenda: «Anno primo della liberazione d'Israele»—5º
Altra moneta di rame colle stesse iscrizioni.—6º Finalmente una
terza moneta di rame colla leggenda: «Anno quarto... metà»—«della
liberazione di Sionne».
Poichè ci si presenta l'opportunità rapportiamo la «teoria del
digiuno» data dai nostri Dottori.
«Un Dottore dice: chi fa digiuno volontario è un peccatore. La sacra
legge impone un'espiazione al Nazareno perchè ha mancato contro sè
stesso, giurando di astenersi dal vino. Se è peccatore chi tribola sè
stesso con questa sola astinenza, è doppiamente peccatore chi si astiene
dai doni celesti».
Un altro Dottore dice: «non è peccatore, anzi è un uomo pio».
«Il sapiente non deve fare digiuni volontarii, perchè toglie a sè la
forza di lavorare per la gloria del nome divino».
«Lo studioso che fa digiuno, possa il cane portargli via il suo pasto».
«Nei pubblici digiuni, il più venerabile della comunità s'alza e dice:
«Fratelli miei! non il digiunare, non il coprirsi di cilicio, valgono ad
impetrare la grazia divina, ma la penitenza, ma le opere buone. Nel
perdono concesso ai Niniviti, dice il profeta, Dio non fece caso dei
loro digiuni e dei loro cilici, ma del loro pentimento».
Il vocabolo soter deriva da una radice araba che indica tracciare,
scrivere e Michaelis presume che i soterim fossero incaricati di tenere
le tavole genealogiche e i registri degli officii e dei tributi a cui era
chiamata a concorrere ciascuna famiglia.
Non abbiamo dati sicuri per indicare l'età voluta per costituire
l'Anziano. Abbiamo però un fatto da cui possiamo argomentarla. Roboamo
figlio e successore del re sapientissimo, aveva circa quaranta
anni allorchè per rispondere alla domanda del popolo di voler diminuite
le esorbitanti imposizioni che doveva sopportare, si consigliò coi suoi
coetanei, che la storia appella giovani, dando poi il titolo di anziani,
ai consiglieri del defunto suo genitore.
La sollevazione contro Mosè a cui si vuole alludere è quella di
Cora già da noi accennata. La disfatta subita da Giosuè sotto le mura
della piccola città di Ai, fu causata dal peccato di certo Ahhán, il quale
violando il giuramento fatto da Giosuè in nome del popolo, di considerare
quale scomunica (hherem) la città di Gerico e tutto quanto vi
si conteneva in essa, epperciò di sola spettanza dei sacerdoti; avido e
stolto si appropriò alcuni oggetti di valore. Merita pure di essere ricordata
la proibizione fatta da Giosuè di rifabbricare la città medesima,
sotto pena di vedersi morire dal contravventore il figlio maggiore
alla sua fondazione, e il figlio minore all'istante che la si munisse
delle porte. Per tale motivo Gerico rimase rovinata sino ai tempi del
re Acabbo, in cui per l'affievolimento del sentimento religioso prodotto
dall'idolatria, venne in animo a certo Hhiél di rifabbricarla tenendo in non
cale la minaccia di Giosuè. Ma male gliene incolse, perchè la minaccia
ebbe il suo compimento: i due suoi figli, il primogenito Abiram e l'ultimogenito
Segov vi perdettero miseramente la vita.
La legge esentava dal servizio militare:
1.º I fidanzati e i coniugi di un anno di matrimonio non ancora compiuto.
2.º Coloro che avevano fabbricato una casa nuova e non ancora
abitata.
3.º Quelli che avevano piantato una vigna od un campo d'olivi e non
per anco raccoltine i frutti.
4.º I timidi ed i trepidanti all'appressarsi della pugna.
In parecchi luoghi Mosè parlò di questa specie di Oracolo. La
prima volta quando ordinò la confezione dei diversi indumenti sacerdotali
colle seguenti parole: «E porrai dentro al pettorale della decisione
gli Orim e i Tumim, e staranno sul petto di Aronne quando entrerà
innanzi al Signore, ed Aronne porterà sul petto sempre, presentandosi
innanzi al Signore, la decisione (l'Oracolo) dei figli d'Israele»;
la seconda volta quando passò in rassegna i lavori ordinati; la terza
volta quando Iddio incaricando lo stesso Legislatore di imporre le sue
mani nella testa di Giosuè per costituirlo suo successore così si espresse:
«Egli (Giosuè e il Capo futuro) poi starà davanti di Eleazaro il sacerdote,
il quale consulterà per lui la decisione degli Orim, davanti al Signore
e secondo al suo detto (responso) uscirà ecc.»; la 4ª volta allorquando
benedicendo la tribù di Levi la proclamò meritevole di portare
gli Orim e Tumim divini.
