III

A furor di popolo

Salemson, il magistrato, era molto innervosito dagli ultimi avvenimenti. Un pubblico di più di tre persone gli paralizzava sempre le corde vocali, e dagli archivi risultava che, l’unica volta in cui il magistrato aveva aperto la bocca (ma non allo scopo di respirare, poiché soffriva d’asma), era stato durante un consiglio municipale, quando John Pettigrew aveva chiesto l’abolizione dell’ufficio del magistrato, dato che in tanti anni non vi era stato un solo cadavere che ne giustificasse l’esistenza.

Ora, finalmente, il cadavere c’era.

Ma, se c’era un cadavere, doveva esserci un’inchiesta, e questo significava che il magistrato doveva sedere nella corte del giudice Martin (presa in prestito per l’occasione dal consiglio della Contea).

Sarebbe ingiusto dire che il povero Salemson, nervoso, infelice, disperato, pensasse di sabotare tutte le testimonianze deliberatamente. Era una questione di fede. Salemson non poteva concepire che i membri dell’onorata famiglia Wright potessero avere una macchiolina, nemmeno del più pallido rosa, sulla coscienza. Perciò doveva trattarsi di un mostruoso errore; quella povera diavola doveva essersi tolta la vita volontariamente… Il risultato fu che, con grande disgusto di Dakin e sollievo dei Wright (per non parlare del malinconico divertimento del signor Queen e della disillusione di tutta la cittadinanza di Wrightsville), la confusissima giuria emise un verdetto di: «Morte per mano di persona, o più persone, sconosciute».

Dakin e il procuratore distrettuale Bradford si ritirarono immediatamente nell’ufficio di Cart per un altro colloquio. La famiglia Wright si rintanò in casa e il magistrato Salesmon si rinchiuse nella sua villa avita e si ubriacò con una bottiglia di vino di annata.

Riposa in pace …

Come si chiamava? Rosalie? Rose-Marie?

Dicono che fosse molto bella. Ora la stanno sotterrando… quella che Jim Haight ha avvelenato per errore… sua sorella… Dicono che Jim Haight… C’era sul giornale ieri. Non l’hai letto? Be’, non era proprio detto in modo chiaro ma lo si capiva tra le righe. Certo, Frank era presente. È innamorato di Nora… lo è sempre stato… poi Jim gliel’ha soffiata. E lui non l’ha mai digerita. … Ma perché non arrestano Jim?

Questo mi piacerebbe sapere!

Ceneri alle ceneri…

Una storia ambigua…

Non lo sapevi? Cart Bradford e Patricia Wright filano… È la cognata di Jim Haight…

I ricchi se la cavano sempre… Se dovesse capitare a noi…

Riposa in pace …

Rosemary Haight fu sepolta nel Cimitero di East Twin Hill e non in quello di West Twin Hill dove i Wright avevano la loro cappella di famiglia.

L’indomani mattina il signor Queen, alzandosi presto, vide scritta da mano ignota, a caratteri cubitali, la parola Uxoricida sul marciapiede che costeggiava la casa del malaugurio. Il signor Queen cancellò la parola accuratamente.

«Buongiorno» disse Myron Garback, il proprietario della farmacia.

«Buongiorno, signor Garback» rispose il signor Queen, accigliato, «Vorrei che mi aiutasse a risolvere un problema. Ho preso una casa in affitto, e nel giardino c’è una piccola serra… pensi che ho trovato delle verdure rigogliose in gennaio!»

«Davvero?» domandò Myron con scarso interesse.

«Proprio così. A me piacciono moltissimo i pomodori coltivati in casa, e nella mia serra c’è una bellissima pianta; però è infestata da una quantità di bestioline rotonde e giallastre. Stanno mangiandosi tutte le foglie.»

«Già, già. Hanno delle strisce nere sulle ali?»

«Mi pare di sì» dichiarò il signor Queen, molto infelice.

Myron sorrise con indulgenza.

« Dorifora decemlineata. Scusi, mi piace far pompa del mio latino. Comunemente è conosciuta come “scarafaggio della patata”.»

«Proprio così: scarafaggio della patata!» si lagnò il signor Queen. « Dori… come ha detto?»

