Luigi Uccellini di Ravenna (1804-1882).


BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMENTO ITALIANO

pubblicata da T. Casini e V. Fiorini. — N. 5-6

MEMORIE
DI UN
VECCHIO CARBONARO RAVEGNANO

DI

PRIMO UCCELLINI

pubblicate con annotazioni storiche

a cura di

Tommaso Casini

ROMA
SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI

1898.


PROPRIETÀ LETTERARIA
DELLA SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI

Gli esemplari di questo volume non firmati dal gerente della Società si ritengono per contrafatti.

(87) Roma, Tipografia Enrico Voghera


INDICE DEL VOLUME
Avvertimento, Pag. [V-XVI]
Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano, [1-114]
Appendice, [115-129]
Annotazioni, [131-249]
Indice delle persone e delle cose notabili, [247-283]
[Note]


AVVERTIMENTO

A queste «Memorie di un vecchio Carbonaro» che Primo Uccellini compose nell'onorata vecchiezza, sí per ricordare a sé stesso e agli altri i casi avventurosi e dolorosi della sua lunga vita di patriota, sí per lasciare ai giovani concittadini l'utile insegnamento del proprio esempio, non avrei voluto mandare avanti alcuna parola; poiché parevami che non bisognasse presentazione o raccomandazione per un libro di ricordi veramente vissuti, come oggi dicono, nei quali rinascono quasi presenti i tempi torbidi della Carboneria romagnola e delle persecuzioni pontificie e cardinalizie, le visioni luminose della Giovine Italia e l'odissea amara dei proscritti politici, i moti cosí diversi del 31, del 48 e del 49 e la reazione trionfante sin presso al sorgere del crepuscolo, annunziatore dell'Italia restituita nel pieno dominio di sé. Tutta questa epica storia di dolori e di speranze, di prove ognor rinnovate e di sconforti ineffabili, vide l'Uccellini e vi partecipò, secondo che i casi e le forze sue consentirono, ma sempre con onorata condotta, con anima immacolata, con intendimenti del piú puro patriottismo. E delle molte cose vedute narrò quelle che piú da vicino erano legate alle avventure sue personali, con semplice e ingenuo stile, con fedeltà scrupolosa al vero, senza passioni e senza vanti; egli che pur di vantarsi avrebbe avuto e occasioni e ragioni, egli cui le tarde persecuzioni dell'idea mazziniana — sua face illuminatrice nella giovinezza, suo conforto e riposo nella piú matura età — avevano tenuta viva e salda tutta la passione politica destata dalle persecuzioni dei Rivarola e degli Invernizzi. L'Uccellini scrisse queste sue ricordanze, passati ch'egli ebbe di poco i settant'anni, quando la mano affaticatasi in mezzo secolo di lavoro era già stanca; ma la memoria era ancora fedele e pronta la mente, cosí che quelle sue paginette si venivano riempiendo di uguale e nitida scrittura a matita, senz'altro lavorio, da quello in fuori che è rappresentato da pochi ritocchi e rinvii e da alcune pochissime correzioni o aggiunte di nomi e date[1]. Pubblicandole, per gentile consenso del possessore dell'autografo, l'egregio cittadino Francesco Miserocchi, mi sono fedelissimamente tenuto alla forma data alle sue Memorie dall'Uccellini medesimo; salvo che ho riordinata la punteggiatura ch'egli soleva segnare per mezzo di lineette, ho aggiunto o rettificato qualche nome proprio, e qua e là, desumendole da documenti certi, ho messo tra parentesi quadre alcune date, perché agevolassero al lettore la piena intelligenza di queste ricordanze. Alle quali ho fatto seguire, perché mi parve di corrispondere a un desiderio dell'autore, la narrazione della sua ultima prigionia, ch'egli stesso aveva stampata vivente[2], e una serie di annotazioni, nelle quali, oltre rapidi accenni storici e biografici su cose o persone da lui ricordate, ho allogato ciò che dal carteggio di prigione e d'esilio dell'Uccellini coi suoi parenti e amici[3] ho potuto ritrarre di utile per la storia, sia pure aneddotica, dei patrioti italiani e specialmente dei profughi del 31, e per conoscere piú da vicino alcuni dei casi che egli aveva solo accennati o anche omesso di raccontare nelle Memorie.

L'Uccellini non ebbe mai ambizioni letterarie, ma per le dure necessità dell'esilio dovette ingegnarsi di trarre dalla penna qualche aiuto alla vita. In Francia lavorò a parecchie compilazioni, di alcune delle quali non si è potuto avere piú precisa notizia: tali sono, per esempio, quei fascicoli di un'opera morale, che dovettero esser pubblicati per associazione in Dijon dal 1836 al '37, ma non continuarono oltre il secondo, per difetto di abbonati; quel Compendio della storia d'Italia con la descrizione del suo stato moderno, che s'incominciò a stampare nel '37, ma dopo le due prime puntate uscite nel '38 e concernenti lo Stato pontificio non ebbe altro seguito, perché un commesso infedele gli portò via ogni frutto del suo lavoro; quelle Effemeridi del 1840 per il dipartimento della Costa d'oro, che saranno state, m'imagino, uno dei tanti almanacchi descrittivi, statistici o storici allora in uso. Di tutti i lavori che il nostro ravennate pubblicò o preparò durante l'esilio, io non ho potuto vedere che il Nuovo | dizionario portatile | della | lingua italiana | compilato | sul gran vocabolario stampato in Bologna | nel 1828 da P. Uccellini | professore d'italiano[4]; una ricompilazione copiosa e diligente, se non sempre esatta nelle definizioni, dal noto lessico bolognese del Cesari.

Tornato dall'esilio, l'Uccellini poté volgere le sue pazienti fatiche di compilatore a una materia meno arida e meno ingrata; voglio dire la storia patria romagnola, della quale par che egli si proponesse di farsi volgarizzatore fra il popolo. E di queste sue fatiche frutto osservabile fu il Dizionario storico | di Ravenna | e di altri luoghi di Romagna pubblicato, in grosso volume (col motto Indocti discant, ament meminisse periti), nel 1855[5]: dove, traendo la materia per grandissima parte da un simile lavoro manoscritto del ravennate conte Ippolito Gamba (1724-1788), ordinò molte notizie storiche, biografiche, genealogiche ecc. degli uomini e cose notabili di Romagna; lavoro di largo disegno, riuscito necessariamente di scarso valore, perché l'autore poté giovarsi di pochissime fonti storiche né ebbe sempre un criterio sicuro di elezione e di metodo, ma ciò non ostante consultato anche oggi da chi non abbia familiari o non possa trovarsi sotto mano le opere speciali di piú compita e larga erudizione[6].

Ma di coteste sue cognizioni di storia patria l'Uccellini meglio si valse a rendere piú utile e istruttivo il Diario annuale di Ravenna, del quale per molti anni curò la pubblicazione. La serie di questi calendari romagnoli risale al 1703, cioè al Diario sacro di Ravenna per quell'anno, compilato da Domenico De Vicari; un altro consimile uscí nel 1784, a cura non so di chi, e per il 1792 si ebbe l'Almanacco di Romagna, edito dagli eredi Biasini di Cesena, che è molto utile a consultare, chi voglia conoscere lo stato politico ed ecclesiastico e gli uffici e le instituzioni pubbliche della provincia alla vigilia dell'occupazione francese. Durante il Regno italico si cominciò a pubblicare nel 1811 dall'editore forlivese Matteo Casali l'Almanacco del dipartimento del Rubicone, con notizie storiche e statistiche, con l'indicazione dei pubblici funzionari, dei prodotti e delle industrie locali, ecc.; ma non andò oltre il secondo anno, o almeno a me non è riuscito di trovarne altri. Restaurato il Governo pontificio, ricomparve nel 1818 e seguitò poi sempre il Diario sacro di Ravenna, con il calendario dell'anno e le autorità ecclesiastiche e civili, e ne fu compilatore Luigi Uccellini, al quale, quand'egli morí nel 1834, succedette nella modesta fatica un certo Roatti. Il nostro Uccellini dall'esilio di Dijon promise di aiutare il continuatore della «impresa lodevole»; ma poi il bisogno lo strinse ad assumerla per proprio conto, sí che fatto stampare Il Romagnolo, diario per il 1838, ne mandò in patria 500 copie, le quali furono subito vendute a cura degli amici e parenti; ma per l'anno di poi l'almanacco giunse in ritardo, e non si poté trarne alcun beneficio; sí che per il 1840 provvide mandando assai per tempo il manoscritto e affidando la cura della stampa a Giulio Guerrini, ma qualunque ne fosse la causa (forse qualche maneggio del compilatore del Diario sacro), la stampa non si poté fare. Nella redazione del Diario sacro intervenne un cambiamento, poco prima del ritorno dell'Uccellini dall'esilio; poiché quello dell'anno 1846 ha un breve proemio ove si annunzia un compilatore nuovo[7], che si crede esser l'Uccellini medesimo, il quale ne avrebbe da quel momento presa la cura sopra di sé. Sebbene nei Diari che seguono sino al tempo del definitivo ritorno dell'Uccellini in Ravenna, che fu nel 1852, si trovi quell'ornamento che a lui tanto piaceva, delle notizie di storia patria[8], non credo di esser lontano dal vero ritenendo che la compilazione, come cosa propria ed esclusiva, fosse da lui assunta solamente con la redazione del libretto per il 1854, che si vide apparire con titolo di Almanacco della provincia di Ravenna col Diario sacro. La serie dei libretti annuali compilati dall'Uccellini durò fino al 1880, poi la redazione fu da lui ceduta a Primo Gironi, già suo collaboratore negli anni anteriori; il titolo tornò a essere Diario sacro nel '55, poi fu di Diario sacro e profano nel '60; dal 61 al '63, Diario di Ravenna, e indi poi sempre di Diario Ravennate. Ogni fascicoletto, oltre il calendario e la serie degli uffici governativi, municipali ed ecclesiastici, contiene dal 1854 all'80 una messe copiosa di notizie, documenti e curiosità di storia patria, raccolte e date fuori a titolo di varietà e di istruzione popolare, e quasi tutte fatica propria dell'Uccellini; al quale per altro alcuna volta si compiacquero di porgere il contributo di piú dotti lavori alcuni amici suoi, come Adolfo Borgognoni e Corrado Ricci. Queste compilazioni storiche dell'Uccellini[9] sono di scarsissimo valore per ciò che riguarda i tempi antichi; ma acquistano il carattere di preziose testimonianze allorché raccontano fatti della storia piú recente, massime del risorgimento nazionale. Non sempre è possibile discernere ciò che l'Uccellini dettò egli stesso da ciò che gli fu dato a stampare da alcun suo cooperatore; ma con sicurezza si devono registrare come suoi gli scritti seguenti:

1. Cronaca ravennate dal 1859 al 1878; ne furono pubblicati dei frammenti nei Diari del 1860 (dal 13 giugno alla fine di novembre 1859), del 1861 (dal gennaio a tutto novembre 1860), del 1879 (dal 1870 sino al 1974 inclusive), del 1880 (anni 1875 e 1876) e del 1881 (anni 1877 e 1878).

2. L'ingresso delle truppe pontificie nelle Romagne (20, 21 gennaio e 5 febbraio 1832), nel Diario del 1863.

3. Persecuzioni politiche, 1921-25; nel Diario del 1864.

4. Spedizione contro Roma, colonna mobile di Ravenna, 1831; ivi.

5. Biografia: Antonio Ghirardini sopranominato Buraccina; ivi.

6. Vita di Andrea Garavini; nel Diario del 1867.

7. Martirologio politico ravennate; nel Diario del 1868.

8. Il generale Giuseppe Garibaldi sottratto dai patrioti ravegnani alle ricerche degli Austriaci nell'estate del 1849; nel Diario del 1869[10].

9. I missionari del 1824 e l'arcivescovo Codronchi; nel Diario del 1879.

10. Racconto dell'assalto di Gaetano Tarroni e dei suoi seguaci contro la Guardia urbana nel 1831; ivi.

Se a questi scritti si aggiunga la Relazione storica sulla avventurosa scoperta delle ossa di Dante Alighieri, scritta e pubblicata dall'Uccellini nell'anno medesimo del centenario dantesco[11], si sarà enumerato tutto ciò che il buon patriota produsse nel campo letterario; nel quale egli non impresse solchi durevoli e profondi, ma lasciò negli scritti testimonianza di amore operoso alle memorie gloriose della sua terra natale. E quando il 29 marzo 1882 l'Uccellini chiuse per sempre gli occhi alla luce, il compianto grandissimo che si levò per Ravenna e per tutta la Romagna[12], se era specialmente un tributo di reverenza al cittadino morto immutato nella sua fede politica e serbatosi intero di animo e di vita in mezzo a tante apostasie e a molte viltà; non dobbiamo dimenticare che esso era anche riflesso di una popolarità, alla quale molto avevano conferito le modeste compilazioni del Diario Ravennate.

T. Casini.


MEMORIE
DI UN VECCHIO CARBONARO RAVEGNANO

O piccole o grandi le memorie patrie è dovere il conoscerle, perchè nel passato è gran parte del nostro avvenire.

N. Tommaseo.


Scrivo le vicende della mia vita politica, come altre volte le raccontai in convegno di amici, cioè in quel modo genuino che può usare chi non è scrittore, ma un semplice compilatore di cose patrie. Le scrivo perché ritengo che i miei giovani concittadini, a cui le dedico, possano ritrarre da esse utili insegnamenti.

Primo Uccellini.

30 giugno 1877.


[I.] Nacqui nel 9 gennaro 1804, quando la Francia, sottrattasi già dall'assolutismo dei Borboni, reggevasi in repubblica e faceva prevalere pure in Italia i principi che essa aveva adottati; sicché m'inspirai per tempo a sensi liberali.

[II.] Mio padre, conosciuto per l'amenità del suo carattere e per l'originale gaiezza del suo umore, esercitava con somma maestria l'arte di tipografo; ed essendo di mente aperta pervenne ad arricchirsi di quelle cognizioni, che non ebbe agio d'acquistare nelle scuole. Di umore allegro dilettavasi di compor versi, che destavano lunghe risate nelle comitive, e molti ne corrono ancora per la bocca del volgo. Fervido partigiano della Francia, fu compreso tra i liberali condotti alle Bocche di Cattaro dopo i successi degli alleati in Italia; ma la battaglia di Marengo li salvò tutti da certa ruina. In seguito ebbe a soffrire alcune vessazioni a causa dell'atterramento delle Croci, operato da' Giacobini, al quale prese parte. Ma, caduto l'Impero, attese con zelo all'ufficio di commesso, conseguito nel Municipio.

[III.] Premuroso di iniziarmi presto negli studi mi assegnò per maestro un certo Coatti di Argenta che aveva nome di dotto. Ma alla fin dei conti il suo merito maggiore consisteva nell'imprimere sopra cartaccia imagini di sant'Antonio, colle quali ci carpiva una parte della colazione e della merenda. In seguito fui preso in casa da un certo Zavaresi, prete di qualche intelligenza, ma manesco all'ultimo segno; e non stava un minuto senza adoperare il nerbo.

[IV.] Finalmente m'introdussero nelle scuole del Collegio come alunno estero. Allora presi alquanto gusto negli studi, e nella cattedra di diritto civile e canonico, diretta con somma lode dal professore avvocato Zalamella, conseguii il 2º premio. Ma il povero mio padre col peso di numerosa prole, e di continuo afflitto da malattie, non era piú in grado a sostenere le spese degli iniziati studi di legge, specialmente quelle che occorrevano per la provvista dei libri, e m'indusse ad abbandonarli, per darmi alla carriera degli impieghi.

[V.] Correva allora l'anno 1818, cioè era il tempo in cui la Carboneria fioriva ovunque. L'Italia presentava un vivaio di sètte, di diverso nome, ma tutte tendenti allo stesso fine: abolizione della monarchia assoluta. In Ravenna la Carboneria dividevasi in tre sezioni: la prima portava il nome di Protettrice, perché reggeva le altre; la seconda di Speranza, perché composta in gran parte di giovani studenti; e la terza, perché era un miscuglio di ogni sorta di gente, operai quasi tutti, i piú pronti all'azione, ebbe il nome di Turba. Ogni sezione aveva un rappresentante presso la Protettrice, il quale le dava contezza d'ogni movimento di ciascuna sezione.

[VI.] Incline a far versi ne tirava giú d'ogni colore sempre sullo stesso soggetto, «la tirannia», e ciò mi diede nome fra i miei colleghi, che pensarono senza ritardo d'introdurmi nella Speranza.

Una riunione preparatoria si tenne dapprima con altri neofiti nella bottega del barbiere Medri; poi, tre sere dopo, accompagnato da chi mi propose all'ammissione, fui condotto nel Borgo Adriano in casa di Luigi Ghetti, ove stavasi adunata la presidenza della Carboneria. Appena entrato fui da ignota mano bendato, e, in seguito di alcune parole scambiate tra il proponente e chi guardava al di dentro l'adito della stanza in cui risiedeva il consesso, venni introdotto. Una voce imponente mi diresse varie interrogazioni, e quando ebbi data parola di esser pronto a tutto sacrificare pel bene della patria, e di concorrere energicamente alla depressione della tirannia, mi si fece porre la mano sopra un nudo pugnale e sul medesimo pronunciai il giuramento prescritto. Dopo di che mi si tolse la benda, e mi vidi attorniato da una siepe di pugnali. Allora il vecchio Andrea Garavini, che dirigeva la seduta, mi disse ad alta voce: «Tutti questi pugnali saranno in vostra difesa in ogni incontro se osserverete la santità del giuramento prestato, invece saranno a vostro danno ed offesa se vi mancate: la pena del traditore è la morte.» Tosto mi venne indicata la squadra a cui apparteneva, comunicati i motti d'ordine che giovavano ad intendersi, e data ogni altra istruzione necessaria. Appena inscritto nel ruolo, ebbi ordine di provvedermi di un paio di scarpe da munizione, di un sacco militare; v'era chi ne fabbricava per conto della Società.

[VII.] Certamente il Governo ignorava ciò che era a tutti palese: il crescere ed estendersi del partito che lo voleva abbattere; ma il fatto è che rimase inerte ben sapendo che ogni ramo della pubblica amministrazione stava nelle mani della Carboneria, la quale avrebbe saputo rendere inefficace qualunque ordine contro di essa emanato, e sapendosi che l'Italia contava da 300 mila carbonari. Ma si scosse terribilmente quando poté avere un punto d'appoggio sullo straniero, come vedremo in seguito.

Intanto gli agenti della forza, se capitavano in una bettola ove stavano carbonari, si univano ad essi, e col bicchier in mano cantavano in coro:

Uniti e concordi

Scacciam lo straniero,

Ognun sia guerriero,

Sia pronto a pugnar.

Dall'Alpi scoscese

All'Etna infocato

Sia tutto uno Stato,

Un popolo sol.

Uno dei gravi difetti degl'Italiani, e dei Romagnoli specialmente, quello si è di darsi ad una smodata gioia in aspettativa di qualche lieto evento e di perdersi in feste e in divertimenti sempre di distrazione dagli assunti intenti. Vi sono ancora dei vecchi che ricordano le strepitose e dispendiose feste date nell'incontro della serata di una certa Morandi, prima donna in quei giorni nel nostro Teatro comunale: fu, è vero, una dimostrazione politica, perché i liberali la consideravano come il simbolo della libertà nazionale; ma la dimostrazione era fuor di proposito, e denari non pochi si dispersero senza frutto.

[VIII.] Il movimento appressavasi sempre di piú, e seppi che si doveva iniziare nel regno di Napoli, ove stava il nerbo della Carboneria e dove la truppa era in pieno d'accordo coi capi delle sètte. Quando gli Austriaci si fossero mossi contro Napoli, tutto il centro d'Italia, già pronto alla riscossa, doveva gettarsi sugl'invasori e contrastar loro il passaggio. Il Piemonte pure doveva insorgere. Ma un ordine spedito dall'Alta Vendita di Bologna, a quanto mi fu detto, dispose che si lasciassero passare gli Austriaci senza molestarli e che solamente al loro ritorno venissero da ogni parte assaliti. Liberi da ogni molestia, essi giunsero freschi ed intatti alla loro destinazione e dispersero senza stento le falangi patriottiche. E chi poteva seguire l'ordine di Bologna, quando trionfanti e pettoruti col mirto al cimiero retrocederono dalla loro impresa?

[IX.] Eccoci all'anno 1821, anno di continue tribolazioni. Il Governo [1 marzo 1820] affidò il reggimento della provincia di Ravenna al cardinale Antonio Rusconi, vescovo d'Imola detto Cuccardina, accanitissimo satellite della Corte romana. Sbirri e gendarmi penetravano di notte tempo nei domicili di quei cittadini, che nell'anno scorso si erano dimostrati esaltati liberali e che avevano insieme bevuto alla salute d'Italia; mettevano in iscompiglio tutte le famiglie, senza aver riguardo né a vecchi né a giovani, e colle sciabole sguainate alla mano scomponevano pagliacci, materassi, mobili, ritenendo che occultassero armi, carte, munizioni ed oggetti settari. Fatte le perquisizioni, arrestavano le persone dalla polizia loro designate; e senza permettere nemmeno di abbracciare i propri congiunti, venivano strappati dal focolare domestico, rinchiusi in diversi veicoli e strascinati nei forti dello Stato: e a molti s'impose l'esiglio.

[X.] In quale agitazione fosse il paese ognuno lo può da sé arguire. Però i carbonari, scampati dai rigori del cardinal Legato, non si perderono d'animo; anzi riordinarono in breve con maggior prudenza le loro squadre e si posero in condizione di sventare le sue mire. Quello che piú premeva era di frenare la prepotenza e l'insolenza degli sbirri e dei gendarmi divenuti insopportabili.

