Organizzazione militare.

Dai tempi di Mosè sino a Saulle l'organizzazione militare dovette essere molto imperfetta; e sono assai poche le nozioni che a tale riguardo ci vengono somministrate dai libri santi. Sappiamo soltanto che erano sottoposti alla milizia tutti i maschi dall'età dei 20 anni in su; che la milizia non si componeva che di fanti; che tutti i militi di una stessa tribù marciavano uniti sotto lo stesso vessillo; che l'apertura della guerra si faceva allo suono di trombe; che i sotérim facevano le proclamazioni da noi già sopra dette, prima dell'attacco, per fare sortire dalle file gli esentati dalla legge. Alcune disposizioni riguardanti la pulizia delle truppe dimostrano evidentemente che nel campo degli ebrei doveva regnare la proprietà e i buoni costumi.

Saulle fu il primo a dare l'esempio di truppe stanziali. Dopo la sua proclamazione a re d'Israele sul Ghilgál scelse tremila uomini: duemila li tenne sotto i suoi ordini immediati, e pose gli altri mille sotto gli ordini di Gionata suo primo figlio. I Filistei già prostrati da Samuele erano ridivenuti tanto insolenti, e facevano pesare sugli ebrei tale servaggio, da proibire loro la fabbricazione di qualunque specie di utensili di ferro: motivo per cui questi erano costretti a provvedersi presso i loro dominatori, persino gli [pg 223] strumenti agricoli. Ciò nullameno per un atto eroico di Gionata e del suo scudiero, Saulle ottenne su quelli una vittoria segnalatissima, che servì a consolidare il suo trono e ad umiliare la baldanza dei Filistei. Ma dovendosi aspettare improvvisi loro attacchi, quantunque la storia non ne faccia nissun cenno, dovette certo mettersi in misura di respingerli tenendo sotto le armi un buon numero di truppe sperimentate, sotto la direzione del valoroso Abner; poichè la storia c'informa ch'egli «combattè intorno contro tutti i suoi nemici in Moab, nei figli di Amon, in Edom, e nei re di Sovà, e nei Filistei, negli Amaleciti ed ogni dove si dirigeva egli dava sconfitte».

Davide, guerriero in tutto il senso della parola, chiamato a succedere a quel valoroso quanto infelice monarca, inebbriato dai suoi successi dimenticò che un re ebreo doveva limitarsi a conquistare e a difendere il territorio che Dio aveva assegnato al suo popolo, si lasciò dominare dall'ambizione e compose una vera armata regolare.

Cominciò col circondarsi di una numerosa guardia reale probabilmente composta di soldati stranieri; poscia compose un corpo di milizia di 285 mila soldati diviso in dodici corpi ciascuno di ventiquattromila uomini, che dovevano restare in servigio un mese dell'anno nei dintorni della Capitale. Queste truppe venivano esercitate per turno sotto gli occhi stessi del re da abili capitani, da lui nominati e scelti fra i suoi trenta eroi.

Salomone completò l'opera del padre colla formazione di un corpo di cavalleria, e colla provvista di carri da guerra, ch'egli distribuì in diverse piazze forti: non pare però ch'egli abbia dovuto servirsene, perchè il suo regno fu pacifico per eccellenza. Più tardi noi troviamo in ambidue i regni armate perfettamente organizzate, particolarmente sotto Assà, Giosafatte, Amasia, Ozia e Gioacaz. Nell'esercito si distinguevano tre divisioni principali: l'infanteria, la cavalleria e i carri. Questi portavano, oltre al conduttore, parecchi combattenti. L'armatura sola faceva certo distinguere il soldato dal semplice borghese, perchè noi [pg 224] non troviamo traccia di uniforme fra le truppe ebree. Ogni corpo d'armata si componeva, di parecchie legioni di mille uomini, suddivise in bande di cento e di cinquanta. Il generale in capo detto sar ahháil o sar assavà, oppure il re quando prendeva il comando in persona, aveva sotto i suoi ordini i generali comandanti le divisioni, ed era seguito da uno scudiero o portatore d'armi detto noscè chelim. A quanto pare i carri formavano due divisioni, di cui ciascuna aveva il proprio capitano. Gli ufficiali superiori formavano un consiglio, che in tempo di guerra si erigeva a tribunale per giudicare gli accusati di delitto politico. Probabilmente fu un consimile tribunale che fece gettare Geremia in un pozzo contro il volere del re stesso, perchè predicava al popolo l'alleanza coi Caldei. Il mantenimento dei soldati era a carico delle loro proprie famiglie; e dal fatto di Barzilai bisogna convenire che i ricchi proprietarii erano larghi di provvisioni alle truppe che militavano presso i loro possedimenti.

Le armi che adoperavano gli ebrei erano come quelle degli altri popoli di due specie difensive ed offensive. Quali armi difensive noi troviamo menzionate le seguenti: 1º Il Sinnáh o il grande scudo, il quale probabilmente aveva la forma ovale e copriva tutto il corpo; 2º Il maghén, il piccolo scudo di forma tonda e che copriva il ventre. Quest'arma è molto più antica del Sinnah perchè mentre questa la troviamo menzionata ai tempi di Abramo, non troviamo traccia dell'altra sino dopo l'epoca di Davide. Da un passaggio d'Ezechiele risulta, che queste armi erano in legno, coperte di una pelle che talvolta veniva unta d'olio. Ciò non toglieva però che se ne fabbricassero anche in rame, e che Salomone ne avesse parecchie d'oro sospese alle pareti del suo palazzo quali ornamenti. 3º Il Kóvanh (elmo) ordinariamente di rame. 4º Il Sirion corazza di rame fatta a scaglie. 5º Il Mishhà gambale di rame menzionato una sola volta nella descrizione della armatura di Golia, epperciò forse non in uso fra gli ebrei.

Di armi offensive ne troviamo pure diverse: 1º Il hhérev [pg 225] (coltello o spada) chiuso in una fodera thàar e attaccato a una cintura particolare; 2º differenti specie di lancie, e di dardi designati colle parole: rómahh, hhanid, hhídon, hhess; di cui è difficile precisare le forme; 3º Késced (arco) ordinariamente di rame, colle freccie che si portavano in un turcasso sulle spalle; 4º Kélan (fionda), che era a dir vero un'arma pastorale, ma convien credere che se ne servissero anche nelle guerre perchè la Bibbia registra che la tribù di Beniamino contava «settecento giovani scelti mancini, i quali tutti miravano colla fionda ad un capello e non fallivano».

Per completare queste nostre nozioni, dovremmo discorrere delle macchine da guerra che erano di un'immensa importanza nello assedio delle città, e nella loro difesa. Ma sono pochissime le nozioni che ci sono somministrate dalla Scrittura a questo riguardo. Nel secondo libro dei Paralipòmeni leggiamo che Ocozia re di Giuda, fece fabbricare in Gerusalemme mai più vedute hhissevonóth, per metterle sulle torri e sugli angoli delle mura a lanciar dardi e grosse pietre. Ora tali macchine non potevano essere che catapulte e baliste e fors'anche arieti il cui nome proprio carim, e l'appellativo mehhí kobél (percottente di faccia) sono adoperati in Ezechiele. Di fatti la catapulta era un grande arco che si stendeva e lanciava molto lontano freccie, giavellotti pesantissimi ed anche travi; e la balista teneva luogo di grande fionda gittando sassi a grandi distanze.

Ma le più micidiali fra tutte le macchine da guerra erano i così detti carri falcati, che la Scrittura distingue in due specie: gli uni servivano solamente per condurre i principi o generali; gli altri armati di ferro si spingevano contro la fanteria e menavano grande strage. I primi carri bellici di cui ci si parli, sono quelli condotti da Faraone contro gli ebrei dopo la loro uscita dell'Egitto, e che vennero sommersi nell'Eritreo in numero di sei cento: ma Mosè non dice se erano armati o semplici carri da corso. I Cananei, i Filistei e i Sirii ne facevano grande uso, perchè [pg 226] Sìssera si portò a combattere contro Debora con settecento carri di ferro, ma non scorgesi che i re ebrei siansene mai serviti.

Tre vocaboli sono adoperati in ebraico per designare le insegne militari, cioè déghel, oth e ness. È impossibile determinare con certezza la differenza degli oggetti indicati con tali nomi. Molti interpreti però credono che il vocabolo ness si adoperasse per designare un piuolo o pertica alla cui sommità attaccavasi una striscia di stoffa od altro che sventolasse, e che si ergeva sulle colline quale segnale o punto di convegno; che il vocabolo oth significasse l'insegna particolare di ciascuna tribù; e che il déghel, distinto dagli altri due pel colore della stoffa, fosse l'insegna comune di ogni corpo d'armata composto di tre tribù.

Secondo i Rabbini le dodici tribù d'Israele formavano quattro corpi colle seguenti insegne. Giuda, Issacar e Zebulun portavano sulla loro bandiera un lioncello con queste parole: Kumà adonaî véiafússu oievéhha ecc. (Sorgi o Signore! e saranno dispersi i tuoi nemici e fuggiranno i tuoi avversarii dal tuo cospetto); Ruben, Simeone e Gad portavano sulla loro bandiera un cervo colla leggenda Scemáh Israel ecc. (Ascolta Israele l'Eterno Dio nostro è Dio unico); Efraim, Manasse e Beniamino avevano un fanciullo ricamato col motto Vaanán adonaï aleém iomám (e la nube di Dio era sopra di loro nel giorno, nel loro partire dall'accampamento) e finalmente Dan, Asser e Naftali avevano un'aquila collo scritto Suvvà adonai rivevóth alfè Israél (Ritorna o Dio fra le migliaia d'Israele!),

Giunti oramai al compimento del nostro lavoro, e rincrescendoci di separarci dai lettori che ebbero la gentilezza di seguirci sin qui, coll'argomento che la disposizione della materia ci obbligò a trattare per ultimo; ci sia permesso che ci accomiatiamo da loro coll'esprimere un voto che parte spontaneo dal nostro cuore: ripetendo qui le parole colle quali il profeta Isaia e Michea, vaticinarono l'epoca [pg 227] beata che immancabilmente dovrà sorgere per l'umanità. «Popoli numerosi si porranno in cammino, e diranno: «Venite, andiamo al monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe; perchè c'insegni alcuni dei suoi dettami, in guisa che possiamo seguire le sue vie». Imperocchè da Sionne uscirà ammaestramento, e la parola del Signore da Gerusalemme. Egli giudicherà tra le nazioni, e pronunzierà sentenza a popoli numerosi, i quali quindi spezzeranno le proprie spade per farne delle marre, e le proprie lancie per farne falci; una nazione non alzerà più contro l'altra la spada, nè altri più si eserciterà nell'arte della guerra.... Gli stranieri poi aggregatisi al Signore per prestargli Culto, e per amare il nome del Signore, ed essergli servi.... Io li condurrò al mio sacro monte, e li rallegrerò nella mia Casa d'orazione; i loro olocausti ed altri sacrifizii saranno graditi sul mio altare: perciocchè il mio Tempio si chiamerà Casa d'orazione di tutti i popoli».

