AVVERTENZA

Nel 1868 Giovanni Cairoli raccontò la gloriosa spedizione dei Monti Parioli traendone la materia specialmente da «un libriccino di note scritto nelle segrete di Roma»: e l'opuscolo di lui fu anche ristampato, dieci anni dopo, a cura di B. E. Maineri. Pur tuttavia siamo certi che gli appunti tratti da quel medesimo «libriccino» e qui per la prima volta pubblicati saranno letti dai cultori devoti delle patrie memorie con piacere e con vivo interesse.

Sono brevi note scritte frettolosamente e per semplice memoria personale, quando viva ancora era nella mente di Giovanni l'impressione dei casi occorsi e le sofferenze fisiche e morali, che ne erano la conseguenza, dovevano rendergliene più pungente ed in pari tempo più desiderato e continuo il ricordo. Nella loro disadorna brevità quelle poche frasi rapide, concise, buttate giù a scatti e talvolta anche incompiute, ma pur sempre suggestive, tra le quali con insistente affettuosità ritorna di tratto in tratto la frase piena di doloroso rimpianto per il fratello «il mio Enrico, il mio caro Enrico», conservano tutta intiera la loro ingenuità ed efficacia, come uscissero ancor vive direttamente dall'animo del giovane eroe che faticosamente le ha vergate col lapis nei giorni tristi dell'ospedale e della prigionia. Per ciò la commozione che viene da questi incomposti appunti è più immediata e più intensa: nel rifacimento posteriore di essi dato alle stampe l'efficacia dell'espressione spontanea riesce attenuata dalla preoccupazione letteraria, cui, sia pure inconsapevolmente, obbediscono anche gli eroi quando sanno di scrivere per il pubblico.

Non v'è artificio di letterato che valga la semplicità non cercata: così è degli appunti di Giovanni Cairoli, donde fra pochi tocchi, ma forti e schietti, si intravedono e balzan fuori effetti drammatici mirabili nella loro semplice verità. Valga per tutte la pagina dove è descritto lo svegliarsi dei feriti che giaciono abbandonati sul campo della pugna: nell'oscurità silenziosa della notte, incerti della loro sorte, impotenti a muoversi, si chiamano, si riconoscono alle voci, si scambiano le notizie e gli addii che credono gli estremi, e da ultimo la loro voce si unisce nel grido di Viva l'Italia. È una scena di così grandiosa e sublime semplicità che par staccata dai poemi omerici.

La nostra edizione riproduce integralmente l'autografo che Benedetto Cairoli consegnò a Federico Napoli e del quale il Ferrari trasse una copia. La lettera con cui il signor Napoli volle cortesemente permetterne la pubblicazione è ispirata a così nobili sentimenti che non possiamo trattenerci dal metterla sotto gli occhi dei lettori come degna prefazione agli scritti di Giovanni Cairoli.

«Roma, 7 gennaio 1899.

«Caro Ferrari,

«Mi pare quasi superfluo darti l'autorizzazione di pubblicare il giornaletto di Giovannino Cairoli relativo a Villa Glori: — ma poichè tu la chiedi la dò con tutto il cuore. Anche se tu, senza interpellarmi, lo avessi fatto, non mi sarebbe mai venuto in mente di rimproverartelo, chè anzi ti avrei dato lode di curare con affetto e venerazione una memoria così cara e gloriosa. E oggi singolarmente in Italia, ove tanto scarso è divenuto il culto delle cose belle! e alla quale a ragione potrebbe rivolgersi l'apostrofe di Giacomo Leopardi:

O Italia, a cor ti stia

Fare ai passati onor, che d'altrettali

Oggi vedove son le tue contrade

Nè v'è chi d'onorar ti si convegna!

«E saranno malinconie di noi vicini al tramonto, vissuti in altri tempi, con altri ideali, con altra religione!

«Quando sarà uscito il tuo volumetto che, non dubito punto, riuscirà degno del fatto, non dimenticare di mandarne copia a Groppello, a Donna Elena. Là sono raccolte tutte le memorie di quelle anime buone e grandi, anzi grandissime, e non deve mancare quella di un amico, di un compagno d'armi.

«Con tutto l'affetto

«Tuo
«Federico Napoli».


GIORNALETTO DI CAMPO
DI
GIOVANNI CAIROLI

[Le parole in corsivo e fra parentesi quadre sono aggiunte da noi.]

20 ottobre. — 8½ di sera. Partenza.

21. — Si arriva a P[onte] S[fondato] alle 9½ pom. — Con T[abacchi] e col mio Enrico si va a C[orese] — Enrico resta, io e T. torniamo a P. S.

