I.
Quando dimoravo nell’Astigiano tutti i mercoledì d’ottobre mi recavo a Martinengo a passare la giornata col cav. G... consigliere d’appello.
Prima e dopo il desinare, che all’uso monferrino facevamo verso il mezzodì, si stava, il cavaliere ed io, in un suo orticello queto e raccolto nell’ombra vasta di due noci grandissimi. E passeggiando il sentieruolo fatto soffice dal muschio e per le foglie cadute, si discorreva a mezza voce, come due cospiratori, di cose tanto interessanti quanto poco positive. Il cavaliere (non fo il nome perchè oramai uno si compromette colla fede quanto una volta coll’ateismo) il cavaliere G... è giunto come Cartesio ad affermare per via di negative: le sue credenze sono tutte risaldate a un principio: accettata una, bisognava accettare anche le altre; coscienzioso e scrupoloso in fatto di prove, non c’era pericolo si lasciasse adescare dalla fantasia. Forse scambiava talvolta le ragioni della mente con quelle del cuore, ma in tal caso il suo argomentare diveniva, per me almeno, più che mai irresistibile.
Il discorso cadeva sovente sopra un problema formidabile: — l’ineguaglianza originaria degli uomini.
Era questo l’intoppo più grave contro cui venivano a urtare le mie credenze, ed io lo lanciavo volontieri con tutta la forza della mia eloquenza fra i piedi del cavaliere perchè mi aiutasse a rimoverlo.
Ma quando avevo sciorinato tutte le mie eccezioni, egli sereno ed imperturbabile rispondeva:
— Eppure, caro mio, c’è un modo di spiegar tutto questo. — Poi, al momento bono quando io attendeva con la più viva ansietà le sue spiegazioni, impensieriva e parlava d’altro. Io restavo mortificato; e una volta glielo dissi.
Il cavaliere mi prese pel braccio e arrestandosi come per mettere i nostri spiriti a più stretto colloquio:
— Credi tu, disse, che la nostra esistenza cominci qui? io non lo credo, e sono convinto invece che si principia tutti eguali, e che le disuguaglianze dinotino i passi fatti.
Fui scosso dalla sicurezza delle sue parole.
— Ma come va, soggiunsi, che non abbiamo alcuna memoria di questa.... esistenza anteriore?
— Non abbiamo precisamente delle memorie, ma bensì degli istinti, delle inclinazioni.... quasi dei ricordi. Quando ero ragazzo avevo in me tutto un mondo morale e metafisico che poi s’è dileguato. A dodici anni una volta ch’ero chiuso per castigo nella biblioteca dello zio canonico, mi capitò in mano il trattato di Cousin sulla logica di Kant: lo apersi per distrazione e ne lessi qualche riga, sbadato: — cosa strana! — conoscevo quelle frasi — il ragionamento dell’autore, mi veniva in mente quasi colle stesse parole prima ch’io le leggessi sul libro, e non avevo mai visto nulla nè di Cousin nè di Kant, non sapevo chi fossero.... Mi sentivo poi degli istinti cattivi assai più che adesso e mi consolo di averne vinti parecchi. Non è vero che l’uomo nasca sempre innocente. Avevo (lo crederesti?) una grande tendenza al furto. Non ho mai rubato, non ho mai avuto bisogno di rubare pur uno zuccherino, si prevenivano tutti i miei desiderii. Ma non era il desiderio che mi tentasse; era, sto per dire, l’abitudine contratta Dio sa dove, certo non nella mia casa, casa onorata da molte generazioni di rigidi magistrati. Il furto non era per me che l’arte per l’arte: un ideale senza pratica applicazione. Passavo delle ore a macchinare dei piani per nascondere delle rapine immaginarie, e da malato, il mio incubo persistente era quello di credermi perseguitato dalla polizia....
