SCENA IV.

SALVATORE e GRAZIELLA.

Salvatore

(si è seduto presso la tavola, poggiandovi il capo pesantemente.)

Graziella

(si passa il fazzoletto sugli occhi, socchiude la porta, prende in un canto un mucchio di trucioli e di carte lacerate e lo pone nel braciere dopo di averne tolta la cenere.)

Salvatore

(voltandosi come per assicurarsi che Francesca sia uscita, vede la porta semiaperta e domanda perplesso:) Perchè non hai chiusa la porta?

Graziella

E ancora sospetti?! L'ho lasciata un po' aperta per fare del fuoco. (Accende con un fiammifero la minutaglia che è nel braciere, sulle fiamme getta subito una manata di carbonella e poi un po' di carboni grossi e vi soffia con una ventola di paglia.)

Salvatore

(si alza, diffidente, va a chiudere la porta, ne toglie la chiave, e se la mette in tasca. — Apre il finestrino. — Torna a sedere.) Be', adesso me lo dirai di che ti parlava mia madre.

Graziella

(lasciando il ventaglio, con reticenza) Se ti sapessi più ragionevole.... Se tu non sentissi tanto odio per lei....

Salvatore

(cupo e chiuso) Non l'intenderai mai tu quello che ho sofferto e che soffro per causa sua! Eppure, non è per lei che sento odio. Lo sento per me stesso. (Poi, cercando di convincerla) Se io non fossi nella miseria, penserei prima di tutto... a soccorrerla, senza fargliene accorgere, beninteso, e penserei a toglierla di mezzo la strada. Questo non significa odiare. Io sono più ragionevole di quanto tu credi, e perciò... hai torto di farmi dei misteri.

Graziella

(sempre con reticenza) Proprio della nostra miseria mi parlava mamma tua. E il soccorso che tu vorresti dare a lei, essa... vorrebbe darlo a noi.

Salvatore

Dovremmo dividerci i soldi che raccoglie stendendo la mano?!

Graziella

No, non diceva questo.

Salvatore

E che diceva?

(Pausa.)

Graziella

Accóstati qua. Vieni a riscaldarti.

Salvatore

No!

(Pausa.)

Graziella

(si leva. Va alle spalle di lui. Lo circonda con le braccia, lievemente, amorosamente) Salvatore.... (S'indugia, alzando gli occhi al cielo.)

Salvatore

E non continui?

Graziella

... Se... tua madre....

Salvatore

(in un simulato tono d'incoraggiamento) Avanti!

Graziella

Ci avesse portato... anche....

Salvatore

(sorgendo in piedi, terribilmente) Del danaro?!

Graziella

No! Non fare così!

Salvatore

(con le pupille dilatate) Dov'è questo danaro? Dov'è? Lo voglio vedere! Dov'è?

Graziella

(tremando dal capo ai piedi) Più tardi te lo farò vedere!

Salvatore

(ruggendo) Dove lo hai messo? Dove lo hai messo?

Graziella

Non fare così, Salvatore, chè mi spaventi troppo!

Salvatore

Mostrami subito questo danaro se non vuoi che mi venga un accidente!

Graziella

Ce l'ho con me, ce l'ho con me, ma lascia che te lo mostri più tardi.

Salvatore

(l'afferra, la tiene, la fruga)

Graziella

Aspetta! Aspetta! Aspetta un momento!...

Salvatore

(tirandole la borsa dalla cintola, sghignazza:) Ah, ecco che dopo vent'anni mi comparisce un'altra volta dinanzi il tesoretto vergognoso! La vedi tu questa borsa?... È la stessa con cui lei tentò di trattenermi venti anni fa, quando, entrato appena nella sua casa sfarzosa, fui preso dallo schifo. Quel giorno io ci sputai sopra, e a lei voltai le spalle per sempre. Ma quella sciagurata, che in tutto questo tempo si è martirizzato il corpo e s'è imposto il sacrifizio di chiedere l'elemosina per sè, ha voluto a forza conservare per suo figlio i suoi risparmi d'allora!... A te, naturalmente, tutto ciò sembra sublime!... Io leggo nel tuo cuore l'ammirazione, la compiacenza, la gioia, la gratitudine!... Ah! (Con una smorfia di nausea e uno scatto brutale sta per buttare nel fuoco la borsa.)