22. — Alle 4 e mezza ant. partenza per C. — Parlo alla mia sezione. Dietro ordine del capo (il mio caro Enrico) la dispongo di guardia.

Incomincio a conoscere la mia sezione; le prime quattro squadre m'ispirano molta confidenza; poco la quinta in causa di due individui che mi sembrano troppo ciarlieri per quei momenti serii. — Il capo della prima squadra viene incaricato dal Comandante (il mio Enrico) di una missione speciale.

Alle 3 circa si parte dopo aver ricevuti i fucili.[22]

Verso la 1 di notte si arriva alla foce del Teverone dove troviamo la squadra ch'era stata distaccata la quale avea terminato d'eseguire l'incarico avuto. — Il capo della 5ª squadra viene incaricato d'una missione speciale. — Ci fermiamo a 2 miglia da Roma. Stiamo ad aspettare un paio d'ore, poi si passa in un bosco per un'apertura praticata in una siepe dalla 3ª squadra della mia sezione. Spuntando il giorno, ho l'ordine di occupare in fretta il monte, che è a ridosso del bosco. Accenno alla necessità d'occupare la casa che è alla sommità del monte. Il Comandante (il mio Enrico) mi risponde di fare. Occupo dunque la casa colla mia sezione, dopo averla perlustrata con la Iª squadra colle debite cautele.

23. — Alle 6½ avviso il Comandante che la posizione è occupata sicuramente dalla mia sezione, per cui può esserlo anche dalle altre due. Di lì a poco tutta la compagnia è installata nella casa. L'Aiutante Maggiore visita la posizione per disporre poi le sentinelle. I fucili, essendo stati lasciati nel bosco, perchè s'era stimato sconveniente il sormontare attraverso luoghi rischiarati dal sole, io chiedo al Comandante (il mio Enrico) d'essere incaricato di farli introdurre in casa. Eseguisco in mezz'ora l'operazione colle debite precauzioni. Più tardi si tiene consiglio, presieduto dal Comandante, fra i Capi sezione, l'Aiutante Maggiore e P[erozzi]. Si decide d'aspettare, disposti a disperata resistenza. — Si scrive a R[oma]. — Dietro mia proposta si decide occupare la casa del vignajolo ove stanno i viveri. — L'occupo io colla prima squadra, quindi vi colloco anche la 2ª; le altre tre hanno ordine di tenersi pronte. — Dietro ordine visito gli avamposti che trovo bene collocati. — Più tardi sono avvisato dal Capo della squadra lasciata di guardia alla casa del vignajolo essere passato in vicinanza un drappello di dragoni a perlustrare; probabile dunque un prossimo attacco. Ne avviso il Comandante e chiedo di portare in quella posizione tutta la mia sezione coi fucili. Eseguisco l'operazione e mi stabilisco là io pure. — Un'ora e mezza più tardi, verso le 5¼ pom., si presentano i papalini al cancello della vigna; è una compagnia di Carabinieri esteri. — Mando subito ad avvertire il Comandante e dispongo in catena la mia sezione — una squadra nella casa, alle finestre, che poco dopo colloco colle altre. — Di lì a poco arrivano i colpi nemici; dobbiamo soffrirli per buon tratto senza tirare, stante l'inferiorità dei nostri fucili. Quindi faccio aprire il fuoco. Arriva il Comandante (il mio Caro Enrico) e mi ordinò di ripiegare verso la casa grande; si eseguisce nel massimo ordine. — Moruzzi è ferito da due palle; io e Campari facciamo ogni sforzo per poterlo trasportare con noi, ma inutilmente; siamo costretti a lasciarlo sul terreno.

Poco dopo è ferito Castagnini.

Ripiegata la sezione fino all'ultimo risvolto della strada che conduce alla casa grande, la stabilisco di nuovo in catena sulla linea delle altre. Dopo poco spuntano i papalini. Grido «W. Italia!» che, proferito, è ripetuto da tutti con entusiasmo. — Il Comandante comanda la carica alla baionetta e si slancia alla corsa verso il nemico; io lo seguo con tutta la sezione. — Vedendo il Comandante (il mio Enrico) troppo distaccato da noi, lo chiamo: — «Aspetta, Enrico, che andiamo uniti». — Ei mi aspetta. Arrivatolo, m'accorgo che il mio revolver non funziona bene; lo aggiusto, sparo un colpo nella direzione del nemico, quindi con Enrico monto la scarpa sinistra sulla strada ed entro nella campagna ad inseguire i fuggenti. — Alcuni si sono fermati; il Capitano è fra essi. — Ci dirigiamo a lui (che ci prendeva di mira con una pistola) coi revolver spianati. Enrico sparò; in quel momento vedo un carabiniere diretto contro di lui; mi gli slancio addosso e trovando nuovamente il mio revolver ribelle allo scatto, glielo percuotei furibondo sul viso. — Dopo un istante di mischia furiosa, mi trovo accanto (sulla sinistra) d'Enrico mio e circondato; una scarica ci fa cadere nello stesso istante. — Appena a terra ci vediamo barbaramente assaliti alla baionetta; ci feriscono ancora, e fuggono seguiti dalle nostre imprecazioni di «Vigliacchi!» e «Birbanti!».[23]

