DODICESIMO SAGGIO ARTE
Siccome l’anima è progressiva, essa non si ripete mai, ma in ogni atto tenta la produzione di un «intiero» nuovo e più bello. Questo appare nelle opere delle arti belle e delle arti per così dire applicate, se noi vogliamo usare la distinzione comune, a seconda che il loro scopo sia di utilità o di bellezza. Così nelle nostre belle arti lo scopo non è l’imitazione, bensì la creazione. Nei paesaggi il pittore dovrebbe dare la suggestione di una creazione più bella di quella che noi conosciamo. Egli dovrebbe tralasciare i dettagli e la prosa della natura, per darcene solo lo spirito e lo splendore. Egli dovrebbe sapere che il paesaggio ha bellezza per il suo occhio, perchè esso esprime un pensiero che per lui è buono; e ciò, perchè lo stesso potere che vede attraverso i suoi occhi è veduto in quello spettacolo; così egli verrà a valutare l’espressione della natura, e non la natura stessa, e ad esaltare nella sua opera i tratti che piaceranno a lui. Egli renderà l’ombra delle ombre e la luce delle luci. In un ritratto egli deve rivelare il carattere e non i tratti, e deve considerare l’uomo, che siede innanzi a lui, come se stesso, vale a dire soltanto un’imperfetta pittura o somiglianza d’una originale aspirazione interiore.
Che cosa è quella restrizione e quella selezione che noi osserviamo in ogni attività spirituale, se non lo stesso impulso creativo? epperò esso è viatico a quella più alta illuminatezza che insegna ad esprimere con i più semplici simboli un più largo significato. Che cosa è un uomo se non un più bel risultato della natura esplicante se stessa? Che cosa è un uomo se non un paesaggio più bello e più unito che le figure del l’orizzonte, eclettismo della natura? E cosa è il suo discorso, il suo amore per il dipingere, il suo amore per la natura, se non un risultato ancora più bello? E che cosa sono tutte le faticose miglia e le soppresse misure di spazio e di volume, e lo spirito e la morale di essa ristretti in una parola musicale o nel più abile tratto di pennello?
Ma l’artista deve impiegare i simboli in uso ai suoi giorni e nel suo paese per esprimere il suo senso più ampio ai suoi simili. A questo modo il nuovo in arte viene sempre formato fuori del vecchio. Il Genio dell’Ora appone il suo incancellabile suggello all’opera, e dà ad essa un inesprimibile fascino per l’imaginazione. Finchè il carattere spirituale del tempo domina l’artista, e trova espressione nel suo lavoro, questo conserverà una certa grandiosità, e rappresenterà ai futuri ammiratori lo Sconosciuto, l’Inevitabile, il Divino. Nessun uomo può escludere del tutto questo elemento della Necessità dal suo lavoro. Nessun uomo può completamente emanciparsi dalla sua età e dal suo paese o produrre un modello, in cui l’educazione, la religione, la politica, gli usi e le arti dei suoi tempi non abbiano parte alcuna. Per quanto originale, capriccioso e fantastico egli possa essere in una sua opera pure egli non potrà cancellare da essa ogni traccia dei pensieri fra i quali essa crebbe. L’atto stesso di evitarli tradisce l’uso di ciò che egli vuole evitare. Al disopra della sua volontà, al di là della sua osservazione, egli è obbligato a partecipare del costume dei suoi tempi pur non conoscendolo, dall’aria che egli respira, e dall’idea sulla quale egli ed i suoi contemporanei vivono e si affaticano. Ora ciò che in un’opera è inevitabile ha un fascino più grande di quanto potrà mai darle il talento individuale, poichè la penna dell’artista od il suo cesello sembrano essere stati tenuti e guidati da una mano gigantesca per scrivere una riga nella storia della razza umana. Questa circostanza dà valore ai geroglifici egiziani, agli idoli indiani, chinesi e messicani, per quanto siano essi grossolani e rudimentali. Essi denotano l’altezza dell’anima umana in quell’ora, e se non furono opere fantastiche, scaturirono da una necessità così profonda come il mondo. Dovrò io aggiungere ora che tutto l’esistente prodotto delle arti plastiche ha il suo più alto valore come Storia, come una pennellata del ritratto di quel fato, perfetto e bello, secondo i cui ordini tutti gli esseri avanzano verso la loro beatitudine?
Così, storicamente considerato, l’ufficio dell’arte fu di educare alla percezione della bellezza. Noi siamo immersi nella bellezza, ma i nostri occhi non hanno una chiara visione. È necessario, col mostrare i singoli tratti, assistere e guidare il gusto sonnecchiante. Noi modelliamo e dipingiamo od osserviamo ciò che è modellato e dipinto, come studiosi del mistero della Forma. La virtù dell’arte è nello staccare, nell’isolare un solo oggetto dall’imbarazzante varietà. Finchè una cosa non balza fuori dalla connessione delle cose vi può essere godimento, contemplazione, ma non vi può essere pensiero. La nostra felicità e la nostra infelicità sono improduttive. Il bambino giace in un piacevole dormiveglia, ma il suo carattere individuale ed il suo potere pratico dipendono dal suo giornaliero progresso nel separare le cose, e nel trattare con esse una per volta. L’amore e tutte le passioni concentrano tutta l’esistenza intorno ad una singola forma. Certi spiriti hanno l’abito di dare un’isolante pienezza all’oggetto, al pensiero, alla parola, sui quali essi si soffermano, e farne per un momento il rappresentante del mondo. Questi sono gli artisti, gli oratori, i condottieri della società. Il potere di isolare e di magnificare isolando, è l’essenza della rettorica nelle mani dell’oratore e del poeta. Questa rettorica o potere di fissare la momentanea eccellenza di un oggetto — così rimarchevole in Burke, Byron e Carlyle — è rivelato dal pittore e dallo scultore nel colore e nella pietra. Il potere dipende dalla profondità della visione interna dell’artista per l’oggetto che egli contempla. Poichè ogni oggetto ha le sue radici nella natura centrale, esso può naturalmente esserci mostrato come rappresentante del mondo. Pertanto, ogni opera di genio è il tiranno dell’ora e richiama su se stessa l’attenzione. Per un dato tempo essa è l’unica cosa degna d’un nome — sia un sonetto, un’opera, un paesaggio, una statua, un discorso, il piano di un tempio, di una campagna, o di un viaggio di scoperte. Subito dopo passiamo a qualche altro oggetto che si integra in un tutto, come fece già il primo; per esempio, ad un giardino ben tracciato e nulla sembra allora degno di nota all’infuori dell’arte di tracciare i giardini. Io penserei che il fuoco sia la miglior cosa del mondo, se non avessi conoscenza dell’aria, dell’acqua e della terra: e ciò perchè è diritto e proprietà di tutti gli oggetti naturali, di tutti i talenti genuini, di tutte le proprietà originarie, quali esse siano, di essere nel loro momento il vertice del mondo. Uno scoiattolo, che salta di ramo in ramo, e fa per suo piacere di tutto il bosco un solo albero, appaga l’occhio non meno che un leone — esso è bello, basta a se stesso, e rappresenta, allora ed in quel sito, la natura. Una bella ballata mi rapisce il cuore e l’udito mentre ascolto, come fece antecedentemente un canto epico. Un cane, od una mandra di maiali, disegnati da un maestro appagano e sono realtà non minore di quanto lo siano gli affreschi di Michelangelo. Da questo succedersi di oggetti eccellenti, apprendiamo alfine l’immensità del mondo, l’opulenza della natura umana, che può correre all’infinito in qualsiasi direzione. Ma io apprendo anche che ciò che mi stupì ed affascinò nel primo lavoro, mi stupì anche nel secondo; e perciò che l’eccellenza di tutte le cose è una.
L’ufficio della pittura e della scultura pare essere semplicemente iniziale. I migliori dipinti possono facilmente dirci il loro ultimo segreto. I migliori dipinti sono i rudi disegni di pochi miracolosi punti e tratti e colori che formano il sempre cangiante «paesaggio con figure», in mezzo al quale noi viviamo. La pittura pare essere all’occhio ciò che la danza è alle membra. Quando la danza ha educato il corpo al comando di se stesso, all’agilità, alla grazia, i passi del maestro di ballo sono facilmente dimenticati; così la pittura mi insegna lo splendore del colore e l’espressione della forma; e siccome io vedo molti dipinti e più alti genii dell’arte, io vedo l’illimitata ricchezza del pennello e l’indifferenza in cui vive l’artista libero di scegliere nelle possibili forme. Se egli può disegnare ogni cosa, perchè disegnare cosa alcuna? ed allora il mio occhio è aperto alla eterna pittura, che la natura dipinge nella strada con il muovere uomini e bambini, accattoni e belle signore, vestite in rosso, in turchino, in verde, in grigio; con il muovere esseri dai capelli lunghi, brizzolati, dai visi bianchi, dai visi neri, da visi rugosi; giganti, nani; esseri sviluppati, snelli, coperti e circondati dal cielo, dalla terra, dal mare.
Una galleria di scultura insegna più austeramente la stessa lezione. Come la pittura insegna il colore, così la scultura insegna l’anatomia della forma. Quando io dopo aver contemplato delle belle statue entro in una pubblica assemblea, ben comprendo che cosa volle dire colui che disse: «Quando ho finito di leggere Omero, tutti gli uomini mi sembrano giganti». Io anche m’avvedo che la pittura e la scultura sono una ginnastica dell’occhio, ed allenamento alle bellezze ed alle curiosità della sua funzione. Non vi è alcuna statua che abbia sopra tutta la scultura ideale l’infinito vantaggio della varietà perpetua come l’ha l’uomo vivente. Quale galleria d’arte posseggo io qui! Nessun manierista fece questi gruppi variati e queste differenti figure originali. L’uomo è l’artista stesso che improvvisa, torvo e lieto, nel suo blocco di pietra. Ora un pensiero lo colpisce ora un altro, e ad ogni momento egli altera totalmente l’aspetto, l’attitudine, e l’espressione della sua creta. Lasciate i vostri colori, ed i vostri cavalletti, il marmo e lo scalpello: se voi non aprite gli occhi ai fascini dell’arte eterna, essi non sono che ipocrite anticaglie.