Note

[1]In Oriente, come diremo altrove, le case erano ordinariamente e sono tuttavia in gran parte di un sol piano oltre il piano terreno; e sono coperte non da tetti a tegole come da noi, ma bensì da terrazzi di cui spiegheremo l'uso a suo tempo.
[2]Le parole saà e sanhtà interpretate nei libri rabbinici per ora, probabilmente non furono in principio adoperate se non nel senso di momento, istante, derivando esse dal verbo saà che vale: gettare uno sguardo.
[3]Prima della schiavitù babilonese non si trova nei libri santi veruna menzione di nomi speciali dati ad angeli, ma bensì il nome generico di malach adoperato indistintamente per significare: angelo, messaggiere, inviato. Difatti con questo vocabolo troviamo designati i messaggieri che Giacobbe inviò ad incontrare il fratello Esaù; l'angelo che impedì ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco; l'uomo apparso a Gedeone per consigliarlo ed incoraggiarlo a prendere le armi per liberare la sua patria gemente sotto l'oppressione straniera; Mosè redentore d'Israele; gli uomini mandati da Mosè al re di Edom ecc. Invece in Daniele, che scrisse all'epoca della schiavitù Babilonese, gli angeli assumono nomi proprii: Michæl che sta alla destra dell'Eterno, Gabriele che sta alla sinistra di lui, Raffaele, Uriele ecc.; e Schammaele, e Sàtana quali angeli cattivi.
[4]Questo vocabolo viene dai commentatori diversamente interpretato, perchè, come vedremo in seguito, ricorrono in tale mese gli anniversarii di parecchi fatti importantissimi: quali quello della creazione del mondo, quello della nascita dei patriarchi, quello della nascita di Samuele ecc. Però il suo significato più probabile e letterale è la sua derivazione dalla radice adà venire, essendo il mese in cui si raccoglievano nei granai tutte le specie dei prodotti campestri. (Lib. vocabolo Edan).
[5]Nelle sue antichità giudaiche, Giuseppe Flavio racconta alcune curiose particolarità su Mosè, che noi crediamo utile di riportare compendiandole; poichè nel Pentateuco si riscontrano effettivamente nella vita di Mosè certe lacune o allusioni a fatti che non vennero in esso registrati, perchè onninamente personali al suo autore e non richiesti da nissun vero interesse storico. Dopo di avere quindi descritto le doti fisiche di cui Mosè era ornato e dettolo di una bellezza mirabile e divina, nota che la sua intelligenza era talmente sviluppata e superiore alla sua età, che la sua madre addottiva Thermutis, che i nostri dottori cambiarono in Bitià, presa per lui di un'affezione talmente viva, all'età di tre anni lo presentò al proprio padre onde volesse dichiararlo suo erede presuntivo qualora non fosse favorito di prole maschile. Espone in seguito come gli Egiziani atterriti da un'invasione di Etiopi furono costretti a nominare Mosè loro capitano, malgrado le vivissime opposizioni di molti suoi nemici e particolarmente di quelle che gli venivano fatte dai Sacerdoti; i quali invidiosi della sua straordinaria sapienza paventavano che la corona dei Faraoni dovesse veramente cingere la fronte di uno straniero. Mosè preso dunque il comando diede battaglia ai nemici del suo re, li ruppe completamente: anzi assediò e prese Saba (Méroé) loro capitale, e sposò Tharbis (forse la donna mora, Cussid, accennata nel Pentateuco e che diede motivo a mormorazioni contro Mosè per parte di Aronne e Marianna?) figlia del re che erasi perdutamente invaghita di lui. Racconta poscia un breve episodio il quale quantunque concordi nel fondo coll'esposizione fattane pure dai nostri dottori, ciò non pertanto diversificando nei particolari, noi crediamo bene di attenerci a questa seconda: e tanto maggiormente perchè essa serve a dare una ragione plausibile di un difetto organico di Mosè. Ecco il fatto: Un giorno che Faraone teneva nelle sue ginocchia il bambino Mosè, questi gli tolse la corona dal capo e se la cinse egli stesso. I maghi di Faraone, che avevano già in lui pronosticato un futuro salvatore d'Israele, dissero a Faraone: «Bada che costui non abbia ad essere il tuo nemico e rivale: mandalo a morte». Ietro, presente a quel barbaro consiglio, s'interpose a favore del bambino, dimostrando che il solo lucicare delle pietre preziose lo avevano allettato ad afferrare la corona; e per meglio persuadere i suoi opponenti propose la seguente prova: «Si presenti, disse egli, a questo bambino un bacile con sopravi la corona e una brace ardente; e si esperimenti se è la vivacità della luce o un interno presentimento di futura grandezza che lo abbia spinto a quell'atto.»—La prova è accettata: il bambino ha davanti agli occhi una brace lucidissima e una corona. Senza esitare egli stende la mano alla corona; ma un angelo scende dal cielo gli sospinge la mano a dar di piglio alla brace. Il bambino mette un grido, porta alla bocca la mano e il fuoco, la lingua ne fu scottata, rimase balbuziente, ma fu salvo.
[6]Nelle riluttanze spiegate da Mosè nell'Oreb, quando a più riprese cercò di sottrarsi a tale missione altissima, giustificando il suo rifiuto colla tardità di sua favella, dice a Dio: «anche da quando tu parlasti al tuo servo». In tali parole i nostri Dottori trovarono una prova che già precedentemente a quell'avvenimento Iddio aveva parlato a Mosè su tale proposito.
[7]La rivelazione, che contiene tutta la filosofia, e più che la filosofia, così espresse la definizione di Dio: «Io sono colui che sono». Definizione stupenda, che quando fu promulgata non sarebbe potuta essere trovata dal discorso degli uomini, e che congiuntamente alle altre dottrine dei libri mosaici, non potendo aversi per un parto naturale di quei tempi, accusa un'origine divina. Gioberti, Teorica del Sopran.
[8]Nel nostro libro di Morale pratica, pag. 89, abbiamo inserito una quistione storico-politica ricavata dal Talmud e suscitatasi tra gli Ebrei e gli Egiziani all'epoca in cui Alessandro Magno vinto Dario re di Persia aveva esteso il suo dominio in gran parte dell'Asia e dell'Egitto, e la quale serve a spiegare questo fatto che da troppi scrittori venne preso a pretesto di ignobili accuse e basse insinuazioni contro l'onestà di carattere del popolo nostro.
[9]L'Egitto fioriva da antichissimo d'una prosperità materiale, e consideravasi come il paese della ricchezza e della scienza. Colà viaggiò Abramo spintovi dalla carestia; e i libri sacri, come vanto della sapienza di Salomone, dicono che vinceva quella degli Orientali e degli Egizii. C. Cantù, Docum. alla sua St. Un.
[10]Dissero i nostri Dottori che il sasso prodigioso che forniva acqua al popolo nel deserto era merito speciale di Marianna: per cui essa morta, cessò il prodigio.
[11]Furono gli stessi componenti le suddette tribù che trovandosi possessori di numerose greggie, e riconoscendo come quel paese presentava grassi pascoli, pregarono Mosè di concederglielo loro in eredità. Mosè aderì alla loro domanda colla condizione che tutti gli uomini atti alle armi passassero il Giordano, e aiutassero i loro fratelli a conquistare la terra che Dio aveva loro promessa. Questa condizione fu scrupolosamente osservata. Fabbricate fortezze a difesa delle loro donne e dei loro figli, tutti gli adulti si portarono col resto del popolo al di là del Giordano; e non ritornarono in seno alle loro famiglie se non quando vennero congedati e benedetti da Giosuè stesso, dopo le vittorie da lui riportate sui 31 re che dovette combattere.
[12]Un viaggiatore così termina la sua breve descrizione delle valli del Carmelo nella Revue britannique: «Codesto quadro, malgrado la sua tristezza, non risponde all'idea che si fa della desolante sterilità della Palestina. Alla ricchezza della vegetazione si può giudicare che se questa terra fosse coltivata con cura, essa sarebbe come altra volta il giardino del Signore».
[13]Gerusalemme fu presa e saccheggiata 17 volte, dice Chateaubriand: nessun'altra città provò simile sorte.... Quella contrada divenuta preda del ferro e del fuoco, i campi inculti perdettero la fertilità ecc. Itineraire, tom. 2.
[14]Il Celeberrimo Maimonide nel suo Morè nebohhim dimostra luminosamente come questa e tantissime altre consimili espressioni bibliche quali: il braccio dell'Eterno; odorò Iddio; discese Iddio per vedere, non intendano di materializzare Iddio in nissun modo; ma siano adoperate esclusivamente per addattarsi al nostro intendimento. La parola dell'uomo si trova impotente a esprimere convenientemente gli ineffabili attributi di Dio, e le inesplicabili vie per le quali si conduce colla umanità; per darne un'idea si è costretti a servirsi delle espressioni con cui si rappresentano le cose materiali e i loro attributi. Non possiamo astenerci di rapportare il seguente aneddoto Talmudico relativo al soggetto di cui stiamo intrattenendoci: Un ateo s'imbattè un giorno in un Rabbino e gli disse: «Nella vostra legge si nega la previdenza al vostro Dio: poichè nel fatto del diluvio sta scritto: «e il suo cuore ne fu addolorato» Perchè creare l'uomo per poscia pentirsene e addolorarsene?». «Mio caro, rispose il dotto rabbino: Non fosti mai padre?»—«Si»—«Ebbene! non sapevi che tuo figlio dovrà sostenere fatiche e dolori per poscia morire? Perchè il procreasti e festeggiasti la sua nascita?»—«Penso e spero che potrà anche essere felice, darmi care soddisfazioni ed essere il sostegno e il conforto di mia vecchiaia»—«Così Iddio che creò l'uomo per la felicità, ritiene che mercè la carità e la giustizia, potrà raggiungere quella mêta assegnatagli malgrado la veemenza delle sue passioni che spesso lo fanno deviare dalla virtù e dalla rettitudine».
[15]Anche nel castigo meritato dai tristi geme la divina misericordia. Dissero i nostri Dottori che quando gli Egiziani stavano per essere sommersi nel mare Rosso gli angeli intuonarono il cantico. «Come! disse Iddio, le mie creature affogano nel mare e voi intuonate il cantico!».
[16]Si ricava dalla Bibbia che i nomi imposti in quei tempi ai bambini si riferivano o a qualche speciale incidente occorso alla madre prima o all'atto dello sgravio; o valevano a rappresentare qualcosa relativa al bambino stesso; o servivano a commemorare qualche luttuosa circostanza pubblica o privata o la speranza di vedere compiuto qualche desiderio. Egli è per questo che la nascita di quel bambino avvenuta in tempi assai tristi fu salutata dal padre, Lemehh, augurando agli uomini un più lieto e riposato vivere, epperció chiamò il suo nome Noahh (da nahhà riposare o da nahham consolare) con dire: Questi ci sarà di conforto, in mezzo al nostro lavoro, ed al travaglio delle nostre mani, proveniente dal terreno che il Signore ha maledetto».
[17]Mosè distingue gli animali in puri ed in impuri. Sono da lui dichiarati puri quelli della cui carne ci è permesso di cibarci, impuri tutti gli altri. In quanto agli uccelli Mosè non ci somministra veruna indicazione per distinguere gli uni dagli altri, ma specifica nominatamente egli stesso gli impuri quali: l'aquila, il nibbio, il corvo, lo struzzo, il falcone, ecc.; in quanto ai quadrupedi dichiara soltanto puri quelli forniti di unghia fessa e che sono ruminanti: e in quanto ai pesci dichiara puri solamente quelli che hanno pinne e squamme.
[18]Quantunque non sia nostra intenzione di entrare in disquisizioni filosofiche o filologiche, che in questo lavoro sarebbero affatto inopportune, tuttavia noi teniamo a dare nel modo più semplice e breve, che per noi si possa, la ragione o la dilucidazione di alcuni pochi fatti o precetti, che giudicati superficialmente possono parere molto oscuri. Daremo ora pertanto alcuni schiarimenti sul fatto della longevità, constatata dal Pentateuco, di parecchi uomini antidiluviani e che fu oggetto di tante controversie tra i dotti. Il celebre Maimonide nel summentovato Morè nebohhim, dopo d'avere dimostrato insussistente la teoria di quanti vollero sostenere, che gli anni d'allora fossero di una durata assai più breve degli attuali; stima che la longevità antidiluviana non fosse generale, ma individuale ai pochi uomini nominati nel Pentateuco: e ciò per divina parzialità verso di loro in premio del loro tenore di vita morigerato e virtuoso. Abrabanel, seguendo l'opinione del Nahhmanide, respinge questa spiegazione. Ritiene invece generale la longevità negli uomini antidiluviani, attribuendola: 1º Alla differenza degli alimenti di cui si cibavano allora e che appartenevano esclusivamente al regno vegetale; 2º alla vita morigerata e virtuosa delle prime generazioni umane; 3º alla purezza e soavità dell'atmosfera straordinariamente alterata e guastata dal diluvio e dalle morbose esalazioni di tanti residui animali corrotti; 4º alla necessità di popolare la terra con maggiore sollecitudine; e finalmente al vantaggio che tale longevità procurava alle arti e alle scienze appena nascenti, poichè moltiplicava gli ammaestramenti della esperienza. In quanto al braccio che servì di misura per l'arca, lo stesso Abrabanel opina che effettivamente fosse più lungo del nostro, e che in media equivalesse a sei braccia di un uomo pos-diluviano.
[19]«Però fortemente, dice altrove il Legislatore, tu devi astenerti dal mangiare il sangue, perchè il sangue è elemento di vita: e tu non devi mangiare la vita (ciò che dà la vita) colla carne. Non devi mangiarlo, ma versarlo in terra come acqua. Non mangiarlo; e così, facendo cosa grata al Signore sarai felice, e lo (saranno) i figli tuoi dopo di te.
[20]Vedi traduzione e commento Reggio, e Dizionario Lib. sul vocabolo hhaià.
[21]Il su citato Abrabanel con chiare e convincentissime ragioni sostiene e dimostra la verità della su espressa opinione contro le argomentazioni di parecchi altri commentatori, i quali s'appoggiano oltre al fatto di Davide al primo paragrafo della lezione di Chi tissà, e col quale si obbligano i futuri numerandi del popolo a versare un mezzo siclo d'argento al tesoro del Tempio quale offerta di espiazione.
[22]Si vedrà più lungi che dopo di avere lasciato all'altare e ai sacerdoti la parte ad essi assegnata dalla legge sui sacrifizii; il resto, cioè il più, serviva ad alimentare le turbe.
[23]Il vocabolo ebraico Hhorì (libero) è indubitatamente adoperato per indicare una tribù Troglodita inquantocchè la radice di questa parola sia hhor che significa: foro, caverna.
[24]Questo vocabolo indica spesso il vuoto della porta e talora anche la città intiera o i cittadini o i magistrati suoi. Così il vocabolo pedahh che preso da taluni nel senso dell'uscio, non ne indica che l'ingresso o il limitare.
