VI.

«Non è lui! Non è lui!»

Aveva trovato! I modi di Ernesta, tra il beffardo e il romantico, quello spasimo nervoso finito in un singhiozzo, la stessa studiata indifferenza con cui la bella l'aveva accolto, tutto concorreva nella gran rivelazione. Agenore non era un gaglioffo; anche cedendo alle lusinghe di questo fantasma, non attribuiva scioccamente la sua fortuna al merito della propria testa lanosa e del proprio naso affilato; conveniva anzi con rara modestia che la cosa era andata così perchè non poteva andare altrimenti, vale a dire perchè Ernesta era nell'età, in cui si ha bisogno di quell'inganno del pericardio che i profani chiamano amore, e doveva necessariamente trovare la sua testa lanosa la più bella testa dell'umanità mascolina, non vedendone altre da vicino. E non tralasciava di ringraziare il caso di averlo fatto venire nel momento buono, quando forse, attraverso le fantasticherie innocenti della natura campagnuola, incominciava a farsi strada nel sangue e nei nervi della bellissima creatura un po' di noia necessariamente condita dalle fantasticherie non innocenti della natura intima e fisiologica. Ricordava, e si stupiva di non avervi badato prima, che la leggiadra Ernesta era stata con lui in ogni occasione bizzarra e fantastica; rammentava una parola oscura che ora si accendeva come un razzo, una stretta di mano lunga, un'occhiata languida, carezzevoli sciarade che egli non aveva pensato ad indovinare. E si picchiava la fronte colla stess'aria di prima, ma tanto più forte, quanto più cresceva la maraviglia.

Finì col conchiudere che egli aveva posto inutilmente l'assedio ad una fortezza, smantellata, infliggendo senza necessità strategica le pene dell'aspettazione e del digiuno ad un esercito impaziente e ad una guarnigione disposta alla resa. E quando Ernesta riapparve, Agenore aveva con un lampo di genio deliberato di mutare il piano di battaglia.

La bella donna, non so per qual capriccio, aveva cambiato la veste assolutamente bianca in un'altra assolutamente nera, d'un tessuto trasparente che lasciava indovinare due spalle pienotte e due braccia fatte al torno. Delle lagrime versate non si vedeva traccia; gli occhi maliziosi sfolgoravano anzi una luce insolita, le labbra color di ciriegia scoccavano sorrisi che facevano fremere come baci. Il dottore, dotto com'era delle debolezze femminili, non si dissimulava che vi ha una civetteria innocente, la quale si propone di piacere, unicamente per piacere, non importa a chi, al medico, al fattore, allo specchio; ma quel passaggio dal bianco al nero, addirittura, gli dava a pensare non senza ragione. Di tutte le figure rettoriche, l'antitesi è la più astuta, la più formidabile: tu adoperi un'iperbole pel gusto di far rumore, una metafora a modo di scherzo; ma l'antitesi, che stordisce la vittima dandole due colpi in uno, la metti solo in campo nelle grandi occasioni. Agenore applicava queste idee ed altre sull'antitesi a quel brusco passaggio dal bianco al nero che non poteva credere privo di significato.

Da uomo sicuro del fatto suo, egli concedette un armistizio alla bella, e come le ebbe detto che era leggiadrissima così vestita, del che, anche volendo, non era possibile far di meno, si mostrò disinvolto ed indolente, solo curante di rinvigorire la potenza fascinatrice che emanava dal proprio fluido. Fu docile come un bambino, la lasciò dire, la lasciò fare, e dall'alto della sua persona colossale guardava quel corpicino tutto leggiadria, con una certa solennità che doveva mettere in croce una donnina un po' curiosa. Ma era poi curiosa Ernesta?

Essa fece gli onori di tutte le parti della villa, come aveva promesso; presentò al dottore le varie insalate, le ortensie, i garofani, i conigli, ed il dottore mostrò ad ogni volta, e scrupolosamente, la faccia di chi «è lieto di fare una conoscenza,» come si dice. Quando quest'ispezione fu terminata, era l'ora del desinare. Olimpia venne ad avvertire che la tavola era pronta.

A tavola, il dottor Agenore, accorgendosi di certe occhiate furtive che Ernesta gli lanciava ogni tanto, fu costretto a misurare i bocconi e pose questo sacrifizio a debito della bella donna, nel libro mastro dell'amore….

Non era più luogo ad incertezze: la signora lasciava leggere chiaro il proprio turbamento; era come un'inquietudine lieve, un bisogno di dire qualche cosa, per cui non trovava le parole, ed una conseguente mutezza. Costretto ad alimentare il discorso che cadeva un paio di volte ad ogni portata, Agenore parlava di tutto e di tutti, a bocca piena, disseppelliva argomenti vecchi, ne creava di nuovi. E fu così, nella foga d'una bella narrazione filata, che gli venne fuori, senz'avvedersene: Leon…. Era uno sproposito grossolano; quando se ne avvide, il nome era uscito più che mezzo e tanto valeva finirlo, come fece, a denti stretti…. Leonardo. La bella levò il capo e guardò il commensale in faccia con una cert'aria, di cui il dottore non comprese nulla.

