VI.

Qualche giorno dopo, Zaverio, arrivando al villino, vide sulla porta di strada il calesse della signora. In sala trovò il barone in abito di passeggio che si accomodava la cravatta davanti ad uno dei due grandi specchi, e senza voltarsi, gli disse trionfalmente:

— Caro mio, ti chiediamo perdono, siamo sul punto di fare una giterella piuttosto lunga. Io devo recarmi dietro Capodimonte a visitare certi poderi che comprai e la baronessa ha la bontà di accompagnarmi.

— Ma il duca potrebbe venire con noi, disse la baronessa uscendo frettolosa dalle sue stanze con una sollecitudine che fe’ inarcare le ciglia al marito.

Poi, senza dargli tempo a rispondere, disse a Zaverio:

— Non ricuserete, spero, di farci compagnia; favorite, soggiunse dandogli ad abbottonare il suo guanto.

E mentre il capitano stringeva, guardandolo con timida riverenza, il suo polso rotondo e vigoroso, ella volgendosi al barone:

— Pregatelo dunque voi di venire.

— Certamente, balbettò con una smorfia il barone — se può.... se vuole....

— Volentieri, rispose Zaverio offrendo il braccio alla baronessa, che lo prese e vi si appoggiò per scendere in istrada.

In carrozza il barone dovette per convenienza cedergli il posto d’onore alla sinistra della moglie. Era vivamente contrariato.

Discesero al Leone, percorsero la riviera di Chiaia, Pizzofalcone, Santa Lucia, piazza del Plebiscito, Toledo — sempre in silenzio.

Dei tre, la sola baronessa era all’agio suo, rannicchiata in fondo al mantice, distratta, meditabonda, pareva non accorgersi dei compagni.

I quali, invece, si occupavano molto di lei.

La carrozza andava di carriera: pure la strada sembrò loro interminabile.

Ai piedi della salita incontrarono una lunga fila di carri che scendevano dall’altura e sollevavano un fitto polveraccio.

Donna Vittoria propose di far a piedi la salita attraversando il piccolo square.

Riprese il braccio del capitano e s’avviò innanzi con lui mentre il marito si trattenne a dar gli ordini al cocchiere.

Camminava spedito su pei sentieruoli premendo più dell’usato la breve manina sul suo braccio.

Non parlavano nè l’una, nè l’altro.

La signora lo guardava di traverso con una curiosità sdegnosa: egli non ardiva levarle gli occhi in viso.

Arrivati in cima domandò:

— Aspettiamo il barone?

— Aspettiamolo pure, rispose beffarda la baronessa.

Il barone sopraggiunse trafelato al passo di corsa.

— Per bacco, sclamò sbuffando, come correte!

— Voi avete corso! rispose donna Vittoria.

Poco più in là ella propose un emendamento radicale al programma della passeggiata.

Non era mai stata alla Villa Reale. Mostrò una grande curiosità di visitarla. — Il barone facesse pure il commodo suo, andasse a vedere il fondo — tanto ella non poteva intendersene.

Il marito rimase perplesso; die’ un’occhiata diffidente a Zaverio che non era meno impacciato di lui.

Donna Vittoria, tutta ilare, pareva divertirsi molto del loro imbarazzo.

— Il duca — oramai davanti al marito lo chiamava sempre così, — il duca mi farà da guida e da cicerone.

Il barone cercava un ripiego; andar solo non gli garbava; mosse qualche obbiezione, poi si mostrò disposto a venir anche lui con loro. — Al podere andrebbe dopo.

Ma la baronessa non voleva far troppo tardi.

Quasi quasi il barone voleva rinunziare al proprio progetto: sarebbe tornato un altro giorno....

Ma la signora non lo permise: l’affare premeva. — Dunque? — Dunque andasse....

Poteva resistere il barone? egli non l’osò, temeva il ridicolo. Si rassegnò ad andar solo.

