Parte sesta
I
In fondo al burrone
«Non è ora di visita» disse fermamente Wally Planetsky, ma poi soggiunse: «Oh, lei è l’amico di Patty Wright. Un gran brutto modo questo di passare la domenica di Pasqua, signor Queen.»
«Ha più che ragione» convenne Queen, mentre il guardiano lo precedeva, aprendo e chiudendo Cancelli. «Come sta il nostro giovanotto?»
«Non ho mai visto un altro che sapesse tenere il becco chiuso come lui. Si direbbe che abbia fatto un voto.»
«Può anche darsi che l’abbia fatto» sospirò il signor Queen. «È venuto a trovarlo qualcuno, oggi?»
«Solo quella giornalista: la signorina Roberts.»
«C’è un medico qui in giro?» domandò Ellery inaspettatamente.
«Ma certo; abbiamo un’ottima infermiera, e il giovane Ed Crosby è entrato in servizio proprio ora.»
«Dica al medico che forse potrò avere bisogno del suo aiuto tra poco.»
L’ufficiale fissò Ellery sospettosamente; poi si strinse nelle spalle, gli aprì la porta della cella; poi la richiuse e si allontanò, strascicando i piedi. Jim, sdraiato sul pagliericcio con le mani incrociate dietro la testa, osservava i piccoli riquadri di cielo azzurro fra le sbarre.
«Jim?»
«Oh, buongiorno» fece Jim voltandosi. «E buona Pasqua.»
«Jim…» cominciò di nuovo Ellery accigliandosi.
Esitò, poi si fece forza e, con molto tatto, prima gli disse della bimba, poi della morte di Nora.
«Non è riuscita a superare la crisi. È spirata serenamente» concluse Ellery.
Ad un tratto l’investigatore balzò in piedi esclamando:
«No, Jim; un momento, figliolo!»
Ma Jim si era aggrappato alle sbarre come un’enorme scimmia e le scoteva violentemente.
«Lasciatemi andare, lasciatemi uscire!» gridava. «Maledetti tutti! Devo andare, devo correre da Nora! Fatemi uscire di qui!» Agli angoli della sua bocca comparve un velo di schiuma bianca.
Quando il dottor Crosby arrivò con la sua valigetta nera, trovò Jim Haight disteso sul pavimento e il signor Queen inginocchiato sul petto di Jim che gli teneva ferme le braccia con forza non priva di dolcezza. Jim urlava ancora, ma le sue parole non avevano più alcun senso. Il medico gli lanciò una rapida occhiata e afferrò una siringa.
I funerali di Nora ebbero luogo martedì quindici aprile in forma privata. Erano presenti solo i famigliari e alcuni amici: il signor Queen, il giudice Martin e sua moglie, il dottor Willoughby e alcuni funzionari della banca di John. Meno di venti persone in tutto. Frank Lloyd era apparso col viso tetro sulla soglia della cappella, aveva lanciato un’occhiata al viso immobile di Nora, nella bara, ma, quando gli occhi di Hermy si erano posati su di lui, si era dileguato. Hermy si era comportata meravigliosamente. Mentre il pastore predicava, era rimasta impassibile senza una lacrima. Pat disse poi che non aveva pianto, solo perché non aveva più lacrime. John era curvo, abbattuto, e Lola aveva dovuto condurlo via per mano quando la cassa era stata richiusa.
Prima che il corteo si avviasse, Pat si era allontanata per qualche minuto. E al suo ritorno annunziò:
«Ho telefonato all’ospedale. La bambina sta bene. Cresce nella sua incubatrice come una piccola piantina verde.»
Le labbra di Pat tremarono, e il signor Queen le passò un braccio intorno alle spalle.
Jim giunse al cimitero, accompagnato da due agenti. La sua disperazione era così completa, che l’avvolgeva quasi in un’aura di dignità. Il prigioniero camminava a passo fermo tra le sue due guardie, ignorandole, e fissando intensamente il punto in cui la terra era stata aperta per ricevere Nora.
Mezzo paese l’osservava in silenzio, e la curiosità dei presenti divenne quasi palpabile. Quando Jim giunse accanto al gruppo dei Wright, tutti gli occhi degli spettatori si fecero più attenti; quello era il “pezzo forte” della giornata. Ma non avvenne nulla di notevole. O forse sì, perché le labbra di Hermy si mossero, e Jim le si avvicinò e si chinò a baciarla.