Passai alcuni istanti in una specie di letargo; appena svegliato [mi parve] d'essere stato sotto l'incubo d'un sogno, ma subito fui chiamato alla triste realtà dalla voce del mio Enrico e dai dolori delle ferite. — «Muoio» mi disse il fratel mio. — «Io pure» replicai. — «Povera la nostra Mamma!» ripigliò Enrico. — Poi gli si aumentò l'affanno; aveva due gravi ferite al petto, l'una ch'io non poteva scorgere, l'altra all'angolo destro della bocca. — Feci il possibile per dargli aiuto; non potei altro che prestargli debole appoggio del mio braccio destro. — Soffriva assai il mio Enrico, ma emetteva pochi lamenti. — Riprese: — «Desidero essere seppellito a Groppello» — poi, dopo un istante di silenzio: — «Salutami Mammina, Benedetto, Minoja» — fece uno sforzo supremo per dirizzarsi sull'anche, e ricadde. — Il mio Enrico spirava. — Gli mandai un bacio come potei. Poco dopo io pure sentiva vicinissima la morte; la sordità, abbondantissimo il sangue (specialmente dal capo), l'emozione della morte del fratello, la posizione incomodissima m'avevano procurato un affanno tale che parea il rantolo dell'agonia. — Soffriva tanto che affrettava col desiderio la morte. — Accorgendomi dai lamenti d'aver alcuni de' nostri a poca distanza pure feriti, dissi: — «M'è morto Enrico in questo momento». — Alcune voci improntate da profondo dolore mi risposero, una tra l'altre (quella di Bassini) con queste parole; — «Vorrei potermi avvicinare per baciarlo» — Aggiunsi: — «Io pure muoio. Salutate la mia Mammina; desideriamo essere seppelliti a Groppello». — Dopo poco riprendeva: — «Ci resta però la soddisfazione d'aver fatto il nostro dovere, siamo caduti da forti». — «È vero!» risposero tutti quei dolenti amici — «W. l'Italia!» aggiungevano [Prima aveva scritto: mormoravano.] ancora in coro con voce fioca. — L'affanno diminuiva sensibilmente, sicchè più distinti mi si facevano i rumori all'intorno. — Distinguevo i lamenti del povero amico Mantovani da quelli di Papazzoni e di Bassini, poi udii chiaramente una voce in lontananza gridar «Aiuto!» — Si aspettava ansiosamente d'essere soccorsi, qualcuno che venisse almeno ad inumidirci le fauci ardenti per la sete; invano. — Parlo di tentare uno sforzo per alzarmi; Bassini dice tentare d'aiutarmi. Due volte mi provai, ma ricaddi estenuato di forze coll'affanno di nuovo aumentato. Alla terza prova, tentata dopo non breve intervallo, riuscii e mi trovai in piedi. — Mi provai a camminare, lo potei barcollando. — Bassini ebbe la stessa sorte. — Ci accompagnammo l'un l'altro fino a cercar la strada; lo potemmo con molto stento per uno dei punti meno scoscesi della riva. Arrivati sulla strada non sapevamo qual direzione prendere; la mente indebolita pel sangue perduto non sapeva a sufficienza raccapezzare le idee per condurci a qualche punto ben conosciuto, tanto più che l'oscurità era grande. Finalmente io potei orizzontarmi ed additare con quasi certezza la direzione della casa del vignaiuolo. Presici sottobraccio c'incamminammo alla meglio a quella volta; non avevo errato: di lì a poco la trovammo. Entrammo sotto il porticato che nella giornata ci aveva servito di corpo di guardia; udiamo un lamento; ci avviciniamo; è Moruzzi disteso su d'uno strato di paglia. Mi prega di cangiargli posizione alla gamba ferita; l'aiutiamo a grande stento. — Quindi io mi porto fuori e mi trascino fino all'uscio di casa; batto, non si risponde; replico, odo una voce cui rispondo, e mi viene aperto. Quei bravi coloni mostrano gran dispiacere al vedermi ridotto in quella guisa. — Parlo loro di mio fratello morto e degli altri compagni feriti che attendono soccorsi; li supplico di accorrere a raccoglierli, quindi, estenuato di forze, mi corico su d'un letticciuolo che mi vien preparato. Mi si prodigano molte cure, mi fasciano le ferite alla meglio; quella del capo ne aveva specialmente grande bisogno. Passo così alcune ore tormentato dalla debolezza e più dalla sete che ogni tanto vo smorzando con un po' d'acqua che quei pietosi mi porgono; grandissima è poi l'agitazione d'animo per la cocente rimembranza del mio Enrico spento, e pel pericolo dei miei dolenti compagni che forse sono ancora stesi sul terreno in attesa d'aiuti, e che io non posso volare a soccorrere. Qual pena, mio Dio! Ad ogni tratto chiamo qualcuno e rinnovo la preghiera [Seguono alcune parole inintellegibili.]..... dan promessa, non mai la consolazione di cedere sull'istante alle insistenti mie domande.