Il riferimento infine di tutte le produzioni ad un Potere Aborigeno spiega i tratti comuni a tutte le opere dell’arte più pura; cioè che esse sono universalmente intelligibili; che esse ci riconducono ai più semplici stati di mente; che esse sono religiose. Poichè tutta la abilità dimostrata nell’opera d’arte sta nella riapparizione dell’anima originale, getto di luce pura, essa dovrebbe produrre un’impressione simile a quella prodotta dagli oggetti naturali. Nelle ore felici la natura ci appare una con l’arte; ed ecco l’arte perfezionata — l’opera del genio. — E l’individuo, in cui i gusti semplici e la suscettibilità a tutte le grandi influenze umane dominano gli accidenti di una cultura locale e speciale, è il miglior critico d’arte. Ancorchè noi viaggiamo attraverso tutto il mondo per trovare il bello, se non lo portiamo con noi, non lo troveremo. La miglior parte del bello sta più nel fascino che nell’abilità di tracciare, di segnare dei contorni; fascino maggiore di quello che qualsiasi regola l’arte potrebbe insegnare; vale a dire, nella radiazione dall’opera d’arte del carattere umano, — in una meravigliosa espressione, attraverso la pietra o la tela ed il suono musicale, dei più profondi e più semplici attributi della nostra natura, pertanto più intelligibili infine a quelle anime, che li posseggono. Nelle sculture dei Greci, nei lavori murarii dei Romani, e nelle pitture dei maestri toscani e veneti, il maggiore fascino è la lingua universale che essi parlano. Da tutti questi esala una confessione della natura morale, della purezza, dell’amore e della speranza. Ciò che noi portiamo ad essi, con noi riportiamo più delicatamente illustrato nella memoria. Il viaggiatore che visita il Vaticano, e passa di camera in camera attraverso le gallerie di statue, di vasi, di sarcofagi, e di candelabri, attraverso ogni espressione di bellezza, materiata nei più ricchi materiali, è in pericolo di dimenticare la semplicità dei principii, dai quali tutto ciò nacque, e di dimenticare che essi ebbero la loro origine da pensieri e leggi che sono nel suo proprio petto. Egli studia le leggi tecniche su questi meravigliosi resti; ma dimentica che queste opere non furono sempre così attorniate di cose belle; dimentica che esse sono il contributo di molte età e di molti paesi; che ognuna uscì dalla bottega solitaria di un solo artista, che lavorò forse ignorando l’esistenza di un’altra scultura, e creava la sua opera senza altro modello che la vita, la vita domestica, la dolcezza delle relazioni personali, dei cuori palpitanti, degli occhi che si incontrano, la povertà, il bisogno, la speranza ed il timore. Queste erano le sue ispirazioni, e questi sono gli effetti che egli produce intimamente nel vostro cuore e nella vostra mente. Proporzionatamente alla sua forza, l’artista troverà nel suo lavoro uno sbocco per il suo proprio carattere. Egli non deve essere in alcun modo disturbato od importunato dal suo materiale, ma dalla sua necessità di comunicar se stesso, il diamante sarà cera nelle sue mani, e concederà un’adeguata comunicazione di lui con la sua statura e le sue proporzioni. Egli non ha bisogno d’impacciarsi con una natura e cultura convenzionale, nè di domandare quale sia la maniera di Roma o di Parigi; ma gli servirà come simbolo di un pensiero che irradia indifferentemente attraverso ogni cosa, quella casa e quel tempo e quel modo di vita, che la povertà e la sorte nativa gli hanno contemporaneamente resi così cari e così odiosi, nella grigia disadorna capanna di legno di un cascinale del New-Hampshire, o nelle capanne dei boschi, o negli stretti appartamenti ove egli ha sofferto le privazioni dell’indigenza urbana.
Ricordo che nella mia giovinezza quando udii parlare delle meraviglie della pittura italiana, mi figurai che questi grandi dipinti fossero dei grandi stranieri, fossero qualche sorprendente combinazione di colori e di forma; una meraviglia mai vista, di perle ed oro come le insegne e gli stendardi delle milizie, che tanto pazzamente si impongono agli occhi e all’immaginazione degli scolari: io dovevo perciò vedere ed acquistare non so che cosa. Quando finalmente andai a Roma, e vidi le pitture con i miei occhi, trovai che i genii lasciano ai principianti il gaio, il fantastico e l’ostentato, e che essi vanno direttamente al semplice ed al vero; trovai che la loro opera era familiare e sincera; che era il vecchio fatto eterno di già incontrato in tante forme — e per il quale vivevo; che era il semplice voi ed io che io conoscevo così bene — e che avevo lasciato a casa in tante conversazioni. Io aveva fatta di già la stessa esperienza in una chiesa di Napoli. Là vidi che nulla era cambiato per me, eccetto il luogo, e mi dissi: «Tu, ragazzo folle, sei venuto qui, attraversando quattromila miglia d’acqua salsa, per trovare ciò che ti era già noto in casa?» Lo stesso fatto contemplai di nuovo nella Accademia di Napoli, nelle sale di scultura, ed ancora quando venni a Roma, nei dipinti di Raffaello, Angelo, Sacchi, Tiziano e Leonardo da Vinci. «Vecchia talpa, che cosa lavori nella terra così in fretta?» Esso mi aveva seguito: ciò che mi pensavo di avere lasciato a Boston, era qui in Valicano, e poi a Milano, a Parigi, e rendeva tutto il viaggio ridicolo come il forzato girar intorno ad un mulino. Ora questo chiedo io ai dipinti, che mi rendano casalingo, non che mi abbaglino. I dipinti non devono essere troppo pittoreschi. Nulla più stupisce gli uomini del buon senso e della semplice franchezza. Tutte le grandi azioni furono semplici, e tutti i grandi dipinti lo sono.
La Trasfigurazione di Raffaello è un esempio eminente di questo merito particolare. Una bellezza calma e benigna brilla in tutta quest’opera e va direttamente al cuore. Pare quasi che vi chiami per nome. Il dolce e sublime viso di Gesù sta al disopra d’ogni lode, pure come disinganna tutte le grandi speranze! Questo atteggiamento familiare, semplice, domestico, ci dà l’impressione di ritrovare un amico. L’esperienza dei negozianti di quadri ha il suo valore, ma non ascoltate la loro critica, quando il vostro cuore è toccato dal genio. Il quadro non fu dipinto per essi, fu dipinto per voi; per coloro che hanno occhi sensibili alla semplicità e alle nobili emozioni.
Pure, dette sì belle cose riguardo all’arte, noi dobbiamo finire con una confessione sincera: che le arti, come noi le conosciamo, non sono che iniziali. Le nostre lodi migliori sono date per ciò cui esse mirarono e promisero, non per il loro reale risultato. Poca fede ha nelle risorse dell’uomo, colui che crede che la miglior età della produzione artistica sia passata. Il valore reale dell’Iliade o della Trasfigurazione, sta come segno di potenza: flutti o increspature della grande corrente della tendenza; pegni dello sforzo Eterno per produrre, che anche nel suo peggiore stato l’anima tradisce. L’arte non è ancora giunta alla sua maturità, se non si collega con le più potenti attività del mondo, se non è pratica e morale; se non vive in relazione con la coscienza, se non fa sentire ai poveri e ai rozzi, che essa loro si rivolge con una parola di alto incoraggiamento. Vi è per l’Arte un’opera più alta che le arti. Queste sono abortive nascite di un istinto imperfetto o viziato. L’Arte è il bisogno di creare; ma nella sua essenza, immensa ed universale, è impaziente di lavorare pur con mani difettose od impacciate, e di produrre gobbi e mostri, come sono tutti i dipinti e tutte le statue. Il suo fine è niente meno che la creazione dell’uomo e della natura. Un uomo dovrebbe trovare in ciò uno sfogo per tutta la sua energia. Egli può dipingere e scolpire finchè egli lo può. L’Arte dovrebbe rallegrare ed abbattere gli ostacoli delle circostanze da ogni lato, risvegliando nell’osservatore lo stesso senso di universale relazione e di potere che l’opera rivelò nell’artista, mentre il suo più alto effetto è quello di produrre artisti nuovi.
La Storia è di già vecchia abbastanza per far testimonianza delle vecchie età e della scomparsa delle arti particolari. L’arte della scultura è da lungo tempo morta per qualsiasi effetto reale. Essa era originariamente un’arte utile, un modo di scrivere, un annale della gratitudine o della devozione del selvaggio, e fra popoli che possedevano una meravigliosa percezione della forma, questa scultura fanciullesca fu condotta al massimo splendore dell’effetto. Ma essa è il giuoco di un rude e giovane popolo, e non il virile lavoro di una nazione saggia e spirituale. Sotto una quercia carica di foglie e di ghiande, sotto un cielo fulgido di occhi eterni, io mi sento in una strada movimentata, piena di vita, ma nelle opere delle nostre arti plastiche, e specialmente della scultura, la creazione è cacciata in un angolo. Io non posso celare a me stesso che nella scultura vi è una certa apparenza di meschinità, come di cosa puerile, e una certa finzione di teatro. La Natura sorpassa tutti i nostri modi di pensare, e noi non troviamo ancora il suo segreto. Ma la galleria si sottomette ai nostri modi, e vi è un momento in cui essa diviene frivola. Non mi fa meraviglia che Newton con la sua attenzione abitualmente rivolta al cammino dei pianeti e del sole, si sia stupito dell’ammirazione del Conte di Pembroke per i «pupazzi di pietra». La Scultura può servire per insegnare all’allievo quanto profondo sia il segreto della forma, e come puramente lo spirito possa tradurre i suoi significati in quell’eloquente dialetto. Ma la statua apparirà fredda e falsa davanti a quell’attività nuova, che abbisogna di plasmare tutte le cose, che non soffre contraffazioni e cose che non siano vive. La Pittura e la Scultura sono le celebrazioni e le festività della forma. Ma l’arte vera non è mai irrigidita, bensì è sempre fluente. La musica più dolce non sta nell’oratorio, ma nella voce umana quando essa parla, dalla sua vita attiva, parole di tenerezza, di verità o di coraggio. L’oratorio ha di già perduta la sua delazione con il mattino, con il sole e con la terra, ma quell’umana voce persuasiva è intonata con essi. Tutte le opere d’arte non dovrebbero essere prodotti staccati, bensì «estemporanei». Un grande uomo è una nuova statua in ogni atteggiamento ed azione. Una bella donna è un dipinto che fa nobilmente impazzire chi la osserva. La vita può essere lirica od epica, così come un poema od un romanzo.