—Che fa Leonardo?—domandò Ernesta mordendo una ciambella in modo da mettere in mostra i dentini.

—Quello che è solito fare,—rispose Agenore con accento commiserativo….—nulla…. passa la vita al Caffè ed al Circolo; si ammala, si finisce da sè, è cosa intesa e non ci si pensa nemmanco più.

—E che si fa al Caffè ed al Circolo?

—Si fuma, si chiacchiera, si gioca, s'invecchia prima dell'ora, come il mio amico Leonardo, si attutiscono i sensi nell'inerzia e nello sforzo: ella sa che suo marito è minacciato negli occhi, potrei citarle il conte S…. a cui una paralisi ha tolto il tatto; del gusto non ne parliamo; ve n'ha che non sanno più che cosa mangiare, e morrebbero di fame senza provar l'appetito; in generale sono gente che vive con un paio di sensi in tutto, ai meglio forniti ne rimangono tre…

—È dunque uno spedale il Circolo?

—Press'a poco; io, grazie ai cielo….—

E qui Agenore s'interruppe parendogli dimostrato che egli, grazie al cielo, era un uomo in perfetto ordine.

Dopo il desinare, e solo quando, finite le funzioni di chimificazione, si doveva credere la digestione avviata, il dottore reputò non contrario all'igiene il porre in atto il suo nuovo sistema.

Erano venuti fuori di casa e si avviarono passo passo lungo un viale. Agenore offrì il braccio alla signora, si guardò parecchie volte intorno e finalmente sprigionò un lungo sospiro.

—Da che deriva il sospirare dopo pranzo?—domandò Ernesta levando gli occhi a guardare in faccia il suo cavaliero.

—Ah!—rispose il dottore, con una vocina di flauto,—non mi mortifichi; creda che non so perdonarmi d'averle messo in capo certe idee….

—Non m'ha messo in capo nulla; le ho già dimenticate le sue idee….

—E fa bene…. e fa bene….

Pausa.

—….Io stesso quanto sarei più felice se potessi accettare le fantasie che stanno di casa in quella sua leggiadra testina! A volte….—

Il dottore con un'occhiata fuggitiva si accertò che la bella lo guardava in faccia colle labbra socchiuse in atto di stupore.

—… A volte sento come un bisogno indefinito, come una smania impotente…. allora le mie massime mi fanno paura, la mia scienza mi ripugna…. sogno anch'io ad occhi aperti, come fanno tanti, e dico dentro di me: «potessi credere alle loro stravaganze! perchè qual frutto dal mio senno anticipato? Tanto ci è la tomba che darà il senno a tutti…. Potessi credere che la nostra individualità è preziosa e non si perde, che l'io non si distrugge e rimane conscio del passato e dei misteri della vita, ad errare nello spazio, animella leggera, sopra e sotto nuvole…. e che quella che diciamo vita è una prova ed altrove è la vita vera, che ci aspetta un organismo più eletto, un mondo migliore!…»

—È proprio così, è proprio così!—esclamò Ernesta facendosi rossa in viso dal piacere.—Oh! perchè se queste cose le pensa non le crede?—

Agenore ripigliò il filo, parlò del perispirito, del presentimento, degli spiriti famigliari, della comunicazione del pensiero dei vivi coi morti, con un accento fra il desideroso e l'incredulo, e finalmente crollò il capo in atto di sfiducia.

Ernesta era una buona figliuola, e se la mettevate nel territorio spiritico ridiventava fanciulla. Invasa come da apostolico zelo, per convertire alla propria religione un incredulo, non sapeva nemmanco lei quel che avrebbe fatto; trasse il dottore sopra una panca, a' piedi d'una magnolia, gli ordinò scherzosamente di mettersi a sedere e di starla ad ascoltare ed incominciò a dire del perispirito, del presentimento, degli spiriti famigliari, della comunicazione del pensiero tra i vivi ed i morti.

Agenore fingeva di pigliar fuoco e di spegnersi, ed il suo apostolo si infervorava a tenerlo acceso, piantava gli occhioni in faccia al miscredente, gli stringeva le grosse mani, non gli lasciando una fibra senza un fremito, soffiandogli nelle vene un calore niente affatto spiritico.

Dirà chi legge: «lo sciagurato dottore non pensava alla bassezza che stava commettendo?» Sissignore, ci pensava, e rispondeva a sè stesso press'a poco così:—Il volgo profano direbbe che io sto commettendo una bassezza; ma di grazia a chi, tranne a Dio misericordioso, può recar dolore questa bassezza che a me deve dare la mia porzione di paradiso?—

Prima di scendere dietro i monti, il sole, mostrandosi tra nugolo e nugolo, spinse un ultimo raggio attraverso il fogliame lucente della magnolia per salutare la coppia ciarliera—e la trovò mutola. Agenore stringeva fra le sue una mano della bella, e la bella lasciava fare: pareva distratta, passava ogni tanto la mano libera sulla fronte come per allontanare un pensiero insistente—pensiero insistente non importuno, lo diceva la benigna languidezza dell'atto con cui veniva respinto.