Riesco solo a sapere che fu portata dell'acqua ai due rimasti sotto il porticato, Bassini e Moruzzi. — Fra quelle angoscie spunta il mattino; se il tempo ha sensibilmente scemata la debolezza fisica, vieppiù ha aumentata l'agitazione morale. — Il letto mi pare di carboni accesi. — Mi alzo. — Mi dicono essere stati nella notte levati i feriti dal campo; non si sa se dai nostri o dal nemico, e ricoverati nella casa principale. — A quella nuova procuro d'accelerare l'operazione del vestirmi, o meglio del farmi vestire. Sono in piedi, debole sì, assai, ma capace di camminare coll'aiuto di un bastone, che mi viene collocato in mano. Esco e mi dirigo verso la casa grande, deciso a penetrarvi. — È in mano dei nostri, pensai, e niente di meglio potrei fare; è del nemico e dividerò la sorte dei miei compagni. — A ciò insomma in ogni caso sono deciso, trovare la sorte istessa dei miei amici. — Arrivato al tratto di strada che corrisponde al campo del combattimento, non so impedirmi dal valicare la scarpa e dall'entrare. Fucili, qualche revolver stanno sul terreno. — Mi porto fin sul luogo in cui cademmo io e il fratel mio, in cui egli spirò. — Oh sì, ne son certo, l'ho perfettamente riconosciuta quella sacra zolla! Raccolsi un pugno di terra e lo baciai; il bravo contadino che mi seguiva ne fu commosso vivamente. — Procedo per la mia strada ed arrivo in pochi minuti alla casa. — Un fazzoletto bianco applicato ad un bastone è messo in vista presso la porta. — Penetro nella prima camera e parmi dall'aspetto (senza sapermi abbastanza spiegare tale impressione) che la casa debba trovarsi in mano del nemico. — Ciò malgrado senza esitare un istante (non ero io già deciso per ogni caso?) entro nella seconda camera. — Qual momento di mesto conforto. — Due compagni feriti stesi su due pagliericci riconosco sull'istante; Moruzzi e Papazzoni; due altri vedo dirigermisi incontro col volto impressionato della più cara sorpresa. Uno è l'intimo amico Campari, l'altro il bravo Fiorini cremonese; ci abbracciamo con trasporto. — Mi dicono che la mia apparizione riesce loro tanto più cara per ciò che mi ritenevano morto, mi aggiungono che tale persuasione si son portata seco i compagni che in numero d'una sessantina nella notte abbandonarono la casa per unirsi, dopo ben lunga strada, alle bande. — Nella casa son rimasti i feriti e tre bravi amici a soccorrerli; Campari, Fiorini, Colombi. — Avute in tutta fretta codeste informazioni, domando a stento del corpo del mio Enrico. — «È là» (mi dicono accennando alla camera vicina) «assieme a quello del povero Mantovani». — «Lui pure!» — dissi — «Buon amico. Morto forse per ritardo di soccorsi». — E qui scacciava il pensiero che se fossi riuscito a spedire subito gli uomini del vignaiuolo a raccogliere i feriti, forse i soccorsi non sarebbero riusciti inefficaci al bravo Mantovani. Mi levarono l'acuta spina facendomi intendere come gli altri compagni feriti fossero stati tolti dal campo ben poco più tardi di me. Ciò per l'opera di Tabacchi e di Stragliati. — Mostrai l'intenzione di vedere il fratel mio, ma ne fui impedito dalle esortazioni degli amici. Mi recai a veder a stento [Prima voleva scrivere: lentissimamente.], come poteva, tutti gli altri compagni feriti; trovai a letto Bassini e Colloredo; Ferrari e Castagnini in piedi, feriti ambedue al braccio; tutti mostrarono in vedermi grande sorpresa. — Più tardi non seppi resistere alla tentazione di vedere il mio Enrico, vinsi le esortazioni degli amici, ed entrai nella stanza dei morti, quella stessa nella quale con tanto ardore il mattino si era tenuto consiglio sotto la direzione del mio spento fratello. — Entro e scorgo i cadaveri dei due amici, l'uno accanto all'altro: mi chinai sul mio Enrico e lo baciai in viso. — Qual consolazione, mio Dio! — Il buon Campari mi strappa a forza da quella camera. — Scorgendo il bisogno che i feriti fossero alla meglio medicati penso recarmi a raccogliere delle bende alla casa del vignajolo. — Mi faccio accompagnare da Campari. — Là arrivati, riceviamo dai bravi coloni quante pezzuole ponno raccogliere. — Campari scrive un biglietto indirizzato all'autorità militare di Roma, in cui si dà avviso di feriti che richiedono pronti soccorsi. Come avrei voluto risparmiarci tale passo; ma (per non parlare del mio stato) quello in cui si trovavano Moruzzi, Papazzoni, Colloredo, lo richiedevano imperiosamente. — Si vinse dunque la ripugnanza, e si consegnò il biglietto al vignaiuolo perchè lo portasse in Roma, raccomandandogli però di non consegnare il biglietto che in extremis. — Nell'uscire ci vien dato avviso essere stato ricoverato un ferito dei nemici sotto il porticato. — Entriamo a visitarlo. — Appena ci scorse mostrò temere assai, lo rassicuriamo colle parole seguenti: — «Per noi il nemico, quando ferito, diventa sacro». — Gli atti accompagnarono le parole. — Ci mettiamo, io pure, benchè sofferente per le avute ferite, a medicargli la grave ferita. — La coscia è trapassata da una palla. Ma si riesce alla meglio a togliergli di dosso le robe ed a fasciarlo. — Durante la operazione brevi interrogazioni mi fan sapere essere il ferito un Perugino già da diversi anni arruolato nell'armata pontificia. — «Renitente» — gli dissi — «della nostra armata forse?» — «No» — rispose — «emigrai da giovinetto e m'arruolai nell'esercito pontificio». — Sciagurato, pensai, hai tradito la tua patria! — Nè perciò vennero meno le mie cure. — Il nemico ferito, pensai ancora, è sacro. — Terminata alla meglio la pia bisogna, si tornò alla casa grande presso gli altri compagni. Discorrendo dei casi nostri si previde la probabilità di esser assaliti da distaccamenti di truppe talmente inspirate a sensi di crudeltà da voler scorgere nel nostro ricovero un nido di banditi, anzichè un ospedale di feriti, ed agire di conseguenza, cioè perpetrare un orribile massacro, una strage di individui storpiati in mille guise dalle ferite. In tal caso, conchiudevamo, quel po' d'armi che ci è qui rimasto, servirà per vendicarci alla meglio, per impedirci di morire come le pecore sbranate dal lupo.

