I
—La buona sera alla compagnia!
Mi volsi. E al suono della rauca voce grossolana si voltarono pur a guardare verso la porta i miei compagni di tavolino del Caffè Grande al Corso. Era l’ercole della troupe d’acrobati attendata a Giffuni dietro il mercato bovino.
—Buonasera—risposi—Che c’è? Non si lavora?
—Macché!—fece l’ercole, raggiustando sulla piccola testa quasi calva un sudicio berretto di pelo marrone—A Giffuni Vallepiana? E Pompei non è meglio! Città morta, caro lei, città di barbari, non dico per offenderla. Già lei non è giffunino.... o giffunese... Come si dice?
E sedette al nostro tavolino e cavò la pipetta da una saccoccia d’un grande panciotto stinto di velluto rossastro.
—Giffunese—disse il telegrafista di Bartolo, levando gli occhi dalla Gazzetta di Venezia che gli mandava ogni giorno un suo ex collega di laggiù ove il di Bartolo era stato quattro anni.
Seguì un silenzio. Il Caffè Grande era quasi deserto: due mercanti ragionavano del raccolto a un cantuccio, e a un altro sedeva, solitario, il giovane professore di lettere del Liceo Cotugno. S’era fatto portare il calamaio e rivedeva le bozze del suo studio sull’Hecatelegium di Pacifico Massimi, comunicando alla ruvida carta da stampe l’acre e molesto profumo del patchculi ch’egli usava portare addosso. Appiè del banco del principale erano due o tre cacciatori di Casalferrato e sentenziavano di cani e di fucili col caffettiere, Nemrod impenitente anche lui.
—Un rhum!—chiese l’ercole, dopo un po’, lanciando al soffitto la prima boccata di fumo denso e puzzolente—Almeno—soggiunse, e si trasse davanti il bicchierino—qui c’è calduccio, ci si sta bene. Hanno visto fuori? Mezzo palmo di neve e nemmeno un cane per la via. La neve in Ottobre? Ma dico, dove siamo? In Russia?
—Cattiva stagione—disse il di Bartolo, per dir qualcosa.
—E voi che farete?—chiesi all’ercole, che si grattava il mento e guardava davanti a sè nel vuoto, con uno sguardo sgomento.
—E che devo fare? Domani o domani l’altro si va via. Domani è domenica e vorrei profittare della giornata. Chissà! Bel paese Giffuni! In tre sere settantotto lire! Cosa vuole, che ci lasci in pegno Mahmud?
Il di Bartolo si volse, con l’indice puntato sulla Gazzetta al passo che leggeva.
—Mahmud?
—L’orso bianco—disse l’ercole, grave.
—Difatti—io dissi—avrete le vostre spese...
—Spese? Altro! E poi gli incerti, caro lei. Se sapesse!
Bevve un goccetto di rhum, si passò il dorso della mano vellosa e enorme sulle labbra e soggiunse:
—Guardi, tre cavalli m’erano rimasti e uno m’è finito a Roccadaspide, col carbonchio. Il pagliaccio mi s’è affiochito per via e ha mezzo perso la voce; sua sorella, la Gilda, è cotta d’un impiegato di ferrovia che le faceva l’asino a Tricarico, e gli scrive lettere tutta la santa giornata e non mi lavora più come prima. E la Rosetta che a un tratto mi vien fuori con l’isterismo! Che? Contentezze grandi, caro signor dottore!
E fregò palma a palma, con tale furia che pareva si volesse spellare le mani.
—Mi dica, dottore, lei che se ne intende: che roba è codesta? Malattia grave?
—L’isterismo?
—Ecco.
—E vostra moglie è isterica? Davvero non mi pareva. E che ha? Che accusa?
—E che so, io? Dolori in petto, dolori allo stomaco, alle gambe, ai polsi. In faccia, di certo è smagrita. L’avesse vista quattro o cinque anni fa! Le dico, un bisciù! L’ha vista al trapezio?
—Sì, mi pare...