Che cosa erano dunque questi Orim e Tumim? Mosè non ci dà sopra
verun altro schiarimento epperciò sono assai disparate le opinioni dei
diversi commentatori. Nella nostra impossibilità di farne oggetto di
discussione conchiuderemo col celebre Reggio il quale amplificando l'opinione
emessa dai nostri dottori dice: «che gli Orim e Tumim erano
una scrittura santa il cui secreto stava unicamente tra Dio e Mosè, e
che venivano appellati Orim dalla radice Or (luce) perchè illuminavano
di una luce divina il Sacerdote che li indossava, e Tumim la cui radice
vale perfezione perchè davano un responso perfetto e sicuro».
La storia ci apprende come si sia ricorso a quest'oracolo in parecchi
casi straordinarii, e com'esso abbia sempre dato il relativo responso
tranne a Saulle dopochè ei venne riprovato da Dio.
L'assioma citato nella Misnà «il re non giudica nè viene giudicato»
si rapporta a una decisione presa negli ultimi tempi del secondo
Tempio, in seguito ad una contestazione nata tra il Presidente di un
tribunale che voleva mantenute inviolate le prerogative che la legge
sanciva a riguardo dei giudici, ed un re (citato a testimonio) che abusando
della sua alta posizione, si credette in diritto di manometterle a suo
vantaggio.
«Una delle maggiori meraviglie a chi legge la Genesi, dice
C. Cantù, è la sua concordanza coi più recenti acquisti della scienza».
«Tutte le scoperte umane, disse Herschel, paiono fatte solo allo scopo
di meglio confermare le verità chiuse nei libri di Mosè».
Il sommo Gioberti nella sua Teorica del sovranaturale così ragiona
delle tre classi in cui distingue i geologi odierni: «Gli uni si studiano
di conciliare la scienza della terra colle tradizioni mosaiche, mediante una
vasta e profonda cognizione dell'una e delle altre; e questi sono degni di
grandissima lode. Gli altri si restringono fra i soli termini della geologia
ecc. Ma vi sono alcuni terzi (pochi per buona ventura), che senza forse
sapere di geologia più che tanto, spacciano Mosè per un favolatore solenne,
e un parabolano; dei quali non si può dir altro, se non che scambiano il
millesimo corrente col passato, quando essi intendano di far ridere alle
spese della religione ecc.».
«Nella Genesi Mosè è lo storico della creazione, il sopranaturale
rivelatore di tutte le origini. La creazione della luce, la formazione del
mattino, della sera, della notte, l'ampiezza delle acque incarcerate in
profondi abissi, la terra che vestesi d'erbe e di piante, il sole posto
nel centro dell'azzurro firmamento, la luna e le stelle obbedienti alla
voce che segna loro il cammino attraverso lo spazio; gli animali che
in loro infinita varietà, piglian possesso dei mari, dei monti e delle
pianure; infine l'uomo, l'ultima e più bella opera di Dio, il quale nel:
bel mezzo del giovine universo, ne vien per così dire fatto Sovrano...
Mosè ci spiega in tre pagine l'universo e l'uomo. Sulle grandi cose da
Mosè dette in tre pagine vi furono migliaia e migliaia di libri in ogni
secolo e presso tutte le nazioni antiche e moderne; ma non fu vero
se non ciò che trovossi conforme alla testimonianza di Mosè. Gli sforzi
del genio in quaranta secoli, le profonde investigazioni nelle viscere
della terra, nelle più disparate regioni, e le indagini fatte nelle più
tenebrose memorie del genere umano, non fecero che dare solenne
ragione alla mosaica cosmogonia....».
«Se nella Genesi non vi fosse il soffio di Dio, se non la fosse che
pura opera umana, non vi sarebbero lingue bastevolmente eloquenti
ad ammirare l'Ebreo legislatore. Il Decalogo in paragone del quale le
antiche leggi di Persia, d'India, d'Egitto, di Grecia e di Roma non sono
che immagini grossolane e rozze invenzioni, e che divenuto suprema
guida del genere umano; la morale politica e religiosa organizzazione
di una nuova nazione che tutto abbraccia a forza di profonda saviezza,
giustizia e provvidenza; quelle regole, quelle prescrizioni, quelle massime
espresse con mirabile semplicità, hanno per noi l'aspetto della verità
che discende dal cielo in terra a visitare l'uomo».
