II

Quale viaggio strano, faticoso, irresoluto, in quell’afa ardente e insopportabile! Dove si andava? Si andava da per tutto: Rocco Longo era sfinito, era sfinita la sua bestia e anche pareva che la vettura malconcia a un tratto si dovesse sfasciare. S’andava in giro da tre o quattro ore. Da prima la signorina s’era voluta fermare alla Posta e lì, allo sportello delle lettere, avea chiesto una lettera che non aveva avuta, che non c’era. Palpitante, incerta, s’era trascinata fino alla vettura, e quasi vi s’era lasciata cascare su’ cuscini.

—Dove andiamo?

—Dov’è l’albergo delle Tre Rose?

—E chi lo sa? Voi non lo sapete?

—Dove sono i Lanzieri?

—A Porto.

—È lì... Andiamo!

La vettura avea preso per Piazza Francese e s’era ficcata ne’ vicoli di Porto. Ai Lanzieri la sconosciuta scese d’avanti alla porta d’una delle tante miserabili e tristi locande del quartiere. Dalla serpa Longo domandò:

—V’aspetto?

E come ella pareva indecisa il vetturino soggiunse:

—Bene, andate pure: io vi aspetto.

Da’ Lanzieri erano andati alla Marinella e dalla Marinella ai Mercanti, e appresso alla Giudecca, al Vico Coltellari, a Rua Catalana. Ella, a ogni sosta, si precipitava dalla vettura, si cacciava in un palazzetto e riappariva poco dopo muta, livida, con gli occhi pieni di lacrime. Risaliva a stento in vettura: s’afferrava alla serpa talvolta. L’ultima volta Longo dovette aiutarla. Per via la udì singhiozzare.

Si volse.

—Ma che avete dunque!

Ella mormorò:

—Nulla... nulla.

Annottava. A un tratto Longo sentì che ella gli batteva lievemente, in punta di dita, sulla spalla.

—Dove andate?—disse lei.

Difatti, ove andava Longo, con la sua vettura polverosa, con la sua rozza affamata e zoppicante, sognando in serpa e guidando macchinalmente la bestia? Egli si arrestò, e si guardò intorno. Erano sulla via nuova, deserta e buia, dell’Arenaccia. Sulla destra si disegnava confusamente l’immane tettoia della stazione ferroviaria, nera nera: i grandi occhi immobili delle locomotive, rossi, verdi, giallognoli, ammiccavano nell’oscurità. Un fischio acuto e breve ruppe il silenzio: l’aria vibrò tutta al fragore d’un treno che passava sulle piattaforme metalliche. Dalla via si vide il treno svolgersi rapidamente, e trascorrere, come un gran serpe nero che scompariva nella notte.