Una vera enunciazione della legge della creazione, (se si trovasse un uomo degno di enunciarla), porterebbe l’arte su, nel regno della natura, e distruggerebbe la sua separata e contrastata esistenza. Le sorgenti dell’inventiva e della bellezza nella società moderna sono tutt’altro che inaridite. Una novella popolare, un’opera di teatro od una sala da ballo, ci fanno sentire che noi siamo tutti degli accattoni nel grande ricovero di mendicità del mondo, senza dignità, senza abilità, e senza iniziativa. L’arte è così povera e bassa. La vecchia tragica Necessità, che si abbassa sulle fronti stesse delle Veneri e dei Cupidi dell’Antico tempo e fornisce l’unica discolpa per l’intrudersi di tali anomale figure della natura — poichè esse erano inevitabili; e l’artista era ebbro di passione per la forma cui egli non poteva resistere e che esprimeva in queste belle stravaganze — la vecchia Necessità, dico, non eleva più a qualche dignità il cesello od il pennello. Ma l’artista ed il conoscitore ora non cercano nell’arte che la mostra del loro talento od un rifugio dai mali della vita. Gli uomini non sono contenti della figura che essi costruiscono nella loro propria imaginazione, e fuggono nell’arte portando il loro senso migliore in un oratorio, in una statua od in una pittura. L’Arte fa lo stesso sforzo che fa una prosperità materiale; cioè distacca il bello dall’utile, compie il lavoro come una cosa inevitabile, ed odiandolo, passa al godimento. Queste consolazioni e queste compensazioni però, questa separazione della bellezza dall’utile, non sono permesse dalle leggi della natura. Così tosto come la bellezza è richiesta, non dalla religione o dall’amore, ma dal piacere, essa degrada il richiedente. L’alta bellezza non è più a lungo raggiungibile da lui sulla tela o nella pietra, nel suono o nella costruzione lirica; una bellezza effeminata, prudente, malaticcia, che non è bellezza, è tutto ciò che può essere formata; perchè la mano non può mai eseguire cosa alcuna più alta di ciò che il carattere può ispirare.
L’arte che così disgiunge, è essa stessa per la prima disgiunta. L’arte non deve essere un’abilità superficiale, ma deve aver inizio più addentro nell’uomo. Ora gli uomini non vedono la natura bella, e s’accingono a fare una statua che lo sia. Essi aborriscono gli uomini privi di gusto, sciocchi ed inconvertibili, e si consolano con scatole di colori e blocchi di marmo. Rifuggono dalla vita come prosaica, e creano una morte che essi chiamano poetica. Conducono a termine le fatiche del giorno e volano a sogni voluttuosi. Mangiano e bevono, per poter attuare dopo l’ideale. Così l’arte è resa vile; il suo nome suggerisce alla mente il suo senso secondario e cattivo, essa giace nell’immaginazione come qualcosa di contrario alla natura, colpita a morte fin dal principio. Non sarebbe meglio incominciare più in alto — servire l’ideale prima di mangiare e bere, anzichè servire l’ideale mangiando e bevendo e respirando, e in tutte le funzioni della vita? La bellezza deve ritornare alle arti utili, e la distinzione fra le arti belle e le arti utili deve essere dimenticata. Se la storia fosse con veridicità narrata, se la vita fosse nobilmente spesa, sarebbe in breve facile e possibile il distinguere l’una dall’altra. In natura tutto è utile, tutto è bello. Tutto è pertanto bello, perchè è vivo, perchè si muove, perchè è riproduttivo; tutto è pertanto utile, perchè è simmetrico e bello. La bellezza non verrà al richiamo di una legislatura, nè ripeterà in Inghilterra od in America la sua storia della Grecia. Verrà, come sempre, senza annunzio, e germoglierà fra i piedi degli uomini coraggiosi e seri. Invano noi attendiamo che il genio ripeta i suoi miracoli delle arti antiche; è suo istinto trovare bellezza e santità nei fatti nuovi e necessari, nei campi e nelle strade di campagna, nei negozi e nelle officine. Procedendo da un cuore religioso essa innalzerà ad utile divino la ferrovia, la compagnia di assicurazioni, la borsa, il nostro commercio, la batteria elettrica, il prisma, la pila, la storta del chimico, nelle quali ora noi cerchiamo soltanto un utile economico. Non è l’aspetto egoistico ed anche crudele dei nostri grandi lavori meccanici, dei mulini, delle ferrovie e delle macchine, l’effetto degli impulsi mercenari a cui questi lavori ubbidiscono? Quando i suoi compiti sono belli ed adeguati, un bastimento attraversando l’Atlantico fra la vecchia e la nuova Inghilterra, e arrivando ai suoi porti con la puntualità di un pianeta, rappresenta un passo dell’uomo verso l’armonia con la natura. Il battello che a Pietroburgo naviga lungo la Lena per mezzo del magnetismo, abbisogna di poco per essere sublime. Quando la scienza sarà dotta in amore, ed i suoi poteri saranno retti dall’amore, essi appariranno i supplementi e le continuazioni della creazione materiale.
SERIE II
PRIMO SAGGIO IL POETA
Coloro che sono stimati arbitri del gusto, sono spesso persone, le quali hanno acquistata la conoscenza di ammirate pitture o sculture, ed hanno una tendenza verso ciò che è elegante; ma se poi domandate se essi siano anime belle e se le loro proprie azioni siano come belle pitture, voi verrete a sapere che sono egoisti e sensuali. La loro cultura è locale; è come se voi strofinaste un pezzo di legno secco in un solo punto per produrre del fuoco, mentre tutto il resto rimane freddo. La loro conoscenza delle belle arti consiste in qualche studio di leggi e di particolarità o in qualche ristretta nozione del colore o della forma, acquisita per divertimento o per vanagloria. È una prova della superficialità della dottrina del bello, come essa è nella mente dei nostri amateurs, il fatto che gli uomini sembrano aver perduta la percezione della instante dipendenza della forma dall’anima. Non vi è una dottrina delle forme nella nostra filosofia. Noi fummo posti nei nostri corpi, come il fuoco è posto in un recipiente per essere portato fuori; ma non vi è alcun accurato accomodamento fra lo spirito e l’organo, ed ancora meno questo è la germinazione di quello. Così, riguardo alle altre forme, gli uomini intellettuali non credono in alcuna dipendenza essenziale del mondo materiale dal pensiero e dalla volontà. I teologi credono sia un grazioso castello in aria il parlare del significato spirituale di un bastimento o di una nuvola, di una città o di un contratto, ed essi preferiscono ritornare sul solido terreno dell’evidenza storica; e i poeti stessi sono lieti di un civile e conforme modo di vita, e di trarre poemi dalla fantasia, a sicura distanza dalla loro propria esperienza. Ma le più alte menti del mondo non hanno mai cessato dall’esplorare il significato doppio, o diciamo quadruplo, centuplo, di ogni fatto dei sensi: così fecero Empedocle, Eraclito, Platone, Plutarco, Dante, Swedenborg, ed i maestri della scultura, pittura e poesia. Poichè noi non siamo recipienti da porvi il fuoco e nemmeno portatori di fuoco o di torcie, ma siamo i figli del fuoco, fatti di esso, e solamente la stessa divinità trasmutata due o tre volte. E la verità nascosta, che le sorgenti donde tutto questo fiume del tempo e le sue creature sorgono, sono intrinsecamenti ideali e belle, ci porta alla considerazione della natura e delle funzioni del poeta o dell’uomo della bellezza, dei mezzi e dei materiali che egli usa, e dell’aspetto generale della sua arte nel tempo presente.
L’ampiezza del problema è grande, poichè il poeta è rappresentativo. Egli sta fra gli uomini parziali quale un uomo completo, e informa noi non della sua ricchezza ma della comune ricchezza. Il giovane riverisce gli uomini di genio perchè, per dire il vero, essi sono più lui stesso di quanto sia egli stesso. Essi ricevono dall’anima come egli pure riceve, ma essi ricevono di più. La natura esalta la sua bellezza agli occhi degli uomini che amano, con la credenza che allo stesso tempo il poeta contempla le sue parvenze. Egli è isolato fra i suoi contemporanei dalla verità e dall’arte, ma v’è nelle sue imprese questo confortevole pensiero, che queste attireranno tardi o tosto tutti gli uomini. Poichè tutti gli uomini traggono vita dal vero e giacciono bisognosi di espressione. Nell’amore, nell’arte, nell’avarizia, nella politica, nel lavoro, nel giuoco, noi cerchiamo di pronunciare il nostro doloroso segreto. L’uomo è solo una metà di se stesso, l’altra metà è la sua espressione.
Nonostante questa necessità di aprire la propria anima, è rara l’espressione adeguata al caso. Io non so perchè noi abbisognamo di un interprete; ma la grande maggioranza degli uomini pare esser composta di minorenni, che non sono ancora entrati in possesso dei loro beni, o di muti, che non possono ripetere la conversazione avuta con la natura. Non vi è uomo che non veda un’utilità supersensuale nel sole, nelle stelle, nella terra e nell’acqua. Queste cose esistono e, secondo lui, attendono per render all’uomo un servizio determinato. Ma vi è qualche ostacolo o qualche eccesso di accidia nella nostra costituzione, che non permette ad esse di produrre il dovuto effetto. Le impressioni della natura cadono su di noi troppo debolmente per far di noi degli artisti. Ogni tocco dovrebbe penetrare. Ogni uomo dovrebbe esser tanto artista da poter narrare nella conversazione ciò che gli è accaduto. Ancora, nella nostra esperienza, i raggi od i contatti hanno forza sufficiente per giungere ai sensi, ma non sufficiente per penetrare nel vivo, ed obbligarci alla riproduzione di essi nel discorso. Il poeta è la persona in cui questi poteri sono in bilancio, è l’uomo senza impedimento, che vede e maneggia ciò che gli altri sognano, che attraversa l’intiera graduazione dell’esperienza, ed è il rappresentante dell’uomo, in virtù d’esser il più ampio potere che dà e riceve.