—Eh?...—fece l’ercole, strizzando l’occhio—Ha visto che lavoro preciso?
Accennavo di sì, col capo. In quel punto pensavo ad altro. Il di Bartolo s’era sprofondato nella lettura del suo giornale, ma di volta in volta, ne levava lo sguardo per lasciarlo posare sul mio interlocutore, ch’egli affisava, silenzioso per qualche minuto, come si fa con certe persone nuove le quali vi suscitano un curioso interessamento nell’animo.
—Ha un cerino?—chiese l’ercole, che aveva vuotato nel cavo della mano il fornellino della pipetta e ora la ricaricava, lentamente.
Ne prese un fascetto dalla scatola che gli porgevo e se li mise in saccoccia.
—Scusi se mi permetto... Ma qui a Giffuni non c’è un solo cortile che abbia uno straccio di lume. L’altra notte per poco non mi sono spaccato il capo a un muro... Ma lei che ha, dottore? La vedo così uggioso! Che ha? S’annoia, non è vero?
Sorrisi malinconicamente. E mentre, voltandomi, cercavo sul divanetto ov’ero seduto, il mio bambù e l’ultimo fascicolo della Rivista Clinica sulla quale il di Bartolo s’era adagiato, l’ercole, frugando nel taschino del suo panciotto, borbottò:
—S’intende: questo non è paese per gente che vive. Denari in giro niente: divertimenti niente. Nemmeno un teatro. Prefettura e Municipio nello stesso palazzo, all’ultimo piano! Macché! Dopo dimani adios!
—Lei resta?—feci al di Bartolo.
L’altro nostro compagno di tavolino, Bazza, cancelliere alla Pretura, al solito s’era addormentato. Usava di far questo ogni sera, e lo svegliava il cameriere quando il caffè si chiudeva.
—Ma è presto—osservò il di Bartolo.—Guardi, non sono le dieci. Io resto ancora un poco e accompagno Bazza. Ma lei proprio vuole andar via?
—Ho sonno—risposi—Arrivederla.
—Signori!—salutò l’ercole, che pure s’era levato e si sberrettava.
Fuori, rialzando il bavero della sua giacchetta e tossendo a piccoli colpetti secchi, egli mi si mise allato e prese con me pel Corso scuro e deserto.
S’era liquefatta la neve: al raro lume di qualche bottega ancora aperta lucevano qua e là delle pozze e dei rigagnoli. L’ercole mi pigliava pel braccio, dolcemente, e me li faceva schivare.
Facemmo una ventina di passi in silenzio.
—Abita lontano?—chiese lui a un tratto.
—Non così lontano. Ma dal Caffè Grande a casa mia c’è un bel tratto. Sono in via del Mercato.
Si fermò su due piedi.
—Come! Ma dunque siamo vicini! Io son lì, di rimpetto. Non ha visto il mio carrozzone?
—Sì... difatti.
Ripigliammo il cammino e si rifece il silenzio fra noi, per un tratto. Dopo un po’ l’ercole riprese:
—E Bamboccetta, l’ha vista?
Lo guardai. Scossi la testa per dir di no. Egli parve meravigliato.
—Non ha mai visto Bamboccetta? Mia figlia? La piccina? Ma al circo c’è mai stato, lei?
—Sì, una volta: non ho troppo tempo...
—Ma scusi, ci deve venire. M’onori domani ch’è domenica. Senza complimenti... Lei mi fa chiamare alla porta e sarò ben felice. Almeno vedrà Bamboccetta.
Pronunziando quel nome il vocione s’inteneriva. L’ercole si arrestò un’altra volta, per un momento, come a meditare, e io pure dovetti arrestarmi. Il silenzio era alto. A un tratto, nel lontano, fendette l’aria il fischio del treno diretto che partiva per le Calabrie e ne vibrò, per qualche secondo, l’eco malinconica.
Come spuntammo dal Corso nella Via del Seminario ci apparvero di faccia, nell’alto, le tre finestre del Circolo, rosse nel buio profondo.