Poujoulat—Histoire de Jerusalem.
I Karaiti, setta ebraica naturalmente posteriore alla pubblicazione
della Misnà, e ridotta ora a pochi gregarii sparsi nella Russia, che respinsero
appunto ogni rabbinico insegnamento per mantenere alla lettera
tutti i riti mosaici; ci sono testimoni viventi della stranezza di
certi usi.
Così a cagione d'esempio essi usano, di non sortire affatto di casa
al sabbato e di non farvi accendere fuoco nelle loro abitazioni; di portare
il zizid nell'abito; di legare i Tefilim sulla mano; di non praticare
la visita nei visceri degli animali, nè ucciderli col nostro sistema ecc.
I sacrifizii di cui le vittime non potevano essere scelte che nelle
seguenti specie di animali domestici, vale a dire: buoi, montoni, agnelli,
colombe e tortore, erano di diversa specie: 1º La Olà (olocausto) parola
derivante dal Greco olos (tutto) e kaio (bruccio) che veniva offerta
quale sacrifizio quotidiano del mattino e della sera, quale sacrifizio
addizionale della festa, e talvolta anche quale sacrifizio di privato. La
vittima si abbruciava totalmente tranne la pelle che apparteneva ai
sacerdoti.
2º Il Hhatath (sacrifizio per lo peccato), e l'Assam (sacrifizio per la
colpa) che si portavano per diversi peccati volontarii od involontarii
specificati dalla legge, nei quali potevano incorrere tutti i fedeli, compresi
il Principe e il Pontefice.—L'infallibilità non è dote dell'uomo.
Tutti possono errare perchè tutti sottoposti alle stesse passioni e agitati
da consimili desiderii. Dio solo è perfetto, epperciò lui solo infallibile.—Di
questa specie di sacrifizii si abbruciavano le sole parti grasse
destinate all'altare, e il resto apparteneva esclusivamente ai sacerdoti.
3º Il Zìbahh asselamém (sacrifizio pacifico o di riconoscenza). Il titolo
stesso ne indica lo scopo. Erano sacrifizii che si portavano per ricorrenze
festive e in rendimento di grazie al Signore per benefizii
da lui ricevuti. Abbruciate le parti grasse in onore di Dio, il resto
veniva diviso tra i sacerdoti e gli offerenti. I poveri e i forestieri
erano quasi sempre invitati a parteciparne.
Oltre a tali sacrifizii ve n'erano alcuni altri che chiameremo circostanziali,
quali sarebbero quelli pei peccati d'ignoranza del popolo nelle
varie feste dell'anno; quelli dei Nazireni inavvertitamente resi impuri;
quelli che portavano le persone guarite dalla lebbra, ecc. Di questa
specie di sacrifizii i due seguenti meritano particolare menzione. Il
primo è quello che veniva immolato nel caso in cui si trovasse una
persona assassinata in mezzo ai campi senza che si fosse potuto scoprirne
l'uccisore.
La legge ordinava che dato questo caso gli anziani e i giudici sedenti
in Gerusalemme, si portassero nel luogo ove era stato consumato
il reato e misurassero quale città fra quelle che circondavano il cadavere,
ne fosse la più vicina. Gli anziani della città indicata, dovevano
prendere una giovenca che non fosse stata adoperata al lavoro, e che
non avesse mai tirato al giogo. Dovevano quindi condurla in una valle
sassosa, non coltivata, nè seminata, ed ivi ucciderla. Ciò fatto tutti gli
anziani di quella città dovevano lavarsi le mani nel sangue di quella
giovenca e dire: «Le mani nostre non versarono questo sangue e gli occhi
nostri non videro (chi lo versò)». E i sacerdoti e i leviti dicevano:
«Deh o Signore! perdona al popolo tuo Israele che liberasti (dalla
schiavitù egizia) e non porre in mezzo al tuo popolo Israele (la colpa,
la responsabilità del versato) sangue innocente».
Questa prescrizione fu probabilmente inspirata da due motivi: Il primo
valeva a raffermare la pena di morte di cui si era reso meritevole
l'assassino, il secondo serviva a mantenere negli animi il dovuto orrore
pel sangue versalo.
