I Rinaldi.

Percorrendo una mattina la via della Lanterna mi dettero nell'occhio due folti gruppi di persone, in mezzo ad ognuno dei quali vedevasi un uomo agitarsi e declamare con un libro in mano. Erano due Rinaldi, cioè due del popolo che all'aria aperta sul lastrico della via declamano e commentano alla turba estatica i poemi eroici della Gerusalemme, del Guerrin Meschino e dei Reali di Francia. Mi accostai al primo di questi e l'osservai. È un uomo che ha varcato la cinquantina, robusto di forme, acceso di volto, dalla voce avvinata e dall'eloquio largo e maestoso. Non ha giacchetta, ha rimboccate le maniche della camicia, il capo scoperto, e siede sopra una seggiola impagliata in fondo al circolo degli uditori, ove impostandosi a Giove Tonante, sorride olimpicamente, e girando intorno l'injettato occhio porcino, pare che dica a sè ed agli altri: — Come son bello! —

L'anfiteatro, dentro al quale egli declama, è formato di carne umana. La prima linea, che rappresenterebbe la massa delle gradinate, è fatta di piedi e di ginocchi di ragazzi, che seggono in terra; dietro a loro viene subito l'ordine nobile, ossia una panca in giro, su la quale, pagando un soldo, seggono i Cresi del Porto e i protettori delle lettere, col diritto di grattarsi finchè rimanga loro cotenna sotto i capelli, e dietro a questi sta in piedi la folla dei diseredati, incominciando dai più bassi di statura, e su su fino ai cappelli bisunti dei più lunghi che ammirano estatici sbadigliando in silenzio.

Per passar meno peggio il tempo d'aspetto tutti hanno trovato una occupazione. Gli ultimi, quelli in piedi, masticano saporitamente la cicca acquistata poco fa dal vicino negoziante all'ingrosso; i Cresi sbuccian semi di zucca o succiano arance; i ragazzi mastican le buccia e si pizzicottano fra loro; tutti si grattano.

A proposito di questo grattarsi, perchè non sembri che io esageri, non mi pare inutile rammentare qui la sentenza di quel gran filosofo, il quale disse che se la plebe di Napoli fosse di cacio, tempo ventiquattro ore non ci resterebbero che l'unghie. È azzardata, ma potrebbe esser vera.

In mezzo al circo sta il venditore d'arance e di semìne con le sue paniere alla mostra, il quale è anche incaricato del buon ordine. Con una mano dispensa i generi venduti, con l'altra riscuote le somme; con l'altra dispensa scapaccioni ai monelli più sguaiati, mettendo alla porta i recidivi, e con quell'altra si gratta quando non ha altro da fare. Le due mani di più che ho rammentate, appartenevano al suo ajutante di campo. Il nume intanto s'è preparato a dare l'oracolo, ha squadrato per la decima volta il brillante uditorio, e dopo avere accennato con la mano di non poter più reggere il verbo, che è vicino a traboccargli dalle labbra, tutto agitato incomincia:

Canto d'Erminia che infra le sue ombrose biande....

Misericordia! Mi basta, me n'avanza.

Via, via subito da quell'altro, ma spicciamoci, per l'amor di Dio, chè se m'arriva con un altro di quegli endecasillabi, son morto!

Il Rinaldo che declama proprio sotto la torre del Fanale, è un altro tipo; è meno maestoso, ma i suoi tratti sono tanto onesti e delicati, che se non lo denotano una persona culta, ci manca poco. Quella giacchetta che il Rinaldo volgare di poco fa sdegna indossare, egli la tiene decentemente sotto il braccio; ha un libro manoscritto nella sinistra e nella destra una bacchetta sbucciata a spirale. I suoi occhi, se non sembrassero due giuramenti falsi, potrebbero parere benissimo due ecclissi totali di luna, perchè, quando declama, spesso ripone addirittura le pupille dentro la palpebra superiore, dove a volte le tiene qualche secondo, imitando maravigliosamente lo sguardo del dentice lesso. Deve sentir tanto quell'uomo! Sputa continuamente, cambia alternativamente il posto alla mazza, al libro e alla giacchetta; fa due passi avanti a sinistra, due indietro a destra; guarda la terra, eppoi il cielo, e quand'ha guardato il cielo, riguarda la terra e rimuta il posto alla mazza, al libro e alla giacchetta, e risputa con tanta simmetria e con un tal metodo, che in verità stupisce il vedere come in mezzo a tanta complicanza di faccende non s'imbrogli mai.