[25]Questo precetto di Mosè parimenti a quello del Sissith che doveva applicarsi ai quattro angoli degli abiti, e dei Tefilin che si portavano al capo e al braccio sinistro tutto il giorno, e attualmente nel tempo della preghiera mattutina, hanno uno scopo solo: quello di mantenerci costantemente virtuosi impedendoci di dimenticare neppure un istante la presenza di Dio, e il dovere che abbiamo di non posporre all'interesse o ai diletti del senso i suoi sacrosanti ordini di lealtà e di purezza. Quanti peccati e diremo anche quanti delitti di meno avrebbe a deplorare la società qualora tutti gli uomini si ricordassero sempre ed ovunque che all'occhio di Dio nulla sfugge, e che per ripetere l'espressione di Davide, «le più fitte tenebre sono per lui luminose come il giorno!». Il timore di Dio purifica il cuore e lo fa forte contro le tentazioni. Non ci pare fuori di posto il seguente racconto: Un dottore stava per morire. I suoi discepoli che muti e tristi ne circondavano il letto colsero un istante in cui pareva che i suoi dolori gli concedessero una tregua, e lo pregarono di volerli benedire. Voglia Dio, rispose il dottore, che il di lui timore sia nei vostri animi tanto efficace, quanto è efficace il timore di un uomo. A questa benedizione i discepoli fecero tali atti di stupore che non poterono sfuggire al moribondo, il quale soggiunse: O figli miei! Non vi paiano strane o prive di valore le mie parole. Ditemi in grazia! Qual'è il pensiero che più preoccupa un uomo quando sta per commettere un'azione riprovevole? Di non avere testimoni che possano accusarlo; pensiero che fu espresso da Giobbe colle parole: «e l'occhio del malfattore attende la notte dicendo fra se stesso: non mi potrà scorgere occhio umano». Ora, se il timore di Dio parlasse altrettanto forte nel suo pensiero si lascierebbe egli trascinare al peccato?
[26]Morto Giosuè e tutti i suoi coetanei, che erano stati testimoni dei grandi fatti operati da Dio in favore di Israello; sorse una nuova generazione la quale lasciandosi adescare dagli ignobili e sensuali allettamenti dei riti del paganesimo, abbandonò prestamente la legge di Mosè, e contrasse matrimonii con donne straniere. In punizione della sua ingratitudine, Dio dava il suo popolo in balìa delle nazioni che Giosuè non ebbe tempo di vincere, e che ne facevano aspro governo. Ma quando angosciato e pentito, si rivolgeva a Dio supplicandolo di perdono e di soccorso; egli allora commovendosi alle sue miserie, inspirava qualche coraggioso cittadino a farsi suo difensore. Questi uomini vengono distinti col nome di sciofethim (giudici) quantunque fossero in fatto veri dittatori nominati talvolta da una sola tribù e talvolta da tutto il popolo intiero. Il primo di tali sciofethim, che vinse Cussan re di Aram, fu certo Othniel il figlio di Chenaz fratello minore di Caleb. Ma dopo quarant'anni di pace, gli Ebrei ritornarono da capo ai loro traviamenti; e Dio permise che fossero di nuovo angariati per diciotto anni da certo Eglon re di Moab. In capo a questo tempo Iddio inspirò certo Aód di salvare i suoi fratelli. Ed ecco come avvenne il fatto. Costui fu incaricato di portare al re un presente, che probabilmente non era altro che una quota di tributo. Compiuta la sua missione e congedato il suo seguito, disse al re di avergli a confidare qualcosa d'importanza. Il re fece allontanare immantinenti tutti i suoi servitori, e scese dal trono. Convien sapere che il re era assai pingue e Aód mancino. Quando questi due uomini si trovarono di fronte, con un rapido movimento Aód estrasse un lungo coltello che teneva celato dal lato destro, e lo conficcò sino al manico nel ventre del re che cadde al suolo esanime. Aód uscì dalla camera chiudendo l'uscio dietro di sè; e arrivato nel monte di Efraim raccolse alcune migliaia di soldati: affrontò i Moabiti che presi alla sprovvista e mancando di direzione, vennero trucidati in numero di dieci mila. Questa vittoria apportò ottant'anni di pace.
[27]Decalogo è voce greca, che significa dieci parole ed è la esatta traduzione dell'espressione ebraica Ascered adevarim o Ascered adiberoth. I nostri dottori sempre solleciti a valersi di qualunque fatto da cui si potesse ricavare qualche morale insegnamento, fecero rimarcare la predilezione che ha Dio pei deboli e modesti dal fatto, che per dare la legge al suo popolo, Egli scelse il Sinai ch'è una delle più basse montagne dell'Arabia.
[28]In altro luogo si troveranno schiarimenti su questa espressione, quantunque nel mese precedente a questo, abbiamo già riportato le parole di un nostro illustre filosofo su tali espressioni bibliche, che prese letteralmente parrebbero umanizzare Iddio, cosa questa che sarebbe in perfetta contradizione collo spirito che informa tutta la legislazione mosaica.
[29]Nelle nozioni archeologiche che daremo sulla famiglia saremo necessariamente portati a parlare della schiavitù presso gli antichi ebrei; e dalle nostre parole risulterà con evidenza che se Mosè non l'abolì pienamente di fatto, ciò fu per una concessione a certe idee o bisogni affatto temporanei come avvenne per la poligamia e pei sacrifici: ma che tale concessione fu da lui subordinata a tante restrizioni da renderne l'applicazione assai più apparente che reale.
[30]Naturale conseguenza della unità della razza umana proclamata dal Genesi e confermata dalle scoperte dei secoli posteriori. Perchè, domandano i nostri dottori, fu creato un sol uomo ad essere padre di tutte le generazioni della terra? Per darci due ammaestramenti. Il primo è che chi uccide un uomo è come distruggesse un mondo, e chi salva un uomo è come salvasse un mondo; il secondo è per mantenere la pace fra l'umana società, affinchè una generazione non possa dire all'altra: «il padre mio fu più grande del tuo».
[31]La infinita misericordia di Dio si è rivelata, mediante questo testo all'umanità nel più sublime dei suoi aspetti. Niuna mente umana avrebbe potuto concepire ed esprimere la distinzione tra gli effetti del bene e quelli del male. Appena, adesso, dopo il tesoro raccolto di secolari minutissime osservazioni fisiologiche, morali e metafisiche, la scienza umana è giunta a constatare la verità di questa Bibblica dottrina, che, cioè, i risultati delle opere malvagie cessano prestamente alla terza e quarta generazione che vi perduri, perchè il male distrugge sè medesimo, ma il bene reca frutti perpetui che non cessano per volgere di secoli, e determinano il perfezionamento umano e la umana felicità. Mortara. La Religione Israelitica, pag. 160.
[32]G. S. Cellèrier, Esprit de la legislations Mosaïque.
[33]Se Abramo tolse Agar, ciò fu per consiglio della stessa sua moglie Sara oltremodo addolorata di non avere prole; e se Giacobbe ebbe quattro mogli ciò è da attribuirsi intieramente alle circostanze speciali che ne lo obbligarono.
[34]Un passo del Pentateuco piuttosto oscuro lascierebbe supporre che precedentemente a Zeffora Mosè avesse sposato una donna mora Cussid. Più avanti nella vita di Mosè si troverà qualche schiarimento su questo fatto.
[35]È quasi superfluo che noi facciamo riflettere che in quel clima caldissimo lo sviluppo fisico dell'uomo era, ed è, assai più precoce che nei nostri paesi.
[36]La formula di cotest'atto detto chedubà (scrittura) è certamente dei tempi dei Talmudisti. Pensiamo non essere fuori di posto il darne qui la traduzione. Il giorno..... della settimana, alli..... del mese... dell'anno... dalla creazione del mondo, in questa città..... posta presso al fiume..... Isacco figlio di..... disse a Rebecca figlia di..... sii mia sposa secondo la legge di Mosè e di Israele. E io prometto di provvedere ai tuoi materiali bisogni secondo l'uso dei mariti ebrei, che condegnamente provvedono i necessari alimenti ed indumenti alle loro mogli. Oltre a ciò ti prometto l'amicizia coniugale cosa comune a tutti i popoli della terra. Rebecca consente a divenire moglie d'Isacco e gli porta in dote la somma..... alla quale lo sposo aggiunge la somma... onde essa abbia in totale..... Questa dote e donazione lo sposo garantisce e assicura sui suoi beni presenti e futuri. E noi testimoni accertiamo ecc.
[37]«Onde non venga cancellato il nome suo in Israele» dice il testo: ciò che prova che esistevano fra gli ebrei tavole genealogiche nelle quali s'inscrivevano tutti i padri di famiglia. Un regolamento particolare esentava il re dal dovere del levirato onde non esporlo alle umilianti conseguenze del rifiuto. Il sommo pontefice ne era escluso di diritto essendogli per legge proibito di sposare una vedova.
[38]Per farsi un'idea giusta di quest'atto che a molti parrà strano e spregevole, bisogna considerare che esso veniva compiuto da una donna che oltre all'affronto personale che riceveva con tale rifiuto, vedevasi tolta per esso la protezione e l'appoggio del fratello del proprio marito, vale a dire di colui che la natura e la legge avevano designato per primo suo amico e difensore.
[39]Opinano taluni commentatori, che l'uomo che si rifiutava a sposare la cognata e quindi a perpetuare il nome del fratello, perdeva il diritto di perpetuare il suo, che più non compariva nei registri: e la sua discendenza portava il nome non di famiglia del tale, ma sì di famiglia d'un anonimo, nota soltanto sotto l'ignominioso nome di: «scalzato».
[40]Vedete, dissero i dottori, quanto torni cara a Dio la concordia domestica, che per ricondurla in una famiglia permise che il santissimo suo nome fosse cancellato nell'acqua.
[41]Sotà, cap. 2.
[42]Il divorzio non viene ammesso dalle nazioni cattoliche perchè contrario ai loro principii religiosi. Vi fu solo introdotta la separazione dei coniugi. Non è nostra intenzione l'enumerare gli inconvenienti di tutt'altra specie, ma a parer nostro senza dubbio maggiori, che presenta questa legge su quella mosaica. Ci limiteremo solo a constatare che non solamente vi furono altravolta autorevoli giureconsulti e scrittori di vaglia che propugnarono la instituzione del Divorzio; ma che progetti di legge furono presentati in questi ultimi tempi alle assemblee nazionali di Francia e di Italia a tale scopo: e che in ambidue i paesi si tengono pubbliche conferenze per dimostrare che colla sua adozione non solamente sarebbero resi alla felicità molti sventurati, ma che sarebbe ridotto d'assai il contingente delle prigioni e dei bagni.
[43]È probabilissimo che nella mente di Mosè l'espressione ervath davar stesse per qualificare l'adulterio. Certo nei tempi posteriori quando la religione, e con essa, la virtù perdettero d'efficacia e la licenza ebbe il sopravvento nel popolo, il divorzio prese maggior estensione. Si fu allora che le due scuole di Hillel e di Sciammaï disputavano sui motivi che potevano legittimare tale atto, patteggiando la prima anche per motivi meno gravi. Dobbiamo però affrettarci a soggiungere, che erano tanto complicate e minuziose le formalità che si richiedevano per quest'atto: erano tali i consigli che il magistrato era in dovere di porgere all'offeso marito, da disporlo sicuramente a più miti pensieri ove non fosse stato indotto a tal passo da motivi seriissimi, o da invincibile incompatibilità fisica o morale.
[44]Questa trascuranza non provenne sicuramente che dalla fretta di Mosè di adempire al mandato che ebbe da Dio di portarsi da Faraone o dal timore che il bambino avesse a correre qualche pericolo nel viaggio.
[45]In una famiglia nella quale tutto era stato savissimamente disposto perchè rafforzando i sentimenti naturali l'amore vi regnasse sovrano, qual bisogno di tracciare doveri tra padri e figli oltre quelli del rispetto e timore dei secondi verso i primi? Su questo tema Salomon Fiorentino, valente poeta nostro correligionario, dettava un magnifico sonetto col quale, ricordando il fatto di Davide che piange amaramente il tristo figlio che tento di rapirgli e regno e vita, termina colla seguente terzina che ci piace di rapportare: «Oh del figlio inuman se un padre ha cura La legge parli minacciosa al figlio Che dolce al genitor parlò natura».
[46]Ecco come viene esposto questo fatto nel libro dei Numeri, che per la sua imponenza merita di essere da noi raccontato: Era già estinta tutta la vecchia generazione condannata a morire nel deserto, ed era pertanto giunto il tempo prefisso all'ingresso del popolo ebreo nella terra promessa, quando arrivato esso in un certo posto detto deserto di Sin, venne a mancare affatto d'acqua. Come al solito, esso mosse i più alti lamenti verso Mosè ed Aronne, accusandoli di averlo tratto d'Egitto per condurlo a morire in un «luogo cattivo, non atto a seminagione, sprovvisto di fichi, di viti, di melagrani e persino d'acqua». La maestà del Signore si rivelò a Mosè e gli ordinò di munirsi della verga che stava nel Tabernacolo, e accompagnato da Aronne «parlare al sasso in presenza di tutto il popolo, poichè da quel sasso sarebbero scaturite acque in tale abbondanza da dissetare il popolo e il suo bestiame». Mosè fece adunare immediatamente il popolo attorno al sasso indicato, e apostrofando il primo con poche ma dure parole, che lasciano chiaramente indovinare non essere esse che il principio di una vivace rimostranza che voleva dirigergli pel modo indegno con cui si comportava verso Dio quando versava in qualche momentaneo bisogno, battè due volte il sasso colla sua verga e le acque sgorgarono in gran copia. Ma l'Eterno disse a Mosè ed Aronne: «Giacchè non avete avuta fede in me per santificarmi alla presenza dei figli d'Israele, perciò non condurrete questo popolo nella terra che ho loro donato. Interpretando letteralmente questo fatto, si dovrebbe conchiudere, come si crede ordinariamente, che il peccato commesso da Mosè e da Aronne abbia dovuto consistere nella mancanza di fede in Dio per avere battuto il sasso invece di parlargli. Ma oltrecchè non si può ragionevolmente ammettere che Mosè chiamato da Dio stesso «servo fedele in tutta la sua casa» abbia dubitato di Lui, quale differenza può farsi tra il parlare o il battere trattandosi di un corpo inanimato? Forsechè il miracolo avrebbe scemato della sua importanza nel servirsi d'un mezzo piuttostochè dell'altro? E poi a quale scopo Dio avrebbe ordinato a Mosè di munirsi della verga se non avesse dovuto adoperarla? Fra le diverse opinioni emesse dai commentatori su questo fatto, noi riteniamo per la più accettabile quella del Rabbo Mosè a-Coen Tedesco e sviluppata da l'Illustre I. S. Reggio. Dice egli in sostanza: «che Mosè afflitto e sdegnato della riprovevole condotta e delle incessanti mormorazioni contro Dio per parte di un popolo tanto visibilmente da Lui protetto, e temendo che Dio ne lo punisse aspramente come fece altre volte pel fatto degli esploratori, per la sollevazione di Cora, per l'adorazione prestata a Baal-Peor ecc.; quando si trovò presso al sasso si lasciò vincere dalla collera e cominciò ad apostrofare il popolo con tale veemenza che la commozione interna gli troncò la parola in gola; per modo che dalle poche parole dette, il popolo fu quasi portato a dover credere che questo miracolo dovesse attribuirsi precisamente a lui stesso e al fratello, anzichè a Dio. Questa interpretazione si accorda benissimo colle parole che denotano il motivo del castigo quello cioè «di non avere essi santificato Iddio».
[47]C'è chi crede che tale epiteto usato anticamente per significare il maggiore, fosse semplicemente aggiunto al nome di Erode per distinguerlo dall'altro Erode venuto dopo di lui e detto zeerà (il minore).