Per la prima volta dopo le disillusioni matrimoniali, il quesito dell'avvenire si proponeva ad Ernesta in una forma nuova. Stretta dagli impacci del decoro all'uomo che l'aveva sciolta di buon grado dagli odiosi vincoli del codice, che cosa doveva essa a colui che era stato suo marito e di cui ancora portava il nome? Nulla, nulla. Una voce ferma, sicura, spontanea come un istinto, una voce che non poteva ingannarla, le ripeteva sdegnosamente:—Nulla, nulla.—Far d'una casa un nido, ecco la sostanza delle giuste nozze; il rimanente è finzione, è formula, è apparato per aggiungere solennità al vincolo. Volte le spalle al nido, lasciata solitaria e fredda la coltre che doveva essere scaldata dall'amore, più nulla vi dovete a vicenda—siete liberi; se Leonardo è come morto per te, dovrai tu ridurti ad una vita monastica, non palpitare più d'alcun affetto per non appannarne il decoro? E quale decoro? Quello d'un ricco vagabondo che ozia al Caffè od al Circolo, che sbadiglia o dorme, o cena colle ballerine?

Ah! giusto! La società sarà ferita nel cuore se tu osi profanare un nome così bello, una vita così preziosa!

Ernesta passava una mano sulla fronte; Agenore le sorrideva come un elemosinante che aspetta.

E un eco del mondo, rompendo le voci dispettose della coscienza, giungeva fino a lei così:

«Ah! Non a Leonardo tu vai debitrice, ma a te medesima!»

Taceva l'eco.

«Certo, ripigliava a dire una voce beffarda, in nome della virtù tu sei debitrice a te stessa d'un supplizio lento; domarti, vincerti, stringere il cuore come in una morsa, reciderti i nervi, soffiare il gelo nel tuo sangue, dimenticare che hai vent'anni, e che a vent'anni si ama e che la bellezza è un dono per farsi amare—questo tu devi a te stessa. Dovrai esercitare il lampo dello sguardo e del sorriso a velarsi, a nascondersi, oppure ad accendere fuocherelli che ardano solitari e si spengano per mancanza di alimento; se il tempo è pigro, ti parrà forse men pigro occupandolo nelle finte battaglie dell'amore, nella scherma della civetteria. Sei giovine, bella, ardente, fantastica. Sappi comporre la tua gioventù ad una senilità precoce, fa della bellezza una mostra, un trastullo della tua vanità, dà al fuoco le apparenze del ghiaccio e fantastica di là dal mondo una vita che non assomigli a questa. Così sarai riverita, onorata, stimata, e gli uomini e le donne che banchettano ripeteranno il nome tuo come quello d'una digiunatrice da proporre a modello…. agli altri.»

Ancora Ernesta passava una mano sulla fronte, ed ancora Agenore le sorrideva.

«Pazza, che ridi e soffri, che smanii quando ridi, e dubiti, e temi, mentre beffi i tuoi dubbi e le tue paure. No, nulla devi all'uomo che ti abbandona, nulla al mondo che ti tiranneggia indifferente; ed a te stessa, unicamente, la vita, l'amore, la giovinezza devi. Non sei nata per consumarti nella solitudine, per avvizzirti nell'aridità del cuore, per atrofizzare la fibra in una vacua contemplazione.

«Sei bella!… Guardati intorno, te lo dicono cento occhi desiderosi; cerca un cuore sano; dalla folla bambinesca, fatua, melensa, scevera un uomo, e gridalo al mondo senza arrossire:—È lui, è lui!»

Per la prima volta gli occhi di Ernesta s'incontrarono con una certa trepidanza negl'occhi del dottor Agenore, il quale continuava a sorriderle come un elemosinante che aspetta….

Ma una voce acuta, meglio un fischio che una voce, gridò ad un tratto dall'alto della magnolia, due volte, tre, con insistenza. E dove il dottor Agenore udì solo la nota ripetuta d'uno stornello, Ernesta intese distintamente:—Non è lui, non è lui, non è lui!»

Si levò in piedi trasfigurata in volto, in preda ad una commozione profonda, fe' cenno ad Agenore stesse zitto e ricercò coll'occhio in mezzo al verde fogliame l'alato consigliere…. finchè lo vide:

«Non è lui, non è lui, non è lui!—ripetè lo stornello e spiccò il volo a raggiungere la carovana de' suoi compagni che girava intorno intorno come una nuvola.

—È singolare!—disse Ernesta pensosa;—proprio come a Milano!

—Che ci è di singolare?—domandò Agenore con un po' di malumore per lo scioglimento frivoluccio della situazione.

Ernesta non rispose.

Un'ora dopo essa accommiatava con infinito garbo il suo dottore, raccomandandogli di affrettarsi per giungere a Bellagio prima di notte.