SECONDO SAGGIO LA FIDUCIA IN SE STESSO
Io lessi l’altro giorno alcuni versi scritti da un eminente pittore, che erano originali e non convenzionali. L’anima, qualunque sia il soggetto, sente sempre in essi un ammonimento ed il sentimento che essi instillano ha maggior valore di qualunque pensiero essi possano contenere. Credere nel vostro proprio pensiero, credere che ciò che è vero per voi, nella nostra segreta anima, è vero per tutti gli uomini, questo è il genio. Dite la vostra convinzione latente ed essa sarà il senso universale; poichè quanto è interiore diviene a tempo debito esteriore, e il nostro primo pensiero ci è ritornato dalle trombe del giudizio universale. Il più alto merito che noi ascriviamo a Mosè, a Platone, a Milton è d’esser famigliari a ciascun uomo come la voce della mente, poichè essi annullano libri e tradizioni e dicono, non ciò che gli uomini, ma ciò che essi stessi pensarono. Un uomo dovrebbe imparare a scoprire e ad osservare quel raggio di luce che irrompe dall’interno, a traverso la sua mente, più che ad osservare la luminosità del firmamento, dei bardi e dei saggi; invece egli abbandona, senza riguardo, il suo pensiero, solo perchè è suo. Noi ritroviamo, in ogni opera di genio, dei pensieri, che noi abbiamo rifiutati ed essi ritornano a noi con un certo senso di maestà scacciata. Le grandi opere d’arte non hanno per noi maggior insegnamento di questo: esse ci insegnano ad aderire alle nostre impressioni spontanee, con serena inflessibilità, specialmente quando l’intiero coro delle voci è dalla parte opposta. Altrimenti domani uno straniero ci dirà, con un buon senso magistrale, precisamente ciò che noi abbiamo pensato e sentito da lungo tempo, e noi saremo obbligati a riprendere, con vergogna, la nostra propria opinione da un altro.
V’è un’epoca nell’educazione di ciascun uomo, nella quale egli giunge alla convinzione che l’invidia è ignoranza; che l’imitazione è suicidio; che egli deve prender se stesso per il meglio e per il peggio, come sua propria parte; che sebbene l’ampio universo è pieno di bene, nessun chicco di frumento può giungere a lui, se non attraverso il suo lavoro, duramente compiuto su quel pezzo di terreno, che gli è stato dato a coltivare. Il potere che risiede in lui è nuovo in natura, e nessuno, all’infuori di lui, sa ciò che egli può fare, nè egli stesso lo sa finchè non ha tentato. Non per nulla un viso, un carattere, un fatto, fa su lui molta impressione ed un altro nessuna: e questa impressione nella memoria non è senza armonia prestabilita. L’occhio fu posto dove un raggio deve cadere, come testimonianza di quel particolare raggio. Coraggiosamente lasciategli dire l’ultima parola della sua confessione; poichè noi ci esprimiamo solamente a metà, e siamo vergognosi di quella idea divina, che ognuno di noi rappresenta. Si può avere in essa assoluta fiducia e stimarla atta a buoni risultati e crederla lealmente concessa, ma Dio non permetterà che la sua opera sia fatta manifesta ai codardi. È necessario un uomo divino per esporre alcunchè di divino; un uomo è sereno e lieto quando ha posta la sua anima nella sua opera ed ha fatto del suo meglio; ma ciò che egli ha detto o fatto altrimenti, non gli darà pace; l’aver compiuta l’opera non lo ristora affatto e nel tentativo il suo genio l’abbandona; nessuna Musa, nessun accorgimento, nessuna speranza lo soccorrono. Abbiate fiducia in voi stessi, accettate il posto che la divina Provvidenza vi ha assegnato: vale a dire la società dei vostri contemporanei, la connessione degli eventi. I grandi uomini hanno sempre fatto così e si sono confidati come bambini al genio della loro età, palesando l’intuizione dell’Eterno moventesi nel loro cuore, operante per mezzo delle loro mani, predominante in tutto l’essere loro. E noi siamo ora uomini e dobbiamo accettare con la più alta volontà lo stesso trascendente destino, nè dobbiamo rimanere rannicchiati in un angolo, nè essere dei codardi fuggenti dinnanzi ad una rivoluzione; ma dobbiamo essere dei redentori e dei benefattori; e pii aspiranti ad essere della nobile creta, plastica sotto gli sforzi dell’Onnipotente, avanziamoci sempre più di fronte al Caos e l’Ignoto. La natura ci dà, a questo proposito, con i visi e la condotta dei fanciulli, dei bimbi e perfino degli animali, dei meravigliosi ammonimenti. Essi non hanno nè una mente scomposta e ribelle, nè un sentimento di diffidenza, perchè essi non conoscono la nostra aritmetica, che ha computato la forza, ed i mezzi contrari al nostro proposito. La loro mente è intatta, il loro occhio è ancora indomito; e quando noi guardiamo i loro visi, rimaniamo turbati. L’infanzia si uniforma a nessuno; tutti si uniformano ad essa; cosicchè comunemente un bimbo tiene fronte a quattro o cinque adulti, che scherzano e giocano con lui. In ugual modo Dio ha munito la gioventù e la pubertà e la virilità d’una sua propria arguzia, d’un suo proprio fascino e l’ha fatta individuale e graziosa, e i diritti di ciascuna non saranno posti da banda, se ciascuna starà da sè. Non pensate che la gioventù non abbia forza alcuna, perchè non può parlare a voi e a me. Zitti! chi parla nell’altra camera in modo così chiaro e così baldanzoso? Santo Cielo! È lui, è quel miracolo di modestia e di calma, che per settimane intiere non ha fatto altro che mangiare quando voi eravate vicino e che ora mette fuori queste parole, come rintocchi di campane! Sembra che egli sappia come parlare ai suoi contemporanei; timido od audace, dunque, egli saprà come rendere noi, più vecchi, completamente inutili. La noncuranza dei ragazzi, che sono sicuri d’un pranzo, e che sdegnerebbero, come un lord, di fare o di dire qualsiasi cosa per conciliarsi con qualsivoglia, è l’affermazione dell’attitudine vigorosa della natura umana. Come è padrone della società un ragazzo! Indipendente, irresponsabile, guardando dal suo cantuccio egli giudica a seconda dei meriti tutta la gente ed i fatti che passano, con quel modo rapido e sommario proprio dei ragazzi, come: buono, cattivo, interessante, stupido, eloquente, noioso. Egli non si preoccupa mai delle conseguenze e dei vantaggi: egli dà un verdetto indipendente e genuino. Voi dovete corteggiare lui, egli non corteggia voi: l’uomo è incatenato dalla sua consapevolezza. Così tosto come egli ha parlato o fatto qualchecosa con successo, egli è persona condannata, guardata dalla simpatia o dall’odio di cento, i cui affetti ora devono entrare nel suo capo d’accusa! Non vi è Lete per questo. Ah! se egli potesse di nuovo ritornare alla sua indipendenza neutrale, simile a quella d’un Dio! Chi, avendo perduta ogni quiete ed avendo osservato, può osservare ancora dall’alto della stessa innocenza semplice, incorrotta e impassibile, dev’essere formidabile e deve sempre attirare l’attenzione del poeta e dell’uomo; e certo la potenza di tale giovinezza immortale sarebbe sentita. Essa manifesterebbe opinioni su tutti gli affari che passano, opinioni che non apparendo personali, ma necessarie, si conficcherebbero come freccie nell’orecchio degli uomini e genererebbero in essi il terrore.
Queste sono le voci che noi udiamo nella solitudine, ma che diventano deboli ed inintelligibili, quando noi entriamo nel mondo. La società, ovunque, è in cospirazione contro la virilità di ciascuno dei suoi membri; essa è una società in accomandita, nella quale i soci, per meglio assicurare il pane ad ogni azionista, son d’accordo nel vendere la libertà e la coltura del mangiatore. La virtù più ricercata è la conformità: la fiducia in se stesso è il suo contrario. Quella non ama le realtà e i creatori, ma i nomi e le consuetudini.