[48]Ecco quale piccola causa, assegnano i nostri Dottori, alle prime ostilità insorte tra gli Ebrei e i Romani. Un cittadino di Gerusalemme aveva fra i suoi amici un tale che portava il nome di Camzà, e un acerbo nemico che portava il nome di Barcamzà (figlio di Camzà). Il cittadino di Gerusalemme, diede un giorno un grande e sontuoso banchetto, a cui invitò i personaggi più ragguardevoli della città. Nell'accennare al famiglio i nomi di quelli che voleva fossero invitati, ricordò fra i primi il suo amico Camzà. Per mala ventura il famiglio sbadato andò ad invitare Barcamzà. Il padrone di casa vedendo costui a prender posto alla mensa con voce minacciosa gli intima di uscire. Invano Barcamzà lo prega di riflettere quanto sia grande la viltà di recargli così grave e pubblico insulto, invano ei si offre di pagare del suo la parte del pranzo che farebbe in casa sua: l'inesorabile rivale, non ascoltando che il suo odio, gli intima di nuovo di uscire. Allora costui a cui cuoceva un tale atto, si dispose di pagare la spesa della metà del banchetto, e finalmente di tutto il banchetto: ma non ottenne che ripulse. L'insultato Barcamzà sortì da quella casa colla rabbia nel cuore, e giurò di vendicarsi aspramente del suo rivale, e di quei tanti ragguardevoli personaggi, che rimasero spettatori indifferenti di quella triste scena. Un infernale pensiero gli attraversò la mente, e vile quanto scellerato, non esitò a coinvolgere la patria nella sua privata vendetta. Si portò dall'Imperatore romano, e simulando uno zelo immenso per lui, lo avvertì che gli Ebrei si preparavano nascostamente alla ribellione e che già avevano fermo di non più obbedirgli. E per fare esperimento delle sue asserzioni gli suggerì di mandare una vittima ad offrire nel loro tempio. L'Imperatore accetta quel consiglio, consegna a Barcamzà un giovine vitello, e manda i suoi ordini agli Ebrei per mezzo di alcuni suoi famigli. Cammin facendo il maligno calunniatore, ben sapendo che gli Ebrei si sarebbero rifiutati di sacrificare una bestia difettosa, ferì leggermente in un occhio il povero vitello. I sacerdoti indovinando fosse la maligna intenzione del traditore, pensarono di offrirlo sia per atto di riverenza verso l'Imperatore e sia per la salute del popolo. Ma contro questo savio e prudente consiglio, sorse impetuosamente un certo Zaccaria figlio di Anchilas. Qualcuno propose allora di ammazzare Barcamzà e l'animale, ma anche contro questa proposta sorse con impeto Zaccaria. I savi disapprovarono i soverchi scrupoli religiosi che fecero rifiutare il sacrifizio, e che portarono conseguenze tanto luttuose pel popolo d'Israele.
[49]Non crediamo di privare i nostri lettori del seguente aneddoto, che serve a dimostrare la profonda convinzione che avevano i nostri Dottori sulla inutilità di qualunque umano intendimento, per iscongiurare la tremenda catastrofe seguita; inquantochè Dio avesse decretata irrevocabilmente la caduta del Tempio. «Il generale che fu preposto all'esercito invadente la Giudea, nel secreta della sua anima, sentiva una certa inclinazione per la sacra fede di quel popolo contro cui si portava a combattere. Prima pertanto di intraprendere qualunque atto ostile ricorse a una delle solite superstizioni pagane per prendere augurio dell'avvenire e pronosticare l'esito della sua spedizione. Scoccò nell'alto una freccia e questa cadendo si volse contro Gerusalemme. Il generale si volge dall'altro lato, e scocca un'altra freccia: ed anche questa va a cadere in faccia alla santa città. Ripetè tale esperimento da tutte le parti del mondo, e sempre una forza misteriosa torceva la freccia verso Gerusalemme. Il generale rimase attonito di questo fatto e conchiuse tra sè che Dio stesso aveva decretato la rovina di Gerusalemme». L'aneddoto termina dicendo che questo stesso generale si fece ebreo, e che da quel nuovo stipite trasse origine il celebre Dottore Meir.
[50]Simone Ben Iorà che occupava la città inferiore; Giovanni di Gìscala che occupava tre fortezze della città alta; Eleazaro di Simone il quale occupava il tempio e i luoghi più forti della città superiore.
[51]Per dare un'idea della miseria estrema a cui giunse quella città, che Geremia qualificò per «la grande fra le nazioni, la regina fra le provincie»; diremo che una donna già ricca e di sangue illustre, certa Maria figliuola di Eleazaro, e vedova di Doeg Ben Iosef di Betezob nella Perea, condotta alla estrema miseria sbranò il bambino lattante, lo fece arrostire e ne divorò le carni. Una parte la serbava onde pascersi il giorno seguente, ma altri affamati sopravvennero allettati dal leppo di quell'iniquo arrosto, e minacciando scannarla se non dava fuori quanta cibaria ella si aveva annicchiato;—la donna delirante tra l'amore della vita e il terrore del proprio misfatto, pose quel pasto esecrando sotto gli occhi di coloro ai quali rimaneva ancora tanto senso umano che inorridirono e frementi e tremanti si ritirarono.
[52]Per l'esattezza storica non dobbiamo tacere che se le proposte di pace vennero rigettate con disdegno, ciò è da attribuirsi quasi unicamente all'uomo incaricato appunto di presentarle, vale a dire a Flavio stesso, persona altamente invisa agli Ebrei che lo ritenevano traditore della patria, perchè certamente non difettavano nè gli amici della pace per sentimento naturale di un vivere quieto, nè gli uomini assennati, i quali prevedendo la sorte infelice che sovrastava alla patria sarebbero scesi volentieri a trattare col nemico. E quantunque costoro fossero persuasi che con tale condiscendenza ribadivano sulla loro nazione, la catena d'una completa dipendenza straniera, pure si confortavano pensando che almeno non sarebbero allontanati dal patrio suolo. Spaventati però dal destino toccato ai primi che osarono consigliare un accordo cogli assedianti si tacquero, e patriotti sinceri e leali accettarono la causa abbracciata dai loro fratelli per quanto la estimassero disperata, e la difesero con tutto l'ardore di cui erano capaci i loro cuori nobilissimi.
[53]Per persuaderci della possibilità di quest'asserzione, dobbiamo fare le due seguenti riflessioni: 1º Che anche in tempi normali, Gerusalemme era circondata da sobborghi, che potevano contenere un numero di popolazione stragrande; 2º Che coll'avanzarsi del nemico una folla innumerevole si chiuse nella Capitale, parte per aiutarne la difesa, e parte per trovarvi un rifugio contro la crudeltà del nemico che non la perdonava nè a età, nè a sesso.
[54]Ecco una bella leggenda colla quale i nostri Dottori vollero constatare la punizione che Dio inflisse ai distruggitori della sua Casa, e dipingere l'orgoglio satanico di quell'uomo che colla più abbietta ipocrisia, o per la sua morte a tempo (immaturamente) come vogliono dottissimi critici moderni seppe ottenere un titolo tutt'altro che meritato. Forse si saprà che esso morì all'età di 42 anni dopo due soli di regno. «Consumato l'eccidio della sacra città, che più non presentava all'occhio attonito del pietoso viatore che un mucchio di ardenti rovine, Tito esultante ed orgoglioso oltre misura entra nella nave che onusta delle preziose e rare spoglie tolte alla già regina dell'Oriente, volge la prua verso Roma. Erano passate poche ore dacchè quella nave solcava le onde dell'Oceano allorchè il cielo si oscura improvvisamente, le onde si accavallano furiose per lo imperversare di un vento impetuoso. In mezzo allo scompiglio generale, Tito rivolgendosi ai suoi capitani così dice in suono di scherno: «Ei pare, a dire vero, una cosa singolare che il Dio di costoro (degli Ebrei), non abbia potere se non nelle acque. Volle vendicarsi di Faraone e ne sommerse l'oste nel mare Rosso; volle vendicarsi di Sissera e ne traboccò l'esercito nel torrente Chisson; ora vuole probabilmente vendicarsi di noi, e minaccia di farci inghiottire dall'Oceano. Venga in terra a provare la sua forza!» A queste parole petulanti così suonò una voce dal cielo: «O empio uomo, rampollo di empio stipite! (La tradizione rabbinica lo fa discendere da Esaù.) Appena tu metterai il piede in terraferma, io farò ministro di mie vendette la più piccola delle mie creature, così imparerai o stolto fin dove s'estenda il mio dominio». Il mare si acquietò immantinenti come per incanto». Con un monumento che sussiste ancora (l'arco di Tito); con medaglie su cui sta effigiata una donna dolorosamente piangente al piè di una palma, col motto IUDAEA CAPTA; con festeggiamenti straordinarii, (i quali ci dimostrano appunto la grandissima importanza che attaccarono i Romani a quella vittoria); Roma si prepara a ricevere il vincitore della Giudea. Tito scende dalla nave tra gli applausi frenetici della moltitudine, ma appena il suo piede calca le prime zolle della spiaggia, il più minuto moscerino gli si introduce nelle narici e su su ne va direttamente al cervello, della cui sostanza nutrendosi vive colà sette anni consumando la vita del suo ospite. Inenarrabili ed incessanti erano gli spasimi di Tito. Parendogli un giorno di ricevere qualche sollievo sentendo a battere un martello su di un'incudine mandava tutti i giorni per un fabbro onde ripetesse quell'esercizio. Se l'operaio era pagano riceveva una mancia generosa, ma se per caso era un ebreo, Tito gli diceva: «Vattene, a te deve bastare la gioia di vederti tanto vendicato».
[55]Poujoulat, Histoire de Jerusalem.
[56]Si crede comunemente, che questo nome gli sia stato dato più tardi per la non riuscita della sua magnanima quanto ardita intrapresa; però contro questa opinione, troviamo un passo nel Talmud, ove quest'uomo viene così chiamato dal celebre Rabbino Akibà suo partigiano entusiasta e devotissimo, e che contribuì immensamente a fargli trovare credito e favore presso il popolo, dichiarando essere esso precisamente la stella vista da Balaamo, che doveva fare trionfare la causa d'Israele.
[57]Tale vocabolo è composto delle lettere iniziali delle quattro parole: tekià, scevarim, teruà, tekià, e che significano quattro diverse modulazioni di voci.
[58]Di questo diritto fu esclusa la tribù di Levi, onde le occupazioni materiali non la distogliessero dal servizio divino e dallo ammaestramento del popolo a cui fu consacrata. Più tardi vedremo che la legge ne la compensava esuberantemente col prodotto delle decime e dei sacrifizii, e coi non rari doni dei privati.
[59]E che gli Ebrei abbiano profittato delle raccomandazioni di Mosè, noi non possiamo neanche dubitarne. A conferma della prodigiosa fertilità della terra promessa, che come dicemmo viene messa in dubbio da quanti si fermano alle desolanti descrizioni che di quel paese ci danno gli scrittori moderni senza por mente agli sconvolgimenti cui andò soggetto, noi non rapporteremo quanto vi si trova nella Scrittura e in Giuseppe Flavio onde non si creda che in noi parla la passione, ma bensì la testimonianza di scrittori pagani. Dopo che Plinio chiamò Gerusalemme «la città la più celebre, non solamente della Giudea, ma dell'intiero Oriente»; dopo ch'ebbe dato descrizioni favorevolissime della Giudea e delle sue produzioni in generale; dopo ch'ebbe vantato la flessibilità del legno del terebinto, la sua lunga durata e il suo colore di un nero splendissimo; dopo ch'ebbe fatto notare l'importanza della resina e del miele d'olivo (specie questo di una manna che si raccoglieva sulle foglie di quegli alberi); si ferma pia particolarmente sulle palme e sulla pianta del balsamo. Ecco le sue parole dalle quali possiamo desumere quale caso si facesse allora di quella produzione: «Il balsamo sdegna di crescere altrove (così credeva anche Flavio: Ora però cresce in Arabia) e il liquido che se ne estrae, e che viene preferito a qualunque altro profumo, la Giudea è il solo paese del mondo al quale la natura lo abbia accordato. Gli Imperatori Vespasiano e Tito furono i primi che mostrarono in Roma ed abbiano portato nel loro trionfo questo prezioso arboscello, divenuto tributario del nostro impero, come la nazione che il coltivava». Tacito ne parla in questi termini: «Questo paese confinante all'Oriente coll'Arabia, al mezzodì coll'Egitto, a ponente colla Fenicia e col mare; dal Nord si estende in lontanza verso la Siria. Gli uomini sono sani e robusti, le pioggie rare, il suolo fertile; esso dà le stesse produzioni del nostro paese, colla stessa abbondanza, e in dippiù il balsamo e le palme: le palme, alberi alti e belli; il balsamo, arboscello il di cui succo s'impiega utilmente nella medicina». Un romano orgoglioso e poco favorevole agli ebrei, poteva forse lodare meglio la Giudea che paragonarla alla gentile e fertile nostra patria, dando la preferenza alla prima? Alle testimonianze di questi due scrittori tutt'altro che parziali pel popolo nostro, possiamo aggiungere quella di un gran numero di medaglie fatte incidere dai Greci e dai Romani nelle occasioni delle loro vittorie sugli ebrei, e che certo non era nella loro intenzione di fare cosa gradita ai vinti lusingandone l'amore patrio. Queste medaglie rappresentano tutte la fertilità del paese, poichè in certune d'esse la Giudea viene rappresentata gemente all'ombra di una palma; in altre offre i suoi olivi e il suo balsamo; una rappresenta covoni di grano, in altra vedonsi tre spicche di grano uscenti da un sol gambo; in questa smisurati pampini d'uva, e in quella corni colmi di parecchie specie di frutti.
[60]Per dare una prova dell'alta importanza che attaccavano i Profeti a questa disposizione, comecchè interessasse una delle più importanti prerogative di ogni cittadino «la libertà individuale», perchè la legge sanciva allo schiavo liberato la immediata restituzione dei diritti civili e politici; noi trascriveremo qui alcuni versetti che coll'animo traboccante di indegnazione, Geremia ne apostrofava i trasgressori: «Dice così il Signore, Dio d'Israele: Io imposi l'obbligo ai vostri padri allorchè li trassi dalla terra d'Egitto, dov'erano schiavi con dire: «In capo a sette anni rilascerete ciascheduno il vostro fratello ebreo, che vi si fosse venduto, ed avessevi servito sei anni; e lo rimanderete da voi in libertà. E i vostri padri non m'ascoltarono.....».—«E voi in oggi vi emendaste, e faceste ciò che piace ai miei occhi, proclamando l'uno all'altro libertà; e ne faceste solenne promessa innanzi a me........».—«Ma poi, pentiti, profanaste il mio nome, e faceste tornare ciascheduno il proprio servo, e ciascuno la propria serva, che avevate rimandati in balia di sè, e li sforzaste ad essere a voi schiavi o schiave. Perciò dice così il Signore: «Voi non mi avete obbedito di proclamare l'uno all'altro libertà; ecco ch'io sono per proclamare contro di voi libertà, dice il Signore, alla spada, alla peste e alla fame; e renderovvi oggetto d'orrore a tutti i regni della terra. E darò quegli uomini che contravvennero alla fattami promessa....... in mano dei loro nemici e di quelli che cercano d'impossessarsi delle loro persone».
[61]Non possiamo proprio passare sotto silenzio la raccomandazione che Mosè indirizza al suo popolo a questo rapporto, esternando un nobilissimo pensiero: «Bada bene che non ti entri nel cuore un malvagio pensiero, cioè: «S'avvicina l'anno settimo, l'anno della remissione—e tu divenga avaro verso il tuo fratello bisognoso, e non gli dia; nel qual caso egli si lagnerebbe contro di te al Signore, e tu incorreresti in peccato. Ma dagli, e non ti dolga il cuore nel dare a lui; poichè in premio di questa cosa il Signore, Iddio tuo, ti benedirà in ogni opera tua, ed in tutto ciò, a cui porrai mano».