Quando essi incontravano un liberale loro maleviso lo afferravano per l'abito, lo tiravano di qua e di là, e il piú bel complimento che gli potessero fare era questo: «Dove vai, carogna?» e se non si rispondeva a loro modo davano mano anche ai pugni; guai se si reclamava: il rimedio diveniva peggiore del male. Non poche volte osarono svellere persino i peli dei baffi; barbarie che non credo usata neppure fra i selvaggi. Ma abyssus abyssum invocat. Si tennero d'occhio coloro che di tante sevizie erano fautori, ed a tempo opportuno ricevevano il guiderdone che meritavano.

[XI.] Accaduta la morte di Pio VII [20 agosto 1822], il Rusconi andò a Roma al Conclave, lasciando la provincia nella massima esasperazione e con una dose d'odio contro chi ci reggeva maggiore il doppio di prima. Dopo la elezione del papa Leone XII [28 settembre], venne surrogato al Rusconi il cardinale Agostino Rivarola [11 maggio 1824], uomo bisbetico, prepotente ed eccentrico all'ultimo segno. Egli fu investito di ampie ed estese facoltà, dette leonine, sulle quattro Legazioni e sulla Delegazione di Pesaro ed Urbino. Nella campagna di Roma, ove aveva dapprima agito contro i malandrini che l'infestavano, erasi acquistato il nome di abile agente politico. Ma il risultato del suo operato in Romagna fu interamente negativo.

Appena giunto a Ravenna con scorte di dragoni a cavallo, di cacciatori a piedi e di missionari — che bell'amalgama! — ordinò che si chiudessero gli spaccî di vino ed impose ad ogni cittadino che girasse di notte di munirsi di un lume acceso. Il paese mostrò subito con satire di ogni genere in qual concetto teneva tali provvedimenti. «Non possiamo riunirci nelle bettole, dicevasi, ci uniremo nelle nostre case, lontani dagli occhi della polizia; ecco un vantaggio per noi inatteso.» La lanterna divenne presto un sollazzo; se ne fecero di carta a tre colori nazionali, e si offerse una continua dimostrazione politica. In tutto ciò che il Rivarola faceva, nulla appariva che dovesse essere il rigeneratore delle Romagne. Ma i missionari? ecco il punto importante del dramma. Appena giunti, eressero nel mezzo del Duomo un gran paretaio, ove con ogni artificio di parole eccitavano i fedeli ad accostarsi al sacramento della penitenza; specialmente «quelli che seguendo le perverse dottrine del giorno erano nella via di perdizione». Né bastavano le eccitazioni verbali. Il cardinale faceva percorrere in ogni strada pattuglie di dragoni, che imponevano la chiusura dei negozî, ed agenti di polizia, che spingevano i ragazzi alle missioni; ciò che irritava anche i bigotti, perché dicevano non doversi sforzare chicchessia in atti di religione. Io assistei per curiosità ad una predica, e specialmente ad un dialogo tra il dotto e l'ignorante; e posso dire che trovai piú di buon senso in una commedia di burattini che in simili dialoghi, e previdi sin d'allora un tristo successo. Intanto per favorire il concorso dei penitenti tenevasi aperta ogni sera nel palazzo arcivescovile sino ad ora tarda la cappella di San Grisologo, in cui erano confessionali ben disposti. È fuor di dubbio che lo scopo dei missionari era quello di penetrare col mezzo della confessione ne' piú reconditi segreti della Carboneria; come è pur fuor di dubbio che il Rivarola mostrò all'arcivescovo Codronchi con lettera riservata il vivo desiderio che coadiuvasse all'opera dei missionari: ma l'aver lasciato cadere la lettera nelle mani del suo agente Zotti, il di cui figlio Giovanni, addetto alla sètta, ebbe della medesima conoscenza, dimostra che il Codronchi non intendeva di soddisfare al desiderio espresso dal Legato, contrario ai principi di un degno cittadino e di un onesto sacerdote.

Inesprimibile fu l'avversione che concepi il Rivarola contro Codronchi. Essendo questi caduto ammalato, la Magistratura ordinò a spese pubbliche un triduo nella cappella del palazzo comunale; ma il Rivarola siccome era tempo di carnevale insisteva perché nella sala contigua si aprissero durante il triduo feste da ballo. Ma la Magistratura fu abbastanza savia per non aderire alla volontà del Legato, che agiva solo per rabbia e dispetto, con scandalo del paese. Infine, stanco il Codronchi dei dispiaceri che gli venivano dal Legato, rinunciò all'arcivescovado. Ma il paese, memore sempre dei sommi beneficî da lui ricevuti, indusse la Magistratura a recarsi subito a Roma presso il sovrano, onde non accogliesse la data rinuncia, ed il vóto del paese fu compiuto. I missionari pure vollero esprimere il loro malumore al Codronchi, lasciandogli un foglio di ricordi pieno di insulti e di minacce.

[XII.] Il Rivarola aveva l'incarico non solo di purgare le Romagne dalle sette, ma quello pur anche di dar termine ai processi politici iniziati nel 1821 dal Rusconi. Questi processi furono confezionati nelle tenebre, da persone scelte fra le piú avverse ai principî liberali, senza che fossero ammesse prove a favore degli imputati; senza difesa insomma e senza tutte le formalità e garanzie che la legge esige: processi creati a seconda il sistema inquisitoriale che non ammette che due estremi, accusa e condanna. Il Rivarola sulla relazione dei giudici processanti da lui scelti, invocato con solennità il nome di Dio, quando invece era da invocarsi quello del diavolo, pronunziò il 31 luglio 1825 inappellabile sentenza sopra 508 cittadini di ogni rango e condizione, condannandone alcuni alla morte, varî alla galera, non pochi alla detenzione per diverso tempo, e sottomettendo moltissimi ad un precetto che, togliendo quella libertà di azione che è ad ognuno necessaria per reggere i propri affari, era oltremodo pregiudicevole. Il Rivarola fu sollecito di far commutare la pena di morte in quella di galera o di accorciare il tempo delle pene agli altri inflitte. Non per questo l'atto da lui emanato cessò di essere una mostruosità, un atto d'ingiustizia, di cui non si trova esempio nella storia dei tempi piú barbari. Chi potrebbe calcolare i danni che produsse quell'atto nelle famiglie da esso colpite? Il malanimo fu intenso, persino nelle persone affezionate al Governo; onde non è da stupire se si formarono complotti contro la vita del Legato. Già altri tentativi eransi fatti in questo senso, ma senza successo. Infine si risolse di assalirlo di fronte, come fece Louvel contro il duca di Berry. Il giorno destinato all'ardita operazione fu il 23 luglio [1826], giorno sacro a sant'Apollinare, protettore di Ravenna, la quale in tale fausto incontro offriva nella sera della festa un'accademia di suono e di canto nella sala del Teatro, ove l'istituto era eretto, ed alla quale doveva intervenire il Legato; e si stabilí di assalirlo nell'istante che ritornava al palazzo. Ma non si trattenne che poco; e quando uscí, gli accessi della sala rigurgitavano di gente ivi raccolta per intendere la musica: onde convenne rinunziare al colpo, e i cospiratori seguirono la carrozza, che lo trasportò nel Corso in casa di Gabriele Rasponi. A chi stava l'eseguire l'operazione, si pose in agguato nell'angolo piú oscuro del portone di casa Loreta, ora di Clemente Triossi, la quale viene ad essere dirimpetto a quella di Rasponi, ed ivi attese impavido il momento opportuno. Quando il Legato si mosse alla partenza, scesero sulla porta i servitori di casa con torcie accese, il comandante di piazza che era presso il Rasponi e l'ordinanza del medesimo, con altri inservienti. Chi stava in agguato corse allo sportello opposto a quello in cui il Legato doveva ascendere, contro il primo che pose piede in carrozza esplose un colpo di pistola, ritenendo che fosse il Legato; ma invece era il di lui segretario, il canonico Muti. L'ordinanza del comandante di piazza corse dietro a colui che vide fuggire; ma presto lo perdé di mira. Il canonico restò gravemente ferito e venne ricondotto in casa Rasponi; si è sempre detto che la di lui morte avvenuta piú tardi fosse l'affetto di quella ferita. Si pregò pure il cardinale a non muoversi per timore di un altro assalto; ma volle partire ad ogni costo. Mi ricordo che io passeggiava nella piazza col tenente di guardia, quando s'intese venir con impeto insolito il legno del Legato; del che il tenente sorpreso corse al suo posto, e si permise di chiedere: «Havvi qualche novità, Eminenza?» — «Niente, niente han voluto salutarmi con una schioppettata», rispose; e scese nel suo appartamento, nella di cui cappella orò tutta la notte, facendo vóto di erigere un altare nel Suffragio per l'ottenuto scampo. Fu in breve richiamato in Roma, ove gli fu conferita l'alta dignità di prefetto delle acque: cosí il Mongibello tuffato nelle acque non poté piú vomitar fiamme.

[XIII.] Or comincia una nuova dolente istoria. Il papa all'annunzio dell'attentato contro Rivarola, un cardine della Chiesa, s'infierí come una iena, e risolse che a Ravenna venisse tolto il privilegio di capoluogo di provincia, e fosse scomunicata, cioè subissata nel mezzo dell'inferno. Intanto elesse una Commissione speciale mista [22 agosto], composta di persone di provata affezione al Governo, della quale ebbero la direzione un prelato di nome Invernizzi e un colonnello dei gendarmi chiamato Ruvinetti, onde si cominciò a dire in paese: «o Ruvinetti ruina Ravenna, o Ravenna ruina Ruvinetti». La Commissione assunse in breve il suo ufficio [11 settembre] che era quello di scoprire gli autori dell'attentato di Rivarola e di alcuni altri dello stesso genere rimasti occulti. La Commissione s'insediò nel palazzo Baronio, e fu per caso che riuscí a conoscere la via da tenersi per arrivare all'indicata scoperta; ed ecco il caso. Due individui s'azzuffarono presso il corpo di guardia ed uno di essi tirò fuori un lungo coltello, onde i soldati ivi di stazione lo arrestarono e lo condussero in carcere. L'arrestato aveva intrinseci rapporti con Stefano Piavi, impiegato negli uffici del genio civile, membro dell'alta Carboneria e presidente della società della Speranza, il quale aveva piena contezza dei fatti avvenuti. L'arrestato espose ad Invernizzi che se lo rimetteva in libertà gli avrebbe additato come regolarsi nella ricerca intrapresa; e da quanto espose su quel che aveva appreso si ebbe modo da avanzare le investigazioni. Pare che il Piavi, conosciuto l'operato del suo amico, sopranominato, credo, Patanina, si presentasse da sé all'Invernizzi, e dietro l'assicurazione che sarebbe lasciato illeso, spiegasse tutta la tela che era stata in allora tessuta. Certo si è che il Piavi non fu mai menomamente molestato, sebbene gravemente compromesso in gravi affari. La Commissione non istette lungo tempo a Ravenna, ed avendo saputo che tentavasi di minare le cantine che son dietro il palazzo Baronio, lo sgombrò e andò a stabilirsi in Faenza.

[XIV.] Non si tardò a vedere l'effetto delle dichiarazioni del Patanina, confermate dal Piavi, mentre alcuni mesi dopo arrestarono Gaetano Rambelli ed altri di seguito senza posa. Non essendo le carceri ordinarie di piazza sufficienti a contenere tutti gli arrestati, se ne eressero delle straordinarie nell'ampio convento di San Vitale, e i detenuti vennero affidati in custodia ai gendarmi che avevano piantata la lor caserma di qua e di là degli spaziosi corridori di quel convento.

[XV.] Il giorno 3 ottobre 1827 venne il mio turno, e nel mentre che io transitava per la piazza per recarmi al mio ufficio, verso le dieci antimeridiane, un maresciallo colla scorta di alcuni dei suoi m'intimò l'arresto: lo seguii senza batter parola. Avevasi accesso nelle carceri pel portone ora murato, che vedesi presso la porta piccola della chiesa di San Vitale. Giunto in ufficio, mi si usò una perquisizione la piú minuziosa, indi fui condotto nel camerino assegnatomi: era umido, senz'aria perché era coperto quasi interamente con un assito il vano della finestra; la sentinella di fazione vi teneva di continuo gli occhi addosso al detenuto, e se scostavasi un momento dal centro della camera lo obbligava a ricomparirvi. Un tormento indicibile veniva poi nell'estate a chi ivi era rinchiuso, a causa del lumicino a olio, che tenevasi acceso presso lo sportello della porta onde la sorveglianza non venisse mai meno. Non pochi poi erano i gendarmi zelanti di guardia, che quando scorgevano che dormivate, facevano rumore dallo sportello per svegliarvi. Concedevansi qualche volta libri da leggere e lo stramazzo. Quando fui posto in carcere, io era gravemente ammalato; onde fu d'uopo chiamare il medico. Sentivo bene che il mio male era prodotto da infiammazione, pure egli mi ordinò della china. Per fortuna fece un effetto contrario a quello che gli è proprio, e mi serví di un purgativo efficacissimo. Sgombro di ogni materia fecale, ripresi energia, e quel che piú interessa, appetito. Il trattamento delle carceri era eccellente; buona minestra, scelto alesso, una seconda pietanza, frutta, buon vino e pan bianco: ecco l'ordinario di ogni mattina; nella sera una nuova pietanza con insalata, pane e vino come al mattino. Mi ricordo che, quando mi fu chiesto se volevo il pranzo e che intesi proseguirsi lo stesso trattamento, rinunziai all'offerta. L'umidità assorbita nell'inverno mi sviluppò in primavera la rogna e foruncoli senza fine; ma non feci ricorso per alcun medico, e lasciai che si sfogassero a bell'agio, e feci bene. Colpito un giorno da rumore, come mosso da allegria che dalla camera che mi era dirimpetto sorgeva, vidi diversi dei piú noti settari e dei piú compromessi uniti insieme, che se la passavano molto bene. E come ciò arriva? dissi io fra me, e concepii su loro sinistri sospetti, che piú tardi potei verificare. Cosí pure ogni sera all'ora di notte chiudevasi lo sportello pel passaggio di un detenuto, e trovatolo una sera socchiuso, mi vi accostai tanto da poter ravvisare l'individuo: era il dottor Mazzoni, che ogni sera vestito da gendarme conducevasi dalla moglie.

[XVI.] Pochi giorni dopo il mio arresto fui chiamato dal giudice istruttore e sottomesso agli esami sugli oggetti che mi erano imputati e che qui accenno, per non parlare piú di essi, atteso che si ripeterebbe in ogni esame gli stessi titoli, esposti or in un modo or in altro, or con minacce or con dolci lusinghe, e sempre coll'addurre questa unica prova: «consta al fisco». Ecco le accuse prodotte a mio carico:

1. di appartenere alla sètta carbonica;

2. di aver tentato con altri di ottenere i mezzi necessari per minare il palazzo apostolico a danno del cardinale Rivarola e di avere io assunto l'impegno di avere le chiavi della porta del palazzo della Tesoreria col mezzo di Gaetano Orioli, presso cui stavano come custode degli ufficî degli ingegneri, posti nel ricordato palazzo, onde si avesse modo di entrare inosservati nei sotterranei ivi esistenti ed eseguire il progetto;

3. di aver proposto di liberare dal carcere i detenuti politici di San Vitale col far assalire da cento patrioti armati la chiesa di San Vitale quando i soldati vi stavano disarmati ad ascoltar la messa nei giorni di festa, di occupare le gallerie della basilica e di far fuoco sopra chi azzardasse di muoversi, ed intanto cinquanta altri patrioti, invaso l'interno del luogo, compiessero l'operazione progettata;

4. di aver composto uno scritto in versi martelliani ingiurioso al Sovrano e ai suoi ministri.

A tutte le interrogazioni direttemi sopra le indicate accuse diedi sempre una risposta negativa, rigettandole in un modo assoluto e pregando che mi si esponessero le prove su cui basavano; ma era come invocare la manna celeste, mentre col sistema inquisitoriale escludevansi.

[XVII.] Erano vari mesi dacché i miei di casa non avevano avute mie notizie, e mia madre erasi fitto in capo che io era morto e che già mi avevano visto disteso in terra estinto nel mezzo della chiesa di San Vitale. Allora mio padre fece alcune pratiche col colonnello Ruvinetti, per ottenere il permesso di venire a trovarmi, e riuscí nell'intento. Una sera sul tardi due gendarmi entrarono all'improvviso nel mio tugurio e m'intimarono di seguirli. Scesi con loro a basso nell'ufficio del maresciallo di guardia e mi vidi alla presenza di mio padre accompagnato con mia sorella maggiore. Tanta fu la commozione d'ambo le parti che per alcuni minuti niun ebbe forza di proferir parola: mia sorella mi presentò un mazzo di fiori, che aveva nelle mani, ed allora chiesi notizia della famiglia e lor diedi sul mio conto tutte quelle che potevano tenerli di buon animo; gli abbracciai e ritornai al mio posto. Però l'agitazione durò tutta la notte per la sorpresa che io n'ebbi: potevasi però evitare una emozione sí sensibile, dandovi avviso.

[XVIII.] Altra visita pure inattesa ebbi in seguito. Piacque a monsignor Invernizzi di conoscere di persona i detenuti, di consultarli sullo stato in cui si trovavano, e si presentò a loro in ogni carcere circondato dagli altri membri della Commissione. Dalle interrogazioni loro, come seppi da un maresciallo, non seppe trarre che reclami, lagnanze ed anche qualche insulto. Giunto nel mio camerino, le di lui prime parole furono queste:

— Come sta lei?

— Benissimo.

— Com'è trattato?

— Benissimo.

— Ha nessun reclamo da fare?

— Nessuno. E lisciandosi il petto colla mano destra e torcendo il collo, come praticano i gesuiti, proseguí col dirmi:

— Già, già, vedi, si tira via.

— Scusi, monsignore, questa parola si tira via non si addice ad un giudice che ami la giustizia, perchè toglie l'idea di quella investigazione che occorre nei giudizi: un mese di piú non pregiudica, anzi può giovare quando serva a meglio conoscere la verità.

— Dice bene: può scrivere quando crede ai suoi — e se n'andò.

Il maresciallo, che aveva preso a confabulare meco, mi disse che l'Invernizzi era rimasto stupefatto del mio linguaggio, tanto diverso da quello degli altri detenuti.

[XIX.] Finalmente si pervenne alla soluzione del terribile dramma. Gli autori stessi degli omicidi, un Lossada, un Raulli, un Gamberini, un Branzanti, o autori principali o complici, presero per tempo l'impunità e furono salvi; chi non si arrese soggiacque alla pena dell'ultimo supplizio. Premeva alla Commissione di dare un grande esempio; e, visto che non pochi erano coloro che dovevano soggiacere al patibolo per la loro partecipazione agli omicidi avvenuti, si contentò di averne cinque. In quanto ai Carbonari non imputati di delitti comuni, si contentò di accettare da loro una rinuncia, chiamata spontanea, di non appartenere mai piú a sètte contrarie al Governo, colla minaccia d'incorrere nelle prescritte pene non osservando la rinuncia.

La scena funesta di cui qui intendo parlare ebbe luogo nel 13 maggio 1828. Mi ricordo che in quella mattina era in piedi prima delle sette e stava accomodandomi la cravatta al collo dinanzi alla piccola fessura dell'assito della mia finestra, quando due tocchi quasi simultanei della campana della pubblica torre mi colpiscono l'orecchio: essi mi fecero l'effetto di due stoccate al cuore, perché compresi che annunziavano l'agonia di condannati a morte. L'essere chiusi sin dalla sera antecedente tutti gli sportelli delle carceri, il rimanere tuttora chiusi, il silenzio perfetto che regnava nei corridoi in cui s'acquartieravano i gendarmi, mi diedero a conoscere che i condannati erano del nostro rango, di quelli che tenevansi in custodia ove noi eravamo. Il segno dell'agonia proseguiva sempre, ed uno dei compagni del camerino attiguo al mio, non pratico del paese, mi chiese che significava il suono di quelle due campane; a cui risposi: «Sventura! alcuni dei nostri sono oggi giustiziati»; ed il curioso si è che la domanda mi venne dal fratello dell'ebreo che era compreso tra i condannati. Ansioso di trarre maggiori indizi, mi accostai allo sportello, lo spinsi indietro e vidi che i corridoi erano quasi deserti e non intendevasi che il passo monotono delle due sentinelle che ci sorvegliavano. Allora mi rivolsi all'assito della finestra, e con un chiodo che aveva del medesimo allargai una fessura, da cui scorgeva benissimo la strada detta di San Gaetanino, e vidi veicoli di ogni sorta trasportar forse alla Pineta chi si allontanava dalla terribile scena, onde sempre piú mi confermai nei concepiti sospetti. Le campane non cessavano di far intendere il loro tristo e lugubre suono, onde pieno di dolore mi gettai in letto, cercando colla mente d'indovinare chi potessero essere le vittime e la causa di una agonia si lunga, la quale dalle sette del mattino si prolungò sino ad un'ora dopo mezzogiorno. A quest'ora, ritornata la falange dei gendarmi ai loro posti, si riapersero gli sportelli e riapparve il movimento di prima. Prima loro cura fu di distribuire il pranzo: il maresciallo, incaricato della distribuzione, mostrava nel viso una gioia da cannibale; onde, addolorato come era, non mi riuscí di mandar giú un sol boccone, e per occultare il dolore che mi opprimeva gettai l'intero pranzo nella latrina.

