IV.
A' 30 dell'agosto, nel giorno di Santa Rosa, patrona dei tintori della lana, i garzoni di Vito Amante smessero di lavorare al tocco e se n'andarono in campagna. Ma la tintoria rimase aperta e Vito Amante, seduto tra un monte di stoffe multicolori, già asciutte, si mise a pensare, tutto solo, e a fumare. Intorno a lui era, tra la semioscurità del luogo, una strana festa di colori, riganti confusamente le mura, cacciati negli angoli, pioventi come stalattiti rosse, azzurre, aranciate, verdine, dall'affumicata travatura del soffitto. E per terra, qua e là, mucchi di stoffe si levavano, ancora sprigionanti i lievissimi vapori della concia e goccianti l'anilina, mentre lungo tutto un muro, da brevi e grossi bastoni confittivi, pendevano le matasse della seta e del cotone, note di verde sfacciato, strillanti nella concordia di tutta quella bassa tonalità di tinte. Un telaio era poggiato ad un altro muro, e sul telaio si stendeva, si stirava, fermata intorno, a via di chiodetti, la tela marrone di cui si servono i cappellai per le fodere al feltro.
In fondo era buio pesto. Un lumicino rosseggiava in alto, certo davanti a una immagine, ma questa non appariva, e la piccola fiamma lottava, invano, con l'oscurità, riuscendo appena a stampare un riflesso sul lembo inferiore della cornicetta d'oro. Da misteriosi angoli neri le fontanine delle vasche mormoravano, e come nelle vasche codesti tintori serbano le anguille pel Natale, di tanto in tanto, nel silenzio, s'udivano un fruscio d'acqua scompigliata, un piccolo tonfo sordo, de' brevi gorgoglii.
Di faccia a Vito, in alto, nel muro assai spesso, un finestrino si apriva e di là era un giardino tutto conquistato dal sole. L'Amante, rovesciato leggermente in dietro sulla seggiola, le gambe stese, una mano in saccoccia, l'altra col sigaro spento, abbandonata, era in contemplazione di quello spiraglio d'oro. Sopra un fondo giallo, tutto giallo e luminoso, un gruppo di foglie nereggiava, palpitava al lievissimo alito del mattino, e ancora più neri, più nettamente, si disegnavano i bastoni della inferriata. A un momento il sole si fece strada tra quelle foglie e penetrò nella tintoria. Un nastro d'oro lambì tremante le ginocchia dell'Amante, gli salì su pel petto, gli pervenne alla faccia, lo abbagliò....
— Vito! Vito!...
La capuana era accosto a lui, gli posava la mano sulla spalla, si chinava per guardare, la testa quasi poggiata alla testa di lui, ov'egli guardasse. Subito la striscia di sole s'avventò pur su di lei, la raggiunse in petto, sotto alla gola, tra i capelli biondi, che s'accesero. Elia era una piccola bionda, un po' smagrita, un po' malaticcia, e avea la faccia d'avorio tutta sparsa da minutissime lentiggini. Intorno alle tempie le si spandeva una fine nebbiola di capelli tra' quali il lobo nudo e roseo d'un piccolissimo e gentile orecchio spuntava.
— Che fai? — domandò.
— Nulla, — rispose l'Amante. — Guardavo il sole.
— Come stai?
— Bene. E tu?
— Io sto bene.
Girò intorno gli occhi, cercando una seggiola.
— Sai, — gli fece, perduta nella oscurità del retrobottega, — ho avuto le carte.
Vito sospirò. Non rispose.
Ella tornava, trascinando una panca.
Ripetette:
— Ho avuto le carte. L'ispettore ha voluto sapere come ti chiami. Vito Amante. È vero? Amante?
Lui si voltò, sorpreso:
— L'ispettore? E come c'entra lui?
— Come!
Poi arrossì, chinò la testa.
— Così è l'uso.... — mormorava. — È da lui che si deve passare.
Nel lungo silenzio che seguì, Cristina, a un tratto, volse gli occhi a guardarlo. L'Amante aveva poggiato i gomiti sulle ginocchia e nascondeva la faccia nelle mani.
— Che hai? — gli chiese. — Ti senti male?
Lui, col capo, fece cenno di no. Dopo un momento disse, seccamente:
— Voglio chiudere la bottega. Me ne vado a casa....
Lei si levò per la prima, di scatto. Raccolse lo scialle e se lo buttò sul braccio.
— Che fai? — disse Vito.
— Me ne vado. Tu vuoi chiudere la bottega.... Me ne vado.
S'appoggiò con le spalle allo stipite, lo scialle sul braccio, le mani unite, in grembo. Egli cercava attorno qualcosa e s'indugiava.
Sotto la porta Cristina si mise a canticchiare:
Vurria sapere si certo m'amate
o pure pe cupierchio mme tenite....
calice d'oro mio!...
Dal fondo della tintoria la voce di Vito domandò:
— Eh?
— Niente.... — disse lei. — Canto. Mi ricordo del paese mio.
— Bella cosa! Capua! — fece lui, spuntando dal buio.
— Già! — rispose, voltandosi, le gote accese. — Meglio Napoli! Così non ci fossi venuta!
— E perchè ci sei venuta?
Cristina si torse le mani.
— È stato il destino.... — mormorò.
Come Vito chiudeva la bottega e passava i catenacci, Cristina s'addossò al muro della via e ricominciò:
Comme volimmo fare e nuie facimmo
ca mammeta nun vo' ca ce pigliammo....
La chiave strideva nella toppa. Ella si girò un poco per guardare e seguitò:
e ghiammoncenne.... Ah!...
E la distesa fu un grido.
Vito esclamò:
— Cristina!
La gente li guardava, meravigliata. Ella si buttò addosso lo scialle e fuggì come una pazza.