Quando la bara fu calata nella fossa, la folla, ai cancelli, cominciò ad allontanarsi silenziosamente. Fu allora che Jim agì. Fino a un momento prima aveva camminato tra i suoi guardiani con gli occhi fissi al suolo; poi ad un tratto parve scuotersi. Fece lo sgambetto a uno degli agenti, e questi cadde all’indietro con un tonfo. Immediatamente Jim diede un formidabile pugno alla mascella dell’altra guardia, che cadde addosso al suo compagno. I due poliziotti si rotolarono, avvinghiati l’uno all’altro come lottatori, nel tentativo di rimettersi in piedi. In quei pochi secondi Jim scomparve, correndo tra la folla, caricandola come un toro… Ellery gli gridò qualcosa, ma Jim continuò a correre. Gli agenti riuscirono finalmente a rimettersi in piedi e partirono all’inseguimento, ma inutilmente. Sparare, con tutta quella gente in giro, era impossibile.
Ellery capì allora che la follia di Jim non era affatto follia. A circa un quarto della collina, al di là di tutte le altre automobili, era ferma una grossa macchina col radiatore puntato verso la città. Era completamente vuota, ma il motore era acceso. Jim vi balzò dentro, e l’automobile partì immediatamente a grande velocità. Gli agenti balzarono a loro volta sulla macchina della polizia e si buttarono all’inseguimento, ma Jim era già scomparso. Per un attimo sulla collina vi fu silenzio, poi si udì un grande sbatacchiamento di sportelli e il rombo di numerosi motori che s’avviavano. Pareva che i cittadini di Wrightsville non volessero perdere l’ultimo emozionante spettacolo.
Hermy giaceva sul divano, in sala da pranzo. Pat e Lola si alternavano, applicandole delle compresse fredde sulla fronte, mentre John voltava le pagine del suo ultimo album di francobolli con grande fermezza, come se al mondo non fosse esistito nulla di più importante. Clarice Martin teneva strettamente una mano di Hermy fra le sue, in un turbine di rimorso, e piangeva sulla propria defezione durante il processo, sulla fine di Nora e sull’ultimo gravissimo colpo. Hermy, la grande Hermy, la confortava. Accanto al caminetto, Ellery Queen e il medico parlavano a bassa voce.
Improvvisamente giunsero il giudice Martin e Carter Bradford. Tutti trasalirono quando il nemico varcò la soglia. Carter era pallidissimo e cercava di non guardare Pat che era diventata più pallida di lui. Clarice Martin, spaventata, lanciò uno sguardo interrogativo a suo marito, che rispose scotendo il capo con aria rassicurante.
«Non vorrei disturbare, signora Wright» disse Cart rigido. «Volevo solo che sapeste quanto male mi ha fatto tutto questo.»
«Grazie, Carter» rispose Hermy dolcemente. «E, figliolo: che ne è di Jim?»
«È scomparso, signora Wright.»
«Ne sono felice!» esclamò Pat. «Ne sono veramente contenta!»
«Non dire così, Patty» fece Cart lanciandole un breve sguardo. «Questo genere di cose non va mai a finir bene. Nessuno riesce a cavarsela. Jim avrebbe fatto meglio a restare dov’era.»
«Per darti il modo di mandarlo sulla sedia elettrica, immagino!»
Carter disse: «Naturalmente è stato dato l’allarme; tutte le strade sono controllate; è solo questione di tempo».
«Bradford, ha già scoperto da dove veniva quell’automobile?» domandò il signor Queen senza muoversi dal caminetto. «Mi è sembrata tutta una cosa preparata. L’automobile era nel posto ideale e, per di più, aveva il motore acceso.»
«A chi appartiene quell’automobile?» domandò Lola.
«È stata presa a nolo stamattina, in un garage della città bassa, da quella donna: Roberta Roberts.»
«Ah!» esclamò Ellery Queen, come se quella fosse appunto la notizia che si aspettava. Gli altri rimasero sorpresi.
«Carter mi ha permesso di parlare con quella donna, un minuto fa» spiegò il giudice Martin stancamente. «Dice che aveva noleggiato l’automobile per venire al funerale.»
«E sostiene di aver lasciato il motore acceso per sbaglio» concluse Cart seccamente. «Non c’è dubbio sulla sua complicità, ma se non riusciamo a prendere Jim Haight non potremo incriminare la Roberts. Probabilmente saremo costretti a rilasciarla.» E concluse irosamente: «Ho sempre diffidato di lei!».