L’Universo ha tre figli, nati allo stesso tempo, che riappaiono sotto nomi differenti, in ogni sistema di pensiero, siano essi chiamati causa, azione od effetto; o più poeticamente, Giove, Plutone, Nettuno; o teologicamente, il Padre, lo Spirito Santo, il Figlio; e che chiameremo qui: il Conoscitore, il Facitore, il Dicitore. Questi rappresentano rispettivamente l’amore del vero, l’amore del bene, l’amore del bello. Questi tre sono uguali. Ciascuno di loro è, ciò che è essenziale, cosicchè non può essere sorpassato od analizzato; e ciascuno dei tre ha in sè il potere degli altri latente, oltre il suo proprio potere manifesto.
Il poeta è il Dicitore, colui che denomina e rappresenta il bello. Egli è un sovrano e sta nel centro. Poichè il mondo non è dipinto, nè adornato, ma è bello fin dal principio; e Dio non ha creato delle cose belle, ma la Bellezza stessa è la creatrice dell’Universo. Però il poeta non è un’autorità ammessa, ma è imperatore per suo proprio diritto. La critica è infestata da una tendenza materialistica, che afferma essere l’abilità manuale e l’attività il primo merito di tutti gli uomini, e disprezza coloro che dicono e non fanno, dimenticando che alcuni uomini, cioè i poeti, sono naturali dicitori, mandati in questo mondo a cura dell’espressione, e li confonde con coloro che abbandonano il loro campo, che è l’azione, per imitare i dicitori. Ma le parole d’Omero sono così care ed ammirevoli per Omero, come le vittorie di Agamennone lo sono per Agamennone. Il poeta non attende l’eroe od il saggio, ma come essi per prima cosa agiscono e pensano, così egli per prima cosa scrive ciò che egli vuole e ciò che deve essere detto, riputando gli altri, sebbene primari, secondari e servitori rispetto a lui e come persone in posa o modelli nello studio del pittore o come assistenti che portano materiali di costruzione all’architetto.
Poichè la poesia fu scritta tutta prima dei tempi, ogni qualvolta noi siamo così splendidamente organizzati da poter penetrare in quella regione dove l’aria è musica, udiamo armoniosi gorgheggi, che tentiamo di scrivere; ma poichè perdiamo di tanto in tanto una parola od un verso noi lo sostituiamo con qualcosa di nostro, e trascriviamo erroneamente il poema. Gli uomini di udito più delicato, scrivono queste cadenze più fedelmente, e queste trascrizioni, sebbene imperfette, divengono i canti delle nazioni. Perchè la natura è veramente bella come è buona o conforme a ragione, e tanto deve apparire quanto deve essere fatta o conosciuta. Le parole ed i fatti sono modi completamente indifferenti dell’energia divina. Le parole sono anche azioni, e le azioni sono una specie di parole.
Il segno ed il riconoscimento del poeta sta in ciò, che egli annunzia ciò che nessun uomo ha predetto. Egli è il vero e l’unico dottore; egli sa e dice; egli è l’unico che dice le novità, perchè egli fu presente ed edotto delle apparizioni, che egli descrive. Egli è un contemplatore delle idee, ed un enunziatore delle cose necessarie e causali. Noi ora non parliamo degli uomini che hanno un talento poetico e dell’abilità nel fare il verso, ma del vero poeta. Io presi parte l’altro giorno ad una conversazione riguardante un recente scrittore di liriche, un uomo di mente sottile, il cui cervello pareva essere una piccola cassa armonica piena di note e di ritmi delicati, e la cui abilità e maestrìa di stile non potevamo sufficientemente lodare. Ma quando sorse la questione se egli non fosse solo un lirico, ma un poeta, noi fummo obbligati a confessar essere lui semplicemente un contemporaneo, non un uomo eterno. Egli infatti non emerge al disopra delle nostre basse limitazioni, come un Chimborazo sotto l’equatore, innalzandosi da una base torrida e passando, a misura che si innalza, per tutti i climi del mondo, attraverso a zone di vegetazione di ogni latitudine; ma egli è come il giardino pittoresco di una casa moderna, adornato di fontane e di statue, con uomini e donne bene educati, che stanno in piedi o seggono lungo i viali e le terrazze. Noi udiamo attraverso tutta la sua musica variata, il vecchio tono della vita convenzionale. I nostri poeti sono uomini di talento che cantano, non i figli della musica. L’argomento è secondario, il compimento dei versi è primario.
Però non è il metro, ma l’argomento degno del metro, che fa d’un poema un pensiero così appassionato e vivo, che, come lo spirito di una pianta o di un animale, ha un’architettura sua propria, ed adorna la natura con nuove cose. Il pensiero e la forma sono uguali nell’ordine del tempo, ma nell’ordine della genesi il pensiero è anteriore alla forma. Il poeta ha un nuovo pensiero: egli ha una completa nuova conoscenza da sviluppare; egli ci dirà come essa venne a lui, e tutti gli uomini saranno partecipi della sua fortuna. L’esperienza di ogni nuova età richiede una nuova confessione, ed il mondo sembra attendere sempre il suo poeta. Mi ricordo, quando ero giovane, quanto fui commosso un mattino dalla notizia che il genio era apparso in un giovane, che mi sedeva vicino a tavola. Egli aveva lasciato il suo lavoro, ed era andato vagando nessuno sapeva dove, ed aveva scritto centinaia di righe, ma non poteva dire se ciò che era in lui fosse ciò che aveva scritto: egli poteva dire nulla senonchè tutto era cambiato — l’uomo, la bestia, il cielo, la terra, il mare. Come ascoltavamo felici! e quanto credulmente! La società sembrava essere compromessa. Noi sedevamo nell’aurora di un giorno, che doveva spegnere tutte le stelle. Boston sembrava essere a distanza doppia e più di quanto fosse la notte anteriore. Roma (che cosa era Roma?), Plutarco e Shakespeare erano sbiaditi e di Omero non si doveva neppur più parlare. È già molto sapere che la poesia è stata scritta oggi stesso, sotto lo stesso tetto, vicino a voi. Come?! Quel meraviglioso spirito non è spirato! Questi momenti granitici sono ancora lucenti ed animati! Io avevo immaginato che tutti gli oracoli fossero silenziosi, e che la natura avesse spento i suoi fuochi; ed ecco! tutta la notte, da ogni poro, queste belle aurore brillarono. Ciascuno ha qualche interesse nell’avvento del poeta, e nessuno sa quanto ciò possa toccarlo da vicino. Noi sappiamo che il segreto del mondo è profondo, ma noi non sappiamo chi o che cosa ci servirà da interprete. Una passeggiata in montagna, una fisionomia nuova, una nuova persona, può mettere la chiave nelle nostre mani. Naturalmente il valore del genio per noi sta nella veracità delle sue relazioni. Il talento può scherzare e fingere; il genio realizza ed aggiunge. Il genere umano, tanto se ne è servito per comprendere se stesso e le sue opere, che la più avanzata sentinella sul monte annunzia le sue novelle. Esse arrecano la più veritiera parola mai pronunziata, e la frase sarà la più propizia, la più musicale, la più infallibile voce del mondo, in quel dato momento.
Tutto ciò che noi chiamiamo storia sacra, afferma che la nascita di un poeta è l’evento principale nella cronologia. L’uomo così sovente ingannato, ancora attende la venuta di un fratello che possa saldamente avvincerlo ad una verità, fintantochè non l’abbia fatta sua. Con quale gioia io m’appresto a leggere un poema, nel quale io confido come in un’ispirazione! Ed ora le mie catene debbono essere infrante; io salirò sopra quelle nuvole e quell’aria opaca in cui vivo, — opaca anche se pare trasparente — e dal cielo della verità vedrò e comprenderò le mie relazioni. Ciò riconcilierà me con la vita, e rinnoverà la natura il vedere delle inezie animate da una tendenza, ed il sapere ciò che sto facendo. La vita non sarà più un frastuono, io potrò vedere uomini e donne, e conoscere i segni per mezzo dei quali essi possono essere riconosciuti dai pazzi e dai demoni. Questo giorno sarà migliore del giorno della mia nascita, in quello io divenni animale: in questo io sono condotto nella pura scienza. Tale è la speranza, ma il godimento è posposto. Più spesso accade che quest’uomo alato, che dovrebbe portarmi in cielo, mi butta nelle nebbie, poi salta e folleggia di nuvola in nuvola, affermando ancora che egli è diretto verso il cielo; ed io essendo novizio, sono tardo nell’osservare che egli non conosce le vie del cielo; ma che vuole soltanto che io ammiri la sua abilità nell’innalzarsi, come fa un uccello od un pesce volante, dal terreno o dall’acqua; ma costui non abiterà mai la volta del cielo, che tutto penetra, tutto nutre e tutto vede. Io ricado tosto e nuovamente nei miei vecchi cantucci e conduco la stessa precedente vita di esagerazioni, avendo perduta la mia fede nella possibilità di una guida che possa condurmi ove io vorrei andare.
Ma lasciando queste vittime della vanità, osserviamo, con nuova speranza, come la natura con più degno impulso abbia assicurato la fedeltà del poeta al suo ufficio di nunzio e di affermatore per mezzo della bellezza delle cose, bellezza che diviene nuova e più alta quando è espressa. La Natura offre a lui le sue creature come pitture parlanti. L’oggetto usato come tipo, acquista un secondo e maraviglioso valore, di gran lunga più alto dell’antico; allo stesso modo che una semplice corda tesa della nave, diviene musicale nella brezza, se avvicinate ad essa il vostro orecchio. «Cose più eccellenti di qualsiasi imagine — dice Jamblichus — sono espresse attraverso le imagini». Le cose possono usarsi come simboli, perchè la natura è un simbolo nel complesso ed in ogni parte. Ogni linea che possiamo disegnare sulla sabbia ha espressione, e non vi è alcun corpo senza il suo spirito o genio. Ogni forma è uno sforzo del carattere; ogni condizione uno sforzo della qualità della vita; ogni armonia, della salute; e, per questa ragione, una percezione di bellezza dovrebbe essere corrispondente o propria solo al buono. Il bello riposa sulle basi del necessario. L’anima fa il corpo, insegna il saggio Spencer: «Come ogni spirito, esso è il più puro, ed ha in sè la più celestiale luce, e tende ad abitare nel più bel corpo, ed esso più vagamente adorna con gioconda grazia ed amabile sguardo. Poichè dall’anima il corpo forma prende, perchè l’anima è forma e produce il corpo».