[62]Ci dovremmo allungare di troppo se noi volessimo passare in rassegna tutti i precetti, che forse non ebbero altro motivo oltre quello di abituare Israele alla mitezza, a sentimenti di pietà, di amore e di gentilezza verso tutti gli uomini. Il seguito di questi nostri studi ci dimostrerà in modo indubitabile che il terreno, cioè il popolo, era veramente adattato a ricevere e a fare crescere rigogliosi quei nobili semi. Ci contentiamo pertanto a segnalarne alcuni: La raccomandazione di alzarsi al cospetto d'un vecchio; di non cibarsi del sangue degli animali; di non fare cuocere il capretto nel latte della madre; di non uccidere il bue o l'agnello nello stesso giorno in cui si uccide il loro figlio; di non mettere la musoliera al bue quando batte il frumento; di non serbare rancore verso il prossimo nè trar vendetta delle sue offese; di non restare testimone indifferente del pericolo dal prossimo; di non maledire al sordo, nè mettere inciampo al piede del cieco ecc. Cadendo in acconcio e persuasi di fare cosa grata ai nostri giovani lettori inseriamo il seguente aneddoto col quale i nostri Dottori vollero appunto dipingere l'indole gentile e pietosa del nostro Legislatore. «Mosè pascolava le pecore di Ietro suo suocero. Un giorno che trovavasi verso l'Oreb, luogo arido e deserto, volgendo l'occhio attorno vede una pecora che si sbranca, e va e va, e s'allontana dalle compagne. Il buon pastore le tiene dietro: la pecora affretta il corso, e scorre per vaste pianure finchè si arresta presso ad uno zampillo d'acqua. Mosè la raggiunge, s'arresta anch'esso, la guarda mestamente e dice: «Mia buon'amica! era dunque la sete che ti spingeva a lasciarmi e sfuggirmi! ed io non me ne era accorto. Poveretta! come devi essere stanca e affaticata! Come potrai raggiungere le tue compagne?» Come la pecora ebbe terminato di bere, Mosè se la trasse sulle spalle, e curvo sotto quel peso, ripiglia il suo cammino alla volta della greggia. Mentre Mosè camminava con quel peso sulle spalle, una voce dal cielo suonò in queste parole: «Tu che hai tanto amore, tanta pietà per la greggia degli uomini, meriti bene di essere chiamato a pascolare la greggia del Signore!»
[63]Shaw t. 1 p. 390.
[64]Mosè aveva formalmente proibito ai giudici di accettare regali, inquantocchè secondo la sua espressione; «i regali acciecano i chiaroveggenti e pervertiscono le parole dei pii». Questa raccomandazione non fu soltanto seguita alla lettera dai nostri Dottori rivestiti della qualità di giudici, ma troviamo anzi che parecchi d'essi ne spinsero la pratica esecuzione ad una scrupolosità diremo quasi esagerata, come ce lo dimostrano ben chiaramente i due seguenti esempi che noi presentiamo ai nostri lettori e che sono spigolati da un campo ben provveduto: Rabì Samuele tragittava un'acqua sur una barchetta. Giunto alla riva un uomo gli porge la mano per aiutarlo a scendere. Lo stesso uomo gli presenta poscia una causa per farlo giudice tra lui e il suo avversario. «Amico, gli dice il Dottore, io non posso essere tuo giudice perchè ho ricevuto da te un servigio». Un altro Dottore, certo Rabì Josè, si faceva portare dai suoi campi ogni venerdì un cesto di frutta dal proprio fattore. Una volta questi gli si presentò il giovedì col solito cesto di frutta. «Per qual cagione hai tu oggi anticipato?» gli domandò il padrone. «Signore! rispose il gastaldo, ho una causa qui in città, e dovendomivi recare, ho pensato profittare del viaggio per portarvi dei vostri frutti. Di grazia! ecco il tenore della mia causa: spetta a voi darne sentenza. «Amico! risponde il Dottore, tu mi hai fatto una cortesia, io non posso più essere tuo giudice»: e delegò due savii a fare le sue veci. Dalle parole che il servo di Saulle indirizzò al medesimo quando gli propose di portarsi da Samuele onde avere notizie delle asine smarrite dal padre di lui, e da un passo relativo ad Eliseo, parrebbe che i consigli dati dai profeti fossero corrisposti con regali di danaro o di qualche genere alimentario; però dalle prove di disinteresse date da questi due profeti, e particolarmente dal primo d'essi, del quale parleremo in seguito, e che furono gli unici dei quali si faccia menzione sotto questo rapporto, noi abbiamo fondati motivi a credere che quei regali quando venivano da essi accettati, lo erano a solo titolo di atti di beneficenza verso i loro alunni poveri.
[65]Tutti i commentatori si accordano a riconoscere in questo precetto una raccomandazione altamente morale. Ed ecco in sostanza il senso che gli attribuiscono: «Questo comando per una parte ha lo stesso valore di quello che proibisce di fare cuocere il capretto nel latte della madre, vuole cioè allontanare gli ebrei da qualunque azione che possa esercitare sulla loro immaginazione e sul loro cuore un'influenza meno che pietosa; e per altra parte include un delicato pensiero di misericordia, che è il carattere speciale della Legislazione mosaica, verso quella povera madre che dovrebbe assistere alla morte dei suoi figli e allo sperdimento delle sue uova: inquantochè anche gli animali irragionevoli soffrano immancabilmente vedendo straziati i loro nati, non dipendendo l'amore materno da causa intellettuale, ma bensì dalla immaginazione e dall'istinto pari nell'uomo, come in tutte le altre creature.
[66]Persuasi che verranno letti con interesse e soddisfazione, noi non possiamo resistere alla tentazione di inserire qui due Sentenze ed un esempio, spigolati nel vastissimo campo della carità Israelitica. Non isfuggirà certo alla penetrazione dei nostri lettori l'alta importanza della prima Sentenza per la tolleranza religiosa di cui ci dà bella prova. «È legge di pace l'obbligo di soccorrere i poveri di qualsiasi nazione in un coi poveri d'Israello, di assisterne gli infermi, di seppellirne i morti». «L'infelice che geme nella povertà è talvolta condotto dai suoi dolori a mormorare della Provvidenza. Egli pensa tra se stesso: «Non sono anch'io una creatura di Dio? Perchè tanta differenza da me a quel ricco? Egli dorme tranquillo i suoi sonni nella casa che è sua, ed io giaccio in questo tugurio non mio. Ei dorme su soffice letto ed io sul nudo terreno. L'uomo benefico, colla sua carità, calma il fremito del povero e ne fa tacere le mormorazioni. Iddio dice a quest'uomo benefico: «Colla tua carità tu riconcilii quel poveretto con me; tu ci metti in pace». «Un personaggio di distintissima famiglia teneva corteggio principesco, ma colpito da gravi disgrazie, si vide in pericolo di cadere dalla sua grandezza e di dovere abbandonare quella pompa che s'addiceva al suo nome ed alla sua famiglia. L'infelice confidò le sue strettezze a Rabì Illel, e caldamente gli si raccomandava. Fra le solite pompe di costui era questa la più costante, di percorrere le vie della città montato sur un superbo cavallo, e preceduto da uno schiavo che gli correva davanti. Rabì Illel fece per qualche tempo le spese del cavalle e dello schiavo. Una volta non trovò uno schiavo che accondiscendesse a prestare tale uffizio; e il buon rabbino si offrì egli stesso, e corse davanti al cavallo per ben tre miglia».
[67]I nostri Dottori dissero: che nel giorno di Chipur non ottengono il perdono di Dio oltre agli impenitenti, le seguenti due classi di persone: La prima comprende quegli stolti che facendo troppo a fidanza coll'indulgenza di Dio dicono fra se stessi: «Pecchiamo pure senza ritegno nè timore: Verrà il giorno di Chipur e noi otterremo egualmente il perdono». La seconda classe comprende quegli uomini che contriti e pentiti pei peccati commessi verso Dio, non si danno alcun pensiero di ottenere il perdono delle colpe commesse verso i loro simili e di risarcirne, possibilmente, il danno arrecato. Su quest'argomento è da notarsi, pel fine eminentemente morale, che lo ispirò, il seguente caso di coscienza proposto dagli stessi Rabbini: «Ove l'offeso, dicono essi, fosse morto prima di concedere il perdono al suo offensore, oltre al risarcire i danni materiali, se ve ne sono, agli eredi, il colpevole è obbligato di farne pubblica ammenda sul suo sepolcro, pronunziando le parole seguenti alla presenza di dieci testimonii, la vigilia del giorno di Chipur: Io fui colpevole verso il Dio d'Israele, e verso costui».
[68]Carattere speciale delle nostre preghiere è quello di essere tutte in numero plurale. Idea sublime! che ci rappresenta incessantemente il nodo di fratellanza che unisce tutti gli uomini, e per conseguenza il dovere di amare e di cercare con sincerità ed efficacia il bene di tutti, implorando per tutti, come per noi, la protezione divina.
[69]L'instituzione dell'aftarà (che consiste in un capitolo dei Neviim Storia e Profeti, e che per lo più ha una diretta analogia colla parassà), si crede tragga origine da una fiera persecuzione sofferta dagli Ebrei sotto l'Imperatore Adriano. Come vedemmo nel mese precedente, costui aveva proibito agli Ebrei sotto pena di morte, l'esercizio di qualsivoglia atto del loro culto, e lo studio religioso. Gli Ebrei non volendo per un lato trasandare i doveri che imponeva loro la religione, che secondo il celeberrimo dottore Akibà è il loro elemento di vita, ma temendo per l'altro lato di esporsi ai gravi pericoli che erano loro minacciati dal prepotente dominatore; si studiarono di praticarli circondandosi di ogni precauzione. Perciò in luogo di leggere la lunga lezione sabbatica del Pentateuco, vi sostituirono una lezione brevissima scelta nei Profeti e che avesse con essa la maggiore possibile analogia. Cessata la persecuzione si credette opportuno di continuarne la lettura dopo la lezione del Pentateuco, sia in memoria dei pericoli che dovettero sfidare i nostri padri per mantenersi fedeli alla loro religione, e sia in omaggio a Dio che pensando la loro costanza sventò i tristi calcoli dei loro avversarii.
[70]La tradizione lascia supporre, che ove il Pontefice fosse stato trovato al cospetto di Dio macchiato di peccati talmente gravi, da essere divenuto immeritevole di coprire un posto tanto eminente ed importante, moriva appena entrato nel santo dei santi; e se ne estraeva il cadavere con una catena di argento che in precedenza si legava al piede di ogni Pontefice. A prova di tale credenza si constata dai nostri dottori, che di tutti i pontefici che ufficiarono nel secondo Tempio, quando cioè quella dignità era divenuta un mercimonio dei dominatori stranieri e concessa al migliore offerente senza riguardo ai meriti personali dei candidati e per conseguenza caduta nella disistima del popolo, tre eccettuati uno dei quali il pio Simone, che pontificò per quarant'anni, tutti gli altri non compirono l'anno nell'altissimo ufficio.
[71]Alla sera nell'atrio delle donne si faceva una gran luminaria che tramandava il suo splendore su tutta Gerusalemme; ivi adunavasi gran gente, i leviti suonavano i loro strumenti musicali e le persone le più serie e le più divote, pigliavano faci in mano ed intrecciavano una danza religiosamente simbolica durante la quale oltre agli inni che venivano cantati, sembra che si gettassero faci in aria per riceverle di nuovo in mano; e come una prova di singolar destrezza si narra che Simone figliuol di Gamaliele e Nassì (principe presidente) del Sinedrio, danzasse con otto faci in mano e le gettasse in aria senza lasciarne cadere a terra neppure una.
[72]Certamente in memoria della libazione delle acque che si faceva nel Tempio onde invocare la prosperità delle pioggie, che nella Palestina cominciavano d'ordinario col susseguente mese di Merhhasvan.
[73]Anche senza tenere conto degli atti di beneficenza che derivavano da questa instituzione, noi siamo persuasi che sarà di leggieri riconosciuta ed ammirata la sapienza politica che l'ha inspirata. Per essa tutte le forze vive della nazione venivano a riunirsi, a conoscersi, ad affratellarsi nella comune capitale; per essa si stringevano quei vincoli di amore e di fedeltà che necessariamente debbono legare ogni singolo cittadino al suo governo, alla sua religione e alla sua patria; per essa ogni cittadino veniva tre volte l'anno a fare atto di ossequio al suo Dio e al suo re, e nella comune letizia apprezzando i supremi benefizii della concordia e della pace, riconosceva il suo imprescindibile dovere di concorrere con tutti i suoi mezzi alla gloria della religione, e all'indipendenza della patria.
[74]Posciacchè noi riteniamo essere utile ripetere le cose di grande importanza perciò non ci stanchiamo di dire che: come Mosè fu il più umile di tutti gli uomini, così ne fu il più nobilmente disinteressato. Avrebbe potuto farsi re del popolo che aveva redento e nol volle, poteva lasciare il principato ai suoi figliuoli ed invece scelse a suo successore un estraneo alla sua casa e alla sua tribù. Non toccò la terra promessa; e dopo che Dio miracolosamente gliela fece vedere dal vertice del Nebo, fu contento di spirare alla vista di quel fertile paese, ove quel popolo che amò d'un amore immenso avrebbe dovuto dimostrarsi grande delle più nobili delle grandezze, la sapienza e la virtù; avrebbe dovuto essere ammirato dagli altri popoli per la pietà e la giustizia; e ciò che più importa, avrebbe condotto una vita tranquilla e felice mantenendo il suo patto. «L'esistenza di tale uomo, dice C. Cantù nei documenti alla sua Storia Universale, sarebbe il maggiore dei portenti, s'egli non fosse inspirato».
[75]Questi fu Aristobolo giovine di 17 anni: di fattezze avvenenti, grande, bello e ben fatto della persona; che tenne brevissimo tempo il pontificato, e che era tanto idolatrato dal popolo quanto ne era esecrato Erode. E fu appunto l'ammirazione e l'entusiasmo ch'egli destò nel popolo nella prima grande solennità nella quale pontificò, che fu causa della sua morte. Oltremodo spaventato dal favore popolare che si ridestava veemente pel discendente di tanti eroi, Erode ricorse al delitto, e lo fece affogare in un lago che abbelliva il parco del reale palazzo di Gerico. L'indole del nostro lavoro non permettendoci di narrare la vita agitatissima di questo re, tanto fortunato nei suoi ambiziosi disegni di potenza quanto sfortunato nelle sue pareti domestiche; e che se fece molto male compì opere grandiose e fu per natura o per calcolo, munificentissimo; aggiungeremo qui solamente ch'egli fece perire, a 22 anni, l'infelice Marianna sua moglie sorella del suddetto Aristobolo, donna celebrata per venustà di forme, per religione e pudicizia e da lui idolatrata. Questi due fatti ci spiegano l'odio invincibile che trovò sempremai nel popolo malgrado le sue larghezze, le città rifabbricate o abbellite, e la sontuosa riedificazione del Tempio.
[76]Gli ebrei dividevano l'universo in tre parti: 1º samáim (cielo) abitazione di Dio; 2º érez (terra) abitazione dei viventi; 3º sceól dimora dei morti.
[77]Al ritardo dello sviluppo delle mediche discipline vollero forse alludere i nostri Dottori quando appoggiandosi a testi biblici, dissero: che sino al patriarca Isacco nessun uomo si accorse di avvicinarsi alla morte per indebolimento delle sue forze naturali; che sino al patriarca Giacobbe nissun uomo si ammalò prima di morire; e che sino al profeta Eliseo, nissun uomo guarì di una malattia precedente a quella a cui dovette soccombere.