Chiunque vuol essere un uomo, dev’essere un non-conformista. Colui che vuol raccogliere le palme immortali non dev’essere imbarazzato dal nome del bene, ma deve ricercare se v’è realmente il bene. Nulla infine è sacro, all’infuori dell’integrità della nostra propria mente. Assolvetevi da voi stessi, e voi avrete il suffragio del mondo. Io mi ricordo d’una risposta, che, quand’ero molto giovane, diedi ad un ammonitore, che aveva l’abitudine d’importunarmi con le vecchie e care dottrine della chiesa. Io dissi: «Che cosa ho io a vedere con la santità delle tradizioni, se io traggo interamente la mia vita dal mio interno?» Il mio amico ribattè: «Ma questi impulsi possono venire dal basso e non dall’alto»: io risposi: «essi non mi sembrano esser tali, ma se io sono figlio del diavolo, io trarrò la mia vita dal diavolo». Nessuna legge può esser sacra per me, eccetto quella della mia natura. Il bene ed il male sono soltanto dei nomi, molto facilmente trasferibili da questo a quello; soltanto è retto ciò che si adatta alla mia costituzione, soltanto è ingiusto ciò che è contrario. Un uomo deve comportarsi di fronte ad ogni opposizione, come se ciascuna di esse fosse effimera. Io sono mortificato nel pensare come noi facilmente capitoliamo davanti a segni e a nomi, davanti a grandi società ed a molte istituzioni. Ogni individuo decente e un po’ noto mi interessa e mi preoccupa più del lecito. Io vorrei procedere diritto e gagliardo e dire rudemente la verità in tutti i modi. Se la malizia e la vanità indossano la divisa della filantropia dovrò io tacere? Se un bigotto collerico prende le difese della generosa causa dell’Abolizione e viene da me con le ultime notizie delle isole Barbadoas, perchè non dovrei io dirgli: «va, ama il tuo bambino, il tuo spaccalegna: abbi una natura buona e modesta. Abbi grazia e non mascherare mai la tua ambizione indurita e incaritatevole, sotto questa incredibile tenerezza per dei negri distanti migliaia di miglia. Il tuo amore lontano è rancore in casa?» Tale contegno sarebbe ruvido e sgarbato, ma la verità è più bella che la simulazione dell’Amore. La vostra bontà deve avere un filo tagliente altrimenti è nulla.
La dottrina dell’odio dev’essere predicata, come opposizione alla dottrina dell’Amore, quando questa vagisce e piagnucola.
Io evito mio padre e mia madre, mia moglie e mio fratello, quando il mio genio mi chiama. Io vorrei scrivere sul limitare della mia porta: «capriccio». Io spero che sia qualchecosa di più infine, ma noi non possiamo spendere la giornata in spiegazioni. Non attendete ch’io vi dica perchè io cerco o fuggo la compagnia; nè parlatemi, come un buon uomo fece oggi, del mio obbligo di mettere tutti i poveri in buone condizioni. Sono essi i miei poveri? Io ti dico, o stupido filantropo, che io lesino il dollaro, il centesimo e il millesimo, che io dò a coloro che non mi appartengono ed ai quali io non appartengo. Vi è una classe di persone dalla quale io sono comperato e venduto per certe affinità spirituali, e per cui io andrei in prigione, se fosse necessario; ma le vostre carità popolari, la costruzione di ricoveri per il vano scopo per il quale sono costrutti; le elemosine agli stupidi e le 10.000 società di soccorsi...! Io confesso con vergogna che talvolta mi arrendo, e dò il dollaro, ma è un dollaro malvagio, che dopo qualche tempo avrò il coraggio di ritirare.
Le virtù sono, secondo il giudizio popolare, piuttosto l’eccezione che la regola. V’è l’uomo e le sue virtù. Gli uomini fanno, ciò che è chiamata una buona azione nello stesso modo con cui pagherebbero una multa, in espiazione di un’assenza al giornaliero ufficio. Essi compiono le loro opere come scusa e attenuante del loro vivere nel mondo, allo stesso modo che gli invalidi ed i pazzi pagano un’alta pensione: le loro virtù sono delle penitenze. Io invece non desidero di espiare, ma di vivere: la mia vita non è una scusa, ma una vita; essa è per se stessa e non per uno spettacolo. Io preferisco maggiormente che essa sia d’un livello più basso, ma genuina ed uguale, piuttosto che brillante e mal ferma: io desidero ch’essa sia sana e dolce e che non abbisogni di dieta e di dissanguamento: la mia vita dovrebbe essere unica, dovrebbe essere un’elemosina, una battaglia, una conquista, una medicina. Io domando innanzi tutto l’attestazione che voi siete un uomo e vi ricuso di trasferire questa attestazione, dall’uomo alle sue azioni. Io non faccio alcuna differenza tra il compiere o no quelle azioni che sono considerate eccellenti. Io non acconsento di pagare come privilegio, ciò che ho come intrinseco diritto. Io attualmente sono e, per quanto piccole e scarse siano le mie doti, non abbisogno per la mia sicurezza o per quella dei miei simili, di qualsiasi secondaria testimonianza.
Ciò che io devo fare è tutto ciò che mi concerne, e non ciò che la gente pensa. Questa regola, ugualmente ardua nella vita dell’azione e dell’intelletto, può servire per la completa distinzione tra la grandezza e la pochezza. Essa è più molesta, perchè voi sempre troverete coloro, che credono di sapere qual’è il vostro dovere, meglio di quanto non lo sappiate voi stessi. È facile nel mondo vivere secondo l’opinione del mondo; è facile in solitudine vivere secondo la nostra propria opinione; ma il grande uomo è colui che nel mezzo della folla mantiene con perfetta serenità l’indipendenza della solitudine.
La ragione per non conformarsi ad usi ormai morti per voi, è che ciò disperde la vostra forza, spreca il vostro tempo e intorpidisce l’impronta del vostro carattere. Se voi sostenete una chiesa morta, se contribuite ad una consunta società biblica, se votate con un gran partito per il governo o contro di esso, ecc. io difficilmente distinguerò, sotto questi vari aspetti, quale vero tipo d’uomo voi siate, e naturalmente altrettanta forza sarà tolta dalla vostra propria vita. Fate invece quanto vi spetta ed io vi conoscerò. Eseguite le vostre opere, e voi vi rinforzerete. Un uomo deve considerare qual giuoco o quale mosca-cieca sia questo della conformità.
Se io conosco la vostra sétta, io prevengo i vostri argomenti. Io sento annunziare da un predicatore, come argomento d’una sua lettura, l’utilità di una delle istituzioni della sua chiesa. Ora non so io anticipatamente che egli non può possibilmente dire una parola nuova e spontanea? Non so io che con tutta questa ostentazione di esaminare i fondamenti dell’istituzione, egli non farà tale cosa? Non so io che egli è impegnato con se stesso ad osservar la cosa da un solo lato, il lato permesso, e non come uomo, ma come ministro di una parrocchia? Egli è semplicemente un patrocinatore pagato e questi modi da tribunale sono la più vuota affettazione. Ora la più parte degli uomini hanno bendati i loro occhi con un fazzoletto od altro, e si sono stretti a qualcuna di queste comunità di opinioni. Questa conformità li fa falsi e non solo in poche particolari cose, ma falsi in tutti i particolari. Ogni loro verità non è completamente loro. Il loro «due» non è il «due» reale, il loro «quattro» non è il «quattro» reale: cosicchè ogni parola ch’essi dicono ci dà pena e noi non sappiamo dove cominciare per metter loro dalla parte della ragione.
Intanto la natura non è lenta nel vestirci con la carceraria uniforme del partito, cui noi apparteniamo. Noi veniamo ad avere un solo taglio di viso e di figura ed acquistiamo gradatamente la più gentile espressione asinina. Vi è un’esperienza mortificante in specie, che non manca di tuffar se stessa anche nella storia generale; io intendo dire «la faccia goffa della lode», il forzato sorriso che noi usiamo in società, dove non ci troviamo a nostro agio, in risposta ad una conversazione che non ci interessa. I muscoli non mossi spontaneamente, ma da una bassa caparbietà invadente, s’irrigidiscono verso la linea esterna del viso e producono la più sgradevole sensazione, — sensazione di biasimo e di congedo, che nessun giovine coraggioso soffrirà due volte.