[XX.] Dal maresciallo, che mi si era reso benevolo seppi il numero dei condannati, il loro nome e il supplizio a cui erano stati sottomessi, ed ebbi piú tardi una copia della sentenza che aggiungo alle presenti memorie per miglior schiarimento dei fatti. Seppi pure il motivo del prolungamento dell'agonia; esso derivò dall'insistenza di Rambelli e dell'ebreo a non voler adempiere ai doveri di religione. Messe in uso tutte le pratiche necessarie coi preti che li circondavano da ogni lato senza frutto alcuno, si ricorse a monsignor arcivescovo Falconieri, ritenendo che la sua autorità vincesse la prova; ma ogni suo tentativo riuscí vano. Il Rambelli gli rispose in modo risoluto: «Oh! mi lascino alla fine in pace», e tenendo un Cristo in mano esclamò: «Io ho aperto a Lui, — additando il Cristo, — «l'animo mio, con Lui ho fatto i miei conti; e ciò basti: cogli uomini nulla ho piú a che fare». Appresi piú tardi da Natale Mariani capo custode delle carceri, uomo di sensi magnanimi e liberali, che monsignor Gianolli, vicario dell'arcivescovo, quinta essenza di iniquità, propose che il Rambelli venisse tratto nei sotterranei del carcere ed ivi con battiture indotto a confessarsi; ma la proposta fu rigettata. Mi diceva il Mariani che, se tosse stata accolta, egli sagrificavasi di certo, mentre aveva risolto di chiudere i due monsignori col loro seguito nel sotterraneo e scappare ambedue per un adito a lui solo noto. Comunicò pure piú tardi ciò al conte Eduardo Fabbri tipo dei liberali d'Italia, uomo distinto in lettere, che, riconosciute le nobili doti del Mariani nel tempo che si tenne alla di lui carcere gli fu amico e compare. Questo Mariani è il padre di quell'Angelo, che tanta gloria si acquistò nell'arte musicale. Un altro fatto che merita di essere narrato è quello che successe ad un certo Spada del borgo di Porta Sisi, papalone sino nel fondo dell'animo. Il supplizio da infliggersi a dei liberali gli serví del piú gradito spettacolo; e sino dalla mattina di buona ora si pose dirimpetto al palco delle forche nella piazza dei Tedeschi, or del teatro Alighieri, colla testa nuda sotto un sole cocente, attendendo la esecuzione, ed ad ogni individuo appeso gridava giulivo: «E uno!». Ma l'operazione andò alla lunga sino ad un'ora dopo mezzo giorno, come abbiam detto: i raggi del sole gli mossero una infiammazione al cervello, che lo trasse al sepolcro. La gente recavasi in chiesa ove era esposto, gli lacerava il panno funebre, gli sputava addosso, onde fu necessario chiuder la chiesa.

[XXI.] La misura piú efficace a deprimere la Carboneria fu quella della spontanea, o rinuncia adottata dall'Invernizzi, perché le toglieva quella forza morale che la teneva in vita. E difatti dal momento che uno confessava con atto solenne il torto di aver avversato il Governo e di avere congiurato contro di esso, e prometteva con giuramento di tenersi suddito fedele ed obbediente, diveniva un essere spregevole, su cui non era da farsi piú calcolo alcuno. D'altra parte il Governo sarebbe stato costretto d'imprigionare tutta la falange numerosa dei Carbonari e sottometterla a diverse pene, ciò che avrebbe aggravato l'erario pubblico di non lieve spesa senza ottenere un pieno intento, mentre i castighi infervorano ed avvivano i partiti, ma non li annientano. Già le impunità e le defezioni accennate agevolarono l'ultimo colpo mortale.

[XXII.] La missione di monsignor Invernizzi era ormai compiuta, quando una sera mi si presentò Nardoni segretario, credo, del colonnello Ruvinetti, il quale dopo i saluti d'uso mi disse:

— Dunque ella non vuole uscire di qui?

— Cioè, dica piuttosto che non mi vogliono far uscire.

— Ma dipende da lei l'esser libero.

— Mi favorisca di espormi in che modo.

— Col fare quello che han fatto i suoi colleghi.

— Vale a dire?

— Col rinunciare alle sètte, ai loro diabolici fini ed alle massime perverse che inspirano.

— Ciò va bene: ma io non appartengo a sètte, ignoro i loro procedimenti, quindi a che devo rinunciare?

— Basta, vedo che vuole insistere ne' suoi propositi; mi dispiace per suo padre: il povero uomo desidera ardentemente di averlo a casa. È vero che il suo delitto non è uno di quelli da suonare la campana...

— Io non l'intendo: la ringrazio del consiglio datomi, ma non so come effettuarlo; ritengo però che sarò presto libero in virtú di quel sentimento di giustizia, da cui i miei giudici sono animati.

— Io le ho espresso il vóto di suo padre; del resto faccia ciò che meglio le conviene. — E se n'andò, né piú lo vidi a comparire.

[XXIII.] La sera dopo intesi aprire il camerotto a destra attiguo al mio, già vuoto dappoi alcune settimane, e v'introdussero un nuovo pollastro. Tosto la curiosità mi spinse di sapere chi fosse, e dalla finestra con voce bassa gli dissi il mio nome e gli chiesi del suo. Senza esitare mi rispose:

— Sono Gaetano Bianchini. — E qui saluti e domande senza fine; poi trascorsa circa un'ora mi chiamò e mi disse: — Desidero di avere da te un consiglio.

— Parla pure.

— Mi eccitano ad una rinuncia, come mi devo contenere?

— Credo che la sola propria coscienza possa suggerire una retta risoluzione. Se tu mi chiedi cosa farei io nel tuo caso, ti dico apertamente che non emetterei rinuncia di sorta alcuna anche se fossi sicuro d'incorrere in qualche pena.

Qui il colloquio cessò, perché m'accorsi che la sentinella ci origliava e v'era pericolo di esser messo alla catena nei sotterranei del monastero. Verso mezzanotte il Bianchini fu tratto di carcere e non vi rientrò piú — ciò prova che aveva aderito all'invito fattogli — cosicché restai isolato, mentre i due camerotti da destra e sinistra erano vuoti. Quello di sinistra fu occupato per qualche tempo da Antonio Spada, uno dei compromessi nel fatto di Rivarola, e che scampò dal supplizio esponendo le cose come avvennero. La sua confessione indicò i veri colpevoli e scolpò tanti degni cittadini che il dottor Mazzoni aveva aggravati di gravissimi delitti. Lo Spada ebbe lo sfratto dal paese e riparlerò di lui piú tardi, quando gli fui compagno nell'esilio. Durante che l'ebbi vicino non mi riuscí mai di avere una risposta alle domande che gli diressi. Lo riconobbi dalle cantilene che sapeva tanto bene modulare.

[XXIV.] Erano undici mesi ormai dacché mi tenevano seppellito in quel tugurio, umido e micidiale, e nessuno davasi cura di me. Già dappoi la esecuzione de' miei cinque compagni di carcere, avevo perduto l'appetito né era stato piú capace di riacquistarlo, onde fui obbligato di scrivere ai miei di casa che cessassero d'inviarmi oggetti mangiativi. Il pane che lo stabilimento mi forniva — quattro baiocchi al giorno — dapprima mi spariva dinanzi agli occhi senza che me ne accorgessi, poscia mi rimanevano dei grossi pezzi che venivano raccolti dai carabinieri pei loro cavalli. Insomma, corroso da quell'aria mefitica, senza un respiro d'aria buona, senza un'ora di movimento, mi sentiva venir meno la vita ad ogni istante; tutti i camerotti erano sgombri, a me solo non si pensava; null'ostante a ciò, mai un lamento, mai un ricorso. Risolsi entrando di essere passivo apatista in tutta la forza del termine; risoluzione che seppi conservare, come si vedrà nel seguito del racconto, nelle altre carceri. Che fa il detenuto allorché si inquieta? fa gioire coloro che lo rinchiusero, perché il loro desiderio è che soffra. Invece tenendosi indifferente mostra di essere d'animo forte e d'illibata coscienza e superiore a tutte le angherie che gli possono usare.

[XXV.] Finalmente ebbi il favorevole incontro di poter consultare il mio benigno maresciallo sulla mia pendenza, e seppe farmi conscio di quanto erasi deliberato: e cioè che il processo era stato ridotto ai due titoli di settario e di autore del dialogo di sant'Apollinare e san Vitale; che per tale scritto monsignor Invernizzi propose in udienza che mi si tagliasse la mano destra sul palco in piazza e fossi condannato alla reclusione non so per quanto tempo, ma che mio padre, il quale era pervenuto a porsi in buoni rapporti cogli altri membri della Commissione, specialmente col colonnello Ruvinetti, ottenne che la proposta di monsignor Invernizzi non venisse ammessa; e che ero stato condannato a tre anni d'opera pubblica: infine mi disse che mio padre col mezzo di monsignor Marini in Roma sperava di vedere commutata la pena di galera in quella di detenzione; e che aspettavasi di giorno in giorno una risposta per essere condotto al mio destino. Quanto mi espose il maresciallo era esatto, giacché non trascorsero dieci giorni che fui tratto dal mio tugurio, chiuso in un legno e colla scorta di tre gendarmi traslocato di notte nella Rocca d'Imola, custodita da Spinucci rinomato per austerità. E difatti, giunto al mio posto, vedendo quest'uomo di una corporatura colossale, con un aspetto oltre ogni dire burbero e severo, mi incusse timore e pensai di avere a soffrire non pochi disturbi. Ma è pur vero che alle volte l'apparenza inganna. Usciti dalla Rocca i gendarmi, mi guidò con bel garbo nella stanza dei guardiani subalterni, alias secondini, e mi cedé uno dei loro letti per riposarmi. Nel mattino venne a riprendermi, mi condusse nel corridoio superiore, ove stavano gli altri detenuti di larga o di passaggio, e vi trovai il conte Eduardo Fabbri di Cesena, già da me ricordato, l'avvocato Franceschelli Carrozza e un certo Gamberini di Castel Bolognese. Ammesso nel loro consorzio, divenni loro commensale, e coi 20 baiocchi al giorno che percepivamo dal Governo pel nostro trattamento avevamo un buonissimo pranzo, che servivasi con qualche altra aggiunta anche per la cena. Mi si assegnò una camera a parte, e non poteva desiderare di meglio. Libero di girare pel forte dalla mattina alla sera, di ricevere qualunque persona, in compagnia di persone educate ed istruite professanti gli stessi miei principi, mi parve di rinascere; tanto piú che lo Spinucci seguiva ad essere amabile e compiacente.

[XXVI.] Ma né forche né carcerazioni né esigli né tutte le persecuzioni che il dispotismo sa inventare valgono a distruggere lo spirito di riforme che in ognuno s'infonde dall'assoluto bisogno di migliorare la propria condizione civile e materiale, e nulla giova a disperdere quell'avvilimento che provasi, col progredire della civiltà, del giogo che la prepotenza impone, e gli sforzi per abbatterlo crescono di continuo. Quindi nel 1830, che è il tempo in cui entra la mia narrazione, lo spirito di libertà e d'indipendenza era piú vivo ed esteso. Una formidabile società formata in Francia e diretta da sommi personaggi tendeva a far cangiare d'aspetto l'intera Europa; il Comitato di essa risiedeva in Parigi, da dove dirigeva il movimento. In Italia Francesco IV duca di Modena, allettato da maggiore supremazia, entrò nella lega colla promessa di estendere i di lui domini in Lombardia e negli altri ducati della penisola: quindi egli si pose d'accordo per le operazioni che erano a farsi, specialmente quella di costituire l'Italia libera ed indipendente, con Ciro Menotti e con Misley, corrispondenti del Comitato centrale di Parigi per l'Italia. Intanto che agivasi nel senso indicato, Carlo X re di Francia balzò dal trono, su cui fu elevato Filippo d'Orleans: egli proclamò solennemente il principio del non intervento, cioè l'interdizione a qualsiasi potenza di immischiarsi negli affari delle altre nazioni, libere di adottare quel sistema politico che loro conveniva. Ma il duca di Modena non ebbe alcuna fiducia nel nuovo sovrano di Francia e rinunciò all'assunta impresa di appoggiare il movimento concertato per erigere in Italia un regime costituzionale.

Dopo le novità sorte in Francia si proibí di ricevere chicchessia nel forte d'Imola; e poco dopo il conte Eduardo Fabbri e l'avvocato Franceschelli Carrozza vennero traslocati nel forte di Civita Castellana; ed io fui graziato dei pochi mesi che dovevo scontare a compimento dei tre anni di detenzione addossatimi [luglio 1830].

Intanto i liberali, malgrado la defezione del duca di Modena, insorsero colla speranza che il principio del non intervento fosse sacro e rispettato da chi lo aveva annunziato. In Modena [3 febbraio 1831] vi fu un serio conflitto tra i soldati estensi e i patrioti, vari dei quali rimasero prigionieri del Duca, e fra questi il Menotti; e quando videsi obbligato a rifuggirsi in Mantova per i moti di Bologna, li condusse seco in pegno della presente sua sicurezza e per oggetto di futura vendetta. Negli altri paesi la rivoluzione si compí da sé per la paura dei Prolegati che li governavano, i quali non azzardarono di opporre la benché minima resistenza, sebbene fossero ben forniti di forze; meno però in Forlí e per tafferuglio ivi insorto soccombé il degno patriota Ferdinando Rossi.

[XXVII.] In Ravenna le cose erano ad un punto veramente vergognoso.

L'insurrezione doveva aver luogo nel mattino del 6 febbraro [1831], e niun materiale era in pronto per effettuarla: non armi, non munizioni, tranne un piccolo deposito di cartuccie, fabbricate dai fratelli Morigi ramari; ma le coccarde a tre colori abbondavano da ogni parte, se ne confezionavano in tutte le case, specialmente in quella di Domenico Montanari in via del Vecchio Seminario. Visto il mal andamento, mi unii a varî amici, fra i quali mi fu di valido appoggio il pittore Angelo Ferrari, e ci recammo nella case dei particolari a raccoglier armi; ne mettemmo insieme diverse, ma non quante potevano bastare all'uopo. Molti si rifiutavano di accordarcele, o per timore di compromettersi in caso che la faccenda andasse a male o che si smarrissero. Il fatto sta che si raccolsero sulla piazza dei Tedeschi un drappello di 60 persone circa, di cui io feci l'appello e presi in nota; gente animata dalla piú buona volontà del mondo, ma inesperta. È vero che altri drappelli stavano nei borghi disposti all'azione, ma potevano essi superare un battaglione di soldati, ben armati e ben condotti? no di certo. La fortuna volle che il nostro Prolegato, seguendo l'esempio di quello di Bologna, cedé senza alcuna resistenza il governo ad una Commissione provvisoria (essa si compose dei seguenti personaggi: conte Pietro Desiderio Pasolini, Giulio cav. Rasponi, Giuseppe avv. Zalamella, Clemente Loreta, conte Francesco Rasponi, Rota Girolamo), che prese in consegna tutte le armi e le munizioni della guarnigione, che fu sciolta ed ogni militare partí verso il proprio focolare. Eletto da Leonardo Orioli, uno dei capi del movimento, ufficiale di guardia alla residenza municipale colla responsabilità di custodire le armi e le munizioni suddette, depositate nella seconda sala dell'indicato luogo, la mattina eressi pel primo la bandiera a tre colori sul balcone del palazzo municipale, ed Apollinare Santucci, che era ufficiale alla gran guardia, fece altrettanto su quello del palazzo governativo: dopo ciò io mi dimisi dalla carica datami, ben conoscendo che il militarismo non era fava per i miei denti.

All'annunzio della insurrezione del centro d'Italia il Papa rilasciò in libertà i detenuti politici: i rei confessi e le impunità negli ultimi fatti presero il volo all'estero; gli altri ritornarono in patria. Fu allora che il professor Meli, protomedico e direttore dell'ospitale, mi espose che intendeva di recarsi all'incontro del conte Fabbri, che dalle carceri di Civita Castellana dirigevasi verso la propria casa, e che desiderava di avermi compagno insieme col custode Mariani. Accettammo ambedue l'invito, ed incontrammo il conte a Fano. Chi può descrivere il modo festevole con cui veniva egli accolto dagli abitanti dei luoghi in cui transitava? mi parvero tante ovazioni ad uso di quelle che i Romani porgevano ai loro Consoli di ritorno da una qualche conquista. Al suo arrivo tutte le campane suonavano a festa, sparavansi mortaletti, le giovani vestite di bianco su carri trionfali gli presentavano fiori, tutti i signori del paese correvano a complimentarlo fra gli applausi del popolo e lo favorivano di rinfreschi e di squisite refezioni. Da Fano a Cesena l'accoglienza diveniva sempre piú solenne; solennissima fu poi a Cesena, suo paese nativo. Meritava egli tanti attestati di stima e di affetto? certo di sí. Uomo rispettabile per intelligenza, mentre erasi distinto con diverse opere letterarie rese pubbliche colle stampe, uomo irremovibile nei suoi principî, né le persecuzioni a cui la corte di Roma lo sottomise valsero rimuoverlo dai suoi propositi, modello insomma di virtú cittadine, era l'idolo delle Romagne: io lo lasciai a Cesena, con promessa che non mancherebbe di fare una visita a Ravenna che tanto affezionava. La Commissione provvisoria, subentrata nel posto del Prolegato pontificio per reggere la provincia, mi conferí l'impiego di commesso nell'ufficio di polizia, di cui si elesse direttore Gaspare Della Scala, franco muratore e giacobino nel 1797. Al Fabbri venne in seguito affidata la viceprefettura del proprio paese natio.

[XXVIII.] La mattina del 6 febbraio si affisse una stampa di un anonimo ravennate, con cui eccitava ogni rango di persone a sostenere la ricuperata libertà con ogni mezzo possibile, e prima cura dell'autorità fu quella di porre in essere la Guardia nazionale. Il Prolegato stesso nella mattina del 7 confidò il comando della medesima per la provincia al conte Ruggero Gamba, che aveva già sette lustri addietro sostenuto degnamente altri simili incarichi. Egli dispose che i cittadini dai 18 ai 50 anni s'inscrivessero nei ruoli della suddetta Guardia; alla quale poi la Commissione governativa diede un regolare assetto. Poi con un energico ordine del giorno formò la colonna mobile, composta di soldati pontifici, arruolati fra gl'insorti, e di cittadini volontari, la quale doveva far parte del glorioso esercito destinato sotto la direzione del generale Sercognani a liberare Roma dalla schiavitú clericale. Gli ex militari pontifici dipendevano da Antonio Conti, ufficiale caro pel suo patriottismo, e i volontari da Giovanni Montanari, che aveva già cooperato alla presa di Comacchio, conosciuto di una fede politica irremovibile sino dal 1820. L'ordine del giorno del Gamba terminava con queste degne parole: «Marciate adunque tutti di accordo come fratelli finché il vessillo tricolore sventoli sul Campidoglio: questo sacro vessillo, che vi consegno, sia da Voi difeso col vostro sangue: esso non porta ancora alcuna iscrizione, ma voi vi leggerete — O libertà o morte. —»

[XXIX.] La prima operazione ebbe luogo nel 12; giorno in cui il forte e la piazza di San Leo vennero cedute dal cav. Bavari, maggiore delle truppe pontificie, al capitano del servizio nazionale Stelluti: il prodotto di questa resa, oltre l'acquisto di non pochi cannoni, di viveri e di munizioni da guerra, si fu la liberazione di 28 detenuti politici, in quel forte custoditi. Intanto Sercognani stringeva piú da presso l'assedio d'Ancona, e alla fine il generale Suhtermann che lo comandava videsi ridotto a sottomettersi alle schiere degli insorti, e quasi solo se ne ritornò a Roma [18 febbraio].

[XXX.] La spedizione avanzava trionfante ovunque, e la presa di Roma non poteva mancare a chi la dirigeva, se non avesse consumato un tempo prezioso nella Sabina sotto le mura di Rieti, il cui possesso venivagli contrastato dal cardinale Ferretti, vescovo dell'indicata città; e l'averla nelle mani nulla giovava all'alta impresa cui tendeva. La corte di Roma sbigottita non sapeva a qual partito appigliarsi: il Papa emanava notificazioni di pace e perdono, il suo segretario Bernetti invece promoveva ovunque la guerra civile; per lo che il Sercognani pubblicò un severo ordine del giorno contro chi aderisse agl'inviti del Bernetti, e il non aver questi ricavato dai suoi eccitamenti alcun frutto era una prova chiara ed evidente che la popolazione romana favoriva la insurrezione ed aspettava ansiosa chi la sottraesse dal giogo che le pesava sul collo. Ma Sercognani titubò tanto che, le cose di Francia avendo cambiato d'andamento, videsi astretto alla ritirata, come vedremo in seguito. Ho sotto gli occhi una lettera di Pietro Fabbri, testimone oculare dei fatti di Rieti, come addetto alla spedizione, e poco concetto, anche in via militare, si concepisce di Sercognani. Un altro male è qui da rimarcarsi, che durante la spedizione di Roma la parte dell'Italia insorta davasi troppo alle feste, a far pompa di poesie e di prose sull'avvenuto cambiamento politico. L'unica cura da assumersi era quella di acquistare armi e di organizzare battaglioni e di rinforzare la spedizione e di avere forti riserve per ogni imprevisto evento.

