III.

Gustavo Michis mi narrò questa storia con la sicurezza inconscia, passiva del sonnambulo che descrive la propria visione. Il mio racconto appena riproduce la precisione del suo.

Mentre parlava, il povero amico mio aveva l’occhio fisso, atterrito; il suo viso scarno, sparuto, smorto, si contraeva dolorosamente, e parlava sempre collo stesso tono di voce.

Quando ebbe finito, raccapricciava tutto. Mi stese la mano, era umida e fredda. Non pensai neppure a rassicurarlo colle solite volgarità. C’era, sotto a quella calma apparente, lì dentro a quell’anima, qualcosa di straordinario, di morboso, ma vero. Almeno mi parve allora, mi parve sempre che parlai con lui.

Gustavo mi strinse la mano e disse:

— Non ho avuto il coraggio di sacrificarmi a quella creatura — ma sono suo lo stesso — lo sento....

Dopo qualche giorno l’amico se n’andò e per un anno intero non ebbi notizie di lui: non osavo chiederne — quella sua sciagura mi turbava — cercai dimenticarlo.

Ma l’autunno successivo, credo la stessa settimana di settembre, egli tornò da me; mi capitò in casa una sera, mi abbracciò, e, senza quasi salutarmi, come continuasse un discorso allora interrotto, mi disse:

— Ho risoluto di affrontare la mia sorte; non posso vivere, non posso morire lontano da lei, — vado e tu mi devi accompagnare — chiedo alla tua amicizia questo grande servizio.

Il credereste? — adesso pare strano anche a me. — In quel punto non pensai a ricusare, a combattere il suo disegno; ero soggiogato dalla sua fermezza; gli chiesi:

— Quando partiamo?

— Domattina.

E partimmo diffatti.

Due giorni dopo eravamo a Gressoney.

Superammo il ciglione di Trina che il sole tramontava; l’ultimo raggio fuggiva su pei ghiacciai del monte Rosa e ne scendeva attraverso gli abeti un sottile vapore turchiniccio.

La piccola valletta, uguale, queta, raccolta, si nascondeva a poco a poco nell’ombra; gli ontani tuffavano i rami nello scialbo lume del crepuscolo, e in mezzo a quelli spariva il campanile della modesta chiesuola; lo squillo della sera, voce solenne e tranquilla del villaggio, salutava il giorno morente.

Mi stringeva il cuore una grande tristezza.

Gustavo era inquieto, ansioso. Correvamo trafelati senza sapere il perchè.

All’ingresso del paese, accanto al piccolo cimitero, un giovane si fe’ incontro a Gustavo.

— Presto, presto, vi aspetta, — mormorò.

Gustavo mi disse poi che non aveva annunziato a nessuno il nostro arrivo.

Nessuno di noi due rispose: seguimmo il montanaro su per la valle.

Era Karl.

Dopo alcuni minuti Gustavo si fermò e gli chiese:

— E lei?

— Muore, — disse Karl, — e non scorderò mai quella sua voce: v’era un dolore infinito e una gran collera.

Arrivammo a notte chiusa alla casa dei Peyrat. Tirava un rovaio pungente; aveva nevicato il giorno prima.

Attraversammo l’orto, entrammo nella casetta di Karl.

Ci fe’ salire una scala di legno.

Entrammo in una cameretta tutta parata di bianco.

Una lucerna di veglia gettava una luce velata sopra un letticciuolo e sopra una fanciulla morente.

Riconobbi tosto la Krimilth, quale me l’aveva descritta Gustavo: il suo volto pareva di cera. Alcune treccie di capelli rossi bellissimi scendevano sul guanciale. Era una figura singolarissima, non bella, — più che bella.

Una giovinetta, la sorella di Karl che stava accanto al letto, venne alla nostra volta.

Gustavo solo si accostò. La Krimilth si volse da lui, gli stese la mano.

— Tardi, — disse con voce dolce e lamentevole, — però hai fatto bene a venire; tu abbrevii le mie pene. Povero amico! non hai voluto la rigenerazione, non ti rimane che l’espiazione, povero amico!... Il tuo cuore è fiacco e molte prove ti aspettano. — Nessuno sfugge alla sua sorte. Chi non la combatte la sopporta.

— Krimilth! ero venuto per te, — disse angosciato Gustavo.

Ella scosse il capo.

— No, no, per te, per te solo. Ascolta. Ho molto a dirti; chinati qua presso alle labbra; aspetta ed ascolta.

Gustavo s’inginocchiò al capezzale.

La fanciulla fe’ un cenno, Karl si appressò; ella mormorò qualche parola per dir che voleva restar sola con Gustavo.

Karl tornò verso di me, mi prese pel braccio e senza cerimonie mi tirò nella camera attigua.

Passammo parecchie ore seduti l’uno in faccia all’altro senza far parola. Sentivamo, a intervalli, indistinta la voce di Krimilth; sempre più fioca, sempre più fioca. Parlava e nessuno le rispondeva.

A un tratto tacque.

Poco dopo Gustavo entrò nella camera, mi pose le due mani sulle spalle, mi disse: è morta.

Karl stramazzò al suolo: la sorella si precipitò nella camera di Krimilth.

Noi due uscimmo. Gustavo mi faceva paura.

················

Ricondussi l’amico presso la sua famiglia in Torino.

Dopo una lunga prostrazione morale di parecchi mesi, parve riaversi.

Seguendo la tradizione della famiglia entrò nella magistratura; chiese ed ottenne un posto di sostituto in una procura regia delle provincie meridionali. Dicono che quivi si mostrasse tranquillo, e, ad intervalli, anche sereno.

Era laboriosissimo. Buono com’è, tutti gli volevan bene; strinse relazione con una famiglia del luogo e stava per prender moglie.

Alla mattina delle nozze lo trovarono svenuto a terra nella sua stanza.

Tornato in sè, diè in smanie, cadde in convulsioni terribili. I parenti suoi lo collocarono in una casa di salute. Ma riuscì a fuggire e scomparve.

Tutti lo credono pazzo, ed anch’io mi sforzo di crederlo, ma quando penso al suo racconto e a ciò che ho visto, non ci riesco.

FINE.


[ INDICE]

Candaule[Pag. 1]
Vigilia di nozze[171]
Riccardo il tiranno[219]
Da uno spiraglio[249]

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.