Per la non conformità il mondo vi flagella con la sua collera. E pertanto un uomo deve sapere come valutare una faccia scontrosa. Gli astanti lo guardano di sbieco nella via o nel salotto dell’amico. Se questa avversione avesse la sua origine in un dissenzio, e in una resistenza uguali alla sua, egli potrebbe ben ritornare a casa con un viso triste; ma i visi scontrosi della moltitudine, come i visi dolci, non hanno una motivazione profonda, — celano nessun Dio, ma vanno e vengono a seconda del vento, o d’un giornale. Pure lo scontento della moltitudine è più formidabile di quello del Senato e del Collegio. È facile abbastanza, per un uomo saldo ed esperto, sfidare la collera delle classi elevate: essa è decorosa e prudente; poichè quelle sono timide in causa della loro grande vulnerabilità; ma, quando alla loro collera femminea s’aggiunge l’indignazione del popolo; quando gli ignoranti ed i poveri si sono destati; quando la forza bruta, cieca, che giace al fondo della società, mugola, è necessario l’uso della magnanimità e della religione per trattarla dall’alto, come un incidente senza importanza.
L’altro terrore che ci tien lontani dalla fiducia in noi stessi è la nostra propria coerenza, vale a dire una riverenza per le nostre azioni o parole passate, che servono agli altri per calcolare la nostra orbita, e che noi siamo renitenti a deludere.
Ma perchè vorreste voi tenere il vostro capo sulle vostre spalle? perchè portare in giro questo mostruoso corpo morto della vostra memoria, per timore di contraddire qualchecosa che voi avete affermato in questo o in quel luogo pubblico? Supponete di contraddirvi: che cosa allora? Sembra essere una regola di saggezza quella di mai confidare sulla vostra sola memoria o su fatti di pura memoria, ma il portare il passato per il giudizio del presente dai mille occhi, e vivere sempre in un giorno nuovo. Confidate nella vostra emozione. Voi avete negato, nella vostra metafisica, una personalità alla divinità; pure quando un senso devoto dell’anima v’assale, arrendetevi ad esso, corpo ed anima, anche se deve rivestire Dio in forma e colore. Lasciate la vostra teoria, come Giuseppe il suo mantello nelle mani della prostituta, e fuggite.
Una stolta coerenza è il fantasma delle piccole menti, adorato dai piccoli uomini di stato, dai filosofi e dai sacerdoti. Una grande anima ha semplicemente nulla da fare con essa, altrimenti potrebbe affannarsi della sua propria ombra sul muro. Chiudete le vostre labbra, cucitele con dello spago; oppure se voi volete essere un uomo, dite ciò che pensate oggi, in parole così aspre come palle di cannone e dite, ciò che domani penserete, in parole altisonanti di nuovo, sebbene esse contraddicano tutto quanto avete detto oggi. «Ah! allora — esclameranno le signore di età — voi sarete sicuro di essere malinteso!» — Malinteso?! — Ecco una parola del perfetto demente. È così terribile dunque essere malinteso? Pitagora, fu malinteso, e Socrate, e Gesù, e Lutero, Copernico e Galileo, Newton e ogni spirito puro e saggio che sia mai esistito. Esser grande vuol dire esser malinteso.
Io suppongo che nessun uomo può violare la sua natura. Tutte le punte della sua volontà sono ammorbidite dalle leggi del suo essere, come la disuguaglianza delle Ande e dell’Hymalaya sono insignificanti nella curva della sfera terrestre. Nè ha importanza alcuna, come voi misuriate e proviate questa natura. Un carattere è come un acrostico o una stanza di versi alessandrini; — leggetelo dal basso, dall’alto o di traverso, esso dice la stessa cosa. In questa vita piacevole e malinconica dei boschi, che Dio mi concede, lasciatemi ricordar giorno per giorno il mio onesto pensiero, senza prospettiva o retrospettiva, e senza dubbio esso apparirà simmetrico, sebbene io non l’intenda e non lo veda. Il mio libro odorerà di fiorì e ronzerà d’insetti. La rondine sopra la mia finestra intesserà, nella trama del mio stile, quel filo o quella pagliuzza, che porta nel suo becco. Noi passiamo attraverso ciò che siamo: Il carattere ammaestra al di là delle nostre volontà. Gli uomini immaginano di manifestare le loro virtù ed i loro vizi, soltanto con azioni palesi; e non s’avvedono che le une e gli altri emettono un alito ad ogni momento.
Non temiate mai di non essere coerenti in una varietà qualsiasi di azioni: perchè le azioni siano armoniche, per quanto dissimili possano sembrare, basta che ognuna di esse sia naturale e onesta nel suo momento. Queste varietà svaniscono quando sono vedute anche ad una piccola distanza, o ad una piccola altezza di pensiero; una sola tendenza le unisce tutte. Il viaggio del miglior bastimento è una linea a zigzag, composta di centinaia di rotte; ma questo non è che un criticismo microscopico: guardate invece la linea in distanza sufficiente e vedrete la sua tendenza a diventare una linea retta. La vostra azione genuina esplicherà se stessa e spiegherà le altre vostre azioni genuine. La vostra conformità non ispiega nulla; agite separatamente e ciò che voi avete di già fatto separatamente, vi giustificherà ora. La grandezza s’appella sempre al futuro. Se io posso essere grande abbastanza per agire rettamente e per disprezzare gli sguardi altrui, io devo aver operato prima, tanto rettamente da potermi difendere oggi. Avvenga quel che vuole, conducetevi rettamente ora. Sprezzate sempre le apparenze, e sempre voi lo potrete. La forza del carattere è cumulativa; tutti i virtuosi giorni passati contribuiscono, con il loro vigore, a questo giorno. Che cosa è che forma la maestà degli eroi, del senato e dei campi di battaglia, che così riempie la nostra immaginazione? La consapevolezza di un séguito di grandi giorni e di grandi vittorie. Questi rimangono e versano la loro luce compatta sull’attore che si avanza. Egli è seguito come da una scorta d’angeli, visibili all’occhio di ciascun uomo. Ecco ciò che forma il tuono della volontà di Chatham, la dignità nel portamento di Washington e l’America nell’occhio di Adams. L’onore è venerabile per noi, perchè non è una cosa effimera, ma sempre un’antica virtù. Noi lo adoriamo oggi, perchè esso non è dell’oggi. Noi lo amiamo e veneriamo perchè esso non è un agguato per il nostro amore e il nostro omaggio, ma è indipendente, autogeno, e pertanto di antico ed immacolato lignaggio, anche se si palesa in una giovine persona.
Io spero che noi avremo udito in questi giorni, per l’ultima volta, parlar di conformità e di coerenza. Lasciamo queste parole per l’avvenire in preda ai giornali e al ridicolo. Invece del gong per il pranzo, udiamo uno zufolo dal flauto spartano. Non inchiniamoci più e non facciamo scuse, mai più. Un grande uomo viene a pranzo, a casa mia: io non desidero di piacergli: io desidero ch’egli desideri di piacermi. Io rimarrò, per benignità; e benchè io voglia far cosa gentile, io vorrei sopratutto far cosa vera. Affrontiamo e reprimiamo la morbida mediocrità, e lo squallido accontentarsi dei tempi, e gettiamo in viso al costume, alle occupazioni e al potere, ciò che è il risultato di tutta la storia: che v’è un grande pensatore ed un attore responsabile, che si muove ovunque s’agita un uomo; che un vero uomo appartiene a nessun tempo o luogo, ma è il centro delle cose. Dove egli è, è la natura. Egli misura voi e tutti gli uomini, e tutti gli eventi. Voi siete obbligato ad accettare la sua bandiera. Comunemente, nella società ogni persona ci ricorda qualche cosa altro o qualcun altro. Il carattere, invece, vi ricorda null’altro: Esso prende il posto dell’intiera creazione. L’uomo dev’essere tanto grande, da rendere tutte le circostanze indifferenti, — mettere tutti i mezzi nell’ombra. Questo sono e ciò fanno i grandi uomini. Ogni vero uomo è una causa, un paese, ed un’età; egli richiede infiniti spazi ed innumerevoli anni, per attuare pienamente il suo pensiero — e la posterità pare che ne segua i passi come una processione. Un uomo, Cesare, nasce, e per molti secoli dopo, noi abbiamo un impero romano. Cristo nasce e milioni di menti, in tal modo, crescono e si legano al suo genio, ch’egli è confuso con la virtù e la possibilità d’esser uomo. Un’istituzione non è che l’ombra allungata d’un solo uomo; così è della riforma di Lutero; del Quakerismo di Fox; del metodismo di Wesley; dell’abolizione di Clarkson. Milton chiamò Scipione il «culmine di Roma» e tutta la storia si risolve molto facilmente nella biografia di poche persone impetuose e forti.