«Domenica era andata a trovare Jim» osservò Ellery in tono meditabondo.
«Anche ieri! È probabile che abbiano preso accordi per la fuga.»
Hermy ripeté:
«Povero Jim» e chiuse gli occhi lentamente.
Quella sera, alle dieci, Carter Bradford ricomparve in casa Wright. Andò direttamente verso Pat. La ragazza ne fu tanto sorpresa, che si dimenticò di reagire.
«Tutto sta a te e a Lola, ora, Pat» disse Carter gentilmente.
«Si può sapere di che cosa stai parlando?» chiese Pat con voce tremula e acuta.
«Gli uomini di Dakin hanno trovato l’automobile di Jim.»
«L’hanno trovata?»
Ellery Queen raggiunse in fretta i due giovani.
«Se ci sono cattive notizie, parli sottovoce. La signora Wright è appena andata a letto, e John è al limite estremo delle sue forze. Dov’è stata trovata l’automobile?»
«In fondo al burrone che costeggia la strada del nord, dalla parte delle colline, a circa settanta chilometri da qui.»
«Oh, Dio» mormorò Pat con gli occhi sbarrati.
«È uscita da una curva ed è finita in fondo al precipizio. È stato un volo di più di cento metri…»
«E Jim?» domandò Ellery.
«L’hanno trovato nell’automobile.» Cart voltò il viso. «Morto. E così questa è la fine del “caso”.»
Il giovane si rivolse a Patricia. «È la fine, Pat.»
«Povero Jim» mormorò Pat.
«Voglio parlare con voi due» disse il signor Queen.
Era tardi e non c’era tempo da perdere. Le ultime ore erano state un incubo. Hermione aveva sorpreso la conversazione e alla notizia della morte di Jim era crollata. Al funerale della figlia il coraggio non l’aveva abbandonata, ma la fine del genero l’aveva trovata indifesa. Aveva perso il controllo e il dottor Willoughby aveva lavorato ore e ore per riuscire a farla dormire. John non era certo stato meglio: improvvisamente aveva cominciato a tremare come una foglia e il medico se n’era accorto. L’aveva mandato immediatamente a letto, con Lola ad assisterlo. Ora finalmente i due coniugi dormivano. Il dottor Willoughby era tornato a casa sfinito.
«Voglio parlare con voi due» ripeté il signor Queen. Pat era rimasta in silenzio sotto il portico ad aspettare che Carter Bradford uscisse per tornare a casa. Ed ora finalmente il giovane era arrivato.
«Non credo che possa dirmi nulla che io desideri udire» brontolò Carter con voce roca e fece per andarsene.
«Ellery, non…» esclamò Pat afferrandogli una mano.
«Devo parlarvi. Questo ragazzo crede d’essere un martire, lei Pat pensa di essere l’eroina di qualche tragedia di Byron. Entrambi siete due stupidi e questa è la verità.»
«Buona notte!» esclamò Carter Bradford.
«Aspetti un momento, Bradford. Abbiamo tutti passato momenti terribili e questa è stata una giornata particolarmente penosa. Ed io sto per lasciare Wrightsville.»
«Ellery!» gemette Pat.
«Sono già rimasto troppo a lungo, Pat. Ora non vi è più nulla che mi trattenga… assolutamente nulla.»
«Proprio nulla?»
«Risparmiatemi i vostri teneri addii» rimbeccò Cart. Poi rise un po’ imbarazzato e si sedette sul gradino vicino agli altri due. «Non badatemi. Sono intontito in questi giorni, a volte penso di essere un rompiscatole terribile.»
«Cart… tu? Che fai l’umile?» esclamò Pat sgranando gli occhi.
«Sono molto cresciuto in questi ultimi mesi» disse Cart a mezza voce.
«Molta gente è cresciuta qui attorno» fece il signor Queen in tono mite. «Che ne direste di dimostrare un po’ di buon senso, finalmente?»
«La prego, Ellery» mormorò Pat scostando la propria mano da quella del giovane.
«So che sto impicciandomi degli affari vostri e il mestiere di ficcanaso è duro» sospirò il signor Queen «ma, comunque, che ne dite della mia decisione di partire?»
«Pensavo che fosse innamorato di lei» borbottò Cart ruvidamente.
«E lo sono infatti.»