— Non vi fate aspettare, raccomandò la baronessa.

Ed entrò con Zaverio nel parco reale.

Presero il gran viale.

Il custode li lasciò andare soli.

Avevano ammutolito di nuovo: camminavano nella verde e fresca penombra.

— Non dite nulla? domandò finalmente donna Vittoria, vi annoiate di star con me?

— Anzi!

— Anzi? così va bene!

— Sono orgoglioso della prova di fiducia.

Donna Vittoria l’interruppe:

— Non supporrete mica che io abbia bisogno della custodia di mio marito. Sarebbe un custode sì poco sicuro! Confesserete che le riserve non sono venute da lui....

Ella si staccò da Zaverio, si fermò un momento come per aspettare una risposta, poi riprese il suo braccio e fecero qualche altra diecina di passi.

— Quanto tempo è, disse poi, che venite da me?

— Quasi due mesi.

— E in tutto questo tempo voi siete venuto quasi tutti i giorni e vi ho ricevuto da sola, eppure non avete pronunziata una sola parola di quelle che io non soglio permettere. Siete sicuro d’aver detto sempre tutto quanto il vostro pensiero?

— Sono sempre così poco soddisfatto di me, che mi guardo bene dallo scrutare così addentro ai miei pensieri.

— Il contrario di me: io fo tutti i giorni l’esame di coscienza: io, dei miei pensieri sono perfettamente sicura. Se qualcuno credesse cogliermi in fallo si sbaglierebbe.

Rizzò alteramente la persona, poi domandò:

— Dunque perchè siete venuto da me?

— Perchè, mormorò Zaverio, lo sapete; ve l’ho detto la prima volta che mi faceste l’onore di ricevermi. Sentivo di avere con voi dei gran torti, volevo ripararli.

Donna Vittoria rise superbamente.

Zaverio continuò:

— .... poi desideravo riconquistare la vostra stima.

— Non è mica poco.

— Oh lo so!

— E.... credete esserci riuscito?

— Non oso neppure sperarlo. Un momento mi sono lusingato che la lealtà, la franchezza, nel riconoscere i miei torti potessero aver qualche valore. Mi sono ingannato; non bastano — lo so anch’io.

— Duca, voi non siete sincero.

— Lo sono, vi do parola, lo sono.

— Sareste dunque diverso degli altri? mormorò la baronessa, facendosi pensierosa e appoggiandosi con qualche abbandono al braccio di Zaverio.

Dopo una pausa più lunga riprese colla prima amarezza:

— Ci sono delle donne che accettano sul serio le gentilezze di voi altri, le vostre proteste, le vostre dichiarazioni, le belle commedie dei vostri complimenti. — I vostri complimenti! Dio bono, che cosa scipita e comune. Qual’è la donna che non possa averne a sazietà ogni giorno e da chicchessia! Non ho io inteso farne delle dozzine alla moglie del mio tutore? La buona donna non aveva che cinquant’anni. Si scopriva il seno e coloro, giovinotti brillanti, come vagheggiavano quell’.... audace supposizione! Oh, siete molto compiacenti e punto schifiltosi voi! Prodigate la vostra adorazione con mirabile generosità — è vero che non vai nulla!

Per la prima volta il suo sarcasmo lasciava intravvedere una tristezza vera e profonda.