Qui ci troviamo, subitamente, non nei piacevoli passi di una speculazione critica, ma in un luogo sacro, e dovremmo avanzare molto prudentemente e reverentemente. Noi siamo davanti al secreto del mondo, là dove l’Essere passa nell’Apparenza, e l’Unità nella Varietà.
L’Universo è l’esternarsi dell’anima. Ovunque vi è la vita, quella vi si precipita attorno. La nostra scienza è sensuale, e perciò superficiale. Noi trattiamo sensualmente la terra ed i corpi celesti; la fisica e la chimica, come se essi fossero auto-esistenti; ma questi sono il seguito di quell’Essere che noi possediamo. «Il potente Cielo — disse Proclo — mostra nelle sue trasfigurazioni chiare immagini dello splendore delle percezioni intellettuali, essendo mosse in unisono con gli invisibili periodi delle nature intellettuali». Perciò la scienza va sempre unita alla giusta elevatezza dell’uomo, procedendo in un con la religione e la metafisica; o lo stato della scienza è un indice della nostra auto-conoscenza. Siccome ogni cosa nella natura risponde ad un potere morale, se un fenomeno qualsiasi rimane oscuro ed incomprensibile, si è perchè la corrispondente facoltà dell’osservatore non è ancora attiva.
Non v’è da meravigliarsi adunque se queste acque sono così profonde, che noi ci soffermiamo con un sentimento religioso. La bellezza della favola prova al poeta ed agli altri l’importanza del senso, o se volete, ogni uomo è poeta tanto da essere sensibile a questi fascini della natura; poichè tutti gli uomini posseggono i pensieri, dei quali l’Universo è la celebrazione. Io trovo che il fascino risiede nel simbolo. Chi ama la natura? Chi non la ama? Sono soltanto i poeti e gli uomini raffinati e côlti che vivono con essa? No, bensì anche i cacciatori, i coltivatori, i domestici ed i macellai, sebbene essi dimostrino il loro attaccamento alla natura con la scelta della loro vita e non con la scelta delle loro parole. Lo scrittore si domanda che cosa può trovare il cocchiere od il cacciatore nelle carrozze, nei cavalli e nei cani; non certo qualità superficiali. Quando parlate con lui egli considera queste cose così poco come voi le considerate; ma la sua adorazione è simpatica; egli non ha definizioni: ma egli è comandato per natura, dal potere vivente che egli sente esser là presente. Nessuna imitazione o rappresentazione di queste cose lo accontenterebbero; egli ama la forza del suo vento del nord, della pioggia, della pietra, del legno e del ferro. Una bellezza inesplicabile è più cara di una bellezza che noi possiamo osservare fino alla fine. Il simbolo è la natura, la natura che conferma il soprannaturale, il corpo inondato dalla vita, che egli adora con riti ruvidi ma sinceri.
L’intimità e il mistero di questo attaccamento conduce gli uomini di ogni classe all’uso di emblemi. Le scuole dei poeti e dei filosofi non sono maggiormente ebbre dei loro simboli di quanto lo sia la plebaglia dei suoi. Computate il valore dei distintivi e degli emblemi nei nostri partiti politici. Guardate la grande palla che essi fanno rotolare da Baltimora a Bunker Hill! Nelle processioni politiche, Lowell va con un remo, Lynn con una scarpa, e Salem con un bastimento. Guardate il barile di Sidro, la capanna del legnaiuolo, il bastone di noce, il palmizio, e tutti i distintivi del partito. Vedete il potere degli emblemi nazionali, delle stelle, dei gigli, dei leopardi. Una mezza luna, un leone, un’aquila od altro, che vennero in onore Dio sa come, sopra un vecchio straccio di lana, svolazzante al vento, sopra un forte, all’estremità della terra, farà circolare più veloce il sangue sotto la più rude e la più convenzionale esteriorità.
Gli uomini s’immaginano d’odiare la poesia, eppure essi sono tutti poeti e mistici!
Oltre questa universalità del linguaggio simbolico, noi siamo informati della divinità di questo uso superiore delle cose (dacchè il mondo è un tempio le cui mura sono ricoperte di emblemi, pitture e comandamenti della deità) in ciò, che non vi è nessun fatto naturale che non porti l’intiero senso della natura, e la distinzione che noi facciamo di eventi e di affari, di alto e basso, di onesto e vile, scompaiono quando la natura è usata come simbolo. Il pensiero rende tutte le cose atte all’uso. Il vocabolario di un uomo omnisciente conterrebbe parole ed imagini, escluse dalla conversazione educata. Ciò che sarebbe basso, o perfino osceno all’osceno, diviene illustre se espresso in una nuova relazione di pensiero. La pietà dei profeti Ebrei purifica la loro grossolanità. La circoncisione è un esempio del potere della poesia di innalzare il basso e l’inverecondo. — Le cose piccole e vili servono così bene come i grandi simboli. Più basso è il tipo, per mezzo del quale una legge è espressa, e più pungente essa è, più a lungo dura nella memoria degli uomini; appunto come noi scegliamo talora la più piccola cassetta per portare qualche utile strumento. Semplici elenchi di parole divengono suggestivi per una mente eccitata e fantastica; così si racconta che Lord Chatham fosse abituato a leggere il dizionario di Baily quando si preparava a parlare in Parlamento. La più povera esperienza è ricca abbastanza per tutti i propositi del pensiero da esprimere. Perchè ambire ad una conoscenza di fatti nuovi? Il Giorno e la Notte, la casa ed il giardino, pochi libri e poche azioni, ci servono così bene come ci servirebbero tutti i commerci e tutti gli spettacoli. Noi siamo lungi dall’avere esaurito il significato dei pochi simboli che usiamo. Noi possiamo ritornare al loro uso ancora con una terribile semplicità. Non vi è bisogno che un poema sia lungo. Ogni parola fu una volta un poema. Ogni nuova relazione è una nuova parola. Anche noi usiamo difetti e deformità per iscopi sacri, esprimendo così il nostro convincimento che i mali del mondo sono tali solamente agli occhi dei cattivi. Nella vecchia mitologia, osservano gli studiosi di mitologia, dei difetti sono ascritti alle nature divine; Vulcano fu zoppo, Cupido fu cieco, e simili, e ciò per significare esuberanza.
È la rimozione ed il distacco dalla vita di Dio che fa le cose brutte, ed il poeta che riattacca le cose alla natura ed al tutto — (riattaccando anche le cose artificiali e le violazioni della natura alla natura, per una visione più profonda) dispone molto facilmente dei più sgradevoli fatti. I lettori di poesia vedono la fattoria del villaggio e la ferrovia, e immaginano che la poesia del paesaggio sia scomparsa; poichè queste forme d’arte non sono ancora consacrate nella loro lettura; ma il poeta le vede cadere nel grande ordine non meno che l’alveare o la tela geometrica del ragno. La Natura le adotta molto presto nei suoi circoli vitali, ed essa ama il lungo treno fuggente, come una cosa sua. Inoltre per una mente equilibrata non importa quante invenzioni meccaniche voi mostriate! Anche se ne aggiungerete dei milioni, naturalmente i fatti della meccanica non hanno guadagnato un dramma di peso. Il fatto spirituale rimane inalterabile per mezzo di molti o di pochi particolari; così come nessuna montagna è d’altezza abbastanza elevata da rompere la curva della sfera. Un astuto ragazzo di campagna va in città per la prima volta, ed il compiangente cittadino non è soddisfatto della sua poca meraviglia. Non è che egli non veda tutte le belle cose, e non sappia che egli non ne vide mai di così belle prima, ma egli dispone di esse tanto facilmente quanto il poeta della sua ferrovia. Il principale valore del fatto nuovo è di innalzare il grande e costante fatto della vita, che può rimpicciolire ogni e qualsiasi circostanza, e per il quale i pendagli di conchiglie degli Indiani ed il commercio d’America sono la stessa cosa.
Il mondo essendo sottoposto alla mente come un verbo e come un nome, il poeta è colui che lo può esprimere. Poichè, sebbene la vita sia grande ed affascini ed assorba, e sebbene tutti gli uomini siano conscii dei simboli attraverso i quali essa è mentovata, pure essi non possono usarli. Noi siamo simboli e dimoriamo nei simboli; operai, lavoro, parole e cose, nascita e morte, tutti sono emblemi; ma noi simpatizziamo con i simboli, ed essendo infatuati dell’utilità economica delle cose, noi ignoriamo che essi sono pensieri. Il poeta, per mezzo di un’ulteriore percezione intellettuale, dà loro un potere che fa dimenticare il loro vecchio uso, e che dà gli occhi e la parola ad ogni oggetto muto ed inanimato. Egli scopre l’indipendenza del pensiero dal simbolo, la stabilità di quello, l’accidentalità e la fugacità di questo. Come gli occhi di Linceo — si disse — vedevano attraverso la terra, così il poeta trasforma il mondo in un cristallo, e ci mostra tutte le cose nelle loro varietà, e nel loro procedere. Poichè, per mezzo della percezione più sottile, egli si trova d’un passo più vicino alle cose, ed osserva il loro flusso o la loro metamorfosi, percepisce la multiformità del pensiero; vede che dentro la forma di qualsiasi individuo vi è una forza che lo spinge verso una forma più alta; e seguendo coi suoi occhi la vita, usa la forma che esprime quella vita, e così il suo discorso scorre con lo scorrere della natura. Tutti i fatti dell’economia animale, del sesso, del nutrimento, della gestazione, della nascita, dello sviluppo, sono simboli del passaggio del mondo nell’anima dell’uomo, per sopportare un mutamento e riapparire poi un fatto nuovo e più alto. Egli usa delle forme corrispondenti alla vita e non alla forma. Questa è la vera scienza. Il poeta solo conosce l’astronomia, la chimica, la vegetazione, la vitalità; però egli non si ferma su questi fatti, ma li usa come segni. Egli sa perchè i campi dello spazio furono seminati con quei fiori che chiamiamo soli, lune e stelle; egli sa perchè la grande profondità è adorna di animali, di uomini, e di dèi; perchè, in ogni parola che egli dice, egli cavalca su di essi, come corsieri del pensiero.