«Ellery!» esclamò Pat. «Non mi ha mai, mai… »
«Sarò innamorato di quel buffo faccino finché vivrò» dichiarò il signor Queen. «È un adorabile musino di bamboccia. Ma il male è, Pat, che lei non è innamorata di me. » Pat fece per dire una parola, ma ci ripensò e tacque. «Lei è innamorata di Cart.»
Pat balzò in piedi.
«Che importa se anche lo sono stata! La gente non dimentica le scottature e le ferite!»
«Oh sì, dimentica» disse pacato il signor Queen. «La gente sa dimenticare con maggiore facilità di quanto non si creda.»
«Impossibile» ribatté Pat corrucciata. «Non è il momento di comportarsi come ragazzini. Pare che non si sia reso conto di quel che è successo in questa casa. Ormai noi siamo dei paria. Dovremo combattere una lunga battaglia per riabilitarci. E ormai ci siamo solo io e Lola per aiutare mamma e papà a rimettersi di nuovo in piedi.»
«Potrei aiutarvi io, Pat» fece Cart in un soffio.
«Grazie mille! Faremo noi. È tutto, signor Queen?»
«Non c’è fretta» mormorò il signor Queen.
Pat rimase in silenzio per un momento poi augurò la buona notte con voce stizzosa ed entrò correndo in casa. La porta sbatté alle sue spalle. Ellery e Carter tacquero per un po’.
«Queen» disse finalmente Cart.
«Sì, Bradford?»
«Questa faccenda non è finita, vero?»
«Che cosa intende dire?»
«Ho la strana sensazione che lei sappia qualcosa che io non so.»
«Davvero?» domandò il signor Queen.
«Non voglio negare di esser stato gretto e testardo, ma la morte di Jim ha mosso qualcosa dentro di me. Non so perché, dal momento che non ha cambiato i fatti. Jim rimane sempre il solo che avesse un vero motivo per desiderare la morte di Nora. Eppure… non ne sono più sicuro come una volta.»
«Da quando?» chiese Ellery in tono molto strano.
«Da quando ho saputo che l’hanno trovato morto.»
«E perché questo dovrebbe fare una differenza?»
Cart si prese il capo tra le mani. «Perché abbiamo tutte le ragioni di credere che l’automobile non sia finita nel burrone per un incidente.»
«Capisco» dichiarò Ellery.
«Non volevo dirlo ai Wright, ma io e Dakin siamo convinti che Jim si sia buttato deliberatamente nel vuoto con la macchina.» Il signor Queen non rispose. «E allora ho cominciato a pensare… a pensare… Queen!» Carter balzò in piedi. «Per l’amor del cielo, se sa qualcosa me lo dica! Non riuscirò a dormire finché non ne sarò certo. È stato Jim Haight a commettere quel delitto? »
«No.»
«Chi è stato allora?» chiese Carter con voce afona.
«Non voglio dirlo.»
«Però lo sa.»
«Sì» sospirò Ellery.
«Ma non può…»
«Sì che posso. Non creda che per me sia facile. Tutte le mie convinzioni, la mia vita stessa di investigatore mi spingono a ribellarmi a questa… diciamo connivenza. Ma i Wright mi piacciono, sono brave persone e hanno sofferto troppo. Non voglio far loro dell’altro male. Lasciamo correre.»
«Ma può dirlo almeno a me, Queen!» implorò Cart.
«No, lei non è sicuro di se stesso; non è ancora del tutto sicuro, Bradford. Lei è un gran caro figliolo, ma il suo processo di sviluppo è stato un poco ritardato.» Ellery scosse il capo. «Il meglio che lei possa fare è di dimenticare, e cercare di sposare Patty. È pazzamente innamorata di lei.»
Cart afferrò il braccio di Ellery e lo strinse così forte che il giovane trasalì.
«Ma deve dirmelo!» esclamò. «Come potrei… sapendo che uno… uno di loro…»
Il signor Queen aggrottò la fronte nell’oscurità.
«Le dirò quel che faremo, Carter» disse infine. «Lei aiuta questa gente a riprendere la sua posizione e la sua vita normale a Wrightsville. Faccia una corte spietata a Pat Wright. Insista continuamente per farsi sposare, fino a stancarla. Dico sul serio: la stanchi a forza di richieste di matrimonio. Ma se non otterrà nulla, mi telegrafi. Io torno a casa. Mi mandi un telegramma a New York ed io tornerò. Forse quello che ho da dire a lei e a Patty risolverà il vostro problema.»
«Grazie» mormorò Carter Bradford con voce soffocata.