[78]Un autore Egiziano (El-Makrisy traduz. de M. Etienne Quatremère) racconta i seguenti fatti: «l'anno 791 e i seguenti, i vermi che attaccano le stoffe di lana si moltiplicarono d'una maniera prodigiosa a qualche distanza dal Cairo. Un uomo degno di fede mi assicurò che quegli animali gli avevano rôse 1500 pezze di stoffa. Meravigliato di un fatto tanto straordinario, io presi, secondo la mia abitudine, tutte le precauzioni possibili per assicurarmi della verità; e riconobbi coi miei proprii occhi che i danni causati da quei vermi non erano stati esagerati».... «Nell'anno 821 essi attaccarono i muri delle case e rosero talmente i travicelli che formavano i pavimenti, che essi rimasero assolutamente vuoti. I proprietarii si affrettarono a distruggere gli edifizii che i vermi avevano risparmiati per modo che quel quartiere fu quasi distrutto intieramente». Questi fatti ci spiegano le disposizioni date da Mosè, relativamente alla comparsa delle così dette da lui piaghe di lebbra nei muri delle case.
[79]G. Flavio crede che il nome di questo profeta fosse Iadon, ma probabilmente egli lo confonde con Iedò o Iudò menzionati nel secondo libro delle Cronache.
[80]Il vocabolo navì in ebraico non corrisponde sempre all'idea che esprime la parola profeta (ossia colui che predice l'avvenire) con cui viene tradotto in italiano. Questo vocabolo deriva dalla radice niv che vale articolazione, parlare, pronunziare; motivo per cui il titolo di navì veniva applicato indifferentemente tanto ai profeti decisamente tali nello stretto senso della parola, ossia quegli uomini che per inspirazione divina preannunziavano il futuro, quanto ai poeti, agli oratori e ai pubblici parlatori. Dippiù troviamo che questo epiteto viene dato indifferentemente tanto a quegli animi eletti per dottrina e per pietà, e che o inspirati direttamente da Dio, o da un ardente patriottismo non aspiravano che al bene della patria; quanto a quei tristi che adoperavano la loro facilità di eloquio e le loro doti intellettuali ad adulare i principi, e a corrompere sempre più il popolo, trascinando e questi e quelli nell'idolatria e nella schifosa e ributtante immoralità che ne conseguiva. Il profetismo, nel suo lato buono veniva ad essere una scuola di iniziati, di uomini virtuosi e santi per costumi e disinteresse; di patriotti intemerati ed ardenti, che spesso sotto la sorveglianza diretta di un profeta di grido venivano ammaestrati nella scienza religiosa, nella letteratura e nella eloquenza; onde col fascino della facilità di eloquio, colle doti della mente e più cogli esempi di una vita virtuosa, s'incaricassero di fare trionfare in Israele la giustizia, la carità e l'amore. Per poco che si sia studiata la Bibbia non si possono ignorare il famoso apologo di Natan a Davide onde rimproverargli la morte di Uria; la predizione di morte fatta da Michea ad Acabbo in pena del vigliacco assassinio commesso con ipocrito zelo religioso sull'infelice Naboth; le apostrofi veementi di Elia allo stesso re e ad Ocozia quando gli rimprovera i suoi delitti e gli predice che, «non scenderebbe più dal letto in cui sali in principio del suo malore» ecc. Questi esempi basteranno a convincerci che nessuna considerazione personale, nessun timore era accessibile al cuore adamantino di quegli uomini egregi, che accettavano il grave, uggioso e pericoloso compito di proclamare la verità, di patrocinare la causa del debole, di difendere l'oppresso. Parecchi commentatori fra i quali Ionathan Ben-Uzièl, Rascì e Radak, si accordano nel ritenere che il profeta di cui si tratta nello storico episodio sopraddetto, e costantemente designato col nome di anavi azaken (il vecchio profeta), fosse un profeta falso malgrado la divina inspirazione ch'egli ebbe sedendo a mensa.
[81]G. Flavio dice nelle sue antichità Giudaiche: Che avendo Adamo profetizzato che la terra sarebbe stata un giorno giudicata col fuoco o coll'acqua, i figli di Seth che avevano già rinvenuto parecchie scienze, fra cui l'astrologia, alzarono due altissime colonne, una di mattoni e l'altra di pietra e scrissero in amendue le nozioni delle scienze imparate e le scoperte da essi fatte: coll'intendimento che, ove la colonna di mattoni fosse atterrata dalla forza delle pioggie, restasse sempre quella di pietra per indicare a qualche superstite i progressi fatti nelle industrie e nelle scienze.
[82]Isaia ed Ezechiele parlando di navi fanno menzione di alberi, di vele, di gomene e di remi.
[83]Siamo persuasi di fare cosa sommamente grata ai nostri lettori inserendo qui la bizzarra «leggenda di Salomone» che si rapporta a questo fatto. Crediamo che non sarà difficile capirne l'allusione delli «versi strani»: Il sapientissimo re al quale era stato affidato il glorioso incarico di fabbricare la Casa Sacra, turbato dall'ordine divino che il Sacro tempio non fosse tocco da ferro, non sapeva trovare modo di compire la grande impresa. Come infrangere enormi massi di marmo e fare a pezzi durissimi legni senza aiuto di ferro? Chiamati a sè i suoi ministri ed esposta loro la cagione del suo turbamento, uno dei più sapienti così rispose: «Gran re! L'ultimo giorno della creazione in sull'imbrunire il Creatore, diede la vita ad un vermicello chiamato shamir, il quale possiede la singolare virtù di tagliare i marmi più duri col solo suo tocco. Dove questo vermicello annidi non seppe mai mente umana». Ma il re sapientissimo, a cui era stata data piena signoria su tutti gli spiriti, chiamò a sè due scedim (spiriti, che avevano molta affinità cogli uomini, perchè la credenza popolare riteneva che come questi si nutrissero, vestissero abiti e si propagassero ecc.) ed impose loro di indicargli il luogo ove il shamir si nascondeva. Questi tremanti dichiararono che quel segreto era solamente noto al loro re Asmedai. Interrogati ove quel principe avesse sua dimora risposero: Egli abita sulla vetta di un monte di qui assai lontano, e dentro al monte egli ha scavato una profonda pozza che ha riempito d'acqua, e che chiuse con un gran masso attaccato al terreno colle impronte del suo suggello, e ogni mattina prima di salire al cielo ed ogni sera nello scendervi, esamina attentamente i noti segni, beve e riposa. Salomone licenziò gli spiriti e chiamò a sè il suo prode capitano Benajà; gli porse una catena con sopravi impresso il santo nome di Dio, e un gran numero di fiaschi di vino e lo incaricò di condurgli Asmedai. Benajà si avviò alla grande opera e dopo molti giorni di viaggio arrivò al monte designato. Cominciò collo scavare un largo fosso ove fece scorrere tutta l'acqua della pozza, e poscia ne scavò un altro più sopra e pel quale versò nella pozza tutto il suo vino. Nel cadere della notte Asmedai, sceso dal cielo, si avvicinò alla pozza, ne esaminò il suggello e lo trovò intatto, sollevò il masso e vi sprofondò dentro. S'accorse del cambiamento e temendo di qualche insidia si propose di non bere, ma straziato da ardente sete tracannò ingordamente una quantità di vino e venne colto da profondo sonno. Benajà che stava alle vedette si slanciò frettolosamente sul dormiente e gli girò intorno al collo la sacra catena. Asmedai si svegliò e accortosi della catena che lo serrava si dibattè disperatamente e mandò urli spaventevoli; ma poscia accorgendosi dell'inutilità d'ogni suo tentativo si acquetò e seguì Benajà. Giunti alla presenza di Salomone questi gli fece manifesto il suo desiderio ed Asmedai così gli rispose: Il shamir fu confidato al re del mare; e questi l'ha confidato al gallo selvatico, e col più terribile dei giuramenti l'ha stretto a conservarlo inviolato e sempre. E il gallo selvatico ha posto il suo nido in un alto monte nudo e deserto e mai se ne diparte che non porti seco il suo deposito. Salomone chiamò di nuovo il suo fedele Benajà e lo mandò alla scoperta del gallo selvatico. Il prode guerriero s'avviò al disimpegno del suo incarico e dopo lungo cammino gli riescì di scoprire il nido del gallo selvatico. Attese che il gallo vi uscisse, chiuse il nido con una campana di vetro e poscia si nascose e aspettò. Ritornò il gallo selvatico e corse al suo nido a portare l'imbeccata ai suoi pulcini; trovò il vetro e vi si arrestò sopra; girò intorno, sparnazzò colle ali, spinse e picchiò, ma invano. I pulcini intanto chiamavano e piangevano. Finalmente ricorse al prezioso deposito per infrangere il vetro; trasse di sotto le ali il shamir e l'accostò.... Ma in quel punto Benajà uscì dal suo nascondiglio e mandò un grido terribile: il shamir cadde a terra, e Benajà ebbro di gioia lo raccolse avidamente e fuggì. Il povero gallo selvatico, disperato del violato giuramento si diede la morte.
[84]Salomone volendo rappresentare quel senso di disgusto e di ripugnanza che si prova nel vedere un oggetto prezioso e pregiato ornare una persona deforme, paragonò una donna bella e gentile ma priva di senno, a un nézem d'oro pendente dal naso di un maiale.
[85]A quest'uomo che risuscitò la legge quando stava per estinguersi, si attribuisce la fondazione della Chenesced Aghedolà (la grande Accademia o Sinagoga), cioè di una assemblea di Dottori della quale egli fu il primo Presidente e Simone il Giusto l'ultimo, i quali dovevano conservare e spiegare la legge e tramandarsi di uno in altro le tradizioni orali che la completavano. (Come diremo più estesamente altrove, queste tradizioni e spiegazioni furono poi raccolte dal Rabbino Giuda sopranominato akadoss (il santo) nella Misnà, e dai due Dottori Ravà e Rav-Assè nel Talmud o Ghemarà). A lui si attribuisce l'invenzione dei punti vocali, degli accenti e della màsora o critica filologica del testo biblico; a lui si attribuisce la compilazione delle orazioni quotidiane, e oltre al libro che porta il suo nome e che si crede scritto da lui, gli sono attribuiti anco i due libri de' Paralipòmeni. Vuolsi pure che il libro di Malachia (l'ultimo dei profeti canonici) appartenga altresì a lui, e che abbia occultato il suo vero nome sotto questo, che vale angelo o messo.
[86]Natinei vale dati, votati, e probabilmente erano prigionieri di guerra che avevano adottato la religione di Mosè, e che secondo il libro d'Esdra furono consacrati da Davide e dai suoi Capitani al servizio dei leviti, ad imitazione di ciò che fece Giosuè dei Gabaoniti. Non crediamo fuori di luogo di raccontare questo brano di storia sulla conquista della Palestina, che servirà pure a ristabilire un fatto, che a torto viene interpretato in modo sfavorevole al popolo nostro. Finito il lutto per la morte di Mosè, il popolo ebreo mosse verso il Giordano, che, come dicemmo altrove, passò a piedi asciutti. Pervenuta la notizia di questo fatto, della presa di Gerico città importantissima munita di alte mura e forti torri, della espugnazione di Ai alle orecchie dei Gabaoniti; questi nella speranza di stornare dal loro capo la sorte esiziale da cui erano minacciati ricorsero ad uno strattagemma. Scelti tra loro parecchi individui li ammaestrarono sul da farsi, li provvidero di indumenti vecchi e logori, di pane ammuffato, d'otri di vino secchi è screpolati dal tempo. Godesti uomini si portarono al campo degli Ebrei, si presentarono a Giosuè e agli anziani, si finsero venuti da paesi lontanissimi inviati dai loro anziani e concittadini a domandare la loro alleanza e ad implorarne l'amicizia, in causa dell'onnipotenza dimostrata dal loro Dio coi grandi miracoli operati in loro favore in Egitto e nel deserto. A conferma delle loro asserzioni presentarono il pane muffato e che assicurarono essersi preso dietro appena tolto dal forno; mostrarono gli abiti indossati, a loro dire, nuovi e logoratisi pel lungo cammino. Giosuè e i principi si lasciarono ingannare da tale racconto menzognero e senza consultare Iddio conchiusero seco loro l'invocata alleanza; ma dopo tre giorni si venne a conoscere la verità. Il popolo alzò gravi querimonie contro la precipitazione dei principi. Ma il fatto non potevasi oramai revocare, l'alleanza era stata giurata nel nome dell'Eterno e non si poteva violare; quindi Giosuè volendo dare soddisfazione al popolo e nello stesso tempo mantenere la fede giurata, destinò i cittadini di Gabaon ai grossi servizii del Tempio. Oltre alle precise istruzioni date da Mosè nel condurre l'assedio di città lontane o non appartenenti alle nazioni votate a morte pei loro peccati; oltre alle storiche assicurazioni che constatano come Davide e Salomone abbiano vinti e resi tributarii parecchi popoli senza distruggerli; l'esistenza stessa dei Natinei è una prova convincente che Mosè non aveva imposto agli Ebrei di sterminare senza pietà tutti i popoli della Palestina, come erroneamente o maliziosamente pretesero parecchi scrittori. La totale distruzione era stata decretata solamente per sette popoli o tribù le cui opere erano talmente nefande «che la terra, dice Mosè con una figura espressiva, stomacata e polluta li vomitava dal suo seno». Anzi i nostri Dottori dicono che prima di accingersi alla conquista della Terra Santa, Giosuè mandò nella Palestina tre proclami così concepiti: «1º Chi vuole sancire con noi un punto di pace sarà accettato; 2º Chi vuoi sottrarsi all'eccidio esca volontariamente dalla Palestina; 3º Chi vuole guerra avrà guerra». I Gabaoniti accettarono il primo; la popolazione Gersunita si uniformò al secondo; 31 principi mossero guerra e soggiacquero.
[87]L'epiteto fariseo passò quale sinonimo di falso religioso, di vilissimo ipocrita, quantunque tale designazione non sia sempre assolutamente esatta. Egli è per questo che noi crediamo bene di trascrivere le seguenti linee del celebre S. D. Luzzato, nelle quali ci viene spiegata l'origine del fariseismo e il significato di tale denominazione. «A Esdra tenne dietro gran numero di soferim. Dei più antichi non si conoscono i nomi, e questi innominati sono i veri fondatori del Rabbinismo, gli autori di tutte quelle instituzioni che diconsi divrè soferim, o parole degli scribi (il nome sofer significò poscia anche maestro di scuola ed anche scrivano, copista). Col lasso del tempo vi furono dei falsi scribi, degli scribi ipocriti, come vi furono nel primo tempio i falsi sacerdoti o i falsi profeti. Questi falsi devoti furono detti per ischerno farisei, astinenti, austeri; e quando la tendenza liberale e grecizzante formò un partito sotto il nome di Sadducei, l'epiteto di farisei fu da questi dato indistintamente a tutti i rigoristi, attaccati alle istituzioni degli antichi scribi, sia che fossero veramente ipocriti, sia che fossero uomini d'una sincera pietà».
