«COCOTTE»
Erano le cinque ore del mattino. La grande lampada posta davanti alla statua di legno di Sant'Ignazio ardeva nella cappella del carcere femminile di Santa Maria ad Agnone, ancora addormentato. Fra poco le recluse avrebbero udito la campana della sveglia e sarebbero scese a borbottare le solite preghiere nella penombra di quel tempietto freddo e malinconico, i cui quattro finestroni affacciano sul tortuoso vicolo afrodisiaco intitolato dallo stesso nome delle prigioni e frequentato da soldati e da vagabondi.
In quell'ora — l'ottobre era sugli ultimi suoi giorni — il vicolo, affatto deserto, offeriva a' ratti o a qualche cagnuolo abbandonato e vagante la copiosa vettovaglia de' suoi rifiuti e della sua spazzatura, ammonticchiati qua e là. Due fanali a gas, dal muro di faccia alle carceri — il muro cieco e altissimo d'un monastero di Clarisse — stendevano due braccia di ferro, una delle quali, spiccandosi di su la piccola porta antica del monastero, coronata da un festone marmoreo e dallo stemma quattrocentesco d'una famiglia illustre, si puntava proprio rimpetto a un dei finestroni della cappelletta e ne inquadrava la sagoma sulla interna e prospiciente parete della chiesuola, ove parte d'un vecchio quadro se ne illuminava anch'essa, vagamente. L'altro fanale, molto più lontano, stava sulla garitta della sentinella, addossata allo stesso muro claustrale, lì ove il vicolo cominciava a far gomito, e a qualche passo dalla porta delle prigioni.
Il silenzio era alto, la notte fresca.
La sentinella — un soldato di fanteria, che s'era posto il fucile ad armacollo — passeggiava, con le mani in saccoccia, e zufolava. Talvolta, lasciandosi a dietro per buon tratto la sua garitta, allungava il passo fino all'arco depresso ed oscuro ove il vicolo terminava, in sopra, verso la deserta via de' Santi Apostoli. Talvolta, soffermandosi, piantato sulle gambe allargate, il soldato interrogava lungamente, con gli occhi in su, quella fetta di cielo che le alte mura della prigione e del monastero parea che quasi attingessero con le loro creste taglienti: un brano di cielo sereno, rischiarato come da un lume prossimo e invisibile. Era imminente l'alba. Difatti, a poco a poco, cominciò a mancare sopra la interna parete della chiesetta quel riverbero giallastro che il lume del fanale vi stampava. Si liberarono a mano a mano dall'ombra l'altare, le scranne in fila, i muri coperti di vecchie tele e di quadretti votivi, il piccolo confessionile di cui lo sportello era rimasto schiuso e uno scarabattolo a vetri, custodia d'un presepe, addossato ad un de' pilastri.
Pareva come se da gran tempo quel luogo fosse rimasto abbandonato: vi avevano conquistato ogni angolo le ragnatele, la poca cura della suppellettile ve la lasciava coprirsi di polvere o di muffa e l'umidità esalava un tanfo di terriccio rimosso. Continuando la luce a mostrare quelle cose la breve navata del tempio anch'ella se ne abbeverò a poco a poco tutta quanta. Si svelò, dietro l'altare, la porticina della sagrestia e l'altare medesimo, carico di frasche e di candelieri, si bagnò tutto del freddo chiaror mattinale: la tovaglia ad orlo ricamato che v'era stesa sopra vi sembrava appiccicata con l'acqua. E come, per un vetro rotto d'un de' finestroni, penetrava là dentro il vento di volta in volta e sibilava, qualche volta, davanti alla statua di Santo Ignazio, la fiamma della lampada, investita da una folata più veemente, si inclinava e parea che si volesse spegnere a un tratto.
Era giorno, oramai. Le ore suonavano al vicino orologio dell'edificio della Vicaria, lente e chiare. Nel vicolo s'arrestò in quel punto il romore de' passi della sentinella: il soldato numerava que' rintocchi della campana e aspettava il cambio. Difatti s'udirono altri passi, frettolosi e pesanti, accostarsi dal lontano e subitamente davanti alla garitta si posarono sul selciato, con uno strepito breve e ferreo, i fucili: una voce dava la consegna, nel silenzio, e la voce della sentinella rimossa le rispondeva piano, brevemente. Poi daccapo risuonaron passi cadenzati e pesanti e s'allontanarono.
D'improvviso la porticella della sacrestia s'aperse tutta quanta. A una a una, entrarono di là nella chiesa dodici suore della Carità e sedettero a un banco, rimpetto all'altarino. L'ultima, una vecchietta, si chiuse la porta a dietro e rimase impiedi, ritta, d'avanti alla mensola dell'altare. Non s'era udito romore e quelle donne erano come scivolate sul pavimento: dalle loro gonne molli e copiose non s'era partito alcun fruscio. Ora, nella mezza luce, le cornette bianche s'allineavano, quasi immobilmente.
Un colpetto di tosse ne scosse una, per un momento.