L’uomo conosca adunque il suo valore e tenga le cose sotto i piedi. Non spii e non rubi nel mondo che esiste per lui, non rasenti il muro come un trovatello, un bastardo od un intruso. Ma l’uomo non trovando lungo la strada alcun valore in se stesso, che corrisponda alla forza che costrusse una torre o che scolpì un Dio di marmo, si sente meschino nel contemplarli. Per lui un palazzo, una statua o un libro costoso hanno un aspetto straniero e minaccioso, molto simile a quello d’una sfarzosa vettura, e sembrano dirgli: «Chi siete voi, signore?» Eppure essi sono suoi, sono richiami alla sua attenzione, sono appelli alle sue facoltà, affinchè esse vengano fuori e ne prendano possesso. Il quadro attende un mio verdetto; esso però non mi comanda, ma io stabilisco i suoi diritti alla lode. La favola popolare di quel babbeo, che raccolto ubbriaco fradicio nella strada, e messo nel letto del duca, fu trattato al suo svegliarsi con la più ossequiosa reverenza, e fu fatto persuaso d’esser stato pazzo, deve la sua popolarità al fatto che esso bene simbolizza lo stato dell’uomo, che in questo mondo è una specie d’imbecille, il quale di tanto in tanto si scuote, esercita la sua ragione, e si sente vero principe.
Il nostro modo di leggere è da mendicante e da adulatore. Nella storia, la nostra imaginazione si ride di noi e ci rappresenta il falso. Regno e principato, potere e stato, sono dei nomi più grandiosi che i privati nomi di Giovanni ed Edoardo, in una piccola casa, in un comune giorno di lavoro: mentre le cose della vita sono uguali per entrambi e la somma totale di entrambi è la stessa. Perchè tutta questa deferenza verso Alfredo e Scanderberg e Gustavo? Supponiamo che essi siano stati virtuosi: hanno forse essi esaurita la virtù? Quando i semplici uomini agiranno con dei grandi ideali, la fama si trasferirà dalle azioni dei re a quelle dei privati.
Il mondo è stato invero istrutto dai suoi re, che hanno così magnetizzato gli occhi delle nazioni. Da questo simbolo colossale fu appresa la mutua riverenza dovuta da uomo a uomo. La lieta costanza, colla quale gli uomini hanno ovunque permesso al re, al nobile o al grande proprietario, di stabilire una propria legge; di stabilire una propria gerarchia di uomini e di cose, annullando la loro; di compensare i benefizi non con denaro ma con onori; di rappresentarne la legge nella propria persona, — fu il geroglifico, per mezzo del quale essi oscuramente significarono la coscienza del proprio diritto, e della propria grandezza, che sono i diritti di ogni uomo.
Il magnetismo, che ogni azione originale esercita, si spiega quando noi cerchiamo la ragione dell’auto-fiducia. Chi è il mallevadore? Qual è l’io aborigeno, sul quale una fiducia universale può essere fondata? Quale è la natura ed il potere di quella stella eludente la scienza, senza paralasse, senza elementi di calcolo, che illumina d’un raggio di bellezza le stesse azioni triviali ed impure, quando il più piccolo segno d’indipendenza appare? Questa ricerca ci conduce a quella sorgente che è allo stesso tempo l’essenza del genio, l’essenza della virtù, e l’essenza della vita, e che noi denominiamo Spontaneità o Istinto. Noi indichiamo questa sapienza primitiva col nome di intuizione, mentre ogni ulteriore conoscenza è insegnamento. Tutte le cose trovano la loro comune origine in quella forza profonda, in quell’ultimo fatto, al di là del quale l’analisi non può andare. Poichè, il senso dell’essere, che nelle ore calme s’innalza, non sappiamo come, nell’anima, non differisce dalle cose, dallo spazio, dalla luce, dal tempo, dall’uomo; anzi è una sola cosa con essi e procede chiaramente dalla stessa sorgente, donde deriva la loro vita ed il loro essere. Noi dapprima facciamo parte della stessa vita, per la quale le cose esistono, e dopo osservando queste come semplici aspetti della natura ci dimentichiamo d’aver partecipato della medesima causa.
Ecco la fonte dell’azione e del pensiero: ecco il soffio di quella ispirazione che dà all’uomo la sapienza, di quella ispirazione che non può essere negata senza empietà ed ateismo. Noi stiamo nel grembo di un’infinita intelligenza, che fa di noi gli organi della sua attività ed i custodi della sua verità. Quando discerniamo la giustizia, quando discerniamo la verità, noi nulla facciamo non da noi stessi, ma apriamo un passaggio ai suoi raggi. Se noi domandiamo donde questo procede, se noi cerchiamo d’indagare nell’anima quelle cause, tutta la metafisica e tutta la filosofia cade in errore. Tutto ciò che noi possiamo affermare è la sua presenza o la sua assenza. Ogni uomo distingue esattamente gli atti volontari della sua mente dalle sue percezioni involontarie, e sa che un profondo rispetto è ad esse dovuto. Egli può errare nell’espressione di esse, ma egli sa che non possono essere discusse, che sono così, come il giorno e la notte. Le mie azioni volontarie e le mie cognizioni acquisite sono cose vaghe; invece il più triviale sogno, la più debole emozione, sono familiari e divini. Gli uomini spensierati contraddicono facilmente le percezioni come le opinioni, anzi molto più facilmente, in quanto che essi non distinguono fra percezione e nozione. Essi immaginano ch’io scelga, per vederla, questa o quella cosa. Ma la percezione non è capricciosa, ma fatale. Se io vedo un lineamento, il mio bambino lo vedrà dopo di me e col tempo lo vedrà anche tutto il genere umano, sebbene possa avvenire che nessuno l’abbia visto prima di me; poichè la mia percezione di esso, è un fatto così esistente come il sole.
Le relazioni dell’anima con lo spirito divino sono così pure che è cosa profana il cercare di interporvi aiuti. Se Dio parlasse non ci comunicherebbe una sola cosa, ma tutte le cose; riempirebbe il mondo con la sua voce; farebbe scaturire la luce, la natura, il tempo, l’anima, dal centro del pensiero presente e ricreerebbe e rinnoverebbe il tutto. Ogni qualvolta una mente semplice riceve una sapienza divina, le vecchie cose fuggono; i metodi, i docenti, i testi, i templi cadono; essa vive nell’oggi ed assorbe il passato ed il futuro nell’ora presente. Tutte le cose sono fatte sacre per la loro relazione con essa, — le une tanto come le altre. Tutte le cose sono disciolte al loro centro dalla loro causa e nell’universale miracolo i miracoli particolari scompaiono. Questo così è, e dev’essere. Pertanto se un uomo pretende di conoscere e di parlar di Dio, e vi riconduce alla fraseologia di qualche vecchia nazione, sepolta in un’altra contrada, in un altro mondo, non credetelo. È la ghianda migliore della quercia in tutta la sua pienezza e in tutto il suo sviluppo? È il genitore migliore del figlio, nel quale egli ha trasmesso la maturità del suo essere? Donde allora questa adorazione del passato? I secoli sono dei cospiratori contro la salute e la maestà dell’anima. Il tempo e lo spazio non sono che dei colori fisiologici per l’occhio; ma l’anima è luce; dov’essa è, v’è il giorno; dove essa era, c’è la notte; e la storia è un’impertinenza e un’ingiuria, se la si considera qualcosa più d’un piacevole apologo o d’una parabola del mio essere e del mio destino.
L’uomo è timido e implorante; egli non è più integro; egli non osa dire: «io penso» «io sono», ma cita qualche santo o qualche saggio. Egli è confuso di fronte al filo d’erba o alla rosa fiorente. Queste rose sotto la mia finestra non si richiamano ad altre rose passate o migliori: esse sono per ciò che esse sono; esse esistono con Dio, oggi; non v’è il tempo per esse; essa è semplicemente la rosa ed è perfetta in ogni momento della sua esistenza. Prima che un petalo del bocciolo si sia aperto, la sua intiera vita è in atto; nella corolla completamente sbocciata non v’è maggior vita che nella radice senza foglie. La sua natura è soddisfatta ed essa soddisfa alla natura in ugual modo in tutti gli istanti. Ma l’uomo differisce o ricorda, egli non vive del presente, ma con gli occhi rivolti al passato compiange il passato, od incurante delle ricchezze che lo attorniano, si alza sulla punta dei piedi per prevedere il futuro. Egli non può essere felice e forte finchè egli pure non viva con la natura, nel presente al di sopra del tempo.