Il 2º era quello della così detta vacca rossa, perchè la scelta della
vacca la cui cenere doveva servire per la purificazione di certe impurità,
come quella di aver toccato un cadavere ecc. doveva cadere
su d'una che fosse totalmente rossa, senza difetti e che non avesse mai
portato giogo. Vogliono i commentatori che questa disposizione, di cui
non ci si dà il più piccolo schiarimento, fosse consigliata a Mosè dal
pensiero di espellere onninamente dal cuore del popolo la tendenza
all'adorazione della vacca, che come si sa, era il principale oggetto del
Culto degli Egiziani.
V'era pure la minhhà (offerta) che per lo più si componeva di fior di
farina di frumento e d'olio d'oliva. Tale offerta era per lo più accessoria
delle vittime dei sacrifizii, ma pel povero sostituiva le vittime
stesse. Talvolta si offriva la farina pura, versandovi entro dell'olio e
mettendovi incenso, e talvolta se ne facevano schiacciate azzime unte
d'olio e cotte al forno o in su una tegghia. Era obbligatorio mettervi
sale quale segno di un'alleanza durevole con Dio, detta berith mélahh,
e proibito di mescolarvi lievito o miele.
I nostri Dottori, che nei loro studi sulla Bibbia non si lasciarono
sfuggire nessun precetto e nessun avvenimento senza farne risaltare il
concetto morale che ne poteva provenire, si fermarono appunto su questo
fatto; e constatarono come la legge divina abbia principio da un'opera di
misericordia, praticata da Dio stesso verso Adamo ed Eva col coprirne la
nudità con tuniche di pelle allorchè li scacciò dal Paradiso terrestre; e
termini con un'altra opera di misericordia compiuta parimenti da Dio
verso Mosè col seppellirne il cadavere.
Fedeli al compito che ci siamo prefissi, di dare cioè quelle maggiori
nozioni storiche che hanno una qualche relazione coi diversi argomenti
che andiamo trattando, e tanto maggiormente poi quando tali
fatti abbisognano di essere dilucidati; crediamo utile raccontare brevemente
questo avvenimento, facendolo seguire dagli opportuni schiarimenti
che ci vengono somministrati da commentatori tanto ortodossi
quanto eruditi. Ecco il fatto. Dopochè Mosè ebbe vinto Sihhon re dell'Emoreo,
e Og re del Bassan, il campo degli ebrei venne trasportato
nelle pianure di Moab. Non era affatto nella intenzione di Mosè
di aggredire Moab sia perchè gli era stato ciò espressamente proibito
da Dio per la parentela del loro patriarca Loth con Abramo, e sia
perchè il suo territorio non s'estendeva in tale direzione da impedirgli
la sua marcia verso il Giordano. Ma per un sentimento d'invidia e di
odio tanto più biasimevole perchè niun motivo serviva a giustificarlo,
Moab desiderava l'eccidio del popolo ebreo. A questo intento e d'accordo
colla tribù Madianita spedì un'ambasceria a Balaamo, ritenendo
di una sicura validità tanto le sue maledizioni quanto le sue benedizioni,
affine ch'egli si portasse presso di lui a maledire quel popolo
numeroso e potente, onde poscia potesse combatterlo e vincere. Balaamo
esultante in cuor suo per l'insigne onoranza che gli veniva impartita
da un potente monarca, e perchè codesto invito gli porgeva la
desiderata occasione di cooperare alla distruzione del popolo ebreo che
egli odiava quanto altri mai, rispose agli ambasciatori: «che attendessero
il mattino onde interrogare Dio nella notte sulla decisione da prendersi».
Effettivamente Dio essendoglisi rivelato gli ingiunse di non
andarvi. Al mattino gli ambasciatori vennero congedati, ma in modo da
lasciare loro indovinare che il rifiuto era dato suo malgrado, e che
forse vi avrebbe aderito sotto altre condizioni. Questo fu il motivo per
cui gli venne spedita una seconda ambasceria composta di un maggior
numero di individui, rivestiti delle più alte dignità e promettitori di
ricompense ben più laute. Come la prima, anche questa ambasciata
fu invitata da Balaamo a pernottare in casa sua in attesa del
permesso divino. Nella notte Dio apparì di nuovo a Balaamo e gli permise
di portarsi da Balak colla condizione di poi dire soltanto ciò che
Egli, Dio, gli avrebbe imposto. Appena spuntata l'alba, Balaamo lietissimo
monta sulla sua asina e in compagnia degli ambasciatori si dirige
verso il paese di Moab. Un angelo inviato da Dio con una spada
sfoderata in mano si presenta all'asina: la spaventa, e per tre volte la
fa deviare dal retto sentiero. Balaamo sommamente indispettito batte
tutte e tre le volte la sua montura, ma alla terza volta l'asina apre la
bocca, e con parole esprime al suo cavalcatore le proprie lagnanze per le
immeritate battiture che le vennero date, e lo interpella se mai fu
abituata a comportarsi come in quel giorno.
