II
Nella sala «Ramaglia», al buon sole che v’entrava pe’ larghi finestroni, le ricoverate nell’ospedale chiacchieravano. Delle frasi allegre correvano di letto in letto fino in fondo allo stanzone, ove, presso alla bella porta di marmo e accanto a una tavola coperta da un tappeto verdognolo, una suora preparava filacce. Seduto alla medesima tavola l’impiegato delle entrate ricopiava in un quaderno le prescrizioni farmaceutiche. Era l’ora della visita. I parenti delle ricoverate arrivavano a gruppi, continuamente, e si sparpagliavano intorno a’ letti e subito vi si andavano a sedere accapo o nel corsello tra muro e letto, o rimanevano davanti ad essi, impiedi, con l’aria triste e meravigliata delle persone di buona salute che si trovano al cospetto d’un qualche loro caro diventato là dentro così pallido, così triste, così sfinito! Laggiù, verso gli ultimi letti, una giovane contadina itterica baciucchiava il figliuolo che le avevano portato dal villaggio, un marmocchietto bianco e roseo il cui vivo incarnato dava maggior rilievo all’orribile color giallastro della madre. Un altro figliuoletto di lei s’era arrampicato sul letto e là dove la coltre si alzava ad angolo sulle ginocchia della mamma egli si piegava, e abbracciava ridendo quelle ginocchia nascoste e le baciucchiava.
La suora di guardia sospese la sua bisogna e mormorò all’impiegato:
—Guardi che bella scenetta per un pittore!
—Idroclorato di morfina—fece l’impiegato, con l’indice della sinistra puntato sul foglio dal quale ricopiava—Ovatta pacchi nove... Diceva, suora?... Già: difatti. Scena per un pittore. C’è la visita, oggi?
—Certo. È giovedì.
—Non ci avevo badato.
Rimasero muti per un pezzo, guardando a uno a uno i nuovi venuti dei quali qualcuno, capitato lì per la prima volta, cercava il letto che gli avevano indicato.
—Quella lì non ha proprio nessuno che la venga a trovare—osservò la suora, a un tratto.
—Chi?
—L’ottantuno. Laggiù.
—La rossa? E chi vuole che la venga a trovare? Ecco... se proprio ci volessero venire tutti quelli che la conoscono... Avremmo qui un reggimento, suora!...
—Perchè?... Perchè queste cose lei non le sa. Sono piccole miserie della vita, ecco. Quella signorina è un po’... Come devo dire? Un po’ la signorina Omnibus.
La suora arrossì e si levò. Minacciava l’impiegato, con l’indice teso.
—Ah, quella linguaccia!
—Già, già: ha ragione.—disse quello, e si rimise a ricopiare—Ovatta pacchi nove, garza tre, bende sette...
La suora mosse dirittamente al lettuccio della Ercolano, che pareva assopita. Contemplò a lungo quel volto ancora pallido, segnato dalla tempia all’angolo della bocca dalla ferita recente, che ora s’andava rimarginando. E come l’Ercolano lasciava penzolare fuori del letto un braccio ella glie lo sollevò, dolcemente, e lo ripose sulle coltri.
La rossa aperse gli occhi e sorrise.
—Quel povero braccio!—disse la suora—Il braccio malato! E lei se lo lascia cascar giù fuori dal letto!
—È guarito.
—Ah, sì? Come andiamo dunque? Bene?
—Bene, sì, sì. E domani me ne voglio andare. Ecco già undici giorni che son qui. Ci perdo la salute, suora! Peggio d’un carcere!
—Ma dove vuole andare? Parenti ne ha lei?
—Non ho alcuno—rispose l’Ercolano, un po’ triste, un po’ impazientita.
S’era messa a sedere in mezzo al letto e le sue mani esangui e nervose tormentavano le lenzuola. Il suo sguardo errava, senza volontà. E su’ letti in fila, sul viavai della gente esso passava come quello, già abituato e senza curiosità, delle vecchie clientele dell’ospedale. A un momento, più a lungo, s’arrestò sulla cappelletta che veniva fuori da un angolo dello stanzone, nascosta da pesanti cortine a fiorami.
La suora immaginò che pregasse. Si intenerì. Stese la mano, dopo un poco, e lievemente glie la posò sulla spalla.
—A che pensa?
—Penso—mormorò l’Ercolano—al sogno che ho fatto stanotte. Ho sognato delle ciliege. E mi pareva di averne pieno il grembiale e di mangiarne tante, tante!...
—Ciliege?
—Le adoro.
S’era fatta lieta. Si dimenticava.
—Tante volte, quando mi cercano, chiedono di quella delle ciliege...
—È il tempo loro—disse la suora, arrossendo—Domani glie ne faccio avere.
—Domani me ne vado.
—Ma no!—esclamò l’altra, scotendo il capo.—Non voglio che se ne vada così presto! Ancora non siamo in gambe, figliuola!
E le carezzò i capelli, col suo solito atto materno che le ingraziava le ricoverate più difficili.
Lentamente l’Ercolano si riaddossò ai cuscini e vi affondò il capo. Sulla sua pallida faccia passò un’ombra di tedio e di stanchezza.
—Dunque si resta intese—disse la suora—Domani non si va via. E le porterò le ciliege, domani.
La rossa aveva chiuso gli occhi. Pareva assopita. La suora si chinò sopra di lei e le mormorò:
—Arrivederci, non è vero?
—Arrivederci...—balbettò la convalescente.