Questo dovrebbe essere chiaro abbastanza. Pure vedete quanti intelletti forti non osano ancora ascoltare Dio stesso, a meno che Egli non parli con la fraseologia di non so quale Davide, Geremia o Paolo. Noi non concederemo sempre così grande valore a pochi testi o a poche vite. Noi siamo come bambini, che ripetono a memoria le sentenze delle nonne e dei tutori; bambini, i quali cresciuti, ricordano faticosamente le parole dette dagli uomini di talento e di carattere, ch’essi ebbero la fortuna d’incontrare; finchè giunti al punto ove stavano coloro che pronunciarono quelle parole, essi le comprendono e volentieri le dimenticano, perchè in qualunque momento essi possono, quando l’occasione si presenti, usare parole altrettanto buone. Se noi viviamo sinceramente, noi vedremo sinceramente. È cosa facile per l’uomo forte essere forte, come lo è per il debole, essere debole. Quando noi abbiamo una nuova percezione noi saremo felici di scaricare la nostra memoria dei suoi accumulati tesori, come vecchia robaccia. Quando un uomo vive con Dio, la sua voce sarà così dolce come il mormorio del ruscello ed il sussurrio del frumento.
Ed ora finalmente rimane a dirvi su questo soggetto, la più alta verità; probabilmente essa non può esser detta, perchè tutto ciò che noi diciamo è il ricordo lontano dell’intuizione. Il pensiero col quale io posso più avvicinarmi per esprimerla è questo: quando il bene è vicino a voi, quando voi sentite la vita in voi stessi, ciò non avviene per un qualche modo conosciuto o prestabilito; voi non discernerete le traccie di un altro modo qualsiasi; voi non vedrete il viso dell’uomo; voi non udirete nessun nome; il modo, il pensiero, il bene saranno totalmente strani e nuovi. Esso escluderà ogni altro essere; voi percorrerete la via dall’uomo, non all’uomo. Tutte le persone che sono mai esistite, sono suoi ministri fuggitivi. Il timore e la speranza sono egualmente al di sotto di esso. Esso nulla domanda e vi è qualchecosa di basso nella speranza stessa. Noi siamo in visione e nulla v’è che noi possiamo chiamare gratitudine o propriamente gioia. L’anima innalzata al di sopra della passione contempla l’identità e la causa eterna, percepisce l’esistenza della verità e della giustizia e si tranquillizza, osservando che tutte le cose procedano a dovere. Gli immensi spazi della natura, l’Oceano Atlantico, il mare del Sud, i lunghi intervalli di tempo, gli anni, i secoli, sono senza importanza. Questo che io penso e sento, sostiene il primordiale stato di vita con le sue circostanze, come esso regge il mio presente, e reggerà sempre ogni circostanza e ciò che è chiamato vita e ciò che è chiamato morte. Solo il vivere vale qualche cosa, non l’aver vissuto. Il potere cessa nell’istante del riposo; esso sta nel momento di transazione da uno stato passato ad uno presente, nel momento del lancio — nel vortice, nel correre verso uno scopo. L’unico fatto che il mondo detesta, è che l’anima diventi; perchè ciò per sempre degrada il passato, volge tutte le ricchezze in povertà, ogni riputazione in vergogna, confonde il santo con il birbante, allontana parimenti Gesù e Giuda. Perchè noi allora parliamo di fiducia in se stesso? Fintantochè l’anima è presente non vi sarà potere confidente, ma agente. Parlare di fiducia è un miserevole tema di discorso. Parliamo piuttosto di colui che confida, perchè opera ed esiste. Colui che ha maggior animo di me mi guida, pur s’egli non alzasse un dito. Muovetelo ed io devo errare intorno a lui per la gravitazione degli spiriti; a mia volta io dominerò con la stessa facilità chi ha minor animo di me. Quando noi parliamo di virtù eminenti, noi le immaginiamo figure rettoriche. Noi non ci avvediamo ancora che la virtù è elevazione e che un uomo od un gruppo di uomini sensibili e sottomessi a questi principi debbono conquistare e reggere, per legge di natura, tutte le città, le nazioni, i re, gli uomini ricchi ed i poeti, che non lo sono. Questo è il fatto ultimo, al quale noi presto giungiamo con questo come con qualsiasi altro argomento: la risoluzione di tutto in un essere unico, eternamente benedetto. La virtù è il dominatore, il creatore, la sola realtà. Le cose sono reali per quel tanto di virtù ch’esse contengono. Il commercio, l’agricoltura, la caccia, la guerra, l’eloquenza, il valore personale, sono qualche cosa e reclamano il mio rispetto, come esempi della presenza e dell’attività impura dell’anima. Io vedo la stessa legge, operante in natura, per la conservazione e l’accrescimento. Il peso di un pianeta, l’albero che piegato dal vento si raddrizza, le risorse vitali d’ogni animale e d’ogni vegetale, sono dimostrazioni dell’anima che basta a se stessa e che per ciò confida in se stessa.
Così tutto si concentra e noi non andiamo vagando ma accostiamoci alla causa; meravigliamo le masse intruse d’uomini e di libri e di istituzioni, con una semplice dichiarazione del fatto divino. Comandiamo loro di togliersi le scarpe dai piedi, perchè Dio è qui con noi. La nostra semplicità li giudichi; e la nostra docilità nostra alla propria legge dimostri la povertà della natura e della fortuna all’infuori della nostra nativa ricchezza.
Ma ora noi siamo se non plebaglia. L’uomo non teme l’uomo, nè l’anima sente l’ammonimento di rinchiudersi in se stessa per mettersi in comunicazione con l’interno oceano, ma va peregrinando per mendicare una tazza d’acqua al pozzo degli altri uomini. Noi dobbiamo andar soli. L’isolamento precede una vera società. Io amo più il silenzio della chiesa prima delle funzioni, che qualsiasi sermone. Quanto lontane, e fredde e caste appaiono le persone limitate da un recinto o da un santuario. Rimaniamo sempre così. Perchè dobbiamo noi attribuirci i falli del nostro amico o della moglie o del padre o del figlio, perchè essi siedono attorno al nostro focolare o son detti aver lo stesso sangue? Tutti gli uomini hanno il mio sangue ed io ho quello di tutti gli uomini. Non perciò io adotterò la loro petulanza o la loro follìa, fino ad esserne vergognoso. Il vostro isolamento però non dev’essere meccanico, ma spirituale, vale a dire, dev’esser elevazione. Alle volte il mondo intiero sembra essere in cospirazione per importunarvi con delle inezie enfatiche. L’amico, il cliente, il bambino, la malattia, il timore, il bisogno, la carità, tutti battono insieme alla porta del mio gabinetto dicendo: «Vieni fuori con noi». Ma tu non spargere la tua anima, non discendere, tieni il tuo stato; rimani a casa nel tuo proprio cielo; non entrare, anche per un istante, nei loro fatti, nel loro tumulto di apparenze in conflitto, ma lancia la luce della tua legge sulla loro confusione. Il potere che gli uomini hanno di seccarmi io lo ritorno a loro con una debole curiosità. Nessun uomo può approssimarsi a me, se non attraverso i miei atti. «Noi non amiamo che ciò che abbiamo, ma col desiderio noi priviamo noi stessi dell’amore».
Se noi non possiamo ad un tratto innalzarci alla santità dell’obbedienza e della fede, resistiamo almeno alle nostre tentazioni; combattiamo e destiamo il coraggio e la costanza di Thor e di Woden nei nostri petti sassoni. Ciò può esser fatto nei nostri tempi sentimentali, dicendo la verità. Reprimiamo questa ospitalità menzognera e questo menzognero affetto. Non vivete più a lungo nell’aspettazione di questa gente ingannata ed ingannatrice, con la quale conversiamo. Dite ad essa: o padre, o madre, o moglie, o fratello, o amico, io vissi con voi finora seguendo le apparenze. D’ora in avanti io appartengo alla verità. Sappiate che d’ora in avanti io non più obbedirò altra legge che la legge eterna. Io non avrò degli alleati, ma dei vicini. Io tenterò di nutrire i miei genitori, di mantener la mia famiglia, di esser il casto marito di una sola sposa, ma queste relazioni io debbo compierle in un modo nuovo e senza precedenti. Io mi appello ai vostri costumi. Io devo essere io stesso. Io non posso maggiormente annullarmi per voi. Se voi potete amarmi per ciò che io sono, noi saremo tanto più felici. Se voi non lo potete, io ancora cercherò di meritare che voi lo possiate. Io devo essere io stesso; io però non nasconderò le mie tendenze e le mie avversioni. Io confiderò in tal modo che ciò che è profondo è santo, che io farò apertamente innanzi al sole, alla luna, qualsiasi cosa mi porterà un interno godimento, e che il cuore mi comanderà. Se voi siete nobili io vi amerò: se voi non lo siete, io non urterò voi e me stesso con degli ipocriti riguardi.