[XXXI.] Intanto che Sercognani tentava d'impossessarsi di Rieti, in Bologna divenuta centro dell'amministrazione delle provincie dichiaravasi decaduta di diritto e di fatto il diritto temporale del papa, davasi un regolare assetto alle finanze, riformavasi la costituzione giudiziaria rendendola piú conforme alle vere massime su tal oggetto ammesse, e creavasi un comitato di guerra, del quale era capo un vecchio militare, Grabinsky, uno straniero che non poteva essere animato dai sensi che occorrevano per dare un pieno esito all'incarico avuto. Infine si radunarono in Bologna i diversi rappresentanti delle città emancipatesi dal Governo pontificio, e in una solenne assemblea, in cui si stanziò che le Provincie costituissero un sol corpo dipendente da un sol centro e che le potestà legislativa, giudiziale ed esecutiva fossero tra loro distinte; si elesse quindi un consiglio di ministri, del quale venne accordata la presidenza all'avvocato Giovanni Vicini, e si nominarono i diversi prefetti delle Provincie, non che i sottoprefetti delle città subalterne: a Ravenna fu assegnato Tommaso Fracassi Poggi di Cesena, uomo di capacità e di rettitudine. Un'altra provvida misura prese il nuovo Governo, e si fu quella di scartare dal movimento i fratelli di Bonaparte, figli di Luigi ex re d'Olanda, sul timore che Luigi Filippo potesse supporre che essi volessero profittare della rivoluzione d'Italia per farsi un punto d'appoggio nelle loro pretese sul trono di Francia.

[XXXII.] Il cardinal Bernetti non si limitò a suscitare la guerra civile coi manifesti; egli fece conferire dal papa al cardinal Benvenuti l'alta dignità di Legato a latere nell'intento di condurre ad effetto la perversa volontà sua. Ma il Legato fu arrestato dai liberali in Osimo e condotto prigioniero in Bologna: si ebbe gran fatica a salvarlo dal furore delle popolazioni dei luoghi in cui transitava.

Ma le cose in Francia piegavano male. Al ministro Lafayette, che sosteneva con vigore la causa italiana, successe Casimiro Perier, che avversava il principio del non intervento; e quando il principe di Metternich, anima del gabinetto austriaco ed arbitro della volontà dell'imperatore Francesco, espresse «che non intendeva di riconoscere il non intervento in quanto concerneva l'Italia, che era deciso di estendere le armi imperiali sin dove vigeva l'insurrezione, e che dichiarava che se l'intervento doveva condurlo alla guerra, essa succedesse pure, preferendo di correrne i rischi che di trovarsi esposto a perire fra le sommosse», per tutto ciò Luigi Filippo, che nella pace e nel pieno accordo coi sovrani d'Europa riponeva la sicurezza del trono conseguito, annuí alle mire dell'Austria, e il principio da lui proclamato, unica base del nuovo sistema d'Italia disparve in breve: mentre nel 5 marzo tre colonne di truppe austriache invasero il ducato di Modena, riconducendovi il duca che sfogò l'ira sua contro i prigionieri che aveva in custodia, condannandone a morte, fra i quali Menotti, e alla galera. Solamente per maggior inganno l'ambasciatore francese emise una protesta contro tale invasione per calmare l'impeto furioso che aveva commosso tutta Italia. Da Modena gli Austriaci si avanzarono in Bologna, ove la somma delle cose pubbliche fu posta nelle mani dell'arcivescovo Oppizzoni, e il comando delle truppe nazionali fu conferito al generale Zucchi, che pose alcuni posti di osservazione lungo il Po di Primaro, inviò a Ravenna il generale Ollini con duemila uomini, e il generale Grabinsky si acquartierò in Forlí. Ma quando il Governo insurrezionale seppe che il nemico accerchiava i paesi insorti tanto dalla parte di Bologna che di Ferrara, risolse di ritrarsi e chiudersi in Ancona, e il generale Zucchi a cui fu deferito il comando militare rannodò le sue falangi in Rimini.

Gli Austriaci in numero di cinque mila con cavalleria e cannoni, diretti dal generale Mengen, avanzarono, secondo gli ordini del generale Geppert comandante in capo della spedizione, sino a Rimini; ivi l'avanguardia degli insorti numerosa di 1500 uomini, in parte soldati di linea e in parte volontari ravennati capitanati da Apollinare Santucci, fece fronte al nemico con un coraggio ammirabile tanto che dové esso per due volte retrocedere. È qui da rimarcarsi che i soldati pontifici condotti in Ravenna da Invernizzi e che entrarono nel rango degli insorti, si batterono come leoni, e il loro capitano Carlo Armari cadde prigioniero di guerra. Sopragiunse poscia tutto l'esercito austriaco e si rinnovò la pugna con maggiore accanimento (25 marzo) per quattro ore circa; poi non potendo il corpo degli insorti sostenere piú oltre il cozzo del nemico, tanto sproporzionato, si ritirò verso Ancona. Gli Austriaci contarono morti e feriti, fra i quali il duca di Lichtenstein; niun italiano di nome e di vaglia perí fra gli Italiani, ma Ravenna ebbe a deplorare la perdita di due de' suoi cittadini, un certo Baccarini e Domenico Zotti che aveva lasciato da poco tempo le vesti da chierico per correre alla difesa della patria.

E Sercognani dov'era? che cosa operava per la santa causa assunta? Ei si ritrasse colla sua legione a Spoleto, dove la disarmò e la sciolse, e le armi furono prese in consegna dal vescovo G. Maria Mastai, or Pio IX. Ma non doveva egli condurla ad Ancona, aggiungerla ai prodi che avevano resistito con tanto coraggio al nemico in Rimini e rinforzare i loro battaglioni e disporsi ad un assedio che poteva con una capitolazione procurare loro patti favorevoli? Si vociferò che il Sercognani avesse intascato dodicimila scudi dal Governo pontificio per tale scioglimento; non si addussero prove all'uopo, ma il di lui procedere appariva con tutti i sintomi di tradimento. Anche i capi del Governo si dimisero con troppa sollecitudine, e Zucchi dové pur congedare le sue truppe. I piú compromessi s'imbarcarono per le Isole Ionie, ma vennero catturati da due legni austriaci, che li menarono prigionieri in Venezia: nel 22 aprile furono liberi di recarsi dove avevano disposto di andare prima del loro arresto. Il figlio del prefetto Poggi voleva trarmi secolui nella fuga, ma io volli attenermi ai consigli del conte Eduardo Fabbri che trovavasi esso pure in Ancona, il quale mi indusse a ritornare a Ravenna.

[XXXIII.] Prima della loro partenza i membri del depresso Governo rivoluzionario avevano conchiuso col Legato Benvenuti, scarcerato alcuni giorni prima, una formale capitolazione, colla quale nel giorno 26 [marzo '31] si stabiliva che niuno sarebbe stato molestato pei trascorsi fatti, che agli esteri concedevasi piena facoltà di uscire dallo Stato, che gl'impiegati in paga sino dal 4 febbraro, epoca in cui s'iniziò la rivoluzione, non soffrirebbero alcun danno nei loro diritti e che i militari rimettendo la coccarda pontificia continuerebbero il loro servizio. Fra i membri del Governo provvisorio decaduto il solo Mamiani ricusò di approvare questa capitolazione, e non venne corredata dalla sua firma. Rimessa la capitolazione alla sanzione del Sovrano, egli la disapprovò interamente con editto del 5 aprile, perché lasciava «illesi», dichiarava il Papa in quell'atto stesso, «illesi gli elementi della ribellione» e «non ne sospendeva che momentaneamente gli effetti, che tanto piú ruinosi si sarebbero risentiti appena fosse mancato quel che ne arrestava il vorticoso torrente», l'aiuto austriaco; e con successivo editto di Bernetti furono «sciolti i corpi militari di qualsivoglia arma, ... stazionati nelle provincie in cui poi si estese la ribellione». Quindi il Governo trovandosi senza truppa propria credé utile di instituire la Guardia civica, e con notificazione 30 marzo del conte Carlo Arrigoni, capo o gonfaloniere del municipio ravennate, si fece conoscere che per ordine superiore era soppressa la Guardia nazionale, a cui veniva sostituita una Guardia civica sino a che il Governo fosse in grado di fornire la città di una guarnigione, necessaria al mantenimento del buon ordine, e in pari tempo esponeva che il comando della medesima era affidato al signor conte Gabriele Rasponi, coadiuvato dagli aiutanti Battista Santucci e Nicola Dall'Agata. Poco tempo dopo io fui aggiunto ai medesimi in qualità di segretario del Colonnello. Con altro avviso del cav. Federico Rasponi, elevato alla dignità di Delegato pontificio, s'inculcò ad ogni cittadino dai 20 ai 50 anni l'adempimento dei doveri che questa instituzione prescriveva.

Intanto che procuravasi di dare un regolare assetto al presidio civico e che impedivasi nel miglior modo possibile il conflitto dei partiti per le passioni ancor vive mosse dai passati eventi, il Governo pontificio raccoglieva in Rimini dagli ergastoli e da ogni altro luogo di pena il personale dell'esercito che intendeva di regalare alle Romagne per tenerle in soggezione, affidandone il comando al colonnello Bentivoglio. Il malanimo che sorse da tal procedere è indescrivibile, e sin da principio si risolse d'opporsi anche colle armi all'invasione di tanta canaglia. Ma, come al solito, si cianciava molto e si agiva poco. Oltre di ciò una piaga corrodeva sempre il corpo della civica ed era quella della sostituzione, cioè la facoltà data ai militari di farsi sostituire nel servizio che gli spettava dal primo mascalzone che gli si presentava; cosicché il peso del servizio era a carico di chi non aveva mezzi, e la civica diveniva un corpo di mercenari i piú abbietti. Piú volte potei io stesso verificare che sopra venti militi di guardia alla piazza due terzi erano di sostituzione e che accorrevano con zelo a solo fine di guadagnarsi un tozzo di pane pel giorno prossimo. Dei regolamenti non si mancò di farne. Il gonfaloniere Giovanni Lovatelli emanò quello che dal Prolegato Arrigoni gli fu trasmesso nel luglio, al quale fecero seguito le necessarie norme disciplinari. Ma tutto con poco buon esito, perché mancava quell'entusiasmo che è il solo idoneo ad avvivare una instituzione. A ciò si aggiungano le dissensioni che insorsero per la proposta fatta ai civici di adottare la coccarda pontificia. Chi può enumerare le adunanze che si tennero nei diversi capi di provincia per tale insulso soggetto? Chi può notare le proteste, gli indirizzi che si pubblicavano in proposito, ed i reclami contro l'introduzione in Romagna delle truppe papaline che si organizzavano a Rimini? Le stampe per siffatta materia piovevano giú dirottamente. Ma il Bentivoglio non isconcertavasi punto, ed aveva già razzolato nelle galere un buon numero di commilitoni.

[XXXIV.] Un altro eroe papalino sorse a favorire gli arruolamenti, Gaspare Graziosi. Costui in un proclama diretto agli Albanesi e ai Tuscolani esclamava: «Su presto correte ad arruolarvi — noi vivremo insieme — voi non sarete comandati che dal vostro Gaspare. Qual piacere lo stare tra voi a cantare la tarantella? Noi andremo a baciare quel sacro piede da cui emana l'assolutoria dei peccati in aeternum»; e con altre corbellerie di questo genere aveva già raccolte piú centinaia di uomini. Che spirito militare dovevano avere coloro che si arrendevano a tali esortazioni?

[XXXV.] Ben conoscendosi dalle autorità l'irregolare andamento della civica, si prescrisse la presentazione dei documenti comprovanti i titoli che esimevano dal servizio, lasciando però in essere la tassa di sostituzione, e si costituí una commissione di riforma, la quale valse a riparare molti difetti. Inoltre, trovandosi insufficiente al servizio di polizia e dei tribunali la forza civica, si formò una compagnia speciale di militi della provincia. Ma non tenevasi di mira l'oggetto principale, quello di approfittare del beneficio di avere le armi per tentare di conseguire quello che veniva ricusato, savie riforme che corrispondessero ai bisogni dei popoli; e per riuscire nell'intento conveniva organizzare una Guardia mobile composta di tutti quei giovani che erano animati da veri sentimenti liberali, dar loro per capi degli uomini rivoluzionari, non degli aristocratici paurosi ed inetti, ravvivare il loro spirito, non con ridicole riviste, ma coi mezzi che il patriotismo inspira, e armarli di tutto punto. Con tante colonne mobili militari disposte all'azione quanti sono i paesi di Romagna, la corte di Roma non avrebbe pensato ad ingannarla una seconda volta con editti pomposi, né osato di prometterle con essi un'êra novella. I reclami e le proteste avanzate contro le disposizioni emanate da Roma col falso titolo di benefiche riforme civili furono innumerevoli, ma se invece di scritti si fosse ricorso alle armi l'affare avrebbe presto cambiato d'aspetto. Una stampa pubblicata in tale incontro diceva: «L'êra novella promessa ai sudditi pontifici ed ai gabinetti d'Europa, vedetela nei seguenti atti: 1º. Chiusura delle università; 2º. aumento del quarto della tassa prediale; 3º. la Sacra Inquisizione conservata nella procedura criminale all'art. 24 dell'editto 3 novembre 1831».

[XXXVI.] Invano Chateaubriand faceva conoscere in un suo aureo opuscolo a Gregorio XVI «che i Papi perdettero la loro possanza in quel dí che cessarono di essere guelfi e di sostenere la libertà italiana per diventar papi ghibellini, papi tedeschi; che la dignità papale divenne possente quando si fondò sul popolo; oppresso il popolo, fu debole e disprezzata.» E lodando le virtú di Gregorio XVI gli diceva: «Se le arti belle ebbero un Leone? perché la libertà non avrà anche essa un Leone?» Ma tutto ciò non poteva far breccia nell'animo di Gregorio, sebbene l'insinuazione gli venisse da un uomo di una fama europea, tipo del vero cristiano nel senso del vangelo, perché il papa erasi lanciato a briglia sciolta nella carriera del dispotismo.

[XXXVII.] Le querele dei Romagnoli contro le riforme accordate si avvivavano di giorno in giorno, atteso che non mettevano alcun riparo ai mali da cui erano oppressi, anzi gli artifici della Corte romana erano diretti ad accrescerli: proposero quindi un nuovo sistema, valevole a migliorare la loro condizione. Queste querele vennero prese in considerazione dai rappresentanti delle principali potenze di Europa residenti in Roma, i quali dietro l'assenso dei loro sovrani compilarono in un solenne memorandum le norme che il Governo pontificio doveva adottare pel bene dei suoi sudditi, per appagare i loro giusti reclami e per sedare le perturbazioni [10 maggio '31].

Ma il papa rimase irremovibile di non tramutare il Governo da assoluto in consultivo, come gli si proponeva nel memorandum, e da ecclesiastico in laico per la suggerita intromissione nei pubblici affari anche di persone non addette al chiericato; e Bernetti, stando sui generali, fece intendere ai ministri esteri che non sarebbesi mancato di operare ogni bene possibile. Già per addimostrare le buone disposizioni del Governo e quanto fosse proclive alla clemenza, amnistiò chi aveva preso parte alla insurrezione; da tale beneficio ne furono solamente esclusi 38, e fra questi notavasi il nostro dottor Sebastiano Fusconi. Ma tutte le speranze che aveva destate il memorandum svanirono colla promulgazione del Motu-proprio del 5 luglio, il quale non ammetteva alcuno dei provvedimenti proposti e tutto concentravasi nell'autorità sovrana: ad essa la nomina dei consiglieri municipali, ad essa l'approvazione degli oggetti da trattarsi in consiglio, ad essa la conferma della nomina degli impiegati, ad essa l'eleggere un rappresentante che assistesse alle sessioni consigliari, ad essa il concedere la esecuzione delle deliberazioni dei consigli provinciali. E i ministri delle potenze estere? i fautori del memorandum? si mostrarono di ciò paghi. Solamente l'inglese Seymour insisteva per la esecuzione di quanto erasi concertato; ma fu tempo perduto. In pari tempo, dietro eccitamento della Francia, gli Austriaci sgombrarono le provincie insorte. Nuove perturbazioni non tardarono a rinnovarsi, non già per abbattere il restaurato Governo pontificio, ma per conseguire quelle libere instituzioni che erano nel desiderio di tutti.

[XXXVIII.] Molti male intenzionati ravennati, approfittando di tali convulsioni, progettarono di assalire la Guardia e l'ufficio civico, di disarmarla e di rendersi arbitri della forza cittadina; con quale scopo, l'ignoro. In assenza del conte Francesco Rasponi, sostituito al conte Gabriele Rasponi nel comando civico, la reggeva il capobattaglione conte Francesco Lovatelli, quando si tentò di eseguire l'assalto. Ma la di lui avvedutezza ed energia, secondato da vari ufficiali civici, fecero mancare il perverso progetto, e gli assalitori furono presi e carcerati. Dal nome del loro capo Gaetano Tarroni, uomo di niun conto e cuoco avventuriere, ebbero i sediziosi il nome di Tarroniani. Essi meditavano il colpo nella locanda dei Tre ferri, e da questo luogo traversando la piazzetta dei Tedeschi dovevano penetrare inosservati nel palazzo governativo, e mentre che una parte degli assalitori disarmava la sentinella e impadronivasi del quartiere, l'altra doveva salire le scale, invadere l'ufficio, posto al primo piano del suddetto palazzo, ed installarsi in esso; ma, come dissi, il progetto andò fallito, perché già si stava pronti a respingere l'attacco di cui si era avuto contezza. Io mi ricordo che nell'incontrar gli assalitori nel punto che entravano nella Tesoreria, pel portone che è presso la posta delle lettere, sentii una voce che disse: «Lascialo stare, non è compreso fra i cappellani»: era questo il nome che attribuivasi agli ufficiali della civica. È pure da notarsi che nell'ora dell'assalto la sentinella spettava all'uomo il piú pacifico che fosse in Ravenna, a Prospero Di Rosa, che con sorpresa di ognuno seppe opporre una energica resistenza a chi lo voleva disarmare nè riuscí nell'intento. Il Lovatelli pubblicò tosto un ordine del giorno di lode ai civici, che sventarono la congiura dei malevoli, e ai gendarmi, che concorsero al mantenimento della tranquillità pubblica. Il Consiglio di disciplina prese ad esame il fatto del Tarroniani ed espose colle stampe l'opinamento da esso emesso, in cui si dichiarava che «il fatto in sua origine era di natura tale che superava la giurisdizione del Consiglio di disciplina in qualità di tribunale civico», e si proponeva di agire in senso «di moderazione verso i detenuti e per servigi prestati alla civica e per essere alcuni di essi aggravati di prole.» Si ritenne che l'attentato dei Tarroniani fosse un maneggio dei preti colla mira di far insorgere il loro partito e di agevolare l'ingresso dei papalini nella Romagna, attentato già operato in Bologna e in Forlí in relazione al brigantaggio armato che era nei vóti del Governo.

[XXXIX.] Continuando l'agitazione avvivata dal rifiuto di concedere le reclamate instituzioni e di sciogliere il corpo dei papalini raccolto a Rimini, si tenne un congresso a Bologna [22 agosto] di personaggi autorevoli ed influenti delle provincie romagnole, ed ivi Ravenna fu rappresentata dal conte Desiderio Pasolini e dall'avvocato Girolamo Rasi. In esso si risolse d'instare presso il Sovrano che sospendesse l'editto del 5 luglio, che vietasse l'inoltro dei papalini in Romagna e che si curasse il completo armamento della Guardia civica. Ma i deputati spediti a tal uomo a Roma niun profitto trassero dalla loro missione; onde crescendo il malanimo tanto da temere un secondo sconvolgimento, il papa (gennaio 1832) trattò di nuovo coll'Austria per un intervento, che l'ebbe senza contratto. Lord Seymour, incaricato inglese che non assentí alla volontà del papa, si ritirò da Roma [settembre '32], inviando una nota agli altri ministri diplomatici, la quale giustificava pienamente il suo rifiuto.

Risoluto il papa di togliere dalle Romagne ogni ulteriore contrasto e di ridurle ad una cieca obbedienza, conferí al cardinale Albani la direzione ed il comando del suo esercito, non che la dignità di Commissario straordinario sui paesi che doveva invadere coll'aiuto delle truppe austriache. L'ingresso dell'Albani e dei suoi militari venne annunziato dal cardinale Bernetti [14 gennaio '32] e da lui stesso con pomposi manifesti, sempre compilati con quel gesuitismo proprio del padrone che ambedue servivano.

I Romagnoli, alieni da urti micidiali contrari a quei sensi di amor fraterno che devono sussistere tra le persone dello stesso Stato, diressero alle truppe pontificie espressioni di concordia, onde non venissero con essi alle mani e si evitasse una guerra civile, tanto disonorevole a popoli lanciati nella via del progresso. Ma non avendo avuto le loro esortazioni alcun buon risultato, come attendevano, corsero essi pure alle armi, ma in poco numero; mentre in gran parte, spaventati dall'intervento austriaco, si rattennero dal soccorrere la nobile impresa. Lo scontro ebbe luogo sul monte di Cesena, ove sorge il monastero di San Benedetto: la zuffa fu accanita, ma breve; i Romagnoli superati dal numero dei papalini dovettero retrocedere e disperdersi [20 gennaio '32]. Le gesta dei vincitori furono quali si convenivano a gente da galera, rei di ogni sorta di delitti. Senza aver riguardo alla qualità delle persone, dei luoghi e delle cose, manomisero chiese, private abitazioni, e commisero omicidi i piú bestiali. Nel palazzo Guidi di Cesena vi uccisero domestici, marito e moglie. Nel sotterraneo della cappella della chiesa del Monte trovarono un certo Viviani, che tenevasi astretto a una croce, come ad egida sicura: fu trafitto da parte a parte. In Forlí commisero [21 gennaio], eccessi inauditi, piú perversi di quelli che commisero i barbari del medioevo; ivi molti caddero morti, moltissimi feriti, e l'eccelso cardine della chiesa, l'uomo di pace e di misericordia, entrò trionfante in Forlí, bagnata del sangue di tanti innocenti cittadini, ed ebbe l'impudenza di darsi il nome di pacificatore e benefattore delle Romagne. In Ravenna pure la banda del colonnello Zamboni [7 febbraio] si pose a percorrere di sera le strade offendendo in chi si abbattevano; essi stessi uccisero il loro capitano Bernardini, che tentava di ricondurli alla caserma, e nelle loro selvagge scorrerie rimase morto un onesto operaio di nome Antonelli, che dalla propria casa recavasi al forno ove lavorava. Ma Ravenna si scosse, chiamò in città le guardie civiche che erano ai cordoni sanitari, e i Zamboniani si rinchiusero in caserma e di notte avanzata se la svignarono di nascosto. Nel giorno seguente giunsero gli Austriaci, i quali furono accolti come liberatori dopo gli eccessi usati dai papalini. Se invece di conferenze, di proteste e d'indirizzi, torno a ripetere, si fosse messo insieme un buon corpo di civici, ben armato e disposto all'azione, sarebbe tutto ciò avvenuto? no, di certo.