— Ah che delusione! sclamò. E dire che noi fanciulle si trema pensando all’uomo, e ce lo immaginiamo un eroe, un essere più elevato, più fulgido e si arrossisce di non esserne degne, non si ardisce guardargli in viso, e non ci pare mai soverchia l’umile verecondia dinanzi a lui, si cacciano dal cuore tutti gli affetti della terra per farne un cielo per lui.... Eppoi, Dio mio, che fantasie sciupate! Quando quest’essere superiore, che per lunghi anni non vi bada affatto, un bel giorno, vedendovi le gonnella lunghe, si accorge che siete una donna e vi fa l’onore di credervi matura ai suoi desideri; e si degna rivelarvisi — che rivelazione!.... lo sentite meschino, cupido e più ancora, vano; desideroso non tanto di possedervi quanto del vanto di possedervi. Le sue parole sono nobili talvolta, i suoi desideri mai. Egli vi dice le cose più lusinghiere, vi onora delle adulazioni più pompose, e noi si crede al suo rispetto, alla sua riconoscenza, ne pare in buona fede d’essere innalzate sopra un altare e invece lui non vuole che mettervi le mani addosso per trascinarvi.... molto più in giù del fango. — Che grandi e superbe frasi per chiedervi una cosa piccola e laida, quanti complimenti alla donna. — Come abbietti, come infami!

— Mio Dio, che uomini avete conosciuti voi?

— Tutti ad un modo. Vorreste dire che ce ne sono degli altri? ah!

Si raccolse un momento; pareva commossa.

— Perchè non li ho incontrati io se ve ne sono? disse aspramente: perchè quando era ingenua, candida, nessuno si è presentato? perchè sono diventata la baronessa di Ruoppolo?

Avevano fatta una buona metà del viale.

Donna Vittoria volle tornare indietro e prendere una scorciatoia per ritornare alla villa.

Imboccarono uno dei sentieri che s’insinuano lateralmente fra le macchie.

Zaverio era troppo distratto per potersi orizzontare.

Si smarrirono.

La baronessa se la pigliò con lui e lo rimbrottò quasi l’avesse fatto apposta.

Per fortuna si trovavano vicini all’uscita.

Dopo brevi ricerche riuscirono in capo al viale.

La baronessa smise l’idea di visitare il palazzo.

Disse ch’era stanca, che aveva mal di capo, voleva rincasare.

Tornarono alla carrozza che aspettava sullo stradone.

Il barone non s’era visto ancora. Il podere era lontano di là quasi tre quarti d’ora.

— Mi accompagnate? chiese donna Vittoria.

Rifecero di corsa la strada del mattino; i trabalzi della carrozza e il frastuono assordante della città risparmiò loro il bisogno di proseguire la conversazione.

Ciò servì ad entrambi.

Era uno di quei discorsi che, una volta interrotti e sedata la commozione che li ha ispirati, non si trova più il verso di riannodare.

Giunti al villino, il capitano salutò la signora, ma ella lo invitò ad entrare.

— È tardi, disse, bisogna che io vi dia da pranzo.

E non volle sentir scuse. Accortasi che la sua frase era, nei rapporti loro, scortese, si rabbonì, insistè, lo pregò, lo costrinse ad accettare.

Mentre la baronessa si ritirò a cambiar abito, Zaverio aspettò nel salotto.

Appoggiato al davanzale della finestra rimase assorto a guardare fra le stecche della persiana le barche che apparivano e sparivano sopra una breve e scintillante zona di mare, colla avidità attenta del prigioniero — e tanto intensa che non sentì entrare donna Vittoria.

Voltandosi, dopo un gran pezzo, la vide seduta placidamente sul divano. Ella lo guardava e nei suoi occhi luceva una viva soddisfazione.

Era superbamente bella: non vestiva con la minuta eleganza moderna ma con maestà antica e quasi sempre di chiaro.

Zaverio era irrequieto.

— Il barone è tornato? chiese.

— Vi preme saperlo?

E con grande indifferenza donna Vittoria tirò il cordone del campanello.

Venne Concetta e disse che il barone non era rientrato ancora.

— Bene, quando viene, fallo avvertire che lo aspettiamo a pranzo.

— Eccovi soddisfatto, disse poi a Zaverio.

Egli tacque.

— Vi ho compromesso con l’amico vostro, soggiunse donna Vittoria, ve ne rincresce? — Diffatti egli è stato con voi tanto generoso!

— Oh sì....

— Eh lo so, disse la baronessa mozzandogli con un’occhiata tagliente la parola sul labbro.