Se voi siete veritieri, ma non d’accordo con le stesse mie verità, unitevi ai vostri compagni, io cercherò i miei. Io non opero così per egoismo, ma per umiltà e sinceramente. Vivere nel vero è ugualmente il vostro interesse ed il mio e quello di tutti gli uomini, per quanto a lungo possiamo aver vissuto nella menzogna. Suona male questo, oggi? Voi presto amerete ciò che è dettato dalla vostra natura così come dalla mia e se noi seguiremo la verità, essa al fine ci porterà fuori salvi. «Ma così voi potete causare a questi amici un dolore». «Sì, ma io non posso vendere la mia libertà ed il mio potere per salvare la loro sensibilità». Inoltre tutte le persone hanno i loro momenti di raziocinio, quando essi guardano nella regione della verità assoluta; allora essi mi giustificheranno e mi imiteranno.
Il popolaccio considera il vostro rifiuto alle norme popolari come rifiuto a tutte le norme, vale a dire, come un semplice antinomianismo; ed il sensuale insolente userà il nome di filosofia per indorare i suoi delitti.
Ma la legge della consapevolezza rimane. Vi sono due confessionali, nell’uno e nell’altro noi dobbiamo esser confessati. Voi potete adempiere i vostri doveri sciogliendovi da essi per via «diretta» o per via «riflessa». Considerate se voi avete soddisfatto ai vostri rapporti con vostro padre, vostra madre, vostro cugino, la vostra città, il vostro gatto, ed il vostro cane; ponete mente se qualcuno di questi può rimbrottarvi. Ma io posso anche trascurare la via riflessa ed assolver me da me stesso. Io ho i miei propri rigidi diritti ed il mio proprio campo d’azione. Esso nega il nome di dovere a molti uffici, che sono chiamati doveri. Ma se io posso sbarazzarmi dei suoi obblighi, io mi metto in condizione di dispensarmi dal codice popolare. Se qualcuno immagina che questa legge è rilassata, metta in pratica i suoi progetti per un solo giorno.
E veramente si richiede qualche cosa di divino in colui, che ha allontanati i comuni impulsi di umanità e si è avventurato a fidar in se stesso. Sia alto il suo cuore, costante la sua volontà, chiara la sua vista, affinchè egli possa essere a se stesso, in modo sicuro, scienza, società, legge; affinchè un semplice proposito possa esser per lui così forte, come la ferrea necessità per gli altri.
Se un uomo qualsiasi considera gli aspetti presenti di ciò ch’è chiamata, per distinzione, società, vedrà il bisogno di questa etica. I tendini ed il cuore dell’uomo sembrano essere stati strappati, e noi siamo divenuti timorosi e degli scoraggiati piagnoni. Noi siamo sbigottiti della verità, sbigottiti della fortuna, sbigottiti della morte e sbigottiti l’un dell’altro. La nostra età non produce uomini grandi e perfetti. Noi abbisogniamo di uomini e donne, che rinnovino in futuro la vita e il nostro stato sociale; purtroppo però noi vediamo che la maggior parte delle nature sono insolvibili, incapaci a soddisfare alle loro proprie necessità, armate d’un’ambizione superiore alla loro forza pratica e flessibili e imploranti, giorno e notte continuamente. Il nostro «ménage» è mendicante; le nostre arti, le nostre occupazioni, i nostri matrimoni, la nostra religione, noi non li abbiamo scelti, ma la società ha scelto per noi. Noi siamo dei soldati da salotto. Noi sfuggiamo le aspre battaglie del fato, in cui la forza nasce.
Se i nostri giovani errano nelle loro prime imprese, pèrdono ogni coraggio. Se il giovane mercatante fallisce, gli uomini dicono ch’egli è rovinato. Se il più bell’ingegno che studia in uno dei nostri collegi, non è all’anno seguente installato in un ufficio della città o dei borghi di Boston o New York, crede con i suoi amici d’aver ragione d’essere scoraggiato e di lamentarsi per il resto della sua vita. Uno zotico ragazzo di New-Hamshire o Vermot, che a volta a volta tenta tutti i mestieri, che attacca i cavalli, coltiva, girovaga merciando, apre una scuola, predica, stampa un giornale, va al congresso, acquista una cittadinanza, e così via negli anni successivi e sempre, e come un gatto cade in piedi, vale cento di questi fantocci della città. Egli cammina petto a petto con i suoi giorni e non si vergogna di non studiare per una professione, perchè egli non pospone la sua vita, ma vive di già; egli non ha una sorte, ma cento sorti. Si alzi uno stoico a rivelare le risorse dell’uomo, ad affermare che gli uomini non sono salici piangenti, ma che possono e devono elevarsi; che coll’esercizio della fiducia in se stesso, dei nuovi poteri appariranno; che l’uomo è il verbo fatto carne, nato per spargere il benessere sulle nazioni; che egli dovrebbe essere vergognoso della nostra compassione, e che allorquando egli agisce per personale impulso, buttando le leggi, i libri, l’idolatria e le consuetudini fuor della finestra, noi non lo commiseriamo più, ma lo ringraziamo e lo riveriamo, e che un tale maestro ricondurrà la vita dell’uomo allo splendore e farà il suo nome caro a tutta la storia.
È facile il constatare che una più grande fiducia in se stesso, un nuovo rispetto per la divinità dell’uomo deve portare una rivoluzione in tutte le funzioni e in tutti i rapporti degli uomini; nella loro religione, nella loro educazione, nelle loro ricerche, nel loro modo di vita; nelle loro associazioni, nella loro proprietà; nelle loro mire speculative.
1. In quali preghiere gli uomini indulgono! Ciò che essi chiamano il santo ufficio non è neppure ufficio coraggioso e virile. La preghiera si volge all’esterno e richiede il dono di qualche umana aggiunta, veniente attraverso qualche straniera virtù e si perde nei laberinti infiniti del naturale e del supernaturale, del mediato e del miracoloso. La preghiera che implora una particolar comodità, al disotto del bene, è viziosa. La preghiera è la contemplazione dei fatti della vita, dal più alto punto di vista. Essa è il soliloquio di un’anima contemplante e giubilante. Essa è lo spirito di Dio affermante la bontà delle sue opere. Ma la preghiera come mezzo per raggiungere un fine particolare è furto e viltà. Essa suppone il dualismo e non l’unità della natura e della coscienza. Così tosto che un uomo è un tutto con Dio, egli non pregherà. Egli vedrà allora la preghiera in ogni azione. La preghiera del coltivatore inginocchiato nel suo campo per sarchiarlo, la preghiera del rematore inginocchiato nel maneggiare il suo remo, sono vere preghiere, udite attraverso tutta la natura, sebbene innalzate per fini modesti. Caratack nella «Bonduca» di Fletcher, pregata di scrutare la mente del dio: «Andate — risponde: — il suo pensiero recondito giace nei nostri tentativi; le nostre azioni ardite sono i nostri migliori dei».
Un’altra specie di false preghiere sono i nostri rammarichi. Il malcontento è la mancanza di autofiducia; è l’infermità del volere. Rammaricate le calamità, se potete con questo mezzo aiutare i sofferenti; altrimenti attendete al vostro proprio lavoro, ed il male incomincia già ad essere riparato. La nostra simpatia è altrettanto vile. Noi ci accostiamo a coloro che piangono follemente, e sediamo loro vicini e piangiamo per tener loro compagnia, invece di impartire ad essi la verità e la salute, con ruvide scosse elettriche, mettendoli, per una volta ancora, in contatto con la loro propria anima. Il segreto della fortuna è la gioia nelle nostre mani. L’uomo che aiuta se stesso è sempre il benvenuto fra gli uomini e gli dei. Tutte le porte sono spalancate davanti a lui: tutte le lingue lo salutano, tutti gli onori gli fanno corona, tutti gli occhi lo seguono con desiderio. Il nostro amore va a lui, e lo abbraccia perchè egli non ne ha bisogno; lo accarezziamo con sollecitudine e con grandi lodi e lo celebriamo, perchè egli si mantenne sulla sua via, e rise della nostra disapprovazione. Gli dei lo amano, perchè gli uomini lo odiarono. «Al perseverante mortale — dice Zoroastro — i benedetti immortali sono benigni».