Ho poi molto pensato alle parole del cavaliere, lessi un’intera biblioteca di libri mistici e mi avvidi che quelle idee non erano nè tanto nuove nè tante singolari. L’Oriente n’è stato e n’è ancora tutto compreso: dalle sue mistagogie nuvolose e profonde derivarono spesso in ogni tempo degli sprazzi luminosi nelle religioni e nelle filosofie della nostra Europa, massime del settentrione.
Poco alla volta le faccende giornaliere ed obbligatorie, gli interessi della mia rustica clientela mi distolsero da quelle meditazioni: avviene a chi progredisce nella vita come a quello che scende in una valle — i cespugli gli tolgono la vista delle alture lontane.
Da parecchi anni non ci pensavo più, quando un caso strano venne a rammentarmi i discorsi tenutimi dal cavaliere G... nelle sere d’ottobre sotto il pergolato del suo orticello.
Un giorno in Asti m’imbattei in un mio carissimo compagno d’infanzia che da gran tempo non aveva più veduto. Era Gustavo Michis, il figlio del presidente. Egli mi fece un mondo di feste e mostrò gran piacere di trattenersi qualche ora con me. Mi disse che non aveva che fare, ch’era venuto dalla sua villa di Canelli in città per isvagarsi: diffatti aveva una cera smunta come uscisse allora di malattia. Io avevo un processo in tribunale: venne meco, assistè al dibattimento, ed aspettò ch’io fossi libero per uscire con me. Quella sera dovetti trattenermi perchè il processo non era finito e mi rimaneva da far l’arringa l’indomani. Gustavo mi fe’ l’offerta di rimanere a tenermi compagnia, offerta che accettai di gran cuore. Io volevo alloggiare all’albergo Reale, ma egli propose il Leon d’oro, e benchè io gli dimostrassi quanto fosse incomodo per la grande affluenza dei carrettieri, tanto insistè che dovetti compiacerlo. Passai con lui una sera deliziosa, a riandare le memorie della nostra vita di collegio. Ma credo di aver fatte quasi da solo le spese della conversazione: il mio amico Gustavo pareva ascoltarmi, quando io aveva finito un discorso, egli mi porgeva con premura il bandolo di un altro che a dir il vero, non legava sempre con quello di prima. E riempiva il mio bicchiere e più spesso ancora il suo. Quando si è in due soli si scivola facilmente nel serio: dato fondo alle reminiscenze, venni a parlare della mia vita e dei miei poveri disegni di avvocato di provincia. E poi chiesi a Gustavo:
— E tu come te la passi? allegramente, secondo il solito?
Egli mi diè un’occhiata singolare, poi chinò il capo sulla tavola.
— Cosa conti di fare?
— Nulla, — rispose, si passò le palme sul viso, tacque un pezzo, poi mormorò sottovoce come parlasse fra sè: — Oh se questa espiazione finisse!...
— Espiazione!... quale? — esclamai io meravigliato.
Non disse altro; pareva assorto in tristi riflessioni.
Era tardi e mi alzai per recarmi a letto. Gustavo era turbato, mi pregò vivamente di passare la notte nella stessa camera con lui.
Durai fatica a prender sonno; non finivo di pensare al cambiamento che avevo notato nell’amico.
Gustavo Michis, chi l’ha conosciuto alcuni anni addietro, era un ragazzo niente affatto strano, pareva allora quel che paiono tanti altri della sua condizione, un giovinotto che viveva proprio da giovinotto, facendo a divertirsi il più che potesse, aveva un padre vecchio, proprio dei vecchi, che si sforzava inutilmente di farlo lavorare: aveva preso la laurea in diritto come troppi altri, studiava poco, fumava molto; era sano, florido, gioviale e piuttosto volgaruccio; ma aveva su noi una grande superiorità che gl’invidiavamo furiosamente: aveva delle amanti, frequentava la società leggera dove incontrava moltissimo per il suo buon umore, il suo gaio cinismo, i suoi aneddoti scabrosi. — Così l’avevo lasciato a Torino: ed ora stentavo a ravvisarlo sotto quel suo pallore, quelle sue distrazioni e quelle sue preoccupazioni. Non sapevo cosa dirmi.