Graziella

(gli prende il braccio gridando:) No!

(Breve pausa.)

Salvatore

(lasciando ricadere la borsa sul sacco) È naturale anche questo! Fra voi due, v'intendete perfettamente!

Graziella

(risoluta, energica, d'una energia nuova in lei, con la testa alta e la voce vibrante) Ebbene, te lo devo dire?... Te lo dirò. Non è nè per me nè per te che io ti domando di non distruggere questo danaro. No, Salvatore! La verità è che avrò un figlio anch'io. Lo avrò, lo avrò, e lo aspetto come i poverelli che passano questa nottata sul lastrico aspettano il sole di domani!

Salvatore

(con esasperazione irruenta) Ma come?! Tu sei sicura che avrai un figlio e me l'hai fatto ignorare?

Graziella

(dolorosamente) Te l'ho nascosto sinora perchè mi dici ogni giorno che commettono un delitto le femmine come me se diventano mamme. Ma questo delitto io l'avevo commesso per te, e mi pareva bello, e non volevo rinunciarci, e intanto mi consumavo, mi consumavo al pensiero di dovertelo confessare! (Mutando tono, quasi solenne) La confessione mi è uscita dall'anima per muoverti a pietà della creatura che dovrà nascere; e adesso spetta a te di decidere. Se non ti fa pena che la nostra creatura nasca nella casa della desolazione e degli stenti, gettalo pure questo danaro e prepàrati solamente a dar conto al Signore della tua azione! Quanto a me, lo sai che mi rassegno a tutto!

Salvatore

(febbrilmente, tra gli spasimi d'un'angoscia profonda e quelli d'una ferocia compressa) Stringimi, stringimi, stringimi in una tanaglia! Per compassione della creatura che dovrà nascere, stritola la mia coscienza, stritola quest'ultimo avanzo del mio onore che volevo salvare e fanne dei cenci per tappezzarne la tua culla. No! No! No!... Non prenderò quel danaro maledetto! Tornerò alla vita del vagabondo, tornerò alle case da giuoco, imparerò l'arte del baro se occorre, diventerò un ladro, finirò in galera, ma riuscirò finalmente a liberarmi da tutti questi amori sviscerati che m'incatenano alle femmine che si sono vendute!...

Graziella

(come se in un attimo le si fosse spalancato un abisso sotto i piedi) Pensa, Salvatore, che se tu mi lasci io non avrò più ragione di vivere!

Salvatore

Vivrai per tuo figlio che già ti è più caro di me.

Graziella

(gridando) Non è vero! Non è vero!

Salvatore

(si sente scoppiare il petto, ma continua freneticamente con la voce rotta dai palpiti che gli salgono alla gola) È vero ti dico, perchè tu stessa me ne hai dato or ora la prova lampante; e io ti giuro che darò conto a Dio della mia azione con la sicurezza d'aver fatto per te il meglio che potevo fare!

Graziella

Salvatore, per carità, ascoltami....

Salvatore

(senza interrompersi) Quel danaro, che per la seconda volta io rifiuto, è tuo, è tuo, perchè tu non puoi averne ribrezzo, e il pericolo che tuo figlio nasca nella casa della desolazione e degli stenti è scongiurato....

Graziella

Salvatore, ascoltami....

Salvatore

(incalzando) Con quello che ti dà mia madre, tu non hai più bisogno della mia persona per tenerti lontana dal vizio....

Graziella

Salvatore, ascoltami.... (si avvinghia a lui forsennatamente.)