Poco dopo questo discorso udiamo rumori d'armati, guardiamo fuori, è un distaccamento di zuavi (a cui stan mischiati alcuni gendarmi) che s'avvicinano. In pochissimo tempo sono arrivati ad una cinquantina di passi dalla casa. Vedo diversi di essi spianare il fucile verso la porta; in quella direzione sta appunto coricato su di un pagliericcio il ferito Moruzzi. — Visto il gran pericolo mi mostro sulla soglia della porta levando in pari tempo il fazzoletto di tasca agitandolo. Lo credevo bianco, mentr'era orribilmente insanguinato. Allora vedo uno di essi che punta il fucile, affretto il passo e balzo (come le ferite ponno permettermi) fuori della casa esclamando: — «È una casa di feriti!» — Nè per questo si desiste dal tenere spianato i fucili su di essa e sui bravi compagni Campari e Fiorini che senza perder tempo mi han tenuto dietro. Alla fine si mostrano persuasi, non del tutto però; abbassano le armi, ma stanno ancora alcun poco in sospetto. Il mio aspetto di uomo assai malconcio da ferite contribuisce a tranquillizzarli vieppiù. Allorchè si son fatti a noi vicini dico loro: — «Che mai volete che io vi faccia colle quattro ferite che tengo? — Se poi siete in dubbio sui nostri compagni che stanno in casa, vi aggiungo: — Sono nelle vostre mani; quando uno solo dei compagni porti le armi contro di voi, uccidetemi». — «Noi pure» — esclamano ad una voce Fiorini e Campari ed il ferito Ferrari, che a noi s'è aggiunto in quel momento. — Cinque o sei zuavi sotto condotta d'un sergente entrano in casa per perlustrarla; questi prima d'entrare ci affida in consegna di quelli rimasti fuori con queste eroiche parole: — «S'ils bougent, enfilez-les tous le quatre.» — «Anima di fango!» non potei a meno di dire fra me accompagnando il pensiero con una fosca occhiata.