[88]A titolo di curiosità storica e per gli eccellenti ammaestramenti morali che racchiudono, non vogliamo privare i nostri lettori delle principali fra le dieci domande, che al dire dei nostri Dottori, Alessandro Magno indirizzò ai sapienti d'Oriente e le risposte date dai medesimi: e di un apologo sui viaggi e sulla straordinaria avidità di conquista che teneva agitato lo spirito di quel monarca, e per la quale non si peritava a gettare intiere nazioni in braccio agli orrori di guerre funestissime. Ecco le domande: «Misura forse maggiore distanza l'Oriente dall'occidente o il cielo dalla terra?» I pareri furono discordi: chi opinava la distanza essere pari e chi la voleva maggiore dall'Oriente all'Occidente. «Nella creazione del mondo quale delle due cose ebbe la precedenza tra il cielo e la terra?».—«Il cielo».—«Fu creata prima la luce o l'oscurità?». Questa interrogazione non ebbe una risposta sicura. Ma perchè obiettarono altri sapienti non gli si rispose «l'oscurità», poichè effettivamente risulta dal sacro libro che essa dominava l'abisso? A questa giusta osservazione venne risposto, che temendosi per parte di quel monarca altre interrogazioni insolubili sull'eternità di Dio e sulla fine del mondo, si preferì di interromperne il corso prendendo a pretesto l'insufficiente capacità di poter soddisfarne il desiderio». Qual uomo, ridomandò egli, puossi chiamare veramente sapiente?—«Il preveggente»—Quale veramente forte?—«Quello che sa vincere le proprie passioni»—Quale veramente ricco?—«Quello che è contento del proprio stato». Ed ecco ora l'apologo: Alessandro seguendo la sua insaziabile bramosia di grandezze e di regni, manifestò agli stessi sapienti il disegno di attraversare i monti delle tenebre, e chiese loro consiglio sui mezzi da impiegarsi per riuscirvi. Ottenutili e attraversati quegli orridi monti, giunse fino agli estremi confini dell'Asia, e si trovò presso il paese delle Amazzoni, ove le donne erano preposte al Governo, compievano gli uffizi guerreschi e combattevano invece degli uomini. Queste gli mandarono un'ambasciata di parecchie loro compagne, che gli tennero il seguente libero discorso: «Sire! Se mediti di moverci guerra, tu tenti una folle impresa. Se vinci, quale gloria d'avere vinto delle donne? Se sei vinto, quale disonore d'essere vinto da donne?» Alessandro persuaso da tale giudizioso discorso abbandonò l'impresa, e dopo d'avere fatto incidere sovra un sasso queste parole: «Io Alessandro, fin qui stolto e vano, appresi senno dalle donne»; volse la sua marcia verso un paese dell'Africa. Il re di quello stato conscio della propria debolezza e della potenza di Alessandro, gli aperse la città e la reggia e lo invitò a pranzo. Tutto nella mensa era oro: pane, pietanze, frutti tutto era d'oro. Alessandro altamente stupito rivolgendosi al suo ospite gli chiese: «Che mangiate oro nel vostro paese?»—«Posso io credere, rispose esso, che tu mova così lontano per nutrirti, come gli altri uomini, dei prodotti del campo? Forsechè fanno essi difetto nel tuo paese? Io m'immaginai che tu volessi oro, e ti presentai dell'oro». Ritornato in Asia, Alessandro camminava un giorno per lo mezzo di sterili deserti e d'inculti terreni, e capitò alfine presso un ruscelletto le cui acque scorrevano con un mormorio così dolce e tranquillo, che parevano invitare il passeggiero a sedersi sulle rive onde godervi riposo e pace. Alessandro aderì a questo tacito invito, si sedette, bevve di quell'acqua che trovò di un sapore delizioso, fece tuffare in essa alcuni pesci salati di cui era provvisto, e sentì che mandavano una fragranza soave. Fortemente maravigliato, gli balenò in mente il desiderio di cercare il paese fortunato da cui quel ruscello traeva la sorgente. A quell'uomo singolare bastava gli si suscitasse un desiderio nell'animo, per volerlo immediatamente compiuto. Risalendo a ritroso dell'acqua giunse alla porta del Paradiso. Picchiò, ma gli venne negato l'accesso. Alessandro ripigliò colla sovrana alterigia del suo focoso carattere: «Apritemi, ch'io sono Alessandro il Grande conquistatore dell'Asia»—«No, gli fu risposto, questa è la porta del Signore; e qui non possono entrare che i soli giusti che seppero dominare le loro proprie passioni». Alessandro impiegò preghiere e minacce per esservi ammesso; ma accorgendosi che tutto era invano, così parlò al guardiano del Paradiso: «Dammi alcuna cosa che mostri al mondo com'io son venuto colà, ove nessun mortale giunse prima di me». Una mano invisibile gettò allora disopra l'alta muraglia un piccolo involto, che venne a cadere ai piedi di Alessandro. Questi lo raccolse con avidità, e tornò frettolosamente alla sua tenda. Ma quale non fu il suo stupore, allorchè aperto l'involto, vi trovò racchiuso un occhio di morto. Furibondo lo gettò a terra. Ma un suo savio consigliere così gli favellò: «Gran re! Non disprezzare questo dono, perchè se tu lo libri coll'oro e coll'argento vi troverai in esso qualità straordinarie». Alessandro ordinò di provare immantinenti. Si recò una bilancia; la reliquia fu posta in un guscio, l'oro nell'altro; e con grande meraviglia di tutti per quanto oro vi si mettesse, l'occhio traboccava sempre. «Non v'è dunque contrappeso che valga a rimettere l'equilibrio, esclamò Alessandro?» Altro che! rispose il savio, voi vedrete che basta assai poca cosa»: e raccolto un tantino di terra ne coperse l'occhio, che subito si sollevò nel suo bacino. «Se il puoi, spiegami immantinenti questo fenomeno, gridò Alessandro»—«Eccomi a soddisfarti, rispose il savio vecchio. Quest'occhio rappresenta la cupidigia insaziabile del cuore umano. Finchè quell'occhio sta aperto non v'è nè oro, nè argento, nè ricchezza che basti a soddisfarlo. Ma chiuso e coperto di terra, allora si fa palese la vanità dei suoi ambiziosi progetti e dei suoi sconfinati desiderii; e dei grandi della terra non avanza che la memoria del bene o del male che fecero ai popoli confidati al loro governo.
[89]Fu pure nel corso della persecuzione di questo tiranno, tanto tristo quanto dissennato, che successe quel pietosissimo caso di sette fratelli che subirono il martirio, piuttosto che cedere alla intimazione di cibarsi di carne porcina o di fare atto di ossequio alle divinità greche. Ecco come viene esposto nel Talmud questo fatto, che per una strana confusione di data, venne registrato tra i luttuosi avvenimenti successi all'epoca della distruzione del secondo Tempio. Condotti questi sette fratelli al cospetto dell'Imperatore questi invitò il primo a fare atto di adorazione al simulacro del suo idolo. Il fanciullo rispose: Signore! Mi è impossibile ubbidirti, inquantochè sta scritto nel sacro libro della nostra religione: «lo sono l'Eterno Iddio tuo». Fu consegnato al carnefice e morì fra i tormenti. Venne introdotto il secondo e all'identico invito fatto al primo rispose: Sta scritto nella legge, «non sarà a te altro Dio al mio cospetto» e anche questo incontrò la sorte del fratello. Il terzo rifiutò di obbedire appoggiandosi al divino comando di «non inchinarsi a Dio straniero»; il quarto riferendosi alla minaccia «di scomunica» comminata «a colui che sacrifica a Dêi stranieri»; il quinto col proclamare l'unità di Dio espressa nel primo versetto del Schemah; il sesto col ripetere un versetto del Pentateuco concepito in questi termini: «E conoscerai oggi e serberai in cuore che l'Eterno è (l'unico) Iddio nel cielo disopra e nella terra dissotto e non ve n'ha altri» e come i due primi anche questi spirarono fra atroci tormenti. Venne la volta del settimo, la cui gioventù e bellezza disponendo in suo favore lo stesso tiranno, questi gli propose di gettare in terra il proprio anello ch'egli dovrebbe inchinarsi a raccogliere, lasciando supporre agli astanti un attestato di omaggio verso l'idolo la cui immagine stava scolpita sull'anello. Ma l'eroico fanciullo rifiutò con disdegno, e dichiarò attenersi strettamente vincolato dal patto conchiuso tra Israele e Dio e pel quale il primo prometteva di mantenersi fedele alla legge ricevuta, e il secondo di considerare perpetuamente Israele per suo popolo peculiare. Intanto che anch'esso era condotto a morte così pregò la povera madre; «Lasciate ch'io abbracci ancora una volta il mio povero figliuolo». Il figliuolo le si getta nelle braccia, e questa lo stringe teneramente al seno e lo bacia, e gli dice: «figliuoli miei! andate in pace, e dite al Signore che il patriarca Abramo erasi disposto a sacrificargli un solo figlio, ed io ne sacrificai sette per la gloria del suo nome». E in così dire scoppiandolesi il cuore per la insopportabile ambascia esalò l'eroica e desolata sua anima.
[90]Sono moltissimi i passi biblici che ci autorizzano a questa opinione: ne rapporteremo alcuni. Abramo essendosi rifiutato di accettare la cortese offerta fattagli da Ebron l'Iteo di concedergli gratuitamente la grotta di Macpelà per seppellire la propria moglie, glie ne pesò il prezzo convenuto in quattrocento sicli d'argento correnti a mercanti. I fratelli di Giuseppe riportando in Egitto il danaro ritrovato nell'imboccatura dei loro sacchi, dichiararono al maestro di casa di averlo riportato dello stesso peso di quello sborsato prima. Geremia comprando un campo da Hhanamél suo zio gliene sborsò il prezzo di sette sicli e dieci monete d'argento in peso, e finalmente troviamo nel profeta Amos che volendo far palese la malafede di disonesti mercanti mette in loro bocca le seguenti parole: «Vendiamo con false misure, e pesiamo con false bilancie l'argento che ci viene dato». Per l'esattezza storica non possiamo però esimerci dal fare riflettere che nella Bibbia troviamo altresì la parola pesare adoperata all'epoca dei Persiani, epoca in cui senza dubbio tale parola doveva avere il senso di pagare poichè si aveva sicuramente l'argento coniato. Bœkh nelle sue ricerche metrologiche dà per istorico ciò che racconta Erodoto VI, 127, che cioè Fidone tiranno d'Argo abbia pel primo fatto battere moneta in Grecia l'anno 750, avanti l'êra volgare, dietro un sistema di pesi e di misure imparato dai Fenicii, ai quali parecchi autori Greci fanno risalire l'invenzione delle monete, quantunque lo stesso Erodoto ne attribuisca il merito ai Lidii. Ora gli Ebrei che avevano così frequenti relazioni coi Fenicii non avranno forse creduto ancor più che utile, indispensabile l'avere anch'essi moneta coniata? Questa opinione è sostenuta da Bertheau nella 3ª edizione della sua Archeologia d'accordo con parecchi altri autori.
[91]Nella Biblioteca reale di Parigi si trovano 6 specie di tali monete, tre d'argento e tre di rame. Le prime tre d'argento sono le seguenti: 1º Un siclo che porta impresso un vaso con sopra un'Alef (prima lettera dell'alfabeto) adoperata certo come cifra significante 1º anno della liberazione—2º Un mezzo siclo che porta un vaso eguale a quello del siclo con sopra le iniziali Anno 2º—3º Una medaglia colla leggenda «lehherud ierusaláim» (per la libertà di Gerusalemme) dall'uno lato, e dall'altro lato la parola «Simeone»—4º Una moneta di rame colla iscrizione: «Simeone principe di Israele» e intorno ad un gambo di balsamo che sta in una delle sue faccio la leggenda: «Anno primo della liberazione d'Israele»—5º Altra moneta di rame colle stesse iscrizioni.—6º Finalmente una terza moneta di rame colla leggenda: «Anno quarto... metà»—«della liberazione di Sionne».
[92]Poichè ci si presenta l'opportunità rapportiamo la «teoria del digiuno» data dai nostri Dottori. «Un Dottore dice: chi fa digiuno volontario è un peccatore. La sacra legge impone un'espiazione al Nazareno perchè ha mancato contro sè stesso, giurando di astenersi dal vino. Se è peccatore chi tribola sè stesso con questa sola astinenza, è doppiamente peccatore chi si astiene dai doni celesti». Un altro Dottore dice: «non è peccatore, anzi è un uomo pio». «Il sapiente non deve fare digiuni volontarii, perchè toglie a sè la forza di lavorare per la gloria del nome divino». «Lo studioso che fa digiuno, possa il cane portargli via il suo pasto». «Nei pubblici digiuni, il più venerabile della comunità s'alza e dice: «Fratelli miei! non il digiunare, non il coprirsi di cilicio, valgono ad impetrare la grazia divina, ma la penitenza, ma le opere buone. Nel perdono concesso ai Niniviti, dice il profeta, Dio non fece caso dei loro digiuni e dei loro cilici, ma del loro pentimento».
[93]Il vocabolo soter deriva da una radice araba che indica tracciare, scrivere e Michaelis presume che i soterim fossero incaricati di tenere le tavole genealogiche e i registri degli officii e dei tributi a cui era chiamata a concorrere ciascuna famiglia.
[94]Non abbiamo dati sicuri per indicare l'età voluta per costituire l'Anziano. Abbiamo però un fatto da cui possiamo argomentarla. Roboamo figlio e successore del re sapientissimo, aveva circa quaranta anni allorchè per rispondere alla domanda del popolo di voler diminuite le esorbitanti imposizioni che doveva sopportare, si consigliò coi suoi coetanei, che la storia appella giovani, dando poi il titolo di anziani, ai consiglieri del defunto suo genitore.
[95]La sollevazione contro Mosè a cui si vuole alludere è quella di Cora già da noi accennata. La disfatta subita da Giosuè sotto le mura della piccola città di Ai, fu causata dal peccato di certo Ahhán, il quale violando il giuramento fatto da Giosuè in nome del popolo, di considerare quale scomunica (hherem) la città di Gerico e tutto quanto vi si conteneva in essa, epperciò di sola spettanza dei sacerdoti; avido e stolto si appropriò alcuni oggetti di valore. Merita pure di essere ricordata la proibizione fatta da Giosuè di rifabbricare la città medesima, sotto pena di vedersi morire dal contravventore il figlio maggiore alla sua fondazione, e il figlio minore all'istante che la si munisse delle porte. Per tale motivo Gerico rimase rovinata sino ai tempi del re Acabbo, in cui per l'affievolimento del sentimento religioso prodotto dall'idolatria, venne in animo a certo Hhiél di rifabbricarla tenendo in non cale la minaccia di Giosuè. Ma male gliene incolse, perchè la minaccia ebbe il suo compimento: i due suoi figli, il primogenito Abiram e l'ultimogenito Segov vi perdettero miseramente la vita.
[96]La legge esentava dal servizio militare: 1.º I fidanzati e i coniugi di un anno di matrimonio non ancora compiuto. 2.º Coloro che avevano fabbricato una casa nuova e non ancora abitata. 3.º Quelli che avevano piantato una vigna od un campo d'olivi e non per anco raccoltine i frutti. 4.º I timidi ed i trepidanti all'appressarsi della pugna.
[97]In parecchi luoghi Mosè parlò di questa specie di Oracolo. La prima volta quando ordinò la confezione dei diversi indumenti sacerdotali colle seguenti parole: «E porrai dentro al pettorale della decisione gli Orim e i Tumim, e staranno sul petto di Aronne quando entrerà innanzi al Signore, ed Aronne porterà sul petto sempre, presentandosi innanzi al Signore, la decisione (l'Oracolo) dei figli d'Israele»; la seconda volta quando passò in rassegna i lavori ordinati; la terza volta quando Iddio incaricando lo stesso Legislatore di imporre le sue mani nella testa di Giosuè per costituirlo suo successore così si espresse: «Egli (Giosuè e il Capo futuro) poi starà davanti di Eleazaro il sacerdote, il quale consulterà per lui la decisione degli Orim, davanti al Signore e secondo al suo detto (responso) uscirà ecc.»; la 4ª volta allorquando benedicendo la tribù di Levi la proclamò meritevole di portare gli Orim e Tumim divini. Che cosa erano dunque questi Orim e Tumim? Mosè non ci dà sopra verun altro schiarimento epperciò sono assai disparate le opinioni dei diversi commentatori. Nella nostra impossibilità di farne oggetto di discussione conchiuderemo col celebre Reggio il quale amplificando l'opinione emessa dai nostri dottori dice: «che gli Orim e Tumim erano una scrittura santa il cui secreto stava unicamente tra Dio e Mosè, e che venivano appellati Orim dalla radice Or (luce) perchè illuminavano di una luce divina il Sacerdote che li indossava, e Tumim la cui radice vale perfezione perchè davano un responso perfetto e sicuro». La storia ci apprende come si sia ricorso a quest'oracolo in parecchi casi straordinarii, e com'esso abbia sempre dato il relativo responso tranne a Saulle dopochè ei venne riprovato da Dio.