«Non ha importanza» affermò Myron con sussiego. «Immagino che voglia qualcosa per mandarle al creatore.»

«Precisamente» affermò il signor Queen con un feroce cipiglio. Myron si allontanò di corsa e ritornò poco dopo con una piccola scatola di cartone dall’etichetta bianca e rosa.

«Questa andrà bene.»

«Qual’è l’ingrediente che scoraggerà quelle brutte bestie a tornare sulle mie piantine?» domandò il signor Queen.

«Arsenico… ossido arsenioso. Il quindici per cento. Chimicamente…» Myron fece una pausa. «Per essere esatti, si tratta di aceto-arsenite di rame. Ma è l’arsenico che uccide gli insetti. Faccia attenzione, però: è velenoso.»

«Lo spero!» esclamò il signor Queen, porgendo a Myron un biglietto da cinque dollari.

«Eccole il resto» fece Myron.

«Grazie mille. Grazie ancora!» esclamò il signor Queen con effusione, senza dar segno d’andarsene. «Arsenico, arsenico» continuò loquace. «Senta un po’: non è di questa roba che si parla sul giornale? Voglio dire, per quell’omicidio? Sa la storia di quella tale che ha bevuto dell’arsenico in casa Wright, la notte dell’ultimo dell’anno?»

«Sì» rispose secco il farmacista, con un’occhiata penetrante a Ellery. Poi voltò le spalle al cliente e prese ad armeggiare tra gli scaffali.

«Mi domando dove sono riusciti a trovarlo» osservò in tono cortese il signor Queen, appoggiandosi al banco. «Non è necessaria la ricetta di un medico per venderlo?»

«Non sempre» ribatté il farmacista con una certa impazienza. «Anche lei non ne ha avuto bisogno in questo momento? Moltissimi preparati commerciali contengono arsenico.»

«Ma se un farmacista vendesse arsenico a una persona senza la dovuta prescrizione…?»

Myron Garback si voltò di scatto.

«I miei registri sono perfettamente in ordine! L’ho detto anche al capo Dakin. L’unica volta in cui il signor Haight può esserselo procurato è stato quando…»

«Quando?» fece eco il signor Queen.

Myron si morse le labbra.

«Mi scusi, signor Smith. Non credo proprio di doverne parlare» disse, e ad un tratto assunse un’espressione sorpresa.

«Aspetti un momento!» esclamò. «Lei non sarà quel tale che…»

«No certamente» dichiarò frettoloso il signor Queen. «Buongiorno!» e uscì di corsa dal negozio. Dunque, il veleno era stato acquistato nella farmacia di Garback. Era qualcosa, un piccolo indizio, e Dakin l’aveva raccolto. Tranquillamente, sotto sotto, stava lavorando per provare la colpevolezza di Jim Haight.

Ellery s’incamminò sull’acciottolato scivoloso dirigendosi alla fermata dell’autobus. Soffiava un vento gelido e il giovane sollevò il bavero del cappotto per ripararsi il viso. Con la coda dell’occhio vide un’automobile fermarsi all’altro capo della piazza. Ne uscì l’alta figura di Jim Haight che si diresse rapidamente verso la Banca Nazionale. Alcuni ragazzini con le cartelle penzoloni sulla schiena cominciarono a seguirlo. Ellery si fermò come affascinato. I bambini urlarono qualcosa all’indirizzo di Jim, e il giovane si fermò, si voltò a dir loro qualcosa con un gesto di collera. I ragazzini arretrarono, e Jim riprese la propria strada. Ellery gridò un avvertimento, ma troppo tardi. Uno dei ragazzini aveva raccolto una pietra e l’aveva lanciata con violenza. Jim cadde bocconi.

Ellery attraversò la piazza di corsa, ma altri avevano notato la scena, e quando l’investigatore raggiunse Jim si era già radunata una piccola folla. I bambini erano spariti.

«Lasciatemi passare, per favore.»

Jim era intontito. Il cappello gli era caduto. I suoi capelli chiari erano sporchi e bagnati di sangue.

«Avvelenatore!» gridò una donna grassa. «È lui… è lui l’avvelenatore!»