Salvatore

(cercando di svincolarsi) E io riacquisterò tutta intera la mia libertà, tutta intera, tutta intera, e se ancora sul mio cammino incontrerò delle donne come lei e come te, ah, per l'inferno io le fuggirò con lo stesso terrore con cui si fuggono gli appestati! Addio!

Graziella

(sempre più avviticchiata per impedirgli di uscire) Resta con me! Resta con me!

Salvatore

Lasciami.

Graziella

Resta con me!

(Dei forti picchi alla porta troncano il dibattito. — Salvatore e Graziella, intenti ad ascoltare, si distaccano.)

Salvatore

Si bussa di nuovo alla porta!... (Cupo e fremente) Ancora lei?!...

Una Voce di uomo

(un po' tremola d'ubbriachezza) Chi è di casa?

Salvatore

E voi, che volete?

La Voce dell'uomo

Niente. Ma, caso mai possa interessarvi, vi avverto che qui, dinanzi alla vostra porta, c'è una vecchia distesa a terra.

Salvatore

(subito) Se siete un poliziotto, mandatela via!

La Voce dell'uomo

Non sono un poliziotto; sono solamente un ubbriaco..., credo; ma, tanto, lei non se ne andrebbe, perchè è morta.

Salvatore

(diventando pallidissimo, le mani nei capelli) Morta!...

Graziella

(atterrita, guardandolo) Morta!

La Voce dell'uomo

Ed ha accanto il suo bravo coltello....

Salvatore

(cade a sedere sotto l'incubo di un istantaneo rimorso.)

Graziella

(quasi barcollante, si avvicina alla porta per aprirla. — Poi, si volta verso Salvatore) Hai tu la chiave?

Salvatore

Sì....

Graziella

Dammela.

Salvatore

(cava dalla tasca la chiave. — Non ha la forza di alzarsi. — Glie la porge da lontano, stendendo il braccio, che oscilla come un ramo d'albero scosso dal vento.) Prendi....

Graziella

(attaccata alla porta, si sente mancare.) Un momento....

La Voce dell'uomo

Buona notte!

(Sipario.)

NOTA:

[1.] Le note del canto a dispetto, trascritte dal vero, sono stampate dopo il testo del dramma.

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LA CHIACCHIERINA

Monologo infantile

(La bimba farà tutto questo discorsone in gran fretta, senza interruzioni, senza pause, senza prender lena.)