Come le preghiere degli uomini sono una malattia della volontà così le loro credenze sono una malattia dell’intelletto. Essi dicono con quegli sciocchi di Israeliti: «non parli Dio a noi, affinchè noi non moriamo; parla tu, parli qualsiasi uomo con noi e noi ubbidiremo». Ovunque mi si impedisce di incontrare Dio nel mio fratello, perchè egli ha chiuso le porte del suo proprio tempio, e racconta soltanto delle favole intorno al Dio di suo fratello, o intorno al Dio del fratello di suo fratello. Ogni nuova mente è una nuova classificazione. Se essa risulta una mente di non comune attività e potere, un Locke, un Lavoissier, un Hutton, un Bentham, un Spurzheim, essa impone la sua classificazione agli altri uomini ed ecco un nuovo sistema. L’accettazione di esso è in proporzione alla profondità del pensiero, al numero degli oggetti che tocca e porta nel campo d’osservazione dell’allievo. Ma questo è specialmente apparente nelle credenze e nelle chiese, le quali sono pure classificazioni di qualche potente spirito, operante sul pensiero elementare del dovere e sui rapporti dell’uomo con l’Onnipossente. Tale è il Calvinismo, il Quakerismo e lo Swendenborgianismo. L’allievo nel subordinare ogni cosa alla nuova terminologia, prova lo stesso diletto della ragazza che ha imparata la botanica, e vede una nuova terra e nuove stagioni. Avverrà che l’allievo sentirà di dover molto al suo maestro e constaterà che il suo potere intellettuale è cresciuto con lo studio degli scritti di lui. — Questo sentimento vivrà finchè egli non abbia esaurita la mente del maestro. Ma in tutte le menti senza equilibrio, la classificazione idoleggiata rimane come scopo e non passa come un mezzo rapidamente esauribile; cosicchè i limiti del sistema si confondono al loro occhio nel lontano orizzonte con i confini dell’universo, e le luci del cielo sembrano appese alla volta costrutta dal loro maestro. Essi non possono pensare come voi estranei abbiate qualche diritto di vedere, e come voi possiate vedere; «voi dovete in qualche modo aver rubato la luce a noi». Essi non s’avvedono ancora che una luce non sistematica, indomabile, irromperà in qualsiasi capanna, ed anche nella loro. Continuino intanto a garrire e a chiamar loro, il loro sistema.
Se essi sono onesti ed operano bene, il loro ovile oggidì sì nuovo e pulito sarà fra breve troppo stretto e basso; si screpolerà, si piegherà, marcirà e sparirà, e la luce immortale, giovane e baldanzosa, dai milioni di orbite e di colori, splenderà sull’universo come nel primo mattino.
2. È per la mancanza della coltura individuale che il feticismo del viaggiare, i cui idoli sono l’Italia, l’Inghilterra, l’Egitto, conserva il suo fascino sopra tutti gli americani educati. Coloro che fecero l’Inghilterra, la Francia o la Grecia venerabili all’immaginazione, fecero ciò non ronzando intorno al creato, come la farfalla intorno alla lampada, «ma rimanendo fermi dove erano, come un’asse della terra». Nelle ore virili, noi sentiamo che il dovere è di rimanere al nostro posto. L’anima non è viaggiatrice; l’uomo saggio rimane a casa, con la sua anima e quando le sue necessità, i suoi doveri lo chiamano lontano da quella od in terra straniera, egli si trova ugualmente ancora in casa sua, e nulla abbandona di sè, e farà sentire agli uomini, coll’espressione del suo contegno, che egli giunge missionario della sapienza e della virtù, e visita le città e gli uomini come un sovrano, e non come un intruso od un valletto. Non ho alcuna severa obbiezione da fare riguardo alla circumnavigazione del globo per fini d’arte, di studio, di benevolenza; purchè l’uomo sia divenuto prima amante della sua terra e non vada altrove, con la speranza di trovare cose più grandi di quelle che conosce.
Colui che viaggia per diletto o per raggiungere ciò che non possiede, viaggia fuor di se stesso, ed invecchia, anche se è in gioventù, fra le vecchie cose. In Tebe, in Palmira, la sua volontà e la sua mente si sfasciano e si sgretolano, come già le città stesse. Egli porta rovine fra le rovine.
Il viaggiare è il paradiso dei dementi. Noi dobbiamo ai nostri primi viaggi la scoperta che i luoghi sono nulla. Io sogno in casa, che a Napoli, a Roma posso essere inebriato di bellezza e posso perdere la mia tristezza. Faccio i miei bauli, abbraccio i miei amici, m’imbarco, ed alfine mi risveglio a Napoli, e là, vicino a me, trovo il Fatto severo, il triste Io, inflessibile, identico, dal quale io fuggii. Cerco il Vaticano ed i palazzi. Fingo d’essere inebriato dalle cose vedute e dalle suggestioni, ma non lo sono. Il mio gigante, il mio io, mi segue ovunque io vada.
3. Ma il furore dei viaggi non è che un sintomo di un più profondo squilibrio, che intacca l’intiera azione intellettuale. L’intelletto è vagabondo, ed il nostro sistema di educazione nutrisce l’irrequietezza. Le nostre menti viaggiano quando noi siamo obbligati a rimaner in casa. Noi imitiamo; e che cosa è l’imitazione se non il viaggiare della mente? Le nostre case sono costruite con gusto straniero; i nostri scaffali sono guarniti con ornamenti stranieri; le nostre opinioni, le nostre tendenze, le nostre facoltà s’inchinano e seguono il Passato ed il Lontano, come gli occhi d’una fantesca seguono quelli della padrona. L’anima creò le arti ovunque esse sono fiorite. Fu nella sua propria mente che l’artista cercò il suo modello, ed essa fu un’applicazione del suo proprio pensiero alla cosa da farsi ed alle condizioni da osservarsi. E perchè dobbiamo noi copiare il modello gotico o dorico? La bellezza, la convenienza, la grandiosità di pensiero, la ricercatezza, l’espressione, sono così prossime a noi come a qualsiasi altro, e se l’artista americano studierà con speranza e con amore la cosa esatta che egli deve fare, considerando il clima, il suolo, la lunghezza del giorno, la necessità del popolo, il modo e la forma di governo, egli costruirà un edificio, nel quale tutte queste cose si troveranno disposte, ed il gusto ed il sentimento verranno soddisfatti.
Insistete su voi stessi: non imitate mai. Voi potete ad ogni momento porre in mostra il vostro proprio talento, con la forza accumulata di una cultura, durata tutta la vita; ma dell’adottato talento di un altro voi non avete che un momentaneo e semi-possesso. Ciò che ognuno può fare nel modo migliore, nessuno all’infuori dello stesso Fattore, può insegnarglielo. Dove è il maestro che avrebbe potuto educare Shakespeare? Dove è il maestro che avrebbe potuto istruire Franklin o Washington o Bacone o Newton? Ogni grande uomo è un tipo unico. Il «scipionismo» di Scipione sta appunto in quella parte, ch’egli non potè torre in prestito. Se qualcuno mi domanderà, chi il grande uomo imita, quando compie una grande azione, io domanderò a lui quale altro uomo lo può istruire, se non egli stesso. Shakespeare non sarà mai creato con lo studio di Shakespeare. Fa ciò che ti è assegnato e non potrai, nè sperare troppo, nè troppo osare. V’è in questo momento un pronunciamento semplice e grande per me, come lo scalpello di Fidia, la cazzuola degli Egizi, o la penna di Mosè o di Dante, pur differente da tutto questo. Non è possibile che l’anima così ricca, così eloquente, e dalla lingua mille volte biforcuta, acconsenta di ripetersi; ma se io posso udire ciò che questi patriarchi dicono, sicuramente io posso rispondere loro con lo stesso accento di voce, perchè l’orecchio e la lingua sono due organi di una sola natura. Abita nelle semplici e nobili regioni della tua vita, ubbidisci al tuo cuore, e tu riprodurrai il mondo anteriore, di nuovo.