Per virtù di questa scienza il poeta è il Nominatore, il Facitore del Linguaggio, chiamando le cose talvolta a seconda della loro essenza, e dando a ciascuna il suo nome e non quello di un’altra, rallegrando con ciò l’intelletto, che ama il distacco e la precisione. I poeti fecero tutte le parole, e pertanto il linguaggio è l’archivio della storia, e, se dobbiamo dirlo, una specie di tomba delle muse. Però, sebbene l’origine della maggior parte delle nostre parole sia dimenticata, ogni parola fu in principio un lampo di genio e fu divulgata perchè in quel momento essa simbolizzava il mondo al primo parlatore ed al primo uditore. L’etimologo scopre che la più morta parola è stata una volta una brillante pittura. Il linguaggio è poesia fossile. Come la calce del continente consiste di infinite masse di conchiglie di piccolissimi animali, così il linguaggio è fatto di imagini, di tropi, che ora per il loro uso secondario hanno da lungo tempo cessato di ricordarci la loro origine poetica. Ma il poeta nomina la cosa perchè egli la vede o si avvicina ad essa un passo più di chiunque altro. Questa espressione, questo nominare, non è arte, ma una seconda natura cresciuta dalla prima, come la foglia dall’albero. Ciò che noi chiamiamo natura è una certa mozione od un certo mutamento regolato da se stesso; la natura fa tutte le cose con le sue proprie mani, e non lascia che altri la battezzi, ma si battezza da sè; e questo di nuovo si ripete attraverso la metamorfosi. Mi ricordo che un certo poeta me lo descrisse così: «Il Genio è l’attività che rimedia interamente e parzialmente alla decadenza delle cose di specie materiale e finita. La Natura, attraverso tutti i suoi regni, assicura se stessa. Nessuno si occupa di seminare il povero fungo: così essa scuote dalla capocchia di un solo agarico innumerevoli spore, ognuna delle quali, conservandosi, trasmette nuovi miliardi di spore domani o dopodomani. Il nuovo agarico di quest’ora ha un privilegio che il vecchio non ebbe. Infatti questo atomo di seme è gettato in un nuovo posto, non soggetto agli accidenti, che distrussero i suoi genitori due metri più lontano. La natura produce un uomo; ed avendolo portato all’età matura, essa non correrà più il rischio di perdere d’un tratto tale meraviglia, ed infatti stacca da lui un altro essere uguale, affinchè la specie sia al riparo dagli accidenti, ai quali l’individuo è esposto. Nello stesso modo quando l’anima del poeta è giunta alla maturità del pensiero, essa stacca e sparge i suoi poemi od i suoi canti: una progenie eroica, vigile, immortale, sciolta dal regno del tempo: una progenie eroica, animata di posteriorità, vestita d’ali (tali per la virtù dell’anima donde essa venne) che la portano velocemente e lontano, e la fissano irrevocabilmente nei cuori degli uomini. Queste ali sono la bellezza dell’anima del poeta. I canti, fluendo così immortali dal loro mortale genitore, sono seguiti da clamorosi scoppi di censure, che pullulano in maggiore numero dei canti stessi e minacciano di divorarli; ma le censure non sono alate. Alla fine di un brevissimo giro esse cadono e si decompongono, non avendo ricevuto dalle anime che le produssero, belle ali. Ma le melodie del poeta ascendono, palpitano e si immettono nelle profondità del tempo infinito.»
Questo m’apprese, usando le sue libere parole, il poeta. Ma la natura ha nella produzione di nuovi individui un fine più alto che la guarentigia, bensì quello dell’ascensione o del passaggio dell’anima in forme più alte. Io conobbi nei miei verdi anni lo scultore che fece la statua del giovane, che sta nel giardino pubblico. Mi ricordo che egli non poteva dire direttamente ciò che lo rendeva felice od infelice, ma per mezzo di meravigliose vie indirette egli lo poteva. Egli si alzò un giorno, com’era suo costume, prima dell’aurora; contemplò lo spuntare del mattino, grandioso come l’eternità donde proveniva, e per molti giorni egli tentò di esprimere quella grandiosa calma, ed ecco! il suo scalpello sbozzò nel marmo la forma di un bel giovane, Fosforo, il cui aspetto è tale che, si dice, tutti coloro che lo guardano divengono silenziosi. Il poeta anche si adatta alla sua «maniera», e il pensiero che lo agitò è espresso, ma alter idem, in un modo totalmente nuovo. L’espressione è organica od è quel nuovo tipo che le cose stesse assumono quando sono liberate. Come al sole gli oggetti dipingono la loro imagine sulla retina dell’occhio, così essi partecipando all’aspirazione dell’intiero universo, tendono a dipingere nella mente una molto più delicata copia della loro essenza. Il desiderare la metamorfosi delle cose in forme organiche più elevate, è desiderare il loro mutarsi in melodie. Sopra ogni cosa sta il suo demone o la sua anima, e come la forma della cosa è riflessa dall’occhio, così l’anima della cosa è riflessa da una melodia. Il mare, la catena di montagne, il Niagara, ed ogni aiuola di fiori, preesistono o super-esistono in pre-canti, che si innalzano come profumi nell’aria; e quando un uomo qualsiasi dall’udito sufficientemente fine si avvicina, egli li sente e tenta di scriverne le note senza indebolirli e depravarli. E da ciò deriva la legittimazione della critica, nella fede della mente, che i poemi sono una versione corrotta di qualche testo della natura, ai quali dovrebbero corrispondere. Una rima in uno dei nostri sonetti non dovrebbe essere meno piacevole dei ripetuti avvolgimenti di una conchiglia marina, della somigliante varietà di un mazzo di fiori. L’accoppiamento degli uccelli è un idillio non tedioso come lo sono i nostri idillii; una tempesta è un’ode violenta senza falsità od affettazione; un’estate con le sue messi tagliate, ammucchiate, raccolte, è un ammirevole canto epico. Perchè la simmetria e la varietà che modulano questi canti, non dovrebbero insinuarsi negli spiriti nostri, e partecipare noi alle invenzioni della natura?
Questa penetrazione, che esprime se stessa per mezzo di ciò che si chiama Imaginazione, è un altissimo punto di vista, che non s’acquista con lo studio, ma con l’intelletto, con lo spartire il cammino o il circuito delle cose attraverso le forme, facendole così trasparenti agli altri. Il cammino delle cose è silenzioso. Permetteranno esse che un parlatore le accompagni? Esse non sopporteranno una spia; però un amante, ed un poeta, sono la trascendenza della loro propria natura ed esse li soffriranno. La condizione per meritare il vero nome di poeta sta in quel suo sottomettersi alla divina aura, che spira attraverso le forme, e nell’accompagnarla.
Un segreto che qualsiasi uomo intellettuale rapidamente apprende è che oltre l’energia del suo intelletto posseduto e conscio, egli è capace di una nuova energia — (come di un intelletto piegato su se stesso) per mezzo dell’abbandono alla natura delle cose; che, oltre il suo potere privato come uomo individuo, vi è un grande potere pubblico, al quale egli può spalancare a tutti i rischi i suoi spiragli umani, ed essere dominato e penetrato dal suo etereo influsso. Allora egli è preso nella vita dell’Universo, il suo discorso è buono, il suo pensiero è legge e le sue parole sono universalmente intelligibili, come le piante e gli animali. Il poeta sa di parlare adeguatamente solo quando egli dice alcunchè selvaggiamente o «col fiore della mente»; non con l’intelletto, usato come organo, ma con l’intelletto sciolto da ogni schiavitù, e libero di prendere il suo indirizzo dalla sua vita celestiale; o, come gli antichi usavano esprimersi, non con l’intelletto solo, ma con l’intelletto inebriato di nettare. Come il viaggiatore che ha perduta la sua via, getta le sue redini sul collo del cavallo e si affida all’istinto dell’animale per trovare la sua strada, così dobbiamo fare noi con l’animale divino che ci conduce attraverso il mondo. Poichè se in un modo qualsiasi noi possiamo stimolare questo istinto, nuovi orizzonti si aprono per noi nella natura; la mente fluisce attraverso le cose più alte e più difficili e la metamorfosi è possibile.
