II.

Alla vigilia del gran giorno, Siro era stato nel pomeriggio a ritirare le carte di stato libero, alla Curia, poi aveva sbrigate alcune faccende in città.

Passando innanzi alla bottega di un orefice sull’angolo di piazza Banchi vide esposto nella vetrina una meraviglia di monile d’oro; fatto di grosse piastrelle legate con un finissimo lavoro di filigrana, congiunto in mezzo da un cuore da cui pendeva una crocetta.

Egli aveva presentati già i suoi regali alla sposa: però lo vinse la tentazione di farle una nuova sorpresa e comprò il monile, disegnando di buttarglielo al collo per tutto saluto, quando l’indomani mattina sarebbe venuto a levarla di casa.

Ma poi ebbe un pensiero: se andasse dritto dritto a portarglielo?

È vero che congedandosi dalle donne aveva detto che per quella sera non sarebbe tornato, ed esse avevano, per riguardo alle molte faccende, approvato la sua discrezione. Si vergognava un poco di tornar loro innanzi. Ma, tutto calcolato, la premura di farle vedere la nuova compera era un fior di pretesto.

Egli era uscito di porta Pila, e, perplesso fra le contrarie ragioni, aveva preso macchinalmente la strada del Bisagno.

Alla fine il desiderio prevalse: l’indomani il suo regalo sarebbe rimasto, fra tante emozioni, inavvertito: l’Irene gradirebbe certo l’attenzione e avrebbero passate insieme alcune di quelle ore eterne; già egli non sapeva come passarle.

Ma, giunto al Beviò, voltò indietro, ridiscese nel letto del fiume ed essendo tardi, prese le scorciatoie a ritroso della corrente. Camminava spedito, balzava di pietra in pietra coll’agilità dei suoi quindici anni.

Nel cuore, liberato dalla oppressione della molesta impazienza, — due sirene, la speranza e la fantasia, alternavano le loro canzoni gioconde.

Chi ha detto che non c’è felicità al mondo? Non è punto vero: egli l’aveva pur trovata e senza fatica, quasi senza cercarla; — l’aveva raggiunta, tirando dritto e piano per la sua strada. Una strada senza inciampi, senza agguati, appena un po’ di polvere, qualche po’ di fastidio, di noia, del resto liscia come un olio.

Ora quella serena esistenza saliva al suo meriggio e la gioia gli avrebbe sonato il benedicite. L’indomani era l’assunzione di Maria.

Alla festa di Siro avrebbe fatto cornice il giubilo della terra e del cielo.

Egli avrebbe condotta la sua Irene, vestita di bianco, coronata di candide rose, nella chiesa parata a solennità coi drappi pomposi a frangie d’oro innanzi all’altare tutto in gala rivestito di broccato d’argento, ghirlandato di fiori, coperto dal baldacchino dai pennacchi bianchi: l’avrebbe sposata al suon delle campane, a’ piedi della madonna che vestiva l’abito nuziale di sua nonna. Poi sarebbero usciti colla processione, allo sparo dei mortaletti, al canto dell’ave maris stella per le vie cosparse di fiori, — egli felice nel tripudio di tutti.

Poi l’avrebbe ricondotta a Santa Zita e là si faceva un grande, un famoso banchetto; tutto il paese era stato buono per lui, tutto il paese doveva venire a fargli dei brindisi, alla tavola d’onore doveva sedere il vecchio medico, il decrepito, il canuto maestro, il maniscalco, cui aveva tirato i mantici, il tessitore cui spartiva i fili. Lo speziale era morto, ma sarebbe venuto suo figlio: tutta la sua vita passata doveva essere testimonio della sua contentezza presente. Poi si sarebbe cantato, ballato: questa volta non era più nell’orchestra: — ciascuno a sua volta — poi era tutta una felicità inenarrabile....

Siro chiudeva gli occhi, allargava le braccia come per abbracciar l’universo quasi impaurito di tanta fortuna; gli venivano sulle labbra cantici e salmi gaudiosi.

Si voltava a guardare il suo villaggio; la sua casetta attillata luccicava all’ultimo raggio del sole che tramontava sui murazzi di Carignano e dietro ad essa salivano nuvoli bianchi o dorati come una vasta aureola, lieto pronostico del suo lieto avvenire.

Ripigliava il cammino di corsa; i ciottoli smossi rimbalzavano con schiocchi giulivi; e il mormorio dell’acqua rispondeva. Poi all’intorno scoppiava uno scampanio festoso da Staglieno alla Foce, dai lontani casali dei monti, dai campanili invisibili di Genova: la campanella delle Anime gittava in alto mare, sul piano terso dell’onde, alle navi che si dondolavano sull’orizzonte cilestrino i suoi squilli acuti, argentini, come per annunziare la festa del domani.

La gran festa di Siro.

Imbruniva; dagli spalti alti di Genova l’ombra si stendeva oltre il letto del Bisagno, risaliva sulla riva opposta e la copriva tutta quanta.

Il flebotomo andava dritto alla sua meta a una meschina casetta raccolta in una piega del bastione.

L’entrata era sulla strada, dall’altra parte. Arrivando dal fiume, Siro dovette fare il giro dell’orto rasentando l’alta siepe di sambuco; andava lesto e riguardoso perchè il terreno era scosceso e appena ci si vedeva.

Le frasche, le bacche gli frustavano qualche volta duramente il viso, bisognava rimuoverle ad una ad una; badare ai piedi ed alla testa. Egli si godeva di tutte queste preoccupazioni che gli davano l’aria di un amante furtivo, e aguzzavano la sua gioia, legittima e bollata da tutte le autorità civili ed ecclesiastiche, col piccante dell’avventura. Era un gusto che il povero Siro si procurava per la prima volta.... e per analogia.

All’angolo i sambuchi, più fitti e frondosi, facevano, dentro all’orto, una specie di pergolato dove le donne avevano messo un banco per sedervisi a meriggiare: di fuori i rami sporgevano molto in là sul dirupo.

Siro si chinò per passare, poi si fermò di botto.

Aveva intesa la voce d’Irene che parlava nell’orto a due passi da lui: se le due donne erano lì, egli avrebbe fatto loro un’improvvisata. Tenne il fiato e si pose in ascolto.

Ma la sorpresa l’ebbe lui pur troppo. Irene non discorreva con sua madre, poichè diceva:

— È miracolo se stassera ci possiamo parlare. Sii buono; se sapessi cos’ho fatto per serbarti questi pochi momenti! Dunque ascolta: per qualche tempo non ci dobbiamo rivedere; ma tu, per cosa che senta dire, pensa che il mio bene è per te, che sono tua e voglio ancora e sempre essere tua....

E ripeteva carezzevole: — sempre... sempre... — con voce soffocata come se le sue labbra non fossero libere.

Seguiva una pausa.

Il povero Siro, stupidito pensava:

— Ella è sua... ed io?

Irene ripigliava:

— Ti farò avvertito io quando possa venire; sai, col solito mezzo: ed ora va, la mamma può rientrare, — e schioccava un bacio sonoro.

— E ricordati di ciò che ti ho detto, addio.

E poi altri baci frettolosi, furiosi sonarono dietro la siepe: le foglie del sambuco si agitavano tutte come prese dal rovaio, e sbattevano sulla fronte di Siro il contraccolpo di quelle tenerezze.

Una voce d’uomo rispose:

— Addio.

Fu l’unica parola dello sconosciuto.

Un gran fruscio nella siepe, un rovinìo di scheggie giù per la ripa... una pedata leggiera nell’orto.

E fu finito.