Il mio nome è Nora, anzi Noruccia. È un bel nome, lo so. Non l'ho scelto io, ma mi piace di chiamarmi Noruccia. Quando mi si dice «Noruccia, vieni qua», «Noruccia mia», «Noruccia cara», «Noruccia buona», io sono tanto contenta, sono tanto felice e mi pare che tutte le bambine che non si chiamano Noruccia mi debbano invidiare. Ma, disgraziatamente, non sempre mi si chiama così. E sapete come mi si chiama spesso spesso? Voi non lo potete immaginare. Mi si chiama: chiacchierina! Io ne ho una rabbia peggio che se mi si desse della ragazza cattiva! Chiacchierina a me? Avete mai udita la mia voce, voi? Mi avete mai udita chiacchierare? La mia abitudine è di starmene zitta zitta, senza fiatare, con la bocca tappata. E alle volte — che credete? — non sono capace di aprirla nemmeno alla scuola quando la maestra vuole farmi recitare la lezione. Tanto è vero che lei stessa, per sgridarmi, mi dice: «Che cos'è? Siete diventata muta?» E allora è proprio lei, invece, che si mette a parlare. E che diluvio di parole! Io non so come faccia a infilarne tante, l'una dopo l'altra, come se le leggesse in un libro. «Visto che venite a scuola soltanto per scaldare le panche e per guardare il soffitto e per insudiciarvi le dita d'inchiostro e per tormentare le cocche del vostro grembiule e per torcere il collo a destra e a sinistra e per fare merenda nell'ora di ricreazione, io vi consiglio di non venirci più. Così non va bene, mia cara. Non va bene, non va bene. Che figura farete agli esami? Che figura farete dinanzi alla vostra Direttrice, dinanzi alle vostre compagne, dinanzi alle vostre amiche, dinanzi ai vostri genitori? E questo non è ancora niente. C'è dell'altro, c'è dell'altro! Non resterete mica sempre bambina. Oggi siete bambina, ma un bel giorno sarete una signorina. Lo capite sì o no che una signorina ignorante non è una signorina a modo? Lo capite sì o no che una signorina ignorante è la sventura della sua famiglia? Lo capite sì o no che una signorina ignorante è più brutta d'una signorina gobba?» E continua per un pezzo, lei, su questo tono, mentre io resto lì, come al solito, zitta zitta, senza fiatare, con la bocca tappata. Io non dico che la maestra abbia torto. Una maestra non ha mai torto. E questa è verità. Ma, con tutto il rispetto dovuto a una maestra, io vi domando: fra me e lei, chi è che parla di più? Perchè sono io la chiacchierina? Perchè? Perchè? Se fossi proprio una chiacchierina, non amerei tanto di stare con le mie compagne che hanno una carrucola nella gola e con quel loro cicaleccio continuo non mi lasciano dire neppure una paroletta. Una mi racconta che la mamma le ha comperato una bambola che con la testa fa «» e fa «no» e che ha i capelli veri e cammina coi piedi suoi; un'altra mi racconta che la nonna porta gli occhiali, la cuffia e il bastone e piglia tabacco ed ha una bella tabacchiera d'oro e i denti finti; un'altra mi racconta che s'era nascosta sotto il cuscino del letto dieci ciliege rubate e che la Madonna per punirla glie ne ha fatto trovare soltanto i nocciuoli; un'altra mi racconta che la sua pecorella è fuggita perchè le galline se la volevano mangiare; un'altra mi racconta che il suo gatto si è ammalato perchè un topolino gli ha dato un morso sul muso; un'altra mi racconta la storiella della Regina che, scacciata dal Re, si rimpiatta dentro un uovo e si fa portare a tavola nell'ovaiuolo d'argento quando il Re ordina il pranzo; un'altra mi regala tutti i discorsi che balbetta il pappagallo della zia, e sono discorsi così bisbetici che a sentirli non se ne capisce niente. Se li facessi io quei discorsi senza capo nè coda, poveretta me, poveretta me! Chi fuggirebbe di qua, chi fuggirebbe di là, chi si metterebbe la bambagia negli orecchi e chi mi darebbe sulla voce o addirittura mi prenderebbe a scappellotti. Ma li fa un pappagallo, ed ecco che la gente va in solluchero e non manca qualche ragazza che si dà la pena d'impararseli a memoria e di ripeterli a me. Io le sopporto perchè voglio bene alle mie compagne come se fossero le mie figliuole. Sì, sì: nè più, nè meno: come se fossero le mie figliuole. E non c'è da ridere. Che monta che sono una bambina anch'io? Tutte le bambine si pigliano per figliuole le bambole. E dunque che c'è di straordinario se io mi piglio per figliuole le mie compagne? Sono più buone, sono più belline, sono più carine, sono più affezionate, e quando