Poi aggiunse con un sorriso:

— Non si direbbe, eppure mio marito è geloso — è geloso di voi. — D’una gelosia degna di lui s’intende. Naturalmente egli non può stimare alcuno. Per lui io sono un mobile che si mostra con orgoglio e si vuol tenere per sè. Potrei prodigare il mio spirito e il mio cuore a mio talento: egli non ci tiene che al possesso materiale; anzi al vanto di poter dire: questa donna mi appartiene. Per questo egli non può in coscienza lagnarsi. Rassicuratelo pure.

Poi mutò discorso, e tono:

— Perdonate se vi tormento sempre, disse, non sono punto amabile, lo so, sento che non sono donna o forse lo sono troppo, ma non alla maniera della società; non somiglio alle dame che vivono conversando, — cosa dicono? devono avere uno spirito prodigioso. — Io, aggiunse malinconicamente, ero nata per aver un affetto solo e immenso e consacrarmi tutta a quello, se l’avessi incontrato. Vi pare assurdo? è più facile averne molti, ebbene io non lo capisco.

— Nemmeno io.

— Nemmeno voi? domandò vivamente donna Vittoria.

— Anch’io ho sempre desiderato un affetto vero e nello stesso tempo ho sempre avuto paura d’incontrarlo.

— Perchè?

— Perchè sento ch’esso esaurirebbe tutta la mia vita.

— Meno male che finora siete riuscito ad evitarlo.

Poco dopo entrò il barone e si servì il pranzo.

La baronessa prevenne il suo malumore e lo rimproverò del ritardo.

Ell’era gaia, briosa, costrinse il marito e il capitano a parlare insieme; non lasciò languire il discorso un minuto.

A quella donna così ignorante, così imperiosa e, si può ben dire, cattiva, non si poteva resistere: la scherma dell’educazione, della coltura, delle belle maniere era inutile con lei.

Imponeva le sue leggerezze sforzate, in grazia delle qualità che celavano: come un liquore che, infortito, conservasse tutto il suo alcool.

Dopo il caffè il barone uscì un momento ed ella pure.

Zaverio si ripose alla finestra.

Era notte fatta e gli alberi disegnavano sulla ghiaia fina del giardino delle grandi ombre fantastiche.

Anche stavolta donna Vittoria gli arrivò alle spalle inosservata. E gli disse:

— Che incanto! che scena per i colloqui da romanzo! Le foglie che stormiscono, il mare che geme, la luna che splende — e due che si amano!

I suoi occhi scintillavano.

Il barone rientrò: ma la conversazione cadde.

Zaverio si sentiva soggiogato dagli sguardi della baronessa; ed era più che mai a disagio.

Verso le dieci il marito si ritirò ed anche Zaverio.

Sul pianerottolo si trovò al buio. La baronessa s’era dimenticata di avvertire i servi.

Scese a tentoni la scala.

In fondo la porta di strada era chiusa; era accostata invece quella del giardino.

Zaverio rimase un po’ perplesso; il sangue gli montò alla testa.

Uscì in giardino e si nascose nell’ombra di un ciuffo di lilla.

Vide i lumi spegnersi a poco a poco nella casa.

Trascorse un quarto d’ora. Che aspettava?

Finalmente intese il rumore di una pedata leggiera e il fruscio di una veste femminile.

Una figura bianca si appressò pianamente al cespuglio, gli passò davanti e gli fe’ cenno di seguirla.

Le tenne dietro. Ed ella lo ricondusse così nell’atrio; quivi aperse la porta di strada e allora, al raggio della luna che penetrò nell’atrio, Zaverio riconobbe Concetta.

— Buona notte, gli disse, tornate domattina alle dieci.

Egli uscì — ella rinchiuse.

Zaverio se n’andò trasognato. Era un appuntamento o una canzonatura?

Parlava per sè o per incarico?

Gli parve sentire dietro di sè delle risa represse.