CAPITOLO X.
Una volta fra dodici apostoli appena
si trovava un Giuda; adesso fra
dodici uomini undici sono traditori
ed il dodicesimo un po' tarlato.
GUERRAZZI.
All'indomani papà Gervaso si reca a Porta Tosa nel palazzo del conte
Renato Sampieri.
La fisonomia del vecchio sembra aver deposto quel primitivo carattere di semplicità per assumere un'aria dignitosa, pressochè imponente.
Cammina a stento sempre travagliato dalla sua gamba inferma ma il portamento ha qualche cosa di nobilmente austero.
Entra nel palazzo Sampieri e prende da solo l'ampio scalone che conduce agli appartamenti.
Il suo sguardo gira all'intorno colla compiacenza di chi osserva oggetti ricchi di memorie ed il cuore gli batte palpiti precipitosi.
Dà il suo nome ad un servo ed attende in anticamera d'essere ammesso alla presenza del conte.
Ma il servo ritorna dicendo che per essere affatto sconosciuto il nome di papà Gervaso all'illustrissimo signor padrone egli lo prega a voler dichiarare che cosa abbisogni da lui.
Il rossore dell'indignazione colorisce lo guancie del vecchio, trae un biglietto su cui scrive poche parole, indi porgendolo al servo gli dice in tuono che non ammette osservazioni:
—Consegna questo al tuo illustrissimo signor padrone; ti attendo qui.
Il servo parte e non va molto che comparendo tutto rispettoso guida
Gervaso nel gabinetto del conte.
—Ah, non mi sono ingannato; mormora il vecchio.
Il conte Renato Sampieri era un uomo in sui cinquant'anni grande e bello nella persona.
Stava seduto al tavolino cogli occhi fissi sul biglietto consegnatoli dal servo; vi si leggeva in volto un turbamento mal dissimulalo ed una grande sorpresa.
Gettò su Gervaso uno sguardo penetrante, indagatore, indi con affettata freddezza esclamò:
—Voi mi renderete ragione del nome ridicolo che mi avete dato;—e gli mostrava il biglietto.
—Quel nome mi valse però l'abboccamento ch'io chiesi invano al conte
Renato Sampieri.
—Ho voluto veder in faccia chi s'introduceva in tal modo in casa mia.
—Eccovi adunque soddisfatto. E Gervaso si piantò diritto davanti al conte, calmo, freddo, imponente.
—Infine cosa volete da me? proruppe il conte alquanto sconcertato.
—Farvi una sola domanda.
—Sentiamo.
—È veramente al conte Renato Sampieri ch'io parlo in questo istante?
—Disgraziato! sclamò il conte arrossendo d'ira e girando attorno gli occhi quasi per accertarsi che nessuno aveva udito quella inchiesta.
—Rispondete! insistè Gervaso senza scomporsi.
—Voi siete qui nelle mie mani, badate! le vostre parole vi possono costare la vita.
Ed una truce espressione di sdegno si posò per un istante sui lineamenti del conte.
—Sono minaccie codeste che vi tradiscono, rispose Gervaso; se voi foste veramente quello che vi fate credere dopo il biglietto che vi ho scritto, dopo quello che vi dissi, in luogo d'adontarvi, m'aveste riso in faccia e trattato da povero pazzo.
—Ed io invece vi credo uno sfacciato impertinente e come tale vi scaccio da casa mia.
Il conte stese la mano sul campanello.
—Fate pure, riprese Gervaso, ma domani voi sarete smascherato e
Milano avrà il piacere d'assistere ad un processo per falso.
Il conte restò annichilito col campanello in mano; comprese che bisognava mutar tuono, epperò soggiunse con piglio più dolce:
—Ma infine avete voi le prove di quanto dite?
—Le ho.
—Non lo credo.
—Non lo credete? E se vi dicessi che il vero conte Renato Sampieri bandito in esilio nel 1778 colla moglie ed un bambino morì a Barcellona in Ispagna un anno dopo e che io tengo il certificato autentico della sua morte? Se vi dicessi che passati pochi mesi morì pure sua moglie e che in allora un servo, uomo astuto ed ambizioso, impossessandosi delle di lui carte, grazie ad una fatale somiglianza ed al figlio ancora troppo bambino, si fece credere dovunque pel conte defunto nelle viste di rimpatriare un giorno ed usurparne gl'immensi beni? Se vi dicessi tutto questo, sentiamo, mi credereste in allora?
Il conte era pallido ed eccessivamente alterato; fissava Gervaso quasi volesse leggervi qualche cosa sotto quella fronte rugosa e tetra e proruppe con accento disperato.
—Ma chi siete voi adunque?… Ah!
Era il grido d'un uomo colpito da un'idea; lo sguardo del conte gettò un lampo di soddisfazione, si prese il capo fra le mani e parva riflettere un momento; indi riprese con calma ironica, pressochè insultante.
—Questo Renato Sampieri, dirò io pure alla mia volta, aveva un fratello per nome Alberto che sotto l'accusa d'assassino venne condannato a morte. Io lo potrei denunciare questo Alberto, capite signor… papà Gervaso, lo potrei denunciare oggi, subito ed autorizzare la giustizia a compiere il suo corso.
Suo malgrado Gervaso trasalì; al conte non isfuggì quel moto e continuò con un sogghigno infernale.