cascano non si rompono. E bisogna vedere come mi rispettano! Bisogna vedere come mi obbediscono! «Ninetta, fammi una riverenza.» E Ninetta, subito, si piega nella vita sino a toccare la terra col naso. «Ida, cantami una canzoncina napoletana.» E Ida, senza pensarci su due volte, mi canta la canzone del sole che sta sulla fronte o quella degli occhi che ragionano. «Mimì, ballami un poco la tarantella.» E Mimì mi gira intorno intorno battendo le mani e agitando la testolina. Queste, s'intende, sono le più piccole. Ma le più grandi mi obbediscono ugualmente, ed essendo più istruite, è una gioia ad averle per figlie. Figuratevi che ce n'è di quelle che mi obbediscono in francese e in tedesco come se niente fosse. Oh, io non nego di essere la più fortunata delle mamme! Il solo difetto che hanno tutte le mie figliuole, dalla prima all'ultima, ve l'ho già detto. Cinguettano troppo! Cinguettano troppo! Sarà che sono nate così. E allora non ne hanno colpa. Lo so. Ma è un difettaccio assai brutto. E che ci posso io? Non mi dànno mai il tempo di fare un avvertimento, di fare un predicozzo come una mammina di garbo. Me ne sto zitta zitta, senza fiatare, con la bocca tappata, ed esse parlano, parlano, parlano, parlano, e, con tutto il gran bene che mi vogliono, non si accorgono che mi dànno il mal di capo. E il più strano poi è che nessuno le chiama chiacchierine. E, se nessuno le chiama chiacchierine, dobbiamo convenire che il vecchio servo di casa mia ha ragione quando dice che questo mondo è tutto pieno d'ingiustizie. Già, secondo lui, non c'è niente che vada a dovere, e perciò brontola dalla mattina alla sera. Anche lui, quel brav'uomo, — per dirvi la verità — si vede che è nato col difetto di parlare troppo. Si lamenta del caldo, si lamenta del freddo, si lamenta del sole, si lamenta della pioggia, critica le persone che si bagnano, critica le persone che portano l'ombrello, critica quelle che vanno in carrozza, critica quelle che vanno a piedi, critica un signore che abita al piano di sopra e che suona il violino dalla mattina alla sera, critica un altro signore che abita accanto e che gli dà l'ipocondria perchè non se ne ode il più piccolo rumore, critica i colombi che si posano sulle ringhiere dei balconi perchè essi tubano ed egli deve pulire, critica i pipistrelli perchè non stanno mai fermi e non lasciano vedere la faccia che hanno, critica il calendario quando ci sono molte feste in una settimana perchè la gente se ne sta con le mani alla cintola ed egli invece è costretto a spolverare ogni giorno, critica il calendario quando nella settimana non c'è nessuna festa perchè allora i negozî sono aperti il lunedì il martedì il mercoledì il giovedì il venerdì e il sabato ed egli è obbligato ad andare e venire mille volte per comperare mille cose, critica il cuoco perchè è pagato più di lui, critica la cameriera perchè è pagata meno di lui e abitua male i padroni, critica il portinaio perchè fa la vita comoda, critica il facchino perchè lavora sempre e non si stanca mai, critica la governante perchè si pettina come una signora e si mette la cipria sulle guance e critica perfino me perchè gli dico sul viso che quella sua parlantina non la posso soffrire! Ma è inutile. Tutti mi raccomandano di essere schietta, e io sono schietta. Vado matta per coloro che parlano poco, e il solo spettacolo che davvero mi diverte è il cinematografo, dove si vedono, a centinaia, uomini, donne e animali che non parlano affatto. Lì, cani che corrono, cavalli che galoppano, soldati che sparano, pagliacci che saltano, viaggiatori che arrivano, briganti che scappano, contadini che si azzuffano, mariuoli che rubano, buoi che passeggiano, leoni che sbuffano, elefanti che sbadigliano, scimmie che graffiano, monache che pregano, vecchie che piangono, parrucche che volano, pompieri che smorzano il fuoco, e mai un grido, mai una parola, mai una sillaba! Io sono tale e quale. Mi dànno della chiacchierina, forse per burlarsi di me, forse per ischerzare, forse per stuzzicarmi, forse per indispettirmi, forse per addolorarmi, ma il certo è che la mia voce non l'avete sentita ancora, e, mentre avevo tante cose da dirvi, non ve ne ho detta proprio nessuna. Pazienza! Sono io diventata muta, come crede la maestra? Può essere. E se è così, io non me ne vergogno. Meglio muta che chiacchierina!

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.