Per tutto il tempo della perquisizione rimasi in non poca pena: temeva per quei poveri compagni feriti, temeva pel cadavere del mio Enrico, per quello dell'amico Mantovani. L'idea che potessero essere manomessi mi dava raccapriccio. — In quel punto arrivava un ufficiale dei gendarmi. Scendeva da cavallo e poneva il piede in casa. Capii alla prima parola ed al far burbanzoso essere egli un francese. Onde gli dissi mentre entrava: — «Monsieur le lieutenant: je vous prie. Il y a là dedans le cadavre de mon frère» — «Eh bien» — mi risponde entrando — «s'il est mort je ne puis pas lui faire du mal». — «Anime di fango!» dissi fra me una seconda volta e con maggior cruccio della prima. — Ormai avea diritto di dirlo in plurale. — Si fruga per ogni canto. — Sono portate fuori le armi e pressochè tutti i fucili e diversi revolvers. Questi ultimi sono intascati, i primi spaccati in due all'impugnatura. Provai non poco dolore in mirare quell'opera di distruzione. Il soldato s'affeziona presto all'arme che porta per quanto cattiva! Più di tutto il soldato della libertà che deve adoperarle per uno scopo santo. Basta; anche questo strazio (per altro assai minore di quello che in questa circostanza ebbi già a subire) c'era riservato. — Però dura poco, tanto è lo zelo spiegato da quei bravi nel distruggere le armi nostre. — Terminata la perlustrazione e l'opera di distruzione, se ne partono a far ricerca per la campagna dei nostri commilitoni partiti nella notte. — «Oh non riusciranno certo a raggiungerli!» ci diciamo fra noi. — Passa così un altro paio d'ore poi ricompare la stessa compagnia di zuavi a ripetere in fretta una seconda perlustrazione, dopo di che se ne partono. — Passano altre ore ed il bisogno dei soccorsi medici ai feriti si fa vieppiù imperioso, specialmente pel povero Moruzzi ch'è attaccato dai più vivi spasimi.

Sull'imbrunire udiamo rumor di carri, quindi vediamo a spuntarne diversi misti a carrozze, il tutto scortato da un forte drappello di gendarmi [Il Cairoli ha cancellato: «Osserviamo il capitano, con modi abbastanza cortesi ci chiede ad ognuno di noi».]. — M'affretto a fare un'altra mestissima visita alla stanza dei morti prevedendo di doverne essere assai presto distaccato. — Bacio ancora in viso il mio Enrico, stringo nelle mie le mani sue gelate! L'ultimo bacio, l'ultima stretta di mano su questa terra! Ugual segno d'affetto volevo dare all'amico Mantovani, ma me lo impediva, trascinandomi fuori, il buon Campari che teme la soverchia commozione m'aggravi lo stato delle ferite al capo. Ei compie la pia bisogna di staccare due ciocche di capelli ai due poveri spenti, e mi rende possessore del prezioso ricordo di morte. — Usciamo ad attendere il nuovo distaccamento di nemici che sta per arrivare. — Son già alle porte della casa.