Come la nostra religione, la nostra educazione, la nostra arte, tendono all’esterno, così anche il nostro spirito di società. Tutti gli uomini si fanno belli del progresso della società e nessuno progredisce.
La società non progredisce mai. Essa recede da un lato, quanto avanza dall’altro. Il suo progresso è apparente, simile al procedere di coloro, che spingono una ruota da mulino. Essa soffre continui cambiamenti; essa è barbara, essa è civile, è cristiana, è ricca, è scientifica; ma questi cambiamenti non sono miglioramenti. Ad ogni cosa data, corrisponde qualche altra presa. La società consegue arti nuove e perde istinti vecchi. Quale contrasto fra l’Americano ben vestito, che sa leggere, scrivere, pensare, che possiede un orologio, una matita, ed una lettera di cambio, e l’abitatore della Nuova Zelanda, nudo, la cui proprietà è una mazza, una lancia, una stuoia e un angolo d’una comune capanna per dormirvi sotto! Ma ponete a confronto la salute dei due uomini e voi vedete che l’uomo bianco ha perduto la sua forza aborigena. Se i viaggiatori dicono il vero, la carne del selvaggio colpita con un’ascia, in un giorno o due si rimarginerà e guarirà, mentre lo stesso colpo manderà l’uomo bianco al sepolcro.
L’uomo civilizzato ha costruito una vettura, ma ha perduto l’uso dei suoi piedi. Egli è sorretto dalle grucce, ma perde altrettanta forza muscolare. Egli ha un bell’orologio ginevrino, ma ha perduta l’abilità di legger l’ora nel sole. Egli possiede un almanacco nautico di Greenwich, e così essendo certo dell’informazione quando egli ne abbisogna, non riconosce più una stella in cielo. Egli, non osserva un solstizio; egli non conosce l’equinozio; così l’intiero fulgido calendario dell’anno, è senza quadrante nella sua mente. Il suo taccuino indebolisce la sua memoria; le sue biblioteche sopraccaricano il suo spirito; le società d’assicurazione accrescono il numero degli infortuni e possiamo domandarci se le nostre macchine non sono d’ingombro; se non abbiamo perduto con il raffinamento qualche energia; se con un cristianesimo trincerato in istituzioni e modi, non abbiamo perduto qualche vigore di virtù selvaggia; poichè ogni stoico era uno stoico, ma nella cristianità dov’è il cristiano?
Eppure non v’è maggiore deviazione nell’ordine morale, che nell’ordine fisico di altezza e di volume. Oggi non vi sono uomini più grandi di quelli del passato. Una grande uguaglianza può esser notata fra i grandi uomini dei primi e degli ultimi tempi; nè può tutta la scienza, l’arte, la religione e la filosofia del sec. XIX educare uomini più grandi degli eroi di Plutarco, ventitre o ventiquattro secoli fa. La razza non progredisce con il tempo. Focione, Socrate, Anassagora, Diogene, sono grandi uomini, ma non fanno «scuola»!! Colui che realmente è della loro specie, non sarà chiamato con il loro nome, ma sarà egli stesso e a sua volta il fondatore d’un’altra scuola. Le arti e le invenzioni di ciascun periodo caratterizzano il costume di esso, ma non rinvigoriscono gli uomini. Il male del progresso meccanico può compensare il suo bene. Hudson e Behring con le loro baleniere stupirono Parry e Franklin, il cui equipaggiamento esauriva le risorse della scienza e dell’arte. Galileo con un canocchiale da teatro scoprì una serie di fenomeni più grandi di quelli scoperti dopo. Colombo scoprì il nuovo mondo con un disadorno battello. È curioso osservare l’inutilità periodica ed il deperimento degli strumenti e delle macchine, che furono introdotti con grande lode pochi anni o pochi secoli fa. Il grande genio ritorna all’uomo essenziale. Noi poniamo i progressi dell’arte della guerra fra i trionfi della scienza; eppure Napoleone conquistò l’Europa con il bivacco, che fu il ritornare al nudo valore, sgombrato d’ogni altro aiuto. «L’imperatore stimava cosa impossibile il formare un perfetto esercito — dice Las Casa, — senza abolire le nostre armi, i nostri magazzini, i nostri commissarii e i nostri cariaggi; di modo che, ad imitazione del costume romano, il soldato ricevesse la sua provvista di grano, la macinasse nel suo mulino a mano, e cuocesse egli stesso il suo pane».
La società è un’onda. L’onda procede innanzi, ma non l’acqua di cui è composta. La stessa molecola non s’alza dal solco alla cresta. La sua unità non che è fenomenica. Le persone che fanno oggi grande una nazione muoiono l’anno prossimo e la loro esperienza con loro.
La fiducia nella proprietà, posta nella fiducia nei governi che la proteggono, è mancanza di fiducia in se stesso. Gli uomini hanno osservato per sì lungo tempo le cose fuor di se stessi che essi sono giunti a stimare le istituzioni religiose, scientifiche e civili, come custodi della proprietà, ed essi si scagliano contro gli assalti mossi a queste istituzioni, perchè sentono che tali assalti sono mossi contro la proprietà. Essi regolano la loro reciproca stima a seconda di ciò che ognuno ha, non di ciò che ognuno è. Ma un uomo colto si vergogna della sua proprietà, di ciò ch’egli possiede, per un nuovo rispetto del suo essere, e specialmente egli odia ciò che ha, quando il suo possesso è accidentale, venuto a lui per eredità o dono o delitto; allora egli sente che ciò non è avere; che ciò non gli appartiene, non ha radice in lui, ma semplicemente giace là, perchè nessuna rivoluzione o furto glielo tolgono. Ma ciò che un uomo dev’essere, per necessità sempre lo acquista, e ciò che l’uomo acquista, è proprietà vivente e permanente, che non dipende da governi, da moltitudini, da rivoluzioni, dal fuoco, dalla tempesta, dalla bancarotta, ma che perpetuamente si rinnova ovunque l’uomo respira. «La tua parte o porzione di vita — dice il califfo Alì — ti cerca; pertanto tralascia dal cercarla». La nostra dipendenza verso questi beni stranieri ci conduce al nostro servile rispetto per la quantità. I partiti politici s’adunano in numerose riunioni; e ad ogni maggiore concorso e ad ogni nuovo clamoroso annunzio: la delegazione di Essex; i democratici di New-Hampshire, i liberali di Maine...!... ecc. il giovine patriota si sente più forte di prima, per queste nuove migliaia di occhi e di braccia. Allo stesso modo i riformatori s’adunano e votano e deliberano in maggioranza. Non è in questo modo, amici, che Dio si degnerà di entrare ed abitare in voi, ma con un metodo precisamente opposto. Solo quando un uomo si libera d’ogni sostegno esterno e rimane solo, io lo vedo forte e vincitore; più debole diventa ad ogni nuova recluta, che raccoglie sotto la sua bandiera. Non è un uomo migliore d’una città? Nulla chiedi agli uomini, e nelle incessanti mutazioni tu, come unica e salda colonna, rivèlati il rettore di tutto ciò che ti circonda. Colui, il quale sa che il potere è nell’anima, che la sua debolezza è nata dall’aver cercato il bene fuori di se stesso e ovunque, e che avendo ciò intuito, si getta senza esitazione sulle orme del suo pensiero, istantaneamente si rialza, rimane eretto, comanda alle sue membra, opera miracoli, allo stesso modo che l’uomo sorretto dai piedi, è più forte dell’uomo, che cammina sulla testa.
In questo modo comportatevi con tutto ciò che è chiamato fortuna. Molti uomini giocano con essa, e vincono e perdono ogni cosa, a misura che la ruota gira. Ma tu abbandona questi profitti come ingiusti e mettiti in rapporto con la Causa e l’Effetto, che sono i cancellieri di Dio. Lavora ed acquista colla tua volontà e tu avrai incatenato la ruota della fortuna e d’ora innanzi te la trascinerai dietro. Una vittoria politica, il rialzo della rendita, la guarigione d’una vostra malattia, il ritorno del vostro amico assente o qualche altro favorevole evento, innalzano i vostri spiriti e voi pensate che giorni lieti siano per venire a voi. Non lo credete. Ciò non può essere. Nulla può portarvi pace se non voi stessi. Nulla può portarvi pace, se non il trionfo dei principii.