II

Il mio amico Cataldo s’interruppe un’altra volta.

—Be’?—mi fece col suo tipico accento pugliese—E non bevi?

Allora, sorridendo e battendogli con la mano sulla spalla, risposi:

—Ho capito. Bevo alla salute di Rosa, alla salute di tua moglie, caro Cataldo! Alla vostra felicità!

Egli assentiva, felice davvero, con gli occhi che gli luccicavano.

—Bravo! E io bevo alla tua salute, Vittorio! Hai indovinato. Sposai Rosa dopo due mesi. Ed eccomi qua, eccomi tranquillo, ecco la mia pace...

—Ecco la tua pinguedine, ecco il bel colore di salute che si spande sul tuo volto arrotondato, ecco il tuo debole per questo buon vinello bianco...

Egli si mise a ridere. Se ne versò un altro bicchiere: lo bevve d’un fiato, e cantò con la sua voce un poco stonata:

O rose del mio volto,
non appassite ancor!...

Poi allungò le braccia sulla tavola, ve le incrociò, e soggiunse:

—E tu?

—Io? Non vedi? Son qui, ispettore scolastico delle vostre classi elementari. Resto a Cassino otto giorni, e poi torno a casa.

—A casa dove?

—Come dove? A Napoli. A casa mia.

—Dove abiti?

—A Forcella.

—Sempre solo?

—Sempre solo.

Vi fu un silenzio. Avevo allungato il braccio e spiegata la mano sulla tavola. Cataldo stese la sua lentamente e la posò sulla mia. Ci guardammo. Egli mormorò:

—Povero Vittorio!...

E perchè?

Che volete, il vino mi diventò triste, all’improvviso...