Questa è la ragione per cui i poeti amano il vino, l’idromelo, i narcotici, il caffè, il thè, l’oppio, i profumi del legno di sandalo ed il tabacco, o qualsiasi altra cosa atta a procurare un godimento animale. Tutti gli uomini si servono dei mezzi che possono per aggiungere questo straordinario potere ai loro poteri normali; ed a questo scopo essi tengono in pregio la conversazione, la musica, la pittura, la scultura, il ballo, i teatri, i viaggi, le guerre, le folle, gli incendi, il giuoco, la politica, o l’amore o la scienza o l’ebbrezza animale, che sono sostituti quasi-meccanici del vero nettare, che è il rapimento dell’intelletto approssimantesi al fatto. Essi sono degli ausiliari alla tendenza centrifuga di un uomo, al suo passaggio in un libero spazio, ed essi lo aiutano a sfuggire alla vigilanza di quel corpo nel quale egli è rinchiuso, e da quel cortile carcerario fatto di relazioni individuali, in cui egli è confinato. Da ciò, un grande numero di coloro che erano, per professione, i rivelatori del Bello, come i pittori, i poeti, i musici e gli attori, hanno avuto più di ogni altro il costume di condurre una vita di piacere e di rilassatezza; tutti, eccetto quei pochi, che ricevettero il vero nettare; e siccome era questo un modo illegittimo di raggiungere la libertà; siccome era questa non un’emancipazione tendente ai cieli, ma alla licenza dei più vili luoghi, essi furono puniti per tale privilegio, con il disfacimento e la deteriorazione. Mai può alcun vantaggio essere preso dalla natura con la frode. Lo spirito del mondo, la grande serena presenza del Creatore, non si fa innanzi con le malìe dell’oppio o del vino. La sublime visione viene all’anima pura e semplice, in un corpo netto e casto. Ciò che noi dobbiamo ai narcotici non è ispirazione, ma un falso eccitamento e un falso furore. Milton dice che il poeta lirico può bere vino e vivere generosamente, ma il poeta epico, colui che deve cantare gli dèi e la loro discesa fra gli uomini, deve bere acqua in una coppa di legno. Poichè la poesia non è «Il vino del Demonio» ma il «vino di Dio». Avviene in questo caso ciò che avviene con i trastulli. Noi colmiamo le mani e le camere dei nostri bambini con ogni specie di bambole, di tamburi e di cavalli, distraendo i loro occhi dal viso aperto della natura e dai suoi sufficienti oggetti, quali il sole, la luna, gli animali, l’acqua, le pietre, che dovrebbero essere i loro trastulli. Così il modo di vita del poeta dovrebbe essere posto ad un grado così umile e semplice che gli influssi comuni lo riempissero di letizia. La sua gioia dovrebbe essere dono della luce del sole; l’aria dovrebbe bastare alla sua ispirazione, ed egli dovrebbe esser ebbro d’acqua. Quello spirito che basta ai cuori tranquilli, che sembra venire ad essi da qualsiasi cespuglio d’erba, da ogni tronco di pino e da ogni pietra a mezzo-sepolta e su cui batte il debole sole di marzo; viene ai poveri ed agli affamati, ed a coloro che sono di semplici gusti. Se tu riempi il tuo cervello di Boston e New York, di mode e di cupidigie, e stimolerai i tuoi deperiti sensi con il vino ed il caffè, tu non troverai raggio di sapienza nella solitaria distesa della pineta.
Se l’immaginazione inebbria il poeta, non è inattiva presso gli altri uomini. La metamorfosi eccita in chi la contempla un’emozione di gioia. L’uso dei simboli ha un certo potere di emancipazione e di ricreazione per tutti gli uomini. Essi sembrano essere toccati da una bacchetta, che li faccia danzare e correre in giro, felici come bambini. Noi siamo come persone che vengono da una cava o da una cantina, all’aria aperta. Questo è l’effetto dei tropi, delle favole, degli oracoli e di qualsiasi forma poetica, su di noi. I poeti sono perciò degli dèi apportatori di libertà. Gli uomini hanno realmente ricevuto un nuovo senso, ed hanno rinvenuto dentro il loro mondo un altro mondo od una sorgente di mondi; poichè, una volta che la metamorfosi è contemplata, noi indoviniamo che essa non s’arresta. Io non esaminerò ora quanto da ciò derivi il fascino dell’algebra e della matematica, che hanno anche i loro tropi; ma ciò è sentito in ogni definizione, così, ad esempio, quando Aristotile definisce lo spazio essere un recipiente immobile, nel quale le cose sono contenute; — oppure quando Platone definisce una linea come un punto fluente o la figura come il limite di un solido, e così via. Quale lieto senso di arditezza noi proviamo quando Vitruvio annunzia la vecchia opinione degli artisti, secondo la quale nessun architetto può costruire bene una casa se non conosce un po’ d’anatomia; quando Socrate, in Charmides ci dice che l’anima è guarita dalle sue malattie per mezzo di certi incanti, e che questi incanti sono belle ragioni, per mezzo delle quali si genera la temperanza nelle anime; quando Platone chiama il mondo un animale; e Timeo afferma che anche le piante sono animali, od afferma che un uomo è una pianta celeste, che cresce verso l’alto con la sua radice, che ne è il capo; e quando leggiamo le parole di Giorgio Chapman.
«Come nella nostra pianta uomo, la cui nervosa radice fiorisce alla sua sommità»; quando Orfeo parla delle canizie come di «quel bianco fiore che segna l’estrema età»; quando Proclo chiama l’universo la statua dell’intelletto; quando Chaucer, nella sua lode alla «Gentilesse» pone il buon sangue in condizione uguale al fuoco, che anche portato nella più scura casa che si possa trovare andando fino al monte Caucaso, compierà ancora il suo naturale ufficio, ed arderà così brillantemente come se ventimila uomini lo contemplassero; quando Giovanni vide nell’Apocalisse la rovina del mondo per causa del male, e le stelle cadere dal cielo, come il fico maturo dall’albero; quando Esopo enumera le comuni relazioni quotidiane con maschere di uccelli e di bestie; quando infine tutto ciò osserviamo, noi dobbiamo trarre l’ammonimento dell’immortalità della nostra essenza, e delle sue varie consuetudini e liberazioni e dire come dicono le gitane di loro stesse: «è inutile impiccarle, esse non possono morire».
I poeti sono così degli dèi liberatori. Gli antichi poeti Britannici ebbero per loro motto: «Quelli che sono liberi attraverso il mondo». Essi sono liberi e rendono liberi. Un libro di immaginazione ci rende un servizio molto maggiore da principio, stimolandoci coi suoi tropi, che dopo, quando arriviamo ad afferrare il senso preciso dell’autore. Io credo che nulla abbia valore nei libri, se non il trascendentale e lo straordinario. Se un uomo è infiammato e trasportato dal suo pensiero ad un punto tale da dimenticare autori e pubblico, e si cura solamente di questo suo unico sogno, che lo possiede come una vertigine, lasciate che io legga le sue carte, e voi tenetevi tutti gli argomenti, tutte le storie e tutte le critiche. Tutto il valore che si ricollega a Pitagora, a Paracelso, a Cornelio Agrippa, a Cardano, a Keplero, a Swedenborg, a Schelling, a Oken od a chiunque altro che introduca fatti discutibili nella sua cosmogenìa, come angeli, demoni, magìa, astrologia, mesmerismo e simili, è la prova ed una nuova testimonianza dell’allontanamento dalle cose usate. Ciò che pure rappresenta il migliore successo in conversazione, è quella magica libertà, che pone il mondo come una palla, nelle nostre mani. Come pare a buon mercato anche la libertà allora: quanto spregevole a studiarsi, quando un’emozione comunica all’intelletto il potere di sondare e scoprire la natura: quanto grande la prospettiva! nazioni, tempi, sistemi, entrano e spariscono, come i fili nelle tappezzerie a grandi figure e svariati colori; il sogno ci consegna al sogno, e mentre l’ebbrezza dura, noi cederemo il nostro letto, la nostra filosofia, la nostra religione, nella nostra opulenza.
Vi è una buona ragione per cui dovremmo tenere in pregio questa liberazione. La sorte del povero pastore, che accecato e sperduto nella tempesta di neve, perisce sotto una valanga a pochi passi dalla sua capanna, è l’emblema dello stato dell’uomo. Noi moriamo miserevolmente sulla riva delle acque della vita e del vero. L’inaccessibilità di ogni pensiero che non sia il nostro è prodigiosa. Nulla vale che lo avviciniate; voi ne siete altrettanto remoti quando siete lontani, come quando siete vicini. Ogni pensiero è anche una prigione; come lo è ogni cielo. Perciò noi amiamo il poeta, l’inventore, colui che in qualsiasi forma, sia essa un’ode od un’azione, uno sguardo o una linea di condotta, ci ha dato un nuovo pensiero. Egli scioglie le nostre catene, e ci ammette ad una nuova scena.
Questa emancipazione è cara a tutti gli uomini, ed il potere di manifestarla siccome deve venire da una maggiore profondità e finalità di pensiero, è misura dell’intelletto. Perciò tutti i libri d’immaginazione durano e durano tutti quelli che posseggono quella verità, per cui lo scrittore vede la natura al disotto di lui, e la usa come suo esponente. Ogni verso o sentenza che possegga questa virtù, avrà cura della sua propria immortalità. Le religioni del mondo sono le giaculatorie di pochi uomini immaginativi.
Ma la dote dell’immaginazione è di fluire e non di congelarsi. Il poeta non si fermò al colore od alla forma, ma lesse il loro significato; nè può egli fermarsi in questo, ma fa gli stessi oggetti, esponenti del suo nuovo pensiero. Ecco la differenza fra il poeta ed il mistico. Questi lega un simbolo ad un solo senso, che fu vero senso per un momento, ma tosto invecchia e diventa falso. Però tutti i simboli sono come flussi; ogni linguaggio è «rotabile» e passeggiero, ed è buono al pari dei cavalli e delle barche come trasporto; ma non come possono esserlo le case e cascinali, come abitazioni. Il misticismo consiste nello scambio ingannevole di un simbolo accidentale ed individuale per un simbolo universale. Il croco del mattino diviene la meteora favorita agli occhi di Jacopo Behmen, ed a lui simboleggia la verità e la fede; ed egli crede che ciò apparirà cosa reale ad ogni lettore. Ma già il primo lettore preferisce il simbolo di una madre ed il suo bambino o di un giardiniere ed il suo bulbo o di un gioielliere che raffina la sua gemma. Ognuno di questi, e migliaia di altri simboli sono ugualmente idonei alla persona, per la quale essi hanno un significato. Soltanto che essi devono essere trattati illuminatamente, ed essere volentieri tradotti negli equivalenti termini usati dagli altri uomini. Ed al mistico bisogna seriamente dire — «Tutto quello che voi dite è altrettanto vero con o senza l’uso noioso di quel simbolo». Si abbia un po’ d’algebra, invece di questa trita retorica — si abbiano dei segni universali invece di questi simboli da villaggio, e tutti ne ritrarremo un profitto. La storia delle gerarchie sembra insegnare che tutti gli errori religiosi consistettero nel fare il simbolo troppo rigido e solido, e in ultimo, null’altro che un eccesso nell’organo del linguaggio.