—La vita, caro signore—continuò l’ercole, seguitando nel suo vaniloquio—è una cosa triste e pesante. Non le pare? Ho una moglie, la Rosina, che m’è nemica mortale. Non se la può figurare: dispetti, furie, malattie, ogni sorta di birbonate. L’ho presa a Settignano, in Toscana, una volta che vi sono passato con tanti bei denari in saccoccia, che ora non si vedono più. Era lì con un signore titolato, un conte, gran femminiero, e costui l’aveva conosciuta in compagnia Roussel, a Firenze, e se l’era portata via in campagna. Bene; dopo un po’ eccoti il signorino che ti pianta lì quella creatura senza neppur dirle: obbligato. Arrivo io, comincio a lavorare, la Rosina mi viene a narrare i suoi patimenti e così senz’altro me la metto in casa. Sarà stato un sette anni fa: dico bene: l’anno appresso m’è nata Bamboccetta. La rosa fra le spine, caro lei, la...
S’interruppe, si piegò, per frugare con lo sguardo nella oscurità della strada. E in quell’atto, col capo avanzato, rimase qualche secondo.
Lontano nella piazza del mercato, ove il carrozzone degli acrobati scompariva nel buio fitto, brillava, come una lucciola sorvolante, la piccola e rapida fiamma d’uno zolfanello, e subito si spegneva. Io la vidi: all’ercole forse sfuggì. Egli si era quasi rivolto addietro e continuava a spiare.
—Chi va là?—fece a un tratto.—Rigo?... Sei tu, Rigo?...
Non rispose alcuno. Ma un’ombra era scivolata lungo il muro, dall’altra parte, e aveva svoltato al cantone.
—Che volete fare?—dissi all’ercole, piano.—Qui a Giffuni non sono ladri. Sarà qualche amante...
—M’era parso Rigo—borbottò.—Sa, quello che mangia la stoppa accesa. Il gobbetto. Una vipera... Ma lei è arrivata?
Ero giunto a casa, difatti, e m’arrestavo davanti al portone. Accesi un moccoletto che portavo addosso per la bisogna e si fece un po’ di lume sotto l’arco barocco. E a quella luce indecisa che saliva a stento fino alla testa dell’ercole, mi parve di vedere impallidito il suo volto e diventati minacciosi quei piccoli occhi tondi, fino allora così inespressivi.
Stesi macchinalmente la mano. Egli la strinse fra le sue, diacce, e dell’atto che non s’aspettava parve sorpreso a un tempo e commosso. D’un subito lasciò la mano, mi voltò le spalle e scappò fuori. Andava lesto. Risuonò per buon tratto il romore dei suoi passi precipitosi, nella notte, e poi daccapo tutto tacque.
Come entrai nella mia stanza da letto mi feci al balcone che dava sulla via, e lo apersi, e ficcai lo sguardo laggiù nelle misteriose tenebre del mercato bovino.
La notte era fredda. Sgusciò nella mia camera, per lo schiuso delle vetrate, una folata di vento e quasi me le spalancò a dietro. Mi rivoltavo per tornar dentro quando un grido, all’improvviso, ruppe il profondo silenzio, e seguirono al grido un rumore confuso, un tramestio, laggiù, presso alla baracca, e subito un va e vieni di lumi e d’ombre. S’illuminò dopo un poco—ero rimasto lì inchiodato al balcone—la finestra terrena della caserma dei carabinieri, poco lontana dalla baracca, e novelle ombre frettolose passarono e ripassarono in quel chiaro. Appresso i lumi si spensero intorno intorno, e tornò il buio impenetrabile.
All’aria m’era entrato addosso un gran freddo. La naturale emozione che anche mi penetrava mi tenne desto sotto le coltri per un bel po’. Che cosa dunque era accaduto nella baracca dell’ercole? Al mattino lo seppi. La Rosina se ne era scappata via col pagliaccio, e quel Rigo, il gobbetto, le aveva tenuto mano. E l’ercole aveva accoltellato il gobbetto.