—Ah, ah, vedete adunque che noi dobbiamo vivere da buoni amici ed obbliare un brutto incidente che voi aveste in oggi la cattiva idea di sollevare. Lasciamo che l'acqua corri secondo la china, ci guadagneremo entrambi, forse più voi perchè avrete sempre in me un amico fedele pronto anche a qualche sagrificio per la vostra cara amicizia.
—Sono promesse che non mi lusingano, rispose Gervaso—e neppure m'intimoriscono le vostre minaccie. Non comporterò mai che un tristo viva impunemente sotto un nome ed un grado non suo, che si goda un patrimonio ch'egli ha usurpato, e che abusando infamemente del sacro nome di padre, chiami figlio colui che dovrebbe rispettare per suo padrone. Giù quelle spoglie mentite, e fuori da questa casa in cui non vi entraste che vilissimo servo.
—Ma se io esco di qui gli è per recarmi subito al tribunale, e sapete cosa romba sul capo a quel povero Alberto Sampieri? o la morte od una perpetua prigionia…. l'ignominia sempre.
—È una vendetta degna di voi, compitela pure, Alberto Sampieri non vi teme, subirà rassegnato il suo destino. Se la giustizia non crederà sufficienti i sagrifici patiti in diciott'anni di penoso esilio per espiare un fallo, non un assassinio, egli chinerà il capo davanti ai diritti degli uomini. Denunciatelo adunque, arriverà però sempre in tempo a strapparvi davanti Milano tutta quella maschera che vi siete così bene adattata sul volto.
—Sentite, rispose il conte senza perdere la sua calma, se Alberto Sampieri credesse di farmi rinunciare spontaneamente a quello che ho raggiunto con tante fatiche e pericoli, s'inganna. Io non so qual sia poi il suo scopo. Forse quello di trar profitto dalla mia rovina? Non lo credo, perchè gli è in fondo ad una carcere che dovrà assistere all'opera sua. Quello forse di trar d'inganno Flavio mio figlio, e porlo solo al possesso delle sue sostanze? Sia; ma non sa egli qual danno morale gli arreca nello stesso tempo? Col suo processo disonorevole Alberto Sampieri ridesta in Milano una memoria che certo non cade ad onore della famiglia, una memoria che gli anni sembrano ormai aver sepolta sotto un benigno oblio. Eppoi il ridicolo che in certa guisa egli getta su Flavio se riesce a provare che per molti anni ha rispettato e venerato qual padre un suo servo? Sapete cosa risponderà Flavio al povero zio? Giacchè lui provvedendo alla mia infanzia in giorni difficili, aveva acquistato diritti paterni; giacchè i suoi procedimenti non contaminavano punto il nome dei miei antenati; giacchè infine tutti lo rispettavano pel conte Sampieri, in luogo di provocare una scena che or viene ripetuta e commentata in mille modi, avreste fatto meglio lasciar vivere tutti nella loro illusione e salvar voi da una condanna che non torna certo a nostro decoro.
Gervaso era caduto in profonde riflessioni.
—Pure, continuò il sedicente conte, giacchè il caso ci ha fatti incontrare, signor…. Alberto Sampieri, noi non possiamo che vivere o in un amichevole accordo, ed a questo non sembrate molto disposto, oppure a quattr'occhi, senza scandalo, dirci: uno di noi è di troppo, bisogna che il caso ancora, pensi a far scomparire per sempre il superfluo. Sarete pur voi del mio parere.
Gervaso comprese trattarsi d'un duello a morte.
Smascherando pubblicamente il falso conte, Gervaso abilitava Flavio a compiere il voto ardente del suo cuore sposando Erminia, dolce cura pure del vecchio; ma il conte gli aveva fatte delle giuste osservazioni.
Un duello era adunque l'unico mezzo che gli restava per sbarazzarsi dell'audace che con tanta ostinazione persisteva a mantenersi ad un posto usurpato.
Si risolse alla trista partita.
Lanciò sul conte uno sguardo di fuoco e proruppe:
—Ebbene sì, o signore, voi l'avete detto, uno di noi deve scomparire per sempre. Ci batteremo.
—Benissimo, riprese il conte col massimo sangue freddo, allora se mi permettete farò io le condizioni.
—Fate pure.
—Due colpi di pistola ciascuno, a dieci passi di distanza; tireremo a piacimento movendoci incontro. Accettate?
—Accetto.
—Domani all'albeggiare, alla mia villa di Melzo; nessuno verrà a disturbarci.
—Ci sarò.
—Condurrete il vostro padrino, uno solo può bastare; provvederò il mio.
Ed il conte alzatosi licenziò Gervaso con un inchino.
La giustizia della causa cui si faceva difensore aveva infiammato papà Gervaso di nobile entusiasmo; egli si sentì ritornar il vigore della sua gioventù ed il duello terribile che aveva accettato non gli faceva punto fallire il cuore in petto.
—Bisogna che tenti tutto per quella fanciulla, andava ripetendo fra sè. Oh la rivelazione di jeri!
Ritornato a casa Maddalena gli si fece incontro e lo interrogò con uno sguardo; la povera donna credendo che si fosse recato dal conte Sampieri solo per indurlo al matrimonio di Flavio con Erminia, comprendendo quanta difficile fosse quella missione, non osava aprir bocca per tema d'un'amara delusione.
—Sperate ancora nella provvidenza, le disse papà Gervaso; domani saprete di più. Vado da vostra figlia, ho bisogno di vederla. Voi intanto chiedete di Nicodemo che gli debbo parlare.