L’indomani, in tribunale, il mio procuratore, indicandomi Gustavo che stava dietro di noi a qualche passo, mi chiese se fosse il figlio del presidente Michis e soggiunse:
— Dicono che è impazzito, è vero?
Mi tornarono alla mente le parole misteriose della sera prima.
Sbrigata la mia causa, mi disponevo a tornare al mio villaggio, quando Gustavo mi domandò con aria di preghiera come di chi impetra un grande favore:
— Non ti rincrescerebbe s’io venissi a star con te qualche giorno?
Come si fa a dir di no? acconsentii con premura: ma in fondo era un po’ impensierito del suo stato.
Venne a casa mia e vi si trattenne quasi tre settimane. In paese, per la scarsità di gioventù agiata, mancavano affatto le distrazioni; lo presentai in una casa vicina dove erano due signore belle e gentili, ma egli era divenuto schivo in modo singolare della compagnia delle donne. In campagna non voleva andare nemmeno accompagnato. Io era occupatissimo ed egli non mi lasciava un minuto.
— Se permetti, — mi diceva, — mi sederò qui e leggerò qualcosa.
Sedeva, prendeva un libro, ma non leggeva punto: fissava gli occhi nella finestra con un’aria distratta e crucciata. Restava così immobile fin ch’io per la pena di vederlo a quel modo mi inducevo a scuoterlo e a farlo parlare.
Come la prima notte ad Asti, non volle dormir da solo e bisognò fargli un letto sull’ottomana nella mia stanza.
Ogni sera mi domandava: — T’annoio?
Rispondevo di no, — non mi annoiava, mi rattristava.
Dopo alquanti giorni cominciò a farsi più espansivo; pareva volesse confidarmi qualcosa, — ma, alle prime parole, parendomi divagasse, e ricordandomi di quanto mi aveva detto il procuratore, l’interrompevo e facevo volentieri il sacrificio della curiosità, pel timore si lasciasse trascinare dalla manìa misteriosa che supponevo lo travagliasse.
E una volta mi disse un po’ risentito:
— Anche tu credi ch’io sia pazzo? molti lo credono, eppure non lo sono.
— Pazzo! — mormorò poi: — ho paura di divenirlo — e forse, chissà? sarebbe il mio bene.
Io mi affrettai a dissipare il suo sospetto con dichiarazioni, che se non venivano da una convinzione molto profonda, sgorgavano certamente dal cuore.
— Tu sei buono, — riprese Gustavo. — Sei sempre stato riflessivo: mi ricordo che nella mia ignoranza di superficialone mi facevo burla del tuo misticismo. Chi m’avesse detto che sarei poi così cambiato, che sarei venuto qui ad impetrare il sussidio di quelle idee che mi sembravano tanto strane! Tu l’hai sempre quelle idee? da alcuni libri che ho trovati qui posso arguire che sì.
Ero lì lì per disingannarlo e confessargli la mia indifferenza per tutte quelle fantasie giovanili: ma egli non me ne lasciò il tempo.
— Venendo qui, — disse, — avevo il mio perchè. Andavo in traccia di qualche consiglio e ho trovato te: forse non è il caso che mi ti fa incontrare. Non ho potuto resistere al bisogno di aprirti l’animo mio. Di quanti conosco, tu solo puoi comprendere ciò ch’io ho da dire.
E là nel mio studio, seduto in faccia a me sulla sedia dove sedevano i miei clienti, coi gomiti appoggiati ai miei volumi di liti, scartabellando i miei codici, mi fe’ il racconto più singolare ch’io abbia inteso mai.
Parlò lungamente, per parecchie ore di seguito, senza smarrir mai il filo, con la maggior coerenza di idee. Se un matto possa parlare a quel modo non so: certo è che molti savi gl’invidierebbero quella sua precisione.
A parte la stranezza dei fatti narrati, il suo racconto aveva tutto l’accento della verità.