[XL.] Al suo arrivo in Bologna il cardinale Albani sciolse la Guardia civica ed ordinò la consegna di ogni sorta d'armi, e, presi per consiglieri un Canosa, direttore della polizia dello Stato modenese, ed un Marschall, colonnello austriaco, proscrisse con un bando severo le società segrete, impose un prestito forzato di 200 mila scudi, creò ad arbitrio magistrature e consigli comunali ed emanò altre disposizioni tiranniche; onde molti esularono.

[XLI.] Il conte Francesco Rasponi nel ritirarsi dal comando civico, in seguito delle disposizioni di Albani, emanò un ordine del giorno, con cui lodava il lodevole contegno tenuto in ogni incontro dai militi da lui dipendenti ed esprimeva loro la gratitudine del paese, e finiva col dire che non avrebbe omesso di essere giovevole alla patria. Egli era aristocratico e prepotente, vizi originari della sua famiglia, ma seppe al bisogno rendersi popolare ed ebbe sempre la cautela di non adottare alcuna risoluzione senza prima consultare il parere della civica, e ciò affinché la responsabilità non piombasse intera sopra le di lui spalle. Anche il Prolegato Carlo Arrigoni diresse ad ogni civico i piú vivi ringraziamenti per gli utili servizi prestati alla patria.

[XLII.] La Francia intanto per controbilanciare l'influenza degli Austriaci nelle Romagne, i quali si erano resi alquanto benevisi dopo le enormità usate dai papalini e si tenevano in buono accordo coi cittadini, forse colla mira di aggiungerle ai dominî lombardi, ordinò una spedizione in Ancona. Esultarono i Romagnoli, divenuti già immemori dell'inganno del non intervento, e non pensarono che l'occupazione d'Ancona era diretta a consolidare maggiormente l'autorità pontificia. La spedizione constava di 1800 uomini, comandati dal generale Cubières, il quale per via di terra erasi trasferito a Roma, onde prendere col pontefice gli opportuni accordi in proposito. Ma la squadra arrivò al suo destino prima che Cubières vi entrasse. Ciò non impedí che il capitano Combes non penetrasse in Ancona e non invitasse il comandante della fortezza a concedergliene l'ingresso. Né il Lazzarini né il Prolegato Fabrizi avevano istruzioni in proposito, non poterono annuire all'invito di Combes. Ma il colonnello Ruspoli, comandante delle milizie ivi stanziate, si arrese ed ammise i Francesi nella cittadella, che presero nelle mani le redini del Governo [24 febbraio '32].

[XLIII.] Il papa all'annunzio della presa di Ancona si risentí dell'aggressione dannosa agli interessi del suo Stato, protestò contro l'adoperata violazione del suo territorio, instò perché i Francesi lasciassero liberi i luoghi da essi occupati. Ma tutto ciò non valse a rimuoverli dal loro assunto, e si davano cura di far credere che erano venuti in Italia per liberarla dal giogo che le pesava sul collo. Si dischiusero le carceri a detenuti politici; patriottici canti in ogni lato; gli animi si concitarono non solo in Ancona, ma bensí nelle Romagne. Chi non si stimava sicuro nel proprio paese annidavasi in Ancona, ed era ben accolto ed ammesso in una legione instituita pel buon ordine del paese, il cui comando venne affidato a Nicola Ricciotti. Ma venuto Cubières in Ancona, il vero oggetto della spedizione si appalesò alla mente anche dei piú illusi. Vietò i canti e le riunioni nelle vie [12 marzo]; chi non era di Ancona dové partire; molti ivi rifugiati furono tratti in Corsica ed arruolati nella legione straniera; e rimandati in Francia Combes e Gallois che avevano suscitato lo spirito di libertà. Intanto dal canto suo il conte di St. Aulaire assicurava [15 aprile] Bernetti che il Governo francese professava una «perfetta amistà» alla Santa Sede e che «gli elementi della politica francese in Italia» erano sempre gli stessi: la conservazione dell'autorità temporale del papa, dell'integrità e della indipendenza de' suoi Stati»; e quindi il papa aderí di buon cuore alla dimora dei Francesi in Ancona, che fu regolata con determinate condizioni. Dopo tutto ciò accrebbero le ire contro i Francesi e contro il Governo papale. Si tentò di uccidere un certo Origo, colonnello dei gendarmi; si uccisero soldati francesi e soldati del papa; trafitto da vari colpi, cadde morto il gonfaloniere Bosdari: spavento generale. Energiche misure adottò Cubières: due rei dei fatti avvenuti furono fucilati, altri condannati alle galere; e nello stesso tempo il Pontefice lanciava la scomunica contro coloro che congiuravano a danno della sua autorità.

[XLIV.] Ansioso il papa di acquistare una piena autorità, come i suoi antecessori l'avevano esercitata nei tempi addietro, cioè senza il concorso di forze straniere, venne consigliato di formare esso pure una sètta di fedeli alla Santa Sede, che paralizzasse quella dei patrioti e che suo scopo fosse di abbatterli ed esterminarli. Ad un certo G. B. Bertolazzi fu dato l'incarico di organizzarla; a seconda dell'ordine del giorno da esso emanato nel 1º settembre 1832, questa congrega ascendeva a 50 mila uomini distinti col nome di Centurioni: in esso atto chiamava i liberali partigiani, sanguinari, rivoltosi, sovversivi, nemici di ogni principio religioso, atei, imbrutiti, intenti a dissolvere i vincoli della società umana. La sètta aveva nelle Marche e nelle Romagne una direzione generale con parziali presidenze sul tesoro, sulla giustizia e sulla guerra; dieci comandi formavano una divisione, ogni comando componevasi di 12 centurie, ogni centuria di 10 o 12 decurie, ogni decuria di 10 o 12 volontari. Il papa accordò loro molti privilegi, specialmente quello di portar armi d'ogni sorta. Alla condotta scellerata dei Centurioni sono da attribuirsi gli omicidi che afflissero in quei tempi le Romagne. Le città piú conturbate dalle loro, azioni furono Lugo, Imola e Faenza, ma quest'ultima in particolar modo dilaniata: havvi chi ha asserito che in Faenza il numero dei morti ed uccisi ascese ad ottocento; in Russi spensero un lume di dottrina, di carità e di nobili sensi, Domenico Farini. Ma chi può ridire tutte le vittime del furore di una sètta cosí bestiale e feroce? Essa rese la tirannide papale insopportabile in ogni rango di persone.

Malgrado l'appoggio dei Centurioni, il papa non si tenne sicuro a frenare l'impeto rivoluzionario, e approfittando dello scioglimento dei reggimenti svizzeri a Parigi, ne chiamò due al suo servizio. Aiutato dagli Austriaci, dai Francesi, dagli Svizzeri e dai Centurioni, il Governo sciolse i consigli comunali e li formò di uomini abbietti, privò di cariche e d'impieghi chi era sospetto di liberalismo e ai congedati sostituí i Centurioni o uomini fedeli, senza tener conto né del loro sapere, né delle loro qualità; le università chiuse e gli studenti che parteciparono alla rivolta del 1831 impediti dal continuare i loro studi; i balzelli accresciuti, prestiti dannosi, appalti favorevoli ai benevisi al Governo: e tutto ciò per estinguere l'influsso liberale.

[XLV.] Ma nel tempo che ciò operavasi sorgeva in Italia ed altrove, nel posto della vecchia Carboneria, una nuova formidabile società col nome di Giovine Italia, promossa da un giovane generoso, di profondo ingegno, di volontà ferrea, tutto anima per rendere libera e indipendente la patria: questo giovane chiamavasi Giuseppe Mazzini. Egli esortò dapprima Carlo Alberto re di Sardegna a tentare la magnanima impresa di sottrarre l'Italia dal giogo straniero austriaco, ma la nobile proposta lo pose in sospetto di cospiratore, e per evitare i danni che gliene potevano venire, emigrò in Francia. In Parigi si accordò coi suoi compatrioti fuorusciti, e instituí la società col nome di Giovine Italia; si eresse pure cogli stessi principi la Giovine Alemagna, la Giovine Ungheria, e Mazzini fu eletto supremo regolatore delle medesime. Un giornale col titolo della società stampavasi a Parigi per scuotere l'inerzia del popolo; in esso dicevasi: «Ma parla, popolo, cosa mai fanno i nostri nemici per sollevare la tua miseria? Supplica e sarai deriso — lagnati, e ti getteranno in carcere — percuoti alle porte di costoro per chieder pane, e ti lancieranno in volto una pietra — per essi le ricchezze e i piaceri, per te le fatiche e le lagrime — per essi gl'impieghi e gli onori, per te la servitú. Guardati intorno, o popolo; vedi se esiste una terra al pari d'Italia benedetta da Dio, con i suoi doni. Un campicello che tu vi possedessi basterebbe a vestire e ad alimentare la tua famiglia — ma alcuni pochi la possiedono tutta, a te non è lecito sperarne altra parte, oltre quella che servirà per la tua sepoltura». Com'è ben da credere il Mazzini fu accusato di socialismo. In seguito altri giornali apparvero nello stesso senso, uno col titolo Il precursore ed un altro in Londra col titolo L'apostolato. Questa società si estese in tutta Italia, e vi divenne formidabile: perciò incusse timore nel cuore dei principi e commosse altamente la corte di Vienna, come ciò si rivela dalle note dirette da Metternich al cav. Menz, incaricato di affari diplomatici a Milano, riportate in diverse storie.

[XLVI.] In Ravenna ebbe l'incarico di formare una sezione della Giovine Italia il conte Francesco Lovatelli, il quale nell'assumerlo si aggiunse per coadiutori Giovanni Montanari, Antonio Ghirardini e me. Ci trovammo un giorno tutti insieme, per concertare il modo di erigerla, ma poco tempo dopo io ed il Ghirardini fummo arrestati, né saprei dire come si comportarono i miei due colleghi per dar esito alla faccenda. Seppi però nelle carceri di Bologna, ove fui condotto unitamente ad altri quattro cittadini, che il Lovatelli ricercato dalla polizia evase. Ora m'è d'uopo di dar ragguaglio di quell'arresto per le particolarità che presenta.

[XLVII.] L'arresto ebbe luogo, se non sbaglio, nella notte del 16 dicembre 1832, e fui tradotto nella caserma di San Vitale, ove trovai Gaspare Della Scala, grosso maggiore della sciolta Guardia civica, Ghiselli di Cesena, professore di chimica e fisica nel collegio, e i due fratelli Boccaccini, Agostino e Gregorio, due distinti possidenti del paese; né poteva figurarmi in che fossero compromessi per soggiacere ad un arresto. Poche ore si rimase in caserma, e in appositi legni chiusi, scortati dai gendarmi, venimmo traslocati nella torre di Bologna all'ultimo piano: il Ghirardini, essendo infermo di malattia di petto contratta nel tempo che si tenne rinchiuso nel forte di Ancona, ebbe altra destinazione che non saprei indicare.

[XLVIII.] Per me, che avevo già sofferto tre anni di carcere, essa non mi sconcertò punto, ma ai miei compagni era di grave sconforto. I Boccaccini, usi ad una vita sciolta di divertimenti, stavano di continuo attaccati alle ferriate delle finestre, cercando di conoscere i luoghi che si affacciavano alla loro vista; il Della Scala passeggiava pensieroso; il Ghiselli s'irritava col capo-custode, perché non aderiva di lasciargli aperta la porta: «Siamo galantuomini, gridava, non vogliamo già fuggire». In tutto questo male andare, poco mangiavano; ed io, che non soffriva inappetenza, ingoiava i succulenti pasti che facevano venire dalla locanda. Alla fine un messo d'ufficio ci condusse dinanzi al commissario di polizia, il quale cosí alla buona senza tanti complimenti, come si trattasse di favorirci un rinfresco, c'intimò «l'esiglio in perpetuo, sotto pene arbitrarie in caso di ritorno». I miei compagni, già stanchi di stare in carcere, l'accolsero come un beneficio: il Ghiselli diede peró una famosa lavata di testa al commissario, che se la sorbí senza proferir parola; ed io gli dissi che l'esiglio, l'antica interdizione dell'acqua e del fuoco, era pena gravissima; che io non intendeva mi s'imponesse, senza usare tutti quei procedimenti che la legge prescriveva; e che quindi rigettava l'invito del signor commissario; credo che si chiamasse Grandi. Ricondotti in carcere, i miei colleghi mi furono addosso affinché ritirassi il rifiuto emesso, sul timore che potesse complicare la faccenda e dar luogo per tutti ad una procedura legale, che poteva andare alla lunga e tenerli in carcere Dio sa quanto tempo. I Boccaccini mi gridavano: «Noi ti considereremo come un fratello; le cose possono cambiare, e l'esiglio può essere di breve durata; ritira la rinuncia»; ciò che feci, e pochi giorni dopo fummo scortati dalla forza alla frontiera toscana [dicembre '32].

Ci fermammo a Firenze, ma il Governo di quel ducato non ci permise di stazionarvi; c'inoltrammo però a Lucca, ove i signori Donati Burlamacchi ci installarono in un loro magnifico casino. Dopo tre mesi di patriarcale dimora in quel deliziosissimo sito, ove d'inverno si godeva l'aura di primavera, i due Boccaccini si resero in Baviera; ove colla mediazione del conte Baccinetti, addetto al servizio di quella Corte, ottennero la protezione di quel re, e nell'incontro ch'egli si recò a Roma, li fece graziare dal Papa e l'esiglio per essi disparve. Ghiselli e Della Scala ebbero il permesso di rimanere in Toscana; io e Ghirardini ci dirigemmo in Francia. Il Ghirardini non mi fu dato mai di vederlo; so che fu inviato al deposito di Mende con soli 30 franchi di sussidio al mese: egli mi scrisse perché tentassi di fargli conseguire i 45 franchi che gli altri emigrati percepivano, ed usai energiche pratiche in proposito cogli amici di Parigi; e quando erasi sul punto di riuscire nell'intento, mi pervenne la notizia della sua morte. Buon liberale, fermo nei suoi principî, operò molto per la causa d'Italia: egli fu nel 1821 rinchiuso nel forte d'Ancona e, dopo quattro anni di prigionia preventiva, condannato da Rivarola ad altri non pochi di galera; ma reso libero pei successivi movimenti d'Italia, spiegò maggiore energia di quella che aveva nel 1820. Io nel mio viaggio verso la Francia mi fermai a Livorno, ove fui accolto con molta cortesia da Mayer e Bastogi, capi della Giovine Italia, e questi mi consegnò diverse carte da porgere a Mazzini a Marsiglia, le quali avviluppai nella fodera del mio cappello e, colà giunto in assenza del Mazzini, consegnai ad un certo Bendandi, addetto alla di lui casa. Il viaggio da Livorno a Marsiglia [marzo '33], in una barcaccia carica di ossa che dovevano servire a raffinare zuccheri, fu terribile, atteso che dinanzi alle isole Hyères fummo investiti da un terribile temporale, che ci espose a divenire il pasto dei pesci.

Da Marsiglia seguii il mio cammino sino a Moulins [aprile '33] ove esisteva un numeroso deposito di emigrati; ivi trovai il mio concittadino Antonio Spada. La vita dell'emigrato, non avente altra risorsa che il sussidio del Governo, era trista: prelevato l'affitto, l'imbiancatura, qualche rattoppatura di scarpe, qualche racconciatura di vestito, non restavano pel vitto che pochi soldi al giorno, valevoli appena per un pasto; per evitare la colazione si stava in letto sino a che l'ora del pasto stava per suonare.

Capitò nel deposito un ravennate, credo si chiamasse Samaritani, il quale inveí oltremodo contro lo Spada in riguardo alla sua confessione negli affari di Rivarola, come abbiam detto, e che già in Marsiglia lo espose in pericolo della vita. Il Samaritani commosse tutta l'emigrazione, si pensava di prendere a suo danno una terribile misura. Chiamato io a dar schiarimenti sull'addebito imputato a Spada, dissi esistere la confessione, ma avvenuta in tempo in cui Invernizzi era stato informato da altri di ogni fatto, e che Spada, esponendo le cose come erano, aveva salvata la vita a molte ragguardevoli persone, accusate indegnamente di complicità nell'attentato di Rivarola; ed i miei schiarimenti valsero a giustificarlo.

[XLIX.] La smania settaria invadeva ancora l'animo di molti emigrati, ed eressero a Moulins una Vendita carbonica, coll'intento, dicevano essi, di cooperare al rimpatrio, che, a seconda delle loro idee, doveva succedere da un giorno all'altro, e che invece decorsero tre lustri prima che avvenisse. In questa nuova Vendita non tutti gli emigrati erano introdotti, ed i lamenti degli esclusi giovarono alla polizia per iscoprire ogni cosa. Tosto i capi, fra i quali lo Spada, vennero scacciati dal suolo francese e i subalterni confinati nella Bretagna.

Da Moulins sino ad un certo punto si viaggiò in diligenza [giugno '33]; il Governo corrispose dieci soldi per ogni lega: poi si montò sopra un battello a vapore che percorreva la Loira. Poco lungi da un paese chiamato Ancenis si ruppe qualche cosa nel meccanismo del vapore, e tutti i passeggieri dovettero far sosta ad Ancenis per accomodare il vapore. Discesi a terra noi emigrati ed uniti insieme passeggiando per le strade, si agglomerò una turba di gente con grida, fra le quali quella di morte ai San Simoniani; allora consigliai agli amici di entrare in una chiesa aperta, che ci era dappresso, ove giunti chiamai il sagrestano e lo pregai, regalandogli alcuni soldi, di andare a chiamare il Maire o Sindaco: la risoluzione fu buona, egli non tardò a venire, gli si fece conoscere che noi eravamo emigrati italiani, inviati dal governo in Bretagna, e nulla sapevamo di San Simonismo. Il Maire uscí, disperse la turba, e fummo liberi d'andare all'osteria, ch'era di fronte al battello, per soddisfare agli urgenti bisogni dello stomaco. Nel mentre che si stava mangiando un boccone, eccoti tre individui di sinistro aspetto; l'un di essi si levò il cappello, trasse fuori delle cartucce e battendole sul tavolino, gridava: «C'est du poivre sur les ennemis de la duchesse de Berry»: allora mi feci ardito e dissi in francese, alla meglio che potei avendolo studiato in Ravenna da Verlicchi, che noi non eravamo nemici della duchessa di Berry, ma emigrati italiani inviati dal Governo in Bretagna. Allora la scena si mutò d'aspetto, ci porsero da bere, e si rimase in loro compagnia sino alla chiusura dell'osteria: noi andammo a dormire sulle panche del battello. Giunti a Nantes [27 giugno] prima mia cura fu quella d'andare a vedere il ripostiglio, ove la duchessa di Berry fu arrestata: immaginatevi un bel camerino dentro una canna da camino, ove si poteva stare con tutt'agio, ma dal momento che si accese fuoco nel camino divenne un forno ardente, onde le fu d'uopo d'arrendersi senza perdere un minuto di tempo. Da Nantes a Vannes, capoluogo del dipartimento del Morbihan, se la mente non m'illude, mi pare che si facesse col cavallo di san Francesco, a piedi, per mancanza di pecunia: da Vannes fummo traslocati ad Auray, piccolo paese assegnatoci per deposito.

[L.] L'entusiasmo per la duchessa di Berry era indescrivibile in tutta la Bretagna, e immenso l'odio contro il Governo di Luigi Filippo; talmente che i soldati, che andavano in congedo e che transitavano per quelle contrade, correvano pericolo di essere uccisi. L'avversione cadeva pur anche su di noi; quando gli abitanti c'incontravano, sputavano in terra tre volte e si facevano il segno della croce, per disperdere l'influsso della scomunica, di cui dicevano essi essere noi aggravati. In vista dell'odio del paese contro di noi nutrito, si pensò di stare tutti uniti, e a tal fine si prese un'intera casa in affitto: facevamo da noi la spesa e la cucina; i viveri in Bretagna costano meno che nelle altre località, havvi abbondanza di burro, di formaggi, di selvaggina e di pesce, specialmente di sardine, ma si beve male; per chi non ha modo di comprare del bordò, la bibita ordinaria del paese è il cidre che è spremuto da pomi, bibita acida, cattiva allo stomaco quando non è vecchia. Anche il clima non mi favoriva punto, perché umido ed incostante a causa dell'influsso del vicino Oceano; perciò ero quasi sempre ammalato.