La statura sua è piuttosto bassa; ha il torace peloso, le braccia pelose, il berretto di pelo e la barba a corona. Non si può dire veramente un bell'uomo, ma senza dubbio è qualche cosa fra il sagrestano smesso e il gorilla addomesticato.

Incomincia a declamare; ascoltiamo.

Anche a lui gli endecasillabi pajono corti, onde, animato anche dalle licenze poetiche che vede prendere agli autori dei testi, su i quali si appoggia, ha preso addirittura il patentino per poter declamare anche in tempo di divieto, e aggiunge, e allunga, e accomoda di suo, in un modo così sublime, che il Tasso nelle sue mani diventa tutt'un'altra cosa, un po' più oscuro è vero, ma con le sue illustrazioni in lingua Greco-Arabo-Italo-Cofta rimedia a tutto e così bene, che anche gli addormentati, quando si svegliano, ne sanno quanto quelli che sono stati desti o poco più.

Chetiamoci e stiamo attenti sul serio, perchè ora è il vero momento; il nume s'è impossessato di lui, lui s'è impossessato del senso comune e se le dànno a morte.

Ma nol farà: prevenirò quest'empj

Disegni loro, e sfogherommi appieno;

Gli ucciderò, faronne acerbi scempj:

Svenerò i figli alle lor madri in seno;

Arderò i loro alberghi e insieme i tempj:

Questi i debiti roghi ai morti fièno;

E su quel lor Sepolcro in mezzo ai voti

Vittime pria farò de' sacerdoti.

Così, per bocca del buon Tasso, ragiona il rabbioso Aladino, e, per dire il vero, trovo che le sue idee (quelle d'Aladino) per gobbe son fatte bene; ma il mio Rinaldo, lui, quello che sputa, per non confonderlo con l'eroe omonimo del poema, lui, non ne conviene, ed ha ragione. Quella eccessiva chiarezza e più che altro quella eterna monotonia dell'endecasillabo è una cosa che ammazza. L'amico se n'è accorto e co' suoi commenti corregge, allunga, scorcia, taglia, stronca, sdruce, insomma accomoda e rimedia a tutto, con tanto garbo che è un amore.

— Ma no, non lo farà (se ne vene a di' chillo sfelenze i Saladine), non lo farà: prevenirò me tutti chisti embj.

E li disegni di loro, e sfogherommi, abbieno. (Se vuleva sfogà a raggia ill'anema soja, stu cane!)

L'ucciderò tutti, faronne acerbi e scembj. (Che puozze morì accise tu', nfamone!)

Svenerò li figli colle loro madri in seno. (I vuleva scannà i vene! accussì avria succedere che creperebbe mammata, cane i sarracine rinnegate!)

Arderò tutti li loro alberghi e insieme li tembj. (Pecchè nun ce restasse cchiù nè a magnà nè a durmì pi Cristiani, abbruciava i taverne, i lucanne, i lupanare e nsine a casa i nostro Signore. — A te, guaglio'! Uhe! t'aggio ritto; abbascia a scazzetta a u nomme du Signore, o te caccio l'anema.... Bravi, accussì! spaccatele a capa a chillo muccusiello i galera.) —

(Qui è bene avvertire che l'ira del Rinaldo contro il guaglione che non s'è levato di capo la scazzetta al nome del Signore, è tre volte giustificata, perchè il rituale porta che tutto l'uditorio a quella parola si scopra, anche trattandosi del Signore di Montalbano, al cui nome il Rinaldo è primo sempre a togliersi il berretto ed a fare una breve pausa ed un inchino in segno di reverenza.)

— Ed io arderò li diebbiti in coppa alli roghi (pe nun paga' a nisciuno, avite capito!), e alli morti fieno (le vuleva da' u fieno! tratta' i morte comme a' ciucce!)

E in quel loro sandissimo Sepolcro in miezzo alli voti,

Vittime prima farò di tutti li sacerdoti.

(Doppe accise a tutti, vo' accidere primma li prievete! Che figli i 'nfame avevane a essere a gente a chilli tiembi. E chisto era lu Re! Figurammece chilli vajassune i suddete!) —

Così l'iniquo....

Oh! un'altra ottava, poi, no. Quando il pane della sapienza viene spezzato a tòcchi così grossi, uno solo basta, anzi qualche volta n'avanza per il giorno dopo.