Nel frattempo Dio permette che Balaamo vegga l'angelo, e riconoscendo
il suo torto, e come sarebbe stato condotto a benedire Israele
suo malgrado, propone di ritornarsene addietro. L'angelo vi si oppone
e Balaamo giunto presso Balak, invece di maledire benedisse per tre
volte Israele, motivo per cui fu costretto di ritornarsene frettolosamente
al suo paese.
Due riflessioni si presentano spontanee alla nostra meditazione in
questo fatto. Perchè Dio si rivelò ad un idolatra nemico del suo popolo?—Balaamo
non era che un sedicente profeta, un mago (kossem) pieno di vanagloria
e di petulanza. Dio gli apparve in sogno, coll'ultimo grado della
profezia e in quella sola occasione, per l'onore d'Israele e per umiliarlo
agli occhi dei suoi stessi ammiratori: obbligandolo a proclamare eletto
e protetto da Dio quel popolo che per odio e per interesse avrebbe
volentieri annientato. S'egli fosse stato profeta, anzi se la sua indole
orgogliosa e malvagia non l'avesse acciecato, egli avrebbe dovuto sapere
che «Dio non è uomo da mentire, nè mortale suscettibile di pentimento»;
e che avendo stretto un patto d'alleanza con Israele non
l'avrebbe rotto giammai. Nè basta; che pel suo ardente desiderio di
onori e di averi e per odio verso Israele, egli profanò Dio pubblicamente
facendosi credere talmente nelle sue grazie da fargli cangiare di
proposito, avendo taciuto la condizione sotto cui eragli stato concesso
lo andarvi, poichè ove l'avesse manifestata non gli sarebbe sicuramente
stata inviata la seconda ambasceria.
La seconda riflessione è la doppia concessione fatta all'asina, cioè la
vista dell'angelo e la parola. Premettendo che Dio non dotò l'asina neanche
momentaneamente della ragione, ma le permise di esprimere soltanto
le fisiche dolorose sensazioni provate per le sofferte percosse, diremo
che anche ciò avvenne appunto per castigare l'orgoglioso mago.
Quale umiliazione maggiore per un uomo che osa qualificarsi «profeta
ascoltante le parole di Dio, intendente la scienza dell'Altissimo, e
veggente la visione dell'onnipotente» nel sentirsi rimproverare dalla
sua stessa montura di ignorare che in quel momento succedeva qualcosa
di straordinario che la faceva agire in modo cotanto per lei inusitato?
Quale maggiore umiliazione di quella di sentire un'asinella a rimproverarlo
della sua ingiustizia verso di lei, nel medesimo istante in cui
egli si disponeva contro la volontà divina, a lanciare la maledizione
sopra un popolo «santo regno di sacerdoti» di nulla colpevole verso
di lui? Quale umiliazione maggiore di quella di sentire una sozza asinella,
priva per natura del dono della parola, esporre giusti lagni al
profeta che va a prostituire la parola, quel dono concesso da Dio all'uomo
per istrumento di perfezione? Da quanto viene esposto in Giosuè
risulta che codesto tristo mago fu poi ucciso dagli ebrei colla spada.
Forse potrà parere strano a qualche nostro lettore che noi stimiamo
umana questa misura, ma trasportandoci col pensiero ai tempi
di cui noi stiamo parlando, dovremo ammettere indubbiamente che in
paragone delle barbarie che si usavano allora coi miseri vinti, tali prescrizioni
segnavano già un immenso progresso. Si rammenti poi che in
tempi assai posteriori a quelli, i Romani usavano ancora di massacrare
freddamente uomini, donne e fanciulli e stimandosi tuttavia umani si
lagnavano degli strazii che i Cartaginesi facevano soffrire ai loro
prigionieri.