Il capo del distaccamento (Capitano) con modi abbastanza cortesi ci chiede il nome ad ognuno di noi, quindi ordina una perquisizione della casa ad un suo subalterno. — Io mi annuncio al Capitano quale capo degli individui rimasti nella casa e domando di accompagnare per tale mia qualità il sergente incaricato della perlustrazione, onde dargli le necessarie dilucidazioni. Lo desiderava per ovviare ad ogni inconveniente, e per vedere un'altra volta il fratello mio e l'amico spenti. Mi risponde affermativamente il Capitano, ma lasciatimi fare alcuni passi, mi richiama e mi invita a star quieto, a riposare su d'un saccone. — Capisco tal richiamo essere stato cagionato dalle osservazioni che l'amico Campari, sempre temendo per me scosse fisiche e morali, doveva aver fatte al Capitano. — La perlustrazione fece nascere un piccolo inconveniente. Si pretendeva aver trovato nella casa un individuo in meno del numero che vi si trovava al mattino. Causa di ciò fu uno sbaglio commesso dall'Ufficiale francese dei gendarmi che al mattino era venuto, e che ora accompagnava il Capitano. Le franche nostre assicurazioni finiscono per convincere dell'errore commesso, della nostra lealtà. — Dopo la perlustrazione si dà mano a collocare i feriti sui carri e carrozze. Per mettere al posto il povero Moruzzi non poca fu la fatica e la pena morale, tanto il corpo suo martirizzato dalle ferite era sensibile ad ogni scossa. — Per gli altri assai minori poterono riuscire i riguardi. Io fui messo in una carrozza assieme a Ferrari, Bassini ed un impiegato [Prima aveva scritto: Per ultimo fui messo in una carrozza assieme a Ferrari, Castagnini ed un ufficiale impiegato.] del tribunale militare. — Eravamo già sulle mosse per partire quando udii il Capitano profferire le seguenti parole: — «Abbiamo allocati per bene tutti questi, ma non abbiamo ancora pensato al nostro ferito» — alludeva al carabiniere che io e Campari avevamo medicato al mattino. Incontanente dissi: — «Non vi sarà per ciò difficoltà: io mi metterò al cassetto» — «Ed io» — aggiunse Ferrari — «andrò a piedi». — «No» — rispose il capitano — «non v'è bisogno di ciò» — e mostrò di capire d'aver tocca con quella sua brutta esclamazione la nostra delicatezza. — Colsi l'occasione per ripetergli le vive domande (che già al principio gli aveva rivolte) circa al corpo del mio Enrico, cioè che mi fosse accordata la licenza di farlo collocare in una cassa di zinco, e che si chiedesse per ciò la superiore autorizzazione di farlo trasportare nella tomba di famiglia a Groppello. — Intanto essere assolutamente necessario (aveva bisogno d'esserne assicurato) che tanto le sue preziose ossa quanto quelle dell'amico Mantovani fossero inumate in luogo ben distinto con ogni debita indicazione. Il Capitano mi tranquillizzò sul supremo argomento con ogni sorta d'assicurazioni. Montò quindi al cassetto della nostra carrozza e diede l'ordine di partenza per tutto il convoglio.

Prendiamo dunque la direzione dell'Eterna Città sotto la scorta dei gendarmi. Entriamo per la Porta del Popolo che troviamo barricata con ogni cura, e ci fermiamo davanti la Caserma di gendarmeria ch'è presso la Porta. In quei pochi momenti di fermata quanti pensieri mi passarono per la mente indebolita: prima soavi, poi tristi, cocenti quai ferri roventi! Tali rimembranze, rimembranze di cari momenti passati col mio Enrico nelle altre due visite fatte a Roma. Se dirigo lo sguardo all'Obelisco, corre alla mente il ricordo di quelle sere in cui dopo lunghe passeggiate sul Corso ci fermavamo a riposare sui gradini che gli fan corona, a riposare contemplando l'effetto sui monti dell'astro della sera. Se guardo al Pincio, mi rammento le passeggiate nell'ora del crepuscolo, i discorsi animati che tra noi si facevano contemplando dal terrazzo lo stupendo panorama di Roma; discorsi sul passato, sulle grandi memorie dell'Eterna Città, sull'avvenire, sul prossimo avvenire. — A questo punto del discorso i nostri sguardi sempre convergevano su Castel S. Angelo e più animata facevasi la conversazione. Ma lasciamo la triste memoria ch'è troppo fissa, perchè possa già contenere alcunchè di soave; è rimembranza che arrovella il cuore.

Riprendiamo il cammino e per Ripetta dopo non breve tratto si taglia a destra, si passa sul Ponte S. Angelo e si fa sosta al Castello. Qui discendono e vengono rinchiusi Campari e gli altri due compagni sani.

Noi procediamo per l'Ospedale di S. Spirito. Vi troviamo gran movimento cagionato dal nostro arrivo; gente alla porta, monache, infermieri, soldati sotto l'atrio. — Quel po' di confusione ritarda l'operazione del trasportare all'interno i feriti. Passò per certo più di mezz'ora prima che ad ognuno fosse assegnato il letto; s'ebbe il riguardo di raccoglierci tutti in una sola camera. — Grande era per me il bisogno di riposo, avendo il capo molto addolorato specialmente per le scosse della vettura. I medici quasi subito ci passarono la visita e ci medicarono. Mi si trovarono quattro ferite tutte però abbastanza leggere; due al capo, di baionetta e di palla strisciante, due altre di baionetta al dorso..... quelle che m'erano state regalate quand'era già a terra privo di forze.