[LI.] Era con noi un certo Piolanti, ufficiale del papa al tempo dei movimenti del 1820, buon liberale addetto alla Carboneria. Fanatico per la canina e per le buone bibite, sentivasi venir meno, dovendo ingoiare quel pestifero cidre. «Perché, gli diss'io, non ricorri al re per un sussidio, onde comprarti un poco di bordò? Noi abbiamo qui un buon amico, che ne vende d'ogni sorta e che può farti star bene nell'acquisto». Pensò alquanto sulla mia proposta e poi mi disse: «Redigi tu l'istanza, sul tema del mal di stomaco». Lo esaudii tosto, e via per la posta l'istanza. Trascorse piú d'un mese, senza avere alcuna notizia, e già la concepita speranza svanivasi, quando un giorno il Maire d'Auray annunziò a Piolanti che teneva a sua disposizione cento franchi, elargitigli dal re. L'annunzio arrivò l'antivigilia dell'anniversario della rivoluzione del 6 febbraro 1831; onde si risolse di festeggiarlo, erogando una parte del dono in acquisto di bordò. Io mi recai subito dal negoziante, credo che si chiamasse Ardoin, l'unico liberale che ebbi a conoscere a Auray; combinai sul prezzo, sulla quantità, gli dissi che trattavasi di solennizzare la memoria della nostra rivoluzione, e lo invitai ad onorare colla sua persona il nostro banchetto: ma non accolse l'invito, in vista forse di non compromettersi cogli abitanti, che ci tenevano in conto di scomunicati, e di non essere compreso fra esseri per loro tanto malevisi. Dopo la festa corsi a pagare l'importo del vino, ma non vi fu modo di farglielo accettare; egli persisteva a dire: «Lasciate che io abbia la soddisfazione di concorrere alla gioia da voi giustamente provata». Ma la maggior gioia l'ebbe l'amico beneficato, a cui restò l'intero beneficio, erogato in breve tempo nella bibita a lui prediletta.

Intanto il deposito di Auray diminuivasi ogni giorno per trasferimenti accordati a chi li chiedeva. Tra i traslocati annoveravasi il corrispondente di Mazzini, che lasciò a me le funzioni che gli spettavano, e le assunsi col nome di Pietro Borna. Era il momento della spedizione di Savoia e Mazzini instava che colà si corresse. Ma con quali mezzi sostenere la spese di un sí lungo viaggio? Come intraprenderlo senza passaporto? Io pur domandai di essere inviato nel centro della Francia, e mi scelsero per luogo di dimora Dijon, magnifica città, antica sede dei duchi di Borgogna, e dove già esisteva un altro deposito di Piemontesi e Modanesi. Io aveva in animo di lasciar da parte Dijon, e di accostarmi alla Savoia, ma seppi in cammino che la spedizione era andata a male; quindi avanzai il passo al paese destinatomi, in cui dimorai varî anni [febbraio 1834-agosto 1840]. Poi ebbi lettera da Antonio Spada, che dalla Svizzera si stabilí nel Belgio, offrendomi un buon impiego nella tipografia Haumann, per correggere opere latine ed italiane; onde rinunciai al soccorso di Francia e andai a Bruxelles.

[LII.] Sempre fornito di pochi mezzi, pagai l'importo della diligenza sino a Bruxelles e la borsa rimase affatto in secco. «A me basta arrivare a Bruxelles, ove troverò tutto quello che mi occorre»: cosí dicevo ritenendo che in viaggio non avrei incontrato alcuno ostacolo. Ma giunto a Quiévrain sulla frontiera del Belgio [21 settembre '40], appena resi ostensibile a quel Commissario il mio passaporto mi disse che non poteva piú inoltrarmi, mentre un ordine espresso del Ministero vietava l'ingresso ai rifugiati politici. Invano gli feci conoscere che il Ministro dell'interno signor Lebeau era consapevole della mia andata nel Belgio; ma il Commissario non poteva né doveva mancare agli ordini avuti: egli mi permise di scrivere al Ministro e s'incaricò egli stesso di fargli pervenire la mia domanda. Scrissi in pari tempo a Spada, e lasciato il mio bauletto nella camera del Commissario, che apparve oltremodo cortese, col mio mantello sul braccio sinistro, coll'ombrello m'avviai fuori del paese. A 30 passi di distanza mi posi a sedere sull'orlo d'un fosso pensando ai casi miei: «Dove vado senza un soldo in tasca? come potrò sostenere la fatica d'un viaggio che da qui a Valenciennes non è corto? In ogni modo non havvi altro partito da prendere»; e via con passo moderato per non stancarmi presto. Giunsi la sera a Valenciennes: non ne poteva piú, e mi ficcai dentro alla prima osteria che mi si presentò davanti agli occhi; cenai alla meglio e me ne andai a letto. La mattina lasciai alla padrona dell'osteria il mio tabarro, l'ombrello, quasi a garanzia del debito contratto la sera antecedente, e le chiesi se in paese si trovava nessun emigrato italiano. Mi disse di sí, ma non seppe indicarmi il suo indirizzo, quindi mi fu d'uopo di recarmi in polizia, ove ebbi le necessarie informazioni. L'italiano era un Piani di Faenza che mi accolse, sebben non mi conoscesse che di nome, con una cortesia non comune; e al racconto di quanto m'era avvenuto, aperse un cassetto del suo scrittoio contenente varie monete con facoltà di servirmene. «No, io non ho bisogno di denari, meno quei pochi soldi che saranno da pagarsi all'osteria; ma di un ricovero sin che ho risposta da Bruxelles» e mi tenne in sua casa come un fratello. La risposta non tardò molto a venire, e col permesso di seguire il mio viaggio si aggiunsero denari.

A Bruxelles feci tosto conoscenza dei molti emigrati che ivi stanziavano; fra i quali Gioberti che stava nel collegio privato di Gaggio, ove aveva alloggio e vitto per la carica di professore che vi esercitava: egli non usciva di casa che la sera, e lo vedevamo nel caffè dei Tre Svizzeri; e non è a dire quanto ci riusciva grata la di lui conversazione, e s'aggirava spesso sull'opera che allora componeva, Il primato d'Italia. Di un altro degno patriota mi resi amico, del colonnello Bianco, vero padre e benefattore degli emigrati: era tutto cuore per essi, e pei molti debiti contratti, vedendo che la famiglia, a cui tutti i suoi beni erano ceduti, non si prestava a pagarli si annegò nel canale che è presso Bruxelles: il dolore fu immenso per tutti.

[LIII.] Vedendo che la promessa dell'impiego non sortiva alcun effetto e non avendo piú alcuna risorsa, mi portai a Namur ove dimorava Spada, o per meglio dire, dove signoreggiava Spada. Provvisto del sussidio assegnato agli emigrati, eletto professore di lingua italiana nell'Ateneo con un buon onorario, amico delle precipue famiglie, ben visto e festeggiato dovunque, conduceva una vita da principe; ed io, che conosceva gli scarsi, anzi scarsissimi meriti di Spada, non sapeva rendermi di ciò ragione. Io credo che una causa di questo benessere emergesse dalla sua abilità nel cantare: veniva a tal fine invitato in tutte le conversazioni ed anche nelle accademie. Ma non seppe provvedere ai miei bisogni e mi consigliò di stabilirmi a Mons, ricco paese dell'Hainaut, dove non esisteva alcun italiano e poteva darsi lezioni con profitto [dicembre '40]. Infatti, colle lettere che seppi procurarmi, posi insieme vari scolari, tutti appartenenti alle precipue famiglie del paese; ma mi accorgeva bene che prendevano lezioni non per imparare l'italiano, ma per sovvenire ai miei bisogni.

[LIV.] Io non posso qui rattenermi dal ricordare la baronessa Enrichetta De Leuze, amabilissima signora, fresca ed avvenente, ma di una corporatura colossale, che non le toglieva però di essere snella come una lepre. Ella conosceva già l'idioma italiano e lo parlava, avendo soggiornato qualche tempo a Roma, ma per non smarrirlo leggeva e traduceva ex-abrupto ciò che aveva letto, ed io doveva correggerla dove sbagliava. Essendo amantissima della musica italiana, spesso mi toccava di stare al suo fianco, quando cantava in italiano, e farle osservare dove la parola non era ben pronunziata. Mi aveva accordato una piena facoltà di entrare nel suo gabinetto, anche quando non vi era. Un mattino vidi aperto sopra il di lei tavolino un pugnale, magnifica arma inglese, con manico d'avorio, guarnito di argento; io non lo mossi, e quando entrò mi disse:

— Che ve ne pare di quell'arma?

— Bellissima.

— È l'arma prediletta degli Italiani.

— Esagerazioni. Si crede che ne facciano un uso sacrilego, ma s'adopera di certo meno degli altri paesi d'Europa, o almeno, confrontando le statistiche, l'Italia conta minori delitti degli altri popoli, e se avesse un sistema politico quale ha il Belgio, sarebbe un modello di saviezza. — E le rapportai diversi fatti che dové persuadersi di quanto asseriva.

Un altro giorno mi porse un piccolo forziere, onde ponessi in assetto le carte in esso rinchiuse, e nell'esaurire il mio incarico rinvenni un rotolo di guillaume di oro, che equivalgono, credo, 21 franchi, che io consegnai subito. Tutto ciò faceva per mettermi alla prova: col pugnale volle vedere quali sentimenti io spiegava; coi danari sperimentare la mia probità. Prima di lasciare il Belgio volle che rimanessi alcune settimane nel suo casino di campagna, deliziosissimo luogo, a cui era annesso un vasto bosco in cui potevasi esercitare ogni sorta di caccia, e mi pregò di sceglierla per mia dimora, onde tener compagnia al di lei vecchio padre, colpito di apoplessia. Ma il timore che si potesse supporre che io accettassi per non essere rifuggito politico e non compreso nell'amnistia, mi indusse a rinunziare l'offerta.

Di un altro scolare mi conviene far menzione, del principe de Merode, capitano nelle truppe belghe e decorato della croce della legione e di quella di Leopoldo. Io avrò occasione di parlare di lui in seguito.

Tutti i miei scolari mi usarono atti di benevolenza superiori al mio merito, tra i quali il figlio del generale Duvivier e....., il quale quasi ogni domenica mi veniva a prendere in carrozza per condurmi a pranzo nella sua villeggiatura.

Malgrado ciò i prodotti erano insufficienti a reggermi, e il generale Chazal mi offerse di entrare in sua casa come precettore dei suoi figli, lasciandomi libero il tempo di continuare le mie lezioni: tavola, alloggio, servizio, ecco i benefici che poteva trarre, e non eran pochi; lo stipendio si riduceva a tenue cosa. Chazal, originario francese, prima della rivoluzione del Belgio s'industriava in case di commercio, come loro commesso viaggiatore: uomo di coraggio e d'intelligenza, seppe nei primi momenti della riscossa impadronirsi di Mons, e per questa sua impresa ebbe subito il grado di colonnello: in seguito, perfezionandosi cogli studi nell'arte militare a cui si era consacrato, pervenne ed essere generale e ministro della guerra. Era un buonissimo uomo, affabile, eccellente padre ed amoroso marito; ma io aveva di lui una soggezione che non seppi mai superare, perché io scorgeva che non lo appagava nel metodo di istruire i suoi figli: egli affacciava certi sistemi per me affatto nuovi e che sarebbe stato necessario che io stesso li avessi studiati. Lo Spada, amico di Chazal e che poteva giovarmi, non esisteva piú. In che stima ed affetto fosse lo Spada si desume dai funerali che alla sua morte gli vennero fatti, degni solamente di un personaggio di alto rango e di eccelso talento. La somma spesa per tale oggetto fu a carico del paese, e quando si pose in vendita quanto gli apparteneva, una gara ardente sorse tra gli acquirenti, perché tutti volevano una memoria del defunto, e il prodotto della vendita fu il quadruplo di quello che costava; il quale venne spedito in Ravenna al di lui fratello Attilio, il quale nel ricevere il danaro speditogli gridava: «Che buona gente debbono essere quei signori di Namur!» La iscrizione funebre che esiste nel camposanto di Namur mostra in qual conto tenevasi.

[LV.] Finalmente l'amnistia di Pio IX [16 luglio 1846] mi tolse da ogni imbarazzo: essa mi fu annunziata dal giovine Duvivier in un curioso modo. Stava a conversazione presso una mia scolara, madama Jean de Fontaine, quando sono chiamato nella anticamera, e mi sento stretto al collo da un individuo che dapprima non conobbi: «Oh con quanto piacere vi do la lieta notizia dell'amnistia emanata da Pio IX; ora potrete rimpatriare, rivedere i parenti, gli amici e dar termine ai mali dell'esilio». Io lo ringraziai dell'annunzio, e rientrai nella camera della conversazione, ove propagai la notizia ed ebbi felicitazioni senza fine. La padrona di casa ci fece vuotare alcune bottiglie di sciampagna pel lieto annunzio. Poi il generale Chazal mi procurò dal Governo un sussidio, onde pormi in grado di sopperire alle spese del viaggio.

Io aveva in animo d'instruirmi prima di partire nell'andamento dell'amministrazione ferroviaria, sí bene regolata nel Belgio, ma mi accorsi che ciò non si poteva ottenere in breve tempo, né i fondi erano sufficienti all'intento: quindi rinunziai al mio progetto. Da Bruxelles mi recai a Parigi, ove rimasi alcuni giorni; da Parigi a Marsiglia, da Marsiglia per la via di mare a Civitavecchia, da Civitavecchia a Roma [febbraio 1847].

[LVI.] Io credeva che a Roma esistessero Comitati per soccorrere i poveri rifuggiti che rimpatriavano; ma di niente di ciò, né trovai chi mi offrisse un centesimo. Fui raccomandato ad Angelo Bezzi, mio concittadino che lavorava da scultore in Roma, esimio nell'arte, ma uomo spensierato, eccentrico e affatto privo di mezzi. Si credé che, essendo amicissimo di Ciceruacchio, potesse essere di un gran sostegno; ma se ritraeva da lui benefici, bisognava che li erogasse per la sua famiglia: egli servivasi dell'influenza acquistata col mezzo di Ciceruacchio per usare prepotenze, tanto che una sera fu assalito da un turbine di sassi e fu sul punto di essere un secondo santo Stefano.

[LVII.] Io mi diressi ad un altro mio concittadino, uomo di proposito, Attilio Bonafè, impiegato nel ministero dei lavori pubblici, allora diretto dal cardinale Massimo, che io chiamava Minimo per la sua piccola statura, e potei avere un impieguccio di dieci scudi al mese, avendomi installato nel detto ministero nella qualità d'indicista.

Il cardinale disponevasi di dare un migliore avviamento al suo dicastero, ed ero sicuro di crescere di grado; ma, colpito tutto ad un tratto da un'apoplessia, cessò di vivere [11 gennaio 1848] senza avere iniziato il suo divisamento. A Massimo successe Minghetti [10 marzo], ma la mia presenza fu di breve durata, mentre avendo chiesto un permesso per recarmi al mio paese natio, non ritornai piú a Roma.

[LVIII.] I tripudi e le esultanze ad onore di Pio IX nei 16 mesi che mi trattenni nella capitale sono indescrivibili, e veramente mi cominciavano a seccare. Io mi era introdotto nel Circolo popolare, in cui ebbi l'incontro di fare molte conoscenze, tra le quali quella di Ciceruacchio, che mi conduceva al Testaccio a mangiare la provatura. Quale influenza egli avesse, ne ebbi una chiara prova nella sera del 29 aprile ['48], quando il popolo agglomerato, e che estendevasi lungo la via del Corso, gridava ed urlava di farla finita coi preti. Ognuno sa che questo furore proveniva dall'enciclica del Papa del 29 aprile, con cui disdiceva la guerra del Veneto, le cui legioni egli stesso aveva benedette per l'indipendenza d'Italia. Tutti i Circoli erano uniti in quello del Commercio, posto nel centro del Corso, cioè dove i clamorosi erano piú affollati. Mamiani lo presiedeva, ma non sapeva piú dove dar la testa per far sparire il pericolo insorto. Sterbini ed altri cittadini influenti si affacciarono al balcone, diressero al popolo parole di moderazione e di concordia, ma furono solennemente fischiati. «Si vada in cerca di Ciceruacchio», gridava Mamiani, che vedeva essere l'unica sua àncora di salvezza. Finalmente egli arriva; Mamiani lo assicura che si sarebbe a tutto riparato nel giorno veniente, e che cerchi intanto di calmare gl'insorti e di far sí che rientrino nei loro focolari. Egli raccoglie tosto intorno a sé i capi dei rioni, e il desiderio di Mamiani fu appagato. Il timore che la disdetta del Papa avesse cancellato dalle truppe italiane militanti nel Veneto quel carattere legale che avevano e che gli Austriaci le riguardassero come una ciurma di briganti, e come tali venissero da essi trattati, fu l'impulso della sommossa; e resi persuasi che ciò non poteva nascere, si arresero.

[LIX.] Invece di andare alle feste, che con immenso spreco di denaro si reiteravano per Pio IX, visitava nelle ore libere gli eccelsi e sontuosi monumenti di Roma. Un giorno presso il collegio dei Gesuiti mi abbattei in un prete che rassomigliava al principe de Merode, mio scolaro a Mons; mi fermai a guardarlo e dissi fra me: «Che perfetta rassomiglianza!», e seguii il cammino. Un'altra volta lo fissai meglio, e sempre piú mi sorpresi di trovar due volti cogli stessi lineamenti. La terza volta non potei trattenermi dall'accostarmi a lui, e nel mentre che stava per dirgli: «Scusi, signore», egli mi riconobbe e mi porse una carta da visita, onde fossi andato la mattina seguente al suo domicilio. «Ma come queste trasformazioni? gli dissi subito: Voi capitano, voi in credito per sapere e valore, voi decorato di piú ordini, e che riteneva, che foste già salito al grado di generale, voi divenuto prete?» — «Cosa vuoi?, mi rispose, è morto mio padre ed ho risolto di abbandonare la carriera militare per seguire la ecclesiastica, e sono ora nel collegio dei Gesuiti: ti ringrazio delle lezioni d'italiano, che da te ebbi e che oggi mi servono moltissimo». Dopo alcune parole lo lasciai, né piú lo rividi, né cercai di vederlo, perché non si dicesse che avevo rapporti coi Gesuiti, allora piú che mai odiati, e che l'affetto per Pio IX già sperdevasi sensibilmente, né valse che Gioberti venisse a perorare per lui a Roma. Pio IX, uomo di buon cuore, ma di poca mente, incerto, titubante, non era in grado di dare allo Stato quell'avviamento che esigeva allora.

[LX.] Il partito radicale aveva preso il sopravento: gli uomini piú influenti ed energici di esso raccolti a Roma agivano con successo nel senso dei loro principi e la strada dalla democrazia dischiusa percorrevasi senza ostacoli. Il Rossi ciò non vide e fidandosi troppo sopra sé stesso, sopra la fama del suo nome chiaro in tutta Italia e altrove, cadde vittima della sua illusione nell'accettare la direzione che stava sull'orlo del precipizio.

Io lasciai Roma alcuni mesi prima del luttuoso fatto di Rossi, e mi resi a Bologna. Quivi pure lo scompiglio era al colmo: i facchini, padroni della città, commettevano eccessi di ogni specie [agosto '48]. Il povero Masina, buon giovane, di retti sensi, da loro sedotto li dirigeva; ma in che modo? aderendo ai loro pravi desideri. Io mi recava la sera nel suo ufficio composto di due stanze; la prima era ingombra di armi e di munizioni, la seconda serviva di gabinetto particolare a Masina. Una sera arrivarono da Roma due emissari, i quali chiesero un colloquio segreto col medesimo; io che era rimasto nella prima camera venni chiamato nella seconda e messo a parte del segreto: trattavasi nientemeno che di uccidere il dottore Luigi Carlo Farini. Chiesto in proposito il mio parere, dissi che era un danno immenso il privarsi di un cittadino intelligente, dotato di nobili sensi, affezionato all'Italia, e che d'altronde non sapeva quali colpe potessero giustificare un tale eccesso. Gli emissari ben mi conoscevano, quindi non potevano concepire sopra di me dubbio alcuno sfavorevole alla causa democratica. Dopo varie spiegazioni, la cosa rimase irresoluta e la proposta non ebbe effetto.

In Bologna ebbi la tristissima notizia della morte del conte Tullo Rasponi, giovane caldo di patrio amore, e di una smisurata liberalità, che per sovvenire ai bisogni altrui aveva posto in grave isconcerto le proprie finanze. Egli fu vittima dello scatto del proprio archibugio nelle valli di Comacchio, ove era a caccia; solennissimi onori funebri gli vennero resi da ogni ceto di persone.