«Uxoricida!» esclamò un’altra voce. «Ma perché non lo arrestano? Che legge c’è in questa città?… Dovrebbero impiccarlo…»

Un uomo piccolo e magro buttò via con un calcio il cappello di Jim. Una donna dalle guance cascanti balzò addosso al giovane urlando.

«Basta!» ruggì Ellery. Scostò con violenza l’uomo e, piantandosi tra la donna grassa e l’aggredito, disse in fretta: «Fuori di qui, Jim. Andiamocene».

«Chi mi ha colpito?» domandò Jim. Aveva gli occhi vitrei. «La mia testa…»

« Linciamo quello sporco assassino! »

«Chi è quell’altro?»

«Linciamo anche lui!» si urlò.

Ellery si trovò impegnato in una lotta assurda per salvare la propria vita da un gruppo di selvaggi assetati di sangue. Battendosi pensava: “Ecco quel che capita ai ficcanaso. È meglio che me ne vada da questa città, non mi giova molto restarci”. Usando i gomiti, i piedi e a tratti anche i pugni, riuscì a trascinare la folla verso la banca.

«Ricambi i colpi» gridò a Jim. «Si difenda!»

Ma il giovane rimaneva con le braccia penzoloni. Una manica del suo cappotto era sparita, e un rivoletto di sangue gli correva lungo una guancia. Si lasciava colpire, graffiare, prendere a calci. A un tratto, una figurina minuta, che aveva però tutta la forza di una divisione corazzata, assaltò la folla dal marciapiedi.

Ellery ci vedeva ormai a fatica e aveva il naso gonfio.

«Cannibali! Lasciateli stare!» urlò Pat.

«Ahi!»

«Vi sta bene, Hosy, Molloy e lei… signora Landesman! Non si vergogna? E lei, brutta vecchia strega ubriaca, sì, dico proprio a lei, Julie Asturio! Finitela, dico! »

«Brava Patty!» gridò un uomo in mezzo alla folla. «Smettetela, gente, venite via, non è il modo di comportarsi!»

Pat si slanciò nel fitto della mischia. In quel momento Buzz Congress, il fattorino della banca, caricò la folla con la forza delle sue spalle poderose. Buzz pesava circa cento chili, e il colpo fu considerevole. La gente si sbandò ed Ellery e Pat riuscirono finalmente a trascinare Jim in banca. Il vecchio John corse loro incontro, ed affrontò la folla coi capelli grigi al vento.

«Andatevene a casa, razza di bestie! Altrimenti vi salto addosso io!»

Qualcuno rise, qualcuno gemette, e poi un poco vergognoso l’assembramento si sciolse ritirandosi lentamente come una marea.

Mentre Ellery aiutava Pat a medicare Jim, vide, oltre le porte a vetri, la silenziosa figura di Frank Lloyd sul marciapiede. C’era una piega amara sulle labbra del giornalista e, quando si accorse che Ellery lo osservava, sorrise come per dire: “Non l’avevo avvertita che questa città era pericolosa?”. Poi s’allontanò lentamente attraverso la piazza.

Pat ed Ellery condussero Jim in automobile alla piccola casa sulla collina. Là trovarono il dottor Willoughby che li aspettava… John aveva telefonato dalla banca.

«Vedo dei brutti graffi, delle larghe contusioni e una ferita profonda al cuoio capelluto del capo, ma starà bene presto» commentò il medico.

«E il signor Smith, zio Milo?» domandò ansiosamente Pat. «Ha l’aria di essersi salvato a stento dalla macina di un mulino!»

«Sto perfettamente bene» protestò Ellery, ma il dottor Willoughby dovette medicare anche lui.

Non appena il dottore se ne fu andato, Ellery svestì Jim e aiutò Pat a metterlo a letto. Immediatamente il giovane si voltò da un lato, posando il viso bendato sulla mano e chiuse gli occhi. I due lo guardarono per un istante poi uscirono in punta di piedi.

«Non ha detto una sola parola» gemette Pat «non una parola durante tutta questa terribile scena… sembra quel personaggio della Bibbia…»

«Giobbe» fece Ellery cupo. «Il paziente arameo che soffriva in silenzio. Ebbene il nostro arameo farà bene a starsene lontano dalla città d’ora in poi!»

Il giorno dopo Jim cessò di andare in banca.