Swedenborg, fra tutti gli uomini delle età recenti, rappresenta eminentemente il traduttore della natura nel pensiero. Non conosco nella storia altro uomo nel quale le cose fossero così uniformi alle parole. Davanti a lui la metamorfosi è sempre in azione. Ogni cosa su cui il suo occhio si posa, ubbidisce agli impulsi di una natura morale. I fichi diventano uva mentre egli li mangia. Quando qualcuno dei suoi angeli affermò una verità, il ramoscello di lauro che essi tenevano in mano, fiorì. Il rumore che in distanza pareva un digrignar di denti e un percuoter di pugni, approssimatosi si scopre essere la voce di disputanti. Gli uomini, in una delle sue visioni vedute nella luce celeste, apparvero come draghi, involti nell’oscurità; ma uno all’altro essi apparivano come uomini, e quando la luce dal cielo brillò nelle loro capanne, essi si dolsero dell’oscurità e furono obbligati a chiudere la finestra onde poter vedere.
Vi era in lui la percezione, che fa del poeta o dell’osservatore un oggetto di rispetto e di terrore; percezione per cui lo stesso uomo o società di uomini possono avere un solo aspetto per se stessi e per i loro compagni, ed un aspetto differente per le intelligenze più alte. Certi sacerdoti, che egli ritrae conversanti molto saggiamente insieme, apparivano ai bambini che erano in distanza, come dei cavalli morti; e molte altre simili false apparenze. Ed istantaneamente lo spirito si chiede se quei pesci sotto il ponte, quei buoi al pascolo, quei cani nel cortile, sono immutabilmente pesci, buoi e cani o se appaiono così solo a me, o se per caso appaiono a se stessi uomini eretti; e se appaia io stesso un uomo a tutti gli occhi. I Bramini e Pitagora mossero la stessa questione; e se qualche poeta ha fatto testimonianza della trasformazione, egli senza dubbio la trovò in armonia con varie esperienze. Tutti noi abbiamo osservato dei mutamenti altrettanto considerevoli nel grano e nei bruchi. Poeta è colui che ci attirerà con l’amore e il terrore e che vede attraverso la fluente veste, la salda natura e la proclama.
Io cerco invano il poeta che descrivo. Noi non ci indirizziamo alla vita con sufficiente franchezza o con sufficiente profondità; nè osiamo celebrare i nostri propri tempi e il momento sociale. Se noi colmassimo il giorno con l’audacia, non rifuggiremmo dal celebrarlo. Il tempo e la natura ci concedono molti doni, ma non ancora l’uomo opportuno, la religione nuova, il riconciliatore, che tutte le cose attendono. Il pregio di Dante è che egli osò scrivere la sua autobiografia in carattere colossale o nell’universalità. Noi non abbiamo ancora avuto alcun genio in America, dall’occhio severo, che conoscesse il valore dei nostri incomparabili materiali e vedesse sul barbarismo e materialismo dei tempi, un novello tripudio di quelli dèi, di cui tanto ammira la pittura in Omero, poi nell’età media, poi nel Calvinismo. Le Banche e le tariffe, il giornale e la giunta elettorale, il metodismo e l’unitarismo, sono cose piatte e sciocche per gli sciocchi, ma riposano sulle stesse basi di meraviglia della città di Troia, e del tempio di Delfo, e passan via con altrettanta rapidità. Il nostro movimento del legname, i nostri elettori e la loro politica, la nostra pesca, i nostri negri ed indiani, le nostre barche, le nostre ripulse, la collera dei bricconi, la pusillanimità degli uomini onesti, il commercio del Nord, le piantagioni del Sud, il disboscamento dell’Ovest, l’Oregon e il Texas, sono ancora cose da cantare. Eppure l’America è un poema ai nostri occhi; la sua ampia geografia colpisce l’immaginazione, e non attenderà a lungo la poesia. Se io non ho trovato nei miei concittadini quell’eccellente complesso di doti che cerco, nemmeno potrei aiutarmi a stabilire l’idea del poeta, leggendo di tanto in tanto nella collezione di Chalmers i cinque secoli di poesia inglese. Queste sono intelligenze più che poeti, sebbene ci siano stati anche dei poeti fra di essi. Ma quando noi aderiamo all’ideale del poeta, abbiamo le nostre difficoltà anche leggendo Milton ed Omero. Milton è troppo letterario e Omero troppo letterale e storico.
Ma io non sono saggio abbastanza per un criticismo nazionale, e debbo far uso più ampio della vecchia larghezza, per compiere il mio viaggio dalla Musa al poeta, in rapporto all’arte sua.
L’arte è il passo del creatore alla sua opera. I passi o i metodi sono ideali ed eterni, sebbene pochi uomini li vedano; l’artista stesso per anni o per tutta la vita, se non venga nelle necessarie condizioni, non li vede. Il pittore, lo scultore, il compositore, il rapsodo, l’oratore, tutti condividono un desiderio: quello di esprimersi simmetricamente ed ampiamente e non da meschino ed a frammenti. Essi si trovarono e si posero in certe condizioni speciali; così il pittore e lo scultore davanti a certe toccanti figure umane; l’oratore nell’assemblea del popolo; e gli altri davanti a scene che eccitarono il loro intelletto; e ciascuno perciò senti il nuovo desiderio. Il poeta ode una voce, egli vede un richiamo; poi apprende con meraviglia, quale orda di demoni lo circonda. Egli non può più riposare, egli dice con il vecchio pittore «Per Dio, esso è in me, e deve uscire da me». Perseguita una bellezza intravveduta, che vola davanti a lui: poeta spande versi in ogni solitudine. La maggior parte delle cose che egli dice, sono convenzionali, senza dubbio; ma dopo qualche tempo egli dice qualcosa di originale e di bello. Ciò lo affascina. Egli vorrebbe dire null’altro che quelle cose. Nel nostro modo di parlare, noi diciamo «Quello è vostro, questo è mio»; ma il poeta sa bene che ciò non è suo; che è così bello e straniero per lui, come lo è per voi; egli vorrebbe bene udire al fine simile eloquenza. Una volta che egli ha gustato questo icóre immortale, egli non se ne sazia, e siccome un ammirevole potere creativo esiste in queste intellezioni, è di infima importanza che queste cose vengano dette. Quanto poco di tutto quello che conosciamo è detto! Quante gocce di tutto il mare della nostra scienza sono tolte da esso! e per quale accidente avviene che queste siano esposte, quando tanti segreti dormono nella natura! Di qui sorge la necessità del discorso e del canto; di qui nascono le ansie ed i battiti del cuore nell’oratore alle porte dell’assemblea; di qui infine la necessità che il pensiero debba essere emesso come Logos o Parola.
Non dubitare, o poeta, ma persisti. Di’: «È in me, ed uscirà». Rimani là, deluso e muto, balbuziente e timido, fischiato e burlato; ma sta e lotta, finchè finalmente, il furore tragga da te quel sogno potente, che ogni notte mostra te a te stesso; potenza che trascende ogni limite e segretezza, e per virtù della quale un uomo è il conduttore dell’intiero fiume di elettricità. Nulla cammina o si trascina o cresce od esiste, che non debba a sua volte alzarsi, e camminare davanti a lui, come l’esponente delle sue significazioni. Quando egli raggiunge quel potere, il suo genio non è più esauribile. Tutte le creature, a coppie ed a tribù, si riversano nella sua mente come nell’arca di Noè, per uscirne di nuovo a popolare un nuovo mondo. Questo potere è come il deposito d’aria per il nostro respiro o per la combustione del nostro legno; non è una misura di galloni, ma è l’intiera atmosfera, se è necessario. E pertanto i ricchi poeti, come Omero, Chaucer, Shakespeare e Raffaello, non hanno limiti alle loro opere, eccetto quelli della loro vite naturale, ed esse paiono specchi portati per la strada, pronti a rendere l’immagine di ogni cosa create.
Oh poeta! una nuova nobiltà è conferita nei boschi e nei pascoli, e non più nei castelli o dalla lama della spada. Le condizioni sono dure, ma uguali. Tu abbandonerai il mondo e non conoscerai più a lungo i tempi, le abitudini, i favori, la politica, le opinioni degli uomini, ma tutto riceverai dalla musa. Poichè l’ora delle città è suonata dal mondo con campane funeree, ma nella natura le ore universali sono contate dal succedersi delle tribù animali e delle tribù vegetali e dal crescere della gioia nella gioia. Dio vuole pure che tu rinunci ad una vita molteplice, e che tu sia pago che altri parlino per te. Altri saranno i tuoi gentiluomini e rappresenteranno per te ogni cortesia e vita mondana; altri anche faranno le grandi ed altisonanti azioni: Tu giacerai nascosto con la natura; e non potrai andare al Capitolo od alla Borsa. Il mondo è pieno di rinunzie e di noviziati, e questo è il tuo; tu devi per lungo tempo passare per folle e villano.
Questo è il riparo, la guaina con cui Pan ha protetto il suo fiore ben ornato, e così tu sarai conosciuto solo ai tuoi, ed essi ti consoleranno con il più tenero amore. E tu non potrai ripetere i nomi dei tuoi amici nei tuoi versi, per una vecchia vergogna davanti al santo ideale. E questa è la ricompensa: che l’ideale sarà leale a te, e le impressioni del mondo attuale cadranno come pioggia d’estate, copiosa ma non dannosa alla tua essenza invulnerabile. Tu avrai tutta la terra per tuo parco e possedimento, il mare per il tuo bagno e la tua navigazione, senza tasse e senza invidia; i boschi e i fiumi saranno tuoi, e tu possederai tutto ciò che gli altri hanno solo in affitto od in prestito. Tu vero signore e padrone! Signore della terra; signore del mare; signore dell’aria! Ovunque cade la neve o sgorga l’acqua o volano gli uccelli; ovunque il giorno e la notte s’incontrano nella penombra; ovunque i cieli azzurri sono cosparsi di nuvole o trapunti di stelle; ovunque vi sono delle forme con dei trasparenti legami; ovunque vi sono sbocchi nello spazio celeste; ovunque vi è pericolo e rispetto ed amore, vi è Bellezza abbondante come la pioggia, sparsa per te; e anche se tu percorressi tutto il mondo, non potresti trovare una condizione per te inopportuna o vergognosa.