[LXI.] Giunto a Ravenna, avanzai tosto la domanda d'essere ammesso al concorso dell'impiego di protocollista, rimasto vacante in Comune pel decesso di Gordini, e mi fu conferito da una forte maggioranza [5 ottobre 1848]: cosí fui in grado di essere d'aiuto ad un fratello, esso pure al servizio del Municipio nell'ufficio annonario, il quale essendo maritato, con vari figli, aveva bisogno d'appoggio; ma la falce della Parca li ha tutti mietuti, non riserbando che un rampollo di sesso femminino. Da Roma ebbi incarico di costituire un Circolo popolare, alla forma di quello che colà esisteva, e di dare un esteso sviluppo ai principi democratici. Io non mancai di adempiere l'impresa assunta, e in poco tempo contava piú di 200 persone d'ogni rango: esso venne eretto nella sala e camere del teatro Alighieri, e presieduto da distinti cittadini, quali erano il vecchio Andrea Garavini, il marchese Vincenzo Cavalli, ed io ne fui il segretario insieme all'avvocato Giulio Guerrini, Questo istituto fu molto utile al paese ed impedí la rinnovazione degli eccessi che prima si lamentavano, perché innanzi al Circolo si portavano le questioni le piú importanti, le quali si scioglievano sempre secondo i dettami dell'equità e della giustizia. Se ne brama un esempio? eccolo. Una sera si propose che fosse libero al padre Gavazzi di tener concioni in Duomo sopra oggetti politici, interamente estranei al luogo. Dopo alcuni vivi dibattimenti si risolse che una deputazione, scelta nel Circolo, si rendesse immantinente presso l'arcivescovo per consultarlo in proposito: se aderiva, la proposta avesse esito; se no, si fosse scelto un altro luogo per le progettate concioni. L'arcivescovo, come era da supporre, respinse la inchiesta, e il Circolo dispose che il Gavazzi predicasse sulla ringhiera della farmacia Montanari nella piazzetta dell'Aquila. Il Circolo, divenuto la vera rappresentanza del paese, si occupò pure di proporre un deputato alla Costituente di Roma [13 gennaio '49] e tutti i voti si rivolsero a favore del conte Francesco Lovatelli, uomo di senno, di coraggio e di sensi politici radicali, mentre sin dal 1832, come notammo, dirigeva la Giovine Italia col titolo di corrispondente: ma non accolse la candidatura offertagli, forse perché addetto a quella camarilla che faceva pratiche a Gaeta col papa, perché si risolvesse a mantenere in piedi lo Statuto, promettendogli che la repubblica sarebbe rimasta incagliata. Invece di Lovatelli si propose Antonio Monghini, uomo di qualche intelligenza in materie finanziarie, pronto e risoluto, ma di niuna fede politica. La proposta del Circolo venne confermata dagli elettori, e, come noi abbiamo già detto, egli proclamò la repubblica in quell'illustre consesso; ma poco tempo dopo corse a Bologna dinanzi al Papa, gli baciò con effusione d'animo i sacri piedi, pregando di essere assolto dalle commesse prevaricazioni. Uomini di tal sorta è meglio perderli che acquistarli, e Iddio l'ha chiamato a sé.

[LXII.] Malgrado la pace e l'ordine che regnava in paese, l'arcivescovo, che non aveva ricevuto alcun motivo di lagnarsi, all'improvviso abbandonò la sua sede arcivescovile e si trasse a Venezia. Si parlò di un ratto concertato a suo danno, ed io, che avevo parte in ogni faccenda, non ebbi mai di ciò sentore; eppure mi si volle fare un addebito anche di quel fatto: io ho sempre ritenuto però che fosse un raggiro di quei moderati, che di mal occhio vedevano la repubblica e ritenevano che potesse esser loro dannosa per quella partecipazione che erano astretti di avervi, e che volessero per tempo crearsi un possente appoggio nel cardinale Falconieri; e di fatti nessuno di quelli che lo aiutarono ad emigrare soffrirono il benché minimo disturbo quando il papa riebbe i suoi domini.

[LXIII.] Questi moderati di molta influenza non si scossero punto alla proclamazione della repubblica, e già si gridava come si potesse rimanere indifferenti ad un sí grande avvenimento. Fu il Circolo che stabilí in che modo si doveva solennizzare. Tutti quelli inscritti nel ruolo del medesimo, seguiti dalla folla, si recarono colla banda musicale nella strada ch'è dirimpetto alla carrara della Rotonda, e nell'ampio possedimento del conte Ferdinando Rasponi si svelse sin dalle radici un'alta pioppa cipressina, e guernita di ghirlande di fiori fu traslocata tra suoni musicali, spari ed altre dimostrazioni di giubilo in mezzo della Piazza maggiore, ove venne eretta [15 febbraio]. Bello fu vedere la darsena del Candiano cogli alberi dei navigli messi a festa. Il vecchio Garavini, che nel 1797 aveva piantato in Ravenna il primo albero della libertà, gridava: «Scavate qui che troverete le radici di quell'albero carbonizzate»; e cosí fu. Dopo la erezione dell'albero,........., cui la tirannia papale aveva rapito il marito, e vedremo che in breve le rapirà anche il figlio, unico suo conforto ed appoggio, volle coronare il fusto dell'albero con una ricca fettuccia, in segno della speranza di un migliore avvenire che le destava. Illuminazioni durante la notte, danze, giubilo universale.

[LXIV.] Un'altra festa ebbe luogo [19 febbraio] nel borgo di Porta Sisi ad onore della nuova repubblica, solennizzata colla erezione dell'albero della libertà, in mezzo a suoni, a spari, a luminarie; e bello fu il vedere questo simbolo del comune risorgimento, circondato da 80 giovani a cavallo vestiti di tuniche rosse e del berretto frigio.

[LXV.] Ma colle feste, come dissi altre volte, quando la libertà di un popolo è avversata da chi ha battaglioni armati da osteggiarla, non può reggere lungo il tempo; e cosí fu della nostra repubblica, la quale assalita da ogni parte da truppe straniere dové in breve soccombere.

[LXVI.] Garibaldi alla testa de' suoi prodi militi aveva rinnovato le gloriose antiche gesta dei Romani e rimesso in onore il nome italiano, vilipeso dai Francesi, falsi repubblicani che mancavano ad ogni sano principio politico. Garibaldi raccolse presso di sé un buon numero di volontari, e prima che i Francesi entrassero in Roma si ritirò verso la Toscana, eccitando quei popoli ad unirsi con lui per fare nuovi sforzi al riacquisto del perduto. Ma la sua voce non fu intesa. La disperazione, che può sola infondere quel coraggio irresistibile che sa oprar prodigi, non risvegliò alcuno; onde sciolto il corpo che aveva rannodato per sí alta impresa, non dové pensare che alla propria salvezza: e fu un miracolo se, per le cure e i sacrifici dei Ravennati, pervenne a sottrarsi dalle mani degli Austriaci, che già da ogni parte lo circondavano [agosto '49].

[LXVII.] Alcun tempo prima che Garibaldi fosse in salvo un tenente austriaco alla testa di un drappello di croati invase il mio domicilio, frugò la camera ove dormiva e s'impossessò delle carte che ivi rinvenne, delle quali fece un pacco che sigillò, per regolarità del sequestro eseguito. Indi m'intimò di seguirlo. Qual fosse l'agitazione della famiglia David presso cui dimorava è impossibile immaginarlo. Ella sapeva di avere nella legnaia delle armi nascoste, e se la perquisizione si fosse estesa sino a quel luogo, la mia sorte era decisa: la legge stataria allora in pieno vigore condannava alla fucilazione chiunque teneva armi non denunziate in propria casa. I David certamente non avrebbero azzardato di dichiarare che le armi rinvenute ad essi appartenevano; e poi? anche con questo atto eroico erano certi di salvarmi, o di trarmi piuttosto con essi alla pena prescritta? La perquisizione durò poco piú d'un quarto d'ora, credo, ma fu un'ansia che tale non ne soffre chi trovasi sul punto di morte. Cosí i David mi narrarono quando tre anni dopo mi fu ridonata la libertà. So pure di un certo Crescimbeni, mio compagno di carcere in Forte Urbano, che, dietro denunzia di non so chi, si scopersero armi in un muro di sua casa: fu tosto arrestato e condannato alla fucilazione; la moglie di lui corse dal Duca di Modena e poté far cambiare la pena in vari mesi di detenzione; ma fu condotto nella piazza d'armi del quartiere generale di Bologna, ivi gli si lesse colle dovute formalità di legge la pena di morte, poi solamente dopo una pausa non tanto breve gli si annunziò la commutazione: tal fu la scossa sofferta che le di lui facoltà mentali se ne risentirono per lungo tempo.

[LXVIII.] Dal luogo del mio arresto fui direttamente condotto nel palazzo Ginanni Fantuzzi dinanzi al Maggiore austriaco: ivi trovai il signor Pietro Santucci, addetto alla Magistratura, chiamato per constatare la mia qualità di segretario comunale; ciò fatto, il Maggiore consegnò il rotolo sequestrato ad uno dei suoi graduati e mi disse: «Io ho ordine di farlo pervenire a Bologna al quartiere generale; sarà colà condotto da un mio tenente che gli userà tutti i riguardi che merita: la carrozza è pronta e bisogna che parta senza ritardo.»

La guida assegnatami mi prese gentilmente pel braccio, e colla scorta di non so quanti croati che riempirono il veicolo ci avviammo verso Bologna. Giunti a Lugo, mi accorsi che io era preceduto e seguito da un legno; supposi che contenesse altri detenuti, ma erano pieni di militi: cosí vociferavasi per dove passava che io fossi un arrestato di alta conseguenza. In Bologna si fece alto fuori di Porta Saragozza nella villa Spada, ove risiedeva il generale Gorzkowsky. Io venni chiuso in un camerino, in cui vedevasi un tavolaccio, che doveva servir da letto, e uno stracantone sormontato da un quadro rappresentante san Giuseppe, dinanzi a cui splendeva una lampada. Due militi armati vegliavano nel camerotto il detenuto. Quando mi accorgeva che erano croati, non osava d'indirizzar loro la parola; ma se dimostravano di essere ungheresi, cercavo di aver notizie del luogo e di quanto altro poteva giovarmi. Essi stessi facevano al detenuto esibite ed esprimevano il vivo dispiacere di non essere in grado di soddisfare i loro patriotici desideri. Chi conosceva il latino, era facile di capire il loro linguaggio. Io chiesi a uno di loro che luogo era quello in cui eravamo: mi disse che era la conforteria per quelli condannati a morte; ed ecco come spiegavasi l'altarino ivi eretto a san Giuseppe, a cui i moribondi sogliono ricorrere. Sotto al tavolaccio vidi diversi oggetti di vestiario, e mi fu detto che appartenevano a coloro che mancarono alla legge stataria e che subirono la pena da essa prescritta. Mi si disse che in quel camerotto aveva dimorato Ugo Bassi. La relazione era affliggente, e sebbene mi servissero un pranzo signorile, non fui buono di assaggiarne la minima parte. Cercando di ridurmi a mente gli oggetti che contenevano le carte sequestrate, fui terribilmente addolorato quando mi sovvenne che in Roma nel 1848, quando successero gli sconvolgimenti di Vienna, io d'accordo con Vincenzo Caldesi raccogliemmo un buon numero di Romagnoli e Romani e con essi uniti ci recammo al palazzo di Venezia, residenza dell'ambasciatore austriaco. A memoria di un tal fatto, da un falegname che era accorso cogli utensili di bottega per darne dei pezzi a chi ne voleva, mi feci segare una delle teste delle aquile, e ben ridotta colle pialle vi aveva notato l'anno, il mese, il giorno e l'ora dell'atterramento [21 marzo '48] e con espressioni di odio all'abbattuto Governo: l'iscrizione era rimasta in un vecchio portafoglio che aveva sopra il camino e che cadde fra gli oggetti sequestrati. Questa iscrizione era una spina acuta, temendo che potesse comprendersi nelle disposizioni della legge stataria, e quindi nella fucilazione; ma alla fine mi feci una ragione e quietai l'animo. Già non era piú solo, venne a raggiungermi l'amico Gaspare Saporetti; indi furono ivi rinchiusi due giovani di Castel Bolognese ed un altro che non ricordo chi fosse: cosí eravamo una sufficiente compagnia, ma divieto assoluto di fiatare fra noi; divieto che era osservato solamente quando ci vegliavano i croati; gli ungheresi entravano in conversazione con noi. Chi mi divertiva era il contegno di uno di quei detenuti di Castel Bolognese. Egli bestemmiava sempre come un turco, ma nella sera l'idea di essere in conforteria, in pericolo di essere fucilato da un istante all'altro, lo faceva ravvedere: si accostava a san Giuseppe, si raccomandava alla sua divina grazia, ma in modo che i compagni non s'avvedessero per non comparire bigotto. In capo a cinque giorni si ebbe l'avviso che si cambiava d'alloggio, e l'ufficiale incaricato di eseguire l'ordine ci condusse in mezzo al cortile della caserma in mezzo ad un drappello armato di croati, e questo fu il complimento che ci fece: «Chi tenta di scappare, gli sarà fatto fuoco addosso.»

[LXIX.] Il nuovo luogo assegnatoci furono le carceri di San Francesco. Noi ci arrivammo di sera avanzata, e fummo posti in una vera bolgia infernale, di dove emanava un puzzo micidiale a causa delle latrine contigue: era un corridoio contenente detenuti ungheresi; a causa del caldo si tenevano nudi sul loro paglione, e quando si alzavano in piedi sembravano tante anime dannate. Verso l'ora di notte s'intese in tutto il locale un rumore insolito: «All'erta, ci si disse, in quest'ora il profosso è sempre ubbriaco, ed è un vero demonio; mettetevi in rango.» Appena entrato in carcere fece ricerca dei nuovi arrivati, ma non giovò essere in rango ed in atto della piú perfetta sommissione. Al primo del rango toccarono pugni con non so quante contumelie, e cosí agli altri di seguito; la belva però si ammansava nel passarci in rivista; cosí il mio amico Saporetti che stavami appresso non ebbe che una tirata di cravatta che gli fece quasi uscir gli occhi dalla testa. Eccomelo infine dinanzi colla mano alzata, ma prima che mi facesse alcuna interrogazione, gli dissi: «Sono il segretario del comune di Ravenna.» Fu una parola magica, che da tigre valse a farlo diventare un agnello. «Mi dispiace, tosto mi disse, che io non abbia un miglior sito da collocarlo, ma domattina all'alba lo condurrò nelle camere di sopra: le notti in luglio spariscon presto, il sacrificio sarà breve; intanto lo ringrazio vivamente delle sue cortesie.»

Partito il profosso, non azzardai di coricarmi su quei luridi giacigli per timore di una irruzione formidabile di ogni sorta d'insetti; mi posi a sedere sulla cima d'una banca e appoggiai la testa al muro tanto da non istare in disagio. Allo spuntare del dí il mio profosso fu pronto a mantenere la promessa datami, e mi trasse in un magnifico loggiato in cui erano stanze signorili; venne meco il Saporetti, mi sembrò di rinascere, e riparai al sonno sofferto nella notte antecedente. Verso alle dieci ritornò il profosso con lettere e denari inviatimi da casa, e mi assicurò che nella sera stessa sarei rimesso in libertà. «Oh! allora questa mattina da pranzo mangio i cappelletti». Egli aveva messo a servizio una delle sue ordinanze. Il profosso sapeva bene che il Comando austriaco non trovò alcun titolo da applicarmi una pena in base alla legge stataria, che era quella con cui si regolava; ma forse ignorava che era in obbligo di consegnarmi alle autorità pontificie, da cui la mia piena libertà dipendeva e che attesi tre anni.

Nella sera verso l'ora di notte il profosso mi condusse cogli altri quattro detenuti del giorno antecedente nell'ufficio di polizia; ma avendolo trovato chiuso, ci depositò nelle carceri della piazza. Quivi pure la qualità di segretario produsse un altro beneficio, e fu quello di far ottenere ai detenuti della stanza ove fui rinchiuso il benefizio di fumare e di tenere il lume la sera. Ogni mattina aspettava il rilascio o l'ordine di essere rimesso in libertà, ma dopo cinque giorni venne invece quello di essere trasferito in Forte Urbano, ove esistevano già vari detenuti politici.

[LXX.] Ebbi una dolce sorpresa in quel luogo vedendo che era sotto l'ispezione d'un vecchio amico carbonaro, di Baroncelli di Faenza: egli mi escluse dalle solite noiose visite personali, e mi condusse nel suo appartamento, ove mi espose che avrebbe fatto pei detenuti politici quanto le sue funzioni lo comportassero: «Mi servirete da segretario», e m'installò nel suo ufficio d'ispettore. Poi mi condusse in una stanza, ove teneva rinchiusi i detenuti politici di riguardo, e mi lasciò con loro, dandomi un buon letto con istramazzo. Ristauravasi nel Forte un altro corridoio che guardava la piazza d'armi, chiamato le Colonnette, e quando fu accomodato mi lasciò scegliere le camere che meglio mi convenivano; cosicché fui in grado di favorire gli amici di Lugo, fra i quali l'avvocato Masi, Morandi e Bedeschi, che a me si unirono quando ivi ci rinchiusero. Si poté conseguire dalla fornitura il vitto di segretura in natura, cioè la carne e la minestra crude, ed il pane dell'infermeria che era bianco e buono: a queste provvigioni aggiungevamo una tangente ciascuno e si riusciva ad avere un secondo piatto. Il Bedeschi, esperto in affari di cucina, ci preparava sempre un buon pranzo: il vino, a spese comuni.

[LXXI.] Erano scorsi piú di sei mesi senza che venisse iniziato alcun processo, quindi ignorava sempre il vero titolo della mia prigionia; ma di ciò non prendeva alcun pensiero, né feci alcuna pratica in proposito: uscito dalle grinfie del Comando austriaco e della legge stataria nulla aveva piú che mi conturbasse. Finalmente venni traslocato nelle carceri di Ravenna: cosí ebbi modo di vedere spesso i miei congiunti e di essere servito da essi di tutto ciò che mi occorreva. La camera che mi venne assegnata era la migliore dello stabilimento, e guernita di una gran finestra con vetri senza l'impedimento del tamburo, in modo che si poteva vedere ed essere visto da chi transitava pel cortile del palazzo governativo. Essa era occupata da gente che non aveva accusa criminale. Il numero dei detenuti ristringevasi ad otto; ognuno aveva da casa pranzo e cena, riunivansi tutti i pasti e formavasi un convito variato e squisito. Poco dopo il mio arrivo nelle carceri di Ravenna, s'iniziò il processo che dappoi sí gran tempo attendeva. Io non intendo di porgere ragguagli su tale soggetto. Il secondo turno del Supremo tribunale della Sacra Consulta, tribunale istituito sulle norme di quello della Inquisizione, mi giudicò [28 gennaio 1851] colpevole di «minacce fatte al Magistrato anche letali in odio di officio», senza indicare quale Magistrato, e perciò mi condannò «a cinque anni di opera pubblica», ed alla pena di detenzione per «ritenzione di carte antipolitiche». Ma ecco il fatto genuino che mosse questa sentenza. La nostra Magistratura si dimise per non eseguire le operazioni elettorali, necessarie per la nomina dei membri alla Costituente romana del 1849; il Prolegato rinunciò pure alla sua carica per non assumerle; cosí vi era il pericolo che Ravenna rimanesse senza rappresentanti alla Costituente: vociferavasi che tutto ciò fosse l'effetto degli intrighi del segretario di legazione Garzía, uomo di principî clericali esaltati ed affezionato al cessato Governo. Quindi io come segretario del Circolo, che rappresentava l'opinione del paese, mi recai dal Garzía e lo consigliai ad allontanarsi dal posto che occupava per evitare un eccesso, mentre il popolo era contro di lui irritatissimo, ritenendo che impedisse la nomina dei membri della Costituente. Il Garzía mi ringraziò del consiglio datogli; ma Gaspare Saporetti, che era un vero energumeno, aggiunse minacce ed improperi che io disapprovai interamente.

Comunicataci la sentenza [5 febbraio '51], fummo traslocati a Roma con mezzo straordinario, cioè con vettura a due cavalli. Da Ravenna a Pesaro il nostro conduttore, che fu un brigadiere, ci usò la cortesia di non ammanettarci; ed a un detenuto che entra in una carcere senza un tale arnese gli si usano sempre molti riguardi: perciò il maresciallo che da Pesaro ci fu di guida sino ad Ancona non ci lasciò liberi nel viaggio, ma solamente quando ponemmo il piede nelle carceri; però ci fu concesso di essere ammessi in una stanza che conteneva giovani instruiti e di merito e che ci favorirono una buona cena. In seguito non ci fu modo di scansare le manette, sebbene io cercassi d'interessare la vecchia guida a raccomandarci alla nuova per tale oggetto. In Spoleto fummo rinchiusi in un orrido sotterraneo, e ciò mi doleva perché ci conveniva di rimanervi 24 ore a causa di una festa che interrompeva la corrispondenza. In Otricoli ci occorse un curioso aneddoto: il paese era in movimento pel passaggio del re di Baviera che recavasi a Roma a visitare il papa. Il custode di quel piccolo paesetto cercava di trar profitto dai vari detenuti di qualche conto che capitavano al suo albergo, ed era in ciò d'accordo colla moglie, donna giovane e di belle fattezze. Appena giunti, ella fece uscire dalla miglior camera che avesse una vecchietta, ivi pure detenuta, e ce l'assegnò rinnovando i sacconi della paglia, che dovevano servirci da letto; poi ci chiese se nulla ci occorreva: il Saporetti, che dal sorriso e dai modi sciolti con cui ci trattava concepí buone speranze alle soddisfazione dei venerei appetiti, ordinò un pranzo da tre, comprendendovi la ninfa; e il pranzo fu buono e lauto, ed aveva oltremodo avvivato lo spirito dell'amico, divenuto rosso come un gambero: i cibi furono gustati, ringraziò chi li aveva forniti, il Saporetti insisté per quanto formava l'intento dei suoi desiderî, e per risposta ebbe: «A mezzanotte». Io mi ero già gettato addosso alla vecchietta, che non mancò di visitarci specialmente al momento del pranzo, e all'ora di notte io era sul mio paglione in braccio al sonno. I sorci mi svegliarono piú volte, e vidi che l'amico stava in un'angosciosa aspettativa; al tocco della mezzanotte il carcere si aperse, ma invece della carceriera apparve il carceriere che venne a prendere un saccone; né piú si vide alcuno, e l'amico restò colla piva fuori del sacco. Nel mattino apparve la cara, linda e cortese, chiedendo se volevasi la colazione; l'amico rinacque a nuova speme e le rinnovò l'invito del giorno innanzi, che accolse: «Questa notte non ho potuto; ma fra poche ore, quando tutti attendono al passaggio del re, io sarò qui;» ed intanto ingoiò e non fu di ritorno che quando i carabinieri vennero a prenderci per proseguire il nostro viaggio, e profittò di un comodo posto che era nella vettura da posta per fare una passeggiata insieme coi carabinieri sino a Civita Castellana.