[98]L'assioma citato nella Misnà «il re non giudica nè viene giudicato» si rapporta a una decisione presa negli ultimi tempi del secondo Tempio, in seguito ad una contestazione nata tra il Presidente di un tribunale che voleva mantenute inviolate le prerogative che la legge sanciva a riguardo dei giudici, ed un re (citato a testimonio) che abusando della sua alta posizione, si credette in diritto di manometterle a suo vantaggio.
[99]«Una delle maggiori meraviglie a chi legge la Genesi, dice C. Cantù, è la sua concordanza coi più recenti acquisti della scienza». «Tutte le scoperte umane, disse Herschel, paiono fatte solo allo scopo di meglio confermare le verità chiuse nei libri di Mosè». Il sommo Gioberti nella sua Teorica del sovranaturale così ragiona delle tre classi in cui distingue i geologi odierni: «Gli uni si studiano di conciliare la scienza della terra colle tradizioni mosaiche, mediante una vasta e profonda cognizione dell'una e delle altre; e questi sono degni di grandissima lode. Gli altri si restringono fra i soli termini della geologia ecc. Ma vi sono alcuni terzi (pochi per buona ventura), che senza forse sapere di geologia più che tanto, spacciano Mosè per un favolatore solenne, e un parabolano; dei quali non si può dir altro, se non che scambiano il millesimo corrente col passato, quando essi intendano di far ridere alle spese della religione ecc.». «Nella Genesi Mosè è lo storico della creazione, il sopranaturale rivelatore di tutte le origini. La creazione della luce, la formazione del mattino, della sera, della notte, l'ampiezza delle acque incarcerate in profondi abissi, la terra che vestesi d'erbe e di piante, il sole posto nel centro dell'azzurro firmamento, la luna e le stelle obbedienti alla voce che segna loro il cammino attraverso lo spazio; gli animali che in loro infinita varietà, piglian possesso dei mari, dei monti e delle pianure; infine l'uomo, l'ultima e più bella opera di Dio, il quale nel: bel mezzo del giovine universo, ne vien per così dire fatto Sovrano... Mosè ci spiega in tre pagine l'universo e l'uomo. Sulle grandi cose da Mosè dette in tre pagine vi furono migliaia e migliaia di libri in ogni secolo e presso tutte le nazioni antiche e moderne; ma non fu vero se non ciò che trovossi conforme alla testimonianza di Mosè. Gli sforzi del genio in quaranta secoli, le profonde investigazioni nelle viscere della terra, nelle più disparate regioni, e le indagini fatte nelle più tenebrose memorie del genere umano, non fecero che dare solenne ragione alla mosaica cosmogonia....». «Se nella Genesi non vi fosse il soffio di Dio, se non la fosse che pura opera umana, non vi sarebbero lingue bastevolmente eloquenti ad ammirare l'Ebreo legislatore. Il Decalogo in paragone del quale le antiche leggi di Persia, d'India, d'Egitto, di Grecia e di Roma non sono che immagini grossolane e rozze invenzioni, e che divenuto suprema guida del genere umano; la morale politica e religiosa organizzazione di una nuova nazione che tutto abbraccia a forza di profonda saviezza, giustizia e provvidenza; quelle regole, quelle prescrizioni, quelle massime espresse con mirabile semplicità, hanno per noi l'aspetto della verità che discende dal cielo in terra a visitare l'uomo». Poujoulat—Histoire de Jerusalem.
[100]I Karaiti, setta ebraica naturalmente posteriore alla pubblicazione della Misnà, e ridotta ora a pochi gregarii sparsi nella Russia, che respinsero appunto ogni rabbinico insegnamento per mantenere alla lettera tutti i riti mosaici; ci sono testimoni viventi della stranezza di certi usi. Così a cagione d'esempio essi usano, di non sortire affatto di casa al sabbato e di non farvi accendere fuoco nelle loro abitazioni; di portare il zizid nell'abito; di legare i Tefilim sulla mano; di non praticare la visita nei visceri degli animali, nè ucciderli col nostro sistema ecc.
[101]I sacrifizii di cui le vittime non potevano essere scelte che nelle seguenti specie di animali domestici, vale a dire: buoi, montoni, agnelli, colombe e tortore, erano di diversa specie: 1º La Olà (olocausto) parola derivante dal Greco olos (tutto) e kaio (bruccio) che veniva offerta quale sacrifizio quotidiano del mattino e della sera, quale sacrifizio addizionale della festa, e talvolta anche quale sacrifizio di privato. La vittima si abbruciava totalmente tranne la pelle che apparteneva ai sacerdoti. 2º Il Hhatath (sacrifizio per lo peccato), e l'Assam (sacrifizio per la colpa) che si portavano per diversi peccati volontarii od involontarii specificati dalla legge, nei quali potevano incorrere tutti i fedeli, compresi il Principe e il Pontefice.—L'infallibilità non è dote dell'uomo. Tutti possono errare perchè tutti sottoposti alle stesse passioni e agitati da consimili desiderii. Dio solo è perfetto, epperciò lui solo infallibile.—Di questa specie di sacrifizii si abbruciavano le sole parti grasse destinate all'altare, e il resto apparteneva esclusivamente ai sacerdoti. 3º Il Zìbahh asselamém (sacrifizio pacifico o di riconoscenza). Il titolo stesso ne indica lo scopo. Erano sacrifizii che si portavano per ricorrenze festive e in rendimento di grazie al Signore per benefizii da lui ricevuti. Abbruciate le parti grasse in onore di Dio, il resto veniva diviso tra i sacerdoti e gli offerenti. I poveri e i forestieri erano quasi sempre invitati a parteciparne. Oltre a tali sacrifizii ve n'erano alcuni altri che chiameremo circostanziali, quali sarebbero quelli pei peccati d'ignoranza del popolo nelle varie feste dell'anno; quelli dei Nazireni inavvertitamente resi impuri; quelli che portavano le persone guarite dalla lebbra, ecc. Di questa specie di sacrifizii i due seguenti meritano particolare menzione. Il primo è quello che veniva immolato nel caso in cui si trovasse una persona assassinata in mezzo ai campi senza che si fosse potuto scoprirne l'uccisore. La legge ordinava che dato questo caso gli anziani e i giudici sedenti in Gerusalemme, si portassero nel luogo ove era stato consumato il reato e misurassero quale città fra quelle che circondavano il cadavere, ne fosse la più vicina. Gli anziani della città indicata, dovevano prendere una giovenca che non fosse stata adoperata al lavoro, e che non avesse mai tirato al giogo. Dovevano quindi condurla in una valle sassosa, non coltivata, nè seminata, ed ivi ucciderla. Ciò fatto tutti gli anziani di quella città dovevano lavarsi le mani nel sangue di quella giovenca e dire: «Le mani nostre non versarono questo sangue e gli occhi nostri non videro (chi lo versò)». E i sacerdoti e i leviti dicevano: «Deh o Signore! perdona al popolo tuo Israele che liberasti (dalla schiavitù egizia) e non porre in mezzo al tuo popolo Israele (la colpa, la responsabilità del versato) sangue innocente». Questa prescrizione fu probabilmente inspirata da due motivi: Il primo valeva a raffermare la pena di morte di cui si era reso meritevole l'assassino, il secondo serviva a mantenere negli animi il dovuto orrore pel sangue versalo. Il 2º era quello della così detta vacca rossa, perchè la scelta della vacca la cui cenere doveva servire per la purificazione di certe impurità, come quella di aver toccato un cadavere ecc. doveva cadere su d'una che fosse totalmente rossa, senza difetti e che non avesse mai portato giogo. Vogliono i commentatori che questa disposizione, di cui non ci si dà il più piccolo schiarimento, fosse consigliata a Mosè dal pensiero di espellere onninamente dal cuore del popolo la tendenza all'adorazione della vacca, che come si sa, era il principale oggetto del Culto degli Egiziani. V'era pure la minhhà (offerta) che per lo più si componeva di fior di farina di frumento e d'olio d'oliva. Tale offerta era per lo più accessoria delle vittime dei sacrifizii, ma pel povero sostituiva le vittime stesse. Talvolta si offriva la farina pura, versandovi entro dell'olio e mettendovi incenso, e talvolta se ne facevano schiacciate azzime unte d'olio e cotte al forno o in su una tegghia. Era obbligatorio mettervi sale quale segno di un'alleanza durevole con Dio, detta berith mélahh, e proibito di mescolarvi lievito o miele.
[102]I nostri Dottori, che nei loro studi sulla Bibbia non si lasciarono sfuggire nessun precetto e nessun avvenimento senza farne risaltare il concetto morale che ne poteva provenire, si fermarono appunto su questo fatto; e constatarono come la legge divina abbia principio da un'opera di misericordia, praticata da Dio stesso verso Adamo ed Eva col coprirne la nudità con tuniche di pelle allorchè li scacciò dal Paradiso terrestre; e termini con un'altra opera di misericordia compiuta parimenti da Dio verso Mosè col seppellirne il cadavere.
[103]Fedeli al compito che ci siamo prefissi, di dare cioè quelle maggiori nozioni storiche che hanno una qualche relazione coi diversi argomenti che andiamo trattando, e tanto maggiormente poi quando tali fatti abbisognano di essere dilucidati; crediamo utile raccontare brevemente questo avvenimento, facendolo seguire dagli opportuni schiarimenti che ci vengono somministrati da commentatori tanto ortodossi quanto eruditi. Ecco il fatto. Dopochè Mosè ebbe vinto Sihhon re dell'Emoreo, e Og re del Bassan, il campo degli ebrei venne trasportato nelle pianure di Moab. Non era affatto nella intenzione di Mosè di aggredire Moab sia perchè gli era stato ciò espressamente proibito da Dio per la parentela del loro patriarca Loth con Abramo, e sia perchè il suo territorio non s'estendeva in tale direzione da impedirgli la sua marcia verso il Giordano. Ma per un sentimento d'invidia e di odio tanto più biasimevole perchè niun motivo serviva a giustificarlo, Moab desiderava l'eccidio del popolo ebreo. A questo intento e d'accordo colla tribù Madianita spedì un'ambasceria a Balaamo, ritenendo di una sicura validità tanto le sue maledizioni quanto le sue benedizioni, affine ch'egli si portasse presso di lui a maledire quel popolo numeroso e potente, onde poscia potesse combatterlo e vincere. Balaamo esultante in cuor suo per l'insigne onoranza che gli veniva impartita da un potente monarca, e perchè codesto invito gli porgeva la desiderata occasione di cooperare alla distruzione del popolo ebreo che egli odiava quanto altri mai, rispose agli ambasciatori: «che attendessero il mattino onde interrogare Dio nella notte sulla decisione da prendersi». Effettivamente Dio essendoglisi rivelato gli ingiunse di non andarvi. Al mattino gli ambasciatori vennero congedati, ma in modo da lasciare loro indovinare che il rifiuto era dato suo malgrado, e che forse vi avrebbe aderito sotto altre condizioni. Questo fu il motivo per cui gli venne spedita una seconda ambasceria composta di un maggior numero di individui, rivestiti delle più alte dignità e promettitori di ricompense ben più laute. Come la prima, anche questa ambasciata fu invitata da Balaamo a pernottare in casa sua in attesa del permesso divino. Nella notte Dio apparì di nuovo a Balaamo e gli permise di portarsi da Balak colla condizione di poi dire soltanto ciò che Egli, Dio, gli avrebbe imposto. Appena spuntata l'alba, Balaamo lietissimo monta sulla sua asina e in compagnia degli ambasciatori si dirige verso il paese di Moab. Un angelo inviato da Dio con una spada sfoderata in mano si presenta all'asina: la spaventa, e per tre volte la fa deviare dal retto sentiero. Balaamo sommamente indispettito batte tutte e tre le volte la sua montura, ma alla terza volta l'asina apre la bocca, e con parole esprime al suo cavalcatore le proprie lagnanze per le immeritate battiture che le vennero date, e lo interpella se mai fu abituata a comportarsi come in quel giorno. Nel frattempo Dio permette che Balaamo vegga l'angelo, e riconoscendo il suo torto, e come sarebbe stato condotto a benedire Israele suo malgrado, propone di ritornarsene addietro. L'angelo vi si oppone e Balaamo giunto presso Balak, invece di maledire benedisse per tre volte Israele, motivo per cui fu costretto di ritornarsene frettolosamente al suo paese. Due riflessioni si presentano spontanee alla nostra meditazione in questo fatto. Perchè Dio si rivelò ad un idolatra nemico del suo popolo?—Balaamo non era che un sedicente profeta, un mago (kossem) pieno di vanagloria e di petulanza. Dio gli apparve in sogno, coll'ultimo grado della profezia e in quella sola occasione, per l'onore d'Israele e per umiliarlo agli occhi dei suoi stessi ammiratori: obbligandolo a proclamare eletto e protetto da Dio quel popolo che per odio e per interesse avrebbe volentieri annientato. S'egli fosse stato profeta, anzi se la sua indole orgogliosa e malvagia non l'avesse acciecato, egli avrebbe dovuto sapere che «Dio non è uomo da mentire, nè mortale suscettibile di pentimento»; e che avendo stretto un patto d'alleanza con Israele non l'avrebbe rotto giammai. Nè basta; che pel suo ardente desiderio di onori e di averi e per odio verso Israele, egli profanò Dio pubblicamente facendosi credere talmente nelle sue grazie da fargli cangiare di proposito, avendo taciuto la condizione sotto cui eragli stato concesso lo andarvi, poichè ove l'avesse manifestata non gli sarebbe sicuramente stata inviata la seconda ambasceria. La seconda riflessione è la doppia concessione fatta all'asina, cioè la vista dell'angelo e la parola. Premettendo che Dio non dotò l'asina neanche momentaneamente della ragione, ma le permise di esprimere soltanto le fisiche dolorose sensazioni provate per le sofferte percosse, diremo che anche ciò avvenne appunto per castigare l'orgoglioso mago. Quale umiliazione maggiore per un uomo che osa qualificarsi «profeta ascoltante le parole di Dio, intendente la scienza dell'Altissimo, e veggente la visione dell'onnipotente» nel sentirsi rimproverare dalla sua stessa montura di ignorare che in quel momento succedeva qualcosa di straordinario che la faceva agire in modo cotanto per lei inusitato? Quale maggiore umiliazione di quella di sentire un'asinella a rimproverarlo della sua ingiustizia verso di lei, nel medesimo istante in cui egli si disponeva contro la volontà divina, a lanciare la maledizione sopra un popolo «santo regno di sacerdoti» di nulla colpevole verso di lui? Quale umiliazione maggiore di quella di sentire una sozza asinella, priva per natura del dono della parola, esporre giusti lagni al profeta che va a prostituire la parola, quel dono concesso da Dio all'uomo per istrumento di perfezione? Da quanto viene esposto in Giosuè risulta che codesto tristo mago fu poi ucciso dagli ebrei colla spada.
[104]Forse potrà parere strano a qualche nostro lettore che noi stimiamo umana questa misura, ma trasportandoci col pensiero ai tempi di cui noi stiamo parlando, dovremo ammettere indubbiamente che in paragone delle barbarie che si usavano allora coi miseri vinti, tali prescrizioni segnavano già un immenso progresso. Si rammenti poi che in tempi assai posteriori a quelli, i Romani usavano ancora di massacrare freddamente uomini, donne e fanciulli e stimandosi tuttavia umani si lagnavano degli strazii che i Cartaginesi facevano soffrire ai loro prigionieri.

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