I
Sono sei mesi da che ho dovuto lasciare una grande città del settentrione—desidero di non additarla a nome—per un paesetto che ne è lontano quindici miglia. Il mio spirito ha bisogno di quiete. Ho bisogno di vedermi circondato da cose e da persone tranquille; le capitali sono affollate di gente trista e volgare, ciarliera, spregevole, insopportabile, che vi preme e vi disgusta, che popola i caffè e li satura di vanità, di insincerità e di oziosi vaniloquii.
Qui dove sono venuto è altra cosa. Vi rimarrò a lungo? Non so. Ma mi sono suggestionato—e la mia suggestione non s’è interrotta fino a questo punto. Sì, vi rimarrò: vi devo restare parecchio. Qui scriverò, solo solo con me stesso e coi miei ricordi che hanno bisogno di prorompere una buona volta, la storia che attingerà dai molti e profondi dolori della mia stessa esistenza la materia più sincera. Vedo che mi aiuta, con la sua fisonomia placida e serena, il luogo ove ho riparato. Lo vado ancora percorrendo, in passeggiate mattutine, che non mi stancano e che oramai me l’hanno tutto quanto svelato.
A dugento passi dalla mia casetta, sul fondo verde della montagna, si disegna con semplici linee un edificio rustico e grigio. Ove la raggiunge un parco deserto appare la sua rozza facciata, qua e là striata da bianche suture di calce. Nel parco solitario spuntano da terra, come tanti fiori mostruosi e deformati, alcune antiche erme di pietra—che il padrone di quella casa, che forse fu signorile e bene architettata e ornata, sparse una volta su per un prato muscoso, il prato arcadico del suo bel tempo, ora diventato brullo e disuguale. L’ho pur amato così, nei mesi dell’inverno, quando la pioggia lo immolla, freddo pianto del cielo. Forse perchè la natura non mi pare interessante se non quando è debole o è malata.
La prima volta in cui visitai quell’edificio fu in autunno. Mi parve subito che il tono delle cose esteriori corrispondesse al palpito che da ognuna delle creature umane raccolte in quella casa s’esprimeva come cercando di superarne i muri impenetrabili. In quel vasto manicomio la vicina e grande città industriale manda all’aria ossigenata della montagna i suoi poveri folli. Città meccanica, così pare che si liberi di tutti i guasti suoi congegni: ma ne ricominciano a stridere qui gl’ingranaggi arrugginiti e, spesso, nei giorni di tramontana, all’urlìo del vento, al suo sibilo lacerante si mescola un suono che certo è umano, che da creature umane si parte, e nella cui scomposta e aneuritmica insistenza s’adunano come trasformati, e su d’un tono che ora sale ora scende, il pianto e la preghiera, l’imprecazione e il lamento.
Per quale ragione, dal primo giorno in cui ho posto tenda a X..., mi ha chiamato a sè quel luogo dal quale in altri momenti della mia vita avrei certo rifuggito? Non ve lo so dire: come non saprei dirvi davvero quante volte mi vi sono recato e ho poi finito col giurare a me stesso, nell’uscirne, di non tornarvi mai più. Devo credere, per altro, che quelle mie frequenti visite siano state sollecitate pur dal piacere che ho sinceramente provato di pormi in comunione frequente con la più dotta, acuta e geniale persona che là dentro,—con la scienza che lo esamina e lo sorveglia, con la pietà che lo inganna, con occhi che affisandosi su tanti poveri esseri paiono più teneramente meditativi che indagatori—presieda a quell’ignaro dolore. Non posso indicarvi a nome quest’uomo: lo chiamerò il dottor Massimo. E poi, che v’importa di sapere come si chiami? Questa è la narrazione di un fatto i cui pochi personaggi ho io soltanto il diritto di conoscere compiutamente. Quelli che abitano la triste casa di salute mi sono noti, quasi tutti. Con alcuni dei più tranquilli mi son posto, talvolta, persino a discutere, fino a quando non mi ha separato da loro quella mossa che, all’improvviso, han fatto i loro discorsi di uscire dal campo logico per appressarsi, per tornare con un’insistenza, a volte anche pacata, a un mondo di persone e di cose irreali.