[LXXII.] Arrivati a Roma, fummo internati nelle segrete delle Carceri Nuove in via Giulia: ognuna è dedicata ad un santo, ma sarebbe bene che fosse consacrata ad un diavolo: tutte le segrete hanno una o due finestre nelle pareti laterali, quelle di via Giulia ne hanno una nel mezzo del soffitto, in modo che il povero detenuto che è esposto a quel largo pertugio riceve tutta l'umidità e l'acqua che da esso emana, essendo senza scuro. E qui bisogna far conoscere a chi non è pratico di carcere, che ognuno ha un capo eletto dal direttore, il quale è padrone di fare ciò che piú gli aggrada. Se il detenuto è in grado di pagare al capo una buona dose di vino con una pietanza, può avere da lui la grazia di collocare il suo paglione in un angolo della stanza, fuori dagli effluvi del finestrone; se no, è certo d'esservi messo sotto. Il capo della camera in cui fummo rinchiusi era un militare condannato a morte; il canone del vino era quotidiano, ma per buona sorte dopo pochi giorni fummo traslocati nelle carceri di Termini, luogo di deposito dove si agglomerano ogni sorta di delinquenti. Lo stabilimento è diretto da un capitano, che ha sotto di sé una quantità di aguzzini, perché trattasi di vegliare centinaia di persone. Io pregai il capitano di porci nel miglior luogo che vi fosse, e ci assegnò il corridoio dei discoli, ripieno di giovani dai sedici ai venti anni. Quel disgraziato, che come capo stanza doveva vegliarli, era in un imbarazzo dei piú scabrosi: essi pervenivano sempre ad aver carte da giuoco e passavano l'intera giornata nel farne uso esponendo per premio del vincitore della partita la pagnotta e la minestra che nel giorno dopo era ad ognuno somministrata, e quando facevasi la distribuzione del vitto, il perdente che aveva una fame maledetta non voleva arrendersi a soddisfare il suo obbligo; onde nascevano liti e lotte a cui il capo stanza non aveva modo di metter riparo. Il vizio del giuoco delle carte è proibitissimo nelle carceri; e pure non havvi luogo in cui sia piú avvivato che in essa. I mazzi di carte che servono all'intento vi abbondano: quando i detenuti hanno perduto quei pochi danari che posseggono, mettono in giuoco gli oggetti di vestiario, ciò che dà causa a varie dispute ben peggiori di quelle che sorgono fra i discoli; perché, se alcuno osa di fare il prepotente, può incorrere il caso che nel mattino si trovi soffocato senza che si abbia alcuna traccia del delitto. È il capo stanza che trae il maggior profitto dal giuoco, perché ad ogni taglio deve avere un determinato tributo. Cosí pure è vietato di provvedersi di carta, penna e calamaio, e in quelle di Termini esistevano oggetti di cancelleria di ogni genere che si compravano occultamente dal capo stanza al prezzo che gli piaceva. Da ciò si vede che le sue funzioni sono molto lucrative, in modo da procurargli non pochi denari; credo che goda anche altri beneficî dalla fornitura del vitto: ha di certo razione doppia che vende a chi non ha sufficiente nutrimento, il quale consiste in tutte le carceri di larga in una pagnotta e in una minestra al lardo. Le carceri di Termini, come tutte le altre, sono soggette a sei visite, tre di giorno e tre di notte. Quando il capo guardiano entra nella camera dei detenuti è seguito da vari aguzzini armati di randello che cadono pesanti sul dosso di colui che al momento della visita fosse fuori dal suo posto, cioè fuori dal sacco di paglia assegnatogli. Stanco di rimanere nel corridoio dei discoli, a causa degli schifosi insetti che ivi si annidavano, dei litigi e querele che insorgevano di continuo, pregai con lettera il cardinale Marini, col quale mio padre aveva avute intrinseche relazioni quando era governatore laico in Ravenna, sotto il governo del cardinale Malvasia, di cui ritenevasi fosse figlio; e nel mentre che aspettava l'ordine di un cambiamento, una sera fu condotto a noi un nostro amico di cuore, un nostro concittadino, qualche tempo prima di noi arrestato, Epaminonda Rambelli, il figlio di quel Gaetano che fu impiccato per ordine della Commissione Invernizzi, di cui abbiamo già parlato. È indicibile la gioia che da noi si provò, specialmente quando ci disse che era rimesso in libertà e che era tradotto per corrispondenza ordinaria sino a Ravenna, ove avrebbe ottenuto l'opportuno rilascio. Egli rimase due notti e un giorno con noi, atteso l'intromissione di una festa che interruppe il corso della corrispondenza. Egli ci espose che avendo militato nelle truppe doganali, comandate dal colonnello Zambianchi e che cotanto si distinsero contro gli attacchi dei Francesi al tempo della Repubblica Romana, era stato incolpato di aver preso parte agli eccidî di San Calisto, ove vari frati vennero uccisi: ma non essendo risultato nel processo alcuna prova, mettevasi fuor di causa. Essendo stato improvviso l'ordine della sua istradazione e non avendo avuto tempo di farsi spedire da casa fondi necessari al viaggio, venne da noi provveduto di quanto gli occorreva.

[LXXIII.] Nel giorno dopo alla partenza dell'amico Epaminonda, venne l'ordine di essere trasferiti alle carceri di San Michele in Ripa Grande, magnifico locale, ampio, arioso e comodo. II luogo in cui fummo collocati formava un corridoio, illuminato da un larghissimo finestrone, e ai fianchi del medesimo s'innalzavano due ranghi di camerini pei detenuti, ove ognuno rimaneva libero: essi si aprivano nel mattino e si chiudevano due ore prima di sera, e durante la giornata il detenuto passeggiava in compagnia de' suoi camerati, sempre però sotto la sorveglianza di due gendarmi, che si cambiavano in ogni 24 ore. Il direttore del luogo era un maresciallo della stessa arma, conosciuto sotto il nome del Monco dei Monti, uomo di una severità indicibile. Verso di me mostravasi mansuetissimo, e mi trattava con cordialità; quando la notte recavasi alla visita dei camerini, e che mi trovava ancora alzato a leggere, mi salutava e soleva dirmi: «Eh! che non vi stancate di leggere?» senza toccare il polso ai catenacci ed alle ferriate secondo l'uso. Fra i gendarmi vi era sempre qualche benevolo, che ci teneva in relazione col di fuori e coll'altro corridoio dello stabilimento, ed io n'era il corrispondente. In ogni modo, siccome ci era permesso di far venire il pranzo dal di fuori, cosí si trovava modo di essere in corrente delle notizie le piú importanti coi biglietti che si nascondevano nelle pietanze o dentro il turacciolo dei fiaschi del vino. Tutti i detenuti di San Michele dipendevano dal Tribunale della Sacra Consulta, che è quanto dire addebitati di titolo politico; ivi feci conoscenza di Calandrelli e di molti altri personaggi di merito che si erano distinti in Roma nel '49.

[LXXIV.] Un giorno stando a conversare coi miei camerati venni a sapere che Epaminonda Rambelli, noto col nome di Moretto, era stato ricondotto nelle carceri. A persuadermi di un fatto sí opposto a quanto egli stesso mi aveva asserito nel reclusorio del Termini, cioè della sua riacquistata libertà, diedi incarico ad uno dei detenuti che stava presso il primo camerone dello stabilimento, in cui si diceva il Rambelli essere stato rinchiuso, a verificare la voce prevalsa; e pur troppo la mattina seguente seppi che era stato ricondotto a Forlí per un confronto e che gli aggravi processuali erano accresciuti a suo danno, e di ciò fummo tutti afflittissimi; e una prova di quanto asseriva nasceva dai modi rigorosi con cui era trattato dal Monco, il quale entrava sempre nel suo tugurio colle pistole montate alla mano, senza mai accondiscendere a quanto di piú giusto sapeva chiedere. Dal secondo camerone venne trasferito nel primo, in quello in cui era, e non so come potesse ottenere la grazia di passeggiare un'ora del giorno quando tutti gli altri prigionieri erano rinchiusi. Ma questa grazia ci pose tutti in un grave imbroglio. Un vecchio capitano dei carabinieri, che si era compromesso negli affari politici del '49, era nel novero dei carcerati di San Michele e godeva il beneficio di avere di continuo l'accesso nel corridoio. Costui aveva militato nelle Romagne al tempo del dominio della Commissione Invernizzi e raccontava limpidamente gli arresti che vi aveva eseguiti, fra i quali quello di Gaetano Rambelli, padre di Epaminonda, il quale venne, come abbiam detto, impiccato. Si ritenne che costui avrebbe raccontato le sue prodezze, come le rendeva note a tutti, anche ad Epaminonda; di certo sarebbe nato uno sconcerto pericoloso, perché egli, giovane ardente che sentiva la sciagura del padre nel piú intimo dell'animo, avrebbe rampognato il capitano con insulti e copertolo di vituperi. Per evitare ciò si riuscí a far credere ad Epaminonda che colui che vedeva nel corridoio nell'ora che gli era concessa di passeggio, era una spia del Governo tenuta fra noi appositamente per rilevare i detti, i motti di ciascuno, e lo consigliammo a tenerselo lontano e a non rispondere a qualunque interrogazione gli dirigesse, e gli facemmo le piú vive premure perché si attenesse al nostro precetto suggerito dall'affetto che noi tutti gli portavamo; cosí si poté evitare il danno da noi previsto, mentre Epaminonda si attenne strettamente ai nostri suggerimenti.

[LXXV.] Erano scorsi vari mesi da che la mia sentenza era emanata, né si risolveva di assegnarmi il luogo dove doveva scontare la pena inflittami: si parlava di Paliano, vecchio castello ridotto a carcere, e dove era stato trasferito già il degno patriota.....

In attesa ebbi la visita di monsignor Matteucci, Direttore generale di polizia, il quale mi chiese se aveva conoscenze in Roma valevoli a procurarmi una diminuzione di pena. Io gli feci intendere che non avrei mai chiesta grazia di sorta alcuna, perché non aveva colpa, e mi se ne attribuiva a solo fine di punire in me il principio politico, mentre a niuno era dato di aggravarmi di addebito criminale; che conosceva il cardinale Marini, perché un tempo fu amico di mio padre e protettore della mia famiglia in triste evenienze; e che conosceva pur anche il principe de Merode, che era stato mio discepolo nel Belgio nell'insegnamento della lingua italiana. Alla parola Merode da me pronunziata, il Matteucci mi fece un urlo terribile, gridando: «Ma non sa che il Merode è l'anima del Pontefice? a lui si rivolga, e vedrà subito i buoni effetti del suo ricorso». — «Monsignore, le ripeto che non mi umilio a chicchessia, perché non ho peccati.» Ma dopo alcune settimane venne ordine che la pena si riducesse a sei mesi di carcere in casa; e nell'istante che fui presentato al cancelliere della Sacra Consulta per comunicarmi la disposizione emessa a mio favore, trovavasi nell'ufficio del medesimo il Rambelli, il quale mi si accostò e mi fece intendere che lo volevano ad ogni costo sagrificare, ma che avrebbe seguito l'esempio di suo padre; poi in pegno d'amicizia mi diede un bocchino da zigari che conservo tuttora. Nel punto che mi pregava di abbracciare sua madre, il Monco si accorse che egli meco parlava. Costui divenne una furia; voleva pormi alla catena, ma il cancelliere seppe calmarlo; ed io fui condotto dapprima alle carceri di Monte Citorio, o della piazza, in seguito in quelle di Termini per la seconda volta: cosí assaggiai non solo tutte le prigioni di Roma, ma ben anche tutte quelle che da Roma si estendono sino in Alessandria, come vedremo in appresso.

[LXXVI.] A Termini non venni piú rinchiuso nel corridoio dei ragazzi discoli, bensí in un salone di uomini adulti, aggravati d'ogni sorta di delitti; io ne contai piú di sessanta. Entrando dentro col mio sacco sulle spalle, che è quanto a dire col sacco che doveva servirmi da letto, su cui poneva lo stramazzo, inviatomi da casa, il capo stanza mi si fece incontro, prese egli il sacco e lo pose nel miglior posto del luogo, cioè lontano dalla latrina, mi disse di conoscermi, di sapere che io era un galantuomo, e mi pregò di comandarlo in tutto ciò che mi occorreva: io lo ringraziai molto delle sue cortesie. Non fu cosí di un altro venuto poco dopo il mio arrivo, il quale fu posto presso la latrina, e siccome io l'aveva conosciuto a San Michele, osai di raccomandarlo al capo stanza: «Signore, non s'interessi di lui, egli è un boia»; nome generico che si attribuisce a tutti coloro che non sono di aggradimento ai detenuti, e corre grave rischio il detenuto che entra in un salone con siffatto nome: soffre insulti, dileggi ed alle volte anche peggio; onde il malcapitato si fece presto cambiar di prigione. Non molto dopo venne un tale abbigliato signorilmente, esso pure col suo sacco sulle spalle, e la prima parola che pronunziò entrando fu il mio nome: «Dalle carceri di Monte Citorio, soggiunse, da cui or vengo mi hanno consigliato di rivolgermi a lei, onde mi assista». — «Ma, signore, io sono nella condizione in cui ella si trova; tuttavia farò tutto quello che può esserle di giovamento»; e lo feci mettere presso il mio letto. Egli era al servizio di una famiglia francese, né so per qual titolo fosse arrestato: io lo consigliai di volgersi all'ufficio dell'ambasciatore francese per essere messo in libertà, mentre mi sembrò che si trattasse di oggetto politico.

In questo camerone il vizio del giuoco delle carte, chiamato zecchinetta, dominava piú che altrove, e il capo stanza faceva buoni affari col tributo che i giocatori erano tenuti di corrispondergli. Chi non aveva denari da applicarsi al giuoco occupavasi di fabbricare utensili di perlette di vetro, che facevano vendere in città, o a costruire figure di raschiatura di mattoni, manipolate con mollica di pane, che sembravano di gesso, e vi era chi in tali oggetti lavorava con una maestria sorprendente: mi ricordo di un Cristo in croce spirante che fu venduto ad uno straniero per non pochi scudi. Vi era chi si divertiva a fare i bussolotti con un garbo che incantava: chi aveva tale abilità apparteneva al rango dei borsaiuoli; infine vi erano vari che dilettavansi di rappresentare le azioni che avevan commesse, come assalti alle persone, assalti alle case, i raggiri usati per riuscire nei loro intenti che erano quelli di far suo quello che ad altri apparteneva: e potete ben credere che le scene erano eseguite con una naturalezza che nessun comico sarebbe in grado di superare, cosí che essi vi porgevano diversi modi di passare senza molta noia la giornata.

[LXXVII.] Finalmente monsignor Matteucci in persona venne ad annunziarmi il giorno della mia partenza per Ravenna [4 marzo 1852], ove doveva scontare, come dissi, sei mesi di carcere in casa. Il viaggio in vettura, accompagnato da un gendarme travestito, era a mie spese. La mia guida era buonissimo giovane; arrivato nella città, mi lasciava piena libertà, e noi ci trovavamo insieme solamente all'ora dei pasti che il vetturino era in obbligo di darci due al giorno. Il nostro viaggio non presentò alcun incidente, e arrivai a casa sano e salvo, in cui mi rinchiusi e rimasi sei mesi come se fossi di convalescenza.

Rassegnato alla mia sorte pensava piú a procurarmi mezzi di esistenza che alla politica, quando in capo a pochi giorni dal mio rimpatrio, fui ammesso nel Comitato del nuovo consorzio repubblicano, che erasi creato durante il tempo che io fui in carcere, onde dissi a chi mi comunicò l'ammissione: «Volete pormi nel caso di esclamare: appena vidi il sol che ne fui privo, perché se il Governo viene in qualche sospetto, col precetto di cui sono aggravato, mi rimettono in carcere senza perder tempo. Ma non importa, io sono sempre pronto a sostenere i principi che professo, succeda quel che sa succedere». Il nostro nuovo Comitato ebbe una triste crisi a soffrire. Fu d'uopo tenere un congresso a Cesena, in cui intervenne un membro di ogni Comitato di Romagna, e Ravenna vi fu rappresentata dal degno patriota Augusto Branzanti: il convegno fu scoperto dal Comando austriaco per viltà e ribalderia di uno che vi apparteneva, ed il Branzanti con altri venne catturato e chiuso nelle carceri di Bologna. Gli Austriaci, come il solito, volevano che palesasse quale fu l'oggetto del convegno; lo sottomisero a mille rigori e torture, e finalmente a quella esecranda delle battiture sul deretano: ma egli non si arrese, e mostrò quel coraggio che è proprio di chi è convinto della fede politica che adotta; onde meritò una stima ed un affetto imperituro presso i suoi cittadini. Il Comitato rimase in piedi malgrado i pericoli in cui vedevasi esposto, e specialmente dopo l'insuccesso della insurrezione di Milano. Solamente nel 1859 aderí di fondersi con quello della Società nazionale italiana, nell'intento di costituire l'Italia libera ed indipendente coll'appoggio del Piemonte e della Francia. Ma io che non partecipava a siffatta fusione rimasi escluso dal movimento che si operò all'indicato fine nel 13 giugno 1859, nel quale Ravenna fu sgombra dalle autorità e dalle milizie pontificie ed il Governo affidato provvisoriamente ad una Commissione. I miei colleghi del Comitato repubblicano, mercé l'avvenuta fusione, ebbero onori e cariche; si può dire che signoreggiavano il paese. Di ciò punto mi curava, né io moveva lagnanze sulla mia trista posizione, essendo senza alcun mezzo di sussistenza e senza modo di rinvenirne; ma quello che m'indispettí fu l'intolleranza dei nuovi reggitori del paese, che a causa della tenacità de' miei principî repubblicani mi fecero una guerra a morte. Dapprima appiccarono sulle pareti esteriori di mia casa cartelloni in lettere cubitali in cui erano scritte queste parole: Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia, e il carattere era di qualità nero e rosso, significanti che i repubblicani erano in lega coi preti; poi mi fecero avvertire che tralasciassi di sostenere i principî repubblicani, altrimenti mi sarei esposto a gravissimi pericoli, infine mi si minacciò la carcere, ed ecco in che modo. Un impiegato della provincia, uomo estraneo ad ogni partito, mi fece avere un giornale in cui parlavasi di Mazzini e del movimento politico operatosi: io lo resi ostensibile a qualche amico. Allora il nuovo direttore di polizia Gueltrini, mio collega nel Comitato mazziniano, m'intimò di presentarmi al suo ufficio, e in modo burbero e dispotico mi disse di avere ordine di farmi arrestare: io risposi che mi teneva a sua disposizione. E poi cambiando discorso mi fece intendere che con dodici scudi al mese, stipendio assegnatoli dal cassiere camerale presso il quale era impiegato, non poteva sostenere la sua famiglia e che aveva accettato quel posto per migliorare di condizione. Al che io risposi: «Ognuno deve cercare il proprio interesse, né io voglio esser giudice dell'altrui azioni, ma dico bensí che pretendo si rispetti e si tolleri la mia opinione, sebbene non sia piú omogenea a chi conduce oggi le cose del paese: io sono repubblicano, non mi fondo come i metalli». Dopo scambiate alcune altre parole alquanto risentite da ambo le parti, mi lasciò libero. Privo di ogni mezzo di sussistenza, perché coll'ultima condanna aveva perduto l'impiego di protocollista datomi nel 1848, ricorsi al Municipio per quel tenue tributo vitalizio che mi poteva spettare, e l'ottenni; indi venni ammesso nell'archivio per dare assetto alle posizioni ivi raccolte, e quando si aperse il concorso del posto vacante di vicebibliotecario nella Classense, feci inchiesta per esservi compreso, e i miei vóti ebbero un pieno successo coll'accordarmelo, non per favoritismo, ma per requisiti che aveva prodotti; impiego però meschinissimo, non condegno alle funzioni che si esercitano, essendone lo stipendio inferiore di quello che si accorda ad un semplice scrivano; ma non ho mai usato pratiche perché mi si aumenti, né ho mai affacciato in appoggio i sagrifici sostenuti per la causa della patria, mentre ero in dovere di fare ciò che per essa feci. Dopo la guerra ingiusta che mi si fece per essere rimasto fermo nei principi repubblicani, cioè in quei principi che adottai nel 1832 entrando nella Giovane Italia, insieme, come dissi, col conte Francesco Lovatelli, Giovanni Montanari ed Antonio Ghirardini, ebbi la consolazione di vederli risplendere piú vivi di prima, colla erezione successiva delle società del Progresso, promosse da Nicotera nell'incontro del meeting a favore della Polonia, della Unione democratica e del Circolo Carlo Cattaneo, nel quale il nome di Mazzini, iniquamente respinto nel '59, brillò di una nuova luce, e il gran Maestro divenne caro a tutti i buoni patrioti, il di cui numero superò quello dei moderati fusionisti: anzi molti di essi ripresero ad onorarlo ascrivendosi alle indicate società; ed io, vilipeso ed oltraggiato, ebbi il conforto di essere elevato alle prime cariche delle medesime. Cosí la mia devozione al grande Apostolo italiano ebbe un pieno trionfo, ed oggi pure in età di 73 anni, coi malanni che son propri di un'età tanto avanzata, appartengo alla società repubblicana in essere col titolo Pensiero ed Azione, né devierò mai dalla strada da sí lungo tempo tracciatami. Nacqui repubblicano, e tale voglio morire.

30 giugno 1877.


APPENDICE.