Poco dopo i medici ebbimo visite di frati e preti; ad uno di questi (il Cappellano dell'Ospedale) parlai di ciò che tanto m'era a cuore, il trasporto della salma del mio Enrico, e lo trovai dispostissimo ad interessarsene. Fra le numerose persone che accorsero a vederci, ma che però non s'intrattennero con noi, mi venne additato il Cardinal De Merode[24].

25. — Passai una notte agitatissima: oltre all'immensa inquietudine morale dipendente dal continuo pensiero della perdita del mio Enrico, una febbre ardente m'ha pure tenuto il corpo in grande orgasmo. I medici, dopo aver viste le ferite, mi ordinarono un salasso che poco dopo mi vien fatto dalle Suore di Carità. — Rivedo il Cappellano dell'Ospedale che mi assicura d'avere scritto al Capitano dei Gendarmi sull'argomento che tanto m'è a cuore, il trasporto del mio Enrico. — Più tardi entra nella nostra camera il Generale Zappi accompagnato dallo stesso Capitano dei Gendarmi; mi dice di star pienamente tranquillo circa al supremo argomento: l'autorizzazione m'è accordata. Ciò mi consola assai. Chiedo mi si permetta d'assistere ai funerali. N'ho risposta negativa.

Alla sera mi vien fatto dalla suora un altro salasso.

26. — La notte fu più tranquilla della precedente, solo fisicamente però, s'intende. Gli altri amici feriti in complesso migliorano, fuorchè Moruzzi, che mi dà qualche pensiero. Scrivo all'intimo amico di me e del povero mio Enrico, Minoja, l'informo dettagliatamente della tristissima digrazia e di quanto mi concerne. Tale sfogo servì a sollevarmi un poco l'animo. Fin dal giorno innanzi, mi scordai dirlo più indietro, aveva scritto all'amico deputato Cadolini, raccontandogli il tutto; l'impegnava a voler mandare al più presto qualche stretto conoscente a Roma per combinare il trasporto delle preziose salme. — Lo scopo principale che mi spinse a scrivere le prime mie lettere a questi due amici si fu di fare in modo che la sciagurata novella della subita perdita immensa arrivasse il meno possibile crudamente a Mammina e a Benedetto. — In giornata altre persone vengono a visitarci tra le quali una signora inglese che sebbene di principii avversi ai nostri, mostrò molto interesse pei nostri mali. Non tutti certamente sanno anteporre i doveri d'umanità a ogni altra idea; quando trovo perciò di tali persone, amo render loro pubblica lode per ogni mezzo mi si presenti. — Debbo però dire che dessa, la suddetta signora, mi rivolse subito parole tali che certo non s'attagliavano alla reciproca nostra posizione di tribolato cioè (moralmente anzitutto) e di consolatore. — Mi disse: — «Fu commesso l'altro ieri (22) un atto di barbarie contro i nostri soldati; fu fatta diroccare col mezzo d'una mina una caserma di zuavi...». — Tutto ciò con tal tono che voleva certo farmi comprendere il rimprovero al partito al quale io appartengo, al partito dell'indipendenza e del mio paese. — «Signora» — risposi — «se si dovesse formalizzarsi di certi atti isolati, darne tutta la colpa ad un intiero partito, noi ne avremmo per certo maggior diritto per quanto ci accadde l'altra sera nel combattimento in cui restammo feriti. La maggior parte di noi ebbimo ferite di bajonetta quando già per altre ferite eravamo stesi al suolo privi di forze. Come può Ella, signora, qualificare tale condotta dei nostri nemici? condotta forse di leali soldati?» — «Non posso dar loro torto» — mi rispose con grande mio stupore la signora — «comprendo come nel bollor dell'azione tali scene possano succedere senza grave colpa di chi le commette». — «Noi non ne siamo capaci» — ripresi con forza. — «Il nemico ferito per noi è sacro». — Non replicò, certamente comprendendo com'io avessi piena ragione e si parlò d'altro. — Verso l'imbrunire sentimmo parlare di trasporto in altro ospedale di qualcuno di noi; tre, si aggiungeva. Poco dopo i medici vennero a visitarci e ci dichiararono tutti non trasportabili. — Nel mentre ci rimettiamo dall'apprensione di essere separati gli uni dagli altri, in cui quella notizia di traslocazione ci aveva gettato, alcuni gendarmi entrano nella sala a chiamare i n. 1, 3 e 7, me, cioè, Bassini e Castagnini. — Temendo il trasporto ad altro luogo non riuscisse fatale a Bassini ch'era in quel momento il più aggravato di noi tre, pensammo far avvisati i medici dell'ordine strano, che contro il loro consiglio ci era stato dato.[25]